Automazione e disoccupazione tecnologica

Ci viene spontaneo interrogarci su che società sarebbe quella in cui stampanti 3D proprietà di grandi aziende producono la maggioranza dei prodotti industriali, i cui i progetti vengono “esternalizzati” a livello globale ad ingegneri che lo fanno per piacere o che comunque sono pagati poco (siccome si può sempre trovare qualcuno che lo fa a un po’ meno). E se effettivamente ci saranno meno posti di lavoro, chi potrà comprare le merci prodotte? E ancora, se per la produzione di alcune merci servirà una quantità minima di lavoro umano, si può ancora parlare di profitto?

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Tempesta perfetta. La crisi che non accenna a passare

di Collettivo Genova City Strike

Note sulle cause e sulle possibili soluzioni

La tempesta perfetta

Il 2017 è l’anno del centenario della Rivoluzione di Ottobre. Un anniversario che le forze comuniste del mondo si apprestano a ricordare. Ma le commemorazioni si svolgeranno in un mondo che è attraversato da una profonda crisi economica di cui ancora non si intravedono le soluzioni e le possibili vie di uscita. Un mondo in cui le forme di resistenza allo sviluppo e all’incremento dello sfruttamento dei lavoratori sono molteplici ma faticano a diventare teoria di un diverso modo di produrre e vivere. Proprio 10 anni fa nel 2007 negli USA si cominciano a vedere gli effetti di quella che scoppierà ufficialmente nel 2008 con il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers e che sarà chiamata da tutti la crisi dei titoli subprime. Quel fallimento venne affrontato negli USA attraverso un salvataggio gestito dallo Stato ma la crisi si propagò in tempi rapidissimi in tutto il continente colpendo varie zone del mondo e interessando (in Europa) soprattutto i paesi più deboli (Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia).
La crisi è stata definita come una crisi finanziaria basandosi sul fatto che era cominciata come tale riguardando l’esplosione della bolla finanziaria di alcune banche importantissime a livello globale. In questi anni molti autori ne hanno studiato le cause e hanno partorito ricette per il suo superamento. Fatto sta che a distanza di quasi un decennio la crisi continua a persistere nonostante le ricette che hanno tentato di arginarla e di sconfiggerla. Queste ricette nel territorio della UE hanno preso il nome di austerity vista come l’unica politica in grado di sconfiggere l’aumento del debito pubblico dei vari paesi. In questo senso sono stati approvati trattati e regolamenti che sono stati recepiti dai vari governi addirittura attraverso la loro costituzionalizzazione (l’articolo 81 della Costituzione Italiana recepisce il pareggio di bilancio come norma da applicare in spregio agli articoli fondamentali della nostra Carta Costituzionale). Nonostante la continua applicazione di questi dettati la situazione non accenna a risolversi e la cura è ben lontana dall’aver ottenuto risultati con i rapporti tra il debito e il PIL sempre fuori controllo, banche in continua sofferenza, disuguaglianze crescenti tra gli Stati e all’interno della popolazione nei singoli Stati. Le politiche neo liberiste sembrano quindi lavorare a un prolungamento della crisi piuttosto che a un suo superamento. Le frazioni perdenti sono i lavoratori dipendenti, chi non trova lavoro o lo trova sempre più precario, chi non riesce a curarsi o a pagare l’affitto di una casa, i cittadini e i lavoratori costretti a subire politiche di privatizzazione che trasferiscono soldi a quella ristretta fascia di padroni che, all’interno della crisi, aumentano ancora i loro profitti.
Recentemente la campagna Noi Restiamo ha pubblicato il libro “La tempesta perfetta” che affronta proprio questi temi attraverso un dibattito tra economisti eterodossi. I temi dibattuti sono le cause della crisi, il ruolo della UE e dell’Unione Monetaria, le lotte che più possono interagire con il processo di impoverimento degli strati popolari e il ruolo degli economisti non mainstream all’interno del dibattito generale accademico sulla crisi.
Il libro affronta gli argomenti dal giusto punto di vista e le risposte degli economisti (per forza di cose non troppo approfondite data la vastità dei temi e lo spazio ridotto) permettono di inquadrare bene questi temi e sollecitano ulteriori approfondimenti.
Occorre quindi, per presentare e recensire questo lavoro, risalire ai temi proposti e provare ad approfondirli in questa sede. Ovviamente il tema principale è proposto in apertura e riguarda le cause della crisi. Ci sembra il tema principale da cui scaturiscono molte delle risposte da dare agli altri temi proposti. Partiamo e soffermiamoci allora su questo tema.

