Ma l’Università a chi serve? Commento a margine della campagna universitaria

Commento a margine della campagna universitaria lanciata verso ed oltre la mobilitazione che si terrà il 22-23 giugno durante il G20 su Istruzione e Lavoro a Catania.

Da diverso tempo, ormai, il mondo dell’istruzione e della ricerca stanno ricevendo moltissima attenzione, al contrario di quando, prima della pandemia, rimaneva un discorso fra pochi. L’opinione pubblica ha puntato i riflettori su mondi che negli anni hanno visto solo tagli a finanziamenti e a strutture. Con questa pandemia, quindi, questi temi sono tornati alla ribalta: l’università, a dire il vero, è stata messa un po’ in sordina rispetto ai temi di scuola e ricerca, sia per l’evidente assenza dell’ex ministro Manfredi, sia perché l’università in senso stretto si ritrova ad essere la punta più avanzata, in realtà, del processo di ristrutturazione capitalistica che sta investendo l’istruzione. Per far comprendere a pieno gli obiettivi strategici che si pone la nostra classe dirigente, basti vedere il titolo dato al prossimo G20, ovvero “Istruzione e lavoro”: una prospettiva chiara, contro la quale ci mobiliteremo indicando la via dell’EXIT STRATEGY!

La discussione che è partita, in tutti i comparti sopracitati della formazione, si è maggiormente incentrata sulla richiesta di maggiori investimenti nel settore della scuola, della ricerca e dell’università. Ciascun tema viene poi declinato con le sue caratteristiche proprie (più edifici per la scuola, più fondi alla ricerca di base, ecc.), adagiandosi sulla linea per cui fino ad oggi a questi settori sono stati tolti soldi e ora la pandemia ci ha dimostrato che dobbiamo investirci. Queste posizioni sono state ulteriormente sospinte, all’interno dell’opinione pubblica, dalla comparsa dei fantomatici fondi europei e dal conseguente strutturamento della loro spesa ad opera del governo Draghi all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. È bene ricordare che all’interno di questo sono previsti, a giudicare dalle bozze, 32 miliardi e 320 milioni di euro. Una cifra che è sicuramente in controtendenza rispetto a quello che la nostra generazione ha conosciuto negli ultimi 20 anni, dai governi di destra come dai governi di sinistra, guidati tutti dalla mano invisibile degli interessi strategici dell’Unione Europea.

Fermarsi a questa richiesta, però, sarebbe semplicemente sterile, e significherebbe non problematizzare il profondo cambiamento che la pandemia ha causato al nostro mondo: in primis all’impostazione del sistema capitalistico, che si appresta ad entrare in una nuova fase, portando con sé cambiamenti strutturali che già più volte abbiamo indicato con il motto “più Stato per il Mercato”. In questo senso, quindi, un ritorno in presenza per come si è discusso, per quanto necessario, è sempre stata una richiesta insufficiente ad un reale cambiamento del modello universitario.

Si sono palesate, infatti, profonde contraddizioni che hanno mostrato perfettamente il carattere regressivo di questo modello di scuola e di università. Le tasse, le borse di studio, gli studentati, non hanno visto nessuna forma di miglioramento o adeguamento rispetto alla situazione pandemica: si è confermata la polarizzazione fra atenei di serie A e atenei di serie B, dove questi ultimi hanno faticato a tenere aperti, ad attirare iscrizioni. Nel mentre, i poli di eccellenza si sono candidati a raccogliere tutti gli investimenti, pubblici e privati, per accelerare il passo e mostrarsi come quei macro-incubatori di ricerca d’avanguardia per l’impresa del territorio e di forza lavoro qualificata. In questo senso, i profondi processi di digitalizzazione che hanno appena iniziato a mostrarsi nel mondo della formazione, hanno aiutato a mantenere vivo il contatto fra università ed impresa, ad ampliare il network per posizionare la forza lavoro qualificata dove serve e a sviluppare delle competenze d’avanguardia e all’altezza della ristrutturazione produttiva che è in corso (industria 4.0). Tutti gli altri atenei minori, abbandonati ad una spirale di sotto bilancio e carenza di fondi, hanno consolidato il loro ruolo da esamificio, che li confina a svolgere la funzione di produttori di manodopera professionalizzata e pronta ad essere sfruttata (o a finire ad ingrossare le statistiche sulla disoccupazione giovanile).

In questo senso, dunque, la richiesta di aumentare gli investimenti presenta grossi problemi, se non è in grado di attaccare in toto il modello universitario che ci ritroviamo di fronte.

