PALESTINA, UN VIAGGIO NELLA RESISTENZA

Quest’estate una nostra delegazione ha partecipato ad un progetto in Palestina, in particolare nel villaggio di Farkha in Cisgiordania dal 27 luglio al 9 agosto. In quei giorni abbiamo avuto la possibilità di approfondire la storia palestinese e di essere ospitati da un popolo tenace e resistente, costantemente sotto attacco per il solo fatto di esistere. Durante il viaggio abbiamo avuto modo di vedere cosa significa il regime di apartheid e il tentativo di pulizia etnica che lo Stato di Israele porta avanti in modo continuo e senza sosta, ed eravamo lì quando è stata bombardata Gaza il 5 agosto provocando la morte di 44 persone, tra cui 15 bambini, e altri 350 feriti.

La nostra esperienza in Palestina non è stata solo di osservatori, ma è legata alla necessità di esprimere costantemente solidarietà al popolo palestinese, sulla cui causa è caduto un silenzio imbarazzante da parte di tutto il mondo “progressista” italiano ed europeo. Il motivo è ovviamente legato agli interessi economici e militari che l’Italia e l’Unione Europea hanno con Israele, paese necessario ad espandere la sfera di influenza euro-atlantica in Medio Oriente. Di sangue sono macchiati gli accordi che ci legano con Israele e che vedono coinvolte aziende (la Leonardo in primis), ma anche università e centri di ricerca, complici del regime sionista.

Riportiamo qui un breve report di quest’esperienza che possa essere da megafono alle lotte del popolo palestinese, con il quale ci schiereremo sempre finché non verrà loro data giustizia e libertà.

GIORNO 1 – TEL AVIV

Il primo approccio con quella che viene definita l’“unica democrazia del Medio Oriente” è un controllo militare impressionante. Già all’aeroporto di Tel Aviv vediamo una presenza di militari armati estremamente diffusa, presenza che troveremo poi in tutta Israele. Si tratta principalmente di ragazzini appena maggiorenni che imbracciano fucili e armi quasi più grandi di loro. A Israele, infatti, il servizio militare è obbligatorio a 18 anni, per 3 anni per gli uomini e per 2 anni per le donne. Chi decide di non servire viene arrestato. Ed è proprio a Tel Aviv che veniamo ospitati dalla giovanile del Partito Comunista d’Israele (il Maki), i cui componenti stanno portando avanti la battaglia di rilascio dei giovani imprigionati per essersi rifiutati di prestare servizio nell’esercito israeliano. Essere comunisti ed obiettori di coscienza in Israele non è facile, continui insulti, vessazioni e limitazioni dei propri diritti (per esempio non possono accedere all’università pubblica se non prestano servizio militare). Ogni tentativo di opposizione interna viene subito messa a tacere e, in particolare a Tel Aviv, la normalizzazione passa anche da un aumento esponenziale dei costi della vita che costringe le fasce più povere a lasciare la città, tra queste in particolare la popolazione araba. La città di Tel Aviv, del resto, è una delle più costose al mondo, con il quartiere arabo Yaffa sempre più gentrificato e soggetto a speculazione abitativa.

GIORNO 2 – NAZARETH

Il secondo giorno insieme ad altri compagni che vengono dalla Germania, dall’Austria e dalla Danimarca arriviamo a Nazareth, ospitati dalla giovanile del Partito Popolare Palestinese (PPP), collegato al Maki. Il PPP è l’erede del Partito Comunista Palestinese, ma ha dovuto cambiare nome a seguito delle pressioni dell’Arabia Saudita che richiedevano di rinunciare al nome comunista. Pur avendo dovuto rinunciare al nome, gli ideali del marxismo-leninismo sono quelli alla base del PPP che infatti ci riceve nella sua sede a Nazareth con un enorme falce e martello dipinta sul muro. Ragazzi e ragazze dai 6 ai 25 anni ci accolgono con entusiasmo e partono canzoni internazionaliste (da Bella ciao, all’Internazionale) che ognuno intona nella sua lingua.

GIORNO 3 – NAZARETH, AKKO E HAIFA

Il terzo giorno viene dedicato a conoscere meglio una parte di quelli che vengono chiamati “i territori del 1948”. Con questo termine si indicano quei territori che vengono conquistati dalla componente ebraica della Palestina ai danni della componente araba con una dura guerra, chiamata dai palestinesi Nakba ossia “catastrofe”, che portò alla morte di circa 15.000 palestinesi e all’esodo di 711mila palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell’epoca, che fuggirono, emigrarono o furono obbligati a sgomberare durante il conflitto. Lo Stato palestinese dove prima vivevano pacificamente persone di tutte le religioni viene così sostituito dallo Stato di Israele, uno Stato di fede ebraica in cui i pochi arabi che rimangono a vivere vengono obbligati a prendere la cittadinanza israeliana (oggi, circa il 20% della popolazione è araba). Una decisione voluta ed appoggiata dall’Occidente, alla scadenza del mandato britannico, con la scusa di porre rimedio ai crimini della Shoah ma in realtà legata alla volontà di creare una base militare strategica in Medio Oriente. I compagni ci portano quindi a vedere dove si trovavano case e terre arabe, alcune delle quali sgombrate e abbandonate all’incuria, si mischiano storie delle loro famiglie e della loro cultura, ci raccontano di come si sentano profughi a casa loro e di come la battaglia per la libertà della Palestina non possa che essere legata anche al diritto di ritorno di tutti i Palestinesi profughi (se ne stimano più di 5 milioni).

GIORNO 4 – GERUSALEMME E BETLEMME

L’arrivo a Gerusalemme ci obbliga a superare il muro. Il muro è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele dal 2002 e che circonda la Cisgiordania e alcune città all’interno. Si estende su un tracciato di 730 km e consiste per tutta la sua lunghezza in un’alternanza di muro e porte elettroniche (check-point) controllati 24 ore su 24 dall’esercito israeliano. L’accesso e l’uscita dalla Cisgiordania sono così negati in modo arbitrale e la maggior parte dei palestinesi non può uscire. Un muro simile circonda anche Gaza, costruito dal 1994 dopo gli accordi di Oslo, ma la possibilità di uscire o entrare lì è praticamente impossibile. Per entrare a Gerusalemme invece i palestinesi devono avere un permesso speciale e tantissimi di loro, pur vivendo in Cisgiordania, non hanno mai potuta visitarla. L’obiettivo su Gerusalemme da parte di Israele è chiaro: espellere tutti gli arabi e renderla la capitale ebraica. Dopo la guerra del 1948, Gerusalemme venne divisa in due zone: Ovest, abitata principalmente da popolazione ebraica e controllata da Israele; Est, abitata principalmente da popolazione araba e controllata dalla Giordania. Gli arabi che vivevano nella zona Ovest dovettero fuggire; lo stesso avvenne agli ebrei che vivevano nella zona Est. L’unica zona orientale che Israele mantenne nei 19 anni del dominio giordano fu l’Università Ebraica di Gerusalemme, che costituì un’enclave e pertanto non viene considerato parte di Gerusalemme Est.  Nel 1967, in seguito alla guerra dei sei giorni, la Cisgiordania venne occupata da Israele; lo stesso accadde per Gerusalemme Est ed alcuni villaggi circostanti. Dopo averla occupata, Israele ha dato agli arabi di Gerusalemme Est non la cittadinanza israeliana, ma una residenza permanente. La differenza è legata al fatto che la cittadinanza non si può togliere, mentre la residenza sì. Inoltre, la residenza non è cedibile né tantomeno si trasmette automaticamente ai figli o ai coniugi non residenti. Essa può essere revocata a discrezione del ministero dell’Interno. Quindi, ogni tipo di scusa o pretesto viene utilizzato per togliere la residenza agli arabi che vivono a Gerusalemme e per espellerli forzatamente. Quotidianamente vengono approvati nuovi insediamenti israeliani nella zona di Gerusalemme Est e provocazioni di ogni tipo vengono fatte nelle zone religiose dei palestinesi.

Per andare da Gerusalemme a Betlemme e poi nel posto dove avremmo dormito quella notte, passiamo accanto ad una serie di insediamenti israeliani all’interno della Cisgiordania. Questi insediamenti sono strettamente sorvegliati e tendenzialmente abitati dalle persone più radicali di Israele. Ogni insediamento è stato dichiarato illegale dall’Onu e contrario ai trattati di Oslo, i quali sancivano la creazione di due Stati in prospettiva indipendenti e lo smantellamento di ogni insediamento israeliano. Tuttavia, ci spiegano che non solo non sono mai stati smantellati ma ne sono sempre in costruzione di nuovi, presi con la forza. Attualmente, tra l’altro, ne stanno costruendo a centinaia per accogliere i profughi ebrei ucraini che otterranno così gratuitamente la cittadinanza, la casa, il lavoro e la terra. Uno dei tanti modi che Israele usa per allargare i propri insediamenti dentro la Cisgiordania.

GIORNO 5 – HEBRON E FARKHA

Il quinto giorno visitiamo Hebron, la città che più di tutte in Cisgiordania ha insediamenti interni. La città di Hebron è considerata la città natale di Abramo, il padre di tutte e tre le religioni monoteiste, e quindi fortemente voluta dagli israeliani. Ad Hebron gli insediamenti sono costruiti sopra le case dei palestinesi; quindi, nello stesso palazzo al primo piano ci sono gli palestinesi e al secondo gli israeliani. In tutta la città vecchia le strade sono coperte da teli e reti che dividono i due piani perché, ci spiegano, dal secondo piano viene buttata spazzatura, tirati oggetti o addirittura sputi contro gli abitanti o negozi palestinesi del piano di sotto. Anche la scuola elementare che si trova all’interno è circondata da una rete di protezione perché i bambini arabi che vanno a scuola vengono spesso colpiti dal lancio di oggetti spesso sassi. A Hebron assistiamo a cosa significa un sistema di apartheid nella normale quotidianità delle persone: all’interno della città vecchia ci sono strade in cui i palestinesi non possono passare, checkpoint interni alla città, strade murate e una rete di protezione sopra le teste dei passanti messi in pericolo dal lancio di oggetti dei coloni sionisti: una gabbia. I controlli, le aggressioni, le sparatorie sono parte della vita di tutti i giorni a Hebron. Se un palestinese decide di attraversare una strada in cui non può andare, anche semplicemente perché è di strada per casa sua, viene sparato.
L’impatto con Hebron viene superato solo grazie al fatto che arriviamo in serata al paese di Farkha, dove si tiene da 27 anni un festival organizzato dal PPP e che ospita da 10 anni delegazioni di compagni internazionali. Al nostro arrivo veniamo accolti con canti di gioia, abbracci e festeggiamenti. Veniamo ospitati nelle loro case, con un’ospitalità degna di una famiglia del sud Italia. La solidarietà internazionale viene percepita come fondamentale e la nostra presenza lì il modo per mostrare a tutti ciò che significa vivere in Palestina.

GIORNO 6 – Bayt Dajan

Il Farkha festival inizia con la partecipazione ad una manifestazione in un territorio vicino, Bayt Dajan, in cui gli abitanti ogni settimana protestano contro un nuovo insediamento che sta venendo costruito in una valle. La manifestazione è pacifica ed attraversata da giovani e anziani. L’esercito israeliano è però schierato sia davanti a noi che ai lati e, dopo qualche coro innocuo, inizia a sparare. Vengono sparati pesanti lacrimogeni e mentre corriamo verso il pullman vengono colpiti i ragazzi palestinesi con dei proiettili di acciaio circondati da gomma. Proiettili che gli israeliani provano a spacciare per innocui, ma che sono illegali. Anche contro i giornalisti presenti vengono sparati dei colpi, dimostrando che la recente uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh non è stato un caso. Ci sono 4 feriti, tutti minorenni, che vengono accompagnati in ospedale. I compagni ci dicono che per loro quella è routine e che anzi è una delle manifestazioni più pacifiche perché la presenza di persone internazionali ha obbligato l’esercito a non esagerare. I ragazzi, dopo essere stati fasciati, ci raggiungono a Farkha con la voglia di festeggiare e dare inizio al Festival. Nella loro vita non c’è tempo per piangersi addosso, ma continuare a resistere è un dovere esistenziale.

