Global Health Summit: CONTRO LA CRISI SANITARIA E SOCIALE SERVE UNA EXIT STRATEGY

21 maggio sciopero dei lavoratori della sanità – 22 maggio manifestazione nazionale a Roma

Il 21 maggio a Roma si terrà il Global Health Summit (Vertice Mondiale sulla Salute). Oltre ai paesi del G20, saranno presenti i leader di organizzazioni internazionali e regionali quali le Nazioni Unite (ONU), l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale (FMI), l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Insomma, gli istituti e le rappresentanze internazionali che hanno gestito la pandemia, che hanno scelto criminosamente la “convivenza con il virus” mietendo milioni di morti, che hanno smantellato negli anni i sistemi di sanità pubblica dei paesi del sud del mondo, attraverso il ricatto del debito.

Ci avviciniamo a questo appuntamento forti di una consapevolezza dimostratasi esplicitamente in questi mesi di crisi sanitaria: tutto quello che per trent’anni ci hanno detto essere impossibile si impone ora come necessità impellente.

Parliamo di anni in cui l’Unione Europea ci ha ripetuto che la ricetta per un’economia sana era l’austerità e l’ha imposta a suon di trattati a Paesi piegati dalla crisi economica, costringendoli a tagli lineari su qualsiasi servizio lo Stato potesse offrire ai cittadini; anni all’insegna del motto “meno Stato più mercato”, in cui si è additato l’intervento pubblico nell’economia come il male e si è lasciato che grandi imprese e multinazionali si impadronissero dei settori strategici dell’economia, dettando legge in materia di tutele e diritti per i lavoratori; anni in cui anche la conoscenza (sotto forma di ricerche, innovazione, brevetti) è stata messa a disposizione dell’esigenze del profitto, concentrandosi in veri e propri monopoli, disponibile solo a chi può comprarla e negata a tutti gli altri: siano essi giovani che vogliono accedere ad un’istruzione universitaria elitaria, ricercatori che vogliono consultare studi scientifici sempre più inaccessibili, o popolazioni intere che si vedono negate i benefici di tecnologie a marchio registrato.

Dagli anni 90, la dottrina della Thatcher-Reagan ha dettato la linea politica dell’Occidente Neoliberista: la Storia è finita perché il capitalismo ha vinto, e non esiste alternativa possibile. Da parte nostra, abbiamo continuato a ripetere che invece è possibile uscire dalla gabbia del debito e dell’austerità, che uno sviluppo sano si regge sulla pianificazione economica, su massicci investimenti pubblici e sulle tutele lavorative e che la ricerca e la formazione devono essere un bene comune orientato all’interesse della collettività.

La realtà del Covid-19, nella sua drammaticità, ha dimostrato che tutte queste cose non sono solo possibili, ma sono imperative.

In primo luogo nel nostro continente, di fronte al manifestarsi della pandemia e del conseguente disastro economico e finanziario, l’Unione Europea è stata costretta a sospendere il patto di stabilità, ammettendo che i vincoli di bilancio sono un freno oggettivo alla crescita dei Paesi. Per non parlare poi della retorica dell’“Europa dei popoli”, naufragata nelle lotte per i tamponi, per i ventilatori polmonari, per i vaccini, che gli Stati hanno combattuto gli uni contro gli altri mostrando il carattere opportunista e spregiudicato di un’Unione fondata su trattati irriformabili a beneficio del mercato.

Anche il mito del privato e del non-interventismo statale è crollato miseramente davanti al fallimento della narrazione neoliberista incarnata perfettamente dall’“eccellenza lombarda”: il servizio sanitario non è più nazionale ma regionale, ed i privati la fanno da padrone; questi vivono di parassitismo, approfittando del malfunzionamento e del screditamento ideologico delle strutture pubbliche.

Adesso i tecnocrati di Bruxelles affermano candidamente, per bocca di Draghi, che nel ventennio 1999-2019 gli investimenti pubblici sono calati rispetto a quelli privati, determinando un rallentamento nella modernizzazione di pubblica amministrazione, infrastrutture e filiere produttive.

L’ammissione che l’intervento dello Stato nell’economia è necessario rappresenta un’ulteriore dimostrazione delle menzogne predicate fino a questo momento, ma non deve ingannarci: l’intenzione è sostituire l’indicazione “meno Stato più mercato” con “più Stato per il mercato”. È invece chiaro che un maggiore intervento statale non basterà se l’agenda continua ad essere dettata dai potentati economici. A questo proposito è stata paradigmatica la gestione della pandemia: il governo ha messo in campo una quantità ingente di fondi per far fronte all’emergenza, ma la maggior parte sono andati non al welfare, ma a sostenere imprese che in questi anni sono state gli sponsor principali di un disastro sociale che il virus ha esasperato; le stesse imprese che hanno abbastanza potere da rifiutarsi di fermare la produzione determinando un picco di morti non a caso nelle zone più industrializzate del Paese.

