NESSUNA BASE PER NESSUNA GUERRA, GIÙ LE MANI DALLA NOSTRA TERRA!

ANCHE DALLE UNIVERSITÀ SCENDIAMO IN PIAZZA NELLA GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE DEL 2 GIUGNO A COLTANO.
Manifestazione nazionale: 2 giugno, h.14:30, Coltano (Villa Medicea)

Con i venti di guerra che sono tornati a soffiare in Europa e una competizione interimperialiata sempre più violenta, tutto l’Occidente si sta preparando alle sfide future: contro questo progetto di riarmo, il 2 giugno si terrà una manifestazione a Pisa contro la nuova base che sono intenzionati a costruire all’interno del parco naturale di San Rossore.

La caserma andrà ad ospitare i carabinieri del GIS (gruppo intervento speciale) e del reggimento di paracadutisti Tuscania, militari della seconda Brigata Mobile attivi all’estero in missioni sul campo e specialmente di addestramento, insomma in prima linea per quanto riguarda le politiche di guerra del nostro paese.

Con il recente acuirsi del conflitto in Ucraina, le potenze europee hanno mostrato le proprie tendenze imperialiste e belliciste nel rendersi cobelligeranti attraverso l’invio di armi sul fronte esterno e la guerra ideologica sul fronte interno, contribuendo ad alimentare l’escalation del conflitto a livello internazionale. Tra queste l’Italia del governo Draghi, che mostra il suo totale asservimento agli interessi degli USA che, in un momento di crisi ideologica ed economica del capitalismo, cercano di ricompattare attorno a sé l’Occidente per ristabilire la propria supremazia.

Clima di guerra che era già nell’aria, come strumento per aumentare i profitti di pochi in risposta all’ennesima crisi, con fondi per gli apparati di difesa presenti nel PNRR mascherati sotto ogni voce, dalla digitalizzazione alla transizione ecologica, che con la scusa di rendere maggiormente sostenibili le basi militari già presenti, ne porterà anche alla costruzione di nuove.

Così anche la base a Coltano, finanziata con il Fondo di Coesione e Sviluppo, ci mostra quale sia lo sviluppo che vogliono per i nostri territori: devastazione e guerra! Da Camp Darby al porto di Livorno, dall’aeroporto di Pisa alla nuova base a Coltano, passando per gli “atenei di eccellenza”, protagonisti di politiche di guerra e devastazione, il territorio pisano si sta configurando sempre più come una vera e propria “scacchiera della morte”.

L’escalation bellica ci mostra quindi in senso plastico chi sono i nemici degli interessi dei popoli, della pace e di una reale transizione ecologica e ha reso ancora più espliciti i rapporti che intercorrono tra l’apparato militare-industriale occidentale ed il mondo della formazione e della ricerca.

Come hanno già dimostrato i lavoratori dell’USB dell’aeroporto di Pisa e i portuali del CALP di Genova, rifiutandosi di caricare e scaricare armi, neanche noi studenti e studentesse delle università vogliamo essere complici delle guerre imperialiste.

Gli stessi atenei si inseriscono nel mercato bellico tramite la messa al servizio della ricerca e la legittimazione ideologica dei conflitti e delle politiche guerrafondaie dell’Italia e dei suoi alleati. Lo vediamo dalle collaborazioni più palesi come l’esercitazione “Mare Aperto”, promossa dalla marina militare, che si è svolta nei mari del sud Italia e a cui hanno preso parte le forze di sette paesi NATO e 11 atenei italiani (tra cui la Sant’Anna di Pisa). Un altro esempio lampante sono le collaborazioni con numerose università israeliane, a partire da quella sulla presunta “mediazione culturale”, come se le politiche razziste e colonialiste portate avanti dai sionisti in Palestina, che gli hanno permesso di diventare leader nelle tecnologie di controllo e belliche, li rendano un buon esempio di convivenza!

Per questo, come giovani studenti, riteniamo necessario scendere in piazza in primis questo due giugno, per opporci all’ennesima base in un territorio già ampiamente militarizzato. A Pisa così come a Genova, città protagonista negli ultimi tempi dei blocchi alle armi, e a Roma, contro la solita parata militare che quest’anno più che mai va a rappresentare la deriva guerrafondaia verso la quale il governo Draghi ci sta trascinando.

FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!
GOVERNO DRAGHI, UE E NATO: IL NEMICO È IN CASA NOSTRA.

Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista
Collettivo d’Ateneo – Firenze
Vedo Terra – Genova
Collettivo Universitario Primavera – Padova
MUA – Movimento Universitario Autorganizzato – Catania

CAORSO 22 MAGGIO: ABBANDONARE LE ILLUSIONI, ORGANIZZARE LA LOTTA!

La mobilitazione contro il progetto di rilancio dell’energia da fissione nucleare attraverso la tassonomia “verde” europea che abbiamo deciso di promuovere domenica 22 maggio alla centrale di Caorso ha voluto lanciare un segnale chiaro: per salvare l’ambiente bisogna rompere ogni subalternità ideologica e materiale con i responsabili dell’infarto ecologico che stiamo già vivendo.

Davanti alla sfacciataggine con cui l’Unione Europea e i suoi stati membri continuano a parlare di transizione ecologica, mentre nei fatti si muovono nella direzione opposta, è venuto il momento di abbandonare definitivamente ogni illusione che queste istituzioni possano ascoltare e raccogliere le istanze delle migliaia di giovani e giovanissimi che in questi anni hanno riempito le piazze facendo sentire le loro voci in difesa dell’ambiente.

Non è dall’interno dello stesso sistema che ci sta trascinando verso il baratro che può arrivare una soluzione. Anzi, vediamo concretamente come i processi messi in moto sul piano energetico abbiano come unici paradigmi quelli della competizione e del profitto, e non potrebbe essere altrimenti per chi deve garantire la tenuta e la riproduzione di un modello basato sullo sfruttamento sistematico dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

Come abbiamo avuto modo di approfondire con la pubblicazione di “Ambiente e capitalismo: la convivenza impossibile” non esiste settore della borghesia che abbia interesse in una reale transizione ecologica, e dunque fisiologicamente impossibile che questa avvenga poichè significherebbe rimettere in discussione i dogmi fondanti dell’intero modo di produzione capitalista, prima ancora che delle sue diverse declinazioni.

Santi a cui appellarsi non ci sono, tocca alle giovani generazione assumersi fino in fondo la responsabilità della lotta per l’ambiente, consapevoli che davanti non abbiamo un interlocutore, ma un nemico. Con una prospettiva che indichi da subito l’urgenza della rottura, che però non è sufficiente senza una pratica militante e la capacità di costruire organizzazione e lotta per incidere nel quadro politico.

Sarà necessario continuare a organizzarsi per costruire la forza adeguata per opporci concretamente all’attuale modello di sviluppo ecocida e guerrafondaio, dunque all’Unione Europea, al governo Draghi e al ministro Cingolani che rappresentano gli attuali soggetti agenti dell’ipoteca sul nostro futuro.

Nelle diverse tappe del percorso che da questo autunno ci ha portati alla mobilitazione di Caorso – in ultimo il convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” – abbiamo avuto modo di smascherare le menzogne che la propaganda dei pro nucleare nascondono per non ammettere – spesso solo a se stessi – di essere disposti a tutto pur di non dover accettare l’idea che l’unico modo per combattere le ingiustizie – ambientali, sociali etc… – sia proprio la rimessa in discussione radicale dei rapporti sociali dominanti.

L’appuntamento di Caorso ci rafforza nella determinazione di continuare a costruire iniziative di lotta a partire dalle scadenze per l’approvazione della tassonomia verde e oltre. Ringraziamo le diverse realtà e movimenti che hanno preso parte alla giornata. Contro la crisi ambientale, energetica e militare: Stacchiamo la spina a questo sistema!

Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista


NUCLEARE IERI E OGGI [INTERVISTA]

In avvicinamento alla mobilitazione di domenica 22 alla centrale nucleare di Caorso abbiamo rivolto qualche domande a Aldo Romaro, militante della Rete dei Comunisti che prese parte alle lotte contro il nucleare civile e militare negli anni ’80.

Ci troviamo in una situazione in cui il nucleare viene nuovamente riproposto a diversi livelli, in Unione Europea: partendo dalla famosa tassonomia verde, volta a tutelare gli interessi della Francia in questo frangente; passando per le dichiarazioni dei ministri nostrani, che non sanno a cosa ricorrere pur di dichiarare di avere in mano la soluzione al cambiamento climatico o al problema dell’indipendenza energetica; fino ad arrivare al rinnovato interesse da parte anche di aziende private nel settore. Eppure si pensava che in Italia i ben 2 referendum avessero in qualche modo chiuso l’argomento ormai 10 anni fa. Ci ricordi com’era andata?

L’argomento del nucleare non sarà mai chiuso definitivamente fin tanto che avremo la sfortuna di vivere in un mondo dominato dal capitalismo e dall’imperialismo.

Il cosiddetto nucleare “civile” è un sottoprodotto del nucleare militare e il suo sviluppo facilita la produzione di armamenti atomici. Se così non fosse non si capirebbe perché nel 1981 l’entità sionista abbia bombardato la centrale nucleare di Tamūz, in Iraq, giudicandola un pericolo per la propria sicurezza e in tempi più recenti la decisione dell’Iran di costruire una propria centrale nucleare abbia portato a pesantissime sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Per questo il nucleare “civile” è strategico per ogni borghesia che abbia velleità di potenza.