Crisi finanziaria legata alla riduzione dei salari o crisi generale del modo di accumulazione del capitale?

Il libro fornisce analisi molto diverse specchio di un dibattito molto acceso. Per alcuni si tratterebbe di una crisi dovuta a una generale contrazione dei salari (di cui si esplicano brevemente le cause) per altri si tratta di una crisi dovuta a fattori intrinseci di funzionamento del sistema capitalistico che ha, al suo interno, una contraddizione insanabile chiamata caduta tendenziale del saggio di profitto.
Per cercare di comprendere cosa si cela dietro queste diverse interpretazioni partiamo per un secondo dai fondamentali spiegando cosa si intende per caduta del saggio di profitto.
Questo parametro introdotto da Marx è uno dei luoghi di dibattito più acceso all’interno della galassia storica degli economisti eterodossi. Alcuni negano la sua validità analitica, altri lo inquadrano all’interno delle fasi storiche dei cicli del capitale, altri lo considerano una sorta di bibbia in grado di spiegare in ultima analisi ogni crisi o difficoltà del capitale.
In termini molto sintetici per Marx la caratteristica del capitale è l’estrazione del plus valore dal lavoro degli addetti. La differenza è tra l’investimento iniziale per produrre merci (D) e il ricavo dalla vendita (D’). Questa differenza si chiama plusvalore e deriva dalla produzione di una merce (M).
D-M-D’
E’ questa la successione del ciclo del capitale. Gli investimenti iniziali sono dovuti al pagamento dei lavoratori e all’investimento in materie prime e tecnologia.
Il plusvalore deriva dal fatto che l’unica misura reale del lavoro vivo in una merce è data dal tempo della lavorazione ma la merce viene venduta a un valore più alto. Il ricavo è il plusvalore.
All’interno di questo ciclo Marx mette in evidenza che il saggio di profitto Sp può essere definito dal rapporto tra il plusvalore delle merci e gli investimenti ottenuti sommando capitale variabile V (spesa per la riproduzione della forza lavoro, sostanzialmente il salario) e il capitale costante C.
I lavoratori potranno essere più o meno sfruttati e questo lo si può stabilire con un altro paramentro chiamato Saggio di Sfruttamento Ss ricavandolo dal rapporto tra il plus valore e il salario
Sp= Plusvalore/V+C
Ss= Plusvalore/V
Ovviamente ciò non va riferito solamente a un solo addetto o a una sola unità produttiva ma assume un termine generale per tutto il lavoro che produce merci.
Il Saggio di Sfruttamento sarà più o meno alto a seconda del salario. Ad alti salari corrisponderà un minor saggio di sfruttamento a meno di un incremento di produttività che aumenti anche il plusvalore rubato ai lavoratori.
Vi è poi la composizione organica del capitale COC ricavabile attraverso il rapporto tra le spese per la tecnologia C e il salario V
COC= C/V
Lo sviluppo della tecnologia e della scienza non può far altro che fare aumentare la composizione organica del capitale che all’inizio può produrre di più e più in fretta. La tecnologia però si estende in fretta e il vantaggio competitivo che può portare in un primo tempo scende con il tempo.
Ora basta dividere la relazione originale del saggio di profitto per la spesa in salari e la relazione assume una diversa forma matematica
Sp= Ss/1+COC
Da questa semplice formuletta si ricava che l’aumento della composizione organica (cioè l’incessante sviluppo della tecnologia) porta inevitabilmente a una caduta del saggio di profitto a meno che non venga aumentato il saggio di sfruttamento. L’aumento dello sfruttamento è ovviamente a sua volta una variabile complessa perché può risultare da una contrazione salariale oppure da una maggiore quantità di plusvalore estratto. Ma per ottenere una più alta quota di plus valore bisogna avere un vantaggio competitivo sulle tecnologie di produzione che comunque, alla lunga, tendono a equivalersi tra produttori diversi.