GIORNO 7/12 – FARKHA FESTIVAL

Durante la seconda settimana in Palestina inizia ufficialmente il Farkha festival. L’organizzazione dell’evento prevede la mattina dei lavori di volontariato (costruire un muro, costruire un terrazzamento, pitturare una scuola e dare una mano in cucina), mentre nel pomeriggio ci sono lezioni ed incontri sulla questione palestinese (la questione delle donne, la proposta due Stati o uno Stato, la questione delle carceri, ecc). Vengono anche organizzati eventi culturali-politici con uno spettacolo teatrale sulla questione femminile o balli e teatro tipici palestinesi. La situazione di lavoro, confronto e crescita collettiva viene interrotta dalla notizia dei bombardamenti a Gaza. Il 5 agosto viene bombardato dall’esercito israeliano un edificio con l’obiettivo di colpire uno dei leader di Hamas. L’edificio è densamente abitato e l’esplosione provoca la morte

di 44 persone, tra cui 15 bambini, e altri 350 feriti. Questi bambini non hanno mai visto nessun altro posto a parte Gaza. La decisione del bombardamento, ci spiegano, è legata al fatto che tra poco ci saranno le elezioni in Israele e le elezioni si vincono anche mostrandosi più violenti verso i Palestinesi. Il festival si conclude con la dedica a Gaza.

GIORNO 13 – NABLUS

Finito il Festival facciamo un’ultima visita a Nablus, una delle due città più resistenti della Cisgiordania insieme a Jenin. Ci portano a visitare la casa dove due guerriglieri (di 16 anni) un mese prima sono stati uccisi in un raid dell’esercito israeliano. La casa è un groviglio di buchi di proiettili e di bombe. Il loro obiettivo, ossia Ibrahim Nabulsi anche detto “la Primula Rossa” il leader delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, era riuscito invece a fuggire. Verrà purtroppo trovato e ucciso un giorno dopo la nostra visita. Aveva solo 19 anni. All’uscita di Nablus, circondata anche essa da check-point, dei ragazzi danno fuoco a dei copertoni in segno di protesta dopo il bombardamento a Gaza. Sta ripartendo la resistenza, ci spiegano, anche a Jenin iniziano a scendere in piazza.

GIORNO 14 – ARIEL E RIENTRO

Per poter tornare a Tel Aviv dobbiamo prendere un pullman che parte dalla vicina città di Ariel. Ad Ariel c’è uno degli insediamenti israeliani più grande della Cisgiordania e al suo interno c’è anche un’Università. Scopriamo che il pullman è riservato solo ai coloni e ai turisti, i palestinesi non si possono neanche avvicinare alla fermata con la macchina. Le targhe delle auto, infatti, sono di colori diversi: gialle per i palestinesi e bianche per gli israeliani. Qualora si fossero fermati con l’auto alla fermata dell’autobus gli avrebbero sparato. Ci devono quindi accompagnare dall’altra parte della strada e con le lacrime agli occhi ci dicono di attraversare da soli. Allo stesso tempo una macchina israeliana lascia alla fermata una ragazza che deve prendere il bus senza nessun problema. L’apartheid si manifesta anche all’aeroporto di Tel Aviv da cui i palestinesi non posso viaggiare. Se ottengono un permesso speciale, possono viaggiare solo da altri paesi come, per esempio, la Giordania o l’Egitto, pagando ovviamente molto di più il viaggio.

La nostra esperienza in Palestina deve essere usata per portare al centro del dibattito pubblico la lotta palestinese, la quale non è solo una moda da seguire con qualche hashtag o post. È una questione centrale davanti alla quale siamo responsabili in prima persona, sia legittimando lo Stato di Israele, sia continuando a stringere accordi con le loro università e aziende. Una frase di Nelson Mandela era presente su molti muri: “sappiamo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”. Quindi, così come i comunisti si sono posti da sempre l’obiettivo di abbattere ogni regime, da quello nazista all’apartheid in Sudafrica, così siamo chiamati oggi a combattere ogni giorno contro il regime israeliano.

Nelle università, nel boicottaggio, nella solidarietà, nella lotta internazionalista, nessuna tregua finché la Palestina non sarà libera.

Bocconi boys, ancora voi? Ma non dovevamo vederci più?

Ma, nonostante tutto questo, la borghesia inglese […], che si arricchisce direttamente sulla miseria degli operai, non vuol sapere nulla di questa miseria. Essa, che si sente una classe potente […] si vergogna di mettere a nudo dinnanzi agli occhi del mondo la piaga dell’Inghilterra; non vuole confessare a sé stessa che gli operai sono miseri, altrimenti essa, la classe abbiente, dovrebbe portare la responsabilità morale di questa miseria.
(F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra)

Il 17 Marzo, su Repubblica, è apparso un articolo a firma di Boeri e Perotti, che decidono di intervenire su un argomento, quello della ricerca, per illuminare dall’alto del loro “metodo di efficienza” tutti i lavoratori e le lavoratrici del mondo della ricerca che stanno cercando di raccapezzarsi su cosa ne verrà fatto di questo settore. Un settore che oggi, a partire dalla questione del vaccino e della guerra dei brevetti, si è rivelato in tutta la sua importanza strategica. Proprio da questo articolo, si è creato giustamente un dibattito molto ampio che ha sollevato accuse non da poco ai due Bocconi Boys. Fatto in sé che assume tutta la sua rilevanza alla luce di quello che la pandemia globale ha messo in rilievo rispetto all’organizzazione della nostra società tutta.

Mentono sapendo di mentire

Nel primo articolo (17 marzo) i due bocconiani si esprimono riguardo alla richiesta di alcuni scienziati e ricercatori al governo Draghi, fatta il 21 febbraio per chiedere maggiori fondi alla ricerca. L’articolo presenta da subito un titolo molto chiaro: “Basta fondi a pioggia sull’università”. I due bocconiani, assidui frequentatori dei più marginali atenei d’Italia, sono stufi di tutti i fondi che l’Università e la ricerca in Italia ricevono a livello pubblico, e propongono quindi, col tono di chi ha le spalle sempre protette, la loro ricetta vincente: i fondi devono in una certa misura aumentare, ma devono essere dati solo alle eccellenze, per rendere il meccanismo della ricerca più efficiente. Loro conoscono “questo solo modo”, il premiare i migliori, per rendere la ricerca italiana migliore. A loro dire, la conseguenza della scellerata impostazione che la ricerca ha avuto fino ad oggi è che poi passano gli amici degli amici e che i finanziamenti a pioggia portano con sé il clientelismo. La soluzione è perciò una concentrazione dei fondi nelle eccellenze, e conseguentemente una maggiore fetta del FFO data in quota premiale.

Si sono sentiti forti ad intervenire nel dibattito, certi che le loro ricette fossero accurate e giustificate: peccato che abbiano proposto quello che in Italia si fa già da decenni, conseguentemente ad un’impostazione europea del sistema della ricerca e dell’università. I signori Boeri e Perotti parlano con le parole dell’Europa, dell’Ocse, della Commissione, senza nemmeno citarli. Potrebbe sembrare, la loro, una bieca cecità ideologica; bisogna, però, andare alla radice. Quello che loro hanno descritto rappresenta già il modello di università che oggi ci troviamo di fronte, e che parla per la voce dei suoi ideologi per dire che ha bisogno di fondi per strutturarsi meglio e adattarsi alle esigenze che si presentano: insomma, non vogliono farsi sfuggire l’opportunità di questa crisi. Infatti, dietro ai soliti mantra che ripetono, si cela il progetto di ristrutturazione in atto a livello europeo, mirante a fronteggiare la competizione interimperialistica che con la pandemia ha subito forti accelerazioni. Il tentativo dell’UE è stato da sempre quello di misurarsi con gli altri attori come “polo della conoscenza” più competitivo, andando a adeguare tutto il settore della formazione in funzione dei compiti assegnatigli.

Se guardiamo alla realtà, quindi, vediamo come sia già in atto un cambiamento orientato da precise esigenze: una ristrutturazione, appunto, per adeguare il mondo dell’università, che negli anni passati ha avuto pochi fondi e già distribuiti in modo diseguale. Se guardiamo indietro, infatti, i fondi a pioggia nell’università forse se li sono visti solo loro alla Bocconi, ma ormai da decenni l’università pubblica si vede costantemente tagliare i fondi dei finanziamenti statali, costringendola a stringere rapporti con i privati che ritrova nel suo territorio per avere maggiori fondi. A fondamento di questa impostazione ci sono proprio i principi dell’autonomia e della competizione, costruiti a partire dal Bologna Process per smantellare qualsiasi conquista di università pubblica e creare una forte polarizzazione fra eccellenze e “università di basso livello sotto casa” (come le definiscono Boeri e Perotti parlando degli atenei geograficamente ed economicamente periferici). Impostazione giustificata a livello teorico proprio dai Bocconi Boys.

Si tratta di un progetto portato avanti indistintamente da governi di centrodestra e centrosinistra e che ha visto una forte accelerazione con la riforma Gelmini del 2009 che ha comportato un drastico taglio al FFO (intorno al 15%) e la costituzione dell’agenzia dell’Anvur per la valutazione della qualità dell’università e della ricerca. Inoltre, come giustamente ricorda anche la senatrice Cattaneo nella sua risposta all’articolo dei Bocconi Boys, il FFO era già per costituzione un metodo di distribuzione diseguale dei fondi: una componente premiale era presente sin dall’inizio (aumentata poi con la legge Gelmini), mentre l’altra parte era rappresentata da una quota storica, ovvero in base ai finanziamenti ricevuti precedentemente. In questo modo, chi riceveva di più aveva di più anche l’anno successivo, e tutti gli altri atenei si arrangiavano. Tant’è che se Boeri e Perotti leggessero i dati senza paraocchi, vedrebbero come l’FFO non basti ormai nemmeno per coprire le spese ordinarie dell’università – il che ha portato ad un fortissimo aumento dei costi dell’università, tasse in primis, soprattutto nelle loro “eccellenze” – figuriamoci se possono bastare per la ricerca di base. Se sempre di dati vogliamo parlare, si può benissimo osservare (ISTAT) come l’apporto nella ricerca in Italia da parte delle università sia costantemente in calo negli anni, sostituita invece dal mondo dell’impresa; inoltre, sempre più l’università è spinta a non occuparsi di ricerca di base, ma di ricerca applicata e sperimentale – ovvero quella che interessa al privato. Comprendiamo, però, che a persone che dai potentati prendono i soldi direttamente sia difficile comprendere che questo processo possa essere un problema.

Il fallimento del “modello Bocconi”

Di fronte all’accusa di essere promotori di un attacco neoliberista al mondo della formazione e della ricerca, Boeri e Perotti non possono fare altro che negare e accusare di malafede i loro accusatori, perché “pur essendo docenti di un’università privata, siamo convinti sostenitori dell’università pubblica”. Addirittura, fanno le vittime in quanto sono stati definiti con vari neologismi come “ordo-liberisti”. Non c’è però da farsi ingannare: Boeri e Perotti rappresentano quella borghesia che oggi vuole applicare la ristrutturazione del settore strategico della formazione e della ricerca, e devono quindi difendere a tutti i costi le basi materiali/strutturali che li sorreggono, e che oggi si ritrovano ad essere dilaniate da profonde contraddizioni. Ammettere di essere dei neoliberisti, e nello specifico ordoliberisti, equivarrebbe per Boeri e Perotti all’ammissione di essere complici di tutte le disastrose conseguenze di questo modello di formazione e di società. È chiaro che questo non possono farlo. Loro effettivamente sono questo: strenui difensori dell’ideologia dominante, in particolare di quella concezione del mondo che è l’ordoliberismo, una variante del Neoliberismo di matrice tedesca.