D’altra parte è importante ricordare la dimensione enorme raggiunta dall’opposizione al nucleare in Italia come dimostra la partecipazione ai due referendum, quello del 1987 e quello del 2011.

Nel 1987 parteciparono al voto il 65% degli aventi diritto e di questi l’80% votò contro il nucleare: il 52% dell’intero corpo elettorale, pari a quasi 24 milioni di persone

Nel 2011 parteciparono al voto il 54,8% degli aventi diritto e di questi il 94% votò contro il nucleare. Ancora una volta sono oltre il 51% del totale degli elettori, 25 milioni e mezzo di persone.

Questa mobilitazione di massa contro il nucleare è stata frutto  di decenni di lotte.

Per prima cosa dobbiamo ricordare i “Partigiani della pace”, movimento costituito nel 1949 da duemila delegati provenienti da 72 paesi diversi tra cui Picasso, Aragon, Farge, Amado, Matisse, Ehrenburg, Neruda ed Einstein e per l’Italia, Pietro Nenni, Vittorini, Guttuso, Quasimodo, Natalia Ginzburg, Giulio Einaudi.

Nel 1950 questo movimento raccolse 519 milioni di firme per la messa al bando delle armi atomiche. L’anno prima la sezione italiana, nonostante il divieto di raccogliere firme in luoghi pubblici, aveva raccolto oltre sei milioni di firme contro l’ingresso dell’Italia nella NATO.

Poi va ricordata sicuramente l’opposizione della popolazione dei territori in cui sono sorte o avrebbero dovuto sorgere le centrali.

Le prime contestazioni di massa furono nel Paese Basco a Lemoniz, dove nel 1972 il governo spagnolo pianificò la costruzione di due reattori nucleari, suscitando la reazione della popolazione e un crescendo di iniziative che portarono nel 1984 alla sospensione definitiva del progetto.

In Italia le prime tre centrali erano entrate in funzione a Latina nel 1962, sul Garigliano e a Trino Vercellese nel 1964, tutte costruite sull’onda della crisi di Suez (1956) che per la prima volta nel dopoguerra aveva evidenziato la fragilità dell’approvvigionamento energetico dei paesi occidentali.

Fino alla fine degli anni ’70 non sono ricordate mobilitazioni contro queste centrali, ma questo perché per anni era stata tenuta nascosta ogni informazione  relativa a problemi e criticità

Ad esempio per quanto riguarda Trino solo nel luglio del 1976 nel Notiziario del CNEN n°7  si scrive che ben che nove anni prima, nel 1967, “In occasione della prima fermata per ricarica del combustibile vennero riscontrati estesi danneggiamenti alle strutture di sostegno del nocciolo del reattore. Oltre allo spostamento dello schermo termico, si riscontrò la rottura di quasi il 50% dei bulloni di collegamento tra la parte inferiore e quella superiore del cilindro disostegno del nocciolo, la rottura del 70% dei tiranti nella zona inferiore della struttura e la distruzione quasi completa del sistema interno di misura del flusso neutronico (aero-ball system).”

Nel 1977 il settimanale Epoca scriveva che “la centrale atomica di

Trino Vercellese […] è stata ferma per incidenti 998 giorni fra il 1967 e il 1970: per buona parte di questo tempo ha scaricato nelle acque del fiume trizio radioattivo”.

Quindi dalla fine degli anni settanta del secolo scorso Trino vercellese, Caorso, Montalto di Castro hanno visto  numerosissime manifestazioni, alcune delle quali represse in modo pesantissimo dalla polizia, come ad esempio quella a Montalto il 9 dicembre 1986.

La terza cosa da ricordare è lo sviluppo di una critica radicale della concezione di “progresso”.

Il modo di produzione capitalista è un processo contraddittorio che produce un innegabile progresso  ma a costo di sfruttamento, mercificazione delle vite, distruzione dell’ambiente.

Negli anni della ricostruzione post-bellica i benefici erano generalmente giudicati tali da giustificare gli effetti negativi.

Ma ad un certo punto, con l’aumento dell’istruzione e della consapevolezza di massa, con la critica al consumismo e con la messa in discussione della pretesa capitalista di una crescita infinita, il giudizio cominciò ad essere ribaltato e i disastri ambientali come quello di Seveso il 10 luglio del 1976 furono occasione di ulteriore presa di coscienza.

Il quarto fattore che ha contribuito a quei risultati referendari sono stati i grandi incidenti alle centrali nucleari, quelli che non potevano essere nascosti come invece è stato fatto per decine di incidenti “minori”.

Three Miles Island, in Pennsylvania, dove il 28 marzo 1979 avvenne una parziale fusione del nocciolo;  Chernobyl il 26 aprile 1986 la cui nube radioattiva raggiunse l’Irlanda e che influenzò senza dubbio il referendum dell’anno seguente; infine Fukushima il 12 marzo 2011, che pesò sul voto al referendum che si tenne tre mesi dopo.

Accennavamo alla retorica secondo cui il nucleare potrebbe essere una delle soluzioni in questo frangente di crisi energetica, allo stesso modo in cui venne presentato durante lo shock petrolifero degli anni ‘70 (non per niente a quel periodo risale la maggior parte delle centrali francesi). Cos’è cambiato da allora?

Anche in Italia si approfittò della cosiddetta “crisi energetica” del 1973 per giustificare il nuovo Piano Energetico Nazionale che prevedeva la costruzione di 20 nuovi reattori nucleari, che dovevano aggiungersi ai tre già in funzione

Di queste venti venne però costruita solo quella di Caorso che entrò in funzione nel 1981.

Già il fatto che ci siano voluti otto anni per far entrare in un funzione una centrale ci dice chiaramente che giustificare l’adozione del nucleare per fronteggiare una emergenza, è una sciocchezza colossale.

Negli anni ’70 del secolo scorso come anche oggi non è la crisi energetica che impone il rilancio del nucleare ma la crisi politica, la crisi del comando imperialista.

Non è un caso che proprio a metà degli anni 70 dopo la sconfitta in Vietnam gli USA decidessero di farsi affiancare dalle altre potenze occidentali creando il sistema dei vertici (G5, poi G7) e mettendo in campo quell’escalation militare che tra dispiegamento di missili in Europa (in Italia a Comiso) e “guerre stellari” contribui non poco alla crisi del campo sovietico.

Una situazione molto simile a quella di oggi con cui si vorrebbe mettere in crisi le potenze emergenti della Russia e della Cina.

A questo serve il rilancio nucleare!

La retorica nuclearista negli anni è cambiata, e con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica al tema ambientale si è spostata su temi come il contributo che il nucleare potrebbe dare all’azzeramento delle emissioni climalteranti. Come dicevamo, quest’idea viene avvalorata dal tentativo di inserire la fissione nucleare nel novero delle energie sostenibili. Cosa pensi di questo tipo di narrazione?

Si certo, così come nella neolingua di Orwell “la guerra è pace”  allo stesso modo si può affermare anche che “il nucleare è verde”. Ma si tratta solo di una campagna di disinformazione finalizzata al rilancio del nucleare, civile e militare.

Gli argomenti sono quelli di sempre. I reattori delle generazioni precedenti non erano perfetti, quelli della prossima generazione saranno assolutamente privi di difetti. Sono solo campagne pubblicitarie prive di alcun riscontro concreto.

Oggi si vorrebbe far credere che i reattori della quarta generazione siano appunto perfetti e non presentino alcuna criticità.

Peccato che la caratteristica principale di questi reattori sia quella di non esistere! Sono solo progetti, esistono solo sulla carta!

Tutt’oggi vediamo che “a sinistra” la situazione risulta per molti spinosa da trattare: tra chi appoggia la transizione europea e chi invece ha creato una corrispondenza biunivoca tra industria nucleare ed economia pianificata. Quest’ultima considerazione, in particolare, pesò sul giudizio che all’epoca il PCI aveva rispetto all’utilizzo di questa fonte?

Non solo nel PCI ma un po’ in tutta la sinistra era diffusa la convinzione che una volta che ,con la rivoluzione o con le riforme, il proletariato fosse riuscito a prendere possesso della “stanza dei bottoni” tutte le storture dello sviluppo, tra cui quelle relative alla sicurezza dei lavoratori e alla salvaguardia dell’ambiente, avrebbero potuto essere superate.

Chernobyl fu sicuramente un duro colpo a questa convinzione. Ma anche prima di Chernobyl in moltissimi era maturata la convinzione che alcune tecnologie come la fissione nucleare non possono per definizione essere messe sotto controllo e che i vantaggi che possono portare sono sempre e comunque minori dei disastri che possono provocare.

Per quanto riguarda il PCI valgono però anche altre considerazioni. Negli anni ottanta del secolo scorso la mutazione genetica del PCI da partito revisionista a partito liberista era già ad uno stadio avanzato. E le ragioni per cui questo partito appoggiava il nucleare, così come per altro anche la CGIL, più che riguardare la possibilità di liberare l’uomo dal lavoro, riguardavano invece la possibilità di massimizzare la produttività, cioè l’estorsione di plusvalore.

E anche per quanto riguardava il rischio di una escalation dell’armamento nucleare, dal 1976 il PCI attraverso il suo segretario Berlinguer, aveva dichiarato di “sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della NATO” anche se quell’ “ombrello” era fatto di missili balistici con testata nucleare.

