CREPE NELL’EGEMONIA: LA LORO REPRESSIONE, LA LORO DEBOLEZZA

Pubblichiamo il testo del nostro intervento all’inziativa Oltre repressione e rimozione, riprendiamoci la nostra storia!

Quello subito da Paolo Persichetti è infatti solo l’ultimo episodio di repressione punitiva da parte delle istituzioni verso chi negli settanta tentò l’assalto al cielo. Una repressione che ha una chiara funzione nel presente per prevenire qualsiasi messa in discussione dello stato di cose presente.
L’intensificazione di questi episodi sono il riflesso della profonda crisi di egemonia del nostro nemico di classe, che nell’esplosione delle contraddizioni di questo modello con la crisi pandemica vede messa a repentaglio la tenuta ideologica del “migliore dei mondi possibili” che ci avevano raccontato in questi trent’anni. Sta a noi infilarci nelle crepe che si stanno aprendo demistificando la loro ideologia e organizzandoci per un mondo altro che oggi non solo è possibile, ma necessario.


Quello che è successo a Persichetti un mese fa, che va ad inserirsi in un percorso di vendetta di Stato nei confronti di chi ha portato avanti la lotta di classe in questo paese e che ha visto negli ultimi anni un’intensificazione notevole, è un fatto gravissimo che come Comunisti non possiamo non inserire in una cornice più̀ ampia.

Infatti, in un momento di crisi sistemica e pandemica che nella gestione da parte delle classi dominanti si palesa come attacco alle fasce popolari, assistiamo a una centralizzazione sempre maggiore della decisione strategica del polo imperialista europeo in via di completamento e affermazione, che impone le proprie decisioni a una classe politica italiana totalmente subalterna, chi perché incarna lo stesso progetto, chi perché pur fingendo l’opposizione ha agitato solo false alternative.

In questa ristrutturazione, che va dalle filiere produttive all’assetto della governance, e che mira a preparare il capitale europeo a sfidare quello degli altri poli imperialistici, o aspiranti tali, di fronte al ridursi dei margini di profitto e alla crescita della competizione globale, l’Italia risulta come anello periferico, composta da zone forti su cui puntare e da integrare, e di altre deboli, bacino di manodopera a basso costo per le catene del valore europee, schiacciata da margini di redistribuzione ancora più risicati di quelli a disposizione delle altre potenze del vecchio continente, diretta da una figura come quella di Mario Draghi, emanazione diretta delle esigenze politiche ed economiche dell’UE.

In questo quadro generale i rappresentanti politici nostrani devono gestire un arcipelago di contraddizioni che si manifestano nelle loro specificità (abbiamo tutti visto il recente caso dell’omicidio di Adil), ampliate dalla crisi, con margini di manovra ristretti e utilizzati come pacificatori – e non possono per questo che stringersi attorno alla direzione unificata dell’UE, respingendo, nascondendo o cancellando con veemenza repressiva ogni possibile alternativa alla direzione imposta dall’alto.

È chiaro dunque, che proprio qui, dove il capitalismo mostra più evidentemente la propria barbarie, la propria incapacità di offrire prospettive di emancipazione o realizzazione collettive – proponendo solamente soluzioni individualiste – e non ha materialmente i mezzi per mediare con le esigenze sociali delle classi più deboli che si impoveriscono, diviene fondamentale rafforzare la tenuta ideologica del sistema.

Se il capitale sempre più palesemente mostra i propri fallimenti dal punto di vista dell’economia, della ricerca scientifica e dell’organizzazione sociale, è certamente vero che negli ultimi 30 anni, dal punto di vista ideologico ha lavorato affinché nonostante le contraddizioni si affermasse come unico modello possibile facendosi terra bruciata attorno.

In uno scenario come quello italiano, che ha in tendenza sempre meno margini di reidistribuzione, il piano ideologico diviene fondamentale per le classi dominanti e per la tenuta dei rapporti di forza, ragion per cui negli ultimi anni è stato costruito un apparato repressivo volto a prevenire ogni esplosione spuria di malcontento e reprimere le istanze conflittuali.

