VERSO IL NO NUKE DAY:L’EQUAZIONE ENERGETICA SI RISOLVE CANCELLANDO IL CAPITALISMO

VERSO LA GIORNATA DI AGITAZIONE NAZIONALE #NONUKE 1/12
Smascheriamo la truffa ecologica di Congolani e UE!

A pochi giorni dalla giornata #nonuke condividiamo un contributo di Francesco Piccioni, giornalista di Contropiano.org, presente nell’opuscolo “Il nostro futuro non sarà a fissione nucleare“. Questo articolo tratta del ruolo strategico che la questione energetica ha nella sopravvivenza del modo di produzione capitalistico all’interno della competizione interimperialistica.


L’equazione energetica si risolve cancellando il capitalismo
Francesco Piccioni

Per parlare di transizione ecologica dobbiamo tener presente che il problema dell’energia è il problema dei problemi, per come è costruita l’umanità e specialmente i paesi sviluppati negli ultimi decenni. Per fare quello che si fa in una società industriale avanzata (sia essa negli Stati Uniti, in Europa o in Cina) c’è bisogno ormai di una quantità di energia e di forza meccanica spesa che non è più possibile ricavare dagli esseri umani. Ad esempio, un singolo barile di petrolio fornisce energia pari ad un anno di lavoro di 12 uomini: è quindi comprensibile come il salto di qualità che c’è stato nel capitalismo sia dipeso molto dalla disponibilità di questo tipo di energia, molto più versatile del carbone che veniva soprattutto usato in precedenza.

Uscire quindi dai meccanismi che portano alla distruzione dell’ambiente usando determinate fonti di energia non è affatto semplice, seppure ci fosse l’intenzione; ma come abbiamo visto a Napoli il 24 luglio durante il convegno “Contro la crisi ecologica serve una exit strategy” questa intenzione non ci può essere in ambito capitalistico. Nel momento stesso della produzione capitalistica nessuno dei soggetti protagonisti ha interesse nel tutelare l’ambiente.

Per comprendere ancora meglio basti pensare al petrolio che viene estratto dal sottosuolo: questo implica la presenza di un “proprietario“, ad esempio l’Arabia Saudita o il Venezuela, ovvero i paesi che hanno questa disponibilità di risorsa naturale e che mettono a disposizione in qualità di proprietari fondiari la loro risorsa affinché venga estratta. Questi paesi non hanno quindi alcun interesse ad interrompere l’estrazione prima che sia esaurito il giacimento. Il capitalista che paga lo sfruttamento del giacimento per poter estrarre il petrolio e portarlo dove serve ovviamente non ripone nessun interesse nella sospensione del processo in quanto ne deriva il suo profitto.

Persino i lavoratori addetti all’estrazione non hanno alcun interesse immediato ad interrompere l’estrazione di petrolio (se non come esseri umani che si troveranno a dover vivere in un mondo devastato) perché ne andrebbe a risentire il loro stipendio. Un esempio in questo senso è quello dei lavoratori portuali che, in teoria non hanno interesse dal punto di vista puramente lavorativo a sapere cosa è contenuto all’interno dei container: che si tratti di grano o di armi per l’Arabia Saudita, Il loro lavoro consiste nello scaricare container e caricarli sui camion. Il fatto che si oppongano al carico di armamenti è una scelta politica, non è dettata dal loro lavoro, ma dalla loro coscienza.
In modo semplice e schematico questa è la ragione per cui in ambito capitalistico la transizione ecologica risulta decisamente difficile: risulta difficile che qualcuno sia realmente interessato al suo compimento in quanto i soggetti contrari sono infiniti.

Per quanto riguarda la transizione ecologica del governo Draghi prendiamo ora ad esempio l’aumento delle bollette. Questo aumento delle bollette è dovuto in parte al fatto che effettivamente gas e petrolio sono notevolmente aumentati di prezzo negli ultimi mesi, in quanto a seguito della pandemia tutti i Paesi occidentali hanno ripreso a produrre al massimo della capacità ed è quindi esplosa la domanda di gas, petrolio e altre fonti energetiche (principalmente idrocarburi). L’aumento del prezzo del petrolio e del gas sul mercato internazionale è quindi dovuto al fatto che essendoci una domanda maggiore il prezzo sale dal momento che la programmazione dell’estrazione del petrolio e del gas avviene su periodi abbastanza lunghi: i contratti si fanno a tre/sei mesi e quindi se oggi c’è maggiore necessità di petrolio non vi si potrà accedere prima del tempo prestabilito da contratto in quanto vi è un processo di estrazione e distribuzione non immediato.

Un’altra componente importante sono gli oneri di sistema ovvero tutta quella serie di voci che vanno dagli incentivi per le rinnovabili alle quote di inquinamento, che incidono sul prezzo della bolletta. Una grossa parte di questo aumento è dato proprio dalle quote di inquinamento.


In cosa consistono? Non potendo e non volendo fermare l’inquinamento, soprattutto industriale, è stato introdotto un meccanismo punitivo per costringere le multinazionali produttrici di energia a usare tecnologie meno inquinanti. Per convincerle si fa ricorso al sistema delle quote di inquinamento, che devono essere pagate se non si fanno determinate cose e che tutti gli anni crescono di prezzo. Ciò che accade però se il governo permette all’azienda di scaricare questa funzione sul consumatore finale (ovvero noi tutti) è che l’azienda non ha più nessun interesse immediato nell’introdurre tecnologie meno inquinanti. Quando il governo Draghi è intervenuto in maniera infinitesimale, perché invece del 40 % ha introdotto un aumento del 28 %, che cosa ha fatto? Ha preso soldi pubblici, cioè nostre tasse o nostro debito, e li ha passati alle aziende produttrici di energia che, però, non hanno fatto nulla per ridurre l’uso di tecnologie inquinanti, garantendo quindi lo stesso profitto. La situazione va quindi perpetuandosi perché le aziende non faranno niente in quanto non perderanno niente.
Questa è la transizione ecologica di Cingolani: pagare noi affinché le aziende possano continuare a fare come sempre hanno fatto.

La cosa da tener presente è che l’equazione energetica, qualsiasi sia il modo di produzione, è vitale e che quindi va affrontata scientificamente. In un’equazione ci sono voci che devono calare di peso, altre che devono salire. Soluzioni che ancora non ci sono vanno necessariamente trovate. Tutto questo non sta nella fantasia, ma nella capacità che la scienza ha di trovare soluzioni che nessuno di noi individualmente potrebbe immaginare.

4 DICEMBRE, NO DRAGHY DAY: LA NOSTRA GENERAZIONE COSTRUISCE L’OPPOSIZIONE!

La costruzione del polo imperialista europeo, spacciata per un processo che avrebbe portato al benessere e alla prosperità per tutti i Paesi membri, in realtà ha causato un divario sempre più marcato tra nord e sud, tra centri e periferie, e un aumento senza precedenti della polarizzazione fra le classi, con un’élite sempre più ristretta di super ricchi e una maggioranza di lavoratori e disoccupati sempre più poveri e impoveriti.

Per i giovani di questo Paese tutto ciò si è tradotto in un risultato ben preciso: precarietà, tanto materiale quanto esistenziale, disoccupazione ed emigrazione forzata. In poche parole, un futuro fatto di miseria e instabilità, che ci porta oggi ad avere il dato emblematico della più alta percentuale di NEET in Europa.

L’attuale governo Draghi, il “governo dei migliori” è oggi, di fatto, il principale rappresentante di un nuovo stadio di questo processo di centralizzazione economica e finanziaria al livello europeo: una fase che prevede non solo la privatizzazione dei pochi servizi pubblici rimasti, ma l’utilizzo dello Stato come agente facilitatore e garante del profitto privato. Il risvolto per le classi subalterne sarà una nuova mattanza sociale, che il governo ci ha già fatto pregustare, che colpirà i giovani in modo particolare in una prospettiva di peggioramento generalizzato delle condizioni di vita.

Nel mondo della formazione le dinamiche di polarizzazione e selezione di classe si intensificheranno. I finanziamenti previsti per università e ricerca non fanno che dare nuova linfa ad un modello basato sulla competizione e sul profitto. Il diritto allo studio non è la priorità, l’obiettivo non è la creazione di conoscenza collettiva ma di una forza lavoro con le competenze e la flessibilità richieste dall’attuale modello dominante e di una élite selezionata sulla base dell’appartenenza di classe. È evidente anche da quanto ci dice il ministro Bianchi e da quanto sta puntando l’attenzione, e le risorse, sugli istituti professionali e gli ITS.

Sul lavoro, vediamo fondi, bonus, sgravi e riduzioni fiscali piovere sulle imprese, mentre la nostra generazione e tutti i lavoratori affogano in condizioni di sfruttamento, precarietà, lavoro nero e salari da fame. Condizioni che sempre più spesso portano anche ad omicidi sul lavoro di tanti nostri coetanei. In questa situazione, una misura che potrebbe portare dignità, seppur già insufficiente, come il reddito di cittadinanza, viene ulteriormente ristretto e trasformato in uno strumento soltanto punitivo contro quelli che vengono dipinti come fannulloni e criminali.

E intanto, sul lato delle pensioni, il governo si instrada verso il ritorno alla Fornero. Una scelta scellerata che penalizza sia i più anziani, costringendoli a lavorare fino alla morte, sia i più giovani, che si vedono chiuso ulteriormente il mondo del lavoro, soffiando nuovamente sul fuoco del conflitto generazionale utile solo ai padroni.

Di diritto all’abitare, poi, non si parla. Né studentati, né case popolari né calmieramenti ad un mercato privato con prezzi altissimi, a cui si aggiunge il carovita crescente. La soluzione di Draghi sono mutui inaccessibili per la maggior parte di noi, che altro non sono che un incentivo ad indebitarsi con le banche.

La natura padronale e subalterna alle necessità imperialiste dell’UE di questo governo è sempre più evidente. Nella nuova fase di costruzione del polo imperialista europeo capace di essere all’altezza nella competizione multipolare, i giovani saranno una delle categorie più colpite dalle riforme regressive dell’UE e di questo governo, sia sul piano materiale che ideologico.

La portata della minaccia al nostro futuro è molto chiara e concreta. Oggi è cristallizzata nella manovra di bilancio, domani ci sarà il pilota automatico del PNRR, con un Draghi probabile Presidente della Repubblica pronto a vigilare, per conto della Commissione Europea, che non ci siano deviazioni sul percorso.

Per questo, oggi più che mai, è necessaria la costruzione di un’alternativa sistemica a questo modello. Questo per noi oggi significa creare un’opposizione conflittuale, di classe, a partire dalla lotta di una generazione costretta ad un futuro di miseria. Un’opposizione totale al progetto imperialista dell’Unione Europea che, alle nostre latitudini, significa lottare contro i suoi alfieri, uniti nel governo del commissario Draghi, dal PD alla finta opposizione della Meloni.

La recente stretta repressiva contro tutte le manifestazioni pubbliche pone ancora più l’urgenza di rompere questo sistema ormai in crisi. Al fianco delle organizzazioni sindacali conflittuali e di classe di questo Paese e di tutte le realtà sociali e politiche che raccoglieranno l’appello, il 4 dicembre porteremo in piazza la nostra rabbia, la rabbia di una generazione senza più niente da perdere.

Costruiamo l’alternativa: 4 dicembre NO DRAGHI DAY!

AMBIENTE E CAPITALISMO: LA CONVIVENZA IMPOSSIBILE

Pubblichiamo l’opuscolo “Ambiente e capitalismo: la convivenza impossibile” che abbiamo curato insieme ai compagni di Contropiano.

Per leggere tutto il contributo CLICCA QUI.


L’infarto ecologico del Pianeta è ormai da qualche decennio sotto gli occhi di tutti. La conoscenza di questo fenomeno risale almeno al Rapporto sui limiti dello sviluppo, pubblicato dal Club di Roma nel 1972. Da allora le previsioni scientifiche si sono fatte sempre più precise, attendibili, verificate nella realtà. Con margini di incertezza sempre più sottili e un negazionismo sempre più radicale.

Come testimoniano decenni di accordi internazionali caduti nel vuoto ed un susseguirsi di vertici puntualmente conclusisi con un nulla di fatto (come gli ultimi G7 in Cornovaglia, il G20 su Clima, Ambiente ed Energia, la Precop26 e la Cop26), la maggior parte dei governi non fa assolutamente nulla per fermare questa corsa verso il baratro.