Va anche detto che dopo Chernobyl il PCI anche se aveva appena approvato nel suo congresso la scelta nucleare decise opportunisticamente di appoggiare il referendum, e pagò questo andamento ondivago con un approfondimento della sua crisi interna che lo avrebbe portato a trasformarsi in Partito Democratico (della sinistra) di lì a pochi anni.

NUCLEARE E TASSONOMIA “VERDE” – Giorgio Ferrari

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

NUCLEARE E TASSONOMIA “VERDE”
di Giorgio Ferrari

L’argomento saranno quelle che sono presentate come tecnologie avanzate in campo nucleare. Prima di questo, alcune precisazioni sull’attualissimo tema della tassonomia europea: come viene presentato il nucleare, cosa significa e quali sono gli attori principali.

Tassonomia

Intanto ricordiamo il fatto che non tutto il nucleare e non tutto il gas sono stati introdotti nella tassonomia: un’epurazione squisitamente politica da parte dell’Unione Europea. Infatti la tassonomia (iniziata parecchi anni fa) non è altro che una classificazione merceologica di tutte le attività che secondo la Commissione Europea sono non solo ecosostenibili, ma anche di interesse della Comunità Europea (ad esempio i fondi pensione) e quindi godono di tutela (se non addirittura sovvenzioni europee) sul mercato.

Per inserire gas e nucleare in questo contesto, l’Unione Europea li ha “spezzettati”. Sarebbe a dire che non ha considerato le attività a monte e a valle del ciclo dell’Uranio, che invece sono ritenute non ecosostenibili e non finanziabili. Si tratta quindi a tutti gli effetti di un’operazione di “maquillage”. Stessa cosa per il gas: in tassonomia sono incluse l’attività di estrazione del gas oppure di costruzione del gasdotto (come vorrebbe una valutazione LCA – Life Cycle Assessment).

Quali sono quindi i “paletti” stabiliti dalla Commissione per l’introduzione di queste fonti in tassonomia?   Rispetto alla costruzione di nuovi reattori:

– Le emissioni di gas serra durante la generazione dell’energia elettrica devono essere inferiori ai 100 g/kWh, come stabilito da IPCC (Intnergovenmental Panel on Climate Change) ed IEA (International Energy Agency);

– Il permesso per la costruzione della centrale dev’essere stato rilasciato dall’autorità competente dello Stato membro prima del 2045;

– Lo Stato intenzionato a realizzare l’impianto deve disporre di un deposito per rifiuti nucleari di bassa-media attività, e abbia inoltre in programma di mettere in funzione entro il 2050 un deposito per scorie radioattive ad alta attività

Rispetto ai reattori in esercizio entro il 2040 devono essere approvate delle modifiche per allungarne la vita operativa aumentandone contemporaneamente la sicurezza.

È questa la foglia di fico con cui si giustifica l’introduzione del nucleare già esistente nella tassonomia, fatto che serve gli interessi francesi come spiegato nell’intervento del prof. De Cecco.

Rispetto al gas naturale:

– Limite di 100gCO2/kWh per gli impianti in esercizio;

– Limite di 270gCO2/kWh per nuovi impianti approvati entro il 2030 se sostituiscono impianti più inquinanti.

È importante non lasciarsi fuorviare: l’Europa non è divisa in una Francia diabolica ed una Germania paladina della transizione verde. Non dimentichiamoci che le fonti di energia spinte dall’atto delegato alla tassonomia sono due: gas e nucleare.

A questo proposito confrontiamo i seguenti grafici:

Se ne evince che la Germania, ora esaltata a paladina della transizione energetica, è da sempre e finora fortemente dipendente dalle fonti fossili.

L’attuale governo tedesco ha anticipato la data di phase-out dal carbone al 2030, obiettivo irraggiungibile a meno che non si stabilisca in sede europea che il gas è una fonte di transizione, con l’aggiuntiva deroga dei 270gCO2/kWh se gli impianti sono sostitutivi di carbone e lignite.

Da contestualizzare nel senso della competizione per l’energia anche l’operazione che la Germania sta facendo sull’Ucraina, a cui i Verdi hanno da poco dichiarato di voler mandare le armi. Questo Paese sarebbe infatti il candidato perfetto per diventare l’hub energetico della Germania in tutti i campi: dall’idrogeno all’energia rinnovabile.

Tornando sui dati, vediamo come il 36% della produzione energetica in Germania derivi da combustibili fossili. Bisogna riconoscere che la politica interna ha influito su queste dinamiche: infatti Angela Merkel ha preferito mantenere aperti gli impianti a lignite e non andare a scontro con i lavoratori del settore, memore di quanto successo in Inghilterra nel momento in cui la Tatcher chiuse con il carbone.

Il risultato è che da 2 anni la Germania fallisce nel raggiungere gli obiettivi ambientali, e per i prossimi 2 anni altrettanto. Concludiamo questa parte sottolineando un fatto importante: come si è arrivato a ragionare in questo modo oggi? Un ciclo combinato (una o più turbine a gas associate ad una turbina a vapore), che è la macchina più avanzata dal punto di vista dei rendimenti (fino ad oltre il 55%) per la produzione di energia elettrica, ha delle emissioni normali di 340-360 gCO2/kWh.

Ci si domanda quindi come sia possibile imporre per l’utilizzo del gas uno standard di 100gCO2/kWh se le macchine più avanzate ne producono tre volte tanto. È possibile perché, avendo le risorse necessarie, si possono mettere in campo soluzioni (sequestro di carbonio o scomposizione della CO2 per recuperare ossigeno) che abbattono dell’80-90% il contenuto di anidride carbonica.

Per questo il gas rientra dalla finestra come fonte non inquinante.

È quindi a causa dell’esclusiva adesione ad un ragionamento che stabilisce parametri tecnici senza porsi il problema della messa in discussione dello sviluppo economico che alcune fonti rientrano in gioco. Se i termini generali del problema sono che al 2050 l’energia elettrica necessaria raddoppia (per alimentare mobilità, sviluppo dell’industria 4.0 e automazione spinta) è inevitabile che vengano riproposti tutti i paradigmi disponibili sul mercato, soprattutto in considerazione del fatto che delle “macchine rotanti”, a differenza dei meccanismi di accumulazione sfruttati dalle rinnovabili, garantiscono una maggiore stabilità delle reti elettriche.

Fusione nucleare

Il progetto più avanzato al momento è ITER (in Francia), a cui partecipano (per citarne alcuni) Cina, Stati Uniti, Russia ed Europa. Gli altri (CFS, PSFC, DTT, Enea) sono tutti più o meno analoghi, con la differenza che impiegano vari superconduttori (sigla REBCo: terre rare, bario e rame).

Concettualmente questa tecnologia mira a replicare i processi che avvengono nel Sole (e le altre stelle) con però una notevole differenza: nel Sole questi processi riguardano l’idrogeno e avvengono in presenza di pressioni enormi (a causa della massa del Sole), il che permette di avere temperature di fusione di 15-20 milioni di °C. Sulla Terra, a causa delle pressioni inferiori, si usano deuterio e trizio (isotopi dell’idrogeno più pesanti) e bisogna ricorrere a temperature molto più alte (circa 100 milioni di °C).

Advanced nuclear technologies. Sotto questa etichetta vanno varie categorie di reattori.

– Small Modular Reactors

Attenzione: la parola modulare non si riferisce alla “scalabilità” della tecnologia, ma alla possibilità di prefabbricare il reattore e poi assemblarlo in moduli.

Di questi si contano 30 modelli ad acqua, che a differenza di quelli normali non dovrebbero superare i 300MW elettrici. I vantaggi presentati sono le dimensioni ridotte ed i costi e tempi di realizzazione contenuti. Tecnologicamente parlando non c’è invece sostanzialmente nulla di nuovo.

Il più avanzato è il BVRX 300 della General Electric, già commercializzabile ma non ancora realizzato, senza pompe di alimentazione e incassato nel terreno.

– Advanced Modular Reactors con 14 modelli HTGR (High Temperature Gas Reactors) che sfruttano una tecnologia tutt’altro che innovativa, dal momento che viene riproposto in varie forme ormai da decenni (ad esempio Peach Bottom, Pebble) senza grandi risultati.

– Microreactors. Una novità dal punto di vista tecnologico, almeno per uso civile: infatti sono già stati utilizzati in missioni spaziali per potenze di qualche kWh/qualche decina di kWh. Quelli che si vorrebbero commercializzare hanno invece potenze di qualche MWh/qualche decina di Mwh.

Si tratta di reattori “inscatolati” (canned) di tipo “plug-and-play” (che si mettono in funzione “inserendo la spina”) di cui i produttori garantiscono per 40 anni il funzionamento autonomo con una ricarica del combustibile ogni 3 anni: l’idea è convincere gli acquirenti che sia possibile avere una sorta di nucleare domestico, col fine di alimentare stazioni di ricarica, comprensori o centri industriali, e renderlo più appetibile perché più familiare.

MILITARE CIVILE E PROLIFERAZIONE MILITARE – Angelo Baracca

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

MILITARE CIVILE E PROLIFERAZIONE MILITARE
di Angelo Baracca

L’argomento sarà l’uso duale (civile e militare) della tecnologia da fissione.

Iniziamo con una precisazione: il nucleare non si studia a scuola, e poco in università; ma bisogna avere presente che una reazione nucleare non è solamente potente, ma radicalmente diversa da quelle convenzionali. I processi nucleari mettono in gioco energie milioni di volte più grandi di quelle messe in gioco dai processi che avvengono spontaneamente sulla terra. Questa è la sostanza dell’incompatibilità assoluta dello sfruttamento energetico del nucleare con i processi terrestri e anche il motivo per cui i residui radioattivi rimarranno per migliaia di anni in eredità alle future generazioni.