I Bocconi Boys fanno i finti tonti ma sanno benissimo di cosa si sta parlando, essendo loro stessi tra i più grandi divulgatori a livello nazionale ed europeo di questa ideologia che considera il mercato come un meccanismo che per funzionare ha bisogno di uno Stato forte. Uno Stato che però deve intervenire solo a favore del mercato e del profitto, un tipo di intervento che si può riassumere in “più Stato per il mercato”. Questa visione è quella stata egemone finora in Italia e in Unione Europea, è quella che ha plasmato i trattati e quella che ha modificato il mondo della formazione e della ricerca che, come tutto il settore pubblico, deve essere piegata alle esigenze della valorizzazione del capitale privato. Un modello che spacciano per superiore e più efficiente sia nei giornali che in una delle università più elitarie d’Italia, dove si forma la classe dirigente che poi influenzerà e governerà questo paese, che perpetrerà il mantra della superiorità del mercato, della supremazia della competizione per raggiungere l’efficienza. Un universo pronto a schierarsi a favore delle condizioni strutturali che garantiscono il suo privilegio.

Aldilà dei falsi miti, però, il vero modello Bocconi è entrato agli onori della cronaca proprio in questi giorni: una fila di centinaia di persone girava intorno proprio all’edificio della Bocconi per avere un pranzo caldo, in seguito al drastico peggioramento delle condizioni di vita per una buona parte della società che ha portato ben 5 milioni di persone ad essere sotto la soglia della povertà assoluta. Un disagio materiale che colpisce principalmente giovani e donne, e che ha riflessi anche su un disagio psicologico drammatico.

È sempre più evidente a tutti quindi che il modello di società che i Bocconi Boys giustificano e divulgano è in crisi sistemica, incapace di soddisfare le necessità basiche della popolazione e la cui unica prospettiva di sviluppo è basata sul regresso della condizione materiale, sociale e culturale dell’intera Umanità. Si tratta, come abbiamo più volte ribadito durante tutto il corso dell’emergenza pandemica, di debolezze sistemiche già evidenti ma sicuramente palesatesi ulteriormente con lo scoppio dell’emergenza Covid-19 e che sono esemplari nella questione della gestione dei vaccini.

Conclusioni

L’articolo uscito su Repubblica a firma di due Bocconi Boys di eccellenza, Boeri e Perotti, ha cercato come di norma di inserirsi nel dibattito pubblico per influenzarlo verso quelle che sono le solite ricette degli ordoliberisti: sostenere la concorrenza in ogni ambito, anche all’interno delle università, con l’obiettivo ultimo di rafforzare e rilanciare l’accumulazione capitalistica. Diversamente dal solito, però, si è acceso un interessante dibattito che ha giustamente fatto notare ai due economisti che il modello da loro presentato come “rivoluzionario” è in realtà quello che da anni è portato avanti nelle nostre università con tutte le storture che esso comporta.

Come abbiamo sottolineato nel testo, dobbiamo respingere il modello Bocconi, sia che sia applicato nel mondo della formazione che nella società in generale. È la realtà stessa che ci mostra che questo modello è in crisi. Purtroppo per Boeri e Perotti, infatti, la crisi economica che stiamo vivendo è in realtà l’espressione di una crisi sistemica di un intero modo di produzione, messo a nudo di fronte alla verità del suo (mal)funzionamento.

Sarebbe stata onestà intellettuale se almeno certi ideologici avessero taciuto davanti alla miseria che stanno lasciando a noi giovani, ma sappiamo bene che personaggi come Boeri e Perotti non ammetteranno mai i loro errori. Tuttavia, ora che sono palesi gli interessi che nascondono dietro a queste narrazioni e lo sfruttamento che mascherano, dobbiamo organizzarci verso un cambiamento che sia radicalmente diverso rispetto al modello Bocconi e che ponga al primo posto il benessere collettivo, a partire dal mondo della formazione e della ricerca.

La lotta NO TAP non si arresta, la lotta contro un modello di sviluppo insostenibile non si arresta!

Abbiamo incontrato gli attivisti NO TAP soprattutto per dare visibilità alle ultime vicende che li hanno colpiti, un momento che non arresta il movimento e la lotta, ma ne accresce la resistenza.
Abbiamo incontrato gli attivisti NO TAP per mostrare, contro la narrazione mainstream che viene fatta di quest’opera, la sua inutilità, gli enormi danni che porta alla salute della popolazione e all’ambiente pugliese.

Con il nome TAP si indica il Trans Adriatic Pipeline, l’ultimo tratto (che appunto attraversa l’Adriatico) di un gasdotto che parte dall’Azerbaijan e arriva in Europa.
Il punto di arrivo in Italia si trova proprio in provincia di Brindisi, a Melendugno, dove il gasdotto si congiungerebbe con la rete SNAM (Società Nazionale Metanodotti).

Il progetto, apertamente sponsorizzato dagli Stati Uniti, si inserisce in un contesto di competizione interimperialistica in cui i flussi di energia vengono modellati dagli interessi di ogni blocco.
Infatti, lungi dall’essere (come sostengono gli USA) “una struttura fondamentale per garantire energia all’Occidente” (soddisfare il 2% della domanda di gas europea non è esattamente ciò che rende il gasdotto irrinunciabile), la TAP è prima di tutto un’infrastruttura strategica per il Patto Atlantico in funzione anti-russa, in contrasto al progetto North Stream 2 che collegherebbe invece l’UE con Mosca.
Fondamentale a questo scopo è la compiacenza di quelli che sono i beneficiari più diretti dell’opera: Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakistan. Questi Paesi, grazie al gasdotto eviterebbero di doversi appoggiare all’infrastruttura della Gazprom russa per arrivare in Europa.

Si conferma quindi come, all’interno di questa ricerca di indipendenza energetica e nuovi mercati, l’UE risulti ancora una volta il vaso di coccio tra quelli di ferro, all’interno di una NATO preda di interessi sempre più divergenti ed in competizione con una Russia che pure continua ad essere indispensabile per l’approvvigionamento fossile.

Alla luce degli interessi geopolitici e della competizione interimperialistica in accelerazione, è più chiaro anche l’accanimento repressivo contro un movimento popolare che lotta contro la realizzazione del TAP che, evidentemente, deve essere costruito ad ogni costo: a discapito degli interessi della popolazione, a discapito della devastazione ambientale.

La lotta NO TAP prende vita ben 10 anni fa, ma al di fuori del territorio di Melendugno la vicenda NO TAP comincia nel 2001-2002 in Svizzera, dove una cordata di imprenditori iniziava a prendere forma con lo scopo di presentare un progetto che fosse finanziato dall’UE. Il progetto finanziario, energetico ed economico del TAP, quindi, veniva concepito circa 20 anni fa e assume oggi una forma quanto mai anacronistica se si pensa alle trasformazioni socio-economiche che il mondo ha vissuto in questi ultimi decenni, oltre alla crescente consapevolezza pubblica sull’ambiente e sui cambiamenti climatici che è andata accrescendo negli ultimi anni. Ovviamente all’origine del TAP vi è un comitato di affari che ha sempre avuto come obiettivo da perseguire il proprio utile e il proprio profitto, e non il bene della collettività o le particolari esigenze di una popolazione (contrariamente a quanto il TAP e tutte le aziende in esso concorrenti millantino con la loro propaganda mediatica e politica). I costi dei lavori dell’opera vengano addirittura scaricati, nelle bollette, sull’utenza del singolo consumatore. La costruzione del TAP è uno dei sintomi di un modello di sviluppo capitalistico fondato sul profitto di grosse aziende private a discapito del benessere della collettività e sulla funzione del settore pubblico e delle istituzioni come subordinate all’interesse competitivo di pochi. L’irrazionalità e la barbarie di questo modello di produzione è ancora più palese adesso durante la pandemia da covid19 che ha esplicitato definitivamente che le priorità della nostra classe dirigente e politica sono la tutela delle grandi aziende private e non la salute e il benessere dei cittadini.

Oltre ad essere sulla carta un progetto già vecchio e superato, il TAP ha anche numerose falle e incompletezze: a cominciare dal fatto che la costruzione del TAP non sarebbe sufficiente ad ottenere un collegamento completo della linea del gas fino al nord Italia dato che mancano nel mezzo ampi spezzoni di collegamento. Inoltre l’inclusione di metano e di gas naturale tra le fonti energetiche più pulite (avvicinandoli alle energie rinnovabili) è completamente erronea se si pensa al bilancio dei costi energetici (per estrazione, trattamenti e trasporto) e costi umani che si porta a valori negativi e non di beneficio. Una grande opera, quindi, che come tante altre che conosciamo dalle nostre esperienze di lotta, dalla TAV alla Pedemontana, per citarne alcune, oltre ad essere mostruosa nelle dimensioni è anche inutile.

Dal punto di vista ambientale inoltre sono non poche le criticità legate al progetto. Innanzitutto bisogna pendere in considerazione le emissioni fuggitive che si manifestano lungo la linea della tubazione, in particolare in prossimità delle giunzioni in cui le pareti si prestano più facilmente alla corrosione dell’idrogeno contenuto in tracce nella miscela di gas naturale. Si stima infatti che circa il 3-6% del contenuto trasportato viene perso a causa di queste emissioni. E per di più il metano, che è il maggiore costituente di questa miscela, ha un impatto clima-alterante (come gas serra) di gran lunga superiore alla stessa anidride carbonica. Volendo confrontare il bilancio costi-benefici legati al gas proveniente dal TAP con una più tradizionale centrale a carbone, il primo non comporterebbe alcun vantaggio, né dal punto di vista economico, né ambientale ed energetico.

Inoltre il gasdotto necessita a intermittenza di impianti di pressurizzazione (detti centrali di compressione spinta) e di impianti di depressurizzazione che servono i primi a spingere il gas lungo la linea, i secondi a riscaldare il gas per evitare problemi di condensa e di variazione delle condizioni ottimali del gas, specie per lo stadio di compressione. In entrambi i casi sono necessari grossi quantitativi di energia che viene prelevata dalla combustione del metano stesso che viene trasportato, portando dunque a un consumo della materia prima trasportata e la formazione di emissioni inquinanti. Ai problemi intrinseci legati alla sostenibilità ambientale del progetto, ci sono anche problemi legati alla gestione dell’impianto, che a valle del processo di progettazione e costruzione rischia di essere la componente meno controllata del progetto. Infatti qualora ci fosse l’evenienza di avarie o di emergenze, il progetto prevede il funzionamento di un camino che liberebbe in soli 15 minuti una quantità di gas di 15 tonnellate, per ridurre la pressione di esercizio dell’impianto dai nominali 150 bar a una pressione minima di circa una decina di bar. I danni sull’ambiente e sulla popolazione circonstante, che ammonta a circa 40 mila nel raggio di soli 3 km dall’impianto, sarebbero incalcolabili e irreversibili, se si pensa a eventuali fenomeni di innesco che potrebbero causare detonazioni ed esplosioni.

In questo quadro si fa più chiara la visione di un’opera non solo invadente e di dimensioni spropositate rispetto al territorio in cui è collocata, ma anche inutile e anacronistica nella visione globale di decarbonizzazione verso cui si sta andando.

Il movimento NO TAP ha avuto una lunga gestazione. Nasce infatti nel 2011 come comitato e matura come un vero e proprio movimento nel 2017, maturando nelle mobilitazioni e nelle manifestazioni. Il primo elemento è stato sicuramente l’aspetto ambientale-paesaggistico della rivendicazione anti TAP, se si pensa alla bellezza deturpata delle campagne e delle coste salentine, oppure a quelle dell’Albania e della Grecia. Ma il movimento NO TAP non si è chiuso nella gabbia dell’ambientalismo, ma ha anzi fatto un passo avanti, guardando lungo un più ampio orizzonte il bilancio costi-benefici di quest’opera. Infatti si è visto e si è dimostrato quanto dietro al TAP si palesi un modello di estrazionismo, di finanziarizzazione e di capitalizzazione spinta, un fenomeno che si manifesta a macchia di leopardo nel mondo, non soltanto nei paesi in via di sviluppo.