Non è un caso che la parola d’ordine “più investimenti” sia stata agitata da quel mondo della sinistra universitaria, che oggi svolge la funzione di tappo rispetto a qualsiasi forma di possibilità di cambiamento, impostando un lavoro politico che non fa altro che essere direttamente compatibilista rispetto alla visione strategica dell’università portata avanti dal nemico di classe; oppure direttamente dal nemico di classe, da chi materialmente ed ideologicamente è stato il responsabile della conformazione neoliberista della scuola, e che oggi spinge per un forte cambiamento in linea con la ristrutturazione in corso.

A partire da questi dati, abbiamo sentito, quindi, la necessità di far partire una campagna che problematizzasse veramente il ruolo che l’università ha nella società e i cambiamenti – seppur in linea con le tendenze pre-pandemia – che l’università sta subendo. Abbiamo quindi indicato la necessità di rottura con questo modello di università, oramai irriformabile, all’interno di un cambiamento più complessivo del nostro modello di sviluppo. Questa strada è stata intrapresa per evitare qualsiasi forma di compromesso, cercando di criticare ogni aspetto di questa università partendo da una lettura più generale. Anche il contenuto dell’università, i suoi insegnamenti diventano luogo di scontro ideologico per ribaltare il presente.

Infatti, ci è sembrato utile mostrare come una serie di tendenze strutturali di questo modello universitario avessero delle profonde conseguenze nell’assetto didattico e di contenuto di quello che nelle università si insegna, oltre ad una marcata funzione ideologica del percorso universitario. Ciò che viene insegnato nelle università rispecchia l’obiettivo che questa istituzione si dà, ovvero che funzione ricopre nella società. Inoltre, gli insegnamenti sono scientemente mirati a fornire una specifica concezione del mondo agli studenti e alle studentesse, attraverso la rimozione forzata di materie, indirizzi di pensiero e studiosi o con la selezione del personale che insegna certi contenuti “scomodi”. Abbiamo dimostrato come questo sia ovvio in facoltà come quella di economia, che sicuramente rappresentano la punta di diamante di questi processi. In particolare, sia materialmente ma soprattutto ideologicamente, ha visto la comparsa del cosiddetto pensiero unico dell’economia, il paradigma neoclassico, volto a cancellare qualsiasi forma di pensiero alternativo che fosse scomodo allo status quo e agli interessi che questo presente tutela. Siamo poi stati alle facoltà di giurisprudenza per indicare come anche la giustizia, per come viene insegnato, ignora la profonda contrapposizione di interessi nella nostra società, parlando quindi di giustizia in senso astratto e non di giustizia borghese, di una giustizia volta a tutelare gli interessi di una classe particolare contro il resto della collettività: attraverso la legislazione del lavoro, le riforme sul lavoro e non solo, la repressione dei movimenti politici organizzati e veramente di rottura (come il movimento NO TAV). Abbiamo toccato facoltà come quella di psicologia, responsabile di un’impronta metodologica individualistica, che va ad indicare il malessere psicologico come responsabilità del singolo, quando è evidente che abbia sicuramente concause ma molto spesso origine da contraddizioni laceranti nella nostra società. Siamo stati anche alla facoltà di medicina e delle scienze naturali, per sottolineare come la nascita, la diffusione e la gestione del Covid-19 abbia reso palese che non esiste scienza neutrale e come l’organizzazione capitalista della società, cercando solo il profitto privato, mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’Umanità. Infine, siamo stati davanti ai rettorati e agli uffici Erasmus per dimostrare come l’università serva a formare anche ideologicamente gli studenti e le studentesse, predicando di un’Europa di speranza e pace, quando in realtà è un polo imperialista in costruzione, fondato sulla concorrenza interna ed esterna, che esporta solo guerra e che porta un peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, in particolare delle giovani generazioni.

Tutto questo ci fa capire che l’Università e le sue problematiche non sono aspetti singolari, circoscritti, non sono aspetti per cui il semplice investimento può risolvere le cose. Serve una rottura con questo modello di università che ne mini non solo le fondamenta strutturali, mettendo in discussione la funzione sociale dell’università, ma anche i suoi obiettivi ideologici. C’è bisogno di un cambiamento radicale che investa tutto il nostro modello di sviluppo, che oggi più che mai ci sta portando verso la barbarie. Solo cambiando questo sarà possibile costruire un’università diversa.

Per questo saremo a Catania il 22-23 giugno per dire a gran voce che serve una EXIT STRATEGY!