Entrando nel merito per spiegare il processo di fissione ai non addetti ai lavori, ricordiamo che l’Uranio è l’elemento più pesante presente in natura e ha due isotopi principali: l’Uranio 238 (componente maggioritaria) e l’Uranio 235 (meno dell’1% di abbondanza). Quest’ultimo è quello che più interessa, dal momento che assorbendo neutroni va in contro a fissione (si divide) emettendo contestualmente una grande quantità di energia (ordine del milione di volte maggiore rispetto ai processi chimici) oltre che 2-3 neutroni (più di quanti ne assorba) consentendo quindi di sviluppare la reazione a catena che provoca la fissione degli altri nuclei (sempre 235) adiacenti.

È questo il senso del cosiddetto “arricchimento”: aumentare la concentrazione di 235U (rispetto a quello 238) in modo da rendere l’uranio adatto alla fissione a catena. Per farlo ci sono diversi processi: quello più moderno ed efficiente è la centrifugazione, che sfrutta la diversa massa dei due isotopi per separarli.

Di arricchimento si possono avere diversi gradi, a seconda della concentrazione di 235U rispetto a quella di 238U. Per i reattori ad acqua leggera attualmente in uso si ricorre ad arricchimenti del 2-4%. L’arricchimento richiesto per fabbricare bombe nucleari è invece superiore al 90%; tuttavia già oltre il 20% si parla di Uranio miliare (“weapon grade”), dal momento che da questa percentuale in poi è più facile aumentare a piacere l’arricchimento.

Ad esempio, nell’accordo JCPOA con l’Iran del 2015 è stato imposto al Paese un limite di arricchimento del 3.67% in cambio della sospensione delle sanzioni economiche e commerciali. Tuttavia, non essendo cessate le misure di embargo, l’Iran sta attualmente procedendo con l’aumento dei livelli di arricchimento arrivando attualmente al 5-6%.

Nel range “wapon-grade” si situano anche i reattori militari, usati ad esempio dalla marina statunitense per la propulsione navale. Il motivo è che a causa della necessità di concentrare la produzione di energia in spazi molto piccoli (per esempio su un sommergibile) si usano arricchimenti compresi tra il 40% ed il 90%. 

Questo è anche il concetto alla base del funzionamento degli small reactors (che verranno approfonditi successivamente), reattori oggi proposti che hanno arricchimenti molto alti rispetto a quelli convenzionalmente indicati come “civili”.

In questa direzione vanno i nuovi progetti che dovrebbero fare impiego di combustibile HALEU (High Assay Low Enriched Uranium) che promette maggiore sicurezza ed insieme maggiore potenza per unità di volume ma che proprio per questo richiede un arricchimento che va dal 5 al fatidico 20%.

È interessante notare che in un ambito così strategico militarmente si ricorre all’uso di “due pesi e due misure”. Infatti, mentre l’arricchimento dell’Uranio è stato vietato all’Iran (ancora molto lontano dal raggiungere un grado militare di arricchimento), il Brasile (sotto la dittatura militare tra il 1964 ed il 1985) era ad un passo dalla bomba atomica. La Corea del Nord richiederebbe un discorso a parte, quindi per motivi di tempo si rimanda all’articolo.

Se l’Uranio 235 è fondamentale per l’arricchimento in campo militare, anche l’Uranio 238 ha un ruolo fondamentale. Infatti assorbendo neutroni, tramite una catena di trasmutazioni può essere trasformato in Plutonio 239 (239Pu), un elemento transuranico artificiale che essendo fissile come l’Uranio 235 costituisce il nucleo ideale per la creazione di bombe.

Il primo esperimento in proposito è stato la “pila” di Fermi (eufemismo usato con la funzione di sminuire la portata militare dell’esperimento) che nel 1942 verificò la possibilità di produrre Plutonio per irraggiamento neutronico. Infatti il 16 luglio del 1945 la prima bomba nucleare testata fu quella al Plutonio fatta esplodere ad Alamogordo durante il Trinity Test. Il 6 e 9 agosto dello stesso anno una bomba all’Uranio arricchito su fatta esplodere su Hiroshima, ed una al Plutonio su Nagasaky.

Dopo il 1945, per più di 10 anni furono costruiti solo reattori militari (plutonigeni o per propulsione navale). Va anche osservato che tutti i Paesi che hanno avuto programmi nucleari militari o hanno realizzato la bomba hanno iniziato costruendo reattori a fissione. Questa è l’evidenza più schiacciante del legame inscindibile tra uso civile e militare di questa tecnologia. Non a caso Israele, per mantenere l’egemonia nucleare in Medio Oriente, bombardò i centri nucleari di ricerca di Osirak (Iraq, nel 1981) e di Deir ez Zhor (Siria, nel 2007) ed oggi mette in conto di fare la stessa cosa con l’Iran.

Si consideri che nel 1977 lo stesso Presidente statunitense Jimmy Carter (ingegnere nucleare) proibì proprio per questo motivo il ritrattamento del combustibile nucleare esaurito. La Gran Bretagna ha cessato nel 2012, mentre la Francia prosegue (ad esempio nell’impianto La Hague). Resta un grande interrogativo rispetto al Giappone, che con 47 già tonnellate di plutonio separato (potenzialmente 6000 testate) sta avviando degli impianti di riprocessamento del combustibile.

Oltre che per la fabbricazione del Plutonio, l’Uranio depleto (completamente spogliato del 235) ha una densità talmente grande che, se messo nei proiettili, buca le corazze dei carri armati. Queste mine anticarro sono state usate a profusione in scenari di guerra che vanno dall’Iraq alla Jugoslavia. In particolare, dei militari italiani che hanno operato in Jugoslavia maneggiando senza protezioni i residui dell’Uranio impoverito, 7600 sono gli ammalati e 400 le vittime.

In Iraq, invece, i residui sono rimasti addirittura alla portata dei bambini, con gli impatti riportati in questo studio. Per una panoramica più generale dal “Bullettin of the Atomic Scientists” si consiglia “The disturbing and under-researched legacy of depleted uranium weapons”.

Ricordiamo poi che la proliferazione militare non vuol dire solo bombe. Infatti le guerre hanno un impatto fondamentale sul cambiamento climatico sotto diversi punti di vista: basti pensare al fatto che il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di energia del Paese, con 500 basi solo in USA; oppure che lo stesso cambiamento climatico è un moltiplicatore di minacce, la cui gestione militare determina un’escalation di danni ambientali e sulla popolazione.

Anche rispetto alla famosa fusione la ricerca militare va avanti. Sempre negli Stati Uniti è stata costruita nell’ultimo ventennio dal Dipartimento della Difesa un enorme impianto per il confinamento inerziale (National Ignition Facility, Los Alamos), in cui 192 super-laser concentrano la loro energia su un pellet di Deuterio e Trizio (isotopi dell’Idrogeno) del diametro di un chicco di riso fino a portarlo alla temperatura adatta all’innesco della fusione nucleare. Lo scopo di questa ricerca è progettare microtestate che evitino la penalizzazione della massa critica richiesta per innescare la fissione nucleare.

ENERGIA, EMISSIONI E SCENARI FUTURI – Sandro de Cecco

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

ENERGIA, EMISSIONI E SCENARI FUTURI
di Sandro De Cecco

Iniziamo da una panoramica: dove si situa e a cosa serve il nucleare nello scenario mondiale di produzione dell’energia; quali sono i suoi limiti e perché. Concluderemo sugli scenari, dalla scadenza intermedia del 2030 allo scenario di riferimento del 2050: come si arriva a questi scenari, chi li studia e costituisce; la necessità di iniziare un percorso verso la costituzione di un raggruppamento di forze ed intelligenze che un tale scenario lo costruiscano dal basso, dal momento che non è più in dubbio il fatto che bisogni tendere ad azzerare le emissioni di carbonio.

Nel mondo dell’energia lorda che si produce circa ¼ è consumata per produrre elettricità. Tutto il resto è consumata per alimentare direttamente riscaldamento domestico, trasporti (collettivi o personali), industria, agricoltura e servizi.

Quando parliamo di nucleare lo inseriamo nel quadro della produzione di energia elettrica. In particolare, sull’energia elettrica prodotta al livello mondiale, il nucleare rappresenta circa il 10%: questo vuol dire grosso modo 2.5% dell’energia totale prodotta. Questo già ci dice che se anche postulassimo che il nucleare non produce emissioni è intuitivo che per diminuire le emissioni dovremmo occuparci del restante 98% di produzione (maggioritariamente basata su combustibili fossili).

Entriamo nello specifico della sola elettricità e del caso europeo (Francia ed Italia in particolare). In Francia grossomodo la produzione di energia elettrica è sempre circa ¼, unica frazione dell’energia prodotta su cui può vantare di aver realizzato l’indipendenza energetica, cavallo di battaglia dei nuclearisti. Infatti di questo quarto circa il 70% è prodotto da energia nucleare, mentre il restante 30% si suddivide tra un 20% rinnovabile (idroelettrico e solo in minima parte fotovoltaico ed eolico – percentuale che peraltro, a differenza dell’Italia, non è cresciuta negli ultimi 20 anni) ed un 10% fossile. In Italia la situazione al 2020 è la seguente: quasi 40% di energie rinnovabili (aumentate di un fattore 2 rispetto agli anni ‘90) e 60% di fossile (nell’ambito della produzione di energia elettrica che rappresenta sempre ¼ della produzione totale di energia). Di questo fossile il gas naturale metano negli ultimi 20 anni ha sostituito quasi completamente la combustione di carbone e di petrolio.

