L’UNIBO COMPLICE DEL CLIMA DI INSICUREZZA E PAURA SU CUI LUCRANO DESTRE E PADRONI

L’UniBo si lancia nel campo delle adunate repubblicane contro la barbarie dei giorni d’oggi nella prima fase di governo giallo-verde. Il 30 (ieri) qualcuno era a Roma per “L’Italia che non ha paura”, il giorno dopo qualcun altro in Piazza Verdi “prenderà posizione” contro razzismo e odio.

Non avevamo bisogno anche a Bologna dell’ennesimo richiamo al fronte unico contro queimostri alla cui creazione hanno contribuito anche alcuni di coloro che saranno in zona universitaria. Ci rammarica sapere che anche sinceri democratici abbiano messo un piede nella trappola tesa con questa apparentemente innocente iniziativa, la quale da sponda sul piano culturale all’operazione di maquillage di istituzioni responsabili della situazione attuale e di apparati di sinistra coinvolti fino all’osso nelle peggiori scelte che ci hanno portato allo scenario odierno.

Un’università che è sempre stata assoggettata, in maniera elegantemente cerchiobottista, alle pressioni dei circuiti politici ed economici più influenti della regione trasversali ai diversi colori politici, attenta a non lasciare mai scoperta la possibilità di utilizzare l’immagine del potente di turno in uno scambio di interesse reciproco.

Quando il professor Panebianco sulle colonne del Corriere della Sera esprimeva posizioni guerrafondaie e neocolonialiste – difendendosi dicendo che però a lezione rimaneva sempre su un piano più “neutrale” possibile – il Senato accademico sospendeva gli studenti che lo contestavano e Ubertini prestava il fianco. Quando Salvini, a suo modo sempre poco originale, definiva gli studenti e le studentesse che lo contestavano “delinquenti” e la celere intanto caricava, Ubertini gli stringeva la mano. È la stessa istituzione accademica che inaugura quest’anno la sedicesima edizione di uno stage – questo sì ben retribuito – in collaborazione con la NATO e che stringe accordi con le università israeliane complici dell’apartheid del popolo palestinese.

Cos’avrà da dire Ivano Dionigi, ex rettore dell’UniBo, con il curriculum da primo rettore in Italia ad aver applicato la Riforma Gelmini e che ha sempre preferito mostrare la faccia pulita da latinista piuttosto che mostrare la vera portata delle scelte di cui è stato fedelissimo esecutore? Come si può pensare di contrastare l’avanzata dell’odio con il modello UniBo? Stiamo parlando di un modello che propone l’aumento della precarietà all’interno dell’università. Promuove quella competizione sfrenata fra studenti, che spesso puntano solo a maturare qualche altro credito in più in questo esamificio per poi alla fine accorgersi di avere solo il Carreer Day come sponda in un futuro senza lavoro, o che magari pensano che se va male si può sempre aprire una start-up. Soffia su una guerra in cui gli atenei lottano per accaparrarsi più fondi degli altri, così arrivano più fuorisede e aumento il prestigio da polo di serie A. Non si preoccupa di un problema abitativo studentesco risolto con studentati molto smart e internazionali da 700 euro al mese. Spedisce la celere nelle biblioteche quando si protesta. Regala la zona universitaria agli interessi di chi vende cocktail a 7 euro in Via del Guasto come antidoto contro il vuoto culturale perpetrato per anni impedendo la libera affermazione della vitalità studentesca. Promuove a parole un argine al fascismo mentre giorno dopo giorno regimenta il suo funzionamento come quello di una caserma, chiudendo le possibilità di dissenso, normalizzando ogni voce fuori dal coro, rendendo di fatto impossibile che si faccia ricerca fuori dai binari, rendendo sempre più difficile la fruibilità degli spazi per attività extracurricoloari.

Se il paradigma è quello dello smarrimento e dell’insicurezza di un presente sempre troppo incerto per noi studenti, non vediamo come si possa fermare la marea nera partendo da queste chiamate dell’UniBo.

La risposta che vogliamo non sta certo in una maggiore sicurezza per le strade fatta di polizia e daspo urbano, e nemmeno in un’elitarizzazione che “ripaga” soltanto chi se lo “merita” perché i soldi, la geografia o il caso lo hanno spinto ad iscriversi nella Bologna dall’individualismo più sfrenato.

È in tutti questi modi che si è preparato per anni, passo dopo passo, il deserto in cui vogliono far morire ogni ipotesi di redistribuzione e di possibilità di lottare e organizzarsi collettivamente per non accontentarsi di briciole. Sono quelle stesse briciole rimaste l’unico obiettivo a cui si punta, a costo di escludere il migrante e il nero, ma anche il vicino o la vicina di banco, il collega o la collega di lavoro o chiunque ci si trovi accanto in questo presente di miseria.

Questo è il terreno su cui Salvini ha preso consenso: Salvini è il frutto marcio di un albero malato che dobbiamo mettere in discussione dalle radici. Solo la presa di coscienza collettiva potrà farlo: essa cresce nel conflitto sociale, nella comune organizzazione di ciò che si presenta diviso e anche nei momenti di rottura in cui far saltare il tappo dell’ipocrisia.