Il risultato primario quindi della caduta tendenziale del saggio di profitto è di comportare anzitutto una caduta dei salari da cui deriva minore capacità di consumo.
Questo crea inevitabilmente che l’accresciuta produzione non trovi più sbocchi di mercato e causi quindi una minore necessità di investire nella produzione. La fuga dei capitali verso la finanza è quindi una conseguenza di questo. Un po’ perché i capitali vanno comunque investiti per ricavarne un profitto un po’ per sostenere il consumo quando il salario cala.
Sotto questo aspetto la caduta tendenziale del saggio di profitto non ha nulla di meccanico e sta in una relazione tutta dialettica con la tendenza a diminuire i salari e all’accresciuto investimento finanziario.
La seconda versione dei fatti relativa alle cause della crisi sta infatti tutta qua: vi è una tendenza alla contrazione mondiale della quota dei salari che ha i suo apice negli anni ottanta con l’attacco al lavoro portato dalle politiche tipiche del periodo Reagan-Thatcher. Ciò crea una diminuzione dei consumi e una crisi di sovrapproduzione che non consente più margini di ricavo sufficienti nell’investimento nella produzione. Ciò crea l’esplosione della finanziarizzazione fino allo scoppio delle bolle finanziarie.
Da un certo punto di vista ci si chiede quindi se sia nato prima l’uovo o la gallina cosa a cui notoriamente nessuno sa rispondere con esattezza se non ammettendo che l’uno comporta la presenza dell’altro. Se il dibattito rimane in questi termini il problema non esiste in quanto vi sono contemporaneamente la caduta del saggio di profitto e la contrazione dei salari. Le due cose si alimentano in una spirale che crea una crisi che è comunque sistemica.
Perché in realtà il punto principale sta proprio qua: non si tratta evidentemente di una delle ricorrenti crisi cicliche che vengono superate con oscillazioni del saggio di profitto ma di una crisi molto più seria paragonabile a quella del 1929.
In un recente saggio pubblicato su vari siti internet e presentato a un seminario, lo studioso Guglielmo Carchedi(1) lo mette bene in evidenza in un ragionamento che si focalizza sul tema della produzione e propende per una crisi che nasce dalla caduta del saggio di profitto. Nelle conclusioni Carchedi sostiene che il capitalismo in questa fase ha pochi margini di risoluzione del proprio empasse. Questo perché l’incremento dello sfruttamento attraverso una riduzione del salario in realtà non aumenta il plusvalore dei capitalisti ma semplicemente trasferisce nel breve quote di capitali tra padroni e lavoratori a vantaggio dei primi. Inoltre la diminuita volontà di investire in produzione alimenta in continuazione nuove bolle finanziare sempre pronte a esplodere che fungerà da catalizzatore di nuove crisi nei settori produttivi magari in quelli concentrati in aree come la Cina dove si è trasferita in gran parte la produzione manifatturiera. Tutto questo avrà una ricaduta tutta politica con l’emergere e l’intensificarsi di conflitti interimperialistici, guerre dispiegate e crescita di movimenti populisti reazionari.
Per Carchedi pensare di reagire con politiche keynesiane non è la soluzione perché il finanziamento di tali politiche significherebbe sottrarre reddito ai lavoratori dipendenti già ampiamente spremuti o ai capitalisti già in difficoltà. La terza fonte di finanziamento sarebbe il debito pubblico già comunque schizzato alle stelle per molte cause connesse tra cui la trasformazione del debito privato della finanza in debito pubblico a carico degli Stati.
Proprio quest’ultimo punto è al centro del discorso per quanto riguarda l’azione nella crisi dei soggetti quali l’Unione Europea a cui il libro “La tempesta perfetta” dedica una parte importante.
Procediamo quindi sulla strada proposta.