L’Italia quindi, rispetto alla Francia, già nel 2020 ha superato gli obiettivi intermedi verso la scadenza del 2030. Questo in realtà è stato possibile perché in Italia non è più presente (e non lo è mai stata in maniera corposa) una fonte di produzione di energia elettrica molto rigida come il nucleare – un reattore, una volta acceso, non si può spegnere o modulare a seconda delle esigenze.

La Francia con i suoi 56 reattori (cira 60 GW di potenza installata) e un potenziale nazionale di produzione di energia elettrica dell’80% (anche se adesso è un po’ più basso) ha visto questo come un fattore non abilitante dell’aumento di energie rinnovabili all’interno del proprio mix energetico elettrico. Le ragioni sono due:

1) La già citata rigidità della produzione di energia elettrica. Questo ha anche un’altra conseguenza, cioè che il surplus (prodotto di notte o in periodi dell’anno in cui il quantitativo di energia richiesto è minore) viene esportato a prezzi molto bassi; contemporaneamente non riesce neanche a far fronte ai picchi di domanda, durante i quali è comunque costretta ad acquistare elettricità a caro prezzo (addirittura anche dall’Italia).

2) Gli investimenti. Infatti il parco nucleare francese è molto vecchio (installato fra fine anni ‘70 ed inizio anni ‘80), quindi le centrali arriveranno a scadenza nell’arco dei prossimi 10 anni (nonostante i lavori di adeguamento che ne hanno prolungato la vita a caro prezzo – 2 miliardi a reattore – soprattutto a seguito dell’incidente di Fukushima). Queste spese (circa 100 miliardi a fronte del 18% di energia prodotta al livello nazionale) vanno considerate anche al netto di un depauperamento generale dell’economia e di una drastica diminuzione delle competenze tecniche che garantiscano lavori di adeguamento di qualità.

Da questo deriva un’altra considerazione: il nucleare è un sistema complesso che è figlio di tempi in cui lo Stato direttamente faceva una politica industriale con un indotto (anche privato ma essenzialmente pubblico) anche culturale e di formazione. Oggi in Europa il livello tecnico e scientifico globalmente si sta abbassando molto e formare tecnici e genio nucleare per i prossimi 30 anni in Francia (secondo le stime di EDF) vuol dire dover assumere ai fini del mantenimento della potenza installata 4000 ingegneri e tecnici l’anno nei prossimi 10 anni.

Rispetto ai nuovi reattori (EPR, generazione III, III+) in costruzione a Flamenville (Francia) ed in Finlandia: dovevano costare 3-4 miliardi ognuno ed essere costruiti in meno di 6-7 anni. In realtà sono più di 15 anni che si aspetta, e stanno costando circa 14 miliardi l’uno (19 miliardi se si contano gli interessi). Di fronte a questi fatti si risponde che sono i primi modelli (non proprio, dal momento che ce n’è uno già operativo in Cina e già fermato per un guasto) e che i prossimi verranno a costare solo 7 miliardi. Questo vuol comunque dire che per 6 EPR (quelli che Macron sta promettendo in campagna elettorale per rimpiazzare quelli che “andranno in pensione” entro il 2050) il costo stimato è di circa 45 miliardi di euro (dimezzando le stime rispetto ai dati attuali).

Il peso di questi costi è cruciale per introdurre il discorso sulla tassonomia cioè capire perché il nucleare è rientrato in gioco e perché proprio con investimenti sulle centrali attuali da approvare fino al 2050 ed investimenti per centrali future fino al 2045. Infatti oggi in Europa nessuno stato può emettere debito, quindi deve finanziarsi sui mercati: questi 150 miliardi di cui la Francia ha bisogno possono essere reperiti sul mercato, e sicuramente è più facile finanziare una tecnologia che abbia la “green label” della tassonomia.

Ovviamente il problema non è solo finanziario, ma anche energetico, scientifico, tecnico, di sicurezza ed ambientale. Perché ad esempio non abbiamo voce in capitolo su ciò che farà la Francia con i suoi reattori? Dovremmo, dal momento che siamo un Paese confinante ed un incidente di gravi dimensioni riguarderebbe tutti almeno al livello continentale. Ci riguarda tutti anche perché una presenza importante e fissa di produzione di energia elettrica nucleare sul Continente vuol dire una capacità minore di sviluppare alternative “carbon-free”.

A proposito delle emissioni di carbonio, un po’ di numeri.

A parte che nell’Europa dell’Est, il carbone è stato praticamente dimenticato nel resto del Continente. L’emissione di CO2 derivante dalla produzione di energia elettrica bruciando carbone è circa 800 g/kW, mentre per il gas metano si aggira tra i 400 ed i 500 g/kW.

Rispetto al gas, invece bisogna distinguere a seconda del ciclo di vita (corto o breve): c’è differenza di impatto tra il gas fossile e quello prodotto dalla metanizzazione ad esempio dei rifiuti alimentari urbani o agricoli, più facile da ri-fissare a breve termine nei terreni agricoli e forestali.

In sostanza non è che non ci sia emissione di CO2, ma il bilancio totale nell’aria a fine ciclo è prossimo allo zero. Ad esempio bruciando biogas in una stessa centrale a metano si ottengono emissioni di carbonio di circa 10 g/kW.

Altra questione portata dai proponenti del nucleare è quella dei costi. Oggi il costo dell’energia è circa di 45-50 euro/MW/h: per seguire il trend, il nucleare sta cercando di abbassare i costi per rendersi competitivo (fatto che ha suscitato il dissenso dei lavoratori di EDF). Invece, per quanto riguarda solare ed eolico, i costi stanno scendendo dai 100 euro/MW/h a 50 euro/MW/h o meno, minimizzando quindi le differenze anche in questo frangente.

Rispetto alle emissioni di CO2 del nucleare, invece, si nasconde lo scheletro nell’armadio: se è vero che l’emissione di CO2 è nulla nella fissione del nucleo di Uranio235 e che dalla costruzione al funzionamento della centrale il bilancio è tutto sommato positivo (c’è una fase di costruzione della centrale che comprende cemento, siderurgia e trasporti, mentre durante il periodo di vita contando i servizi si arriva ad un’emissione di 20-30 g/kW), dobbiamo considerare anche non solo il decommissioning della centrale ma anche il ciclo del combustibile.

Il problema del nucleare oggi, che da questo emerge, è che non abbiamo chiarezza sui numeri. Il ciclo del combustibile ha innanzitutto un processo di estrazione (l’Uranio è presente per una parte su 1000 nei minerali uraniferi) che dal punto di vista chimico sono particolarmente energivori e lo diventeranno ancora di più con il progressivo abbassarsi della concentrazione di uranio nelle miniere. Questa fase a monte del processo, in Francia, è diventata segreto militare, quindi non abbiamo contezza del bilancio CO2 completo. Segue il processo di smaltimento, di cui poi si parlerà più avanti. In totale arriviamo quindi ad un ciclo (per un reattore EPR, di cui si sta discutendo adesso) che comprende 60 anni di vita della centrale, quasi 20 di preparazione, 20 di costituzione del combustibile e 40-50 anni di ecommissioning, rendendolo un ciclo che copre circa un secolo.

Concludiamo con gli scenari al 2050.

Non basta rendere “carbon-free” il 25% di produzione di energia elettrica. C’è un 75% che non possiamo ignorare. Quindi nessuno scenario ragionevole (e per questo invito a guardare gli scenari dell’associazione francese Negawatt) può esimersi da: un elemento di sobrietà energetica (riduzione del consumo totale di energia – circa del 30% – elemento imprescindibile per avere una qualche speranza di far fronte alla crisi ambientale); un’elettrificazione massiccia di produzioni basate principalmente su idrocarburi fossili. Questo vuol dire che complessivamente si dovrà produrre più elettricità che adesso, oltre a trasformare le attuali quote fossili di elettricità in rinnovabili.

Da questo punto di vista la restante percentuale di energia necessaria (calore diretto) dovrà essere garantita da biomassa o da fonti a ciclo corto. Tuttavia lo sviluppo di fonti intrinsecamente fluttuanti come il vento comporta la necessità di sviluppare due elementi:

1) l’interconnessione di una rete al livello continentale in modo che, considerando una regione più grande, le fluttuazioni siano in media trascurabili.

2) implementare lo stoccaggio a cui ricorrere nei picchi di produzione. Da questo punto di vista, si parla molto del così detto idrogeno green, nonostante anche su questo punto ci sia molta confusione. In generale, lavorare a meccanismi ad alta efficienza che permettano di non degradare la qualità dell’energia elettrica prodotta.

Rispetto alla tassonomia, c’è anche il nodo del gas. Mentre sul nucleare le relazioni da parte del gruppo TEG (contrarie) sono già state pubblicate, sul gas si applicano vincoli abbastanza stringenti: le emissioni devono essere sotto i 270 g/kW entro il 2030, le quote di emissione del carburante devono passare al 55% di biogas entro il 2030 e dopo il 2030 la quota di emissione deve passare a meno di 100 g/kW.

Questo vuol dire che mentre la proposta del nucleare ha lo scopo di salvare i francesi dalla speculazione finanziaria, quella del gas è messa lì semplicemente per registrare una situazione di fatto: i Paesi dell’Est Europa attualmente legati al carbone non riuscirebbero a rientrare negli obiettivi concordati.

