“L’UNIVERSITÀ NON È UN’AZIENDA, È UNA RES PUBLICA”

“Perché in un’azienda non ci sono i dirigenti che decidono quali risorse assumere?”
“Questa non è un’azienda, è una res publica”.

Basterebbero queste parole registrate e pronunciate da Agnese, ricercatrice precaria sotto ricatto, per rispondere all’ennesimo attacco da parte del giornale della famiglia Elkann-Agnelli al mondo universitario. Parole che ovviamente nell’articolo sono casualmente omesse. Tuttavia, riteniamo necessario ampliare la critica in quanto Repubblica sta pubblicando una serie di articoli sul tema con l’unico scopo di denigrare l’università (oltre a quello che abbiamo già commentato di Perotti e Boeri, si veda anche quello ripreso dal Die Welt sul fatto che produciamo troppi laureati e che dovremmo smantellare le università di massa). Sembra proprio, quindi, che si stia preparando in modo mass-mediatico l’ultimo assalto a quello che rimane dell’università pubblica, universalista, residualmente democratica.

L’articolo in sé, infatti, non richiede grandi commenti essendo scritto con il solo scopo di usare episodi personali, anche vecchi di 50 anni, per gettare fango in modo indiscriminato sulla categoria dei professori universitari italiani, tacciati tutti di essere baroni. Sarebbe quindi colpa dei baroni se c’è la fuga di cervelli, non il cronico e decennale sottofinanziamento di università e ricerca, il precariato strutturale, l’accentramento delle risorse in mani e in sedi sempre minori. Con la scusa di far fuori i baroni sono state portate avanti tutte le riforme sull’università, da ultima quella della Gelmini (legge 240). Si comincia a preparare il terreno per qualche nuova, imminente “riforma”?

La possibilità che questo sia l’obiettivo finale non ci stupirebbe visto che le classi dominanti stanno usando la crisi legata al Covid-19 come la scusa per accelerare i processi di ristrutturazione in corso nel mondo della formazione e della ricerca. Da tempo se ne parla e l’occasione sembra essere arrivata, anche le bozze che girano del NGEU sembrano indicare questa necessità. Probabilmente, non ci sarà nemmeno bisogno di una vera e propria riforma, visto che la struttura e la cornice generale sono già state riformate, basterà acuire solo alcune direttive e possiamo già immaginare in quale direzione andranno.

Al primo punto c’è l’aziendalizzazione delle università: sempre più il Rettore, il Direttore Generale e i Direttori dei Dipartimenti avranno poteri da manager, con lo scopo finale di diminuire i costi e massimizzare i profitti. Processo che verrà reso possibile attraverso l’ampliamento dell’autonomia universitaria, della valutazione centralizzata e dei sistemi premiali di finanziamento, il cui obiettivo principale è mettere in competizione Università, Dipartimenti e docenti li uni contro gli altri, andando di fatto a finanziare chi già è più finanziato e acuendo la distanza tra Università di Serie A e Università di Serie B.

Al secondo punto c’è l’elitarizzazione delle università: il sapere critico e generalista non serve più a questa società e solo pochissimi privilegiati potranno accedervi, il resto della popolazione è destinato ad imparare le competenze trasversali e personali (le cosiddette soft skills) in istituti professionalizzanti terziari legati direttamente alle necessità produttive del territorio locale. Ciò significherà piegare sempre più la didattica e la ricerca alle esigenze delle aziende private.

Alla famiglia Elkann-Agnelli non interessa nulla del nepotismo (da che pulpito poi!) o dei concorsi truccati, interessa creare la superlega universitaria, dove pochissimi accedono a istruzione e lavori eccellenti e gli altri rimangono nella miseria.

A questo ennesimo attacco dobbiamo rispondere sottolineando come sia proprio il sistema aziendalistico che accentua le storture di accentramento di potere e soldi in poche mani, che sono il sottofinanziamento e il precariato a rendere ricattabile chi vuole portare avanti la carriera universitaria e che se davvero vogliamo riformare l’università dobbiamo ripartire dall’interrogarci collettivamente su quale sia il suo ruolo sociale dell’università nella società.

Con questo scopo abbiamo lanciato la campagna “Ma l’università a chi serve?”.

Compila il questionario online (https://forms.gle/QoBNUgTJs2Kc5ocB6) e contattaci per partecipare!

Organizziamoci per un’università radicalmente diversa!