Report di ritorno dalla tre giorni internazionalista del Forum To Fight

Si è concluso ieri il tanto atteso appuntamento internazionale del Forum to Fight, a Laudo, nei Paesi Baschi.

Un Forum lanciato dalle tante organizzazioni studentesche regionali della sinistra indipendentista presente nello Stato Spagnolo, molte delle quali appartenenti alla piattaforma Para los Pueblos. Un Forum rivolto a chiamare a raccolta tante organizzazioni giovanili di tutto il continente, accomunate dalla volontà di rompere con le politiche neoliberiste dell’Unione Europea. Sono stati tre giorni intensi di dibattiti, confronto e assemblee in cui si è discusso della cornice in cui vivono i giovani d’Europa e del Mediterraneo al giorno d’oggi. In un contesto di privatizzazione selvaggia dei servizi pubblici e di attacco alle conquiste ottenute nel secolo scorso dal movimento dei lavoratori, si sono analizzati i differenti sistemi educativi, le riforme in atto e la tendenza generale di gerarchizzazione di un mondo della formazione sempre più elitario e assoggettato al cosiddetto sviluppo imposto dalle tecnocrazie europee.

Come Campagna Noi Restiamo abbiamo risposto all’appello insieme ad altre organizzazioni da Italia, Francia, Inghilterra, Germania, Svizzera, Svezia, Finlandia, convinti del fatto che la connessione delle lotte in senso internazionale e internazionalista sia, in un mondo sempre più globale, un’urgenza imprescindibile. A maggior ragione oggi all’interno dell’Unione Europea, a fronte del suo tentativo di sempre maggiore centralizzazione, diventa una necessità indispensabile.

Durante questi tre giorni di interessante confronto è emerso che la lotta degli studenti non può restare reclusa all’ambito strettamente universitario, in quanto per un numero sempre maggiore di giovani essere studenti oggi dentro l’Unione Europea significa essere precari domani. Il processo di privatizzazione dei servizi sociali, la sempre maggiore difficoltà ad accedere ad un’istruzione superiore per le classi popolari sono strettamente collegate al processo di precarizzazione del mondo del lavoro e alla perdita di diritti, a fronte di una crisi che ci vuole sempre più proiettati a sgomitare nella competizione globale. Il problema è strutturale e deve essere affrontato in quanto tale, connettendo le lotte degli studenti e del mondo del lavoro e del non lavoro, e soprattutto analizzando il contesto e le cause per individuare il nemico comune. Cercando di porre quindi la lotta dei giovani dentro la lotta anticapitalista e la lotta dei popoli oppressi dentro la lotta antimperialista, diventa fondamentale capire quale tipo di imperialismo dobbiamo combattere. Mentre ci si confrontava per trovare risposta a questa domanda, è stato incoraggiante poter verificare quanto nel resto del Mediterraneo le organizzazioni giovanili e i movimenti conflittuali abbiano sempre più chiaro che non si possa prescindere dalla comprensione della cornice delle istituzioni comunitarie. Per quanto sia ancora una consapevolezza flebile e manchi la forza di articolare una chiara intenzione di rottura, essa si pone senz’altro su un piano più avanzato delle poco coraggiose rivendicazioni in salsa italica, quelle stesse che troppo spesso condiscono generose lotte purtroppo prive di prospettiva generale, quando non addirittura assoggettate ai paradigmi dominanti di un riformismo evidentemente fuori tempo massimo.

Tutti elementi che abbiamo tentato di approfondire in maniera articolata e scientifica dal tavolo dei relatori cui abbiamo seduto nella conferenza chiamata intorno al confronto della situazione socio-economica tra Sud e Nord Europa. Focalizzandoci su tre temi (università, disoccupazione giovanile, emigrazione), abbiamo avuto modo di condividere con tutti la prova dei dati che dimostrano che all’interno dell’UE si stia evidenziando un doppio livello di sviluppo tra i paesi del Centro Europa e quelli delle Periferie (i cosiddetti PIGS). Le politiche di austerity colpiscono le classi popolari di ogni paese ma con maggior ferocia i popoli del Sud, il quale diventa terreno di sbocco per le merci e bacino di risorse naturali e umane (forza lavoro), nel più classico dei meccanismi di mezzogiornificazione che fino a qualche anno fa in Italia erano ascrivibili esclusivamente sul piano interno.