Proprio su questa necessità di rilancio politico controcorrente non rimarremo in silenzio se si dovesse confermare la presenza del ministro degli interni Matteo Salvini a Bologna il 5 ottobre, e promuoviamo Venerdi 12 ottobre, all’interno dello Scollegati Fest, promuoviamo un’assemblea studentesca con diversi ospiti dal titolo: La guerra tra poveri la vincono i ricchi. Ore 18.00 – Piazza Scaravilli.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fight/Right – Diritti senza confini, il nostro intervento all’assemblea nazionale di sabato 29 settembre a Roma

Ciao a tutti, vorremmo partire con una considerazione rispetto al contesto che si prefigura con l’approvazione del Decreto Legge Salvini, quello che a noi sembra evidente è che il DL miri al deflagrare di una vera e propria bomba sociale, creando una situazione di marginalizzazione forzata dei migranti favorendo il proliferare dei piccoli reati tanto funzionale alla costruzione ideologica del nemico interno. Il secondo aspetto del DL riguarda tutto la repressione delle organizzazioni e degli attivisti mascherando questo attacco come questioni che riguardano la sicurezza e l’ordine pubblico.

Ci teniamo a sottolineare che questo nesso, MIGRANTI-SICUREZZA, è figlio del decreto del precedente ministro degli interni PD Marco Minniti.

Quello che dobbiamo fare noi è dunque ribaltare questa percezione del “pericolo migrante” opponendovi la materialità della lotta per la conquista dei diritti che oggi è terreno praticato principalmente dai migranti. Dalla casa alla logistica fino al bracciantato. La manifestazione del 16 giugno #PrimaGliSfruttati è la stella polare in questa lunga notte che ci mostra la via. La lotta di migranti e “autoctoni” uniti che chiedono diritti per tutti spezzando il razzismo prima che sul piano culturale su quello materiale dei processi di organizzazione.

Un nuovo momento di mobilitazione comune crediamo sia la manifestazione in programma per il 20 di ottobre sul tema delle #Nazionalizzazioni, in particolar declinandolo sulla questione delle cooperative (bianche, rosse, verdi) che gestiscono il mondo dell’accoglienza che oggi produce un doppio livello di sfruttamento a partire dai migranti ma coinvolgendo anche i lavoratori.

Dunque avanti con le mobilitazioni, le tempistiche di questa devono rispondere – in questa fase – solo alla nostra capacità di costruire organizzazione, non all’appeal che possono ottenere a livello mediatico all’interno dei sempre più erosi circuiti militanti o del mondo dell’associazionismo indignato da questo decreto e dal clima di razzismo diffuso. Un NO assoluto ad allargamenti al ceto politico e sindacale complice a vario titolo della situazione attuale, non solo perchè questo ormai è residuale ma anche, e sopratutto, perchè minerebbe la nostra credibilità nei confronti del nostro blocco sociale di riferimento.

Le recenti piazze antifasciste – in cui siamo fieri di aver dato anche noi un contributo – di Catania, Rocca di Papa, Grosseto, ci insegnano che c’è un mondo fuori dalle liturgie di “fronti unici” perciò coraggio e determinazione, ricostruiamo soggettività autonome e indipendenti dal quadro politico istituzionale.

Concludiamo dando pieno appoggio all’ipotesi di dicembre come periodo in cui costruire la manifestazione di Fight Right, Noi Restiamo in avvicinamento alla data costruirà un convegno che leghi la questione dell’Immigrazione a quella dell’Emigrazione, approccio per noi centrale per non perdere mai di vista la radice comune dei due processi migratori.

Sull’incostituzionalità del Jobs Act:

La produzione legislativa iperliberista che ha avuto il suo massimo esempio nel #JobsAct – la controriforma del diritto del lavoro targata Partito Democratico – si è compiuta a Costituzione invariata.

La Costituzione non rappresenta certo un testo sacro ed era conseguentemente lecito dubitare della capacità della carta Costituzionale di arginare il portato antidemocratico del Jobs Act. Oggi non è certo un giorno di svolta per i diritti dei lavoratori, non avremo certo ottenuto la socializzazione dei mezzi di produzione ma è stato quantomeno smussato una delle caratteristiche più odiosamente liberiste del jobs act che ha quasi definitivamente escluso la tutela reintegratoria in caso di licenziamenti illegittimi sostituendola con un sistema di simbolica monetizzazione del danno del lavoratore.

La Corte Costituzionale ha censurato infatti quella parte del Jobs Act per cui ad un lavoratore illegittimamente licenziato (assunto dopo il 7 marzo 2015) spettava un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio (indennità pari a 2 mesi di retribuzione ogni anno di lavoro con un minimo di 4 e un massimo di 24). Tale caratteristica – per la quale il contratto di lavoro indeterminato diveniva a “tutele crescenti” – è, secondo la Consulta, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro.

Sulla sentenza si è espresso anche il ministro Di Maio, il quale ha annunciato che questa sentenza va proprio nella direzione indicata dal suo decreto “Dignità”, vorremmo ricordargli che in questo non era prevista alcuna messa in discussione del principio di aggancio tra risarcimento e anzianità ora ritenuto incostituzionale dalla Corte Costituzionale.