L’Unione Europea e l’euro nella crisi

La crisi del 2008 parte dagli USA ma, ben presto, attraversa l’atlantico e arriva in Europa. In quegli anni il processo di integrazione politica e monetaria ha già compiuto vari passaggi su cui bisognerebbe fare una sintesi storica necessaria a comprendere quali sono gli scopi che ispirano il progetto di integrazione. Ci limitiamo qui a rimandare a un nostro testo di due anni fa(2) .
L’essenziale è comprendere che nel 2008, all’interno dell’Unione Europea emergono già profonde disuguaglianze e che, in particolare nei paesi dell’area mediterranea come Grecia, Spagna, Italia e Portogallo, il debito pubblico ha valori molto alti per una serie di cause.
Il meccanismo della crisi che raggiunge l’Europa è caratterizzato dall’intervento dello Stato per salvare le banche in crisi attraverso un salvataggio che trasforma il debito privato in debito pubblico. Laddove è necessario intervenire di più (Spagna e Irlanda in particolare), l’aumento del debito pubblico è impressionante. A questo punto interviene la UE con la politica inflessibile di riduzione del debito pubblico rispetto al PIL e la creazione dei meccanismi di austerità imposti in maniera antidemocratica. Ad oggi, nel 2017, non si vedono però i risultati con un debito che continua a salire nonostante le cure draconiane imposte con la forza e con il ricatto soprattutto ai paesi del sud (il caso Grecia è emblematico).
L’Unione Europea quindi più che subire la crisi (che pagano i lavoratori) è un perfetto meccanismo per usare la crisi contro il welfare e contro i diritti dei lavoratori. Tutto questo si è costruito per tempo imponendo all’Unione alcune regole totalmente sbilanciate su alcuni paesi (in primis la Germania e i suoi satelliti). L’euro è lo strumento perfetto attraverso la gestione della BCE che finanzia con il quantitative easing le banche che a loro volta finanziano stati che usano quel denaro per pagare gli interessi sul debito. E comunque nessuno di quegli euro servirà a rilanciare una produzione che continua a essere in fase di sovrapproduzione e quindi non migliorerà la vita di nessun lavoratore europeo. Una struttura del genere non è riformabile dall’interno e ogni tentativo in tal senso si scontra con la realtà. Si potrebbe sostenere che questo non dipenda in generale dall’integrazione o dall’adozione della moneta unica ma dai meccanismi che le hanno ispirate in fase di realizzazione. E’ sicuramente vero ma non altera la sostanza del ragionamento che spiega che questa Unione va fatta saltare in aria non perché questo risolverà i nostri problemi ma perché non abbiamo strumenti per trovarne le soluzioni all’interno(3).

Conclusioni

Il libro continua poi con l’analisi relativa a quale tipo di lotte sociali possono essere centrali per una risposta dei lavoratori all’interno e contro la crisi concentrandosi in particolare sull’analisi del settore logistico. Altro punto toccato è quello relativo al ruolo nella diffusione e nell’elaborazione del sapere degli economisti non ortodossi all’interno di un sistema omnipervasivo dove vige una vera dittatura del pensiero unico anche in Economia.
Sono argomenti centrali ma comunque correlati a una analisi di fase sulla quale abbiamo deciso di soffermarci di più in fase di analisi.
Viviamo in un periodo in cui la pubblicistica politica è molto centrata sul tema della crisi economica. Ascoltando il dibattito ufficiale si rischia comunque di non comprendere nulla. I cantori e gli esperti del regime ci raccontano molte storie sui presunti successi delle politiche italiane avendo cura nel negare con vere e proprio bugie la realtà dei fatti. Quando non è possibile ripetono come un mantra una serie di formule vuote come rilanciare la competitività del sistema paese, la necessità di modernizzare l’economia etc…Dall’altra parte viene propagandata l’idea che il sistema in sé non è il problema ma lo è la sua gestione. Si fa avanti l’idea che una gestione più onesta e sensata della politica potrà far sparire per incanto l’infernale meccanismo che stritola proletari e piccola borghesia. Per altri ancora è necessaria una distribuzione del reddito perché i soldi ci sono ma vanno sottratti alla rendita e investiti sul lavoro.
Le alternative così proposte per noi sono semplicemente sbagliate. Non che non esista un problema di onestà o efficienza nella gestione della cosa pubblica o che semplicemente sia impossibile ridistribuire il reddito. Pensiamo che ogni forza politica comunista non possa semplicemente fare a meno di porre anche queste rivendicazioni nell’immediato. Il problema è comunque come in prospettiva situare queste rivendicazioni e non aspettarsi da queste effetti immediati perché in realtà le cause della crisi sono molto più complicate. Non esiste tuttavia nessun criterio meccanico che porterà al collasso del sistema capitalista per una sua contraddizione interna e le teorie che usano Marx per propagandare questa possibilità sono semplicistiche e superate dallo stesso Marx. In sostanza occorre capire che nella lotta politica dei comunisti ogni rivendicazione compatibile con il sistema deve avere sempre come obiettivo il ribaltamento del sistema stesso fonte primaria delle disuguaglianze, delle crisi e delle guerre presenti e future.
In questo senso il libro la Tempesta Perfetta curato dai compagni e dalle compagne di Noi Restiamo è  necessario soprattutto perché è in grado di stimolare una discussione che ha soprattutto bisogno di svolgersi e non necessariamente di arrivare subito a una conclusione condivisa.
Una discussione e un dibattito necessario e indispensabile non tanto per vezzo intellettuale o accademico ma per comprendere come muoversi politicamente nelle lotte e nelle battaglie quotidiane. Un ausilio fondamentale per chi voglia agire non soltanto con forti motivazioni morali o per indignazione ma che consideri il proprio ruolo in modo più strategico con l’obiettivo di cambiare il corso delle cose in profondità cominciando innanzitutto a comprendere bene i meccanismi con il quale il nemico opera.