Anche la sortita della Commissione Europea, che pensa di proibire l’immatricolazione di nuove auto diesel o benzina a partire dal 2035, è stata immediatamente respinta da quelle case costruttrici che, ancora forti quando si costituiscono in lobby, temono l’avanzata dei colossi dell’high-tech elettrico.

La partita non si riduce nella contrapposizione tra “innovatori dai verdi propositi” e “reazionari attaccati al fossile” come molto spesso la narrativa propria di chi propugna la green economy vuole far intendere.

Andando oltre le intenzioni pubblicizzate e guardando agli interessi materiali che muovono questi gruppi ci si accorge infatti che quello tra green e carbon è un conflitto tutto interno al capitale per la supremazia sul mercato. Le grandi multinazionali che spingono per aprire con la transizione nuove fette di mercato da colonizzare con i loro prodotti e servizi si contrappongono ad altre compagnie che invece basano il loro business sul fossile e che non hanno la volontà o la forza necessaria a farsi largo in questo nuovo scenario.

In ultima analisi, le loro proposte non sono una alternativa all’altra, ma due strade per perseguire lo stesso scopo: il profitto.

Questo è il motivo per cui gli l’interessi dell’ambiente e dell’umanità tutta non solo non sono ciò che guida la loro azione, ma non possono coincidere con gli interessi di questi soggetti.

La verifica più concreta e brutale di cosa vuol dire avere il profitto come obiet- tivo della produzione si è avuto con la pandemia. Il fatto che per nessuna ra- gione al mondo la produzione, circolazione e vendita delle merci potesse esse- re messa in discussione ha reso qualsiasi costo umano “accettabile”. Oggi si parla delle decine di migliaia di morti con la stessa indifferenza con cui si con- tano i capi di bestiame destinati al macello.

La maggior parte dei governi non fa assolutamente nulla per fermare questa corsa verso il baratro, perché bisognerebbe fermare il treno dell’accumulazione capitalistica e provare ad invertire la direzione di marcia senza provocare un crollo generalizzato della possibilità di produrre e mante- nere gli standard di vita fin qui maturati.

Questo è il motivo per cui anche in campo ambientale ed energetico non cre- diamo che la soluzione sia sostituire Mercedes con Tesla o assecondare le poli- tiche ipocrite di ENI. La realtà impone piuttosto un cambiamento del modello produttivo, in primo luogo dei rapporti di proprietà, sottoponendo le imprese private al comando di una politica degli interessi collettivi, riunendo i poteri statuali più forti in una sorta di “governo mondiale” in grado di programmare questo cambio di direzione e pianificando nei dettagli i singoli passi verso un altro modello.

Utopia, certamente, finché si resta all’interno del modo di produzione capitalistico.

Salvare il capitalismo e salvare il pianeta (umanità compresa) sono compiti che si escludono a vicenda.

Ma l’umanità ed in particolare le giovani generazioni non possono certamente accettare questa constatazione terrificante. E trovare una via d’uscita realistica comporta in primo luogo comprendere esattamente la ragione strutturale per cui il capitalismo è il primo modo di produzione nella Storia che non si pone in nessun caso il problema della riproduzione/salvaguardia della Natura e delle sue risorse.

Se non si interrompe questa corsa, peraltro, rischia seriamente di essere anche l’ultima, vista la potenza distruttiva raggiunta dai suoi mezzi di produzione, dalle tecnologie, dalla capacità del sistema di mobilitare risorse.

Che significa “ragione strutturale”? Significa individuare quel rapporto sociale che è alla base del modo in cui il capitale si appropria della Natura. Un rapporto sociale che, al di là della buona o cattiva coscienza dei singoli uomini, motiva, dà forma e forza sistematica all’indifferenza del capitale per tutte le questioni “sistemiche” che non si traducono in ricchezza.

Noi pensiamo di aver individuato con qualche precisione questa “ragione strutturale” nell’analisi teorica che Marx fa del modo in cui il capitale si appropria della terra e delle risorse naturali, nella Sesta Sezione del terzo libro de Il Capitale.

Per chi non ha dimestichezza con il metodo scientifico marxiano, una premessa sembra però indispensabile.

Quel che viene individuato sul piano più astratto – facendo astrazione, come nelle leggi della fisica, dalle “condizioni a contorno” 2 – è una relazione che si stabilisce tra i diversi soggetti della produzione capitalistica. E questa relazione fa da matrice stabile nel tempo, al di là delle diversità anche profonde che si producono nei vari soggetti e nel loro modo di concepire il proprio ruolo.

Una matrice che dunque riproduce quel rapporto sociale e ne fa una caratteristica fondamentale del modo di produzione. In automatico.

Per capirne la portata, bisogna pensare alla matrice dello sfruttamento dei lavoratori. Che Marx individua nel tempo di lavoro non retribuito.

Ovvero: ammesso che la giornata sia di otto ore, in una parte di queste ore si lavora per coprire il salario e una parte (crescente con lo sviluppo delle tecniche produttive) va a costituire il profitto dell’imprenditore. Una sottrazione silenziosa sul piano contrattuale, non certo un “regalo spontaneo” del lavoratore al suo “datore” (che risulta piuttosto un “prenditore”).

Individuare questa matrice “ambientale” – così come per quella dello sfruttamento – non comporta immediatamente anche l’individuazione di un programma o un piano di azione politica. Questo è un compito che si apre davanti a noi nel prossimo periodo, ma che non potrebbe essere impostato correttamente se non avessimo prima ben chiaro il ruolo e il peso di quella matrice strutturale.

Se non sai qual è il problema, non puoi neanche trovare soluzioni efficaci. Al massimo qualche palliativo…

Per questo diciamo chiaramente che quella che viene qui proposta è una sterzata drastica rispetto a come il problema è stato storicamente impostato dai marxisti del ‘900 e, al tempo stesso, anche rispetto alle ben note impostazioni degli ambientalisti che pensano sia possibile “salvare il pianeta” senza toccare, se non incidentalmente, il modo di produzione.

È con queste premesse teoriche e politiche che, come organizzazione giovanile comunista insieme alla redazione del giornale comunista Contropiano.org, vogliamo prendere parola sulla contraddizione capitale natura. Per noi non è soltanto una querelle come tante altre ma è un problema direttamente materiale: il futuro che il modello di produzione capitalistico sta distruggendo è quello delle giovani generazioni; da qui, l’urgenza di analizzare a fondo questa contraddizione, di dare una lettura alternativa a quella del greenwashing o dell’ambientalismo compatibilista e, soprattutto, la necessità di fare di questa riflessione una bussola per le lotte concrete.

IL NOSTRO FUTURO NON SARÀ A FISSIONE NUCLEARE

Il ruolo del nucleare nella truffa ecologica

Qualche mese fa il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha rilasciato dichiarazioni in cui proponeva come possibile soluzione alla crisi energetica, la fissione nucleare. Quella che poteva sembrare semplicemente un’opinione personale, si è rivelata in realtà una voce tra tante.

Non è stato un caso che la stessa governance europea ha espresso posizioni di apertura verso il nucleare, a cominciare da Ursula von der Leyen e Frans Timmermans, rispettivamente presidente e vice-presidente della Commissione Europea, che durante la Cop26 hanno espresso la necessità di guardare alla fissione nucleare come alternativa (insieme al gas ed alle fonti di energia rinnovabile) all’energia da fonti fossili. Di fronte alla pesante responsabilità di arrestare l’ulteriore riscaldamento climatico e abbattere le emissioni di CO2 si risponde dunque con un arretramento e con la falsa promessa che si tratti di una soluzione con minor impatto ambientale, che sfrutta materie prime inesauribili.

In un contesto generale di crisi energetica le scelte sul nucleare, su cui la Commissione Europea stessa si pronuncerà con un posizionamento definitivo a dicembre di quest’anno, non sono meramente scelte tecniche e di bilancio sui costi, come vogliono far credere, ma riguardano il ruolo strategico di competizione del polo imperialistico europeo, in cui sono in gioco la sua indipendenza e resilienza energetica e gli equilibri che l’UE deve mantenere al suo interno e verso l’esterno. Un’eventuale conferma e affermazione del nucleare sarebbe dunque una scelta strategica dell’UE per non rimanere indietro nella competizione interimperialistica europea.

Come organizzazione giovanile comunista, quindi, ci siamo posti l’obiettivo di smascherare la vera natura di truffa della transizione ecologica che il governo italiano, all’interno e insieme alle istituzioni europee, sta portando avanti. In questi ultimi mesi abbiamo cominciato a portare all’attenzione la questione, lanciando momenti di piazza e di agitazione su questo tema. Abbiamo inoltre avviato un lavoro di approfondimento raccogliendo diversi interventi da parte di personalità di rilievo e del settore, presentandoli in questa raccolta.

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NESSUNA LEZIONE DALL’IMPERIALISMO OCCIDENTALE E DALL’UNIONE EUROPEA SULL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE

Iniziativa di approfondimento verso e oltre le date del 25 Novembre contro la violenza sulla donne e della mobilitazione del 27 novembre a Roma

Come ogni novembre stiamo assistendo al solito teatrino di politicanti e di personaggi legati al variegato mondo del centrosinistra che, avvicinandosi la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, propongono il loro ‘personale’ modello di emancipazione femminile, dopo aver appoggiato e portato avanti per il resto dell’anno politiche antipopolari e di macelleria sociale: quest’anno le loro attenzioni si confermano ancora più ipocrite del solito, laddove si arriva addirittura a strumentalizzare le condizioni delle donne in Afghanistan.

Il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan e la presa di Kabul da parte dei talebani è un evento sicuramente di portata storica che palesa la profonda crisi dell’egemonia statunitense e occidentale e l’ipocrisia della guerra per l’esportazione della democrazia e delle libertà, nonchè la dimostrazione delle enormi falsità costruite in 40 anni di occupazione militare dai governi occidentali che avevano prima sostenuto militarmente gli integralisti in chiave antisocialista per poi abbandonare il mostro da loro stessi creato.

Opinionisti ed esponenti della classe politica nostrana hanno quindi reagito manifestando subito preoccupazione e sconcerto sul destino delle libertà femminili, fino ad arrivare alle dichiarazioni di qualche mese fa di Emma Bonino che ha proposto di dedicare il 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, alle donne afghane.

Rispediamo al mittente le roboanti dichiarazioni sulle sorti delle donne afghane e l’attenzione mediatica e politica sui diritti umani seguite al ritorno del governo fondamentalista talebano:  anni di occupazione militare e soprusi di ogni sorta da parte dell’Occidente e con la complicità di governi italiani (anche e soprattutto del centrosinistra cosiddetto “democratico”) non possono essere cancellati costruendo una mistificazione ideologica sulla pretesa superiorità occidentale in quanto a emancipazione femminile e diritti.

A pochi giorni da una delle giornate internazionali dedicata alle donne viene quindi da chiedersi: a che punto siamo realmente per quanto riguarda l’emancipazione femminile in Occidente e in particolare in Europa e in Italia?

Basta prendere alcuni dati esemplificativi per comprendere come nel nostro paese e nella ‘democratica’ Unione Europea si stia sempre di più accentuando la differenza tra una minoranza di donne che, per condizioni sociali e culturali, sono in grado di costruirsi una ‘carriera’ e la stragrande maggioranza di donne che invece, assieme ai migranti, rappresentano una delle categorie più colpite dalla crisi economica, vivendo in una condizione di pesante sfruttamento e precarietà lavorativa, di dipendenza dal lavoro maschile nonchè sottoposte ad abusi e violenze.

Infatti, se analizziamo il dato dei femminicidi, che a settembre 2021 ha visto la morte di 7 donne in 10 giorni solo in Italia, e che negli ultimi anni ha visto numeri da capogiro in tutta l’Unione Europea (nel 2019 sono state uccise 1.421 donne, quattro al giorno, con il maggior numero delle vittime in Francia, 285, e in Germania, 276) siamo ben lontani da una sicurezza domestica, luogo dove spesso vengono riproposte quelle stesse dinamiche di abuso che possiamo ritrovare nei posti di lavoro e che sono il riflesso di un imbarbarimento causato da questo modello di sviluppo.

L’occupazione femminile è poi scesa di molti punti percentuali ovunque nei paesi dell’UE durante la pandemia, aggravando ancora di più le differenze tra paesi trainanti del cosiddetto core economico europeo (dove l’occupazione femminile si attesta sul 60%) e i paesi della periferia da sempre bacino di manodopera a basso costo (come la stessa Italia, dove in alcune regioni è scesa al 30%).

