25 APRILE, RESISTERE AL NEMICO

“Il 25 aprile non è una ricorrenza, ora e sempre, Resistenza”

Non si tratta solo di un coro fin troppo abusato, ma di una triste realtà: da anni vediamo come una data fondamentale per la nostra Storia, ovvero il giorno simbolo della liberazione dal nazi-fascismo e della resistenza partigiana, sia diventata una mera ricorrenza e l’ennesima occasione per forze della sinistra istituzionale di sfoggiare un’etichetta, quella di antifascisti, che grida ipocrisia rispetto alle politiche che questi ultimi fanno proprie quotidianamente.

Infatti, di fronte a una pandemia globale che ha portato e continua a portare centinaia di morti al giorno, causati da anni di tagli alla sanità pubblica, eseguiti da governi di ogni colore tra cui quelli dei sedicenti antifascisti, vediamo tra le fila della coalizione del nuovo governo Draghi (direttamente alle dipendenze dell’Unione Europea) partiti di sinistra e di destra tenersi per mano pronti ad attuare quello che sarà una macelleria sociale in nome degli interessi della governance europea.

Certamente questo non ci stupisce: da anni ormai queste forze della sinistra istituzionale portano avanti progetti politici scellerati in nome degli interessi dei padroni – basti pensare al Jobs Act di Renzi – che vanno solamente ad aumentare le schiere dei precari e degli oppressi. Sono quelle stesse persone che scendono in piazza il 25 aprile e il resto dell’anno legittimano il neofascismo in nome di una “libertà democratica”, che nella realtà per i più significa libertà di essere sfruttati.

La stessa che sta alla base di quell’antirazzismo di facciata, che riduce il tema a un problema culturale e di educazione dei singoli, oscurando la realtà della maggior vulnerabilità di categorie come i migranti sul mercato del lavoro – ma lo stesso si potrebbe dire dell’antisessismo, qualcuno ha già dimenticato la magnanimità della datrice di lavoro e paladina dei diritti delle donne Laura Boldrini?

Antirazzismo buono giusto a far brodo nel calderone della retorica del fronte comune, chiamata a cui tutta la sinistra-a-sinistra-del-PD ha sempre risposto prona, contro l’avanzata delle destre fasciste, razziste e xenofobe, salvo poi avere a curriculum gli accordi con la Libia di Minniti nel 2017, linea PD recentemente riconfermata anche da Draghi, e non è certo un segreto come vengano contenute le partenze dei migranti, chiusi in campi di concentramento, arrivati in Libia per cercare di imbarcarsi per l’Europa.

Niente di diverso per quanto riguarda le misure per eliminare ogni forma di dissenso pubblico presenti nei decreti sicurezza: le modifiche sbandierate dal precedente governo giallorosso sono sostanzialmente inesistenti, mentre vediamo invece aumentare le forma di repressione e la riduzione dell’agibilità democratica. Ne è un esempio lampante il trattamento repressivo riservato al movimento No Tav, emblematico il caso di Giovanna colpita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo.

Tutte queste spinte, portate avanti anche e soprattutto dalle forze di sinistra, arrivano fino allo sviluppo di un paradigma infame dove ogni voce fuori dal coro deve essere debellata, come è successo a Riccardo, lavoratore di ArcelorMittal licenziato per un post su Facebook.

Siamo di fronte a un acuirsi di strette repressive e autoritarie, e ne possiamo vedere il perfetto esempio nella nuova formazione di Governo con cariche politiche assegnate a figure militari, come ad esempio Figliuolo o Gabrielli, che completano così quella tendenza che potremmo definire una militarizzazione civile, che con la pandemia ha subito una fortissima accelerazione, normalizzando da un lato la presenza militare nella sfera pubblica e dall’altro l’attacco agli spazi aggregativi, in nome di una retorica di guerra contro il virus. Non abbiamo niente da spartire con chi grida liberà d’espressione quando si parla di nuove destre e poi professa repressione.

Chi si dichiara antifascista a parole, per mero elettoralismo, contribuendo poi quotidianamente ad alimentare le storture e gli inevitabili effetti di barbarie di questo modello di sviluppo – arrivando perfino a sedere al governo accanto a forze di destra – non sta sicuramente dal nostro lato della barricata.

Tra le molte anime che composero la lotta partigiana, infatti, ricordiamo chi si batteva non solo per l’eliminazione del nazifascismo, ma anche per la liberazione di ogni oppresso, portando avanti una lotta di classe che di certo non può essere appannaggio di chi oggi fa gli interessi degli sfruttatori.

A LeU, Pd, +Europa, Italia Viva e a chiunque vorrebbe rendere il 25 aprile una ricorrenza vuota e unitaria abbiamo solo una cosa da dire, che l’eredità partigiana e antifascista non vi appartiene, non “siamo tutti antifascisti”.

La resistenza, quella che nel 1945 ci ha liberato dalla barbarie del nazifascismo, vive, ancora oggi nelle lotte di chi la testa non l’ha mai abbassata, contrariamente agli sfoggi ipocriti già citati. Viene portata avanti ogni giorno in Val di Susa dagli attivisti No Tav, dove di fronte a fondi pubblici stanziati per una grande opera inutile e a militarizzazione e devastazione del territorio, avviene una fortissima risposta popolare. Così come da chi si batte per un diritto alla casa per tutti, in un momento in cui lo sblocco degli sfratti si avvicina sempre di più, come da chi non si rassegna a un pubblico svenduto all’interesse privato, tanto nel mondo del lavoro quanto in quello della formazione e della sanità.

Quei partigiani che poco meno di 80 anni fa dichiararono guerra e combatterono l’oppressore nazifascista, facendo una scelta di campo e di vita, erano nostri coetanei. Anche oggi è questa l’età in cui fare una scelta chiara: se restare passivi o vivere di una vita di lotta, schierarsi, essere partigiani a nostra volta, nel senso di parteggiare, di combattere l’indifferenza che la nostra generazione, cresciuta in una realtà totalmente depoliticizzata, è stata abituata a scambiare per neutralità.

Che la resistenza oggi si fa nelle lotte significa per noi comunisti prestare la nostra opera e le nostre energie per qualcosa più grande di noi: è la nostra attività militante dentro l’organizzazione che ci permette di intercettare e cambiare il corso della storia.

La resistenza e il portato storico del 25 aprile vivono ogni giorno nella battaglia contro la miseria e lo sfruttamento, nelle nuove resistenze di chi si organizza e lotta.