NICOLETTA LIBERA! La dignità non si può arrestare, ora e sempre NO TAV!

Ieri sera le forze dell’ordine hanno prelevato Nicoletta Dosio dalla sua casa in Val di Susa per incarcerarla alle Vallette di Torino. Nella mattinata di ieri infatti era stata resa nota la revoca della sospensione dell’ordine di carcerazione, disposto dalla Procura Generale di Torino, e ci si preparava per affrontare il passo successivo. Insieme a lei, altri 11 sono stati condannati per gli stessi fatti del 2012: la colpa è quella di aver liberato il passaggio alle macchine all’altezza del casello autostradale di Avigliana della A32.

Nicoletta aveva già chiarito che avrebbe rifiutato qualsiasi misura alternativa alla detenzione e che avrebbe preferito l’incarcerazione. Qualsiasi tipologia repressiva messa in atto dallo stato, anche tra quelle meno afflittive, sarebbe stata infatti spropositata e ingiusta rispetto all’atto di protesta organizzato dal movimento NoTav, e non avrebbe accettato l’ipocrisia delle misure alternative e dei domiciliari, che avrebbero reso una prigione la sua stessa casa. Già in passato infatti Nicoletta aveva violato sistematicamente i domiciliari e qualsiasi altra misura cautelare applicata nei suoi confronti.

Solo all’inizio di dicembre la macchina repressiva era stata messa nuovamente in moto in un continuo accanimento contro i NoTav, con arresti e misure cautelari per 14 persone per la marcia del 27 luglio di quest’anno, in risposta alla decisione della nuova compagine di governo PD-5stelle di continuare con il progetto del Tav.

Questo nuovo accanimento avviene nello stesso periodo in cui nuove indagini sulla ‘ndrangheta in Piemonte hanno portato alla luce numerosi colloqui fra boss mafiosi ed esponenti di ogni colore politico, per far ripartire il cantiere, confermando quello che per noi abbiamo sempre saputo: PD, Lega e 5Stelle, insieme a Confindustria e sindacati complici, costituiscono una cordata in sostengono agli stessi interessi affaristici legati agli appalti, allo sperpero di denaro pubblico e alla distruzione ambientale.

Stato e magistratura perseguitano violentemente da più di vent’anni il movimento NoTav, rispondendo con manganelli e sbarre alle richieste di giustizia sociale e ambientale per il territorio e per la società intera. Non ci stupisce che in parallelo l’intrico di interessi fra politica, mafia e impresa, che vedono nelle grandi opere inutili di devastazione del territorio un’occasione facile per fare profitti, in barba a ogni rispetto per l’ambiente, non ricevano alcun tipo di freno. Il silenzio dei media e l’inerzia dei Pm, anche i più notoriamente forcaioli, valgono solo per chi persegue l’unico obiettivo di peggiorare le nostre vite e speculare sulla nostra pelle.

Per questo sappiamo benissimo da che parte stare, dalla parte di chi lotta, di chi resiste! Solidarietà a Nicoletta, agli 11 condannati e a chi ogni giorno a testa alta difende la dignità di tutti e tutte.

Come si urla in valle, tra i sentieri di montagna: a sarà düra! è una promessa. Mobilitiamoci subito: qui i primi appuntamenti.
Ora e sempre NoTav, fino alla vittoria!


Fioramonti, Azzolina e Manfredi. Un gioco che sta alle regole del disegno europeo su scuola e università.

Con una tempistica da record abbiamo assistito in questi ultimi giorni alle dimissioni (largamente annunciate) di Fioramonti e alla risposta del governo, con lo spacchettamento del ministero in Scuola e Università, mettendo a capo rispettivamente Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi.

Manfredi è nome noto in ambito accademico, presidente della CRUI dal 2015, grande sostenitore dei valori della competizione, dell’eccellenza e della concorrenza tra atenei. Azzolina, già sottosegretaria all’Istruzione, è un chiaro segnale di continuità delle politiche che da decenni stanno stravolgendo l’istruzione pubblica in questo paese, basti pensare al recente sostegno per la simulazione dell’attività imprenditoriale tra i banchi di scuola permessa dal «sillabo per l’educazione all’imprenditorialità», lo stesso portato ideologico che ha generato – per ultima – la riforma della “buona scuola” targata Renzi.

La direzione confermata e mai messa in discussione rimane dunque la stessa, lo stesso Fioramonti d’altronde oltre a parlare di fondi non ha mai posto a critica radicale le scelte dei governi precedenti.

È importante allora precisare alcune questioni che non possono essere ignorate per analizzare correttamente l’evoluzione dell’università e del mondo della formazione nel suo complesso in questi ultimi anni.

Nel nostro paese abbiamo visto come le riforme che hanno investito il mondo della formazione, e quella universitaria in modo particolare, negli ultimi trent’anni si sono incastrate perfettamente a formare un puzzle comune (non ancora terminato), indipendentemente dai governi di centro-destra o centro-sinistra che le hanno varate. Questo puzzle è quello disegnato dall’Unione Europea che da decenni ha individuato nella formazione, in particolare quella universitaria, e nella ricerca un settore strategico per il suo sviluppo e per ritagliarsi uno spazio sempre maggiore all’interno della crescente competizione globale. La direzione verso cui si muove il progetto europeo è quella di un’università che sappia essere funzionale alle mutevoli necessità del capitale e che sia strumento utile al processo di integrazione europea basato su un modello di polarizzazione centro-periferia.