Nel momento in cui infatti il movimento ha assunto posizioni più generali che andassero oltre alla vertenza ambientalista, si è registrato un intensificarsi della repressione. Al tentativo della SNAM di acquietare la popolazione di Melendugno e dei comuni limitrofi con la promessa di “compensazioni” la popolazione ha reagito con rabbia chiedendo un vero e proprio risarcimento danni, perché consapevole del danno causato dall’opera del TAP. Questa consapevolezza è stata nutrita proprio dalla visione complessiva e generale del disegno di capitalizzazione spinta messa in campo.

Lo scorso 19 marzo, dei 92 attivisti denunciati 86 hanno ricevuto condanne anche pesanti, che vanno dai 3 mesi ai 3 anni e 10 mesi di reclusione. A parte la celerità con cui è avvenuto il processo, le stesse condanne sono indice del fatto che le sentenze abbiano un chiaro indirizzamento politico, avendo di gran lunga superato nella gravità le stesse richieste del pubblico ministero. Le modalità con cui sono state condotte le indagini e intavolate le accuse rasentano addirittura il ridicolo: vengono denunciati attivisti per aver sventolato una bandiera per esempio e nelle informative della Digos si annotano dettagli sugli attivisti cercando di colpevolizzarne qualsiasi aspetto, come quello di far parte di un comitato tecnico del Comune… Un clima di repressione che si riconduce alla volontà stessa dello Stato di non difendere i propri cittadini o addirittura le proprie istituzioni locali ma gli interessi di un colosso economico, sia finanziario che energetico.

Proprio nel momento in cui con il nuovo governo Draghi è nato un nuovo ministero alla transizione ecologica, una durissima repressione si abbatte su chi da anni porta avanti lotte ambientaliste e contro un sistema ormai insostenibile da parte della natura. Il piano Colao a cui il ministro della transizione ecologica, Cingolani, ha lavorato esprime una chiara idea di qual è la visione della transizione ecologica che questo governo cercherà di portare avanti. Si tratta di un “volano del rilancio” dell’economia, utile per rilanciare i profitti e quindi velocizzare quel modello di sviluppo che ha prodotto dalle grandi opere inutili e devastanti fino all’attuale crisi sanitaria ed economica, scaricando i costi di questa ristrutturazione sul pubblico ed “escludendo opponibilità locale”. È ovvio che all’interno del rilancio che le classi dominanti intendono opporre alla fortissima crisi in corso non c’è spazio per voci e pratiche di dissenso perché quest’ultime mettono in contraddizione un intero modello di sviluppo che ha fortissimi limiti intrinseci, primo tra tutti la contraddizione tra l’accumulazione di capitali e la natura.

È per questo che movimenti ambientalisti come quello NO TAP vengono repressi violentemente e anche in maniera preventiva.
Tuttavia, la repressione ricevuta nelle sentenze delle ultime settimane, non arresta il movimento, né i singoli attivisti. Si riparte più forti di prima anche grazie alla solidarietà tra militanti e attivisti, che si organizzano nel supporto legale, materiale e umano di chi è colpito dalla repressione!

Invitiamo i compagni tutti a seguire gli aggiornamenti del Movimento NO TAP e a seguire le dirette delle prossime udienze, che si terranno nei giorni 9-16-23 aprile, in cui sarà il TAP questa volta alla sbarra e si sentiranno le testimonianze contrarie al TAP stesso.

Sosteniamo la lotta degli attivisti NO TAP:
www.notap.it/sostienici

STUDENTI INDIPENDENTI, LA QUESTIONE É: SABBIA O OLIO NEGLI INGRANAGGI?

Ci ha fatto sorridere il post con cui gli Studenti Indipendenti hanno replicato in questi giorni a una critica politica che ormai più di una settimana fa, abbiamo mosso a proposito della presenza di due figure istituzionali ad un’iniziativa dell’Assemblea di Economia dei SI fatta proprio due giorni prima del voto alle elezioni universitarie.  

Ci chiediamo come mai, una lista tanto affermata in questa tornata elettorale e che si vanta di percentuali bulgare, si sia presa la briga di aspettare la fine della campagna elettorale per controbattere alla nostra lista, Antitesi, che ha preso moltissimi voti in meno di loro. Un gigante con i piedi d’argilla al quale le nostre critiche hanno toccato qualche corda dolente? Forse sì.

E peraltro, nemmeno controbattere nel merito: quindi, o qualcuno non si accorge del nodo della questione che abbiamo posto, oppure fa finta di nulla, preferendo eludere o strumentalizzare le critiche da noi fatte alla fatidica iniziativa, semplicemente buttandola in caciara.

La nostra critica è tutta politica: chiamare in campagna elettorale, peraltro a pochi giorni dall’ondata repressiva che ha colpito gli attivisti No Tav, un esponente in corsa alle primarie del PD, con posizioni SI TAV è una scelta politica. Le voci di chi ha collaborato con il Governo Conte (ci riferiamo a Lorenzo Becchetti) o con il Comitato Economico e Sociale Europeo (Luca Jahier) non sono neutrali, ma esponenti del campo avverso, responsabili in prima persona di aver redatto i piani per il Recovery Fund secondo precisi indirizzi politici con condizionalità che peseranno come macigni sul futuro di noi giovani studenti e lavoratori.

La narrazione tossica che tutti i giorni leggiamo sui giornali, sentiamo in tv e, purtroppo, anche nelle aule universitarie non è astratta, ma è costruita da precisi partiti politici e personalità come quelle chiamate dall’Assemblea di Economia. Dare spazio a queste voci significa dare spazio all’ideologia dominante che narra una realtà falsa, completamente diversa da quella che tutti i giorni viviamo, e che punta a legittimare manovre economiche e politiche che vanno contro i nostri interessi di giovani studenti. La visione del mondo propinata dalla classe dominante è così pervasiva, addirittura all’interno dei programmi dei corsi universitari e dei libri di testo, che darle ancora spazio significa dare un altro colpo alla concezione critica e oppositiva di cui i collettivi politici dovrebbero farsi i primi divulgatori e che, soprattutto negli ultimi anni, è stata sempre più normalizzata. Di fronte all’altissimo livello di passivizzazione, di frammentazione e di depoliticizzazione del corpo studentesco universitario non possiamo permetterci di consentire, ancora una volta, a queste voci di divulgare le loro falsità: la verità è rivoluzionaria, diceva qualcuno, ma la verità costa e per affermarla quasi sempre bisogna assumersi la responsabilità dello scontro.

Lo spazio che in questi anni è stato tolto a visioni del mondo diverse e antagoniste dobbiamo riprendercelo pezzo dopo pezzo, costruendo barricate se serve, e dobbiamo dire chiaro e tondo che questo modello di università e di conoscenza volto solo alla competizione è criminale e fallimentare nella sua stessa struttura, come la pandemia sta palesando.  

Non si tratta di fare a gara fra “liste di sinistra”, ma di interrogarsi su quale funzione è più efficace per cambiare la realtà attorno a noi, specie agendo in un ambito strategico per l’avversario di classe – il mondo della formazione – nel quale trasmette la sua idea del mondo.

Nel comunicato dei SI, di fatto, viene scritto che fare iniziative con relatori filogovernativi è lo spazio oggi possibile per una soggettività di sinistra in un polo come quello di economia. Questo ragionamento è l’esplicitazione del metodo “strategico” scelto per fare politica: adeguarsi al livello di bassa politicizzazione degli studenti universitari – soggetti che statisticamente vivono una condizione socio-economica migliore di altri loro coetanei – rincorrendo questo livello al ribasso nell’illusione di “crescerlo” a poco a poco, normalizzando le critiche radicali per essere capiti/accettati meglio dagli studenti.

Mentre nel rapporto con le Istituzioni – unico orizzonte di riferimento, perché quelle sono le “cose serie” dove è importante essere legittimati come interlocutori credibili – si tenta di conquistare quel poco che ancora le amministrazioni possono e sono disposte a concedere e non, invece, costruire critica strutturale ad un modello di università e di società profondamente ingiusta. A 12 anni dalla nascita di Studenti Indipendenti i fatti parlano da soli: magri risultati per il diritto allo studio e l’irrilevanza politica/storica del movimento studentesco.

Potremmo parlare all’infinito arrivando ad affermare a un certo punto che sosteniamo semplicemente “idee diverse”. Ciò che ci preme sottolineare però, è che le norme che regolano questo mondo se studiate seriamente lasciano poco spazio alla fantasia.

Facciamo un rapido esempio: la crisi pandemica costringe il capitale ad un massiccio aumento della composizione organica, la famigerata “digitalizzazione”, questa ripropone il limite storico della caduta tendenziale del saggio di profitto, in un contesto di recrudescenza della competizione globale.

Il risultato è la drastica riduzione dei margini di redistribuzione e dunque la riduzione – nel mondo del lavoro come quello nella Scuola e nell’Università – di ogni possibilità di contrattazione sul piano sociale e politico; per farla breve, l’ipotesi che basa la strategia sulle conquiste tattiche è un riformismo fuori tempo massimo. Certo per aggregare studenti può funzionare, ma a cosa serve questo accumulo delle forze? Ancora una volta, i fatti parlano da soli: ogni volta che si presenta l’occasione per mettere sotto scacco le contraddizioni di questo modello universitario, invece di generalizzare il conflitto, si preferisce salutare le poche briciole concesse come una vittoria. In questo modo si frenano le lotte, rendendosi complici, consapevoli o non consapevoli, del processo di erosione dei diritti della nostra generazione.

Le toppe messe in campo dal Ministero dell’Università e della Ricerca durante la pandemia, come per esempio l’aumento nella notax area oppure la rateizzazione delle tasse avvenuta in alcuni atenei, hanno addirittura accelerato le tendenze strutturali già presenti nel sistema universitario italiano. Pensiamo alla polarizzazione tra atenei di serie A e di serie B avvenuta con l’implementazione della notax area che soltanto gli atenei con un avanzo di bilancio consistente possono efficacemente attuare a differenza degli atenei più poveri che invece non possono permettersela, oppure pensiamo alla rateizzazione delle tasse avvenuta in alcuni atenei, misura in gran parte inutile difronte all’elitarizzazione del corpo studentesco.

In un momento in cui l’università italiana mostra palesemente i suoi enormi problemi strutturali e la classe dirigente si dimostra impotente perché da anni prona alle esigenze dell’Unione Europea e delle sue politiche di tagli e polarizzazione del mondo della formazione, a chi giova frenare il dissenso? E, soprattutto, a chi giova slegare il dissenso studentesco dalla comprensione generale delle problematiche della nostra società?

Guardando al di fuori dell’università, nel mondo del lavoro Cgil, Cisl e Uil svolgono la stessa funzione. Nella politica, i partitini “a sinistra” del PD svolgono lo stesso ruolo, da Sinistra Italiana a Leu. Sul terreno culturale, giornali come la Repubblica, circoli culturali come l’Arci, oppure “laboratori culturali ribelli” cittadini svolgono una funzione che è sempre più difficile vedere estranea alla condizione di impoverimento e imbarbarimento in cui ci troviamo.

Poco importa quindi se si sbandiera l’indipendenza formale da partiti e sindacati se poi, nei fatti, la pratica politica produce gli stessi risultati. Un triste destino per la Link (organizzazione nazionale di cui i SI rivendicano l’appartenenza) nata con l’obiettivo di essere alternativa all’ipotesi universitaria organica alla CGIL, ovvero l’UDU (Unione degli Universitari). Su questo basta guardare all’ultima iniziativa della Link che si svolgerà tra pochi giorni i cui ospiti vanno da Lorenzo Fioramonti (ex ministro dell’università) a Manuela Ghizzoni (Partito Democratico).