Di fronte al peggioramento delle condizioni per una reale emancipazione femminile, l’Unione Europea sta provando a tingersi di rosa e ad ergersi a paladina dei diritti delle donne: la mistificazione ideologica operata sulle sorti delle donne serve a coprire in realtà il tentativo in atto di amplificare la selezione interna alla manodopera femminile.

Sono infatti di questo luglio le parole della presidentessa della Commissione Europea Von der Leyen, che affermano che per eliminare il fatidico ‘’Gender gap’’ basti incrementare i congedi parentali e l’assistenza per l’infanzia e per gli anziani, in modo che le donne possano dedicare il proprio tempo alla carriera: parole che, dietro una cortina rosa, rivelano un concetto di emancipazione legato al successo individuale di poche donne, sulle spalle della miseria di molte.

Il tentativo in atto è chiaro: sussumere, in funzione della ristrutturazione capitalistica in atto a livello europeo e continentale, le parole chiave delle lotte delle donne trasformando ad esempio il concetto di ‘parità’ nel concetto liberale di ‘pari opportunità’ e l’emancipazione in empowerment e imprenditorialità femminile, per le quali verranno infatti elargiti ingenti investimenti previsti nel PNRR.

Una prospettiva quindi di emancipazione tutta individuale ed individualista, volta a creare (per quelle che ce la fanno) donne che sfrutteranno altre donne, investite in ruoli di potere e di management, cristallizzando invece la situazione della maggioranza delle donne che andranno ad alimentare quell’”esercito di riserva” di manodopera maggiormente sfruttata o al tempo stesso lasciata a casa nei periodi di crisi.

Dalla vicenda afghana e le lacrime di coccodrillo sui diritti umani e le libertà femminili fino all’ipocrisia di un femminismo liberale e liberista in salsa europea vi è filo rosso che mira a usare una arrogante e presunta superiorità occidentale per ricostruire un’egemonia ormai in crisi. Rifiutiamo con decisione questa operazione di mistificazione e rimettiamo al centro la necessità di lottare e mobilitarsi, per un progetto rivoluzionario e un cambio sistemico per un processo di emancipazione reale che coinvolga il mondo femminile. 

Apriamo il dibattito con una prima iniziativa che si terrà a Bologna, il 21 Novembre alle ore 17.30, con Giacomo Marchetti della Rete dei Comunisti ed Emidia Papi dell’Unione Sindacale di Base.

#2 Smascheriamo la Fissione nucleare “green” alla COP26 di Glasgow: adesso parliamo noi!

Le dichiarazioni a favore del nucleare continuano alla Cop26 di Glasgow. Per le istituzioni europee, evidentemente, è questa l’energia verde che occorre prendere in considerazione. Le parole di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea sono chiare: ricorrere all’energia da fissione nucleare è «un diritto sovrano degli Stati nel decidere il proprio mix energetico».


Ogni giorno è sempre più palese la vera natura della Cop26: greenwashing, sostenibilità sottomessa agli interessi competitivi del capitale europeo.


Per decostruire la martellante narrazione dei media e della classe imprenditoriale e politica continuiamo la nostra rubrica “smascheriamo la falsa transizione ecologica” con un articolo di Giorgio Ferrari, esperto di centrali ed energia nucleare con il quale abbiamo fatto un’iniziativa sulle ragioni del no al nucleare alcuni mesi fa.

Per leggere il primo contributo di questa rubrica clicca qui.


Nucleare e sistemi elettrici nella transizione energetica
Cambiare il modo di produrre l’energia, o cambiare i “connotati” più marcati di questa società?
di Giorgio Ferrari

Il dibattito, ampio e a tutto campo, che riguarda il tema della transizione ecologica è spesso attraversato da una sorta di schizofrenia concettuale che riguarda l’inquadramento stesso del problema: si tratta di cambiare il modo di produrre l’energia, o si tratta di cambiare i “connotati” più marcati di questa società?

Nel primo caso il compito sarebbe ridotto (si fa per dire) a individuare le fonti di energia meno impattanti dal punto di vista delle emissioni totali, fermo restando l’impianto generale delle attività industriali e terziarie che sono alla base di questo sistema-mondo. Nel secondo, sarebbe necessario un intervento di chirurgia plastica per cambiare almeno la “faccia” di questo sistema; vale a dire abbattere, insieme alle emissioni, il volume complessivo delle merci prodotte e consumate, riqualificandole in termini di utilità sociale, durata e “compatibilità socio-ambientale” (cioè sia per la natura che per le persone).

La “transizione ecologica”, stricto sensu, dovrebbe corrispondere al secondo caso, ma nella trattazione corrente si è finiti a parlare esclusivamente del primo che a questo punto, nonostante gli imbellimenti delle dichiarazioni ufficiali e la propaganda che le accompagna, altro non è che una surrogazione di fonti di energia che per eleganza viene chiamata “transizione energetica”.

Per fare che cosa? Esplicitamente per abbattere le emissioni, implicitamente per dare corso alla industria 4.0, cioè maggiore informatizzazione dei processi produttivi e del terziario, oltre a un deciso impulso alla robotizzazione. Ciò comporta la trasformazione dell’attuale mix energetico in una “monocultura” basata esclusivamente (o quasi) sull’utilizzo di energia elettrica.

Nei confronti di questo “modello tutto elettrico”, mentre si registra una sostanziale convergenza tra ambientalisti e una cospicua parte del mondo imprenditoriale (vedi discorso di Emma Marcegaglia al summit del B20 svoltosi lo scorso 7 ottobre, con la presenza di Mario Draghi), persistono forti divergenze sul come arrivarci, cioè se con le sole energie rinnovabili (come sostengono gli ambientalisti) o se, come caldeggiato dalle imprese, anche con un utilizzo rimodulato delle fonti tradizionali, quali il gas naturale e l’energia nucleare. Su questa ultima impostazione convergono tutte le nazioni del mondo che conta: Stati Uniti, Canada, Cina, Russia, Giappone, India, Corea del Sud, Unione Europea (dove pende addirittura la richiesta francese di equiparare il nucleare alle fonti rinnovabili) a cui vanno aggiunti Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Iran ed Egitto, oltre alle agenzie internazionali come l’IEA che nelle proiezioni al 2050 (anno fatidico per il raggiungimento delle emissioni zero) arriva a contemplare un apporto doppio di fonte nucleare rispetto al 2020 e una riduzione del gas naturale dall’80% del 2020 al 20% del 2050, sia pure condizionato dall’uso del CCS (Cattura e sequestro della CO2).

Prima di entrare nel merito delle due opzioni, è necessario fare una premessa: l’enunciato delle emissioni zero al 2050, anche se raggiunto, presuppone (senza dichiararlo) che il divario tra paesi ricchi e poveri aumenti, dato che questi ultimi, non possedendo le risorse economiche per mettere in atto la trasformazione dei loro sistemi energetici (sia che si tratti della versione ambientalista che di quella imprenditoriale), dovranno indebitarsi ancor più di quanto lo sono ora. In caso contrario i paesi ricchi potranno anche vantarsi – per esempio – del fatto che nelle loro metropoli si respirerà meglio, grazie a un sistema di mobilità elettrica che nei paesi poveri, invece, sarà ancora alimentato dai carburanti di origine fossile, ma questo non risolverà i problemi legati al riscaldamento globale dato che l’atmosfera non ha confini. Tertium non datur, a meno che i ricchi non paghino la transizione dei poveri.

Ciò premesso, l’opzione imprenditoriale, per quanto appaia più percorribile, non risolve i problemi del riscaldamento globale essendo, più che altro, una grande opera di mitigazione dei cambiamenti climatici, peraltro basata su artifici concettual-tecnologici come il CCS, l’idrogeno “blu” o l’assimilazione dell’energia nucleare a una fonte pressoché rinnovabile.

L’opzione con le sole rinnovabili è senza dubbio la più corretta dal punto di vista dell’impatto sull’ambiente ed è in grado, teoricamente, di conseguire gli obiettivi previsti nel 2050. Tuttavia, per come è formulata, non è esente da controindicazioni realizzative e contraddizioni concettuali che se non affrontate, rischiano di compromettere seriamente la sua validità. Fra queste ci sono: un bilanciamento non propriamente favorevole tra riduzione della CO2, conseguente all’abolizione dei motori a combustione interna, e produzione della CO2 dovuta alla fabbricazione e smaltimento di batterie per autotrazione elettrica che comporta un consistente aumento delle attività estrattive di minerali come il litio, ma anche di altri minerali pregiati (come le terre rare) che sono indispensabili nel settore automobilistico e in quello della generazione elettrica (eolico e fotovoltaico); una sottovalutazione del ruolo e del peso della energia nucleare nella realizzazione della transizione energetica; un approccio superficiale alle problematiche relative ai sistemi elettrici integrati.

Il rilancio del nucleare

Non sono pochi coloro che, specie nel nostro paese, danno per scontata la non credibilità di una rinnovata opzione nucleare, anche se a riproporre il tema è il ministro della Transizione ecologica. In realtà queste esternazioni, accolte da numerose critiche (comprese le mie), sono poco più di un vagito se rapportate all’incessante lavorio che la lobby nucleare sta svolgendo nel mondo e che non può essere rimosso solo perché, in quanto vincitori di due referendum, non ci riguarda da vicino: l’obiettivo delle emissioni zero, con tutti gli annessi e connessi, o è per tutti o non è, non solo per “riguardo” all’etica ma, più semplicemente, perché l’atmosfera è la stessa per tutti. Negli ultimi anni si è assistito a una sorta di effetto rimbalzo per quanto riguarda l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti del nucleare e dei combustibili fossili: più cresceva (a ragione) la preoccupazione per gli effetti dei cambiamenti climatici più si è fatta evidente l’insofferenza verso tutto ciò che brucia e fa fumo, provocando – di rimbalzo – una maggiore attenzione alla proposta nucleare, cosa prontamente sfruttata dalla WNA (World Nuclear Association) che propone di costruire 1000 reattori nucleari nei prossimi 30 anni facendo leva su questi aspetti:

  • l’energia nucleare si assume tutti i costi del ciclo produttivo (decommissioning e trattamento rifiuti) mentre ciò non è richiesto ad altre fonti che usano l’atmosfera come discarica, ma nemmeno alle rinnovabili cui non è imposto di smaltire gli impianti a fine vita;
  • l’energia nucleare previene molte migliaia di morti causate ogni anno dall’inquinamento dell’aria da fonti fossili che per di più godono di sovvenzioni che l’energia nucleare non ha;
  • l’energia nucleare è svantaggiata rispetto ad altre fonti a causa delle diverse normative nazionali che la regolano. Ci vuole quindi una licenza standard valida internazionalmente.

Tanto è forte la tensione ingenerata dall’obiettivo delle emissioni zero, che pochi giorni prima della conferenza sul clima svoltasi a Madrid nel dicembre 2019, il Parlamento europeo ha approvato due risoluzioni: una contenete la dichiarazione di stato di emergenza climatica e ambientale (come richiesto dai movimenti ambientalisti) e l’altra in cui si “ritiene che l’energia nucleare possa contribuire al conseguimento degli obiettivi in materia di clima in quanto non produce gas a effetto serra e che possa altresì assicurare una quota consistente della produzione di energia elettrica in Europa”.

Questo tentativo di accrescere il gradimento dell’energia nucleare presso l’opinione pubblica è accompagnato da ingenti programmi di investimento nei paesi a più consolidata vocazione nucleare, con l’esclusione della Francia che, al momento, sconta una crisi (anche economica) del settore.

In Russia, dopo l’incidente di Chernobyl, l’intero settore delle tecnologie nucleari è stato ristrutturato ed adeguato agli standard occidentali, attraverso la valorizzazione del vecchio complesso militare-industriale che oggi, nella sigla Rosatom, racchiude una summa di conoscenze scientifiche e tecnologiche che in occidente risultano disperse e confliggenti: oltre 350 società con più di 255.000 addetti fanno del settore nucleare russo la punta avanzata di questa tecnologia, specie per ciò che attiene la nocciolistica (sviluppo di codici di calcolo nucleari e termoidraulici), la ricerca sui materiali (leghe speciali e combustibili nucleare).