In Italia questa necessità europea di trasformazione del sistema universitario è proceduta grazie al solito “pilota automatico” (per usare un’espressione cara a Mario Draghi che però ben rappresenta la situazione) che ha guidato tutte quelle riforme della “controrivoluzione” che hanno progressivamente distrutto le conquiste in termini di stato sociale per cui intere generazioni avevano lottato.

Dall’autonomia degli atenei, all’istituzione del cosiddetto sistema “3+2” e di criteri quantitativi per la valutazione della didattica e della ricerca con i CFU e la creazione dell’ANVUR; passando poi per la riduzione dei finanziamenti pubblici agli atenei, l’istituzione di quote premiali e la possibilità di reperimento dei fondi necessari da soggetti privati aumentandone progressivamente il potere decisionale e di indirizzo.

Tutto ciò ha determinato oggi un sistema elitario e classista basato sulla competizione sfrenata fra studenti così come fra atenei provocando, non solo al livello continentale ma anche nazionale, quell’evidente processo di polarizzazione fra atenei di serie A e di serie B, a seconda del grado di integrazione con il tessuto produttivo circostante e della posizione che questo occupa all’interno della catena della produzione globale del valore. Più in generale, in Italia, come in tutta l’UE, le università sono oggi private del loro ruolo che tradizionalmente hanno ricoperto, trasformate invece in luoghi di riproduzione dell’ideologia dominante e con lo scopo di formare i lavoratori secondo le precise esigenze del mercato.

Fioramonti, dimessosi pochi giorni fa ”per amore dell’istruzione”, nel suo j’accuse ha denunciato solamente una generica mancanza di fondi stanziati per l’istruzione. Eppure l’FFO stanziato per il prossimo anno è tornato ai livelli del 2008 e sulla scuola secondaria sono stanziati due miliardi. Lungi da noi tessere le lodi di questo governo, stiamo soltanto riportando dei dati per mostrare quanto sia insufficiente e strumentale la critica dell’ex ministro. Perché se da un lato ha ragione a denunciare la mancanza strutturale di fondi verso l’istruzione (l’italia spende il 3.6% del PIL contro una media OCSE del 5%), dall’altro tace completamente sul modo in cui i soldi vengono spesi. Non una parola sul modello che negli ultimi decenni si è voluto dare al mondo della formazione, sul modello secondo il quale sono ripartiti i fondi stanziati e quali sono gli obiettivi che si vanno a perseguire. Chiedere genericamente più fondi senza mettere in discussione il modello di funzionamento significa solo andare a dare ulteriore linfa ad un modello sbagliato che produce disuguaglianze.

Fioramonti non ha mosso queste critiche perché queste critiche non gli appartengono, perché al di là delle parole il suo modello ideale è perfettamente compatibile con quello in essere e lo ha dimostrato, sul fronte dell’istruzione secondaria, accettando senza fiatare l’imposizione del PD sui test Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro come requisiti di accesso agli esami di maturità.

Il rapido susseguirsi degli eventi sembra poi confermare quanto abbiamo già detto: queste dimissioni e lo sbandieramento del delicato tema dei finanziamenti all’istruzione, più che un atto di coraggio e di coerenza sembrano una calcolata manovra politica anche in vista di una possibile crisi di governo.

Infatti i nodi politici che potrebbero mettere a dura prova questo governo, sempre sull’orlo della crisi, non mancano: dalle imminenti elezioni in Emilia-Romagna e Calabria al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, solo per citare due fra i temi più scottanti. Inoltre, i frequenti contatti di queste ore con i delusi del M5S, ma anche con LeU, oltre al fermento che le sue dimissioni e dichiarazioni hanno provocato in alcuni ambienti della sinistra – più o meno istituzionale – ci fanno pensare che presto assisteremo di nuovo al tentativo di ricompattarsi di tutto quel mondo compatibilista a sinistra del PD, che non ha nessuna intenzione di criticare e modificare gli assetti politici e economici dominanti.

Il mondo della formazione oggi è un terreno di battaglia politica e ideologica di primaria importanza. Come organizzazione giovanile pensiamo sia necessario portare avanti questa battaglia in un settore che è strategico per il nostro nemico di classe e dove possiamo agire sulla nostra generazione, fra le principali vittime della ristrutturazione che sta avvenendo al livello continentale. Per questo riteniamo che sia cruciale analizzare correttamente e secondo una prospettiva di classe il quadro generale entro cui si inserisce il mondo della formazione e, scendendo nel particolare, ciò che si muove nel nostro paese intorno a questi temi. Non possiamo gioire per le parole di chi fino a ieri si rendeva complice di questo sistema e oggi ne denuncia – parzialmente – le storture per il proprio tornaconto personale. Non possiamo aspettarci niente di buono da chi rappresentava e continuerà a rappresentare interessi perfettamente integrati nell’attuale assetto di potere. Il cambiamento necessario potrà arrivare soltanto dall’analisi concreta della condizione generale e dalla presa di coscienza della necessità di un cambiamento radicale di paradigma.