E questa repressione si palesa nei confronti dei soggetti militanti, di chi più̀ di 50 anni fa ha tentato un assalto al cielo, che pareva possibile, chi fa ricerca storica su un periodo che si configura come pericoloso per il nemico, proprio perché́ presentava l’ipotesi di un’alternativa di modello di sviluppo capace di far vacillare quello attuale è che, come nel caso specifico di Persichetti, ha rappresentato la capacità di organizzarsi e di agire del proletariato.

Le forzature e le torsioni dell’apparato giuridico palesemente attuate ai danni di Persichetti, mostrano chiaramente la natura e la funzione della legge all’interno della società̀ borghese, e cioè̀ uno strumento in mano alla classe dominante, che riflette i rapporti di forza nella società̀; natura e funzione che tuttavia cercano di essere celate dal racconto ideologico del nemico di classe: ci raccontano, infatti, di un mondo basato su libertà individuale e uguaglianza tra individui, in cui la legge cala dall’alto, neutralmente, a tutela delle possibilità̀ di ogni essere umano di realizzarsi, ci parlano di una realtà oggettivamente immutabile, in cui il successo o il fallimento dipendono dal merito e dalla bontà delle scelte individuali, e ogni scelta, ogni parola, ogni azione che si allontana dal percorso tracciato è malata, insensata, mostruosa.

Cercano di ascrivere la legge, tanto quanto il principio morale su cui si fonda, nella natura per oscurare nel senso comune tutta la sua storicità, per nascondere quello che la legge davvero è: lo strumento con cui la classe dominante cristallizza i rapporti sociali. La sua genesi è prodotto dei processi storici e della dialettica tra le classi, e questo a partire dai principi fondanti, dal contenuto delle singole leggi, fino all’utilizzo che dello strumento legislativo si fa.

Ci troviamo in un momento in cui la crisi del sistema è così profonda che diventa illegale, proprio perché́ il nemico non si può̀ permettere di arretrare di un millimetro nello scontro di classe, parlare a un megafono o portare avanti una ricerca storica, in cui vengono negati i più basilari diritti sindacali, e diritti sul lavoro, in un momento in cui la classe dirigente è costretta non solo ad accelerare sempre di più in senso reazionario la modifica di leggi frutto di un secolo di lotte e conquiste, ma in alcuni casi, come in quello di Persichetti, a forzare macroscopicamente la legge vigente, perseguitando una ricerca storica con capi d’accusa vuoti e insostenibili.

Dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine dell’Urss, abbiamo assistito alla vendetta del Capitale, che tramite determinate leggi e manovre repressive ha voluto mettere a tacere chiunque avesse portato avanti istanze rivoluzionarie, relegandolo oltre che nell’illegalità̀ al termine di terrorista e alla retorica degli anni di piombo.

Questo, nel senso comune, ha conseguenze ben visibili: in un sistema ideologico in cui essere uomini equivale ad avere una personalità̀ giuridica, essere spogliati della propria umanità̀, diventare mostruosi, terroristi, vuol dire anche perdere la tutela sociale che questa porta con sè.

È pensabile che uno storico subisca perquisizioni per quello che studia e che il suo materiale gli venga requisito assieme a suoi documenti personali? Qualora accadesse, accadrebbe nel silenzio più totale? Lo accettiamo solo perché l’uomo non è uno storico nella narrazione ideologica dominante, ma un terrorista, un criminale, perché la stampa e il sistema tutto accettano questa narrazione.

Su chi ha militato negli anni ’70 pesa, prima ancora dell’illegalità̀, un giudizio di immoralità̀, espresso nella definizione di terrorista, ovvero di esterno, di pericolo, di nemico, per i fondamenti stessi della società̀ borghese. Per questo, non basta la vittoria conseguita in una vera e propria guerra a bassa intensità̀ che lo Stato ha portato avanti contro il movimento di classe, è necessario infierire, mostrificare le intenzioni di chi tentò l’assalto al cielo, vendicarsi – cosa che dovrebbe essere contraria a uno stato di diritto – addirittura per mezzo di quello che di quello stesso stato di diritto dovrebbe essere garante, la legge, mostrandola per quello che è: uno strumento mai neutrale in mano alla classe dirigente.