Per noi, le organizzazioni politiche veramente indipendenti da una sinistra che si è fatta principale artefice del progetto imperialista dell’Unione Europea, hanno il ruolo di rispondere alle mutazioni sociali e politiche che viviamo, infilandosi nelle contraddizioni di un sistema che non è riformabile ma che va stravolto, e di  orientare il conflitto verso le contraddizioni della controparte, invece di ridimensionarlo. Chi si pone l’obiettivo di cambiare l’università e il futuro a cui siamo costretti ha la responsabilità storica di diffondere contenuti politici completamente differenti da quelli dominanti e di comunicare agli studenti che esiste un’altra visione del mondo e che questo non è il migliore dei mondi possibili, smascherando la narrazione del nemico e producendo coscienza politica.

La logica delle piccole vittorie senza una prospettiva di rottura non ha efficacia nel cambiamento della realtà. Dire “università gratuita” senza mettere in discussione le riforme universitarie volute dall’Unione Europea non significa nulla. Nella fase storica che stiamo vivendo, in particolar modo con lo scoppio della pandemia, l’aggravarsi dello scontro imperialistico tra blocchi geopolitici e i limiti intrinseci del capitalismo che vanno dalla difficoltà sempre maggiore di produrre profitto, fino alla crisi ecologica in atto, pesano sempre di più su chi è costretto a pagare questa crisi: giovani, donne e migranti in primis.

Per noi, il ragionamento non si attesta sul piano del mero tatticismo, ma su un problema di lettura generale della fase attuale. Ciò di cui, chi in buona fede, chi in mala fede, tra le vostre fila non si rende conto è che una proposta politica riformista oggi non ha alcun margine di successo se l’obiettivo che davvero si vuole raggiungere è il riscatto di una generazione. La storia insegna che le scelte sono due: o essere la sabbia, o essere l’olio negli ingranaggi. Non c’è spazio per la via di mezzo.

Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta: abbiamo scelto di dare una spinta alla storia, agire nei processi da soggettività organizzata per incidere sulla realtà e non lasciarla come era prima.

ROMPIAMO IL SILENZIO: IL DISAGIO PSICOLOGICO È POLITICO. ORGANIZZIAMOCI!

In questi mesi, nel totale silenzio delle istituzioni, i posti letto ospedalieri stanno venendo occupati, oltre che dai pazienti Covid, anche da giovani che tentano il suicidio o che mettono in pratica atti di autolesionismo per cui rischiano la vita. Si tratta di una dilagante “crisi psicologica” che sta interessando ospedali e strutture di tutto il paese. Il primo allarme fu diramato da Stefano Vicari, responsabile dell’ala di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, già all’inizio della seconda ondata, quando sottolineò l’incremento dei posti letto occupati da ragazzi entrati in reparto per tentato suicidio: il 100% a fine 2020, contro una media standard del 70%[1].

In realtà, la salute mentale dei giovani era un problema importante già prima del Covid e la pandemia ha contribuito ad esacerbarlo. Infatti, già da tempo in Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani nella fascia d’età 15-29 anni[2]. Inoltre, secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza[3] i tentativi di suicidio da parte dei teenager in due anni (dal 2015 al 2017) sono quasi raddoppiati: si è passati dal 3,3% al 5,9%, ovvero 6 su 100 di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita. Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze (71%). Una fotografia che mette a nudo un crescente disagio giovanile: il suicidio o il tentativo di suicidio non sono un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale di noi giovani e che ci interroga sul tipo di società in cui viviamo.

Abbiamo già scritto come, con  la pandemia da Covid-19, si ha l’entrata in scena nella nostra storia del cigno nero, che rimette in discussione lo stato di cose presenti, dimostrando che questa non è né l’unica, né la migliore delle realtà possibili[4]. Ad un anno da quella riflessione pare evidente quanto il prolungarsi dello stato di emergenza e delle restrizioni alla socialità, alla scuola, al lavoro, alla possibilità di programmare un futuro non abbiano fatto altro che accelerare e mettere a nudo tutta una serie di storture sistemiche di un modello sociale la cui unica prospettiva di sviluppo è basata sul regresso della condizione materiale, sociale e culturale dell’intera Umanità.

L’aspetto psicologico è emblematico di questa tendenza: la volontà politica di proteggere il profitto e la produzione a danno del benessere collettivo hanno contribuito ad aumentare il senso di isolamento, inadeguatezza e di abbandono, colpendo inevitabilmente e in maniera più aggressiva le fasce di popolazione in condizioni di maggiore precarietà economica già profondamente minacciata da un modello ideologico e di sviluppo basato sul profitto e sull’attacco costante ai diritti sociali, sull’individualismo e sull’introiettamento del fallimento.

La pandemia in tal senso è la sindemia perfetta, in quanto le condizioni di disagio psicologico  si manifestano all’interno soprattutto dei gruppi sociali svantaggiati e tra giovani e giovanissimi cresciuti nella crisi e nella totale assenza di prospettive: esiste una forte componente di classe, oltre che generazionale, nel dilagare del malessere psicologico. Infatti, come emerge da studi effettuati dall’ISFOL (Istituto per lo Sviluppo Formazione Professionale Lavoratori)[5] il disagio psicologico delle fasce giovanili è caratterizzato sì da una multidimensionalità e non è riconducibile esclusivamente ad un aspetto economico, ma allo stesso tempo “risulta un numero significativamente maggiore di ragazzi con status socioeconomico basso che sperimentano disagio psichico rispetto ai ragazzi con status medio e alto”.

Si conferma così in crisi un intero sistema sociale, a partire dai valori fondanti su cui si basa: lo sconforto psicologico è infatti solo il riflesso di una società atomizzata, individualizzata, polarizzata, incapace di offrire una prospettiva di emancipazione personale e collettiva. Un fallimento che mette in discussione l’intera organizzazione sociale a partire dal mondo della formazione, dove la logica del merito, della competizione sfrenata, del “tutti contro tutti” sono le prime cose che ci inculcano nella fase dell’apprendimento.

Durante questa pandemia abbiamo avuto la conferma di quanto la competizione tra studenti e la conseguente valutazione siano priorità inderogabili della nostra classe dirigente, che punta a formare i futuri sfruttati, aumentando ancora di più le disparità. I giovani studenti, che di punto in bianco si sono trovati rinchiusi nelle proprie case, non solo si sono dovuti adattare in fretta ad un tipo di vita completamente diverso e profondamente isolante, ma hanno dovuto comunque dimostrare di saper dare il massimo, continuando ad essere messi sotto esame, in una dinamica completamente asettica e che li vedeva come pezzi di un esamificio, lontano dal vero fulcro dell’insegnamento consapevole e formativo.

Tutto ciò, oltre ad aver esasperato una realtà già esistente ed amara, ha creato profondi danni a coloro che si sono trovate vittime di queste “soluzioni”. L’impatto che l’isolamento e la DAD hanno avuto sugli studenti è certamente significativo, la didattica a distanza infatti oltre ad aver tolto il legame con il luogo fisico della classe, portando i ragazzi a sentirsi più soli, ha creato un profondo senso di disagio e disorientamento. Il 28% degli studenti dichiara che almeno un loro compagno di classe dal primo lockdown ha smesso di frequentare le lezioni, tra questi, un quarto sostiene che siano almeno tre gli studenti a non seguire più le lezioni[6]. Fra le cause principali delle assenze dalla DAD vi è sì la difficoltà delle connessioni, ma non solo, un elemento fondamentale sono sicuramente le difficoltà psicologiche e le dinamiche familiari.

In questo possiamo notare la differenza fra chi, con un sostegno economico ed emotivo più forte ed una stabilità psicologica diversa riesce a “mantenersi o mettersi in salvo”, raggiungendo l’obiettivo prefissato e chi invece rimane indietro, vedendosi negato tutto. Contrariamente a come si vuole far credere, infatti, la famiglia rappresenta il più delle volte il luogo primario di violenza fisica e psicologica che viene accentuata dalla permanenza forzata in ambienti famigliari spesso complessi e dannosi, da convivenze conflittuali e in abitazioni con spazio troppo ridotto. Non bastasse ciò, in questo pericoloso mix, si aggiunge anche la scomparsa degli affetti più cari: la morte, un concetto che prima era lontano, adesso sembra essere diventato sempre più vicino e presente, in una costante ridondanza di numeri che sono, ormai, la normalità.

La correlazione tra disagio economico, assenza di prospettive, impossibilità di immaginare il futuro e malessere psichico risulta evidente anche alla luce dell’incremento delle vendite di psicofarmaci registrato nell’ultimo anno, soprattutto tra i giovani. L’agenzia Italiana del Farmaco (Aifa)[7] ha  evidenziato nel 2020 un aumento considerevole dell’acquisto di ansiolitici rispetto all’anno precedente e rispetto alla prima fase della pandemia. Le vendite di tranquillanti in farmacia sono aumentati del 17% rispetto al marzo del 2019, quelle degli antidepressivi e degli stabilizzatori dell’umore salgono del 13,8%, e del 10% quelle degli antipsicotici.

Nonostante l’impennata vista nella prima e seconda ondata del Covid-19, analizzando i dati degli anni precedenti è possibile affermare che fenomeno del disagio psicologico e il conseguente ricorso ai farmaci (anche senza prescrizione) ha subito un processo di normalizzazione e preoccupa ulteriormente se visto in relazione alla condizione di adolescenti e giovani adulti. Secondo uno studio dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa Espad Italia 2018, i giovani italiani tra i 15 e i 19  anni sono i maggiori consumatori di psicofarmaci non prescritti in Europa (10% a fronte della media europea del 6%). Il fenomeno diventa allarmante anche alla luce dell’utilizzo fatto dai giovanissimi di psicofarmaci assunti in mix con altre sostanze legali ed illegali. Secondo le indagini ufficiali del ministero relative all’anno 2018, 880.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver fatto uso di sostanze legali e illegali a scopo ricreativo.

Crediamo fermamente che l’abuso di sostanze, la tendenza dei giovani alla ricerca di strumenti atti ad alienarsi totalmente da una realtà opprimente e priva di prospettive, non sia sintomatica di irresponsabilità generazionale o di mancanza di autodisciplina, quanto di un profondo disagio socio economico dato da un sistema individualistico e classista, che punta a scaricare la responsabilità del “fallimento” sul singolo, quando sappiamo bene che il problema è sistemico e che l’emancipazione dalla sofferenza psicologica non può che andare di pari passo con l’emancipazione politica, la lotta e il rifiuto del sistema attuale delle cose.

Per comprendere la correlazione tra impianto ideologico capitalistico e sofferenza psicologica è interessante analizzare il primato milanese dell’acquisto ed utilizzo di psicofarmaci. A Milano, città fiore all’occhiello del sistema industriale e imprenditoriale europeo, capitale dell’economia italiana e eccellenza del neoliberismo europeo nello scenario internazionale di competizione interimperialista, addensante di tutti quei valori capitalistici sopra descritti, la sofferenza psicologica è dilagante, soprattutto tra i giovani[8]. Nel 2018, le farmacie italiane hanno venduto al mese in media 6.840 confezioni di psicofarmaci, mentre la media milanese si attesta a 8.500. Nel 2018 in Italia sono state vendute 128 milioni di confezioni di psicofarmaci per un fatturato complessivo di 1,2 miliardi. Di questi, 55,2 milioni sono stati fatti a Milano e provincia.

L’aumento dell’utilizzo degli psicofarmaci è però anche causato dal modo in cui la nostra società gestisce il malessere psicologico: si relega la soluzione del problema a una dimensione puramente tecnica, competenza esclusiva di specialisti (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri) che conducono il loro lavoro riducendo a inadeguatezza individuale il nostro disagio sociale, disinnescando il suo potenziale conflittuale, e trovando nella medicalizzazione la soluzione alle situazioni di crisi e disagio psicologico. Se è vero che in alcuni casi il disturbo psichico è conseguenza di un vero e proprio “disturbo molecolare”[9], sicuramente non è possibile semplificare tutti i casi sul piano biologico e genetico – sarebbe un’operazione che trascurerebbe i fattori ambientali e sociali come determinanti nella formazione degli individui. 