Mentre ci rallegriamo un minimo per questa piccola rivincita siamo comunque totalmente consapevoli che solo una forte e cosciente mobilitazione popolare può portare all’abolizione del Jobs Act.

La lotta continua!

MA QUALE CAMBIAMENTO: A CAPO DELL’UNIVERSITÀ ITALIANA IL RELATORE DI MAGGIORANZA DELLA RIFORMA GELMINI

E’ di queste ore la notizia della decisione del ministro dell’istruzione leghista Bussetti di nominare Giuseppe Valditara, esponente della Lega, come responsabile del Dipartimento Università del Ministero dell’Istruzione. Valditara, oltre ad essere professore di Diritto romano all’Università di Torino è stato relatore di maggioranza della Legge Gelmini. Sembra proprio che il cosiddetto “governo del cambiamento” anche nel campo dell’istruzione universitaria, come in tanti altri, si ponga in diretta continuità con l’indirizzo politico delle riforme precedenti che hanno dissanguato il sistema universitario pubblico italiano condannandolo allo smantellamento e alla dequalificazione. La Legge Gelmini è stata indubbiamente una delle cause maggiori della tragica situazione in cui si trova la formazione universitaria del nostro paese.

La novità principale apportata dalla riforma è stata la pesantissima decurtazione (quasi il 15% ossia 960 milioni di euro) della spesa pubblica devoluta agli atenei in ottemperanza ai tagli al welfare implicati dalle riforme di austerity dettate dall’Unione Europea a fronte della crisi economica del 2008. Tagli che hanno prodotto un abbassamento radicale della qualità della formazione, hanno portato ad un aumento enorme delle tasse universitarie pagate dalle famiglie degli studenti provocando il drastico calo delle immatricolazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Insieme a ciò è stato introdotto il finanziamento su base premiale degli atenei che non ha fatto altro che aumentare la competizione e differenziazione fra le università italiane condannando quelle già in difficoltà a peggiorare ancora la propria offerta didattica. E poi si pensi all’enorme peso che hanno assunto le aziende private all’interno dell’amministrazione universitaria con questa riforma conducendo l’alta ricerca alla mercificazione e alla sottomissione agli interessi del mercato.

Senza contare la precarizzazione di numerose figure all’interno dell’università, in primis i ricercatori, con il blocco dei turn over. Con la scelta di Valdirata a capo dell’università italiana anche la coalizione giallo-verde si pone in piena coerenza con le linee politiche in merito al mondo della formazione che hanno seguito i governi che l’hanno preceduto dall’inizio degli anni ’90 a oggi, linee politiche dettate in gran parte dai grandi piani strategici a livello europeo, a partire dal Processo di Bologna fino a “Europa 2020”. Infatti è ormai da trent’anni che sia governi di centro destra sia governi di centro sinistra, a partire da quando il “santo” Berlinguer ricopriva il ruolo di Ministro dell’Università e della Ricerca, perpetuano un attacco all’università pubblica conducendo il sistema formativo verso un’aziendalizzazione e un’elitarizzazione sempre maggiore e aumentando le disuguaglianze sociali e la differenza fra pochi atenei di serie A per chi se li può permettere e molti atenei di serie B per tutti gli altri. Questa polarizzazione fra università d’elite e università parcheggio per la maggioranza di sicuro con Valdirata al Ministero dell’università non troverà un freno: i passati progetti politici di Valdirata vanno tutti nella direzione del federalismo e della divisione sempre più netta fra un Sud Italia sempre più impoverito e un Nord Italia che cerca di agganciarsi alla produzione dei paesi core del capitalismo europeo.

In una situazione in cui le scelte di chi sta al potere non sono mai dalla parte della nostra generazione, ma anzi, ci conducono ad un futuro fatto di precarietà, disoccupazione ed emigrazione forzata dobbiamo capire la differenza fra quello che noi vogliamo e quello che la strutturazione dell’Unione Europea attraverso i singoli governi nazionali vuole imporci. Rivendichiamo un’università pubblica, laica, aperta a tutti e tutte: per fare questo dobbiamo smascherare questo finto “governo del cambiamento” ma anche porci nettamente e senza remore contro tutta l’aerea della sinistra istituzionale targata PD o LeU o +Europa che è, ancora di più della Lega e dei 5stelle, la responsabile della condizione tragica a cui i giovani in questo paese sono costretti. In ultima istanza, per rivendicare un diverso tipo di formazione che insegni la comprensione critica della realtà e dei rapporti sociali e ci renda capaci di concepire un’alternativa alla società in cui viviamo dobbiamo porci contro questa Unione Europea antipopolare e antiegalitaria anche nel suo progetto di formazione che punta ad una divisione sempre più netta fra centro e periferia europea.

Organizziamoci per contrastare questo modello di università.
Lottiamo contro chi ci ruba il presente!

AGGRESSIONE FASCISTA A BARI.

Al termine della grande manifestazione contro Lega e governo, aggrediti tre compagni di cui due feriti.

