TANTO TUONO’ CHE SI SBLOCCARONO I LICENZIAMENTI. SABATO IN PIAZZA CON I LAVORATORI GKN!

L’anno scorso di questi tempi eravamo alle prese con la fase 1 e la fase 2, oggi a un anno di distanza, pare che siamo di fronte alla fase 0 e cioè quella della tabula rasa su tutte le parole di coesione, integrazione, ripresa e di un paese migliore post pandemia.

Oggi si fanno evidenti le decisioni dell’Unione Europea sulle sorti e sul ruolo che deve ricoprire l’Italia nel progetto imperialista dell’UE: un punto di smistamento e logistica merci per le filiere produttive del centro europeo, piuttosto che un paese con una capacità industriale propria. Come dopo la crisi del 2008, adesso le multinazionali esercitano il potere che gli è stato garantito di fare il bello e il cattivo tempo chiudendo da un giorno all’altro interi stabilimenti per delocalizzare e ci si appresta a smantellare tutto l’impianto produttivo del nostro paese, in favore di grandi centri di smistamento e investimenti nella logistica portuale, stradale e ferroviaria.

Non a caso nel PNRR del governo Draghi, approvato dall’UE, la maggior parte dei fondi sono destinati alla costruzione e al potenziamento dello stoccaggio e dello smistamento delle merci. Ed è per questo che il tessuto produttivo di questo paese, pur essendo stato in passato fra i più sviluppati al mondo, oggi delocalizza lasciando migliaia di lavoratori senza un futuro e senza un lavoro.
Lo scrivevamo giusto un anno fa, la pandemia non è altro che il cigno nero di una serie di problemi e decisioni che l’UE aveva preso per noi e che la crisi pandemica non ha fatto altro che accelerare questi processi.

Il 30 giugno il governo dei migliori e di Confindustria ha firmato l’accordo, insieme ai sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL), per lo sblocco dei licenziamenti che erano stati congelati nell’ultimo anno per tentare di tenere sotto controllo la rabbia sociale prodotta dalla crisi pandemica e sociale mondiale.
A pochi giorni dalla firma dello sblocco, decine e decine di impianti in Italia stanno chiudendo e mandando a casa migliaia di lavoratori.

E’ il caso della GKN, azienda di proprietà di un fondo d’investimento britannico che produce componenti per automobili, che dalla sera al mattino tramite e-mail ha licenziato tutti i 422 lavoratori e lavoratrici decidendo per la chiusura dell’impianto.
Così come la Timken a Brescia – altro stabilimento dell’automotive di proprietà di una multinazionale – che anch’essa ha annunciato la chiusura e il licenziamento degli oltre 100 lavoratori; o la Gianetti Ruote – proprietà di un fondo d’investimento tedesco – che ha lasciato a casa altri 150 lavoratori.
Inoltre, con il via libera, anche la Whirpool – ennesima multinazionale – è riuscita a mettere la parola fine sullo stabilimento industriale di Napoli, firmando di fatto una chiusura che era chiara da prima della pandemia e che significherà il licenziamento, anche qui, di quasi 400 persone.
Ma, seppure con modalità diverse, è il caso anche di Alitalia – da pochi giorni Ita – che oggi il governo, sfruttando un momento di ristrutturazione complessiva, decide di fare a pezzi per favorire gli affari delle multinazionali, Lufthansa e Ryanair in primis. Oltre allo smantellamento della compagnia di bandiera italiana, è responsabilità diretta del governo e dell’UE anche quello che è l’effetto principale di questa svendita: quasi 8000 lavoratori in esubero.


Era chiaro a tutti che lo sblocco dei licenziamenti post pandemia (anche se di fatto l’emergenza sanitaria è tutt’altro che finita) si sarebbe palesato come una mannaia per i lavoratori e le lavoratrici. Lo sapeva benissimo anche la CGIL che oggi chiede il blocco dei licenziamenti (sic!), eppure per loro era sufficiente l’“impegno a raccomandarel’uso degli ammortizzatori. Ed è in questa situazione che tutte le maschere cadono a terra.

Il “governo dei migliori”, quello dell’unità nazionale, si mostra per quel che realmente è: un governo di commissari dell’UE, imposto per gestire una fase delicata di ristrutturazione economica e sociale; un governo che non deve rispondere a nessuno delle sue azioni: né ai sindacati, né ai lavoratori, né agli elettori. Il PNRR è stato approvato, i soldi cominciano ad arrivare e la ristrutturazione doveva cominciare, a partire dallo sblocco degli sfratti e dei licenziamenti.
I sindacati confederali, dopo aver firmato l’ok allo sblocco, oggi devono tornare al ruolo che gli è più caro: quello di tappo e controllo del conflitto sociale, indebolendo le richieste e la spinta al conflitto laddove dovesse presentarsi e oggi è proprio il settore operaio che ci mostra una necessità e una volontà di riaffacciarsi alla lotta. Uno sciopero provinciale di 4 ore non può certo essere la risposta a un licenziamento collettivo di oltre 400 persone, la richiesta di ammortizzatori di fronte a dei lavoratori pronti ad occupare la fabbrica non è che l’ennesimo inganno a chi subisce attacchi sempre più violenti dalle classi dominanti. Non ci sorprenderebbe se lo sciopero di 2 (DUE) ore dei metalmeccanici annunciato dalla FIOM per il 22 luglio ottenesse, al massimo, l’ennesimo tavolo di trattative che porterà allo sfinimento dei lavoratori e alla lenta agonia degli sprazzi di combattività che vediamo in questi giorni. Come nel caso della Whirpool dove si sono fatti garanti dei vari colloqui con le forze politiche (M5S in primis) che hanno promesso la ripresa della produzione, salvo poi accompagnare dolcemente i lavoratori verso gli ammortizzatori sociali e poi la chiusura.

La determinazione che in questi giorni stanno dimostrando i lavoratori GKN deve essere però un esempio per le altre chiusure che inevitabilmente ci saranno. Per questo parteciperemo alla chiamata nazionale dei lavoratori GKN di sabato 24 davanti ai cancelli della fabbrica di Campi Bisenzio, per portare la nostra solidarietà a tutti i lavoratori che in questi giorni stanno pagando gli effetti della crisi e per ribadire la necessità di un cambiamento radicale di questo sistema. Oggi sono loro in prima linea, ma il problema riguarda tutti i lavoratori di questo paese come riguarda anche tutti quei giovani che devono affacciarsi in un mondo del lavoro sempre più precario e senza diritti. La soluzione non può che essere la generalizzazione di queste lotte su un piano complessivo; non gli ammortizzatori sociali o il reintegro, ma l’intervento dello stato per la tutela degli interessi della collettività: la nazionalizzazione delle imprese strategiche, la tutela dell’occupazione, una politica industriale che garantisca il benessere dei lavoratori e che non sia invece piegata alle necessità delle multinazionali o delle filiere produttive tedesche.

Per questo parteciperemo alla piazza di sabato e per questo daremo il nostro supporto militante alla costruzione dello sciopero generale convocato dai sindacati di base per il 18 ottobre, affinché lo sciopero possa tornare ad essere riconosciuto dai lavoratori come uno strumento di lotta reale ed efficace, capace di inceppare i processi produttivi e fare davvero male ai padroni.