Autonomia Differenziata: una necessità del capitale europeo

AUTONOMIA DIFFERENZIATA 
Una necessità del capitale europeo. 

Per un’analisi dell’autonomia differeziata come necessità dell’Unione Europea di istituzionalizzare le dinamiche centro-periferia funzionali alla riorganizzazione del capitale europeo a seguito della crisi economica. Un nuovo e violento attacco agli interessi delle classi popolari che colpisce con particolare forza le giovani generazioni cresciute a sud della crisi.

Comprendere i processi in atto per agire: dai posti di lavoro alle periferie, fino all’università e ai luoghi della formazione, la lotta è una sola!

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Qui sème la misère, récolte la colère! La generalizzazione del conflitto in Francia e il ruolo delle giovani generazioni

Oggi in Francia si svolge il terzo sciopero generale in meno di due settimane, il terzo momento di culmine della protesta che è andata montando all’annuncio di una nuova riforma pensionistica da parte dell’Alto Commissario alle pensioni e dirigente di En Marche! Jean-Paul Delevoye. L’opposizione a questo provvedimento sembra pronta a durare a lungo, nonostante la dura repressione da parte del governo; il tentativo di divedere il movimento giocando su un ricatto generazionale è stato rispedito al mittente, mostrando la forza di un blocco sociale ricompostosi sul terreno delle lotte reali. È importante dunque seguire da vicino queste mobilitazioni, nelle quali la nostra generazione ricopre un ruolo centrale, anche perché la loro portata oltrepassa i confini francesi e investe anche alcuni pilastri del progetto UE.

La prima giornata di sciopero interprofessionale, il 5 dicembre, ha bloccato il paese e, al di là di ogni aspettativa, è riuscita a portare in piazza 1,5 milioni di persone, alcune delle quali hanno scioperato per la prima volta. Già dalle linee guida rese note il 10 ottobre appariva chiaro che dietro la retorica dell’avanzamento verso un sistema universalistico si nascondeva un progetto di livellamento verso il basso delle prestazioni: aumento di fatto dell’età pensionabile da 62 a 64 anni se si vuole godere della pensione piena, introduzione di un sistema di calcolo a punti che scollega i contributi versati da un valore fisso, colpendo soprattutto le donne e i lavoratori con carriere precarie e discontinue, incentivi al prolungamento dell’attività lavorativa e al passaggio a fondi pensionistici privati.

Come ha scritto l’economista Henri Stedyniak l’obiettivo è quello di passare a “un sistema flessibile che consente di utilizzare le pensioni come variabile per l’aggiustamento delle finanze pubbliche”, mentre il risparmio previdenziale viene dato in pasto alla speculazione finanziaria. Sindacati e manifestanti si sono opposti con decisione a questo attacco, chiedendo il ritiro immediato della riforma nonché l’innalzamento di salari e pensioni. Dopo l’ottima riuscita della giornata del 5 dicembre, inoltre, le organizzazioni dei lavoratori hanno spinto per generalizzare lo sciopero e molte di queste hanno fatto appello alla grève reconductible, ovvero allo sciopero a oltranza. Gli eventi di queste settimane sembrano dunque porre le basi per una mobilitazione durevole con momenti di varia intensità; al 5 dicembre è seguita infatti un’ulteriore giornata di sciopero interprofessionale, inframezzata dall’atto 56 dei gilets jaunes, svoltasi il 10 dicembre con lo slogan “non sono gli scioperanti a tenerci in ostaggio ma la finanza”.

Questo slogan apre una necessaria riflessione sul consenso che le proteste hanno prodotto nell’opinione pubblica e sul salto di qualità del movimento francese, un salto che si è concretizzato sull’onda di lotte che vengono da lontano. L’opposizione al provvedimento sulle pensioni ha in realtà coagulato la collera di settori sociali che da mesi lottano contro il modello che Macron vuole imporre nell’Esagono. Gli scioperi dei postini nelle Hauts-de-Seine che dalla difesa dell’attività sindacale di Gaël Quirante sono passati a criticare l’insostenibile aumento dei carichi di lavoro a causa della mancanza di personale e i disagi denunciati dai lavoratori delle ferrovie per gli stessi motivi; la richiesta da parte dei pompieri del riconoscimento del loro mestiere come mansione usurante e le rivendicazioni dovute alla mancanza di operatori e di risorse da parte del personale dei pronto soccorso, rivendicazioni che nel corso degli ultimi otto mesi si sono pian piano estese all’intero personale medico con il coordinamento autonomo di varie strutture ospedaliere.

Tutte queste situazioni di conflittualità profonda e diffusa, come ha detto la storica dei movimenti sociali Danielle Tarkowsky, hanno trovato nella messa in discussione di ciò che rimane del welfare uno spazio comune in cui cristallizzare una serie di esigenze e richieste, che oltrepassano la tematica previdenziale e vanno generalizzandosi. La riforma delle pensioni è infatti solamente l’ultimo passo di quello “Stato sociale del XXI secolo” che “le président des riches et des patrons” promuove e che è parte del sistema della Macronie, il modello Macron che ha portato ad un veloce deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Nell’arco di due anni e mezzo è stata abolita la patrimoniale e sono state aumentate le tasse ai lavoratori, è stato ridotto l’equivalente francese del contributo affitto nonché l’indennità di disoccupazione, è stata portata a compimento la riforma dei centri per l’impiego e del Code du travail, cominciata con la Loi travail del governo Hollande; il 10 settembre l’INSEE, cioè l’ISTAT francese, ha pubblicato una nota nella quale riporta che 9 milioni di persone, il 14% della popolazione, vive al di sotto della soglia di povertà, e che il numero dei lavoratori poveri sta aumentando mentre il loro tenore di vita peggiora.