Nel mandare massima solidarietà a tutti i coinvolti, condanniamo le evidenti complicità della polizia che prima ha permesso a un nutrito gruppo di fascisti usciti dalla sede di Casapound di accerchiare chi stava lasciando la piazza alla spicciolata, poi ha ripetutamente caricato i solidali giunti sul posto a difesa degli aggrediti.

Forti dell’aiuto delle forze dell’ordine e di muoversi solo quando possono essere in maggioranza e armati di bastoni e tirapugni, i fascisti del terzo millennio si confermano vili e infami come i servi che li hanno preceduti.

Internazionalismo e potere popolare / ciclo nazionale di incontri

La questione nazionale negli ultimi anni è tornata al centro del dibattito pubblico: dalle storiche lotte in Euskal Herria (Paesi Baschi), Kurdistan e Palestina fino alle vicende più recenti in Donbass e Catalogna. Episodi che troppo spesso sono stati ignorati, banalizzati, incompresi o strumentalizzati per legittimare l’unica opposizione comoda ai mercati e all’establishment, quella dei cosidetti “sovranisti”, termine con il quale si cerca di racchiudere uno spettro troppo ampio di soggettività e che di base richiama nell’immaginario il conservatorismo nazionalista che tanto male fa alle classi popolari e al movimento dei lavoratori.
In Europa, che è il contesto in cui agiamo, la lotta per l’autodeterminazione dei popoli appare legarsi con il problema più generale di perdita di potere popolare causata dalla costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista in grado di avere un ruolo in un’arena globale sempre più competitiva.
Un’erosione della possibilità di incidere nella sfera pubblica che si manifesta sia nella quasi inesistente capacità di scelta nelle politiche economiche e sociali, vista l’applicazione del “pilota automatico” da parte di Bruxelles, sia nell’annullamento del ruolo della democrazia rappresentativa: i governi di qualsiasi orientamento dentro la sfera di influenza dell’Ue possono essere messi in discussione se non ne rispettano i diktat. A titolo meramente esemplificativo, rappresentativi di quest’ultimo aspetto sono stati l’alzata di scudi di Mattarella in favore “dei mercati e dell’UE” a fine maggio, così come il vero e proprio colpo di stato sostenuto dalla Troika in Ucraina del 2014, ma anche la riuscita sottomissione del governo greco dopo il trionfante esito referendario del luglio 2015.

Sentiamo quindi l’esigenza di iniziare un ragionamento che sappia mettere in relazione i due aspetti appena tratteggiati, tenendo conto del contesto globale per riuscire ad analizzare i casi concreti senza dogmatismo per essere in grado di mettere in campo un internazionalismo di classe.

In questo senso può essere utile l’approfondimento di due conflitti recenti: la lotta attorno al referendum in Catalogna e la Marcia del Ritorno del popolo palestinese.
Entrambi rappresentano anche un’opportunità per mettere a fuoco chi sono gli effettivi nemici della volontà popolare e i loro complici. In particolar modo l’esplosione della vicenda catalana ha rivelato lo stato spagnolo e l’Unione europea esattamente per quello che sono: l’uno ha represso con ferocia il diritto democratico di voto di un paese e l’altra ha giustificato tanta brutalità nascondendosi dietro la legalità di una Costituzione, quella spagnola, scritta durante il passaggio di transizione alla “democrazia” ma che in realtà è la diretta dimostrazione della continuità con il regime franchista.
Nel caso catalano complici più o meno consapevoli sono stati poi quei pezzi di sinistra che si sono schierati solo contro la repressione senza esprimersi sul resto, che hanno ridotto il problema a una “mala gestione” da parte di Rajoy, o quelli che -per paura o incapacità di analisi- hanno finito per difendere lo status quo, l’unione a tutti i costi dello Stato spagnolo e di un’UE che poco ha a che fare con i popoli e tanto con gli interessi economici dei mercati.

In modo analogo abbiamo visto l’Unione europea non muovere un dito di fronte alla decisione di Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, a eccezione delle vuote parole di Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza europea, secondo cui gli stati europei non avrebbero seguito l’esempio USA, alle quali però non sono seguite decisioni concrete in senso contrario o prese di posizione di delegittimazione rispetto a questa operazione infame. Nemmeno abbiamo visto reazioni di fronte alle centinaia di palestinesi uccisi durante le legittime proteste ma anzi l’Europarlamento ad aprile aveva ‎criminalizzato le proteste esortando ‎l’esercito dello Stato ebraico ad ‎usare ‎«strumenti proporzionati‎» per rispondere alla “Marcia del ritorno” ‎dei palestinesi.
Complici di una narrazione tossica sono stati anche i media mainstream sia quando parlavano di “scontri” mentre i cecchini di uno degli eserciti più potenti del mondo ammazzavano un popolo disarmato e sia quando omettevano le ragioni di un popolo che è stato colonizzato e cacciato dalle proprie terre.
In questo contesto di incomprensione o banalizzazione crediamo sia importante analizzare la realtà senza dogmatismo, tenendo alta l’attenzione su quello che succede sia all’interno che alle porte dell’UE, mettendo in campo un’analisi il più possibile lucida, che non ci faccia cadere nella mera tifoseria ma che ci aiuti a capire le ragioni che alimentano i focolai di tensione, quali sono gli interessi in campo e quali opportunità di rottura queste situazioni producono.
Per questo proponiamo la presentazione di tre recentissime pubblicazioni: il libro “la sfida catalana” di Marco Santopadre, il libro di Stefano MauroFronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP): tra ideologia e pragmatismo” e infine il numero della rivista di Contropiano dal titolo “Competizione globale, competizione interimperialista?” che contiene un approfondimento storico-teorico sulla questione nazionale.