All’inadeguatezza dei metodi propinati per affrontare il disagio psicologico, si aggiunge l’insufficienza infrastrutturale del settore pubblico nel gestire la problematica. Questo perché, sebbene sulla carta le ASL dispongono di svariate strutture, dipartimenti di salute mentale, unità di neuropsichiatria, servizi dedicati alle tossicodipendenze e alle dipendenze in generale, ovviamente la strutturazione che si ritrova “su carta” non corrisponde spesso alla realtà. Il sistema non è facilmente accessibile e non è integrato con la medicina territoriale, è spesso carente nell’infrastruttura, nelle attrezzature e nel personale e si presenta inadeguato nell’interagire con le esigenze della popolazione del territorio in cui è presente, soprattutto nelle aree più povere.

La stessa gestione della pandemia ha palesato le carenze di un sistema “aziendalizzato” che finalizza la salute al profitto, dalle diagnosi alle cure stesse. Senza dimenticare la fragilità del sistema data dalla precarietà di larghe fette di lavoratori del settore, dall’interdipendenza collusa con strutture private, convenzionate e non, e dalla possibilità di medici e specialisti di operare “privatamente” nelle strutture pubbliche. Il quadro peggiora se si considera la regionalizzazione del sistema sanitario, governato quindi secondo l’autonomia regionale, che causa profonde disparità da regione a regione con la conseguenza di avere “poli di eccellenza” accanto a “strutture di serie B” anche in questo settore.

CONCLUSIONI

Tutti gli studi fatti in questi mesi hanno messo in luce come sia evidente che la crisi sanitaria e sociale della pandemia è diventata crisi psicologica, soprattutto tra noi giovani. Questi dati certificano però un disagio esistenziale che già in “tempi normali” era diffusissimo e taciuto. L’unica soluzione che ci è sempre stata proposta è stata quella di ridurre il nostro disagio ad inadeguatezza individuale che andava curata con psicofarmaci o terapie personali. Risposta che ci viene data anche oggi e ce lo dimostra anche il fatto che a livello nazionale l’unica soluzione che si prospetta è quella di riconoscere alle famiglie con figli minori di 18 anni un voucher per l’accesso ai servizi psicologi e l’attivazione di altri servizi di psicologia[10].

Abbiamo quindi deciso di rompere il silenzio su un argomento, il disagio psicologico, che il mainstream definisce come un problema dovuto solo a cause di forza maggiore (la pandemia). In realtà la pandemia non ha fatto altro che amplificare una crisi economica e sociale in cui la salute psicologica era già sull’orlo di una crisi generazionale e non solo. Una società costruita sempre più dalla velocità di arrivare e realizzarsi in tempi brevi e dove il fallimento lo si vive in età ancora più precoce rispetto alle generazioni precedenti. Una società che ha cresciuto i giovani nella realtà del capitalismo senza alternativa possibile, nati e cresciuti in una crisi economica perenne e in cambiamento veloce e schizofrenico.

Indagare la crisi psicologica attraverso le crisi della società, soprattutto in questo frangente che ci ha visti catapultati, quasi da un giorno all’altro, in una pandemia globale senza precedenti, rappresenta una fondamentale chiave di lettura per interpretare il senso di isolamento, debolezza, insicurezza, ansia e incomunicabilità da cui i giovani e giovanissimi erano schiacciati già prima della pandemia. Innanzitutto si osserva la sensazione generalizzata di precarietà, che dal piano materiale si trasferisce irrimediabilmente sul piano psichico ed emotivo. La precarietà materiale è dovuta all’incertezza del futuro, che da futuro-promessa è diventato futuro-minaccia, per citare Benasayag e Schmidt nel loro testo “L’epoca delle passioni tristi”. Da un futuro su cui caricare sogni e aspettative, si passa a fare i conti con la dura ostilità prima della realtà presente, e poi del futuro. È la sensazione di trovarsi in una crisi permanente e spesso infatti si parla degli adolescenti e dei ventenni di oggi come di generazione “tradita” che non ha vissuto altro che crisi nella sua vita.

Cercare un colpevole tra i social o nei videogiochi o limitando il problema alla pandemia è una banalizzazione di una questione più profonda, un atteggiamento che le istituzioni applicano per nascondere la crisi di civiltà in cui si trova l’intera società capitalista. È per questo che il disagio psicologico può essere accelerato dalla condizione di vita che la pandemia ci ha imposto, ma non ne è la causa. Nella condizione di isolamento imposto ai giovani e ai giovanissimi, si è amplificata la sensazione secondo cui qualsiasi problema, dovere o diritto negato riguardano la singola persona. Il problema invece non è individuale, ma politico.

Diventa una questione politica, infatti, nel momento in cui la causa è legata al disagio economico, ad assenza di prospettive, all’impossibilità di immaginare un futuro diverso. Diventa politica quando i settori che secondo noi sono centrali nella società (la sanità e l’istruzione) marginalizzano le persone negando loro il diritto alla cura. Un diritto che diventa così accessibile solo a un pubblico ristretto che può permettersi un costoso servizio privato e che porta molti giovani a rimedi di “autocura”, abusando spesso di sostanze e psicofarmaci con l’obiettivo di alienarsi.

Per questo bisogna rompere la gabbia di silenzio attorno a ognuno di noi, perché i problemi di questa società vanno discussi e risolti collettivamente mettendo in discussioni le vere cause che provocano i disagi psicologici e rifiutando tranquillanti e psicofarmaci, ma organizzandoci e lottando per una società diversa in cui il benessere collettivo, sia esso materiale o psicologico, venga posto alla base della nostra esistenza.


[1]https://espresso.repubblica.it/attualita/2021/01/18/news/in-aumento-tentati-suicidi-e-autolesionismo-1.358584

[2] https://www.dire.it/07-09-2019/365100-il-suicidio-e-la-seconda-causa-di-morte-tra-i-giovani/

[3]https://www.adnkronos.com/allarme-adolescenti-raddoppiati-tentativi-di-suicidio_54jGLdn9wxiMzXmv3nh87g/amp.html

[4] https://cambiare-rotta.org/2020/03/09/coronavirus-il-cigno-nero-e-arrivato/

[5] http://isfoloa.isfol.it/bitstream/handle/123456789/1394/Isfol_FSE185.pdf?sequence=1

[6]https://www.savethechildren.it/press/scuola-e-covid-il-28-degli-adolescenti-un-compagno-di-classe-ha-smesso-di-frequentare-la

[7]https://www.aifa.gov.it/-/monitoraggio-sull-uso-dei-farmaci-durante-l-epidemia-covid-19-rilascio-analisi-per-regione-e-aggiornamento-comprensivo-dei-primi-due-mesi-del-2021-

[8] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/boom-psicofarmaci-milano-capitale

[9]https://www.lescienze.it/news/2018/02/12/news/base_neurobiologica_trascrittoma_disturbi_psichiatrici-3860124/

[10]https://www.panoramasanita.it/2021/03/22/il-governo-si-impegna-a-investire-in-voucher-psicologici-per-la-salute-dei-cittadini/

LA LOTTA NO TAP NON SI ARRESTA!

+++ INCONTRIAMO GLI ATTIVISTI NO TAP: VENERDÌ 2 APRILE H. 18.30 DIRETTA DALLA PAGINA FB DI NOI RESTIAMO +++

Diamo la parola a una popolazione in lotta contro il gasdotto e il tentativo di reprimerla!

Il 19 marzo, al Tribunale di Lecce si è concluso il primo grado di giudizio di tre processi a carico degli attivisti NO TAP. La sentenza emessa è molto pesante: 86 dei cento attivisti imputati hanno ricevuto dai 3 mesi ai 3 anni e svariate migliaia di euro di risarcimenti per le proteste condotte dal 2017 al 2019 in occasione dell’avvio dei lavori per la realizzazione del gasdotto TAP (TransAdriatic Pipeline) a Melendugno, San Foca, in Salento.

Il progetto TAP prevede la costruzione di un gasdotto che parte dall’Azerbaijan e arriva in Europa, con punto di approdo in Salento e ricongiungimento a Brindisi alla rete SNAM. Il comitato NO TAP in quasi 10 anni ha lavorato per informare e mobilitare la popolazione locale di fronte alla possibilità di un’opera che avrebbe danneggiato non solo il patrimonio naturalistico e marino delle zone coinvolte, ma anche le attività, principalmente agricole, della zona. La costruzione di un impianto di depressurizzazione inoltre comporterebbe emissioni gassose pericolose per la salute umana – in un territorio, quello pugliese – già mortificato da un inquinamento atmosferico che è il principale responsabile dell’aumento di tumori. Inoltre il progetto non è giustificato affatto da esigenze energetiche del paese ed è stato anche oggetto di indagini che hanno svelato rapporti collusi tra le aziende coinvolte e la criminalità organizzata, oltre ad essere diventato l’ennesimo esperimento di “sospensione della democrazia” quando si tratta di reprimere chi tenta di difendere l’ambiente e la salute della propria comunità.

La giustizia italiana in questa vicenda ha mostrato una straordinaria efficienza: la velocità con cui è stato condotto il processo non solo ha dato difficoltà nell’organizzazione e preparazione della difesa, ma ha dimostrato chiaramente che la sentenza ha assunto un significato e un posizionamento politico a favore di un sistema di sviluppo che favorisce poteri economici ben precisi e schiaccia invece il destino di un’intera popolazione. A rafforzare questo atteggiamento sta anche la decisione del giudice nel raddoppiare le richieste di condanna avanzate dal Pubblico Ministero.
Incontriamo gli attivisti NO TAP che potranno raccontarci la loro esperienza di movimento e di lotta contro l’ennesimo crimine ambientale e contro l’opera di repressione di cui la giustizia italiana e gli interessi economici dei colossi energetici sono la regia.

La solidarietà è un’arma soprattutto quando la repressione si abbatte sui movimenti sociali e ambientalisti!
Qui il link per sostenere il movimento: https://www.notap.it/sostienici/

MOBILITAZIONE PER LA CASA E GLI AFFITTI, ANCHE I GIOVANI STUDENTI E LAVORATORI SCENDONO IN PIAZZA!

La lotta paga: a Roma una delegazione delle realtà organizzatrici è stata ricevuta presso il Ministero che ha manifestato la disponibilità al confronto sull’emergenza abitativa, starà a noi costruire passo passo i rapporti di forza adeguati ad imporre un cambio di rotta radicale.

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La nostra generazione subisce da anni un’emergenza abitativa che si è aggravata ulteriormente con tutte le conseguenze che ha comportato la pandemia da Covid-19 a livello sia economico che sociale. Nessun provvedimento, né a livello nazionale né regionale o comunale, ci ha tutelati nel momento in cui non siamo più stati in grado di pagare l’affitto. I vari bonus, già di per sé insufficienti, si sono letteralmente arenati per i rallentamenti dovuti anche alla mancanza di personale per la gestione delle pratiche. Senza pensare al fatto che i criteri per potervi accedere erano fin troppo stringenti per la maggior parte dei potenziali beneficiari, che sono rimasti di conseguenza esclusi.

In questo anno abbiamo visto il diritto alla casa, e di conseguenza allo studio e alla salute dei giovani, in quanto studenti e lavoratori precari, venir messi dopo gli interessi economici dei privati, che sono riusciti a lucrare sui nostri diritti sociali anche in questa situazione. Ma come abbiamo sempre detto, la situazione era già critica prima.
Il disegno politico che è stato portato avanti negli ultimi anni da tutto l’arco parlamentare ha visto il progressivo abbandono delle periferie e il soccombere, agli interessi del mercato speculativo, del patrimonio immobiliare pubblico, svenduto pezzo per pezzo a palazzinari ed aziende private: dalla legge 431/98 sulla liberalizzazione degli alloggi, e in seguito dall’art.5 della legge Renzi-Lupi, alla privatizzazione delle utenze e ai criminali e continui tagli al settore pubblico. L’abolizione dell’equo canone, inoltre, ha soppresso il controllo statale sui canoni di locazione nonché il compito di calmierare il costo degli alloggi.