NUCLEARE, EMERGENZA CLIMATICA E SOSTENIBILITÀ – Angelo Tartaglia

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

NUCLEARE, EMERGENZA CLIMATICA E SOSTENIBILITA’
di Angelo Tartaglia

Ormai è universalmente riconosciuto, ancorché sotto traccia continuino ad essere presenti delle posizioni “negazioniste”, che l’umanità si trova a fronteggiare una emergenza climatica globale che essa stessa ha provocato. È come se fossimo a bordo di una barca portata dalle acque di un fiume: dal corso normale si sta passando ad un tratto fatto di rapide a pendenza crescente al di là del quale c’è una cascata. L’urgenza immediata è quella di remare tutti insieme per raggiungere la sponda il più in fretta possibile, per poi decidere insieme come continuare il viaggio.

Sul piano istituzionale la stessa Unione Europea ha riconosciuto l’emergenza fissando in forma vincolante per gli stati membri l’obiettivo del conseguimento entro il 2030 di una riduzione del 55% (rispetto ai livelli del 1990) delle emissioni di gas climalteranti in atmosfera e, a seguire, sempre in forma vincolante, quello della parità carbonica entro il 2050.

Ora però la stessa Unione fra le soluzioni sembra voler includere non un cambiamento di rotta, ma il rilancio di una mitica fonte di energia che dovrebbe consentire contemporaneamente la indefinita crescita dei consumi e lo stop all’impatto sul clima: l’energia nucleare.

Al riguardo una prima banale osservazione è che per rispettare gli obiettivi europei occorrono provvedimenti efficaci entro approssimativamente un decennio. Non è però possibile realizzare nuovi impianti nucleari, in aggiunta a quelli già esistenti o in costruzione, in grado di sostituire centrali a combustibili fossili e relative emissioni entro la scadenza del 2030.

La realizzazione ex novo di una centrale nucleare richiede normalmente più di un decennio. Nel frattempo il cantiere è un emettitore netto di gas climalteranti.

Se ne deduce che la fonte nucleare non è in alcun modo un mezzo per affrontare l’emergenza climatica. Il rilancio delle centrali atomiche ha quindi un’altra valenza e un altro significato: quello di fornire energia aggiuntiva per alimentare una crescita materiale che è in realtà fisicamente insostenibile.

Sostenibilità del nucleare

Per estendere il ragionamento anche al di là dell’emergenza immediata, occorre innanzitutto dare una definizione di “sostenibilità”. In modo pragmatico si può dire che un processo che implichi variabili fisiche è “sostenibile” quando è in grado di proseguire per un tempo molto più lungo dei tipici tempi umani, senza compromettere le basi fisiche che gli permettono di svolgersi né produrre effetti collaterali cui la biosfera non possa adattarsi.

Se si accetta una simile definizione, gli unici processi effettivamente sostenibili risultano essere quelli che usufruiscono di fonti energetiche la cui disponibilità è valutabile su archi temporali estremamente lunghi (dalle centinaia di migliaia di anni in su) e che vengano usate in una prospettiva di equilibrio dinamico con l’ecosistema.

Da questo punto di vista il nucleare non è sostenibile in quanto:
a) La fonte primaria, sotto forma di isotopi fissili reperibili nella crosta terrestre o nei mari, non è affatto di lunga durata;
b) L’impatto indotto dalle centrali nucleari, tanto in caso di incidenti, che per il normale funzionamento, non dà luogo a forme possibili di adattamento.

Sul primo punto: già negli anni ’70 del secolo scorso si stimava che, se avesse dovuto far fronte al fabbisogno energetico dell’umanità, il nucleare avrebbe potuto avere una durata confrontabile con quella del petrolio, misurabile in qualche decennio. In un caso come nell’altro il problema non è tanto la quantità di isotopi fissili naturali o di idrocarburi presenti negli strati superficiali del nostro pianeta, quanto quella dei giacimenti concretamente utilizzabili a condizioni e costi accettabili.

Sul secondo punto: la produzione di energia basata sulla fissione di isotopi naturali produce necessariamente le cosiddette “scorie” cioè i prodotti della fissione.

Questi ultimi sono una miscela di radioisotopi distribuiti su un ampio ventaglio di tipologie: le maggiori abbondanze sono intorno ai numeri di massa 90 e 140.

Alcuni di questi isotopi hanno tempi di decadimento brevi o brevissimi (frazioni di secondo, minuti, ore…): essi sono responsabili di una intensa radioattività di breve termine. Altri radioisotopi prodotti dalla fissione viceversa hanno tempi di decadimento molto lunghi (anni, decenni…). Oltre a ciò i neutroni prodotti dalla fissione, e che sono vitali per il mantenimento della reazione a catena, vengono in parte assorbiti anche dall’U238 che è la componente più abbondante del “combustibile” nucleare.

Se i neutroni sono “veloci” l’U238 può anch’esso subire la fissione (sono stati realizzati alcuni esempi di “reattori veloci” che però presentano seri problemi di controllabilità), diversamente l’assorbimento di un neutrone avvia delle trasformazioni nucleari che convertono l’U238 , con il passaggio intermedio di un isotopo dell’Americio, in plutonio Pu239 che è fissile e di interesse militare (può essere impiegato per l’innesco a fissione delle bombe termonucleari).

Questo isotopo, ovviamente anch’esso radioattivo, ha un tempo di dimezzamento di poco più di 24.000 anni. Considerando tutto, le barre di “combustibile” esaurite contengono una miscela di sostanze radioattive che sono pericolose per la biosfera (e per gli esseri umani in particolare) per tempi misurabili in migliaia di anni.

La vita utile di una centrale nucleare si misura in decenni: le più recenti sono omologate per una durata di 60 anni, le precedenti lo erano per 40 anni anche se poi qualcuna (è il caso di alcuni impianti francesi, ma non solo) è stata mantenuta in vita per un decennio aggiuntivo.

Non è possibile prolungare più di tanto questo tempo in quanto l’intenso irraggiamento, le elevate pressioni e le alte temperature cui sono sottoposte le strutture più interne alla centrale rendono il tutto via via più debole e a rischio di cedimenti. A fronte di questi pochi decenni troviamo un’eredità pericolosa per millenni. È questo il nocciolo della insostenibilità del nucleare.

D’altra parte non ci sono “soluzioni” per il problema delle scorie in quanto queste, come abbiamo visto, sono “necessarie”. Quello che le migliorie tecnologiche attuate o ipotizzate possono conseguire è, da un lato, una maggiore efficienza nella produzione di energia in modo da diminuire la quantità di scorie per MWh prodotto (senza mai poterla azzerare); dall’altro fare in modo da ridurre la durata della pericolosità delle scorie stesse.

Questo secondo risultato si ottiene trattando le scorie mediante processi di irraggiamento con particelle, a partire dagli stessi neutroni generati dalla fissione durante il funzionamento del reattore, oppure successivamente bombardando le scorie con fasci di particelle generati da un acceleratore. Nel secondo caso le quantità trattabili volta per volta sono estremamente modeste e l’operazione richiede un dispositivo molto complesso e molto costoso. In entrambi i casi lo scopo è quello di convertire gli isotopi a vita media lunga in altri a vita media più breve. In concreto per questa via si può sperare di ridurre la durata pericolosa dai millenni ai secoli: l’essenza del problema resta immutata.

Non vi sono dunque “soluzioni” al problema delle scorie. Al netto di possibili riprocessamenti del materiale esaurito allo scopo di estrarne i residui isotopi fissili (tra cui anche il plutonio), le scorie finali non possono che essere immagazzinate in depositi la cui caratteristica sia quella di essere stagni ad ogni interazione con la biosfera su tempi dell’ordine delle migliaia di anni. Per individuare simili eventuali depositi occorre trovare siti per i quali si possa con ragionevole certezza affermare che non verranno compromessi da eventi sismici o da eventi estremi per qualche migliaio di anni a venire; al riguardo si ipotizzano invariabilmente quelli che vengono chiamati depositi geologici profondi.

Un punto debole di qualunque ipotetico deposito di quel tipo è che, per immagazzinarci le scorie, occorre raggiungerlo e quindi perforare gli strati che lo rendono inaccessibile e, cosa molto importante, impermeabile all’acqua. Dopo aver perforato, per così dire, il coperchio, ciò che è estremamente dubbio è la capacità di risigillarlo su di una scala temporale quale quella già citata. Una peculiare difficoltà deriva dal fatto che le scorie debbono essere poste dentro dei contenitori adatti, per esempio in rame o in acciaio inossidabile, a loro volta annegati in blocchi di cemento. Ora, le scorie, proprio perché radioattive, producono calore, che dovrebbe essere smaltito, in quanto diversamente, alzandosi la temperatura, le pareti dei contenitori si indeboliscono (il cemento tra l’altro comincia a sgretolarsi in capo a pochi decenni) e se nell’ambiente circostante è presente dell’umidità, questa combinata con temperature elevate produce corrosione.