L’attacco governativo che punta al livellamento verso il basso di tutti i diritti sociali è il vero nemico del movimento, che va dunque generalizzando le sue richieste, trovando pieno consenso in larghi settori sociali che vivono sulla propria pelle gli effetti della Macronie: un sondaggio pubblicato su un giornale di provata fede macroniana come Le Journal Du Dimanche mostra che il 53% della popolazione è favorevole allo sciopero, mentre un’altra indagine conferma che il 43% dei francesi crede che lo sciopero sia innanzitutto una mobilitazione contro le politiche del Capo dello Stato nel suo complesso.

Sembra quindi che con l’accelerazione voluta da Macron della trasformazione in senso neoliberale della società francese e con la conseguente esplosione delle contraddizioni di un sistema economico messo sotto stress si sia potuto ricomporre, sul campo concreto dell’intersezione e dell’incontro delle lotte, un blocco popolare che ha individuato con chiarezza il responsabile della propria condizione di precarietà nella lotta di classe dall’alto, in questo fase condotta da En Marche! e dal suo leader.

Questo processo trova le sue origini già negli atti dei Gilets Jaunes, quando questi ribadivano con forza lo slogan Fin du monde, fin du mois / Mêmes coupables, même combat; del resto la Macronie è consistita innanzitutto nella marginalizzazione dei sindacati, che nonostante il peso nelle relazioni industriali locali sono stati via via allontanati da qualsiasi possibilità di intervento sugli orientamenti strategici riguardo le politiche del lavoro. Ma le piazze dei gilet gialli hanno creato uno spazio sociale e politico di mobilitazione che, costringendo il governo ad alcuni passi indietro, ha mostrato la validità dell’opzione dell’azione diretta e collettiva per ribaltare la propria condizione.

La componente giovanile assume un ruolo dirimente nella protesta, perché su di essa il governo ha cercato di scaricare il peso maggiore della riforma, sperando di poter così dividere il movimento e contenere la rabbia dei sindacati. Ma le dichiarazioni del Primo Ministro Édouard Philippe, il quale l’11 dicembre ha specificato i contenuti della riforma, non solo hanno trovato il netto rifiuto delle centrali sindacali che già erano scese in piazza, ma anche di quelle come la CFDT, di matrice cristiana, che fino adesso si era detta più o meno aperta al dialogo con l’esecutivo.

Le giovani generazioni sono inoltre considerate, come scritto su un articolo comparso su Le Parisien il 15 novembre, la possibile scintilla che può portare a un’ulteriore diffusione della mobilitazione. Infatti, la riforma pensionistica avrà un impatto ancor più pesante su coloro che sono nati dopo il 1990 e, magari per studio, cominciano a lavorare a 25 anni: non potranno godere della pensione piena se non lavorando fino ai 69 anni, sempre che nel corso della loro vita lavorativa non affrontino periodi di disoccupazione o di precarietà in genere. Ma la questione non si esaurisce nell’ambito di questa riforma, come del resto per tutte le altre categorie coinvolte negli scioperi.

Uno studio dell’INSEE uscito l’anno scorso riporta che il 20,8% degli studenti universitari vive sotto la soglia di povertà, e più di un terzo di loro deve lavorare per mantenersi agli studi. Il 37,5% degli studenti è borsista ma gli importi non sono sufficienti a sopravvivere, tanto che molti studenti dichiarano di saltare alcuni pasti e il 13,5% ha rinunciato a vedere un medico per motivi economici; nonostante questo, è previsto un ulteriore taglio di 322 milioni all’istruzione superiore.

L’aumento delle tasse di iscrizione (di ben 10 volte per gli extra-comunitari) e la riduzione della spesa pubblica per studente intorno al 10% negli ultimi 10 anni, la diminuzione del numero di alloggi nelle residenze universitarie e la soppressione di una serie di servizi sociali legati alla vita studentesca sono stati accompagnati da altre misure che hanno portato alla progressiva precarizzazione di dottorandi e ricercatori, dalla riforma Parcours SuP e dalla Loi ORE che, dietro la retorica dell’orientamento, hanno sostanzialmente introdotto una sorta di selezione all’ingresso nell’istruzione superiore; si è accelerato sulla privatizzazione dell’istruzione e sul piegarla alle esigenze del mercato al punto che all’approvazione dalla riforma Blanquer, la Buona Scuola francese che istituzionalizza istituti di serie A e di serie B, una deputata del PCF ha dichiarato che così si poneva fine al quadro dell’educazione nazionale e della Funzione Pubblica.