Note:
1) Guglielmo Carchedi, relazione al Convegno della Rete dei Comunisti “La ragione e la forza” pubblicato su vari siti internet tra cui http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/8750-guglielmo-carchedi-l-esaurimento-dell-attuale-fase-storica-del-capitalismo.html

2) Rete Nazionale NST: appunti sulla costruzione del polo imperialista europeo reperibile qui http://www.citystrike.org/wp-content/uploads/2016/08/appunti-sull-storia-della-costruzione-del-polo-imperialista-europeo.pdf

3) Molte informazioni sono ricavabili in maniera semplice e fruibile in un testo scritto nel 2012 ma ancora valido oggi da Vladimiro Giacchè, 100 tesi sulla crisi reperibile qui http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/3040-vladimiro-giacche-teoria-della-crisi-100-tesi.html

Il libro “La Tempesta Perfetta” edizioni Odradek 2016 è reperibile in libreria o direttamente attraverso gli autori Noi Restiamo o attraverso la casa editrice

Siamo dentro la “Tempesta perfetta”…

di Giuseppe Amata

  1. In tutti gli interventi si riscontrano interessanti analisi sui diversi aspetti della crisi nell’accertamento delle cause che l’hanno originata, pur se le diverse analisi esprimono ovviamente posizioni contraddittorie non soltanto tra esse, ma anche all’interno di ciascuna di esse. Nell’insieme però la lettura del libro è molto interessante, non solo per avere un’informazione vasta sui diversi aspetti della crisi e delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, bensì perché stimola lo sviluppo di un profondo dibattito all’interno della sinistra di classe. E infatti ho letto su Contropiano on-line diversi interventi di recensione. Con questo spirito mi accingo a svolgere le considerazioni che seguono.
  2. Voglio, però, subito evidenziare che dalla lettura del libro si riscontra, a mio modesto avviso, per il movimento di classe la necessità di costruire una teoria economica per l’attuale fase dello sviluppo capitalistico o se si vuol dire meglio per la fase dell’imperialismo nel XXI secolo. Sia perché, in qualche intervento, le categorie economiche marxiane non sono correttamente approfondite alla luce della nostra fase storica, che è diversa da quella in cui visse Marx, sia perché alcune di esse si giudicano superate, come ad esempio la caduta tendenziale del saggio del profitto. Sia infine perché, nella contraddizione generale evidenziata da Marx per la trasformazione di una formazione sociale, contraddizione come è noto rappresentata dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione, si trascura una questione che nella nostra epoca è diventata dominante, vale a dire la questione ambientale o per essere più precisi l’utilizzo delle risorse naturali come categoria molto ampia rispetto a quella ristretta di risorse della terra (cioè le materie prime del suolo e del sottosuolo), con la conseguente produzione di entropia, già avvertita e accennata da Marx nel Capitale a proposito del rapporto capitalistico in agricoltura, ma soprattutto affrontata scientificamente da Engels nella Dialettica della natura.
  3. Con molta sincerità Gattei afferma di aver studiato bene solo il primo libro del Capitale, dove è analizzato il processo di trasformazione del Denaro in Merce finita (D – M’) e non il secondo libro che tratta della trasformazione della Merce finita in Denaro finale attraverso la vendita, ossia M’ – D’. Mi permetto di aggiungere che per capire in pieno il pensiero di Marx va studiato bene anche il libro terzo, libro che tratta sia della trasformazione del plusvalore in profitto industriale, profitto commerciale, rendita, interesse, imposte allo Stato e stipendi per i lavoratori improduttivi che non producono pluslavoro, sia della caduta tendenziale del saggio del profitto. In particolare senza lo studio del terzo libro non si possono comprendere gli attuali processi di finanziarizzazione dell’economia ottenuti dall’intreccio sempre più stretto, ad opera delle multinazionali, tra capitale finanziario e capitale industriale e non si può discernere sulla caduta tendenziale del saggio del profitto. Così come senza lo studio di Imperialismo fase suprema del capitalismo non si possono capire e analizzare per i dovuti approfondimenti questi processi nella fase storica attuale.