E’ con questi punti di forza che il Forum si è concluso rilanciando la necessità di costruire un percorso di lotta comune tra i popoli oppressi contro i loro nemici storici, che oggi prendono forma nelle politiche di austerity dell’Unione Europea. Dopo anni in cui le reti internazionali sembravano spente, un nuovo interessante cammino è appena iniziato.

Condividiamo con tutti la necessità di una lotta internazionalista: solo continuando a lottare contro il proprio nemico in casa, per una ricomposizione sociale contro l’ideologia dominante, potremo realmente sperare di fare un passo avanti nella liberazione dei popoli in lotta.
Ci vogliono divisi, ci troveranno uniti!

ALL’IPOCRISIA DELL’INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO, IN TANTI HANNO RISPOSTO CHE “SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA.”

Questa mattina, nel giorno della cerimonia d’inaugurazione dell’Anno Accademico, in cui l’Alma Mater affronta i temi dell’immigrazione e delle radici d’Europa nelle lectio magistralis previste, abbiamo deciso di riunirci in un presidio informativo di fronte al rettorato, che consideriamo il quartier generale universitario dell’ideologia di guerra e di sfruttamento propugnate da chi ci sfrutta.
Abbiamo scelto come parole d’ordine quelle che sono riportate nella campagna di informazione e confronto che anima da giorni la zona universitaria, “siamo tutti sulla stessa barca, stop all’import/export di vite umane”, per esprimere il nostro dissenso sulla situazione generale in cui versano centinaia di migliaia di persone, costrette a fuggire dagli scenari di guerra creati dalle politiche di potenza dell’Occidente, ma anche, come nel caso dei giovani dei paesi europei della fascia mediterranea, costrette a scegliere la via dell’emigrazione perché stritolate dall’austerity e dalla precarietà. Per questo abbiamo chiamato gli studenti e i lavoratori, che ogni giorno percorrono le strade della zona universitaria, ad esprimere la loro personale opinione riguardo a questi specifici argomenti. Molti sono stati i pareri e le giuste valutazioni raccolti in una giornata in cui è emerso chiaramente quanta voglia di approfondire e di dibattere ci sia tra gli studenti dell’ateneo, una voglia però tenuta sopita e regolata con i ritmi competitivi della crisi da un’istituzione universitaria in un cui il sapere critico non è più ammesso. Lo sappiamo d’altronde da anni, da quando nelle occupazioni, nei forum nazionali, nel confronto con una dimensione italiana ed euroepa, nei momenti di approfondimento autorganizzati con personalità esperte e disponibili a mettere in discussione i paradigmi dominanti abbiamo iniziato un percorso che ha visto diffondere lungo tutto lo stivale la scintilla di un progetto politico possibile tra quei giovani a cui stanno negando il futuro.
Crediamo sia indispensabile continuare a portare avanti queste tematiche in città come Bologna, visto il ruolo attivo dell’UniBo nella costruzione di quell’immaginario necessario a farci digerire l’imminente intervento militare italiano in Libia, nonché lo stato di precarietà e di totale assenza di prospettive lavorative dignitose. Un laboratorio di sfruttamento che vedrà in scena un nuovo importante episodio già domani, 1 marzo, con la consueta ricorrenza universitaria del Career Day: emblema di una vera e propria lotteria sociale, nella quale i pochissimi che usciranno vincitori avranno un futuro da sfruttati, i perdenti saranno invece costretti a fare le valigie e a cercare fortuna all’estero.
Se questo è il futuro che si prospetta all’orizzonte, pensiamo sia necessario affrontare queste tematiche evitando le provocazioni dei media e dei pennivendoli di regime, e rimettendo al centro del discorso pubblico l’opposizione all’intervento bellico e all’austerity, due elementi fondamentali nella costruzione di quella grande macchina di guerra e di sfruttamento che risponde al nome di Unione Europea e che sta crescendo sulle spalle di coloro che sono vittime di una nuova logistica dell’import/export di vite umane.