Questo è frutto di un modello di sviluppo urbano che ha ridisegnato le città con la funzione di attrarre capitali privati a mettere a valore sempre nuovi spazi ed interi quartieri, senza badare alle vere necessità del territorio e delle classi popolari: spacciandola per riqualificazione e rigenerazione urbana, le amministrazioni pubbliche hanno così alimentato la speculazione immobiliare e il carovita che ha portato alla gentrificazione e alla turistificazione forzata dei quartieri. Tutto questo, unito anche all’averne intenzionalmente trascurato la manutenzione, ha portato ad avere un’edilizia residenziale pubblica insufficiente ed incapace a supportare le famiglie e, di conseguenza, impossibilitata a garantire un futuro alle giovani generazioni.

Siamo la “generazione in affitto”, la generazione costretta ad emigrare e che riesce a campare solo con i cosiddetti “lavoretti”, sempre più precari e sfruttati, con i quali già prima a stento sopravvivevamo e che ora abbiamo anche perso. Lasciati senza alcuna concreta tutela all’altezza della situazione d’emergenza, ora non riusciamo nemmeno a pagare l’affitto e viviamo anche con il rischio di essere buttati in mezzo a una strada durante una pandemia: come sta succedendo a Totta, studentessa precaria siciliana iscritta all’università di Torino, con cui da gennaio resistiamo allo sfratto assieme ad Asia-Usb, a causa del parziale blocco degli sfratti del decreto milleproroghe che esclude quelli per finita locazione.

Un caso emblematico che rappresenta le condizioni di un’intera generazione e di tanti studenti fuori sede, stretti tra la morsa di esorbitanti prezzi degli affitti, la mancanza strutturale di sufficienti residenze pubbliche studentesche e la volontà politica del governo, regioni, comuni, atenei ed enti per il diritto allo studio universitario che non vogliono investire in edilizia pubblica residenziale e in politiche abitative che tutelino il diritto alla casa per tutti.

Subiamo da anni le menzogne di una narrazione che ci descrive una realtà piena di grandi opportunità e che ci colpevolizza se non troviamo lavoro o siamo sottosfratto, una narrazione che oggi si infrange contro la cruda oggettività dei fatti che ci dice tutto il contrario.
È fin dalla prima ondata che ci organizziamo per pretendere misure veramente all’altezza dell’emergenza che stiamo vivendo.
Sappiamo che con il nuovo governo di Mario Draghi la situazione non cambierà, sappiamo che i soldi del Recovery Fund sono vincolati a dei precisi indirizzi politici secondo le necessità produttive dell’Unione Europea e quindi non andranno a risolvere i problemi dei giovani e studenti ma soltanto a confermare un modello economico e sociale del tutto iniquo. Il nuovo Decreto Legge n. 41 del 22 marzo 2021 ne ha già dato un esempio eliminando il bonus affitto che era stato introdotto con la Legge di Bilancio 2021 e che oltre a non essere una vera soluzione all’emergenza abitativa in corso non era comunque mai stato attuato.

L’emergenza abitativa a cui ci stanno costringendo è emblematica di un modello di sviluppo chiaramente non più sostenibile, che trova la sua unica possibilità di esistenza nell’aumento dello sfruttamento e della miseria.
Noi giovani siamo i primi a subire queste politiche e a pagare la crisi.
La lotta per il diritto all’abitare è fondamentale perché rappresenta la lotta contro un modello produttivo che nega i diritti sociali.
Per questo ieri, nella giornata transnazionale contro gli sfratti e gli affitti, siamo scesi in piazza nelle principali città del Paese e continueremo a farlo!

Ciao Sante! Rivoluzionario, bandito, poeta, comunista.

Ciao Sante! Rivoluzionario, bandito, poeta, comunista. Si è spento ieri nella sua casa a Bologna, dopo aver combattuto il Covid 19, Sante Notarnicola.

Quella di Sante è una storia che ci parla.

Ci parla di miseria: quella vissuta nella sua Puglia, per 13 anni, come poi nella Torino del “miracolo” economico, da una generazione di giovani che migrava, che inseguiva i sogni e le promesse di un’Italia che sulle macerie della guerra e del fascismo prometteva di ricostruirsi nuova, prometteva di ricostruirsi per tutti, e invece non faceva altro che trascinare uomini, donne, braccia, lontano dalle proprie case, per nutrire le fabbriche che nel triangolo industriale aprivano una nuova era di violenza, di soprusi e di sfruttamento.

Ci parla di quella vita dignitosa e degna di essere vissuta, sempre promessa, sempre cercata e mai trovata.

Ci parla di rabbia e audacia: quello della Banda Cavallero, di banditi, uomini veri, prima di tutto comunisti, che seppero alzare la testa, che si incaricarono, per usare le parole di Sante, “di aprire i forzieri del boom economico, perché la Resistenza non aveva fatto la rivoluzione”, che seppero portare presagi di un mondo nuovo “mentre fuori si respirava il fumo delle fabbriche e dentro gli uffici si udiva solo il tintinnio delle macchine da scrivere”.

Ci parla della forza che seppero profondere in una intera generazione quei banditi che andavano in tribunale con il pugno alto, che sapevano “far arrossire le beghine ed intimorire la DC”.

Ci parla di militanza, di un altro modo di intendere la vita, delle rotture con quel PCI che a Piazza Statuto aveva mostrato a tutti di stare contro i suoi, del coraggio di rilanciare sempre, contro tutto e tutti, oltre l’ipocrisia della sinistra parlamentare, per tutti gli oppressi, ci parla di un rapporto autentico con la classe, di chi veniva dalla classe e agiva per la classe, di chi sapeva imparare stando in mezzo al popolo, ci parla della volontà di sacrificare se stessi e la propria libertà, per l’organizzazione rivoluzionaria.

Ci parla di un desiderio ardente, quello di cambiare le cose, di prendersi ciò che è giusto, ciò che ci spetta, con la rabbia della sofferenza di tutti gli antenati e con la forza delle proprie azioni.

Ci parla di lotta, di spirito indomito, di una continua capacità di rigenerarsi, di chi condannato all’ergastolo seppe direttamente organizzare la straordinaria stagione di politicizzazione delle carceri e lanciare alcune tra le più importanti rivolte carcerarie della storia di un paese, che chiudeva e dimenticava in anfratti bui tutti i propri fantasmi.

Ci parla di umanità, della capacità di stare sempre istintivamente e razionalmente dalla parte giusta, ci parla di bellezza, di poesia, di sogni, perché in quelle carceri il proletariato detenuto incontrava banditi e militanti e tutti compagni forgiavano la generazione che avrebbe fatto tremare i palazzi e organizzato l’assalto al cielo.

Ci parla di vittorie concrete come la grande riforma carceraria del 1975, ma soprattutto ci mostra la possibilità concreta della vittoria più grande, contro tutti gli opportunisti, i riformisti, i rinunciatari, i venduti, gli ammanicati, contro tutti i teorici della sconfitta.

É per tutti questi motivi che la storia di Sante è storia nostra, fa da staffetta tra un mondo che poteva essere e un mondo che dovrà essere; è storia comunista, per bisogno e necessità, per giustizia e per scelta, per fortissima volontà, a dispetto dei ritratti distorti che stanno uscendo in queste ore sui media mainstream, tra chi cerca di romanticizzare la sua epopea, traslandola fuori dal mondo reale, chi cerca di sbiadirla svuotandola di ogni portato rivoluzionario e chi cerca moralisticamente di screditarla. Noi sappiamo che non esiste memoria condivisa tra noi e loro. Esiste una storia nostra che ci mostra la direzione.

Diceva Brecht che i “deboli non combattono. Quelli più forti lottano per un’ora. Quelli ancora più forti lottano per molti anni. Ma quelli fortissimi lottano per tutta la vita. E Costoro sono indispensabili.” Quello di Sante è per la nostra generazione, una generazione vessata, illusa, e disillusa, frustrata e tradita, l’esempio indispensabile, perché sappiamo “che anche in questo tempo bastardo ed ingrato bisogna provarci”, perché abbiamo ragione, perché la strada per l’alternativa possibile, fatta di lotta, di studio, di militanza, di organizzazione, è tracciata, occorre solo trovare la forza di percorrerla.

PER UN EMBARGO MILITARE CONTRO ISRAELE

La trascrizione del nostro intervento in occasione dell’iniziativa “VUOI LA PACE? PREPARA LA PACE” promossa da BDS Italia nell’ambito della Settimana contro l’apartheid 2021 (#IsraeliApartheidWeek).

La legittimazione e il sostegno da parte degli alleati occidentali a Israele va inquadrato in una fase di grande instabilità e complessità sul piano internazionale.

Israele rappresenta una roccaforte dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente: per questo, in una fase di forte tensione inter-imperialistica, in cui la Cina contende direttamente l’egemonia ai paesi dell’Alleanza atlantica, Israele assume nuova importanza strategica, sia per gli Stati Uniti che per i paesi dell’Unione Europea.

La crisi pandemica mondiale ha colpito un sistema già da lungo tempo in crisi, in cui gli spazi di valorizzazione andavano calando, la competizione si intensificava, e i margini di redistribuzione, riducendosi, spingevano la classe dirigente occidentale a intensificare la lotta di classe dall’alto ai danni delle classi subalterne e dei popoli sfruttati.

In questo contesto, la pandemia ha accelerato l’esplosione di tutte le contraddizioni di un sistema di produzione che subordina l’interesse collettivo al profitto. Proprio le tradizionali potenze imperialistiche sono quelle più duramente colpite dalla pandemia, che ha messo in discussione a livello globale la credibilità del loro modello e la tenuta della loro egemonia.

È questa crisi egemonica profonda che costringe gli Stati Uniti ad intensificare le pratiche di ingerenza imperialistica nei nodi cruciali della competizione, dove deve tutelare ad ogni costo i propri interessi strategici. In questo senso si spiegano le dichiarazioni di Biden e Harris sulla necessità di rafforzare la cooperazione tra i membri della NATO e di sostenere con accordi economici e militari Israele, la stessa nomina della vice-presidente Harris e del segretario di stato Blinken, e la loro netta opposizione al procedimento avviato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini commessi da Israele contro i palestinesi.

Israele resta dunque la testa di ponte occidentale in Medio-Oriente, argine contro coalizioni di paesi arabi in chiave anti-imperialistica e braccio armato di europei e americani negli affari mediorientali.

Il modello di sviluppo capitalistico-liberista è certamente in crisi nell’UE tanto quanto negli USA, anche se le contraddizioni in Europa non sono ancora esplose con la stessa violenza: nella gestione di produzione e somministrazione dei vaccini è emersa chiarissima nel vecchio continente, infatti, la contraddittorietà di un sistema che mette il profitto davanti alla salute, e che fa pagare questa scelta, da moltissimi punti di vista, all’intera collettività e in maggior misura alle fasce più deboli della popolazione.

Di fronte all’emergenza l’UE si è trovata piegata alla volontà di profitto delle grandi case farmaceutiche, si è vista tagliata, una dopo l’altra, le forniture di vaccini concordate con le compagnie private, a causa di accordi più vantaggiosi che queste hanno stretto con Stati Uniti e appunto Israele, eppure non ha potuto che esprimersi in modo contrario alla liberalizzazione dei brevetti, mostrando l’impossibilità di risolvere le contraddizioni all’interno del sistema che le ha prodotte.

Ciò non ha comunque impedito allo stato ebraico di autocelebrarsi e all’occidente di indicarlo come modello per la campagna vaccinale che sta portando avanti, tacendo sulla scelta politica in stile apartheid di somministrare il vaccino nelle zone occupate ai soli coloni ebrei.

Ancora una volta vediamo un esempio di come la crisi pandemica sia usata dai paesi imperialisti e dalle classi dominanti come strumento di ulteriore oppressione ai danni dei popoli e delle classi subalterne.

