CONTRO SFRATTI E LICENZIAMENTI, RISTRUTTURIAMO IL CONFLITTO!

Dopo la vittoria segnata alla storica occupazione di Viale del Caravaggio a Roma, i cui occupanti sono riusciti ad essere ricollocati invece di venir buttati in mezzo ad una strada a seguito di uno sgombero, le mobilitazioni del 26 e del 30 giugno contro lo sblocco degli sfratti e dei licenziamenti, vogliamo evidenziare alcuni elementi dello scenario che ci troviamo di fronte.

A inizio giugno, la Prefettura di Roma aveva dato un ultimatum allo stabile in Viale del Caravaggio, ma grazie alla lotta e alla solidarietà dei movimenti per il diritto all’abitare e dell’intera città di Roma lo sgombero non si è più verificato e gli occupanti hanno ottenuto degli alloggi pubblici. Alla fine del mese poi in migliaia ci siamo riversati sotto al ministero delle infrastrutture nel corteo nazionale per il diritto all’abitare.

Ma Caravaggio, così come il corteo del 26, devono rappresentare un punto di svolta.

Ad oggi in Italia mancano completamente politiche abitative che smettano di considerare il tema come una mera questione emergenziale, ma che la vedano come una questione primaria: un problema di natura sistemica e che come tale ha bisogno di misure strutturali. Lo sarà per le centinaia di migliaia di persone che si troveranno sfrattate nei prossimi mesi. Lo è per quei milioni di giovani, precari sul lavoro, che sono costretti a vivere ancora con i genitori o a pagare affitti in città sempre più costose per la mancanza di un bilanciamento da parte dell’edilizia pubblica e che vedono così sfumare la possibilità di costruirsi un futuro.

Per conquistarcelo, al fianco degli occupanti, dei disoccupati, di tutti gl sfruttati, di forze politiche e sociali conflittuali siamo scesi in piazza il 26 per il diritto alla casa e il 30 contro lo sblocco dei licenziamenti. Piazze, queste ultime, che hanno assunto ancora più importanza dopo il disgustoso accordo fra i soliti sindacati concertativi, gli industriali e il governo.

I grandi palazzinari non volevano la proroga del blocco degli sfratti, così come i grandi industriali non volevano quella del blocco dei licenziamenti e il governo ha esaudito le richieste. La tutela a tutti i costi, anche a quello della vita dei lavoratori, della rendita e del profitto è stata la stella polare della classe politica nostrana.

È in questo quadro, e alle porte di un periodo di forti ristrutturazioni economiche e sociali, che possiamo notare come le classi dominanti, per gestire le contraddizioni interne, utilizzino sempre più due strumenti principali: l’apparato repressivo e il contenimento del conflitto, il bastone e la carota.

La repressione è diventata ormai lo strumento tipico di gestione del dissenso sociale. L’episodio di Caravaggio non ci fa dimenticare l’utilizzo quotidiano dell’antisommossa per buttare le famiglie per strada. E sui posti di lavoro l’omicidio di Adil e le squadracce di picchiatori per sedare gli scioperi sono solo il punto d’arrivo – per ora – di un’escalation repressiva portata avanti a difesa degli interessi dei padroni.

Dall’altro lato invece, per contenere a tutti i costi il conflitto e ogni forma di malcontento nei mesi più duri della pandemia, vediamo come siano stati appositamente stanziati fondi da spendere, misure spot come bonus o semplici misure compensative temporanee. I miseri sussidi ai lavoratori più svantaggiati, spesso giovani, il blocco degli sfratti, quello dei licenziamenti, addirittura la violazione di quello che sembrava un dogma con la sospensione del patto di stabilità fino al 2022. Interventi specifici per ogni categoria di lavoratori e non, con la duplice funzione di mantenere sotto controllo la rabbia sociale e di alimentare la frammentazione della classe, al fine di ostacolare la possibile generalizzazione del conflitto che invece è rimasto nei limiti di settori o condizioni specifiche.
Ma la connotazione di classe è evidente. Ora che l’UE pretende la ristrutturazione del nostro Paese i soldi veri, quelli del PNRR, finiranno tutti nelle tasche dei padroni e lo spazio per anche i più miseri sussidi è finito.

E nel contenimento del conflitto non poteva di certo mancare il ruolo dei sindacati concertativi. La pantomima di CGILCISLUIL di questi giorni dovrebbe aprire gli occhi a tutti che non esistono spinte interne o dal basso che possano produrre cambiamenti in queste strutture.

Sabato infatti sono scesi in piazza contro i licenziamenti, senza accennare neanche ad uno sciopero o a un qualsiasi momento di conflittualità. E l’obiettivo di quella piazza è stato raggiunto: un tavolo con confindustria e governo per gestire insieme i licenziamenti. La grande vittoria di quella giornata e delle loro trattative è l”impegno a  raccomandare” l’utilizzo ancora per qualche mese della cassa integrazione invece dei licenziamenti. Ancora una volta paga lo Stato al posto dei padroni.

È proprio il fatto che venga spacciato come una grande vittoria a mostrare chiaramente la loro faccia e il loro ruolo di “tappo” del conflitto sociale in Italia. Con questi sindacati l’unica soluzione è la rottura e la costruzione di un’alternativa conflittuale, all’altezza delle sfide della realtà.

La guerra di classe dall’alto si intensifica e le contraddizioni di questo sistema mordono più che mai. Si fa sempre più necessaria la costruzione di una soggettività organizzata capace di coinvolgere e riunire chi oggi quelle contraddizioni le vive e convogliare la rabbia verso un’orizzonte di rottura e di alternativa complessiva. Dagli sfratti ai licenziamenti, passando per le scuole e le università, serve ricostruire quella solidarietà, quell’unità di classe, quella propensione alla lotta che manca alla nostra generazione, per costruire una exit strategy da questo modello putrescente!