PALESTINA, UN VIAGGIO NELLA RESISTENZA

Quest’estate una nostra delegazione ha partecipato ad un progetto in Palestina, in particolare nel villaggio di Farkha in Cisgiordania dal 27 luglio al 9 agosto. In quei giorni abbiamo avuto la possibilità di approfondire la storia palestinese e di essere ospitati da un popolo tenace e resistente, costantemente sotto attacco per il solo fatto di esistere. Durante il viaggio abbiamo avuto modo di vedere cosa significa il regime di apartheid e il tentativo di pulizia etnica che lo Stato di Israele porta avanti in modo continuo e senza sosta, ed eravamo lì quando è stata bombardata Gaza il 5 agosto provocando la morte di 44 persone, tra cui 15 bambini, e altri 350 feriti.

La nostra esperienza in Palestina non è stata solo di osservatori, ma è legata alla necessità di esprimere costantemente solidarietà al popolo palestinese, sulla cui causa è caduto un silenzio imbarazzante da parte di tutto il mondo “progressista” italiano ed europeo. Il motivo è ovviamente legato agli interessi economici e militari che l’Italia e l’Unione Europea hanno con Israele, paese necessario ad espandere la sfera di influenza euro-atlantica in Medio Oriente. Di sangue sono macchiati gli accordi che ci legano con Israele e che vedono coinvolte aziende (la Leonardo in primis), ma anche università e centri di ricerca, complici del regime sionista.

Riportiamo qui un breve report di quest’esperienza che possa essere da megafono alle lotte del popolo palestinese, con il quale ci schiereremo sempre finché non verrà loro data giustizia e libertà.

GIORNO 1 – TEL AVIV

Il primo approccio con quella che viene definita l’“unica democrazia del Medio Oriente” è un controllo militare impressionante. Già all’aeroporto di Tel Aviv vediamo una presenza di militari armati estremamente diffusa, presenza che troveremo poi in tutta Israele. Si tratta principalmente di ragazzini appena maggiorenni che imbracciano fucili e armi quasi più grandi di loro. A Israele, infatti, il servizio militare è obbligatorio a 18 anni, per 3 anni per gli uomini e per 2 anni per le donne. Chi decide di non servire viene arrestato. Ed è proprio a Tel Aviv che veniamo ospitati dalla giovanile del Partito Comunista d’Israele (il Maki), i cui componenti stanno portando avanti la battaglia di rilascio dei giovani imprigionati per essersi rifiutati di prestare servizio nell’esercito israeliano. Essere comunisti ed obiettori di coscienza in Israele non è facile, continui insulti, vessazioni e limitazioni dei propri diritti (per esempio non possono accedere all’università pubblica se non prestano servizio militare). Ogni tentativo di opposizione interna viene subito messa a tacere e, in particolare a Tel Aviv, la normalizzazione passa anche da un aumento esponenziale dei costi della vita che costringe le fasce più povere a lasciare la città, tra queste in particolare la popolazione araba. La città di Tel Aviv, del resto, è una delle più costose al mondo, con il quartiere arabo Yaffa sempre più gentrificato e soggetto a speculazione abitativa.

GIORNO 2 – NAZARETH

Il secondo giorno insieme ad altri compagni che vengono dalla Germania, dall’Austria e dalla Danimarca arriviamo a Nazareth, ospitati dalla giovanile del Partito Popolare Palestinese (PPP), collegato al Maki. Il PPP è l’erede del Partito Comunista Palestinese, ma ha dovuto cambiare nome a seguito delle pressioni dell’Arabia Saudita che richiedevano di rinunciare al nome comunista. Pur avendo dovuto rinunciare al nome, gli ideali del marxismo-leninismo sono quelli alla base del PPP che infatti ci riceve nella sua sede a Nazareth con un enorme falce e martello dipinta sul muro. Ragazzi e ragazze dai 6 ai 25 anni ci accolgono con entusiasmo e partono canzoni internazionaliste (da Bella ciao, all’Internazionale) che ognuno intona nella sua lingua.