  4. A mio avviso questa caduta va spiegata, come ho scritto nel libro Il capitalismo e le crisi (ediz. Aracne 2013) più dettagliatamente di quanto sto per dire, con la funzione dirigente che nella distribuzione del plusvalore esercita l’interesse o per meglio dire la rendita finanziaria. Siccome l’aumento di questa rendita avviene a scapito di quello che in astratto si definisce profitto industriale (solo in astratto, perché nel concreto per le multinazionali è il totale quello che conta, indipendentemente se si chiama profitto o rendita; non così, però, per le piccole e medie imprese non legate alle filiere della proprietà multinazionale, le quali sono costrette a pagare gli interessi bancari per l’acquisizione del capitale di dotazione e di funzionamento e quando sono in difficoltà non ricevono alcun prestito e quindi falliscono).
  5. Da quanto detto finora ne discende che la contraddizione generale tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione racchiude non solo la contraddizione capitale-lavoro, ma anche quella tra imperialismo e popoli oppressi, tra imperialismo e paesi che hanno avviato il processo di trasformazione verso un nuovo modo di produzione e una nuova formazione sociale dotata non solo di una diversa struttura economica bensì di una diversa sovrastruttura rispetto alla formazione sociale capitalistica (genericamente questi paesi sono definiti socialisti, ma il discorso è d’approfondire sul significato di una formazione sociale socialista); infine tra gli stessi paesi imperialistici e capitalistici per l’appropriazione dei mercati dei capitali, delle materie prime e dei prodotti finiti. Quest’ultima contraddizione sopita nell’immediato secondo dopoguerra in seguito all’egemonia americana ha ripreso vigore alla fine degli anni Sessanta del Novecento con le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti nell’aggressione al Vietnam, con la politica gollista e soprattutto come afferma Vasapollo con la rottura degli accordi di Bretton Woods nel 1971.
  6. Per entrare nello specifico delle posizioni motivate dai diversi Autori nel libro desidero mettere in rilievo gli argomenti trattati che mi lasciano critico o perplesso, pur condividendo molte cose dette con bella intuizione e argomentazione. Già prima delle interviste, nella nota editoriale si riconosce l’importanza dello sviluppo della teoria economica non ai fini dell’erudizione di un pugno di esperti (che tra l’altro nell’attuale fase storica sono sempre di meno rispetto agli anni Sessanta del Novecento, come ben ricordano i militanti della mia generazione), ma soprattutto per aiutare a formare giovani militanti che siano combattivi nella lotta di classe e studiosi della teoria economica. Essere rossi e esperti come diceva Mao vale anche per l’attuale e le future fasi della civilizzazione umana. Quindi, non solo bisogna capire, ad esempio, perché i titoli finanziari che corrono nel mondo alla velocità della luce hanno raggiunto la cifra astronomica di 600.000 miliardi di dollari pari a 10-11 volte il PIL mondiale, ma anche fare un’attenta analisi di classe della realtà economica mondiale per definire, per dirla sempre con Mao, chi sono i nostri amici e chi i nostri nemici. Al riguardo non condivido quanto si dice nell’Introduzione sull’affossamento delle economie dei Brics ad opera del rallentamento dell’economia cinese, posizione questa enunciata a gran voce dalla grande stampa finanziaria mondiale. I fatti accaduti nel 2015 e 2016 attestano che l’economia cinese dopo qualche assestamento e riorganizzazione strutturale si sta rilanciando a livello internazionale, sostenendo con particolari contributi progetti di sviluppo in tanti paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Così come non condivido e concordo con Luciano Vasapollo la classificazione degli economisti in ortodossi e eterodossi. I primi sarebbero i seguaci del mainstream neoclassico, i secondi tutti gli altri. E’ chiaro che vi sono diverse dottrine e scuole economiche e una di queste, quella