Siamo tutti sulla stessa barca, giovani senza prospettive delle due sponde del Mediterraneo. Connettere le lotte e promuovere strutturazione politica unitaria è la nostra unica alternativa.

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SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA. Basta con l’Import/Export di vite umane

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Il 29 Febbraio e l’1 Marzo l’Ateneo di Bologna si vestirà dell’ideologia di chi ci vuole pacificati in un mondo in guerra.
 
Lunedì 29 Febbraio si terrà la cerimonia d’inaugurazione dell’Anno Accademico. I temi affrontati nelle lectio magistralis saranno Immigrazione ed Europa. Non cadremo nella trappola ideologica preparata da chi fonda la presupposta verginità dell’Unione Europea sul doppio binario degli interventi militari da affiancare con corpi di pace e movimenti umanitari, come candidamente riconosciuto in questi mesi da tutto l’establishment politico e militare occidentale. Proprio nelle ore in cui si stanno scaldando i motori per una nuova guerra che darà il via ad altri flussi migratori. Dinnanzi ai bombardamenti ai danni del popolo libico, già martoriato dal conflitto del 2011 voluto anche dall’Italia e dai partiti oggi al governo, l’Unibo prende un ruolo attivo nella costruzione di quell’immaginario necessario a farci digerire l’attacco alle porte. La stessa funzione tanto caldeggiata dal prof. bolognese Panebianco, soggetto ad accese critiche dal corpo studentesco, ma difeso a spada tratta da una sinistra istituzionale sempre pronta a guardare il dito prima di qualunque altra cosa, pronta sempre e comunque a difendere chi ha più potere. Compreso quello di invocare bombardamenti restando impuniti. Anzi venendo presi in parola da Renzi e dal ministro Gentiloni, che in questi giorni hanno autorizzato la partenza dalla base NATO di Sigonella (Sicilia) dei droni che bombarderanno la Libia e forse la Siria. Le chiamano armi intelligenti, ma sono il preludio per una strage di massa che vada ad aggiungere distruzione e morte dove già queste regnano sovrane.
L’Italia spende 80 mln di Euro al giorno per finanziare le scelte belliche di una classe dirigente che prova a contare qualcosa nella stanza dei bottoni dell’Ue portando sul piatto un nuovo protagonismo nella gestione sempre più militare del Mediterraneo. Molti più soldi di ogni operazione di accoglimento dei profughi che scappano dalle nostre guerre, ma è sconveniente per lor signori dirlo a voce troppo alta, affinché i Salvini e Le Pen di turno possano continuare indisturbati la loro utile opposizione contribuendo a rinfocolare la guerra tra poveri. Una concezione aziendale nella logistica delle vite umane richiede necessariamente tempi e modi aziendali per la gestione della voce Import. Ce lo chiedono l’Europa e il suo mercato del lavoro.
 
Martedì 1 Marzo si svolgerà invece l’ennesima riedizione del Career Day. L’ennesima celebrazione della logica dell’“1 su 1000 ce la fa”, l’ennesimo evento in cui le maggiori aziende ed i maggiori enti (maggiori anche per numero di sfruttati, precari e sottopagati nel loro organico) vanno a incontrare gli studenti dell’UniBo, mostrando il loro lato amichevole e sperando di trovare qualche giovane promessa da salvare da un’università senza prospettive. Eppure la prof. D’Alessando, emigrata in Nord Europa per fuggire da un Mediterraneo a cui si sta negando il futuro, lo ha ben ricordato in questi giorni al ministro Giannini: questo paese non fa nulla per dare prospettive ai suoi giovani, la sua classe dirigente non ha il diritto di assumersi meriti per uno sviluppo che non ha contribuito a costruire. Perché ci raccontano che è normale essere pagati pochissimo, o addirittura non essere pagati affatto per lavorare? E’ giusto che “un po’ di esperienza” e “due contatti” siano l’unica ricompensa per il nostro lavoro? Davvero uno stage di 6 mesi a 500 euro lordi è il meglio a cui possiamo ambire? Perché le competenze che abbiamo acquisito non sembrano mai abbastanza? Perché siamo l’unica generazione degli ultimi 70 anni ad avere prospettive peggiori di quelle dei propri genitori? Perché insegnanti, genitori, amici e amiche ci dicono che l’unica soluzione è andare all’estero? La questione dei “cervelli in fuga” dalla rovinosa situazione del paese, crediamo debba essere valutata da un punto di vista più ampio, che metta in luce le macro-cause di quella tendenza oggettiva che negli ultimi anni di crisi sistemica è sempre più evidente, e coincide con una vera e propria spoliazione, un “furto” – più che una fuga – di cervelli, dai paesi dell’area mediterranea verso quelli del Nord Europa.
 