I cinesi, che come in altri campi, imparano in fretta, dopo aver “sperimentato” la tecnologia occidentale, hanno sviluppato una loro filiera nucleare (anche nei reattori avanzati) che per ora non punta alle esportazioni avendo da soddisfare una domanda interna gigantesca per raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero: oltre 500 nuovi reattori di modo che, nel 2050, il nucleare rappresenti il 28% della produzione elettrica e le rinnovabili circa il 60%.

Negli Stati Uniti, dopo aver scontato gli effetti conseguenti all’incidente di Fukushima (un disastro per la tecnologia statunitense, essendo tutti reattori della General Electric), si sta cercando di riconquistare le posizioni perse tanto che, nel 2020, il congresso ha approvato un piano di rilancio del settore, centrato su tre aspetti:

  1. Ripristinare la sovranità degli USA nell’uso dell’elemento naturale più potente del pianeta – l’uranio – per usi pacifici e scopi di difesa;
  2. Riconquistare il primato USA nella progettazione dei reattori ad acqua leggera;
  3. Garantire il primato degli USA nella diffusione internazionale dei reattori di prossima generazione.

A questi bisogna aggiungere Giappone, Corea del Sud, India e ovviamente la Francia che non può assolutamente permettersi di essere tagliata fuori dalla partita, pena un crollo sostanziale della sua economia. Il nucleare infatti è un settore dove la catena del valore assume caratteristiche di assoluto rilievo per l’economia di una nazione, sia per la numerosità dei comparti tecnologici interessati sia per il valore dei singoli componenti prodotti, oltre allo sviluppo di settori di punta come l’intelligenza artificiale; e questo è un grande appeal che non va sottovalutato.

Questa esposizione delle maggiori economie del mondo verso un rilancio del nucleare costituisce una ipoteca sul futuro della transizione energetica che sposta decisamente l’ago della bilancia in favore della opzione impresariale.

Ma il nucleare è un’anatra zoppa

Tralasciando le concezioni demonizzanti dell’energia nucleare, i punti deboli (e irrisolti) che la contraddistinguono sono: la sicurezza; la gestione dei rifiuti; l’efficienza termodinamica; l’esauribilità del ciclo e l’inquinamento da CO2.

La sicurezza dei reattori nucleari si valuta con metodi probabilistici (PRA, Probabilistic Risk Assessment) e prima dell’incidente di Fukushima era stimata in 10-5 eventi/anno per quanto riguarda gli incidenti gravi (fusione del nocciolo) e 10-6 eventi-anno per consistenti rilasci radioattivi nell’atmosfera, ovvero che incidenti di questo tipo potevano accadere ogni 100.000 o 1.000.000 di anni, dove gli «anni» vanno intesi come anni/reattore cioè ore di funzionamento cumulate. Ora considerato che gli anni/reattore fino ad allora cumulati da tutti i reattori che avevano funzionato e da quelli in funzione nel mondo ammontavano a 14.000 anni/reattore, si comprende che la probabilità dichiarata di 10-5 o 10-6 eventi-anno era frutto di calcoli basati in parte sulla casistica incidentale accumulata fino ad allora, ma soprattutto sull’uso di modelli di calcolo probabilistici di cui è assai difficile valutare l’attendibilità, anche se posti in relazione con i migliori criteri di progetto. Dopo Fukushima però, dato che gli incidenti di fusione nocciolo furono almeno 3 (perché ogni reattore fa storia a sé), l’indice di probabilità di incidente grave deve essere aumentato di ben tre ordini di grandezza. La sicurezza dunque si conferma essere un’alea, tant’è che nessuna impresa, agenzia o ente nucleare si permette più di fornire dati numerici sulla probabilità di incidenti.

La gestione dei rifiuti, dal punto di vista delle normative IAEA (International Atomic Energy Agency) sui depositi geologici, 3 è ferma al capitolo di Yucca Mountain, quando, nel 2004, la corte federale del distretto di Columbia bocciò il deposito sotterraneo di scorie ivi destinato, perché il progetto, peraltro approvato dal DOE (Department of Energy) e dall’EPA (Environmental Protection Agency), garantiva la sicurezza del deposito per 10.000 anni, mentre l’arco di tempo da prendere a riferimento doveva essere di 300.000 anni che corrisponde al tempo di dimezzamento radioattivo dei rifiuti nucleari più pericolosi, come aveva sostenuto nel dibattimento la National Academy of Science. Tutti i progetti di depositi geologici che oggi sono in fase di studio o realizzazione, tendono ad aggirare questo scoglio insormontabile tacendolo all’opinione pubblica. In sostanza la gestione dei rifiuti si conferma essere una pesante eredità per le future generazioni.

L’efficienza termodinamica, in un contesto tecnologico decisamente orientato al risparmio energetico, dovrebbe essere un criterio sufficiente, già di per sé, a bocciare l’energia nucleare. Fra tutte le tecnologie affermatesi nel secolo scorso infatti, quella nucleare mostra di non aver progredito affatto in termini di rendimento: dopo 70 anni dall’avvio dell’atomo di pace i rendimenti di una centrale elettro-nucleare sono passati dal 31% al 33%, mentre la generazione elettrica da fonti convenzionali è passata dal 33% a oltre il 55% e perfino l’odiato motore a combustione interna ha fatto passi da gigante, se appena si confrontano i consumi specifici di un’automobile odierna con quelle di 50-60 anni fa. Da questo punto di vista i nuovi reattori (cosiddetta IV generazione oppure gli SMR – Small Modular Reactors) non presentano miglioramenti significativi, fermo restando che dei 72 progetti di SMR censiti dall’IAEA nello yearbook del 2020, molti sono in fase di progettazione concettuale, mentre gli altri non hanno superato la fase del prototipo e solo uno (il reattore galleggiante russo) è divenuto operativo.

L’esauribilità del ciclo nucleare è strettamente legata alla disponibilità di uranio, senza il quale non è possibile far funzionare gli attuali impianti nucleari. Ciò è tanto più importante perché in condizioni di scarsità delle risorse energetiche e di crescente instabilità delle relazioni mondiali come quelle attuali, il problema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici riveste grande importanza politica. Capita, purtroppo non di rado, di imbattersi in affermazioni del tipo “il nucleare è una fonte inesauribile”, dato che è largamente diffuso nella crosta terrestre o addirittura nell’acqua di mare e comunque, sostengono molti opinion maker, quello che è già disponibile si trova in aree geopolitiche stabili e affini al punto di vista europeo-occidentale, come il Canada e l’Australia. Ai ritmi attuali di consumo però, e immaginando che le riserve di questi due paesi (42% del totale mondiale) siano destinate a rifornire esclusivamente l’Occidente, l’uranio canadese e australiano basterebbe a far funzionare le centrali nucleari europee e del nord America per appena trenta anni. Giocoforza quindi approvvigionarsi anche da altri paesi fornitori come la Nigeria e il Kazakhstan che, secondo i canoni occidentali, non possono certo definirsi paesi stabili, oppure rivolgersi alla Russia con la quale l’Europa e gli USA intrattengono dei rapporti piuttosto problematici.

A conti fatti dunque la tesi per cui il nucleare svincolerebbe le economie occidentali da certi fattori di rischio geopolitici non è così convincente, anche perché c’è un altro aspetto sottaciuto dell’attuale mercato dell’uranio che dovrebbe indurre a più ponderate riflessioni: quello per cui l’approvvigionamento di questa materia prima risiede nelle mani di un cartello internazionale. La produzione mondiale di uranio infatti è controllata da quelle che potremmo chiamare «le sette cugine dell’uranio»: sette compagnie che controllano l’85% della produzione mondiale di uranio e che operano indistintamente su tutti i mercati con l’unico interesse di valorizzare i propri investimenti, per di più in regime di sostanziale monopolio e dunque in grado di condizionare pesantemente i futuri scenari energetici come, del resto, avvenne tanti anni fa per opera delle sette sorelle del petrolio.

Quanto all’inesauribilità dell’uranio non bisogna confondere tra disponibilità teorica ed effettiva sfruttabilità. Da un lato bisogna considerare che i nuovi impianti sono progettati per una vita di esercizio di 60 anni e che per molti di quelli in funzione ne è stata prolungata la vita operativa; dall’altro gli scenari delineati per il rilancio nucleare prevedono che il grosso dei nuovi reattori dovrebbe entrare in funzione tra il 2030 e il 2040 (il condizionale è d’obbligo). Ciò implica che la disponibilità di uranio necessaria al loro funzionamento dovrebbe essere assicurata almeno fino all’anno 2100. Ai ritmi attuali di consumo di uranio nel mondo e considerando il naturale turn over tra vecchi e nuovi impianti, le riserve accertate bastano ad alimentare le centrali nucleari oggi in funzione per un periodo di tempo non superiore ai 60 anni a far data da oggi. Un rapporto della WNA (World Nuclear Association) del 2008 stima un fabbisogno annuo di uranio al 2030 pari a 110.000 t (scenario di riferimento) e di 150.000 t nel caso di maggiore crescita della potenza nucleare installata, cioè almeno il 50% e il 100% in più degli attuali consumi. Tralasciando le ipotesi più temerarie, c’è da chiedersi dove verrà reperito l’uranio necessario al loro funzionamento, tenuto conto che la sola Cina, ove realizzasse i programmi sopra descritti, ne consumerebbe da sola 90.000 t?

Secondo i propugnatori più accesi del nucleare, in futuro si potrà estrarre uranio dalle formazioni granitiche o dal mare dove il suo contenuto è, rispettivamente, di 4 ppm e 0,003 ppm. Ora 4 ppm corrispondono a 4 parti di uranio su un milione di parti di granito, cioè 4 grammi su un milione di grammi che equivalgono a una tonnellata. Per il funzionamento di un reattore da 1000 mwe occorrono ogni anno circa 160 t di uranio naturale (escluso il primo nocciolo). Per ottenere un simile quantitativo di uranio dal granito occorre estrarre 40 milioni di tonnellate di roccia che deve poi essere frantumata, trasportata, macinata e trattata chimicamente per ottenere. Ma c’è un limite alla possibilità di estrarre tutto il contenuto di uranio dalla sua matrice che, a questi livelli di diluizione, corrisponde a un grado di estraibilità del 50%, il che raddoppia il quantitativo di roccia da estrarre per ottenere l’uranio necessario al funzionamento del reattore, cioè 80 milioni di tonnellate all’anno.

Per l’acqua di mare i conti sono ancor più alti: per ottenere 3 grammi di uranio occorre distillare 1000 t di acqua di mare (concentrazione 0,003 ppm) che moltiplicate per 160 t fanno 53 miliardi di tonnellate di acqua (un volume pari al lago di Garda) da trattare ogni anno per la cui distillazione occorre spendere almeno 1 kwh/t di acqua, cioè 53 miliardi di kwh/anno mentre un reattore da 1.000 mwe non produce più di 8,7 miliardi di kwh/anno.

L’aspetto della concentrazione dell’uranio in natura diviene esiziale anche per un altro motivo. A essa infatti si lega indissolubilmente la presunta bassa emissione delle centrali nucleari in quanto i processi di lavorazione (estrazione da miniere e trattamenti successivi) avvengono con impiego di apparecchiature alimentate con combustibili fossili. Già con un grado di concentrazione dell’uranio pari al 0,10% (attualmente la concentrazione media dell’uranio estratto è del 0,15%) e tenuto conto dei quantitativi di materiale di scavo da trattare, le emissioni associate a questi processi divengono significative fino a raggiungere e superare, nel caso di concentrazioni via via inferiori, quelle di un impianto a gas a ciclo combinato di pari potenza di una centrale nucleare.

Il nodo dei sistemi elettrici

Uno slogan diffuso tra gli ambientalisti di tutto il mondo rivendica l’uscita immediata dai combustibili fossili e, giustamente, critica gli atteggiamenti dilatori e/o ambigui dei vari governi che, nel mentre si dichiarano convinti di questa richiesta (chi non è d’accordo con Greta Thunberg!), operano in senso diverso se non addirittura opposto.

Un caso esemplare è rappresentato dalla dismissione delle centrali a carbone italiane, prevista nel 2025, in sostituzione delle quali si prevede, non parchi tecnologici basati su energie rinnovabili come richiesto dai movimenti ambientalisti, ma un certo numero di centrali a gas in ciclo aperto e combinato.