marxista, nella quale mi sono sempre collocato, ha storicamente polemizzato contro lo stravolgimento della scuola classica (di Smith e Ricardo per intenderci), da parte di Walras padre e figlio, di Jevons e degli altri che hanno occupato per i favoritismi del potere economico e politico le cattedre universitarie, appioppandosi l’etichetta di scuola neoclassica, quando in realtà, come è stato ben detto dai nostri predecessori, loro rappresentano la scuola dell’utilità marginale e non hanno nulla a che vedere con le categorie dell’economia classica. Sarebbe, pertanto, più corretto chiamarli marginalisti e non neoclassici. Ritengo altresì che occorre essere molto chiari sul significato di crisi di sovrapproduzione e crisi di sottoconsumo e molti Autori pur definendo correttamente l’attuale crisi come crisi di sovrapproduzione e rigettando l’interpretazione della crisi di sottoconsumo, fanno rientrare quest’ultima dalla finestra dopo averla cacciata dalla porta. Perché quando si dice che l’attuale è una crisi di sovrapproduzione dovuta alla carenza di domanda, non si fa comprendere al lettore che la carenza di domanda è un effetto della crisi, in quanto per i capitalisti (oligopolisti o monopolisti) i salari sono una variabile dipendente da comprimere per vendere merci competitive per vincere la concorrenza dei capitalisti più deboli e aumentare i profitti per la riproduzione allargata. I maggiori profitti realizzati determinano in seguito una maggiore concentrazione e centralizzazione di capitali, indipendentemente se un complesso industriale vede una riduzione di forza-lavoro. Metto in evidenza questo aspetto del problema perché nell’intervista di Giovanna Vertova traspare l’equivoco su concentrazione capitalistica e decentramento produttivo. La concentrazione dei capitali in senso marxiano significa conquista di fette più larghe di mercato da parte di una o più aziende, mentre centralizzazione dei capitali significa fusione o incorporazione (da parte dell’azienda o oligopolio più forte) di aziende che producono nello stesso ramo di produzione (centralizzazione orizzontale) oppure in segmenti diversi per la realizzazione di una data merce (centralizzazione verticale). Inoltre, per quanto riguarda, in particolare, l’analisi di Joseph Halevi si scambiano gli effetti che sono scaturiti dal tentativo di superare precedenti crisi, come la de-localizzazione (iniziata con la crisi di sistema degli anni Settanta) e come la creazione di liquidità da parte della Federal Reserve e l’espansione del credito (per superare la breve crisi finanziaria degli inizi del XXI secolo che ha interessato in particolare Giappone e Stati Uniti, dopo le spaventose crisi finanziarie di fine Novecento che hanno portato al collasso o ridimensionato le economie di Messico, Tigri asiatiche, Russia e Argentina), con le vere cause che stanno proprio anche nella caduta tendenziale del saggio del profitto (vedi a pag. 19). Oppure a pag. 21, nel paradigma che la Cina è un paese capitalistico, si legge che essa è interessata a uno sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e si conclude che il punto di rottura avverrà in essa, considerata una maglia debole del capitale transnazionale nippo-americano. Paradigma ed effetti mi sembrano insostenibili.
  7. Quando si è sicuri delle proprie idee e si forma una scuola di pensiero basata su una solida teoria non c’è paura di confrontarsi con i rappresentanti delle altre scuole in qualsiasi dibattito (in convegni, sulle riviste, sulla stampa e in televisione), non certo per modificare la posizione degli altri quanto per diffondere le corrette analisi e conquistare gli studenti e in generale le masse alla corretta interpretazione dei fenomeni economici. In realtà, a differenza di quanto dicono alcuni studiosi sulla loro non partecipazione a questi dibattiti, gli studiosi marxisti non sono mai invitati a partecipare a un dibattito sulla stampa di grande diffusione o in televisione, proprio perché i mass media devono divulgare solo il pensiero unico, anche se sfaccettato in diverse posizioni di analisi economica e di proposte di politica economica. Fermo restando che è giusta la posizione di chi sostiene che non è interessato a essere un consigliere del principe e che non deve presentare alcuna proposta per riformare il capitalismo.