Scollegati Fest / 10-11-12 Ottobre / Bologna

▲SCOLLEGATI FEST ▼ ORGANIZZARE IL DIVISO ▲

◆ 10-11-12 ottobre Bologna, zona Universitaria.
◆ Incontri / Proiezioni / Dibattiti / Concerti.

► Scollegati è ciò che siamo dal nostro territorio, assorbiti – volenti o nolenti – dall’Unibo in quanto polo d’eccellenza in cui magari abbiamo trovato quei corsi cancellati nelle università vicine a dove siamo cresciuti, l’Unibo dei professori con nomi prestigiosi, titoli di studio rinomati e percorsi di laurea con collaborazioni internazionali.

Sono tanti e diversi i motivi che ci accomunano nella scelta di venire a studiare a Bologna, una delle poche città universitarie in cui il tasso d’immatricolazioni aumenta invece che diminuire, in cui esiste ancora la possibilità di usufruire di un welfare studentesco sufficiente per vivere, che anche mentre inizia a perdere pezzi e a non garantire servizi di base come l’alloggio, continua a farsi vanto di risorse e fondi per garantire quel di più che le altre università non possono permettersi.

Le ragioni di questo prosperare si devono in gran parte a una ridistribuzione scorretta dei finanziamenti a livello nazionale, figlia di una logica concorrenziale, che penalizza le altre università “rivali” del paese, specialmente quelle del meridione.

Si può affermare che il fiorire dell’Alma Mater Studiorum avviene a discapito di altre città universitarie, ma non è solo questo dettaglio che ci permette d’inquadrare correttamente il profilo dell’Univeristà di Bologna.

Nel nostro polo convivono due modelli di università differenti: uno di massa, economicamente accessibile che accetta il ruolo di “diplomificio”, ed uno d’élite, più oneroso e con un futuro post laurea quasi certo. Questa condizione però non è immutabile, e anzi negli ultimi anni sta iniziando a scricchiolare e cedere sotto il peso di una competizione internazionale, sempre più manifesta e inasprita dalla crisi economica, che fa di temi come la formazione e la ricerca campi di battaglia di carattere strategico che impongono modifiche e stravolgimenti dell’assetto attuale, senza tollerare ostacoli o rallentamenti.

Dentro questo processo non trovano spazio, in nessuna forma, la critica e il dissenso al progetto di ateneo d’eccellenza con vocazione internazionale, che sappia essere attrattivo per cervelli che diano corpo alla nuova classe dirigente di domani. L’elitarizzazione dell’università modifica il corpo sociale – ovvero gli studenti – e la città intera, rendendo sempre meno fruibili i corsi di studio non solo tramite l’aumento delle tasse o i tetti d’iscrizione alle facoltà, ma anche per un costo della vita sempre meno sostenibile dalle famiglie meno abbienti che “sognano il figlio dottore”.

Parallelamente bisogna anche fare i conti con il mercato del (non) lavoro composto principalmente da disoccupazione e lavoretti a tempo determinato. Questa condizione – strutturale nei paesi del sud Europa – oltre a essere il vero deterrente concreto nel conseguire una laurea, spinge chi termina gli studi a ulteriore migrazione verso aree più produttive del nostro continente. Un vero e proprio drenaggio forzato di mano d’opera qualificata spacciata come “fuga di cervelli” quando sarebbe più corretto parlare di “furto di cervelli”!

Questo sistema fatto di precarietà generalizzata conduce a una rivalità che sprona alla ricerca della soluzione individuale, provocando effetti diretti anche sul senso comune. Accade cosi che parole come “merito” e “competizione” divengono vere e proprie religioni, con l’effetto materiale di dividere e atomizzare il corpo studentesco, esattamente come avviene tra i lavoratori nella società.

Qui si inserisce la nostra sfida e quella di questo festival. Marcare le ragioni per cui è oggi impellente organizzare il diviso, provare a venire a capo delle mille sfaccettature dei problemi quotidiani che per noi ragazze e ragazzi diventano esistenziali, individuando alcuni “battleground” che sappiano cogliere l’interconnessione fra tutti i fenomeni che stiamo vivendo. Partire dalla nostra situazione comune di singoli fuori sede trapiantati in questa città, che si sommano per ragionare e agire consapevoli della nostra condizione di giovani cresciuti dentro la crisi in un paese del sud Europa

 

Noi Restiamo Bologna

Roma, Grosseto, San Vito Chietino: periferie e giovani che parlano all’intero paese, verso un autunno di lotta!

