Contributo di Nadia Garbellini verso l’Assemblea Nazionale

Lo sviluppo della tecnologia avviene interamente all’interno [del] processo capitalistico
Lo sviluppo capitalistico della tecnologia comporta, attraverso le diverse fasi della razionalizzazione e di forme sempre più raffinate di integrazione, un aumento crescente del controllo capitalistico

Lo scriveva già Panzieri nel 1961, in L’uso capitalistico delle macchine: lo sviluppo della tecnologia – e quindi la ricerca – non è, e non è mai stato, neutrale.

Il tema della formazione e della ricerca, quindi, è tutt’altro che slegato da quello politico/economico – e anzi, assume oggi più che mai una rilevanza cruciale.

Parlando di Università, sono diversi gli aspetti rilevanti da prendere in considerazione. Sono tutti interconnessi, ed emblematici della direzione in cui la nostra società sta ‘evolvendo’. Cercherò di essere sintetica e per quanto possibile schematica, nella speranza che il filo rosso che collega tutto sia chiaro ed evidente.

In estrema sintesi, prima di iniziare questo elenco, possiamo dire questo: formazione e ricerca sono due pilastri fondamentali del processo capitalistico. La classe dominante, nel suo riuscito percorso verso la costruzione di una indiscussa egemonia culturale, è riuscita a riformare scuola ed università piegandola alle proprie esigenze – con la collusione, è bene sottolinearlo sempre, dei partiti politici appartenenti all’intero arco costituzionale.

Vediamo quindi quali gli elementi costitutivi di questo sistema, e come siano a favore della classe dominante.