Come se non bastasse, per scorie non riprocessate e che quindi contengono ancora del materiale fissile, bisogna stare estremamente attenti alla disposizione e al distanziamento dei singoli contenitori per evitare che, a seguito di qualche cedimento, si possa accidentalmente rifare in qualche punto massa critica riavviando la fissione a catena. Che questa eventualità non sia del tutto astratta è dimostrato dal fatto che i geologi hanno scoperto negli anni ’70, in prossimità del fiume Oklo in Gabon, le tracce di un reattore nucleare naturale fossile che ha funzionato a intermittenza per qualche centinaio di migliaia di anni quasi due miliardi di anni fa: il sito è una miniera di uranio e nell’epoca considerata la percentuale di U235 era simile a quella del combustibile arricchito di oggi (l’U235 decade più rapidamente dell’U238 ), le infiltrazioni di acqua fecero da moderatore e così poté avvenire e mantenersi una reazione a catena.

Oggi la massima parte delle scorie della fissione prodotte nel mondo da quando il primo reattore è entrato in funzione sono immagazzinate provvisoriamente in superficie presso gli impianti che le hanno generate. Il resto è stato disperso nell’ambiente a seguito di incidenti e dell’esplosione di testate nucleari e le sue tracce sono in effetti rilevabili nell’atmosfera come nelle acque marine.

L’unico deposito per ora dichiarato ufficialmente “definitivo”, anche se non ancora operativo, è quello di Onkalo in Finlandia, prossimo al sito di Olkiluoto che ospita due centrali attive e una terza che dovrebbe ufficialmente collegarsi alla rete elettrica finlandese a fine gennaio 2022. Il deposito, è stato scavato dentro un basamento di granito a profondità comprese tra i 400 e i 500 metri; dovrebbe entrare in funzione a partire dal 2023.

Particolarmente istruttiva è la vicenda del sito tedesco di Schacht Asse II, ora dismesso. È stato ricavato in una ex miniera di salgemma e di potassio a profondità comprese tra 500 e 750 metri ed ha cominciato ad essere utilizzato a fine anni ’60. L’uso è stato interrotto a fine anni ’90, dopodiché si sono cominciati a fare dei piani di chiusura del sito rivelatosi insicuro, previa però la riestrazione delle scorie radioattive già immagazzinate. Quest’ultima operazione si sta rivelando estremamente complessa e costosa, oltreché parzialmente impossibile.

Attualmente si prevede l’avvio delle operazioni di recupero e spostamento dei materiali in un deposito superficiale temporaneo a partire dal 2033. Nel frattempo si sono riscontrate contaminazioni da cesio Cs 137 in acque salmastre percolanti dalla ex-miniera. Gli stessi interventi umani hanno portato a cedimenti degli strati di salgemma nei locali destinati alle scorie (oggi riempiti di sale), infiltrazioni di acqua

con formazione di salamoie estremamente corrosive, rischi di esplosioni e altro ancora.

Negli Stati Uniti un deposito geologico definitivo è stato ipotizzato nella Yucca Mountain, nello stato del Nevada. Autorizzato dal Congresso nel 2002, lo stesso Congresso ha tagliato i fondi nel 2011, dopodiché si è iniziata una complessa vicenda di stop and go che finora ha lasciato il deposito in un limbo di incertezza.

I numerosi depositi “provvisori” in superficie richiedono una sorveglianza continua e sono comunque soggetti ai contraccolpi di possibili eventi estremi. È possibile garantire una efficace sorveglianza, senza falle, per molti decenni o addirittura secoli? E come mettersi al riparo da eventi estremi, sismi e altro?

Quanto al tema della sicurezza delle centrali penso che ne parleranno altri in questo stesso convegno. Val però la pena di dire qualcosa sul paradigma in cui si colloca l’odierna spinta verso il nucleare.

Il mito della crescita

Quello che coloro che hanno responsabilità decisionali, siano essi politici o ancor di più rappresentanti del mondo delle imprese e della finanza, sembrano caparbiamente voler perseguire il mito dell’eterna crescita dell’economia, che concretamente implica una crescita delle quantità di materia trasformata e manipolata e dunque anche dell’energia necessaria.

Che una crescita materiale illimitata in qualunque ambiente finito sia impossibile non avrebbe nemmeno bisogno di essere ribadito, tanto più che ora la presenza dei limiti fisici e termodinamici si rende vieppiù manifesta sia sotto forma di tracollo climatico che sotto forma di crescente indisponibilità di materie prime, fonti energetiche incluse, a prezzi accettabili.

Tuttavia nel conflitto tra la difesa a oltranza delle gerarchie sociali date e l’esigenza di porre mano ai meccanismi stessi dell’economia al fine di renderla compatibile con vincoli fisici non negoziabili, tende a prevalere la fuga nel mito, scambiando la scienza con la magia e cercando con la fantasia una meravigliosa fonte illimitata di energia “pulita”. La panacea di turno questa volta dovrebbe essere il nucleare.

Purtroppo fonti come quelle non possono esistere. Attenzione che non hanno queste miracolose virtù nemmeno le “rinnovabili” a meno di riuscire a stabilizzarne il fabbisogno. E qui si inciampa nel centro di tutti i problemi: la famosa “crescita”, invocata in tutte le sedi e da tutti i maggiori commentatori, nonché dagli economisti mainstream.

Qui vorrei limitarmi a citare un argomento aggiuntivo riguardo all’impossibilità fisica della crescita. Aggiuntivo rispetto alla limitatezza delle risorse materiali che ormai tutti dovrebbero avere presente. Se noi consideriamo un qualsiasi processo produttivo, possiamo pensarlo come un flusso di energia e materie prime che entrano nel processo stesso portando in uscita ad un flusso di beni o anche servizi che saranno poi collocati sul mercato. Diciamo che c’è una produzione lorda continua di beni o servizi che ha un costo materiale rappresentato dalla corrente di risorse necessarie. Il vantaggio è la differenza tra il prodotto lordo e i costi (materiali); ovviamente ci si organizza in modo che questi ultimi siano minori del prodotto lordo. Fin qui tutto bene, almeno finché la produzione è costante. Quando vogliamo far crescere la produzione lorda, quel che succede (è un fatto fisico) è che i costi (materiali) crescono più in fretta. Senza ricorrere qui a formule e dimostrazioni faccio solo un esempio banale. Pensiamo ad un automezzo su di una strada: la durata del viaggio sarà pari al rapporto tra la lunghezza del percorso divisa per la velocità media. Poniamo di voler dimezzare il tempo di viaggio: dovremo raddoppiare la velocità. Per farlo occorre immettere dell’energia aggiuntiva nell’autoveicolo. Il fatto però è che l’energia cinetica di un mezzo in movimento è proporzionale al quadrato della velocità; insomma per raddoppiare la velocità mi serve il quadruplo dell’energia. Se la velocità cresce il fabbisogno di energia cresce (almeno) secondo la legge del quadrato. Se la velocità è il prodotto e l’energia è il costo, la seconda cresce più in fretta del primo. Questa caratteristica è propria di tutti i flussi. Risultato: il vantaggio netto (l’utile) di un processo produttivo in crescita viene progressivamente eroso dalla crescita più rapida dei costi.

Riportando l’andamento temporale troviamo una tipica curva che inizialmente cresce, poi raggiunge un massimo e successivamente crolla (la discesa è molto più rapida della salita). Questi sono i caratteristici cicli dell’economia classica che sono tradizionalmente curati cambiando processo produttivo e che così si vorrebbero curare anche oggi (con “l’innovazione”) nella convinzione di avere sempre infinite opzioni a disposizione: ma il mondo è finito… Se poi applichiamo il ragionamento all’economia globalizzata nel suo insieme ecco che se ci si intestardisce a perseguire la crescita a tutti i costi sperando nei miracoli (tipo il “nucleare”) non se ne esce. E il guaio è che la caduta è tendenzialmente disastrosa, come è tipico dei collassi nei sistemi complessi.

Da un po’ di tempo in qua, ragionando su queste cose, e tanto per conferire al tutto un alone classico, ho adottato un motto: Deus dementat quos vult perdere. Ragionando però noi possiamo riuscire a non perdere il senno e, per quanto non sia semplice, a cambiare strada, sempre che vogliamo farlo.

Le energie rinnovabili

Ci sono altre strade percorribili al livello energetico? Le cosiddette rinnovabili lo sono. Per “rinnovabili” si intende fonti con una durata prevedibile che è fuori scala rispetto ai tempi umani (Sole – luce e vento – e Terra – calore).

La critica che più spesso viene mossa è che è impossibile sostenere i consumi energetici a partire dalle rinnovabili.

Innanzitutto sottolineiamo il fatto che l’andamento esplosivo del consumo di energia nel mondo è il problema. Poi osserviamo che l’energia solare presente in natura è alcune migliaia di volte quella che noi attualmente utilizziamo; dando per assunto che in astratto non potremmo usare tutta quell’energia, in realtà ne basta una frazione molto piccola per soddisfare il nostro fabbisogno.

Tuttavia, l’uso di questa fonte implica modificare di molto il paradigma di utilizzo dell’energia, perché questa fonte ha la caratteristica di non essere concentrata ed ha il limite di essere (dal punto di vista terrestre) aleatoria e dipendente da meteo e latitudine.

Serve una modifica dell’atteggiamento nei confronti dell’energia. Attualmente è un bene che si produce per venderlo e fare profitto, mentre è un bene primario come l’aria o l’acqua che bisognerebbe collettivamente organizzarsi per avere a disposizione.

CONCLUSO IL DICIOTTESIMO CONGRESSO DELLA FEDERAZIONE SINDACALE MONDIALE

Si sono conclusi oggi i lavori del 18° Congresso della Federazione Sindacale Mondiale, ospitato a Roma dall’Unione Sindacale di Base.