GIORNO 3 – NAZARETH, AKKO E HAIFA

Il terzo giorno viene dedicato a conoscere meglio una parte di quelli che vengono chiamati “i territori del 1948”. Con questo termine si indicano quei territori che vengono conquistati dalla componente ebraica della Palestina ai danni della componente araba con una dura guerra, chiamata dai palestinesi Nakba ossia “catastrofe”, che portò alla morte di circa 15.000 palestinesi e all’esodo di 711mila palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell’epoca, che fuggirono, emigrarono o furono obbligati a sgomberare durante il conflitto. Lo Stato palestinese dove prima vivevano pacificamente persone di tutte le religioni viene così sostituito dallo Stato di Israele, uno Stato di fede ebraica in cui i pochi arabi che rimangono a vivere vengono obbligati a prendere la cittadinanza israeliana (oggi, circa il 20% della popolazione è araba). Una decisione voluta ed appoggiata dall’Occidente, alla scadenza del mandato britannico, con la scusa di porre rimedio ai crimini della Shoah ma in realtà legata alla volontà di creare una base militare strategica in Medio Oriente. I compagni ci portano quindi a vedere dove si trovavano case e terre arabe, alcune delle quali sgombrate e abbandonate all’incuria, si mischiano storie delle loro famiglie e della loro cultura, ci raccontano di come si sentano profughi a casa loro e di come la battaglia per la libertà della Palestina non possa che essere legata anche al diritto di ritorno di tutti i Palestinesi profughi (se ne stimano più di 5 milioni).

GIORNO 4 – GERUSALEMME E BETLEMME

L’arrivo a Gerusalemme ci obbliga a superare il muro. Il muro è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele dal 2002 e che circonda la Cisgiordania e alcune città all’interno. Si estende su un tracciato di 730 km e consiste per tutta la sua lunghezza in un’alternanza di muro e porte elettroniche (check-point) controllati 24 ore su 24 dall’esercito israeliano. L’accesso e l’uscita dalla Cisgiordania sono così negati in modo arbitrale e la maggior parte dei palestinesi non può uscire. Un muro simile circonda anche Gaza, costruito dal 1994 dopo gli accordi di Oslo, ma la possibilità di uscire o entrare lì è praticamente impossibile. Per entrare a Gerusalemme invece i palestinesi devono avere un permesso speciale e tantissimi di loro, pur vivendo in Cisgiordania, non hanno mai potuta visitarla. L’obiettivo su Gerusalemme da parte di Israele è chiaro: espellere tutti gli arabi e renderla la capitale ebraica. Dopo la guerra del 1948, Gerusalemme venne divisa in due zone: Ovest, abitata principalmente da popolazione ebraica e controllata da Israele; Est, abitata principalmente da popolazione araba e controllata dalla Giordania. Gli arabi che vivevano nella zona Ovest dovettero fuggire; lo stesso avvenne agli ebrei che vivevano nella zona Est. L’unica zona orientale che Israele mantenne nei 19 anni del dominio giordano fu l’Università Ebraica di Gerusalemme, che costituì un’enclave e pertanto non viene considerato parte di Gerusalemme Est.  Nel 1967, in seguito alla guerra dei sei giorni, la Cisgiordania venne occupata da Israele; lo stesso accadde per Gerusalemme Est ed alcuni villaggi circostanti. Dopo averla occupata, Israele ha dato agli arabi di Gerusalemme Est non la cittadinanza israeliana, ma una residenza permanente. La differenza è legata al fatto che la cittadinanza non si può togliere, mentre la residenza sì. Inoltre, la residenza non è cedibile né tantomeno si trasmette automaticamente ai figli o ai coniugi non residenti. Essa può essere revocata a discrezione del ministero dell’Interno. Quindi, ogni tipo di scusa o pretesto viene utilizzato per togliere la residenza agli arabi che vivono a Gerusalemme e per espellerli forzatamente. Quotidianamente vengono approvati nuovi insediamenti israeliani nella zona di Gerusalemme Est e provocazioni di ogni tipo vengono fatte nelle zone religiose dei palestinesi.