Non c’è dubbio che ciò rappresenti un vulnus all’idea stessa di transizione energetica e induca a sospettare fortemente delle reali intenzioni del Governo; ma se, come detto in apertura, per transizione si intende qualcosa che cambi solo il modo di produrre l’energia, senza nulla incidere sul modo di produzione capitalista, allora bisogna mettere in conto che il funzionamento del “sistema” nel suo complesso non deve subire cambiamenti eccessivi. Nel caso specifico il sistema è quello elettrico che nessuna delle opzioni avanzate intende modificare, ovvero un sistema integrato dove una estesa rete di cavi trasporta e distribuisce l’energia prodotta dalle centrali elettriche e da singoli produttori, fino all’ultimo consumatore. Può sembrare una cosa scontata, ma non è così, perché il Giappone, ad esempio, è elettricamente diviso in due: una parte opera con una frequenza di rete di 60 Hertz, mentre l’altra opera a 50 Hertz per cui il sistema è interconnesso solo in due punti dove operano grandi convertitori di frequenza che costituiscono un vero e proprio collo di bottiglia. Altro esempio è l’Arabia Saudita che ha un sistema elettrico a 60 Hertz ed è circondata da paesi che operano tutti a 50 Hertz, cosa che complica enormemente gli scambi di energia e, tanto per restare in Italia, è bene ricordare che l’interconnessione Nord-Sud della rete elettrica a 380 Kv fu iniziata solo nel 1968 e terminata nel 1970, grazie alla quale diminuirono, specialmente al Sud, i ripetuti disservizi di rete.

Sono lontani, ormai, i tempi in cui si verificavano sbalzi di tensione e frequenza con le lampadine che si affievolivano o che disturbavano radio e Tv, per non parlare dei lunghi black-out in cui si ricorreva alle candele o al lume a petrolio. I moderni sistemi elettrici ci hanno abituato a uno standard di funzionalità tale che se appena la frequenza “balla”, una parte non secondaria del nostro modo di vivere, legata all’elettricità, ne risente con evidente fastidio. Sulla rete europea, che è totalmente interconnessa, la variazione massima consentita della frequenza è del 1% ( 50 Hertz± 0,5) e del 10% per la tensione (220 V± 22) per tempi comunque delimitati. Per giungere all’armonizzazione delle regole che governano i sistemi elettrici (in Italia sono le norme CEI) ci sono voluti molti anni e molti aggiustamenti procedurali, ma soprattutto si è reso necessario sviluppare una serie di servizi di rete (cosiddetti ausiliari), che svolgono una funzione importantissima ai fini della continuità e qualità dell’erogazione di energia: Programmazione; Controllo e dispacciamento; Controllo della tensione e della frequenza; Squilibri di rete; Potenza di riserva calda e potenza di riserva fredda.

Tutto ciò deve essere realizzato in tempi strettissimi, a volte istantanei, perché l’energia elettrica è un prodotto particolare che non può essere immagazzinato (a meno di casi particolari e limitati) per cui deve essere prodotta e immessa in rete solo al momento della richiesta. L’accensione di una semplice apparecchiatura che avviene contemporaneamente in milioni di abitazioni, di uffici o di fabbriche, costituisce una richiesta di carico consistente che per essere esaudita deve avere un corrispettivo di potenza disponibile istantaneamente da immettere in rete e questa funzione possono assolverla determinati impianti di generazione tra cui non ci sono quelli fotovoltaici e quelli eolici. Questi ultimi, al contrario, costituiscono un notevole fattore di disturbo che deve essere compensato da altri impianti di generazione che, grazie alla loro massa rotante costituita dai turbogeneratori, consentono di tenere sotto controllo la rete. Tipicamente gli impianti più adatti a queste funzioni sono quelli termoelettrici tradizionali funzionanti a combustibili fossili; quelli idroelettrici con bacino e quelli turbogas in ciclo aperto per quanto riguarda i picchi di potenza improvvisi.

La questione delle centrali a carbone italiane rientra in questa casistica: la loro messa fuori servizio priva la rete del bilanciamento necessario a compensare i disturbi indotti dalle rinnovabili che, oltre ad avere un peso rilevante (più di un terzo della generazione) hanno priorità nel dispacciamento (cioè nella loro immissione in rete); questo bilanciamento quindi va ricercato in altri impianti che teoricamente esistono, ma praticamente non possono assolvere alla bisogna. Per comprenderlo occorre valutare l’insieme della rete elettrica e del parco di generazione italiano.

Rinnovabili vs rete elettrica

La rete elettrica è ”costituzionalmente” sbilanciata dato il profilo dell’Italia (stretto e lungo) per cui una buona distribuzione delle sue “maglie” è assolutamente indispensabile. Ciò significa, in primo luogo, distribuire, al meglio delle caratteristiche del territorio, gli impianti di generazione perché quanto più breve è il percorso che si fa fare all’energia in rete prima di essere consumata, tanto più si risparmia (perdite di carico) e tanto meglio funziona la rete: in genere non più di 150-200 Km.

Il parco generazione è altrettanto sbilanciato, con una preponderanza di allocazione di impianti al Nord rispetto al Centro-Sud, specie quelli idroelettrici che per il 73% della potenza si trovano tra l’arco alpino e l’Appennino emiliano. Ciononostante la rete elettrica italiana, sotto la gestione pubblica, aveva raggiunto caratteristiche di assoluto rilievo internazionale, ma con l’avvento del libero mercato la situazione si è deteriorata raggiungendo il culmine nel 2003, quando un blackout totale di 48 ore mise al buio l’intera penisola. Quell’episodio, invece di far riflettere su alcune evidenti carenze di sistema, fu l’occasione per attuare ulteriori provvedimenti di liberalizzazione per la costruzione di nuove centrali elettriche (quasi tutti cicli combinati) al punto da sovradimensionare il parco di generazione con margini di sovrapotenza ben oltre la soglia del 30% (presa in genere a riferimento) e che non ha eguali nello scenario europeo. Lo sviluppo successivo delle energie rinnovabili, per la stragrande maggioranza concentrato nel Sud, ha creato un ulteriore scompenso tecnico che è anche un paradosso economico: regioni come la Puglia e la Calabria (fra le meno ricche del paese) esportano dal 60% all’80% dell’energia che producono scontando delle servitù (occupazione di terre) che giovano al paese, ma non producono benefici di ritorno per il territorio e in più complicano la gestione della rete (i cosiddetti “ingorghi” sulla trasmissione).

In questo contesto viene spontaneo dire, per quanto riguarda le centrali a carbone da dismettere, che la potenza che si perde può essere sostituita facilmente, data la abbondanza di centrali esistente, senza ricorrere a nuovi cicli combinati, ma per le cose dette non è così scontato perché le centrali idriche del Nord sono troppo distanti dai punti critici della rete che si trovano al Centro-Sud, ma anche perché l’acqua accumulata negli invasi si fa sempre più “preziosa” data la diminuzione delle piogge e soprattutto dell’innevamento, per cui, dal punto di vista economico, le società elettriche non hanno interesse a utilizzare i pompaggi. Tra le centrali a carbone da dismettere, forse solo quelle ubicate al Nord non hanno bisogno di essere sostituite con impianti a ciclo combinato, ma non Civitavecchia e Brindisi che sono fra i pochi grandi impianti in grado di stabilizzare la rete del Centro-Sud. Tra l’altro questa è una soluzione di ripiego in quanto i cicli combinati funzionano al meglio come erogazione di base (con modeste variazioni della potenza) e quindi per impiegarli come centrali da regolazione bisogna apportare delle modifiche agli impianti.

Nel caso dell’opzione con sole centrali a energie rinnovabili, nonostante la presenza delle idriche, la rete elettrica diverrebbe ingestibile.

Mercato vs sostenibilità

Si può obiettare che esistono soluzioni tecniche alternative (stazioni di rifasamento con motori e condensatori adeguati) ed è vero: ma a prescindere dal costo (che non è irrilevante) chi le dovrebbe realizzare? Le società elettriche? Il gestore della rete, o quello del mercato elettrico?

Qui si entra nel nocciolo della questione che rimanda a scelte politiche fatte in passato da tutte le forze politiche e da tutti i movimenti ambientalisti: la privatizzazione del settore elettrico.

Il sistema elettrico attuale non ha che pochissime regole vincolanti e tutte le funzioni in esso svolte devono essere remunerate secondo criteri di mercato altrimenti non possono essere imposte. Terna, GME (Gestore del mercato elettrico) ne assolvono alcune (dietro compenso ovviamente) mentre altre sono svolte da alcuni (pochi) produttori di energia previa remunerazione. Il capacity market che, giustamente, fa tanto discutere è figlio indiretto del blackout del 2003, quando si scoprì che mancava sia la riserva fredda che la calda (una cosa vergognosa anche perché l’istruttoria che ne seguì assolse tutti) dato non che c’era nessun obbligo per i produttori e il rimedio fu, inizialmente, di riconoscere un compenso tariffario a chi tra loro si dichiarava disposto a fare da riserva, per poi arrivare all’oggi dove questa funzione essenziale viene messa all’asta col capacity market. Se un impianto fa regolazione di rete, questa è remunerata a parte così come sono remunerate differentemente le riserve calde (come i turbogas in ciclo aperto) e quelle fredde. Che cosa rappresenta il mercato del giorno prima (operato dal GME) se non una buona parte della funzione di programmazione del carico? Con quali criteri i singoli operatori mettono in manutenzione i loro impianti? Come si stabilisce l’“ordine di merito” per cui una centrale viene dispacciata (messa in rete) prima delle altre?

Tutte queste funzioni, sotto la gestione pubblica, erano assolte dall’Enel e i loro costi facevano parte della tariffa finale che era fissata dal CIP, ora invece sono sparse in diverse società e con un groviglio di voci e criteri di calcolo piuttosto complicati. Certo, le tariffe regolate dal CIP e dall’Enel non erano il massimo della trasparenza, ma non si dica che quelle in vigore oggi lo siano e, soprattutto, che ne sia giustificato il costo, così come ci vorrebbe maggior prudenza (e conoscenza) nell’affermare che le tariffe attuali remunerano solo i grandi monopolisti, perché fin dalla costituzione del mercato elettrico il famigerato price cap è stato fissato sul costo marginale delle centrali a carbone (tutte dell’Enel), costo che però era comunque alto rispetto a quello degli altri impianti a vapore che, una volta dismessi dall’Enel e comprati dai nuovi padroni del settore, promettevano lauti guadagni.

Negli anni successivi e fino a oggi, nessun Governo ha messo mano a una riforma radicale del sistema tariffario, lasciando che “la mano invisibile del mercato” fungesse da regolatore. Ma così non è e lo testimonia l’aumento delle tariffe elettriche di questo autunno 2021 che è stato presentato all’opinione pubblica come conseguenza dell’aumento delle materie prime, prima fra tutte il gas, ma non è del tutto vero. Innanzitutto gli aumenti di questo combustibile non sono così elevati come è stato detto e non c’è una riduzione significativa delle forniture anzi, le esportazioni dal nord Africa sono aumentate così come quelle dal mare del Nord. Ciò che si è ridotto sensibilmente, per speculazioni di mercato, sono le scorte di gas che risultano ai minimi storici dal 2013, per cui è bastato alludere all’eventualità di un prossimo inverno “rigido” per coprire tutta l’operazione. Parallelamente, nel mercato europeo, sono aumentati i prezzi della CO2 cioè degli ETS (Emission Trading Scheme, altra “invenzione” truffaldina del libero mercato) che rappresenta circa il 75% del fatturato globale del mercato delle emissioni di carbonio europeo, e oltre l’85% del suo valore di mercato e ciò, unitamente al calo della generazione da fonti rinnovabili, ha spinto in su le tariffe elettriche seconda la consunta, ma pur sempre attuale, legge della domanda e dell’offerta, con buona pace dei buoni propositi ambientali dato che, con l’aumento delle tariffe, conviene mettere in funzione anche i più scassati impianti di generazione a combustibili fossili.