Due giorni in cui vorrebbero raccontarci un mondo che non c’è. Due giorni in cui dovremo dire con voce forte e chiara che siamo indisponibili a cedere alle loro menzogne.
 
Siamo tutti sulla stessa barca, giovani senza prospettive delle due sponde del Mediterraneo, tutti vittime dell’import/export di vite umane cui ha dato origine il meccanismo comunitario riassumibile nell’operazione:
 
Austerity in Casa – Guerra alle Porte

Presentazione del Libro ‘Mahatma. Storia di un intoccabile’

1928. L’India è un Paese è in subbuglio. La Corona ormai fatica a mantenere la sua autorità sulla colonia, i cui abitanti si organizzano in partiti, movimenti e gruppi armati. Ogni giorno risuonano spari; ogni giorno, in qualche luogo, c’è battaglia.

Un medico scozzese, capitato lì quasi per caso, si ritrova a prendere parte alle vicende di quegli anni, muovendosi fra signorotti e capi di Stato, fra santoni e guerriglieri, fra straccioni, truffatori e maharaja…

Un intreccio di storie che illustrano l’ultimo ventennio di dominazione britannica sull’India. Il movimento d’indipendenza, il congresso, la figura di Gandhi, il partito comunista d’India, gli “intoccabili”. e molto altro.

‘Mahatma. Storia di un intoccabile’ oltre a fornire un interessante affresco della società indiana nel periodo della decolonizzazione, ha il merito di mettere in discussione una figura, secondo noi, fin troppo mitizzata.

“E insomma ce l’avete con Gandhi… Perché?” Venite all’iniziativa e lo scoprirete.

 

Interverranno alla presentazione del romanzo gli autori, Marco Tangocci e Lorenzo Piattelli.

Giovedì 25 Febbraio, h 17.30, via Centotrecento 18, aula A
https://www.facebook.com/events/1537261296572025/

La guerra di tutti contro tutti. Il caso della LIBIA e i progetti d’intervento dell’Italia

 

 

➤ La guerra di tutti contro tutti
Il caso della Libia e i progetti d’intervento dell’Italia

● Linee di rottura e punti di convergenza nella competizione globale
● Si prepara la 4a guerra di Libia per spartirsi il cadavere di uno stato?
● Le asimmetrie possibili tra imperialismi, NATO, “regime change”, jihadismo e potenze regionali
● Dopo le mobilitazioni nazionali del 16 gennaio, rilanciare l’opposizione organizzata a uno stato di guerra permanente che dura da 25 anni

Mentre le dichiarazioni e le controdichiarazioni si affastellano a ritmo sempre più incalzante sulle colonne dei giornali e nell’informazione generalista, il governo Renzi si appresta a prepare il terreno e l’umore del paese in quelle che appaiono come le settimane che precedono l’ennesima aggressione ai danni della popolazione libica.
Tra mille interessi in conflitto tra loro, è possibile che l’Italia si faccia promotrice di un intervento miltiare che miri a ristabilire il suo primato nazionale sul controllo di quella che l’attacco del 2011 ha reso una terra di nessuno?
Quali interessi ha l’amministrazione Obama nel portare la “patata bollente” nel giadino di casa dei cugini/rivali europei mentre tentano di costruire le proprie istituzioni comunitarie regolando un anello di fuoco che circonda l’intero continente?
Che partita è disposto a giocare l’establishment italiano pur di spuntare un posto nella sala dei bottoni in giorni in cui l’acuirsi della crisi economica, l’escalation militare e i flussi migratori stanno dando un nuovo impulso nella delineazione degli assetti dell’Unione Europea?
In quali forme la NATO oggi rilancia il suo ruolo di camera di compensazione tra interessi diversi in funzione anti-orientale?
Perchè la vulgata mainstream non si assume la responsabilità di denunciare la natura sempre più evidente dei rapporti con il regime di Al Sisi e con gli jihadisti che si dice di voler combattere?