Dalle scuole e dalle università monta la critica del carattere strutturale della precarietà studentesca, che si palesa però come un lato della precarietà a cui sono condannate le fasce subalterne nell’orizzonte della Macronie. In questo progetto politico la riorganizzazione del mondo della formazione secondo gli indirizzi elitari dell’Unione Europea assume difatti un ruolo centrale. Per contrastare questo tentativo di cristallizzazione e approfondimento delle disuguaglianze sociali attraverso la riforma del diritto all’istruzione i movimenti studenteschi francesi chiedono l’aumento del 20% delle borse di studio, l’aumento del numero di alloggi nelle città universitarie, l’immediato congelamento e poi la riduzione degli affitti, l’incremento dei fondi e del personale per i servizi sociali universitari, l’impegno da parte dello stato per più del 50% del costo del ticket delle mense universitarie, maggiori investimenti nella ricerca pubblica e la concessione automatica di un titolo di soggiorno per chiunque si iscriva all’università.

La portata di queste rivendicazioni mostra la consapevolezza di come la problematica vada oltre la precarietà studentesca e assuma una portata politica più generale. Di questo sono consapevoli gli stessi universitari: in un’intervista apparsa il 25 novembre sulla rivista indipendente online Mediapart, il giorno prima di una mobilitazione nazionale sulla precarietà studentesca, uno studente, commentando il tentato suicidio per motivi economici di un compagno di Solidaires Étudiant-e-s, afferma che un gesto del genere testimonia di un contrasto insanabile di tanti giovani della nostra generazione con le persone più ricche.

Il fantasma del naufragio della riforma Juppé delle pensioni, ultima grande vittoria del movimento dei lavoratori risalente al 1995, si affaccia sul quadro politico francese, conducendo a una certa insofferenza anche alcuni esponenti di En Marche! Il tentativo di far fallire i blocchi sindacali con bus privati e car sharing non è andato a buon fine, così come le accuse di corporativismo e di difesa dei privilegi non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco della protesta, cementando ancor di più la consapevolezza della necessità di mantenere unita la lotta e di non cedere ai tentativi governativi di dividere il fronte dell’opposizione sociale, che combatte una lotta non settoriale ma per tutte le fasce subalterne.

Gli unici soggetti che ad oggi sostengono il provvedimento sono la MEDEF, ovvero la Confindustria francese, e l’Unione Europea. Il Commissario al Mercato Unico Thierry Breton ha dichiarato che “la Commissione Europea giudica necessarie tutte le riforme che bisogna portare avanti in tutto il continente, e in particolare questa”, caricando egli stesso gli esiti di questo scontro tra la piazza e il governo di una valenza che va oltre la tematica pensionistica e i confini dell’Hexagone. La resilienza garantita a Macron dal sistema politico francese e la repressione poliziesca sempre più feroce sono le uniche difese di questo progetto reazionario, e in un certo senso anche gli unici strumenti rimasti all’Unione Europea nella sua corsa ad affermarsi come polo imperialista. L’economista Jean-Paul Fitoussi ha parlato delle manifestazioni di questi giorni come di una risposta alla paura di perdere diritti storici consolidati, ottenuti grazie alla lotta, in virtù della promessa di seguire ossequiosamente i diktat di Bruxelles.

Ma l’acuirsi delle disuguaglianze ha rinfocolato una contrapposizione di classe che, seppur in modi e forme differenti, ha minato il terreno del consenso all’Unione Europea; molte contraddizioni sono esplose al suo interno, dalla Catalogna alla Gran Bretagna, mostrando delle crepe nell’imposizione del pensiero unico europeista. Su queste crepe martella la protesta francese e anche noi dobbiamo continuare a colpire lì dove il nemico è più debole. Un’importante vittoria può essere conquistata contro la precarietà e l’establishment europeo che la vuole imporre, ma solo se i settori di classe e popolari continueranno ad essere uniti contro il proprio nemico comune, la gabbia dell’Unione Europea e le sue espressioni particolari, come lo è la Macronie.

La storia non è finita, spetta a noi scriverla.

IL NOSTRO COMPITO E LE SARDINE

IL NOSTRO COMPITO E LE SARDINE
ovvero il dovere di ricominciare a ragionare sulla funzione (politica) delle piazze e il coraggio di costruire altro dalla parte giusta della barricata.

[Pubblichiamo alcune riflessioni sul cosiddetto movimento delle sardine, una serie di ragionamenti che abbiamo messo per iscritto nei giorni scorsi, ma che abbiamo atteso a pubblicare per monitorare gli sviluppi del passaggio politico della piazza nazionale a Roma del 14 dicembre. una giornata che ci conferma e rafforza le nostre convinzioni su questo “movimento”, e  dalla quale il dato importante da registrare è il palesarsi della regressione sul piano rivendicativo rispetto i decreti sicurezza, richiedendo il “ripensamento” e non l’abolizione. A dimostrazione che il problema che muove le sardine è, e rimane, di pura forma e non di sostanza della politica, che si tratti della Lega, del M5S o del PD. Un po’ come dire: “le cose si devono fare nel silenzio, senza rumore”…]

Il movimento delle sardine, divenuto famoso fin dalla prima piazza bolognese, ha imposto una serie di questioni nel dibattito politico. Per valutare le caratteristiche che questo movimento assume non si può che analizzarne la funzione che svolge all’interno di questo contesto. Un’analisi che prende in considerazione le Sardine astraendole dalla società in cui si sviluppano non può che essere parziale e di conseguenza non può che portare a conseguenze politiche particolari e incapaci di cogliere le questioni più generali.