Questi e altri sono i frutti avvelenati del neoliberismo applicato ai sistemi a rete per cui, a mio parere, vale ancora la domanda: ma questi sistemi costituiscono un monopolio naturale? Forse che al monopolista Enel non si è sostituito un trust di imprese (come quello precedente al 1963) che dettano legge sul mercato? Con la differenza, non da poco, che sono aumentati i costi generali dei servizi ausiliari di sistema ed è diminuita l’affidabilità delle reti e la qualità del servizio, oltre al fatto che, non esistendo più quegli strumenti di amministrazione e programmazione della produzione che consentivano di ottimizzare i sistemi elettrici, tutto è affidato al mercato: la costruzione di un impianto di generazione, una volta ottenute le licenze di costruzione e ottemperato alle procedure di VIA, non deve rispondere a nessun altro criterio (efficienza, utilità, programmabilità, etc) perché sarà il mercato a decidere della sua esistenza, ma siccome il mercato è “taroccato” ci ritroviamo con un surplus di potenza elettrica che, nonostante i bassi fattori di utilizzazione, risulta lo stesso remunerativa, mentre i Piani energetici nazionali, quando dicono qualcosa di sensato, risultano dei whisfull thinking non avendo carattere vincolante. Questo ganglio peserà negativamente sulla transizione energetica (e non solo in Italia), qualunque sia l’opzione che si consideri perché non c’è modo di conciliare le ragioni del profitto con quelle dell’ambiente a meno di sovvenzionare con denaro pubblico le riconversioni necessarie, o di inserirle come costi aggiuntivi in tariffa: del resto non paghiamo già lo smantellamento degli impianti nucleari e lo sviluppo delle rinnovabili?

(Poche) considerazioni finali

L’obiettivo delle emissioni zero si dovrà raggiungere fra trenta anni, ma per conseguirlo bisogna agire da adesso, in questo decennio o non ci sarà più tempo sufficiente.

Sul cammino da percorrere per arrivarci ci sono due punti di vista contrastanti in cui il nucleare rappresenta il convitato di pietra: nessuno lo ha invitato espressamente, ma tutti sanno che è fra noi.

Questo gioco di schermaglie non può durare a lungo perché, come detto, in questo decennio si decide tutto: se l’opzione ambientalista non estende le sue rivendicazioni anche alla sfera della produzione e del consumo di merci in senso anticapitalista, il modello “tutto elettrico” risultante dalla transizione energetica non potrà realizzarsi senza il nucleare, o, in subordine, con un compromesso sul gas.

Anche nell’ipotesi di compromesso sulla transizione energetica, c’è bisogno di una forte impronta pubblica in sede eurounitaria e dei singoli Stati, affinché la pianificazione e la gestione della transizione non sia condizionata dagli interessi del mercato dell’energia.

1917-2021: IL CAPITALISMO DISTRUGGE IL MONDO. RIVOLUZIONE FUTURO DELL’UMANITÀ!

A più di un secolo di distanza dalla presa del palazzo d’inverno ricordiamo con orgoglio la storia della rivoluzione russa e rivendichiamo la necessità attuale di una trasformazione in senso rivoluzionario della società.

Riteniamo infatti evidente come il modo di produzione capitalistico stia facendo emergere con estrema violenza e brutalità le crepe strutturali della sua natura inconciliabile con le esigenze e la sopravvivenza stessa dell’Umanità tutta.

In questo momento, ancora immersi in una crisi pandemica, non possiamo non notare quanto questo sia vero: di fronte all’espansione a macchia d’olio di un virus mortale le priorità di questo modello di sviluppo sono state incentrate sul mandare avanti la produzione mettendo a rischio i lavoratori e le lavoratrici senza alcuno scrupolo.

Lo stesso modello di sviluppo che sta producendo il progressivo collasso dell’intero mondo, portandosi dietro la rovina delle classi subalterne, ma non solo, poiché l’avventurismo delle classi dominanti ci sta portando in un viaggio senza ritorno verso una catastrofe ambientale che di certo non farà sconti a nessuno, e che si prospetta sempre più imminente.

Una crisi climatica prodotta dall’incapacità distruttiva di risolvere la contraddizione strutturale tra capitale e natura, malgrado i tentativi fallimentari di mistificazione ideologica e la ristrutturazione in chiave green che non pongono soluzioni reali ad un tracollo ambientale che non farà distinzione di classe.

Per fare fronte a questo scenario catastrofico dobbiamo mettere al centro il bisogno di una lotta organizzata ed è necessario evidenziare l’attualità e la necessità di una prospettiva rivoluzionaria che abbia come obiettivo lo stravolgimento di questo stato di cose presenti, poiché è evidente che non c’è soluzione che regga all’interno di questo modello di civiltà.

Di fronte quindi a questa necessità, rimane più vivida e attuale che mai la citazione di Marx, riferita alla lotta di classe per una rivoluzione sociale, ”lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.”

Riproponiamo come approfondimento un contributo del 2017 di Sergio Cararo nel quale si affrontano le condizioni che hanno portato alla necessità di una svolta rivoluzionaria la Russia del primo ‘900 di fronte ad una prospettiva di catastrofe e miseria, per evidenziare come ora più che mai, persista la necessità di organizzarsi e lottare in questa prospettiva.


La Rivoluzione d’Ottobre fu lotta per la sopravvivenza. Anche in questo sta la sua attualitàSergio CararoContropiano.org

Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti in questo secolo, possono essere riassunte in almeno due narrazioni:
1) Per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista
2) Per la “sinistra” è stata una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Nasce da qui l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa
Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, lo è altrettanto oggi, Soprattutto se,  giustamente, si intende riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in occidente” che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, come un manuale per le istruzioni.

Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.
I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi,  errori, sperimentazioni, decisioni contradditorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti. Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del  XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.

In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si impongono, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.

Due gli elementi che dobbiamo prendere in esame. Uno è di essi decisivo: la guerra.
La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era dominante. Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento. 

Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. C’era poi la guerra vera e propria. La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc).  Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio di massa verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.
La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti. Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione),  erano in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale. Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” per dare avvio al processo rivoluzionario.  Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.
Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente:  prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski. 

La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.

Cento anni dopo, celebrare la Rivoluzione d’Ottobre significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.
Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?

Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914). La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. E’ sufficiente rammentare che anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o che l’Italietta aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.

Stiamo assistendo ad un dominio dell’economia capitalista che prevede e produce continuamente distruzione di eccessi di capacità produttiva, soprattutto nelle fasi di crisi senza soluzioni indolori come quella in corso dalla prima metà degli anni Settanta.

In passato questa distruzione di capacità produttive in eccesso, quando si è intersecata con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con  l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, ha prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente.

Oggi la capacità produttiva in eccesso sembra concentrarsi sul capitale umano. La ristrutturazione produttiva fondata sull’automazione ha già messo in conto 50 milioni di disoccupati nella sola Europa tra quindici/venti anni. Lo sviluppo disuguale e la rapina delle risorse sta producendo lo spostamento di masse migratorie crescenti verso i poli più sviluppati. L’invecchiamento della popolazione mette in sollecitazione i sistemi di welfare dei paesi a capitalismo avanzato. Un eccesso di capitale umano che va ridotto distruggendone quote crescenti. E’ già accaduto in Russia nei primi anni Novanta, dopo il crollo del socialismo reale e l’avvento di un capitalismo brutale.  La Russia è stato l’unico paese ad aver perso popolazione senza una guerra ma solo a causa di miseria e crollo degli standard di salute. Una sorte che sembra profilarsi ora per la Grecia ma che comincia ad affacciarsi anche in Italia.

Si muore di più e si muore prima semplicemente a causa dell’aumento dell’età pensionabile e della diminuzione degli standard del servizio sanitario a disposizione.  I tecnocrati del Fmi lo hanno già indicato come scenario plausibile per ridurre i costi sociali. Una sorta di lento ma pianificato genocidio delle classi subalterne per soggiogarne del tutto quelli condannati al lavoro salariato.
Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Cento anni dopo vale la pena di guardarvi di nuovo, con occhi attenti , antenne dritte e misurandosi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne la spinta e l’esperienza.

IL VERO EFFETTO DRAGHI: AUMENTANO PRECARIATO, DISOCCUPAZIONE E MORTI SUL LAVORO

Dopo il drammatico calo degli ultimi mesi, da settembre è tornato a salire il tasso d’occupazione.
Secondo gli ultimi dati sarebbero aumentati di circa 273mila unità (+1,2%) rispetto a settembre 2020. Si tratta però di un aumento dovuto quasi esclusivamente a contratti di lavoro a tempo determinato, mentre i dipendenti stabili sono calati di 11mila unità in un solo mese. Non serviva certo l’Istat per renderci conto della drammatica realtà.

Già il Dl Sostegni aveva inserito la possibilità di prorogare i rapporti a termine senza indicare causali, l’inizio di novembre ha determinato lo sblocco totale dei licenziamenti, che già dall’estate contava migliaia di vittime, e la recente manovra di bilancio non lascia spazio a dubbi su quello che ci aspetta. Il nuovo disegno del mercato del lavoro italiano voluto dall’UE e ben plasmato dal commissario Draghi continua all’insegna di una sempre maggiore flessibilità. Questo è solo il momento di ricambio: si licenziano quelli con più tutele per inserirne di nuovi con meno diritti, aumentando la guerra fra poveri e la competizione al ribasso. I tragici effetti sono sotto gli occhi di tutti: di precarietà si muore come ci dimostrano Luana, Yaya e gli oltre 100 omicidi sul lavoro ogni mese nel 2021.

Noi infatti sappiamo benissimo che, specialmente per i giovani, “flessibilità” non significa altro che precariato, assenza di diritti e tutele e salari da fame. Questa è la realtà e chi oggi propone il ritorno alla Fornero sulle pensioni per favorire i giovani, ma tralasciando questi problemi, non fa che cercare di metterci gli uni contro gli altri soffiando sul fuoco della guerra fra poveri.
È da anni che la nostra generazione funge da vittima sacrificale della crisi economica, e la nostra “normalità” sono contratti precari, quando non lavoriamo in nero, nell’assenza totale di prospettive future. Il tutto a causa di questa incessante flessibilizzazione del mercato del lavoro, necessaria alla costruzione e al rafforzamento del polo imperialista europeo, promossa da destra e sinistra con la complicità dei sindacati complici, che non ha nulla di “smart” e “agile” e che oggi si traduce, di nuovo, in un aumento del 2% della disoccupazione giovanile.

A settembre i giovani al di sotto dei 25 anni senza lavoro sono passati dal 28% al 29,8%, l’unica fascia d’età in cui si registra un aumento, superando così anche la Grecia massacrata dalla troika. È questa la nuova normalità che ci viene imposta, dove ormai anche solo aspirare ad un minimo di stabilità sembra utopistico. In questa ripartenza, infatti, i fondi, le agevolazioni sono tutte dal lato padronale, perché l’unica ripartenza davvero importante è quella dei profitti ed è stato messo in chiaro da tempo.

Nessuna legge naturale determina questa situazione, ma è il frutto di scelte politiche prese dai rappresentanti di un modello economico e sociale in forte crisi. E il cane che affoga va bastonato o ti porta giù con sé. Per questo oggi è necessario organizzarsi per portare l’attacco ad un sistema in crisi e costruire un’alternativa radicale, una vera exit strategy!

LINEE GUIDA PNNR RICERCA: FERMIAMO IL PROGETTO TARGATO UE E DRAGHI!

Da alcuni giorni sono state condivise le Linee Guida espresse dalla Cabina di Regia dedicata alla seconda componente (Dalla ricerca all’impresa) della quarta missione (Istruzione e Ricerca) del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Dei 9 miliardi di euro di destinazione del MUR dal PNRR per i finanziamenti alla ricerca, 6 miliardi saranno quelli dedicati alla ricerca in filiera. I finanziamenti, che saranno messi a disposizione sotto forma di bandi già a partire dal primo trimestre del 2022, sono stati divisi in 4 filoni di intervento secondo quanto predisposto dalle Linee Guida della Cabina di Regia insieme al contributo consultivo del Supervisory Board istituito dalla ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa.

Le quattro misure in cui saranno suddivisi i 6 miliardi del PNRR per la ricerca in filiera sono:

  • 1,6 miliardi per i Partenariariati Estesi(Reti diffuse di Università, Enti Pubblici di Ricerca, altri soggetti pubblici e privati)
  • 1,6 miliardi per i Centri Nazionali, ovvero strutture di ricerca per la creazione di campioni nazionali di ricerca e sviluppo su tecnologie abilitanti.
  • 1,3 miliardi per la creazione e il rafforzamento di Ecosistemi dell’Innovazione,come leader territoriali di ricerca e sviluppo.
  • 1,6 miliardi per la realizzazione di un sistema integrato di Infrastrutture di Ricerca e Infrastrutture tecnologighe di Innovazione.