#Roma. Corteo in memoria di #FabrizioCeruso, militanti per il diritto all’abitare ucciso dalla polizia nel 1974 durante i tentativi di sgombero del quartiere #SanBasilio

Oggi come ieri rivendicare il diritto alla casa significa lottare contro palazzinari e speculatori che da sempre possono contare sull’aiuto dei politici di turno.

Questa è la strada confermata anche dall’attuale governo che, proprio in queste settimane, insiste sullo sgombero delle occupazioni abitative nonostante la totale assenza di altre soluzioni.

#Grosseto. Manifestazione #antifascista contro il raduno nazionale di Casapound.

Quando non bastano i metodi formali per mantenere al potere gli interessi delle classi dominanti ecco sbucare come topi di fogna i fascisti. La loro funzione è quella di minare il processo di organizzazione popolare dal basso. Contro questi servi poche parole: le piazze, le iniziative e l’attività militante sono gli strumenti di cui dotarsi per respingerli.

#SanVitoChietino. Campeggio #USB #SLANG Federazione del Sociale USB.

Un appuntamento di formazione per i nuovi quadri del sindacalismo di classe in questo paese. Territori e vertenze che si incontrano discutono ed elaborano la strategia di lotta con la capacità di astrarsi dal proprio particolare e aprendosi al generale e alla complessità dei processi in corso.

Esiste una narrazione fatta di rassegnazione e di sconfitta che talvolta fa breccia anche nei discorsi e nel senso comune dei compagni e delle compagne. Noi vogliamo rigettare completamente questa idea, la storia non ha mai smesso di camminare e oggi mentre ipotesi riformiste e compatibili perdono terreno e vengono, giustamente, respinte dai settori popolari, si apre la possibilità per le organizzazioni di classe di crescere con parole d’ordine chiare e forti.

Individuare gli amici e i nemici, combattere contro i veri responsabili dell’impoverimento generalizzato e l’imbarbarimento della società, costruire alleanze di classe con gli sfruttati di ogni latitudine, rivendicare un paradigma alternativo che inverta l’ordine degli interessi mettendo in cima quelli degli ultimi.

Diamo forza alle mobilitazioni e ai momenti d’organizzazione indipendenti che sul piano nazionale si stanno moltiplicando a vista d’occhio, uniamole in una grande manifestazione nazionale a Roma il 20 ottobre che pretenda la #nazionalizzazione delle aziende strategiche di questo paese.

Cresciamo consapevoli dell’affermazione in questo paese di un movimento di classe che si sta facendo sentire.
Sintetizzandolo con le parole di Mao Zedong, come piccolo omaggio nell’anniversario della sua morte: “Noi pensiamo troppo in piccolo. Come la rana in fondo al pozzo che pensa che il cielo sia grande quanto il cerchio in cima al pozzo. Se giungesse all’esterno avrebbe una visione interamente differente.”

#NoiRestiamo

L’ideale europeo di mobilità del lavoro è una guerra tra poveri su scala europea

[Nono, ed ultimo, contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]

L’ultimo studio dell’Eurostat sulla mobilità del lavoro in Europa1 lancia l’allarme: nonostante la fame generata dalla crisi e le umiliazioni inflitte da disoccupazione e precarietà, i senza lavoro italiani sono restii ad abbandonare il loro Paese per trovare un’occupazione all’estero. Solo 7 disoccupati su 100 si dicono disponibili a lasciare l’Italia per cercare lavoro in un altro paese europeo. Il dato preoccupa le istituzioni comunitarie per un motivo preciso: l’Europa che hanno in mente è un enorme mercato, ed il lavoro deve comportarsi come tutte le altre merci, spostandosi lì dove ne emerge il bisogno. Se il disoccupato resta nel suo Paese quel meccanismo si inceppa: i suoi affetti, la sua cultura, il suo radicamento sociale, le sue scelte di vita sono ostacoli al libero dispiegarsi delle forze di mercato, un sintomo – gravissimo – di inefficienza del sistema. Le merci, è noto, seguono una sola regola: vanno dove il prezzo è più alto, e secondo le istituzioni europee quella stessa regola dovrebbe governare anche la vita della popolazione europea, forza lavoro destinata a spostarsi da un Paese all’altro a seconda delle oscillazioni del mercato. Un disoccupato non sarebbe altro che una merce abbandonata in magazzino, destinata a spostarsi ovunque possa trovare un mercato di sbocco. Pertanto, questo il messaggio implicito nei dati pubblicati dall’Eurostat, i disoccupati italiani devono imparare a rispettare la ferrea legge del mercato, sradicandosi dal proprio Paese alla ricerca di un’occupazione in giro per il continente. In questo modo, essi contribuirebbero a realizzare quella «trinità perfetta» di diverse libertà di movimento che sono alla base del progetto europeo: quella delle merci, quella dei capitali e quella delle persone.