Ultimo dogma ad essere spazzato dalla realtà è quello dei brevetti: la logica utilizzata finora, secondo cui l’innovazione può essere stimolata solo dalla concorrenza e secondo cui le esigenze del mercato coincidono con quelle dell’umanità ha mostrato la sua fallacia nel momento in cui tutta la popolazione mondiale ha avuto bisogno di un bene a cui potevano accedere solo pochi Paesi, e a caro prezzo. La sete di profitto delle case farmaceutiche ha infatti avuto due conseguenze catastrofiche:

  • lo sviluppo medico è arrivato impreparato all’appuntamento col Covid, perché l’innovazione è orientata solo su prodotti che hanno mercato, quindi finché non si riscontra una grande domanda vengono ignorati interi ambiti di ricerca;
  • gli Stati non possono produrre in autonomia i vaccini (sempre che ne abbiano i mezzi ed il know-how!) ma sono costretti a comprarli al prezzo, nelle quantità e alle condizioni che decide il mercato, come dimostrato dagli accordi-capestro firmati dai Paesi europei con le multinazionali.

Questo meccanismo di sequestro della salute pubblica è stato difeso fino all’ultimo dai Paesi Occidentali, respingendo in sede WTO la richiesta di India e Sud Africa di abolire i brevetti sui vaccini. Le recenti dichiarazioni di Biden a favore della sospensione temporanea dei diritti intellettuali sui vaccini hanno sorpreso molti, è importante però segnalare che questa mossa apparentemente contradditoria nasconde una tattica per recuperare consenso. D’altronde, la sola esistenza di Paesi che hanno dimostrato l’efficacia contro la pandemia di uno modello basato su pilastri differenti peggiora la condizione di crisi egemonia delle classi dirigenti occidentali.

Da una parte c’è la Cina che, tramite il controllo statale sui settori strategici dell’economia e la pianificazione, nonché lungimiranti investimenti su sanità e ricerca, si è mostrata capace di un vero lockdown, dirottando immediatamente fondi nel potenziamento delle strutture ospedaliere – ricordiamo tutti le straordinarie immagini di interi ospedali costruiti in pochi giorni – convertire la produzione per beni essenziali al livello interno ed esportabili in tutto il mondo ed infine riaprire in sicurezza, secondo tempi e modalità dettati dalle necessità sanitarie e non dalle prepotenze di chi detiene il potere economico; questa è la prova che solamente lo Stato può compiere le scelte razionali necessarie non solo a garantire la salute pubblica, ma anche a trainare velocemente intere filiere fuori dalla crisi.

Dall’altra c’è Cuba che, pur partendo da condizioni economiche svantaggiate causate dal bloqueo che da decenni i “paesi ricchi” le impongono, è riuscita a gestire la crisi sanitaria magistralmente, facendosi forza di un sistema diametralmente opposto a quello neoliberista: un sistema in cui la ricerca è totalmente pubblica e ha priorità sociali in tutti i campi, compreso quello medico, in cui le tecnologie non sono vincolate da brevetti e che si fa non solo modello, ma anche esportatore di civiltà. Questo è l’esempio che le brigate di medici cubani hanno portato in tutto il mondo, Italia compresa, e questi sono i principi che hanno guidato lo sviluppo di un vaccino pubblico e rivolto anche a tutti i Paesi che non hanno la possibilità di comprarlo o produrlo.

È chiaro come l’esistenza di queste alternative che mettono oggettivamente in discussione le priorità nei Paesi neoliberisti (proprietà ed interessi privati a discapito della salute pubblica) sia considerata una minaccia, in primo luogo da Stati Uniti e Unione Europea. Assitiamo, infatti, ad una recrudescenza della competizione globale in un clima di nuova guerra fredda da parte delle potenze occidentali contro competitori sia economici che, soprattutto, ideologici. In questo quadro, quello di Biden (ai cui proclami si è pietosamente accodata l’UE) è un tentativo disperato di depotenziare la portata simbolica e pratica della contrapposizione che si verrebbe a delineare se continuassero a difendere i brevetti sui vaccini: da una parte, Stati che legano i propri cittadini al cappio degli interessi delle multinazionali e lasciano morire centinaia di migliaia di persone per difendere i profitti delle case farmaceutiche; dall’altro, Stati che producono il vaccino guadagnando un grande consenso interno e che inoltre ne mettono proprietà intellettuale e dosi a disposizione dell’intera umanità.