L’approviggionamento energetico, il rilancio di una strategia fallita in Siria, la posizione strategicamente fondamentale della Libia sul piano geopolitico, la sproporzione di forze in campo tra gli interessi occidentali e quelli delle popolazioni arabe…sono solo i contorni entro cui si accendono i motori verso un nuovo programma di morte e distruzione.

Indagheremo insieme queste tematiche, consci che la partita in atto è parte di quel percorso generale in cui la negazione del presente per i popoli a noi vicini è l’altra faccia della negazione di futuro per un intero segmento generazionale alle nostre latitudini. Lo sviluppo di un sistema di sfruttamento passa oggi nuovamente anche attraverso il rilancio dello scontro di civiltá.
Respingerlo richiede un progetto articolato, a maggior ragione in tempi in cui le forze di classe subiscono in modo sempre più evidente le conseguenze di una perdita di terreno.
Dopo le importanti mobilitazioni nazionali del 16 gennaio promosse dalla Piattaforma Sociale Eurostop.info, è il momento costruire sui territori l’organizzazione necessaria per rilanciare un piano di lotta complessivo.

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Saremo accompagnati nell’analisi dal prof. Gian Paolo Calchi Novati, uno dei maggiori africanisti italiani, esperto del tormentato rapporto coloniale italiano con la Libia. Per maggiori info: http://www.ispionline.it/en/ricercatore/gian-paolo-calchi-novati

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Evento facebook https://www.facebook.com/events/984056655015753/984364011651684/

Cervelli in fuga: un problema strutturale

La polemica sollevata da Roberta D’Alessandro, ricercatrice italiana all’estero, dopo le congratulazioni del ministro dell’istruzione Giannini per la vittoria del prestigioso bando Consolidator dell’European Research Council, mette i piedi nel piatto di una questione che impernia il senso della campagna politica che portiamo avanti da più di due anni.
Per questo motivo sentiamo la necessità di esporre alcune considerazioni sia sul problema espresso da chi, come D’Alessandro, lamenta una condizione oggettivamente insostenibile, sia sulle false soluzioni, condite da una retorica paternalistica e colpevolizzante, che vengono prospettate a tale problema, come quelle esposte in un recente articolo apparso su Linkiesta.