  8. Perché il capitalismo non trova la soluzione all’attuale crisi? E’ questa una domanda che ci dobbiamo porre. Vasapollo dà la risposta dicendo che “oggi la cosiddetta economia informatica, telematica, ecc. non mette a vantaggio in termini di profitto un nuovo modello. Questo significa che la crisi è sistemica perché è di sovraccumulazione”. A questa considerazione ne aggiungo altre sostenute agli inizi dell’attuale crisi e che ritengo ancora valide, soprattutto dopo l’esito delle elezioni americane con la vittoria di Trump e del suo sbandierato ritorno al protezionismo. In un articolo pubblicato da Contropiano on-line nel dicembre 2008 affermavo: “avanti, il capitalismo mondiale a guida Usa, spingendo il processo della globalizzazione, non può andare; indietro, in direzione del protezionismo, non può tornare; in questa situazione esso combatte disperatamente non solo contro le forze antagonistiche che lo vogliono rovesciare ma anche contro se stesso; se vince ci sarà un cambio di leadership al posto degli Usa; se perde si avvierà nei fatti una fase di transizione verso una nuova formazione sociale”. E in un altro articolo pubblicato su Contropiano on.line il 28 agosto del 2010 la crisi l’ho definita infinita perché “crisi economica e crisi ambientale ormai s’intrecciano sempre di più. Se si aggrava l’una si aggrava l’altra. Non si può risolvere l’una senza risolvere l’altra; questa è la differenza tra la crisi attuale e le precedenti”.
  9. Dal punto di vista degli interessi di classe che cosa possiamo fare? Condivido quanto afferma Vasapollo sull’Unione Europea. Le posizioni di Vasapollo esprimono la posizione della Rete dei Comunisti. Anche il Partito comunista italiano manifesta analoghe posizioni sull’Unione Europea. Si stanno determinando le condizioni dopo la Brexit, la vittoria del No, e la vittoria di Trump che accentuerà le contraddizioni tra l’imperialismo americano e quello europeo, per lanciare una grande mobilitazione di massa, ideologica, politica ed organizzativa per disgregare l’Unione Europea e il polo imperialistico che rappresenta, convincendo quei militanti nella sinistra che si sono illusi sull’Europa dei popoli e che hanno accettato senza riflessione il mito della democrazia in Europa e dell’Europa come culla della civiltà. E per convincere anche quegli studiosi come R. Bellofiore che credono in un “progetto nostro su scala europea” e che sollecitano “la sinistra a ragionare non sulla scala nazionale, non sul ritorno alla sovranità nazionale, ma si ponga all’altezza della sfida lanciata da Draghi e anche dalla Merkel”. E’ questo un discorso vecchio, perdente a mio avviso, che faceva una parte della sinistra socialista in contrapposizione a Nenni, quando alla fine degli anni Cinquanta traghettò il PSI dall’astensione in Parlamento verso la costituzione del MEC (nel 1957) all’adesione (negli anni successivi), allacciando i rapporti con i socialdemocratici europei e spezzando ogni legame con i partiti comunisti dell’est e dell’ovest. Che questa posizione è risultata perdente è attestato dalla storia degli ultimi sessant’anni con l’involuzione dei singoli Stati aderenti alla Comunità economica europea prima e all’Unione Europea dopo e dei partiti socialdemocratici e purtroppo anche degli euro-comunisti di questi Stati. Non solo, ma le misure anticrisi dell’Unione Europea sia in questa crisi sia in quella degli anni Settanta (allora c’era la CEE) sono state al servizio dell’ala più reazionaria del capitale finanziario, quella per intenderci che nel passato ha sostenuto il fascismo in Europa e che ha riportato la storia all’indietro distruggendo gli spazi democratici e le libertà conquistate con la lotta antifascista, libertà sancite nelle Costituzioni, in particolare nella nostra e in quella francese. La vittoria del No è una base di partenza per riorganizzare e rilanciare la lotta di classe.

Recensione al libro La Tempesta perfetta, Odradek, Roma 2016 – Campagna Noi Restiamo