Oltre a stabilire quattro filoni di intervento per i proponenti che aderiranno ai bandi (Università, Enti Pubblici di Ricerca e Imprese private), le Linee Guida stabiliscono anche le tematiche e le iniziative sulle quali dovranno vertere i progetti; con una particolare attenzione alla transizione ecologica e a quella digitale, oltre al sedicente obbiettivo di colmare divari di genere, generazionali e territoriali nei finanziamenti ai progetti di ricerca che aderiranno ai bandi.

Al di là di una stancante retorica verde e rosa, oltre che della visione di una rivoluzione digitale come panacea di tutti i mali di cui è intriso il documento della Cabina di Regia e del MUR; ci troviamo di fronte ad un’ingente somma di finanziamenti, forse come non ne abbiamo mai conosciuti, che saranno destinati al comparto dell’università e della ricerca.

L’abbiamo detto più volte, tocca ribadirlo: i finanziamenti del PNRR che arrivano dal Recovery Fund europeo non sono un regalo, bensì un ricatto dell’Unione Europea che presta soldi al nostro paese perché vengano eseguite riforme ben precise. Così possiamo vedere come questa ingente somma da spendere per la ricerca debba seguire delle “linee guida” di spesa ben precise, al fine di soddisfare le esigenze dell’Unione Europea.

I diversi G20 tenuti in Italia quest’anno (di cui l’ultimo il 30 ottobre), così come la vicenda dell’Afghanistan, ci hanno confermato che ci troviamo in un mondo sempre più multipolare, dove l’esito dello scontro tra le potenze in campo è tutt’altro che scontato. In questo contesto, come abbiamo già analizzato più volte, l’Unione Europea sfrutta la crisi sanitaria-economica-sociale generata dalla pandemia da Covid-19 per ristrutturarsi al suo interno al fine di rafforzarsi e rilanciarsi come polo imperialista capace di competere all’interno degli equilibri internazionali.

Il principale campo di intervento sul quale investe il polo imperialista europeo per rafforzarsi è proprio il mondo della formazione, dalle scuole alle università fino ai centri di ricerca. È proprio in quest’ottica che dobbiamo leggere il PNRR e in particolare la quarta missione di questo. Infatti, a partire da questi nove miliardi di euro seguirà una forte ristrutturazione di tutto il mondo della ricerca, volto a piegare il modello della formazione e della ricerca in Italia alle esigenze del progetto imperialista europeo.

I quattro filoni di intervento predisposti dalla Cabina di Regia ci mostrano lucidamente quali sorti toccheranno al reparto della ricerca di un paese sempre più periferico e marginale come l’Italia all’interno del disegno generalere del progetto imperialista europeo. “Centri Nazionali, come campioni nazionali di ricerca e sviluppo”, “Ecosistemi dell’innovazione come leader territoriali”, “Partenariati estesi a reti diffuse di università”: pochi poli di ricerca sempre più di eccellenza e sempre più parte integrante delle filiere della produzione europea, contro le macerie a cui andranno incontro la maggior parte delle università e dei centri di ricerca situati in territori sottosviluppati, produttivamente spogli e distanti dagli standard delle aree territoriali parte del cuore produttivo dell’UE.

Lungo tutto il documento si parla in maniera molto ipocrita di colmare i divari territoriali nel paese, viene introdotta anche una clausala ai finanziamenti per la quale circa il 40% dei progetti dovrà essere finanziato nel Mezzogiorno; ma dalle poche parole d’ordine che possiamo scorgere nella quarta missione è chiaro come  l’estrema concentrazione e polarizzazione dei centri di ricerca porterà ad acuire ancora di più il divario territoriale presente nel nostro paese che conosce una divisione netta tra pochi atenei e poli di serie A, e tantissimi atenei e poli di serie B, che sono soprattutto al Sud, totalmente sottofinanziati, inadeguati nei servizi e nell’offerta formativa, e che svolgono la funzione di veri e propri “parcheggi sociali” per il futuro esercito di precari e disoccupati di cui il mercato italiano ed europeo ha tanto bisogno.

Questa era una tendenza presente nel nostro paese già rimarcata dall’impianto delle riforme universitarie succedutesi negli ultimi trent’anni, il PNRR non fa che confermare e rendere estremamente nitida questa tendenza.

Il documento della Missione 4 del PNRR dà molte altre indicazioni rispetto i processi di ristrutturazione a cui andrà incontro il comparto della ricerca in Italia a seguito dei finanziamenti che saranno messi a disposizione nei prossimi anni. Infatti, se andiamo ad approfondire gli ambiti di ricerca che le Linee Guida indicano per i primi due filoni di investimenti: Partenariati Estesi e Centri Nazionali (che nel dettaglio prevedono 10 grandi programmi da realizzare su tematiche specifiche per i Partenariati Esterni, e 5 Centri Nazionali dedicati alla ricerca di frontiera relativa ad ambiti tecnologici), appare chiaro come la Cabina di Regia europea abbia già individuato dei programmi specifici su cui la ricerca italiana dovrà specializzarsi, non lasciando alcuna libertà di ricerca alle singole università e ai signoli centri di ricerca. Senza elencare tutte le tematiche presentate, possiamo notare la presenza di programmi di ricerca su temi estremamente strategici per l’UE, come ad esempio i Big Data, la mobilità sostenibile, l’intelligenza artificiale, gli scenari energetici del futuro, le attività spaziali, etc.

Nel tentativo dell’Unione Europea di confermarsi come eccellenza mondiale dell’economia della conoscenza (o del capitalismo dei monopoli intellettuali), i pochi centri di ricerca di eccellenza italiani devono fare la loro parte e concentrarsi e specializzarsi su grandi temi strategici per il polo imperialista europeo in costruzione.

Come abbiamo detto all’inizio, uno dei focus su cui si concentra in maniera non secondaria questo documento, è quello della transizione digitale, un altro cavallo di battaglia della ristrutturazione interna e del rafforzamento dell’Unione Europea, che rappresenta la parola chiave su cui si snodano il Recovery Fund e il PNRR. Per quanto riguarda gli investimenti destinati alla ricerca in filiera, l’attenzione al digitale è tutta espressa nel quarto filone di investimenti (Infrastrutture di Ricerca e Infrastrutture tecnologiche di Innovazione), nel quale il vincolo digital per i proponenti ai bandi di finanziamento, è da soddisfare al 100%.

Il fondo per questo filone di finanziamento, darà vita fino a 30 interventi per la realizzazione di infrastrutture di ricera e infrastrutture di innovazione (laboratori, materiali digitali, etc.). Gli investimenti dovranno soddisfare le esigenze della comunità scientifica e del sistema produttivo e rappresentare un elemento di competitività nella ricerca nazionale ed europea; inoltre, ove possibilie, le infrastrutture saranno finanziate da soluzioni di partenariato pubblico-privato, dove il capitale privato dovrà offrire un vantaggio competitivo, in uno scenario che, come abbiamo avuto modo di conoscere bene in questi anni, renderà i servizi della ricerca e quindi la ricerca stessa sempre più soggetta agli interessi dei capitali privati che investono.

La privatizzazione e l’aziendalizzazione della sfera della ricerca pubblica però diviene determinante nel terzo filone di investimenti, quello riguardante i cosiddetti “Ecosistemi dell’Innovazione“, che svolgono un ruolo cruciale nella creazione e nella promozione dell’innovazione per la sostenibilità dei territori. Questo fondo di investimenti parte sin dal principio in maniera molto flessibile, infatti rispetto ai Centri Nazionali ed ai Partenariati Estesi, non prevede tematiche di ricerca predisposte dalle Linee Guida della Cabina di Regia. In questo modo, senza obbiettivi prefissati, l’indirizzo della ricerca di questi progetti può adeguarsi meglio alle esigenze e alle necessità che provengono dalle imprese, dalle aziende e dai privati che formano il tessuto produttivo del paese. Infatti, se andiamo a leggere le poche righe che regolano il capitolo sugli Ecosistemi dell’Innovazione, le uniche indicazioni che vengono date sono che questi progetti dovranno favorire la creazione d’innovazione d’impatto e l’imprenditorialità. L’ambito di questi ecosistemi dovrà essere definito da alcuni fattori tra cui: la scelta di un focus scientifico e tecnologico capace di garantire un impatto sul sistema economico e sociale, comprese le piccole e medie imprese; il coinvolgimento di grandi imprese e piccole e medie imprese; la coerenza con le vocazioni scientifiche ed economiche dei territori con la capacità di collegarsi a a strategie europee; etc. I progetti di Ecosistemi dell’Innovazione si annovereranno a 12, e fin da subito alla loro costituzione potranno partecipare enti e soggetti privati.

Privatizzazione e aziendalizzazione della ricerca pubblica, compresenza e collaborazione con le imprese, polarizzazione e concentrazione della ricerca in pochi poli d’eccellenza, ambiti di ricerca su questioni e tematiche strategiche per l’imperialismo europeo, digitalizzazione e innovazione tecnologica come risoluzione di tutti i problemi: queste sono le ricette in salsa europea che il “governo dei migliori” vuole impartire per il rilancio del nostro paese dopo  due pesantissimi anni di crisi sanitaria-economica-sociale.

Un’analisi approfondita delle linee guida del PNRR conferma le tendenze e i processi di trasformazione che colpiranno nei prossimi anni l’intero mondo della formazione e della ricerca: cambiamenti e forti ristrutturazioni che lo trasformeranno in senso ancora più normalizzato, aziendalizzato, elitario e piegato al profitto di quanto non lo conosciamo già in questo momento. Per di più non viene messo alcun freno alla presenza di precarizzazione, salari bassi ed emigrazione forzata, che caratterizza in modo sistemico il mondo del lavoro nelle università e nella ricerca.

Non possiamo rimanere ancorati alla battaglia del “per l’istruzione non ci sono soldi/vogliamo più finanziamenti per l’istruzione”, come ancora propongono sindacati studenteschi e il vasto mondo del movimento universitario che coscientemente o no sono sempre più subalterni ai disegni della classe dominante. I fondi per l’istruzione, nel disegno  del progetto imperialista europeo ci sono eccome, e il PNRR lo dimostra. Per questo motivo lo scontro si deve spostare dal quanto al capire come verranno impiegati questi soldi, secondo quali fini e come andranno a modificare il mondo dell’istruzione, ma soprattutto  bisogna interrogarsi su cosa rappresenta per il nostro paese e per la nostra generazione il PNRR. Perché accettare il PNRR come dato di fatto, significa accettare passivamente un debito che in futuro graverà sulle nostre spalle.

Per la nostra generazione si rende quindi necessario fin da subito continuare ad organizzarsi, per combattere con ogni mezzo necessario dentro e fuori il mondo della formazione e della ricerca contro il PNRR dell’Unione Europea e del governo Draghi, sostenuto da tutte le forze parlamentari di destra a sinistra.

#1 Smascheriamo la Fissione nucleare “green” alla COP26 di Glasgow: adesso parliamo noi!

In occasione delle ultime dichiarazioni in merito alla transizione ecologica fatte da diversi capi di stato alla Cop26 ora in corso a Glasgow pubblichiamo la prima puntata della rubrica “smascheriamo la falsa transizione ecologica” costituita da una serie di contributi raccolti nelle iniziative degli ultimi mesi.

Mentre i media pubblicizzano l’accordo raggiunto dai 26 Paesi in merito allo stop alla deforestazione, le dichiarazioni che provengono dalla Conferenza delle Parti ora in corso a Glasgow e del G20 che l’ha di poco preceduta continuano a consegnarci obiettivi spot puntualmente disattesi, incapaci di formulare un piano di conservazione dell’umanità all’interno di questo ecosistema.

I Paesi Occidentali cercano di dipingersi come i più sostenibili di tutti dando tutte le responsabilità ai paesi più poveri in quanto consumatori di carbone, d’altra parte Paesi come l’India fanno notare che la situazione attuale è frutto dello sviluppo indiscriminato del “Primo Mondo” a spese dei Paesi ora “emergenti”; e mentre in UE e USA la propaganda atlantica costella le prime pagine di dati sulla produzione cinese di CO2, il Dragone contrappone cifre da capogiro in investimenti per la transizione.

Questo greenwashing, portato avanti dall’Unione Europea in primis, non riesce a nascondere il fatto che la partita sulla transizione ecologica (soprattutto nella sua declinazione energetica) all’interno di questo sistema è funzionale alla vittoria di una competizione che si inasprisce di giorno in giorno.

L’Unione Europea all’interno di questa ipercompetizione punta sul raggiungimento di una maggiore indipendenza energetica e tecnologica.