Proveremo ad argomentare che questo ideale europeo di mobilità del lavoro, poggia su una premessa assolutamente discutibile e prefigura uno spregiudicato disegno politico: si presume – come fosse un fatto di natura e non un’opinabile scelta politica – un preciso modello di sviluppo fondato su una persistente disoccupazione di massa, e si progetta uno stato permanente di guerra tra poveri, con i disoccupati di tutta Europa indotti a trasferirsi nelle regioni economicamente più sviluppate in modo da fare concorrenza agli occupati e contenere, in questo modo, il costo del lavoro per le imprese. Al di là della retorica sull’Europa come terra senza confini e sulle «infinite» possibilità che si aprono ai giovani disposti a viaggiare (retorica sublimata nell’esaltazione della cosiddetta «generazione Erasmus»), quello della mobilità dei lavoratori non è altro che un meccanismo di difesa dei profitti. Perché questo quadro emerga in tutta la sua chiarezza, occorre fare un passo indietro ed illustrare alcune nozioni economiche utili a smascherare l’operazione politica che si cela dietro alle fredde statistiche dell’Eurostat.

In economia si usa distinguere essenzialmente tra due tipologie di disoccupazione, quella involontaria e quella frizionale. La disoccupazione involontaria è quella che tutti abbiamo in mente, e rappresenta la disoccupazione di chi cerca un lavoro, ma non riesce a trovarlo, pur essendo disposto ad accettare il salario vigente sul mercato. Se invece un individuo si ritrova disoccupato per il tempo appena necessario a passare da un’occupazione ad un’altra (magari ha cambiato città di residenza, o ha scelto lui stesso di abbandonare il vecchio lavoro per uno nuovo), dunque solo temporaneamente, allora si imputa quella particolare forma di disoccupazione alle frizioni del mercato del lavoro, ovvero ad un fisiologico ritardo nella determinazione dell’equilibrio tra domanda e offerta: ci vuole del tempo – ricerca, colloqui, periodi di prova – perché il lavoratore trovi la sua giusta collocazione sul mercato del lavoro, così come ci vuole del tempo perché un consumatore scelga, sullo scaffale del supermercato, il particolare modello di prodotto che più lo aggrada.

Questa distinzione riveste una fondamentale importanza per l’interpretazione dei fenomeni economici, perché la disoccupazione involontaria può essere combattuta mentre quella frizionale deve essere accettata come una caratteristica strutturale, e dunque ineliminabile, del sistema. La disoccupazione involontaria è il frutto dell’assenza di domanda di beni e servizi: se non ci sono sufficienti consumi, investimenti e spesa pubblica, non ci sarà un livello di produzione tale da occupare tutta la popolazione che vorrebbe lavorare. Questo tipo di disoccupazione può essere combattuto stimolando consumi ed investimenti, attraverso una redistribuzione delle risorse dai profitti ai salari (perché i lavoratori hanno una maggiore propensione al consumo dei capitalisti), l’aumento della spesa pubblica e la riduzione delle tasse (senza contestuali riduzioni della spesa pubblica). La disoccupazione frizionale è invece il frutto delle imperfezioni del mercato, e costituisce quindi una forma di disoccupazione che si può pensare di limare ma non di eliminare: vi sarà sempre bisogno di un certo lasso di tempo per far incontrare un lavoratore dotato di particolari qualifiche con un’azienda in cerca di quelle specifiche caratteristiche in quel dato momento e in quel preciso luogo. Non a caso, la teoria economica dominante parla a tal proposito di disoccupazione «naturale», come se non si trattasse di un fenomeno storico-sociale ma di un inevitabile dato di natura.

La distinzione appena illustrata tra disoccupazione involontaria e frizionale serve a chiarire meglio il punto di vista delle istituzioni europee: l’idea che i disoccupati italiani debbano trasferirsi in altri paesi europei per trovare lavoro presuppone che in quei paesi vi sia tutto il lavoro che non c’è in Italia, ovvero presuppone che tutta la disoccupazione europea sia mera disoccupazione frizionale. Quei 19 milioni di disoccupati registrati alla fine del 2017 nell’Unione Europea si troverebbero semplicemente nel paese sbagliato al momento sbagliato: basterebbe fare le valigie ed espatriare per trovare nel mercato unico del lavoro europeo infinite opportunità di lavoro. Proviamo ad immaginare il viaggio dei 2,9 milioni di disoccupati italiani in giro per l’Europa in cerca di fortuna. Più che un lavoro, troverebbero la stessa disperazione da cui fuggono in tanti altri disoccupati come loro: 3,9 milioni di disoccupati in Spagna, 2,8 milioni di disoccupati in Francia, 1,6 milioni di disoccupati in Germania e così via, in un tragico tour che ben descrive l’ideale europeo di mobilità del lavoro. Perché la favola del disoccupato errante abbia un lieto fine, è bene sottolinearlo, ci sarebbe bisogno di un’impresa che lo stia aspettando con un lavoro da qualche altra parte d’Europa. Ma è davvero curioso che quella impresa debba aspettare proprio lui: un’impresa spagnola avrebbe 3,9 milioni di pretendenti nel suo territorio, una francese 2,8 milioni, una tedesca 1,6 milioni. Possibile che, tra tutti questi milioni di disoccupati, nessuno abbia le caratteristiche giuste per occupare quel posto di lavoro, e che dunque vi sia bisogno di maggiore mobilità dei disoccupati europei per far incontrare domanda e offerta di lavoro? Possibile, in altre parole, che tutta la disoccupazione europea – oggi 19 milioni di persone in cerca di lavoro – sia un banale problema di corretta allocazione delle «risorse umane»?