Secondo Francesco Cancellato, l’autore di questo articolo, sarebbe sbagliato il “bersaglio” e la “tempistica” dello sfogo di Roberta D’Alessandro, colpevole di non aver alzato la voce e denunciato le baronie e i clientelismi che affossano il mondo universitario italiano, ripiegando sulla comoda fuga all’estero in cerca di fortuna. Posto che, evitando ogni sorta di benaltrismo, bisogna riconoscere che le baronie e i “familismi amorali” esistono e sono un problema, crediamo che sia consolatorio utilizzarli come unico elemento responsabile del decadimento dell’università e della ricerca in Italia. Soprattutto se questi divengono argomenti, come negli ultimi anni, per una vasta opera di privatizzazione e di ulteriori tagli alla già fin troppo martoriata istruzione pubblica.
La questione dei “cervelli in fuga” dalla rovinosa situazione del paese, crediamo debba essere valutata da un punto di vista più ampio, che metta in luce le macro-cause di quella tendenza oggettiva che negli ultimi anni di crisi sistemica è sempre più evidente, e coincide con una vera e propria spoliazione, un “furto” – più che una fuga – di cervelli, dai paesi dell’area mediterranea verso quelli del nord Europa. In questa tendenza, che ha tra le sue tappe fondamentali il cosiddetto “Processo di Bologna”, che si proponeva di realizzare “lo spazio europeo dell’istruzione superiore”, si fa strada una divaricazione sempre più netta tra grandi atenei del’Europa settentrionale e sempre meno grandi (escluse poche prestigiose eccezioni) poli universitari dell’Europa mediterranea. Tale divaricazione vede quindi università di serie A e di serie B, dove le prime sono preposte alla raffinazione dei “prodotti semilavorati” forniti dalle seconde. Crediamo che sia questo il contesto strutturale in cui vadano inserite le riforme, i tagli lineari, la svendita del patrimonio pubblico che hanno impoverito l’istruzione italiana degli ultimi quindici anni. Misure calate dall’alto che rientrano nel processo di costruzione dell’Unione Europea come grande macchina di sfruttamento e nelle politiche antipopolari che esso implica.
Perciò, se ha ragione Cancellato nel porre l’accento sulla necessità di una presa di posizione politica da parte delle fasce giovanili stritolate dalla crisi economica, dall’austerity e dalla riorganizzazione del mercato del lavoro, crediamo sia delirante colpevolizzare chi, nei fatti, è obbligato a scegliere una soluzione di tipo individuale, e non opta per un’altra soluzione altrettanto individuale. Perché, se le cause sono strutturali, a che vale “fare i nomi” e denunciare i baronati e i clientelismi all’interno dell’università? Che potere può opporre chi individualmente alza la voce riguardo alla miserevole condizione in cui sono costretti migliaia di ricercatori e aspiranti tali?
Se le cause sono strutturali, strutturali devono essere le soluzioni, che diventano possibili solo attraverso un’organizzazione collettiva di studenti, disoccupati e precari che non vedono altra via se non quella che porta fuori dai confini nazionali, verso un futuro professionale sperabilmente migliore. A questi, come sempre, proponiamo di prendere in considerazione l’idea che è necessario lottare per creare qui le condizioni di vita che si ricercano altrove, per cui la mobilità possa essere una delle scelte possibili, non un sacrificio obbligato dalle stato di cose che viviamo tutti i giorni.

Vietato contestare! Solidarietà alle vittime della repressione renziana

Nella giornata di ieri sono arrivati decreti penali di condanna che hanno colpito 14 compagne e compagni scesi in piazza lo scorso 3 maggio per contestare la presenza di Renzi alla festa dell’unità del parco della Montagnola a Bologna.
I decreti penali hanno colpito militanti di Hobo, Labàs, TPO e Asia USB e sono arrivati nove mesi dopo i fatti del 3 maggio, in cui il blindatissimo comizio di Renzi aveva dato vita ad una determinata contestazione. Non accettavamo di lasciar passare indisturbato il capo di un governo impegnato nel mettere in scena l’ennesimo show volto a diffondere non altro che la sporca retorica menzognera di chi dispone solo di propaganda ideologica per difendere il proprio operato di distruzione sociale. Era questa la ragione di fondo per cui insieme a tanti avevamo promosso quella giornata, che seguiva per noi un lungo percorso che ci aveva visto denunciare pubblicamente i manichini del PD e del suo governo già tante volte in città. Lo ricorderanno bene Moretti, Renzi, Bonaccini, Poletti, Lupi, …
Alla contestazione reale di centinaia di compagne e compagni la risposta è stata quella di blindati e celerini schierati che non hanno esitato a rompere teste e braccia prima e poi quella di gravi decreti di condanna con una pena pecuniaria che varia dai 22.500 ai 45.000 a testa.
Di nuovo quindi si dimostra come questo governo intende trattare chi non accetta supinamente di divenire suddito anziché cittadino, chi non accetta la narrazione a reti unificate di un’Italia in ripresa, di una disoccupazione in calo, di una prossima uscita da una crisi economica che, al contrario, sta mordendo sempre più a fondo il tessuto sociale del Paese.
La realtà, lo sappiamo fin troppo bene, è ben diversa: mentre i diktat imposti al nostro Paese dalle istituzioni europee stanno erodendo diritti e salari di milioni di persone, questo governo riduce sempre più ogni spazio democratico, reprimendo con la violenza dei manganelli e con strumenti penali che surclassano i procedimenti processuali e condannano gli imputati con pene pecuniarie insostenibili.
Lo stesso spettacolo lo abbiamo visto all’inizio di questa settimana nella periferia Sud di Bologna, quando all’ennesimo attacco al diritto all’abitare si è risposto con la vergognosa assenza da parte dell’amministrazione comunale targata PD. Ogni margine di trattativa sullo sgombero delle ex scuole Ferrari è stato esplicitamente chiuso mentre il presidio di solidarietà è stato più volte caricato. All’interno venivano denunciati gli occupanti e alcuni attivisti senza che fosse permesso alla delegazione sindacale di entrare nello stabile.
Questo potere oppressivo e repressivo mostra la sua doppia faccia e mette a tacere violentemente chi nelle lotte sociali e politiche ne mette a nudo la natura.
Per questo esprimiamo la nostra solidarietà a tutti i militanti colpiti dalla repressione per le loro giuste lotte!