  • Valutazione della ricerca. Non si può non partire da qui. Non solo per l’importanza intrinseca della ricerca, ma anche per il ruolo che tale valutazione riveste nella distribuzione dei fondi ai diversi atenei – e quindi alla distinzione tra atenei di serie A e di serie B – e nella definizione dei percorsi di carriera in ambito accademico, con una chiara discriminazione di classe. Mi limito a parlare del mio settore disciplinare, l’Economia Politica, ma la logica sottostante ovviamente è sempre la medesima. Valutazione della ricerca, in primo luogo, vuol sostanzialmente dire valutazione della collocazione editoriale degli articoli pubblicati. Esistono riviste di fascia A, per esempio; maggiore è il numero delle pubblicazioni in fascia A, più alta la valutazione per la propria attività di ricerca. Immagino non sia sorprendente scoprire che le riviste in fascia A in larghissima misura pubblicano ricerca mainstream. Su un migliaio di riviste in elenco, forse meno di 20 sono cosiddette ‘eterodosse’. Inoltre, gli editorial board di queste riviste sono spesso e volentieri composti da membri delle più prestigiose università mondiali il che, nel campo dell’economia politica, vuol sempre dire Chicago Boys. Non solo: è ormai prassi molto diffusa quella di offrire l’accesso libero ai lettori, che quindi non pagano nulla per leggere gli articoli. Non si tratta di un gesto liberale volto a concedere anche ai più sfortunati la possibilità di partecipare alla comunità accademica: a pagare non sono i lettori, ma gli aspiranti autori. Aspiranti perché si paga non solo per pubblicare, ma proprio per sottoporre un articolo all’attenzione della rivista.
  • Distribuzione dei finanziamenti agli atenei. Uno dei criteri per l’attribuzione dei findi ai vari atenei è proprio la qualità della ricerca. Ecco quindi che gli atenei più ricchi si trovano in una posizione molto migliore nella competizione con quelli più poveri: i loro ricercatori possono pagare la quota alle riviste utilizzando i fondi dell’ateneo stesso. Gli atenei più ricchi diventano quindi sempre più ricchi; i più poveri languiscono sempre più.
  • Reclutamento. Anche intraprendere la carriera accademica richiede pubblicazioni. È ben difficile, per chi non si colloca nel mainstream, riuscire a competere con i colleghi, vista la sproporzione nel numero di riviste ‘papabili’. Inoltre, il percorso per arrivare alla stabilità economica è lungo e tortuoso. Si deve trovare un modo per lavorare e intanto fare ricerca – nei ritagli di tempo, senza fondi per andare a convegni, acquistare libri, ecc. È quindi molto difficile competere con i colleghi che hanno la possibilità di intraprendere un percorso privilegiato – o che hanno famiglie in grado di sostenerli. La discriminazione di classe è chiara.
  • Diffusione del precariato. La riforma Gelmini ha cancellato completamente la figura del ricercatore a tempo indeterminato. Ad essere strutturati quindi sono solo i professori associati e ordinari (e ovviamente i ricercatori pre-Gelmini). Dopo il dottorato, il percorso verso un’eventuale stabilizzazione passa per gli assegni di ricerca, i posti da ricercatore a tempo determinato di tipo a) – di fatto degli assegni di ricerca triennali, che possono essere poi rinnovati per un altro triennio – e gli ambitissimi posti di tipo b). Questi ultimi sono contratti di durata triennale;  non possono essere rinnovati ma al termine del triennio, previa valutazione positiva di una specifica commissione, danno diritto a diventare professori associati. Chi non riesce a percorrere un percorso standard può provare a trovare dei finanziamenti per la propria ricerca in attesa di un concorso, oppure diventare un docente a contratto. I docenti a contratto nell’università italiana sono 28000, circa il 30% del totale. Si tratta di lavoratori formalmente autonomi che vengono pagati per svolgere un determinato numero di ore di didattica. Quindi, per i corsi che eccedono il monte ore del personale strutturato, si ricorre a questi contratti. Vengono pagate solo ed esclusivamente le ore in aula, quindi preparazione delle lezioni, esami, relativa correzione, colloqui con gli studenti, tesisti, riunioni di vario genere e tipo – tutte attività che l’ateneo (e, giustamente, anche gli studenti) pretende, se uno spera di essere rinnovato – vengono rese a titolo completamente gratuito. Le retribuzioni variano da ateneo ad ateneo a seconda delle disponibilità. In alcuni atenei si parla di 25 euro lordi all’ora, ovviamente tenendo conto che le ore effettivamente svolte sono molte ma molte di più di quelle ufficiali. Come si può competere con i colleghi che hanno un assegno di ricerca o un posto da ricercatore a tempo determinato?
  • Aziendalizzazione dell’università. Non è sufficiente che l’istruzione sia pubblica: deve anche funzionare in base a criteri diversi da quelli meramente aziendalistici che prevalgono nel privato, altrimenti la proprietà formale è del tutto irrilevante. Un esempio su tutti: il ricorso sempre più frequente a cooperative esterne a cui appaltare i servizi, prevalentemente di pulizia e portineria. Come molto spesso avviene in questi casi, le condizioni di lavoro di chi è impiegato di queste cooperative sono pessime. Anche la ricerca è sempre più aziendalizzata, con la diffusione – ampiamente caldeggiata da governo e partiti – delle cosiddette partnership pubblico-privato. Come a voler sottolineare che l’interesse dell’impresa e quello ‘del paese’ coincidono. E a voler scaricare sulla collettività le spese per quelle attività di ricerca ‘di base’ che i privati non si vogliono certo accollare. Il percorso di studio non è più visto come parte della propria formazione umana, personale e di cittadino, ma come produzione di forza lavoro pronta per essere impiegata dalle imprese, che di fatto scaricano sulla collettività l’onere della formazione. Forza lavoro ben indottrinata e mansueta, impaziente di mettersi nelle mani del padrone che, facendo il proprio interesse, fa anche il suo.
  • Frammentazione. Avrete notato quante volte ho utilizzato il termine competizione? Atenei che competono con altri atenei, precari che competono con altri precari. Nell’ambito dell’università l’obiettivo di frammentare la classe lavoratrice è riuscito alla perfezione. Non solo: il precario dell’università, quando veste i panni del docente, è mal visto anche dagli studenti, molti dei quali pretendono molta attenzione da parte del docente. Forse se conoscessero le condizioni di lavoro, potrebbero trovare nel docente un alleato per le proprie rivendicazioni.

Per chiudere, è necessario superare le distinzioni fra studenti e docenti, fra docenti e altri lavoratori impiegati in università, fra strutturati e non strutturati e fra precari di diverse categorie: la distinzione da operare è quella di classe, ma l’analisi deve riguardare tutti gli aspetti della vita universitaria.

Nadia Garbellini – Docente di Economia Politica, Università di Milano