La domanda a cui vogliamo rispondere è: basta l’elemento di massa per generare conflitto sociale?

Guardando appunto alla società si deve prendere atto che – in Italia soprattutto – le mobilitazioni di massa si esprimono essenzialmente su tre questioni: quella dell’ambientalismo, quella di genere e quella dell’antifascimo/antirazzismo, intorno a questi tre “temi” effettivamente si riempiono le piazze. Questo è sintomo di una certa disponibilità da parte di alcuni settori sociali a dedicarsi alla politica, ovvero a dedicare parte del proprio tempo – per quanto minimo in molti casi – a questioni che certamente ci toccano personalmente ma che necessariamente devono essere rappresentate collettivamente e quindi in piazza. Il movimento delle Sardine coglie questo dato oggettivo ma come ogni movimento politico – essendo il prodotto della società in cui viviamo – non può che essere soggetto ai rapporti di forza esistenti, rapporti di forza che definiscono i caratteri e la forma politica che il movimento assume e di conseguenza la funzione che svolge realmente nella società.

Il contesto nel quale si sviluppa è certamente quello della crisi del modo di produzione capitalistico, una crisi che dura ormai da più di dieci anni e che ha ridotto i margini di redistribuzione della ricchezza. Quindi oggettivamente le classi popolari percepiscono che “si sta peggio di prima”. Questo dato di fatto non fa altro che aumentare le contraddizioni nella società. Le contraddizioni di per se non si esprimono in maniera “pura” ma è l’azione delle soggettività organizzate che ne definisce la forma politica, ciò che non si può più negare è che il movimento delle Sardine è stato fondato da quattro portavoce che non si fanno problemi ad affermare “il centro-sinistra ci rappresenta bene”. Non solo, Mattia Sartori ha tranquillamente preso parte alla manifestazione elettorale di Stefano Bonaccini, candidato Pd in Emilia Romagna, dove il movimento è nato in funzione anti-Lega. È quindi un fatto che una delle soggettività organizzate di riferimento sia il centro-sinistra. Inoltre, se i media mainstream costruiscono una narrazione in cui esiste solo il dualismo PD/Lega, nel momento in cui si identificano i sovranisti con la Lega allora diventa naturale pensare che il soggetto capace di capitalizzare a livello elettorale sia proprio il PD. Ci sono altre soggettività all’interno del movimento? Certamente, in che rapporti di forza stanno con il PD? Agendo in un movimento con queste caratteristiche e a forte egemonia del PD è possibile rafforzarsi e quindi modificare i rapporti di forza?

Diamo uno sguardo alle parole d’ordine che il movimento ha sviluppato.

È sicuramente un movimento “morale” che, a partire da una piattaforma di “buoni sentimenti”, si oppone ai cosiddetti sovranisti e “populisti” nostrani. Rivendicano il diritto di essere persone normali che amano la bellezza e la non violenza mentre cantano Com’è profondo il mare di Lucio Dalla. La contrapposizione si esprime solo sul piano verbale e infatti le Sardine chiedono alla politica di abbassare i toni, di eliminare l’odio, di ridurre al minimo le esternazioni di rabbia. Contestano la forma che la politica ha assunto in Italia grazie a Salvini ma non si dice una parola sulle politiche che ha condotto, anche perché sono in continuità con quelle del PD. Quindi si può dire che sfrutta un dato morale e lo declina nella forma più utile al soggetto più forte in quel contesto, ovvero si rimuove ogni possibile “degenerazione” conflittuale e anzi si costruisce una narrazione nella quale il “conflitto” è il problema. La conseguenza naturale di questa operazione è l’affermazione che siamo tutti uguali, tra le Sardine non ci sono differenze. La questione delle Madamine SiTav nella piazza torinese ha messo in luce proprio questo, ovvero se le Madamine non rappresentano differenze nella forma che la manifestazione deve assumere allora possono tranquillamente stare in piazza.

Si vanno inoltre a definire alcuni elementi culturali che più che appartenere al popolo sono il riflesso diretto dell’egemonia borghese sulla società. Gli endorsement di Saviano e di Fazio hanno proprio la funzione di creare ad arte una divisione tra un “noi” e un “loro”, dove il “noi” sono gli illuminati, quelli che non si scompongono mai nemmeno di fronte alle atrocità di una società malata, mentre “loro”, quelli ignoranti, sono gli incompetenti, quelli che vengono strumentalizzati dalla paura e dalla demagogia, quelli accecati dall’odio. Tanto che La Stampa, in un’analisi sulla piazza torinese, candidamente ammette “Nessuno di loro, per dire, spende una parola per Joker che si potrebbe immaginare come film di riferimento di una massa giovanile scesa nelle strade per rivendicare attenzione da un potere cinico e insensibile. Anzi, in tanti ironizzano sul suo successo: ‘Non l’ho ancora visto, sarà grave?’”. Insomma, un atteggiamento per nulla popolare e molto elitario: in questo senso le Sardine sono l’esatto opposto dei Gilet Gialli.