Paradigmatico a questo proposito è l’intervento della Von der Leyen alla COP26, in cui afferma che “abbiamo bisogno di più rinnovabili” ma “anche di una fonte più stabile, il nucleare, e del gas”.

Avevamo sottolineato questa tendenza nell’ultimo contributo sulla variazione nella tassonomia delle “fonti sostenibili” al livello europeo.

L’intervento alla COP26 sembra prefigurare sempre più concretamente un revival della fissione in UE in nome non tanto di una maggiore sostenibilità (argomento difficile da portare avanti nel momento in cui si guarda oltre la diminuzione di CO2) quanto di una maggiore (e più rapida!) competitività ed indipendenza.

A meno di un mese dall’assegnazione del Nobel per la Fisica (proprio sulla questione climatica) lo stesso Parisi indica alcuni aspetti critici dell’impiego di questa fonte in Paesi molto densamente popolati come l’Italia.

Non ci basta, tuttavia, commentare questi avvenimenti.

Ci accorgiamo del bisogno (di fronte ad una propaganda “green” martellante che distorce il concetto di sostenibilità) di contribuire attivamente a questo dibattito per smascherare le bugie dietro la transizione che in UE e nel nostro paese, analizzando la realtà dal punto di vista politico e scientifico.

Per questo, a partire dalle prime dichiarazioni di Cingolani a favore della fissione nucleare abbiamo organizzato delle iniziative coinvolgendo professori ed esperti del settore, e ci sembra questo il momento giusto di pubblicare i loro contributi, a distanza ravvicinata, in questi giorni.

Iniziamo con un contributo di Angelo Baracca, storico militante ambientalista e professore dell’Università di Firenze.


Perché no all’energia nucleare: alcune note schematiche.

Non è agevole contrastare la campagna montante a favore della promozione dell’energia nucleare, non solo per il supporto fornito dalla IAEA (ricordiamolo, l’agenzia creata appositamente per sostenere l’energia nucleare) e dalla lettera sottoscritta da scienziati tedeschi, ma soprattutto a causa delle “informazioni” che pullulano in internet le quali accreditano notizie distorte e unidirezionali sul nucleare carbon-free e sulla gestione delle scorie radioattive: abbiamo di fronte non sole delle autorità in materia, ma appunto la manipolazione dell’opinione pubblica.

Rammentiamo preliminarmente alcune cose.

Una premessa fondamentale

► L’energia nucleare non è semplicemente un’energia “più grande”, ma un’energia COMPLETAMENTE DIVERSA, e questo costituisce una differenza capitale che ha drastiche conseguenze. Tutti i processi naturali (chimici o biologici) sulla Terra coinvolgono solo gli elettroni esterni degli atomi, il nucleo contiene energie milioni di volte maggiori che non possono essere attivate sulla Terra se non con mezzi artificiali che si sono resi disponibili solo 80 anni fa: i processi nucleari avvengono invece naturalmente nelle Stelle, al cui interno vi sono appunto energie di milioni di gradi, e costituiscono la loro fonte di energia.

Questa abissale differenza di energia ha conseguenze fondamentali: è il motivo per cui l’attivazione dei processi capaci di attivare i processi che sfruttano l’energia del nucleo comportano inevitabilmente di generare processi o prodotti artificiali che non possono venire disattivati dai processi naturali sulla Terra e rimangono gravemente pericolosi per migliaia o centinaia di migliaia di anni. Banalizzare il problema delle scorie radioattive è un errore inammissibile!

Per questo motivo, anche, le radiazioni emesse nei processi nucleari provocano, per la loro smisurata energia danni irreparabili alla salute umana e animale e ai processi naturali.

► Una ulteriore premessa sembra necessaria: l’utilizzazione che viene fatta dell’energia nucleare è in realtà un vero assurdo per la termodinamica! Utilizzare questa enorme energia, equivalente a milioni di gradi, per produrre acqua o vapore a poche centinaia di gradi è stata giustamente definita una vera strage termodinamica. Un reattore nucleare, a fissione o in futuro a fusione, è in sostanza una enorme pentola e pressione che utilizza una temperatura (energia) assolutamente sproporzionata allo scopo! La crisi petrolifera del 1973 rivelò che l’energia non è una risorsa illimitata e a basso costo, e si svilupparono i concetti di efficienza energetica, in particolare generare energia riducendo al minimo il salto di temperatura inutilizzato fra la fonte energetica utilizzata e l’energia prodotta. Anche le fonti fossili sono uno spreco energetico, anch’esse in sostanza pentole a pressione che bruciano combustibile a migliaia di gradi per produrre vapore a centinaia di gradi, ma nel caso delle “pentole nucleari” il salto di temperatura non utilizzato (sprecato) sale a milioni di gradi.

► Per di più anche l’uranio è una risorsa esauribile!

► L’ideologia del nucleare carbon-free riduce la considerazione all’aspetto del reattore nucleare, celando la complessità dell’intero ciclo dell’uranio.

La “testa” del ciclo nucleare

► L’estrazione del minerale, la sua lavorazione, la fabbricazione del combustibile, sono processi che anche senza essere esperti si capisce producono CO2! Grandi macchinari per l’estrazione del minerale uranifero, che contiene percentuali bassissime  di uranio: il minerale che oggi si utilizza è il più ricco, con un contenuto di uranio dello 0,2 %, ma si prevede che queste miniere si esauriranno in una cinquantina d’anni; se l’energia nucleare venisse rilanciata si dovrebbero sfruttare miniere e minerali meno ricchi di uranio, ed è elementare capire che il processo produrrebbe emissioni crescenti di CO2. Non va poi dimenticato che l’estrazione del minerale è sempre stata assegnata a popolazioni povere e sfruttate (popolo Navajo, lavoratori in Niger e Chad) le quali hanno contratto tumori ed altre infermità, ed è stata eseguita senza rispetto per l’ambiente, provocando contaminazioni radioattive permanenti.

► L’uranio deve essere arricchito: è composto per circa il 93% dall’isotopo U-238, e per la 0,7% dall’isotopo U-245, questo solo è l’isotopo fissile e nella maggior parte dei reattori commerciali deve venire “arricchito” al 3-4% in U-235 (uranio reactor grade), per i reattori militari sopra il 20%, per le bombe oltre il 90% (uranio weapon grade). I processi di arricchimento (diffusione gassosa, centrifugazione) utilizzano grandi quantità di energia, e ovviamente comportano forti emissioni climalteranti. Alcuni dei progetti dei cosiddetti small reactors (per quanto 300 MW non sia affatto uno small reactor!) – peraltro quasi tutti allo stato di progetto – dovrebbero utilizzare uranio più arricchito, con evidenti maggiori rischi di proliferazione militare.

La centrale nucleare

► La costruzione delle centrali richiede enormi quantità di cemento e altri materiali e dispendi di energia che producono chiaramente CO2: sia i costi che i tempi di costruzione sono aumentati moltissimo, ad esempio per le norme di sicurezza sempre più stringenti dopo ogni grave incidente. Nuove centrali nucleari arriverebbero comunque troppo tardi a fronte dell’emergenza climatica sempre più incalzante: costi e tempi sono enormemente superiori rispetto ai progetti di energie rinnovabili!

► Le centrali nucleari necessitano di enormi quantità d’acqua per venire raffreddate.

► Rilasci radioattivi e conseguenze sanitarie? Ovviamente ci assicurano che le nuove centrali sono assolutamente sicure e non producono rilasci radioattivi. Lo hanno da sempre assicurato, tanto le conseguenze si vedono dopo molti anni: come chiedere all’oste se il suo vino è buono. Si deve insistere, le radiazioni nucleari non sono come gli altri inquinanti, per la loro natura e la loro energia di attivazione, milioni di volte superiori alle energie dei processi naturali sulla Terra. Gli attuali concetti e modelli adottati dalla comunità scientifica sugli effetti sulla salute delle radiazioni ionizzanti sottostimano seriamente i rischi (vedi ad esempio E. Burgio et al, Ionizing Radiation and Human Health: Reviewing Models of Exposure and Mechanisms of Cellular Damage. An Epigenetic Perspective, 2018).

► Plutonio. Nel processo di fissione dell’U-235, invece l’U-238 preponderante in un reattore assorbendo un neutrone diventa instabile e con una serie di trasmutazioni si trasforma in plutonio, elemento artificiale transuranico che non esiste in natura [tracce si formano nei depositi di uranio naturale quando l’uranio-238 cattura i neutroni emessi dal decadimento di altri atomi di uranio-238], come si è detto di grandissimo interesse militare. Dal 1945 ne sono state prodotte circa 1.400 tonnellate (circa 260 tonnellate di plutonio militare, weapon grade: nelle moderne testate nucleari sono sufficienti circa 6 kg per una testata).

► Non c’è da stupirsi che la IAEA ed agenzie nazionali promuovano l’estensione della vita operativa delle centrali nucleari esistenti, sono le medesime autorità che da sempre garantivano la sicurezza delle centrali nucleari: se da un lato può non stupire che le giovani generazioni confidino nelle sirene che da sempre promuovono il nucleare, il movimento ambientalista per una vera conversione ecologica deve fermamente contrastarle. In 70 anni vi sono stati per lo meno 6 incidenti di gravità inaudita (a Fukushima nel 2011 gli impianti gravemente danneggiati furono 4, gli incidenti non furono causati dallo tsunami, come si cerca di accreditare, ma dal terremoto precedente), contaminando territori per decenni a venire.

La “coda” del ciclo nucleare

Ma come tutti gli artefatti, anche le centrali nucleari hanno una vita limitata, al termine della quale devono essere smantellate. Si sono accumulate nel mondo più di 400 centrali nucleari che a fine vita necessitano il decommissioning: processo, sempre rinviato perché è un costo passivo, che si sta rivelando molto più lungo, complesso e costoso di quanto si fosse previsto inizialmente (il costo del decommissioning del sito nucleare britannico di Sellafield lievita di continuo, le valutazioni superano 100 miliardi di Sterline!). In Italia vi erano solo 4 centrali attive, di piccola o media taglia: dopo 34 anni dalla chiusura dei programmi nucleari il decommissioning è attorno al 30-40% (e gli utenti continuano a pagare nella bolletta elettrica un onere nucleare per i progetti pregressi!). Il decommissioning otre a richiedere grandi quantità di energia, con grandi emissioni, moltiplica la quantità di residui radioattivi poiché tutto ciò che è stato a contatto con il reattore, ed anche i macchinari per lo smantellamento sono radioattivi. È una follia sconsiderata promuovere ancora lo sviluppo dell’energia nucleare occultando questa eredità insoluta: è l’opposto di una scelta rinnovabile.

► Il combustibile esaurito (spent fuel). È un materiale fra i più pericolosi che si siano prodotti, sia per l’altissima attività che per l’energia emessa che provocherebbe la loro fusione (meltdown): deve venire estratto mantenendo costantemente le barre di combustibile immerse in acqua, trasferito in piscine di decontaminazione, refrigerate, per anni. Solo negli USA si sono accumulate 70.000 tonnellate di combustibile esausto, che è un materiale che deve rimanere isolato da qualsiasi contatto umano per centinaia di migliaia di anni. Nessun paese ha ancora realizzato un deposito nazionale per i residui radioattivi.

Per il combustibile esaurito gli Stati Uniti avevano elaborato nel 1978 un progetto di deposito geologico a Yucca Mountain (che fra l’altro è una montagna sacra per le popolazioni indiane!), in costruzione dal 1994, bocciato definitivamente nel 2004 da una sentenza della Corte d’Appello su un ricorso che denunciava la sicurezza per “soli” 10.000 anni! Il livello di radioattività del combustibile esaurito rimane superiore a a quello del minerale uranifero per 1 milione di anni. Tutto da rifare daccapo.

Ma anche per i residui a media e bassa attività nessun paese ha ancora realizzato un deposito finale. Ho sentito con le mie orecchie affermare che un deposito geologico è sicuro e vi sono paesi che lo hanno realizzato. Valga l’«esempio» della Germania che aveva realizzato il deposito geologico nella miniera di sale di Asse nella bassa Sassonia, e conferito i fusti di residui radioattivi, poi si sono rivelate infiltrazioni d’acqua non previste: la rimozione dei fusti, ormai parzialmente corrosi, sarà un’operazione estremamente complessa e costosa.

PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE: A. Baracca, “Antropocene-Capitalocene-Nucleocene: l’eredità dell’Era Nucleare è incompatibile con l’ambiente terrestre (e umano)“, Effimera