Si tratta, è del tutto evidente, di una visione delirante del funzionamento dell’economia che non ha alcun appiglio nella realtà, ma che viene ostinatamente sostenuta solo per nascondere la vera – inconfessabile – funzione svolta dalla mobilità del lavoro all’interno del modello di sviluppo europeo: il motore di una guerra tra poveri che è la migliore difesa dei profitti costruita sulla disperazione della disoccupazione.

L’Europa del pareggio di bilancio è disegnata in modo tale da rendere strutturalmente impossibile il perseguimento della piena occupazione: rinunciando per legge alla spesa pubblica in disavanzo e allo strumento del debito pubblico, si rinuncia agli strumenti storicamente usati per combattere la disoccupazione. Nel progetto europeo la disoccupazione è la norma, mentre l’opportunità di garantire la piena occupazione sparisce dall’orizzonte programmatico di qualsiasi governo: per questo l’Europa non si pone neppure il problema di come creare lavoro in Italia, ma si pone invece il problema di come spostare i disoccupati italiani fuori dal loro Paese. Si ritiene che il disoccupato debba partire, dando per scontato che lo Stato non si preoccuperà mai di creare il lavoro lì dove non c’è, non agirà mai per combattere povertà e sottosviluppo.

Ma l’enfasi posta sulla mobilità del lavoro dalle istituzioni europee ci dice qualcosa di più. Nel disegno europeo i disoccupati dovrebbero spostarsi verso le aree maggiormente sviluppate: i disperati devono sportarsi lì dove non c’è abbastanza disperazione, non certo per risollevarsi, dato che nessun paese persegue la piena occupazione in Europa, ma al contrario per frenare le dinamiche salariali e la diffusione dello sviluppo economico. Infatti le masse di disoccupati in movimento – che l’Eurostat vorrebbe vedere ma ancora non registra – agirebbero come una forza che spinge al ribasso i salari nelle aree più sviluppate, dove quei disoccupati fanno concorrenza agli occupati da una condizione di svantaggio: perché senza lavoro, perché stranieri, perché sradicati, perché ultimi. L’ideale europeo di mobilità del lavoro calza perfettamente con la categoria analitica inventata da Marx di «esercito industriale di riserva”: una massa di disperati lasciata fuori dalle fabbriche, oggi da ciascun paese europeo, per ricattare chi lavora con la minaccia del licenziamento. Questo esercito è l’arma principale in mano alla classe dominante per disciplinare i lavoratori, ma è un’arma che si inceppa se quella massa di disperati non si sposta rapidamente lì dove il capitale ne ha bisogno, lì dove i salari crescono di più, lì dove i lavoratori alzano la testa e dunque lì dove appare necessario per il profitto imporre il ricatto della disoccupazione.

Possiamo ora cogliere la natura politica del dato pubblicato dall’Eurostat: i disoccupati italiani non sono ancora pienamente arruolati nell’esercito industriale di riserva europeo. L’obiettivo delle istituzioni europee è quello di costringerli, con la povertà e la precarietà diffusa, ad abbandonare ogni radicamento e a trasferirsi verso i paesi centrali d’Europa, dove sarebbero disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro peggiori di quelle dei lavoratori tedeschi, olandesi o francesi, contribuendo così all’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori nel cuore del capitalismo europeo – lì dove si macinano profitti. Pensare di opporsi a questo disegno combattendo la mobilità del lavoro in sé, cioè arginando i flussi migratori intraeuropei e internazionali, significa alimentare in forma diversa la stessa identica guerra tra poveri, perché i flussi migratori derivano dalla disoccupazione di massa e non si arrestano fino a che essa persiste: l’unico risultato di più stringenti vincoli all’immigrazione è il peggioramento della condizione di vita dei migranti, elemento che rafforza il ruolo dell’esercito industriale di riserva, uno strumento quest’ultimo che è tanto più efficace nell’indebolire i lavoratori quanto più disperati sono gli uomini che vi si arruolano. Peggiorare la condizioni dei migranti significa scavare un solco ancora più profondo tra loro e gli occupati a cui sono costretti a fare concorrenza: significa perfezionare anziché combattere il meccanismo che usa la disoccupazione come un’arma contro gli occupati. Il problema dei lavoratori europei non è l’immigrazione in sé, ma il contesto politico entro cui quell’immigrazione viene usata come un’arma per difendere i profitti, ed è quel contesto politico che va combattuto. Per opporsi alla guerra tra poveri fomentata dalle istituzioni europee occorre dunque rafforzare la lotta di classe, che unisce i lavoratori – immigrati e non – in difesa dei diritti e delle condizioni di tutti, e rimettere al centro della progettualità politica l’obiettivo della piena occupazione, bandito dall’architettura istituzionale dell’Unione Europea.

1 Eurostat 2018 Half of unemployed young people in the EU ready to relocate for a job http://ec.europa.eu/eurostat/documents/2995521/8768233/3-27032018-AP-EN.pdf/3a8861db-939c-4790-a3bc-8837bbbac15c

[Di Coniare Rivolta]