La funzione reale che questa forma politica sta svolgendo nella società è tutta ideologica, nel senso che è funzionale allo sviluppo di una falsa coscienza che rimuove le differenze tra i settori popolari che subiscono la crisi e coloro che la gestiscono a colpi di tagli al welfare. Le sardine sono il brand – dalle sembianze buone e spontanee – della forza della concertazione nel nostro paese, anche questa uscita allo scoperto dopo le recenti dichiarazioni di Landini sulla necessità di un patto tra lavoratori, imprese e governo per rimettere in piedi il nostro paese. Alla faccia del facciamo come in Francia.

Salvini ha nel tempo sviluppato dei toni che soffiano sul fuoco delle contraddizioni reali di questa società, pur declinandole in maniera reazionaria la prateria poteva accendersi da un momento all’altro e così assistiamo al ritorno dei campioni dei “toni bassi”, i tecnici, come Mario Monti. Il segno di quanto questa operazione sia ideologica ce lo danno le parole della Fornero, colei che ha intasato il mercato del lavoro con la legge sulle pensioni costringendo migliaia di giovani alla disoccupazione e alla precarietà ha affermato: “I giovani mostrano di avere capito la necessità delle riforme, che tutte le riforme non sono necessariamente giuste ma vanno fatte, e l’idea di cancellarle soltanto in nome ‘del buon tempo antico’ è sbagliata” e ancora: “hanno anche capito che la riforma delle pensioni era un tentativo di riequilibrare il bilanciamento economico, fortemente sbilanciato a scapito delle nuove generazioni”. Tuttavia, lo ha detto sommessamente – com’è nel suo stile – e quindi le Sardine lo accettano. È chiaro che la forma che ha assunto il movimento delle Sardine permette la continuità delle politiche che hanno massacrato la popolazione, tutto sotto il segno della bandiera dell’Unione Europea.

Quindi stando dentro al movimento delle Sardine una forza politica che vuole portare avanti gli interessi delle classi popolari si rafforza o si indebolisce?

Qualcuno potrà dire che in fin dei conti se il movimento è democratico dovrà accettare le critiche ed è quindi possibile avanzare dei contenuti all’interno, non terrebbe conto però del fatto che la democrazia in questo contesto è solo formale. Infatti, tra le regole per stare insieme in piazza c’è questa: “Tutte le feste delle Sardine si sono svolte con sorrisi e serenità e sarà così anche la nostra. Se proprio qualche facinoroso vuol dire la sua, restate tranquilli, non reagite d’impulso, ma con distacco, le Forze dell’Ordine sono dalla nostra parte”. Chiediamolo ai Gilet Gialli da che parte stanno le Forze dell’Ordine.

E’ chiaro quindi che il movimento delle Sardine è uno dei tanti strumenti della pacificazione contro la nascita di conflitti in grado di rompere l’egemonia neoliberale e neoliberista nel nostro paese, nonché un’arma molto potente della ricomposizione della “sinistra” attorno alla paura del ritorno del fascismo: il fronte antifascista unito contro la Bestia è ancora una volta coniugato in senso negativo, mai per proposte sociali in opposizione alle imposizioni antipopolari della Troika e del capitale europeo. Come insegnano Macron e la Merkel per dare stabilità politica ad un paese è necessaria la Grosse koalition socialisti/conservatori, ma questa alleanza in Italia significa un governo PD/Lega il ché mette a rischio il consenso di entrambi i partiti. Il movimento delle Sardine recupera consensi sul terreno del centro-sinistra e finisce così per rispondere a una necessità delle classi dominanti, non solo in Emilia Romagna ma in tutto il paese. Nel paese dell’ex-Ilva e di Alitalia, bombe sociali in grado di mettere in ginocchio il nostro paese, l’area politica che ruota attorno al PD continua ad utilizzare strumentalmente il radicamento sociale ereditato dal vecchio PCI ed a usare – sfruttando il mondo dell’associazionismo ad esso affine – le strutture giovanili e sindacali per far sì che tutto cambi, senza realmente cambiare nulla. Nel frattempo si lascia alla Lega il rapporto con gli strati popolari che maggiormente sentono gli effetti della crisi e per questo non possono contenere la loro rabbia. Si produce così quella contraddizione tipica del dualismo politico italiano in cui la sinistra dice di combattere contro la Bestia (ieri Berlusconi e oggi Salvini) mentre costruisce materialmente l’ipotesi reazionaria consegnando la rappresentanza politica delle classi popolari alla destra e condividendone con essa le politiche reali.

Come organizzazione politica giovanile non possiamo esimerci dal prendere atto che c’è una certa disponibilità da parte di alcuni settori sociali a mobilitarsi, che la Storia non è finita ma sta girando e l’America latina sta lì a dimostrarcelo. Le Sardine ci dicono che per essere influenti nei movimenti è necessario organizzarsi, se però mancano gli spazi politici utili a mantenere il rapporto con i settori popolari l’organizzazione non può che indebolirsi e il nemico rafforzarsi. La fase politica che stiamo vivendo ci impone un salto di qualità sul piano della dialettizzazione con la realtà ma nessuna scorciatoia può salvarci dall’obbligo di provare a costruire altro, cioè una rappresentanza autonoma e indipendente degli interessi della nostra “gente”, a partire dalle nuove generazioni nate e cresciute nella crisi. Questo è il nostro compito, è la Storia che ce lo richiede.