Anche in questo, nella crisi degli stessi valori portanti dell’ideologia borghese, che a lungo hanno avuto un carattere storicamente progressista, si palesa la crisi di civiltà che stiamo vivendo, la crisi di un modello di sviluppo che ha completamente esaurito la sua spinta propulsiva: di fronte alla barbarie capitalista, che arriva a uccidere una ragazza schiacciata da un macchinario ed a assassinare un sindacalista in sciopero, che dà la caccia, deumanizza, mortifica e umilia ex militanti di oltre 80 anni colpevoli di aver sfidato lo stato borghese 50 anni fa, come comunisti dobbiamo aver ben presente che di fronte alla propria crisi il nemico di classe sarà sempre più propenso a fare forzature sulle proprie stesse regole e ad estendere la propria spinta repressiva.

La morale non è naturale, ma prodotto dei rapporti di forza sul piano del conflitto ideologico – laddove negli anni 70 la morale borghese condannava il terrorismo oggi condanna anche attaccare striscioni – per questo non esistono per noi azioni che siano o meno morali, ma azioni giuste o meno perché in grado di produrre (o meno) uno spostamento dei rapporti di forza in nostro favore.

Gli anni ’70 hanno rappresentato una spinta all’alternativa, a un modello diverso, con rapporti di forza molto diversi da quelli di ora, che spinsero taluni a imbracciare le armi, e sono anni che continuano a far tremare la borghesia nostrana, pur con tutte le contraddizioni, i dubbi e le incertezze di quella fase storica, e che perciò vanno cancellati e repressi.

La posizione di debolezza in cui l’Italia, alle prese con contraddizioni profonde interne, si trova ad affrontare la ristrutturazione messa in atto dall’UE nella costruzione del suo polo imperialista, porta repressione e revisionismo storico a diventare parole all’ordine del giorno per una classe politica anelastica che ha difficoltà a riassorbire le esplosioni di malcontento generale e che, in mancanza di altri strumenti, le confina ai margini o le cancella tramite gli apparati repressivi o lo stanziamento di misure minime, forte dell’unico piano di tenuta del sistema, quello ideologico: la narrazione del nemico che dal secolo scorso è uscita vincitrice, è per questo punto di forza per nascondere le proprie debolezze strutturali.

L’accelerazione di queste tendenze che la pandemia ha generato è evidente anche nella normalizzazione, dalla comunicazione agli stessi componenti del governo, di quelle misure di controllo emergenziale e di militarizzazione che nel nostro paese vanno a ridurre drasticamente gli spazi di discussione e di espressione del dissenso tramite una repressione violenta.

E ora, sotto gli scricchiolii delle crepe portate alla luce dalla crisi, l’apparato giuridico viene piegato alle necessità di una classe politica che ha tutto da perdere, e che mette a tacere chi porta avanti la consapevolezza che un altro mondo è possibile, e la Storia di chi tentò di realizzarlo.

Così assistiamo a una particolare forma italiana di recrudescenza verso la vendetta di Stato, che attraverso torsioni e forzature tenta di mantenere il controllo tramite la relegazione nell’illegalità di chiunque minacci lo status quo, rivelando però tutta la propria debolezza, che non può permettere l’apertura ulteriore di falle nella tenuta egemonica.

Gli arresti e le perquisizioni servono quindi da monito verso chi, giovani in prima linea, combatte ogni giorno portando avanti una lotta di classe dal basso, non accettando il paradigma di una Storia che è finita e di un mondo immutabile.
E rilevata questa debolezza del nemico di classe e l’importanza della tenuta egemonica di quest’ultimo, diviene fondamentale per noi riappropriarci di quel patrimonio storico che è storia nostra e storia di classe, avendo bene a mente che su questo piano si gioca una partita importante per chi come noi lotta ogni giorno per un modello sociale diverso.

Recuperare le proprie radici nel conflitto di classe del Novecento diviene fondamentale per riuscire a portare avanti la lotta e la consapevolezza che un altro modello è possibile.
Se il capitalismo ha vinto sulla narrazione e sulla tenuta ideologica, usata per nascondere le proprie debolezze, è proprio lì che la nostra azione deve inserirsi, con la consapevolezza del passato e con lo sguardo al futuro, perché abbiamo tutto da riconquistare, a partire dalla nostra storia.