Il processo di accentramento e ristrutturazione capitalistica che la classe dominante europea sta mettendo in atto si inserisce nello stesso solco: strumenti quali il recovery fund, ad esempio, sono funzionali a una ulteriore liberalizzazione e privatizzazione delle economie dei paesi riceventi, e proseguiranno l’opera di accentramento di capitali e cervelli nei nuclei strategici del progetto europeo, con l’effetto di flessibilizzare, precarizzare e vulnerabilizzare ulteriormente sia i paesi della periferia, che le classi lavoratrici.

Si tratta di un attacco dall’alto, che noi, come giovani precari del sud Europa, privati di ogni prospettiva, paghiamo da anni, costretti a emigrare, da sud a nord, dal nord verso l’Europa, alla ricerca di condizioni salariali accettabili. È un attacco che ogni giorno si fa più pesante sulle nostre spalle, le spalle di una generazione a tutti gli effetti tradita.

Le stesse dinamiche centro-periferia l’Unione Europea le alimenta anche sul piano internazionale, rispetto ai confini larghi che si è data, in particolare in Medio-Oriente e Nord-Africa, dove le ingerenze politiche, ad opera sia delle ex-potenze coloniali sia a livello coordinato europeo, come ci ha mostrato ad esempio la gestione dei flussi migratori, sono sempre intensissime: ce ne danno una prova le proteste dei giovani tunisini e le mobilitazioni in Algeria degli ultimi mesi.

Israele in questo contesto, di fronte all’accresciuta necessità di dare una dimostrazione di forza, resta alleato fondamentale per tutelare gli interessi del sistema Europa, in uno dei suoi due confini caldi.

Noi a questo sistema di sfruttamento e oppressione, e a una classe intellettuale che lo ha servito per decenni, che si è resa complice della devastazione sociale qui come dei crimini Israeliani in Palestina, ci vogliamo opporre.

Lo stato di Israele e i suoi alleati sono l’espressione di un sistema che si alimenta di violenza e che, pur di tutelare gli interessi di pochissimi, devasta terre e popoli; un’alternativa a questo sistema rappresenta l’unica possibilità per noi, per il popolo palestinese, per i sempre più oppressi, e questa alternativa va costruita assieme, lottando, sostenendoci, organizzandoci, passo dopo passo.

INFRASTRUTTURE: PER CAMBIARE ROTTA È SUFFICIENTE MODIFICARE IL NOME? SABATO 27 MARZO MANIFESTAZIONE A ROMA, NELLA GIORNATA TRASNAZIONALE, A PORTA PIA SOTTO AL MINISTERO!

Ricondiviamo il comunicato congiunto verso l’appuntamento di mobilitazione transnazionale per il diritto all’abitare. Come organizzazione politica giovanile siamo da sempre in prima linea per la difesa del diritto inalienabile alla casa.

La gestione della pandemia – del governo Conte prima e Draghi ora – sta scaricando i pesanti costi di questa nuova crisi sulle spalle delle fasce più deboli della popolazione, giovani in primis. Per questo è importante costruire alleanze di classe e portare avanti lotte comuni per respingere questo nuovo attacco dall’alto sintomo di una ristrutturazione che il modo di produzione dominante si sta dando a fronte di una recrudescenza della competizione internazionale.

INFRASTRUTTURE: PER CAMBIARE ROTTA È SUFFICIENTE MODIFICARE IL NOME? SABATO 27 MARZO MANIFESTAZIONE A ROMA, NELLA GIORNATA TRASNAZIONALE, A PORTA PIA SOTTO AL MINISTERO!

Si chiamerà “Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili”, al plurale. Il neoministro Giovannini considera questo come un chiaro segnale di svolta che dal nome passerà all’azione politica, utilizzando le risorse del Recovery Plan secondo i principi della sostenibilità e dell’eguaglianza sociale. Ci aspettiamo davvero questo balzo sociale promesso, non solo per il curriculum socialmente impegnato dell’ex dirigente dell’Istat, da sempre attento al disagio e alle cosiddette fragilità economiche. Ce lo aspettiamo perché da anni affermiamo con forza la necessità di mettere mano al vergognoso stato dell’arte delle politiche abitative di questo paese.

Un disastro che non è casuale, ma il prodotto di deliberate scelte politiche a livello nazionale, nonché di scelte urbanistiche scellerate che hanno fatto sì che nelle città (e non solo) si cementificasse a dismisura per accontentare le pretese della rendita parassitaria e della speculazione finanziaria, senza badare alla sostenibilità ambientale, né tantomeno a quella sociale. Inoltre, con l’abolizione dell’equo canone, si è rinunciato al controllo pubblico sui canoni di locazione e ignorato il ruolo calmieratore dell’edilizia popolare nel mercato degli affitti. Allo stesso modo è mancato il contrasto ai nefasti effetti sociali causati dai processi di privatizzazione e dismissione del patrimonio degli enti previdenziali e dei loro fondi immobiliari, cancellando la loro funzione di calmierazione del mercato della casa, ancora, è mancato il controllato sulle modalità con cui sono stati realizzati gli interventi pubblici di edilizia agevolata nei famosi piani di zona, nella realizzazione dei quali è emersa una gestione speculativa messa sotto accusa dalla magistratura con inchieste e processi per truffa ai danni dello Stato e degli inquilini.

Scelte che hanno trasformato la casa da diritto e risorsa fondamentale, a un bene di scambio nelle mani di un mercato sempre più esigente e concentrato nelle mani di grandi costruttori e proprietari. Questo profilo orientato al profitto, d’altronde, ha contraddistinto l’azione del Ministero alle Infrastrutture tanto rispetto alla delega all’emergenza abitativa quanto alla pianificazione delle Infrastrutture stesse. Entrambi gli ambiti sono stati concepiti come grandi opere da cui estrarre profitto, a prescindere dal colore politico e dalla coalizione di turno che si è avvicendata al Ministero. Questi problemi li abbiamo posti ad ogni istituzione, nonché all’ANCI in quanto rappresentante di tutti gli amministratori locali italiani, benché non abbiamo riscontrato grande sensibilità, né disponibilità ad incontrarci. Si è venduto il patrimonio pubblico mentre si è deliberatamente trascurata la manutenzione degli immobili di edilizia residenziale pubblica.

Interi pezzi di città in Italia sono poi stati ceduti alla gentrificazione e alla touristificazione, determinando violenti processi espulsivi e una grande scarsità di alloggi, il tutto in nome della ‘riqualificazione urbana’. Sono state inasprite le misure punitive contro il dissenso sociale, utilizzando persino la residenza come strumenti preventivo e repressivo. Lo stesso Ministero delle Infrastrutture si è macchiato dell’approvazione dell’art. 5 del Decreto Renzi-Lupi, che insieme alla residenza nega l’accesso a sanità, scuola e servizi fondamentali a chi ha occupato per necessità immobili e appartamenti ERP inutilizzati, inclusi bambini e bambine. Si è scivolati sempre più verso la gestione dell’emergenza abitativa piuttosto che verso soluzioni strutturali, non facendo altro che aggravare le condizioni di disagio abitativo sofferte da milioni di famiglie ormai da anni. Si è così arrivati all’attuale punto di non ritorno, nel quale le giovani generazioni si vedono negato il futuro, anche per la crisi abitativa, economica e sociale. Tutte problematiche inevitabilmente aggravate dalla crisi pandemica in corso.

Vista la situazione così lampante, non smetterà mai di stupirci come ci sia ancora chi sostiene che gli sfratti, gli sgomberi e i pignoramenti siano colpa della cattiva coscienza, o peggio della furbizia, di chi li subisce, e quindi li affronta come un problema di ordine pubblico. Pensare questo significa infatti colpevolizzare la povertà, ed ignorare le pluridecennali radici del problema. Bisogna invece rendersi conto che ci sono, in molte città metropolitane e in questo Paese, migliaia di nuclei che hanno scelto in qualche modo di sopravvivere, non potendo affidarsi ai propri risparmi, al welfare familiare o statale, né volendo scegliere tra pagare il canone o la bolletta della luce, dell’acqua, della nettezza urbana, e la rinuncia a mangiare, o a curare la propria salute. Alcuni lo hanno fatto occupando in maniera organizzata, altri individualmente. C’è chi si è autoridotto, e non ha pagato l’affitto, chi ha smesso di pagare il mutuo alla banca non volendo scegliere tra quello, e il mettere insieme il pranzo con la cena per sé, e magari i propri figli.

Quando il ministro affronta il tema della sostenibilità, dovrebbe dunque tenere conto che quella sociale, ed economica, va messa al primo posto, e che senza un deciso cambio di rotta del suo Ministero ciò non accadrà. Questa crisi lo ha ribadito: il primo dispositivo di sicurezza sociale è un alloggio dignitoso e stabile. Quante volte da marzo 2020 ci è stato ripetuto “restate a casa”, supponendo che questo luogo fosse la miglior difesa dal rischio del contagio, o il luogo d’elezione per trascorrere una eventuale quarantena? Quante volte si è vista l’inefficacia di misure tampone come bonus di sostegno e voucher per l’affitto per contenere la marea di sfratti e pignoramenti, tanto più se erogati nelle tasche dei proprietari? Di fronte alla persistenza di questa situazione, diventano inevitabili l’autorganizzazione, e persino la difesa individuale. Lo sciopero dell’affitto è uno di questi strumenti, e le occupazioni abitative un altro. Che linea intende tenere il neoministro Giovannini di fronte a questi problemi strutturali, tenendo conto che da almeno un trentennio non viene più finanziato e realizzato un piano nazionale di edilizia pubblica? Affrontare il problema in maniera coerente e strutturale, oppure fare dichiarazioni di intenti per poi ricorrere alla criminalizzazione dei poveri per decreto, come avvenuto col Piano Casa del 2014? Ad esempio, nelle sue prime dichiarazioni, il neosegretario PD Letta ha affermato che bisogna ripartire dallo “ius soli”, un altro tema che Giovannini conosce piuttosto bene.

Ci ha sorpres* non poco considerando la pervicace opposizione del suo partito nell’abolire l’articolo 5, e le sue brutali conseguenze sulla vita di migliaia di persone (ad esempio, nell’accesso alla sanità e nel rinnovare i permessi di soggiorno), nonché l’attaccamento culturale alla decretazione securitaria che ne è seguita. Tale legislazione, accomunando povertà e accoglienza, produce una miscela omogenea da combattere piuttosto che affrontare, dando il destro alla propaganda più retriva e razzista, capace di mettere gli ultimi contro i penultimi, nonostante i secondi siano sempre più nelle stesse condizioni dei primi. L’unica cosa da fare per risolvere questa situazione è mettere le risorse economiche in arrivo a disposizione di una programmazione che trascini la questione dell’abitare fuori dall’emergenza.

In nome della tanto menzionata sostenibilità, questo andrebbe fatto utilizzando ciò che è costruito senza ulteriore consumo di suolo, garantendo un alloggio a tutti coloro che ne hanno necessità e facendo sì che i canoni di locazione tornino ad essere realmente sostenibili e tarati sulla capacità economica dei nuclei familiari. Solo in questo modo l’abitazione può tornare ad essere un bene d’uso collettivo, anziché un bene di scambio individuale, o un ormai sgonfio paracadute di welfare familiare per affrontare questa e la prossima crisi. Per tutte queste ragioni, il 27 marzo ci ritroveremo alle h.15 a Porta Pia a Roma, e verranno organizzate iniziative in altre città italiane, aderendo alla mobilitazione transnazionale lanciata da RentVolution e dalla European Housing Coalition per avviare una campagna di pressione sociale capace di riaprire una nuova stagione di politiche abitative pubbliche e strutturali, che sappiano rimettere l’affitto e la necessità di un nuovo piano di edilizia residenziale pubblica al centro del dibattito pubblico.

Verso la mobilitazione generale di giugno, pront* alla lotta per difendere le decine di migliaia di famiglie che convivono con la spada di Damocle dei procedimenti di sfratto (per morosità) sospesi solo fino al 30 giugno 2021.

Associazione Inquilini e Abitanti (Asia Usb)
Movimenti per il Diritto all’Abitare
Noi Restiamo
#RentvolutioEU
European Housing Coaliti

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