Street art: l’arma della Lavazza in città

In seguito all’uscita della Fiat da Torino e alla conseguente perdita dei connotati di città meramente industriale, si è assistito a un’opera graduale, tutt’ora in corso, di trasformazione degli assetti e delle economie locali, col preciso fine di reinserire Torino all’interno del panorama europeo rendendola appetibile agli investitori.

Ma non avendo ritrovato ancora un’identità, se non quella di città post-industriale, sono stati fatti molti piani regolatori a partire dal 1995, incentrandosi principalmente su tre agende per lo sviluppo “postfordista”: la Torino “policentrica”, quella “politecnica” e infine “pirotecnica”.

Proprio ricollegandosi alla prima e terza agenda, che riguardano rispettivamente la riqualificazione immobiliare e il rilancio del mercato attrattivo-turistico, si giustifica il tentativo di gentrificazione, con conseguente necessità di legarsi a grandi aziende e potenzialmente al mercato artistico.

Infatti sfruttando quell’aria di città post-industriale dismessa, che da sempre attira le culture più underground con un particolare riguardo per la street art e per i graffitari (che ben si adattano ai muri degli stabilimenti dismessi) grandi aziende come Lavazza e Impresa San Paolo hanno costruito un mercato a misura di Torino. È della prima azienda infatti il progetto Toward2030, che, ricollegandosi ai 17 punti stilati nel 2015 dalle Nazioni Unite per l’Agenda Globale, vede la realizzazione di 17 murales LEGALI (contro ogni etica degli street-artist) su case disseminate nel quartiere Aurora, non a caso dominata dal 2018 dalla enorme complesso la “Nuvola”, sede generale della multinazionale.

Ciò provoca automaticamente un innalzamento dei costi immobiliari e affittuari del quartiere, che attirando con queste enormi opere d’arte nuove tipologie di residenti, viene così “riqualificato”. Inoltre sempre all’interno della nuvola si è tenuta quest’anno FLAT, la fiera del libro d’arte torinese, che dal 2017 attira compratori e imprenditori nell’ambito dell’editoria artistica, e sempre Lavazza è annoverata tra le “main partnership” dello IAAD (istituto d’arte applicata e design), sempre situato in Aurora.

Il mercato dell’arte contemporanea e dell’arte “urbana” non richiama però solo la grande produttrice di caffè, che in realtà ha da sempre avuto uno stretto rapporto con grafici e designer d’alto talento, ma anche Impresa San Paolo è annoverata come finanziatrice e sponsor di molteplici progetti artistici. Per esempio la Fondazione Sandretto Rebaudengo, galleria d’arte contemporanea fondata nel 2002, è finanziata dalla banca, ed è situata in un ex capannone industriale riqualificato. Ciò oltre a rimarcare quell’aria un po’ romantica di città post-fordista vede l’intento di inserire Torino nell’importante mercato dell’arte contemporanea del nord-Italia, facendo concorrenza a Milano e a Venezia, e tentando di guadagnarsi un posto nel vantaggioso settore a livello europeo.

Sempre la Compagnia San Paolo finanzia inoltre il Mau, il Museo di Arte Urbana, sorto dopo il 1995 dal Comitato di Riqualificazione Urbana, e aperto ufficialmente nel 2000. Situato nel Borgo Campidoglio è il primo museo italiano di street art, frase che nel suo complesso sembra un gigantesco contro senso o un ossimoro. Nonostante sia nata dalla buona volontà di un gruppo cittadino e che dia una buona visibilità a giovani artisti intraprendenti, è impossibile non prendere in esame il Mau come indicatore della direzione “pirotecnica” che Torino sta assumendo.

La street art inoltre, legale o meno, è così “caratteristica” che dal 2014 si svolge nel quartiere di San Salvario uno Street Art Tour dal costo di 100€, attraverso pezzi e graffiti che tutto vorrebbero meno che esseri esposti a pagamento. Stessa cosa per la mostra che si è tenuta questa estate al Teatro Colosseo, con opere dell’ormai famosissimo Banksy e di Blu, che ben si era espresso sulla commercializzazione e istituzionalizzazione della sua arte.

In merito all’opera di inserimento di Torino all’interno del mercato d’arte europeo, vanno segnalate Artissima, importantissima mostra d’arte contemporanea e di design che ogni anno dal 1994 (un anno prima del secondo piano regolatore) si svolge a Lingotto Fiere, e NExST, festival diffuso di arte contemporanea nato nel 2015. Durante Artissima2019 (finanziata da Unicredit) inoltre è stato presentato Combo, un ostello, un ristorante e un centro eventi che a Torino sorgerà nella zona di Porta Palazzo, ma che ha già aperto a Venezia e a Milano in zona Navigli.

Oltre a gentrificare maggiormente il quartiere, già evidente dallo sgombero e dalla chiusura del Baloon, è chiara l’evidenza di porsi in concorrenza con le altre due capitali.
Il secondo festival, NExst ricopre il suo importante ruolo di evidenziare quell’aria redditizia e di moda di una cultura post-industriale torinese, in quanto si tiene nei Rocks Dora, vecchi capannoni abbandonati e poi riqualificati situati in Barriera di Milano.