Per andare da Gerusalemme a Betlemme e poi nel posto dove avremmo dormito quella notte, passiamo accanto ad una serie di insediamenti israeliani all’interno della Cisgiordania. Questi insediamenti sono strettamente sorvegliati e tendenzialmente abitati dalle persone più radicali di Israele. Ogni insediamento è stato dichiarato illegale dall’Onu e contrario ai trattati di Oslo, i quali sancivano la creazione di due Stati in prospettiva indipendenti e lo smantellamento di ogni insediamento israeliano. Tuttavia, ci spiegano che non solo non sono mai stati smantellati ma ne sono sempre in costruzione di nuovi, presi con la forza. Attualmente, tra l’altro, ne stanno costruendo a centinaia per accogliere i profughi ebrei ucraini che otterranno così gratuitamente la cittadinanza, la casa, il lavoro e la terra. Uno dei tanti modi che Israele usa per allargare i propri insediamenti dentro la Cisgiordania.

GIORNO 5 – HEBRON E FARKHA

Il quinto giorno visitiamo Hebron, la città che più di tutte in Cisgiordania ha insediamenti interni. La città di Hebron è considerata la città natale di Abramo, il padre di tutte e tre le religioni monoteiste, e quindi fortemente voluta dagli israeliani. Ad Hebron gli insediamenti sono costruiti sopra le case dei palestinesi; quindi, nello stesso palazzo al primo piano ci sono gli palestinesi e al secondo gli israeliani. In tutta la città vecchia le strade sono coperte da teli e reti che dividono i due piani perché, ci spiegano, dal secondo piano viene buttata spazzatura, tirati oggetti o addirittura sputi contro gli abitanti o negozi palestinesi del piano di sotto. Anche la scuola elementare che si trova all’interno è circondata da una rete di protezione perché i bambini arabi che vanno a scuola vengono spesso colpiti dal lancio di oggetti spesso sassi. A Hebron assistiamo a cosa significa un sistema di apartheid nella normale quotidianità delle persone: all’interno della città vecchia ci sono strade in cui i palestinesi non possono passare, checkpoint interni alla città, strade murate e una rete di protezione sopra le teste dei passanti messi in pericolo dal lancio di oggetti dei coloni sionisti: una gabbia. I controlli, le aggressioni, le sparatorie sono parte della vita di tutti i giorni a Hebron. Se un palestinese decide di attraversare una strada in cui non può andare, anche semplicemente perché è di strada per casa sua, viene sparato.
L’impatto con Hebron viene superato solo grazie al fatto che arriviamo in serata al paese di Farkha, dove si tiene da 27 anni un festival organizzato dal PPP e che ospita da 10 anni delegazioni di compagni internazionali. Al nostro arrivo veniamo accolti con canti di gioia, abbracci e festeggiamenti. Veniamo ospitati nelle loro case, con un’ospitalità degna di una famiglia del sud Italia. La solidarietà internazionale viene percepita come fondamentale e la nostra presenza lì il modo per mostrare a tutti ciò che significa vivere in Palestina.

GIORNO 6 – Bayt Dajan

Il Farkha festival inizia con la partecipazione ad una manifestazione in un territorio vicino, Bayt Dajan, in cui gli abitanti ogni settimana protestano contro un nuovo insediamento che sta venendo costruito in una valle. La manifestazione è pacifica ed attraversata da giovani e anziani. L’esercito israeliano è però schierato sia davanti a noi che ai lati e, dopo qualche coro innocuo, inizia a sparare. Vengono sparati pesanti lacrimogeni e mentre corriamo verso il pullman vengono colpiti i ragazzi palestinesi con dei proiettili di acciaio circondati da gomma. Proiettili che gli israeliani provano a spacciare per innocui, ma che sono illegali. Anche contro i giornalisti presenti vengono sparati dei colpi, dimostrando che la recente uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh non è stato un caso. Ci sono 4 feriti, tutti minorenni, che vengono accompagnati in ospedale. I compagni ci dicono che per loro quella è routine e che anzi è una delle manifestazioni più pacifiche perché la presenza di persone internazionali ha obbligato l’esercito a non esagerare. I ragazzi, dopo essere stati fasciati, ci raggiungono a Farkha con la voglia di festeggiare e dare inizio al Festival. Nella loro vita non c’è tempo per piangersi addosso, ma continuare a resistere è un dovere esistenziale.