Nei camion di morti incolonnati a Bergamo, nelle fosse comuni Statunitensi, nei quattromila morti giornalieri in India vediamo come l’alternativa significhi uscire da un sistema che sta facendo precipitare l’Umanità nel caos e nella barbarie. Israele, preso come esempio da tutti i media e i paesi occidentali per la gestione della pandemia, rappresenta in toto l’ipocrisia e la violenza del modello di sviluppo dominante: dopo aver negato per mesi l’arrivo dei vaccini ai palestinesi, attacca vilmente Gaza e Gerusalemme Est e massacra intere famiglie di un popolo che da 73 anni lotta per la sua esistenza. Per questo motivo la battaglia su brevetti e sanità pubblica e la solidarietà internazionalista devono necessariamente viaggiare su binari paralleli: occorre uscire dall’oppressione imperialista e dall’ipocrisia dell’Occidente capitalista immaginando un’alternativa sociale e politica a tutto tondo.

Sappiamo bene che la pandemia è stata innescata e poi alimentata da fattori che hanno radici nella ricerca spasmodica di profitto:

  • l’aggressione ad ecosistemi prima in equilibrio, l’estensione degli allevamenti intensivi e la commistione tra animali domestici e selvatici sono state le cause che hanno determinato la trasmissione del virus alla specie umana;
  • La concentrazione della popolazione in ambienti già di per sé nocivi alla salute come le metropoli ha reso gli organismi ancora più vulnerabili;
  • l’impreparazione dei sistemi sanitari di Paesi che hanno sempre messo la tutela dei cittadini all’ultimo posto nelle priorità politiche ha reso la malattia ancora più letale e la rapina imperialista perpetrata a danno dei paesi del Sud del mondo ha reso questi ancora più vulnerabili e indifesi di fronte alla pandemia ;
  • l’influenza delle corporazioni sul potere decisionale dei governi ha portato alle estreme conseguenze l’assuefazione e l’accettazione dell’idea della morte per lavorare, a cui si aggiunge anche la morte per consumare, stendardo sotto il quale si sono riuniti e si stanno riunendo tutt’ora i vari paladini dell’alta stagione turistica;
  • la politica di “convivenza con il virus” che ha caratterizzato l’UE e gli USA di Biden ha ammesso l’esistenza del virus (al contrario ad esempio del Brasile o degli USA di Trump) ma si è limitata a contenere i morti invece di lavorare attivamente per sconfiggerlo (come accaduto in Cina o a Cuba)

L’eventuale riuscita di una campagna vaccinale su scala continentale non mette la parola fine a questa storia, ma segna l’inizio di una stagione in cui si continuerà a contenere le conseguenze di scelte distruttive per l’ambiente e per l’umanità con misure palliative.

Dev’essere chiaro che non saremo fuori pericolo finché le risposte ad una crisi sistemica conclamata che ha conseguenze sanitarie ed ambientali su scala globale non saranno a loro volta sistemiche.

Non è sostenibile perpetuare un sistema che riproduca le stesse dinamiche che hanno portato alla nascita del virus, in cui una nuova pandemia è sempre dietro l’angolo, in cui anche se si eliminassero i brevetti la maggior parte degli Stati non avrebbe i mezzi né le conoscenze tecniche per produrre farmaci e vaccini.

Con questa determinazione affronteremo le date di mobilitazione del 21 e del 22 Maggio e la stagione dei G20 in Italia tra cui il g20 sull’ambiente a Napoli del 22 Luglio, costruendo nelle scuole, nelle università, nei territori l’opposizione alla barbarie sanitaria, sociale, ambientale e culturale dell’Occidente capitalista e del polo imperialista Europeo.

Non cadremo nell’illusione del Recovery Fund e del governo Draghi di ‘unità nazionale’ che oggi sono i primi strumenti di ristrutturazione del Capitale europeo in crisi: se loro si organizzano per costruire il mondo dopo la pandemia fondato sullo sfruttamento e l’oppressione – come proprio in questi giorni vediamo nel “ritorno alla normalità” dei bombardamento Istraeliani su Gaza – noi rispondiamo costruendo l’organizzazione giovanile comunista all’altezza delle sfide, portando in piazza l’urgenza di una exit strategy. Fuori dalla crisi pandemica, fuori dal capitalismo occidentale e imperialista.