Dalla parte degli oppressi, contro il “Giorno del Ricordo”

Anche quest’anno, in occasione del “Giorno del Ricordo”, le istituzioni locali e nazionali si apprestano a celebrare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Con la legge n° 92 del 20 marzo 2004, termine di un percorso politico-ideologico che ha inizio con l’incontro a Trieste tra l’allora presidente della Camera ed esponente dei DS, Luciano Violante, e l’allora segretario di AN, Gianfranco Fini, sulla cosiddetta “memoria condivisa”, è stato istituzionalizzato un mito che per decenni è stato il cavallo di battaglia della destra neo-/post-fascista. In nome appunto della “memoria condivisa”, vengono messi sullo stesso piano criminali di guerra (negli ultimi anni addirittura insigniti di onorificenze) e popolazioni slovene e croate vittime dell’imperialismo italiano.
In nome di questo “paradigma vittimario”, per cui “tutti i morti sono uguali”, è stato acriticamente assunto l’impianto ideologico della storiografia neo-fascista, basata su incredibili falsificazioni. Gli “infoibati” sarebbero dunque “colpevoli solo di essere italiani” e gli italofoni della Dalmazia, dell’Istria e della Venezia-Giulia, “vittime della pulizia etnica” perpetrata dagli slavo-comunisti. Un discorso che rimuove decenni di italianizzazione forzata, iniziata dopo la fine della prima guerra mondiale sulle popolazioni non-italofone dei territori annessi, e infami crimini di guerra da parte dell’esercito italiano durante l’invasione della Jugoslavia, dei quali nessun responsabile ha mai reso conto. Se è vero che durante una guerra e negli anni immediatamente successivi non mancano i regolamenti di conti e le vendette personali, è ora di ammettere che la narrazione del Giorno del Ricordo è falsa. Coloro che furono infoibati, nella maggior parte dei casi, più che “colpevoli solo di essere italiani”, furono colpevoli di essere massacratori fascisti (va ricordato, inoltre, che l’equivalenza tra “fascista” e “italiano”, prima di divenire eventuale pregiudizio, fu slogan di punta del regime mussoliniano per vent’anni, soprattutto nel nord-est della penisola). Così come è falsa la narrazione degli esuli “per sfuggire alla pulizia etnica”. L’esodo degli italofoni di Istria e Dalmazia durò più di vent’anni e le cause furono piuttosto politico-sociali che etniche: anticomunismo, collusioni con il regime fascista, possesso di beni che sarebbero stati espropriati dal socialismo che si andava costituendo in Jugoslavia.
Questo paradigma “vittimario”, se un tempo era appannaggio della destra neo-/post-fascista, oramai è stato assunto in pieno dal il PD, in qualità di maggior propugnatore del “partito della nazione”, che ha completamente sdoganato, a più livelli, tutto il peggior nazionalismo immaginabile. E questo è spiegabile soprattutto alla luce del fatto che, dopo otto anni di crisi sistemica, c’è la necessità di sedare ideologicamente il conflitto sociale – che, come sappiamo, non segue le linee immaginarie dei confini nazionali, ma piuttosto quelle oggettive, tracciate dal sistema in cui viviamo che divide sfruttatori e sfruttati in ogni paese del mondo.
Come abbiamo avuto modo di dimostrare l’anno scorso, quando organizzammo un’iniziativa pubblica sulla questione delle foibe – che l’Università tentò di impedire, dopo un’iniziale concessione dello spazio –, e quando contestammo lo spettacolo stucchevole e sciovinista di Simone Cristicchi, Magazzino 18, all’Arena del Sole, noi rigettiamo il portato ideologico del Giorno del Ricordo, che anche quest’anno, a Bologna, trova promotori e sponde politiche nelle istituzioni cittadine. A nostro avviso, ogni celebrazione della “memoria condivisa”, non fa che reiterare falsificazioni, rimozioni e un uso pubblico della storia palesemente distorto. Non è accettabile alcuna “memoria condivisa”, se questo vuol dire dimenticare i crimini di guerra italiani contro le popolazioni slave, accusando falsamente di “pulizia etnica” chi l’ha subita per anni ad opera del nazifascismo. Tra oppressori e oppressi esiste sempre una faglia che non è colmabile da alcun richiamo alla coesione nazionale, né è possibile alcuna logica superpartes.