Un appuntamento importante che per tre giorni ha visto confrontarsi delegazioni sindacali provenienti da più di cento Paesi, avvenuto in un contesto internazionale sempre più delicato che chiama tutte le organizzazioni di classe e internazionaliste alle proprie responsabilità nel mettere in campo gli strumenti adeguati ad affrontare la nuova fase storica segnata dall’intensificazione sul piano anche direttamente militare della competizione inter-capitalista.

E’ stato per noi un onore sostenere e prendere parola al Congresso. Facciamo i migliori auguri al nuovo Segretario Generale Pampis Kyritsis e a tutto il rinnovato gruppo dirigente, tra cui per l’Italia Cinzia Della Porta che entra a fare parte della segreteria FSM e Pierpaolo Leonardi eletto coordinatore europeo.

Lunga vita alla Federazione Sindacale Mondiale!

CONTINUANO LE INTIMIDAZIONI, AGGRESSIONE FASCISTA AD UNA COMPAGNA!

Conferenza stampa lunedì 9 maggio ore 10.00, Piazza Verdi

La notte del 4 maggio una nostra compagna è stato oggetto di un’aggressione e tentativo di violenza sessuale, fortunatamente non riuscito grazie alle sue capacità di autodifesa, dopo un pedinamento, da parte di un gruppo di persone (sesso misto). Un fatto di una gravità enorme successo un mercoledì sera in centro. Le dinamiche della situazione e il contesto all’interno della quale avviene (soprattutto a così pochi giorni di distanza), pensiamo che creino un quadro molto allarmante.

Infatti, dopo le provocazioni del 23 aprile durante il festival popolare “Oltre il Ponte” da parte di un gruppo di appartenenti alla comunità ucraina di esplicita e rivendicata ideologia banderista, gli stessi sono stati visti filmare e fotografare il corteo del 25 aprile, e lo scorso primo maggio aggirarsi intorno alla piazza dell’Unione Sindacale di Base. Quella sera stessa, il Barnaut (che partecipava alla giornata) ha subito un tentativo di effrazione e sono state forate con un coltello le ruote di una macchina di alcuni compagni (avevamo denunciato la cosa qui). L’altra sera il livello si è alzato in maniera estremamente grave ed allarmante.

Nonostante USB Bologna e il Circolo Granma abbiano segnalato, in modo diverso, il fatto accaduto, dalle istituzioni in questa città la situazione viene costantemente sottovalutata. Né il comune ha mai preso parola sui fatti, preferendo fare la sua passerella della sicurezza in Bolognina, né la questura sembra in grado di analizzare ed affrontare quello che sta per nascere. Di fronte ad un conflitto armato, che rischia di portarci ad una guerra nucleare e che crea violente polarizzazioni politiche, è chiaro che organizzazioni dell’emigrazione di stampo fascista, anche nel nostro paese, stanno prendendo piede e stanno crescendo di numero, portando ad un adeguamento del loro livello di organizzazione.

Al di là di quello che è successo, questo pericolo e questa dinamica sono una tendenza automaticamente prodotta dall’aggravarsi del conflitto e dalla volontà di continuarlo da parte dell’Unione Europea e degli USA – continuando ad alzare il tiro, inviando armi e addestrando l’esercito ucraino. Una precisa scelta politica che legittima le operazioni di banderisti e fascisti in Europa, contro chi coerentemente si sta opponendo a questa guerra e alle mire del nostro imperialismo (che, è bene ricordare, in Ucraina è molto amico dei settori nazisti). Questo porta ad una polarizzazione forte di scontro politico, che sta aprendo un fronte interno dove bande fasciste e organizzate sono pronte ad agire, portando avanti le ragioni di questa guerra.

Chiediamo quindi, a tutte le forze, le realtà, le organizzazioni e i gruppi antifascisti, a tutte le forze popolari e sindacali, alle realtà e agli intellettuali democratici di questa città di alzare necessariamente il livello di attenzione, di prendere parola sull’argomento e di saper mettere in pratica una precisa strategia di antifascismo: un fronte popolare ed antifascista che sappia estirpare alla radice le uova di serpente che si stanno schiudendo in Europa. Che questo si faccia a partire da Bologna.

NON CI FACCIAMO INTIMIDIRE, NON UN PASSO INDIETRO!

Chiamiamo per questo motivo una conferenza stampa in piazza Verdi, lunedì 9 maggio alle ore 10.00

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "CONTINUANO LE INTIMIDAZIONI, AGGRESSIONE FASCISTA AD UNA COMPAGNA ¡NO PASARÁN! CONFERENZA STAMPA IN PIAZZA VERDÌ LUNEDÌ 9 MAGGIO ORE 10.00 CAMBIARE HOTTA GAN ORGAN ZZAZIONE GIOVANILE COMUNISTA"

TORINO THE SOUND OF WAR: DALL’EUROVISION AL MEETING EUROPEO DEI MINISTRI DELLA GUERRA

In queste ultime settimane anche le ultime remore e scetticismi circa la natura guerrafondaia dell’Unione Europea stanno crollando di fronte alla realtà: dalle ultime dichiarazioni della von der Leyer circa la propaganda di guerra, fino alla decisione dei vari paesi membri a partire dalla Germania e dall’Italia di stanziare larghe percentuali di PIL per le spese militari, l’indirizzo e la posizione dell’Unione Europea circa il conflitto alle sue porte di casa risulta più chiaro che mai.

Nonostante l’empasse energetico circa la dipendenza dal gas russo (empasse che potrebbe trovare una sintesi con il ritorno al nucleare e l’inserimento di quest’ultima nella tassonomia green) l’invio di armi dai singoli paesi membri e le decisioni della governance europea con l’intenzione di annessione dei paesi scandinavi, vanno ad escludere una possibile risoluzione pacifica in questa guerra potenzialmente mondiale: da terreno di scontro l’Unione Europea, insieme a Nato e Usa, sempre di più sta mostrando la sua essenza guerrafondaia. Essenza che, se ora dimostra tutta la sua pericolosità, è da tempo presente.

Sotto la falsa retorica di un’Europa dei popoli per la pace, il rafforzamento militare di quest’ultima a livello globale è in atto da mesi: dalla definizione di una comune Bussola Strategica (lo Strategic Compass), fino alla costruzione di un vero e proprio esercito europeo (un progetto in cantiere da tempo che ha ricevuto una ulteriore spinta dallo scoppio del conflitto), nei centri della governance si sta lavorando da tempo, crisi dopo crisi, alla creazione di un polo capace di essere competitivo (economicamente, politicamente e ora anche militarmente) a livello mondiale, e che non è più disposto ad accettare un ruolo di subordinazione all’ormai crepata egemonia statunitense.

Di fronte a queste considerazioni non possiamo che non chiederci come un evento quale l’Eurovision possa cancellare (o quantomeno nascondere) i venti di guerra soffiati da Bruxelles verso il fronte orientale, le spese intraprese, le armi inviate direttamente a Zelensky. Quasi tristemente comico rimane lo slogan di questo grande evento che avrà luogo a Torino la prossima settimana: “The sound of Beauty”. Un’operazione ideologica e mediatica volta a cancellare i segni di questa guerra(e di tante altre) dal curriculum Europeo, dipingendo il coinvolgimento in questo conflitto come una missione di pace e umanitaria. Nel rafforzamento di questa narrazione (in atto da mesi) va letta l’esclusione della Russia dalla competizione canora, così come l’eventuale donazione del premio all’esercito in caso di vittoria ucraina. Esclusione, quella della Russia, giustificata nel non dare spazio mediatico a una nazione guerrafondaia e attiva nel conflitto: motivazione che pare ancora più ipocrita data la partecipazione di Israele, che da più di 70 anni opprime e uccide il popolo palestinese. A poche settimane dalla ripresa dei bombardamenti su Gaza e a pochi giorni dalla Nakba, non possiamo che opporci alla partecipazione di Israele a questo evento, e a non sottolinearne l’ipocrisia.

Opporci a questo grande evento per noi è necessario e fondamentale: a Torino, mentre si alza il carovita, gli affitti crescono mentre i posti di lavoro diminuiscono, la giunta Pd di LoRusso ospiterà un evento che oltre a nascondere il coinvolgimento bellico dell’Ue e a “lanciare un messaggio di pace”(parole dello stesso sindaco), va a investire 10 milioni di euro in stand, sponsor e maxischermi. Ma non solo: questo grande evento nasconde il più bieco sfruttamento: abbiamo già denunciato l’arruolamento di volontari non pagati, oltre al coinvolgimento degli studenti con il pcto nell’accoglienza degli ospiti.

Una città che, oltre ai grandi eventi, sta ricercando la sua identità economica nel settore militare: dalla cittadella dell’Aereospazio, al nuovo incubatore di startup targato Nato, non sarà l’Eurovision a cancellare il coinvolgimento della città (né tantomeno delle università) nel contesto bellico.

Per questo il 10 maggio saremo in piazza a contestare questo ennesimo grande evento, il ruolo dell’Europa in questo conflitto e uniti al fianco del popolo palestinese contro le devastazioni portate avanti da Israele. EUROVISION: SI SCRIVE GRANDE EVENTO, SI LEGGE SFRUTTAMENTO

La stessa Torino inoltre il 20 maggio ospiterá la riunione dei Ministri esteri del consiglio Europeo a Venaria: di fronte ai venti bellici europei, di cui Draghi è uno dei diretti responsabili, e all’economia di guerra che ricadrà sui settori popolari non faremo passare questo ennesimo tassello nella costruzione militare UE che si terrá nella nostra città.

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