Dicono che era il mio sogno sin da bambino…

Due stracci per terra, un pallone mezzo sgangherato e una superficie qualsiasi. Si gioca! Se qualcuno mi dovesse chiedere “cos’è il calcio?” risponderei certamente così, ricordando quei giorni passati a giocare per strada tentando di imitare i nostri idoli, nella speranza di indossare quella maglia che tanto difendiamo con onore, tra ginocchia sbucciate e genitori sempre in pensiero.

La “Superlega”, che di fatto già non esiste più, ha resuscitato concetti calcistici di uno sport che nei fatti non è più così, indipendentemente dalle varie organizzazioni che si spartiscono il bottino: oggi non ci sono più i ragazzini di strada pronti a giocare dalla mattina alla sera, non esiste più la difesa della squadra per cui si tiene, non esiste più il sangue per una scivolata fatta per strada, non esiste più il desiderio di difendere quei colori, ma solo un bieco sogno di diventare milionari. E se nelle piazze non rotola più quel pallone rotto e sgualcito, significa che il calcio non c’è. Perché è da lì che nasce, da quelle sporche periferie. 

Troppo facile parlare oggi di calcio popolare, del calcio per i tifosi dei Davide contro i Golia ricordando imprese alla Leicester, la realtà è che, Superlega o meno, il calcio come lo intendiamo noi non esiste più o, forse, non è mai esistito. Da quando gli interessi economici hanno cominciato a prevalere sul puro senso dello sport, la passione, l’amore e le emozioni che solo il calcio poteva regalare sono venute meno, anzi, i tifosi stessi si sono immedesimati in un pericoloso razionalismo abbandonando il gusto del tifo a discorsi riguardanti il bilancio delle società calcistiche stesse.

Le stesse chiacchiere da bar sono diventate discussioni sul Fairplay finanziario, sulle plusvalenze, sui contratti ed è venuto meno lo sport. In sostanza noi tifosi abbiamo abbandonato il nostro essere e ci siamo immedesimati con chi ha distrutto “lo sport più bello del mondo”

Da quando la Superlega è stata annunciata, i più grandi organi del calcio come la Uefa o le società stesse hanno portato avanti un attacco mediatico finalizzato al concetto di “il calcio è per i tifosi”. Fa ridere che chi è stato artefice della distruzione della popolarità del calcio utilizzi questo strumento mediatico contro una scempiaggine del genere. Né la Superlega né la Uefa possono e devono parlare dei tifosi!

L’aumento del numero delle partite nei più disparati giorni per i diritti TV, l’aumento del prezzo dei biglietti, le coppe nazionali giocate all’estero, la repressione sistemica verso i tifosi delle curve, di cui queste organizzazioni e queste società si sono fatte promotori negli anni, sempre nell’interesse di far aumentare i profitti dei grandi club, sono state la cause principali dello svuotamento degli stadi e del disamoramento dei tifosi stessi.

Purtroppo è vero quello che dice Agnelli: “Il 40% dei ragazzi da 16 a 24 anni non ha alcun interesse nel calcio com’è oggi”.

Questo è palese agli occhi di tutti, non si vive più di calcio come era prima, quando aspettavamo con ansia la maglietta nuova della nostra squadra che sfoggiavamo a scuola con fierezza e orgoglio. Ma la soluzione non è di certo una Superlega di squadroni pronti a sfidarsi solo per far in modo di arricchire poche società.

Quel calcio popolare, che è stato tirato fuori in questi giorni, è figlio di una storia diversa, di una realtà che vedeva un mare di giovani che sognavano un altro mondo, di cambiarlo, di stravolgerlo. E in quel contesto nasce il tifo, la curva, il dodicesimo uomo in campo, determinante quanto i giocatori in campo.

Risolvere la situazione con gli stessi mezzi che hanno permesso di uccidere quell’idea popolare di calcio, vendendo un prodotto come se fosse un film, non è accettabile ed è giusta la ribellione della maggior parte delle tifoserie da questo scempio, perché questo è la Superlega: un tentativo, già da parecchio nell’aria, dei maggiori club di avere una fetta più grande della torta che deriva dallo spettacolo, quello a prova di covid – i diritti televisivi – accentrandone i profitti, per colmare le perdite di una stagione e mezza giocata a porte chiuse.

Ma d’altro canto non è nemmeno pensabile che l’alternativa sia la Uefa o le società calcistiche stesse, sempre pronte a pensare ai propri conti rispetto che allo sport stesso. Non è che in questi ultimi 30 anni il calcio sia stato popolare, anzi, proprio la gestione antipopolare del calcio ha portato a pensare alla Superlega da parte di quelle 12.

Il sentimento popolare, figlio dei grandi stravolgimenti sociali presenti in Italia e in Europa, è svanito quando ha vinto la logica aziendale. Che è un discorso interno alla società stessa, alla nascita dell’Unione Europea, in cui il calcio ci si inserisce perfettamente: in un mondo in cui la competizione sfrenata – aziendale, non sportiva – è l’unica regola fondamentale del gioco, il calcio, l’industria calcio, non poteva che subire la stessa sorte, sacrificando noi tifosi, lavoratori e sfruttati tutti, che non siamo riusciti né a capire, né a contrastare.

Che il calcio abbia un gravissimo problema nessuno lo mette in dubbio, come lo ha tutta la società, e come nella società le risposte non possono essere un manipolo di multinazionali che governano il mondo, nel calcio le risposte non possono essere organizzazioni che ne distruggono la popolarità.

Come nella società che ci circonda anche nel calcio la soluzione non possiamo che essere noi, uscendo dalla retorica dei bilanci, lottando per uno stadio accessibile a tutti, contro la repressione che lo stato ci imprime per creare un modello di pochi ricchi zitti e seduti in stadi con centri commerciali che nulla hanno a che fare col calcio.

In sostanza bisogna tornare a sognare: sognare un calcio diverso, popolare, effettivamente dei tifosi, significa sognare un mondo completamente differente che non si basi esclusivamente sull’economia dei mercati, ma in cui noi stessi siamo protagonisti del nostro destino, in cui ci riprendiamo la nostra storia. E sognare significa far tornare a giocare per strada quei ragazzini delle periferie con gli stracci per terra e un pallone sgualcito. Significa provare a replicare quel gol che la domenica prima ha fatto il nostro eroe, con la maglia della nostra squadra appiccicata e sudata addosso, sognando, un giorno, di difenderla per davvero correndo sotto la curva per esultare. Questo è lo sport più bello del mondo, questo è quello che dicono essere il mio sogno fin da bambino..

Viva il calcio del popolo!