GIORNO 7/12 – FARKHA FESTIVAL

Durante la seconda settimana in Palestina inizia ufficialmente il Farkha festival. L’organizzazione dell’evento prevede la mattina dei lavori di volontariato (costruire un muro, costruire un terrazzamento, pitturare una scuola e dare una mano in cucina), mentre nel pomeriggio ci sono lezioni ed incontri sulla questione palestinese (la questione delle donne, la proposta due Stati o uno Stato, la questione delle carceri, ecc). Vengono anche organizzati eventi culturali-politici con uno spettacolo teatrale sulla questione femminile o balli e teatro tipici palestinesi. La situazione di lavoro, confronto e crescita collettiva viene interrotta dalla notizia dei bombardamenti a Gaza. Il 5 agosto viene bombardato dall’esercito israeliano un edificio con l’obiettivo di colpire uno dei leader di Hamas. L’edificio è densamente abitato e l’esplosione provoca la morte

di 44 persone, tra cui 15 bambini, e altri 350 feriti. Questi bambini non hanno mai visto nessun altro posto a parte Gaza. La decisione del bombardamento, ci spiegano, è legata al fatto che tra poco ci saranno le elezioni in Israele e le elezioni si vincono anche mostrandosi più violenti verso i Palestinesi. Il festival si conclude con la dedica a Gaza.

GIORNO 13 – NABLUS

Finito il Festival facciamo un’ultima visita a Nablus, una delle due città più resistenti della Cisgiordania insieme a Jenin. Ci portano a visitare la casa dove due guerriglieri (di 16 anni) un mese prima sono stati uccisi in un raid dell’esercito israeliano. La casa è un groviglio di buchi di proiettili e di bombe. Il loro obiettivo, ossia Ibrahim Nabulsi anche detto “la Primula Rossa” il leader delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, era riuscito invece a fuggire. Verrà purtroppo trovato e ucciso un giorno dopo la nostra visita. Aveva solo 19 anni. All’uscita di Nablus, circondata anche essa da check-point, dei ragazzi danno fuoco a dei copertoni in segno di protesta dopo il bombardamento a Gaza. Sta ripartendo la resistenza, ci spiegano, anche a Jenin iniziano a scendere in piazza.

GIORNO 14 – ARIEL E RIENTRO

Per poter tornare a Tel Aviv dobbiamo prendere un pullman che parte dalla vicina città di Ariel. Ad Ariel c’è uno degli insediamenti israeliani più grande della Cisgiordania e al suo interno c’è anche un’Università. Scopriamo che il pullman è riservato solo ai coloni e ai turisti, i palestinesi non si possono neanche avvicinare alla fermata con la macchina. Le targhe delle auto, infatti, sono di colori diversi: gialle per i palestinesi e bianche per gli israeliani. Qualora si fossero fermati con l’auto alla fermata dell’autobus gli avrebbero sparato. Ci devono quindi accompagnare dall’altra parte della strada e con le lacrime agli occhi ci dicono di attraversare da soli. Allo stesso tempo una macchina israeliana lascia alla fermata una ragazza che deve prendere il bus senza nessun problema. L’apartheid si manifesta anche all’aeroporto di Tel Aviv da cui i palestinesi non posso viaggiare. Se ottengono un permesso speciale, possono viaggiare solo da altri paesi come, per esempio, la Giordania o l’Egitto, pagando ovviamente molto di più il viaggio.

La nostra esperienza in Palestina deve essere usata per portare al centro del dibattito pubblico la lotta palestinese, la quale non è solo una moda da seguire con qualche hashtag o post. È una questione centrale davanti alla quale siamo responsabili in prima persona, sia legittimando lo Stato di Israele, sia continuando a stringere accordi con le loro università e aziende. Una frase di Nelson Mandela era presente su molti muri: “sappiamo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”. Quindi, così come i comunisti si sono posti da sempre l’obiettivo di abbattere ogni regime, da quello nazista all’apartheid in Sudafrica, così siamo chiamati oggi a combattere ogni giorno contro il regime israeliano.

Nelle università, nel boicottaggio, nella solidarietà, nella lotta internazionalista, nessuna tregua finché la Palestina non sarà libera.