Per quello che ci riguarda, noi sappiamo da che parte stare.

Ripartire da Marx

Rete dei Comunisti Torino
Noi Restiamo Torino
organizzano presso la Libreria Comunardi Via Bogino 2

Ripartire da Marx

Ciclo di incontri sull’attualità della teoria del Capitale
con Roberto Fineschi

“Il fine ultimo al quale mira quest’opera è svelare la legge economica di movimento della società moderna – essa non può né saltare né eliminare per decreto le fasi di sviluppo conformi a natura. Ma può abbreviare e attenuare le doglie del parto…” (K. Marx)

I incontro. Giovedì 3 marzo, h. 21
Marx, la Mega ed il Marxismo. Utili distinzioni
Letture consigliate:
– Mega2: Marx ritrovato, a cura di A. Mazzone, Roma, Mediaprint, 2013.
– Roberto Fineschi, Un nuovo Marx, Roma, Carocci, 2008.
– Karl Marx 2013. Numero speciale de “Il ponte”.

II incontro. Venerdì 4 marzo, h. 18
Presente, passato, futuro. Per una teoria del processo storico
Letture consigliate:
– Karl Marx, Il manifesto del Partito Comunista.
– Karl Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica.
– Karl Marx, Il capitale, Libro I, Capitolo V.

III incontro. Giovedì 21 aprile, h. 21
Marx “economista”. Prima parte. Merce-Denaro o Valore-Lavoro?
Letture consigliate:
– Karl Marx, Il capitale, Libro I, Capitoli 1-3.
– Roberto Fineschi, I quattro livelli di astrazione del concetto marxiano di capitale, in Marx in questione. Disponibile su http://marxdialecticalstudies.blogspot.it/2011/04/roberto-fineschi-i-quattro-livelli-di.html.

IV incontro. Venerdì 22 aprile, h. 18
Marx “economista”. Seconda parte. La vexata quaestio: trasformazione del valore in prezzi e i problemi del terzo libro
Letture consigliate:
– Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, Capitoli 9 e 10.

V incontro. Giovedì 19 maggio, h. 21
In cerca di un soggetto storico: Forme e figure.
Letture consigliate:
– Karl Marx, Il capitale, Libro I, Sezione quarta.
– Alessandro Mazzone, Le classi nel mondo moderno, tre parti qui disponibili: http://www.proteo.rdbcub.it/auteur.php3?id_auteur=56.
– R. Fineschi, Un nuovo Marx, Roma, Carocci, 2008, Parte Terza.

VI incontro. Venerdì 20 maggio, h. 18
Marx, Hegel ed il metodo. Note introduttive
Letture consigliate:
– Karl Marx, Introduzione ai Grundrisse.
– Karl Marx, Postfazione alla seconda ed. tedesca del I libro de Il capitale.
– R. Fineschi, Marx e Hegel, Roma, Carocci, 2006, in particolare pp. 23 ss.

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