Reddito minimo garantito

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Come abbiamo fatto in passato attraverso l’internità con altri percorsi di lotta sociale, soprattutto quello per il diritto all’abitare, cominciamo ora questa ri essione sul reddito iniziando con l’approcciare idee e soluzioni che negli anni sono state approfondite in particolare dai compa- gni del centro studi Cestes e che hanno trovato praticabilità nella campagna che proprio in questi mesi viene portata avanti in Campania a sostegno di una Legge di Iniziativa Popolare per il Reddi- to Minimo Garantito. Crediamo che gli spunti e le pratiche portate avanti no a questo momento siano un importante punto di partenza per una generalizzazione di questa lotta su scala nazionale.

[equilibrio precario] Uno sguardo all’università in prospettiva europea

Nella quinta puntata di Equilibrio Precario torniamo ad occuparci di università. Mentre nelle puntate precedenti avevamo scattato una fotografia alla desolante situazione dell’università italiana, questa volta ci occupiamo del tema con una prospettiva comparata, facendo una mappatura della situazione italiana, francese e britannica.

L’università è stato uno dei temi della campagna elettorale conclusasi di recente. Dalle sparate sul merito della destra passando alla proposta di Grasso di eliminare le tasse universitarie, i partiti hanno percepito che l’università come un problema, ma offrono soluzioni del tutto illusorie se non si mettono in discussione i vincoli finanziari imposti dall’Unione Europea.

Nelle settimane precedenti alle elezioni, Noi Restiamo ha promosso insieme ad altri collettivi una serie di incontri proprio sul tema “Università e promesse elettorali”. Al riguardo abbiamo quindi rivolto alcune domande a Viola di Noi Restiamo.

Siamo passati quindi alla Francia, dove Macron sta preparando una riforma dell’università francese che prosegue nel solco della liberalizzazione e della logica di mercato. Come se le porte delle università francesi non fossero già abbastanza chiuse a molti, con l’implementazione del “piano studente” e il progetto di riforma del bac (la maturità francese formalmente chiamata Baccalauréat è il titolo di studio che conseguono gli allievi francesi alla fine del ciclo di studio della scuola secondaria. Può essere paragonato alla maturità italiana, ma le scuole superiori in Francia hanno la durata di tre per liceo generale e tecnologico o quattro anni per il liceo professionale o tecnologico a differenza dei cinque in Italia) intrapreso dal governo Macron, adesso lo saranno definitivamente, quasi murate, per una parte ancora più grande di giovani.

Questa riforma fa parte di un processo di distruzione dell’università in corso da oltre dieci anni. Finora, i governi che si sono succeduti non mai hanno avuto il coraggio di sferrare un attacco così duro contro gli studenti. Il governo Macron non adotta mezze misure e intraprende a passo di carica una strada sulla quale molti dei governi precedenti non avevano deciso di avventurarsi, almeno in maniera così aperta e spietata: l’introduzione di rigidi processi di selezione all’università dei candidati e l’aumento significativo delle tasse di iscrizione.

A seguito l’intervista con il nostro Andrea da Parigi.

Ci siamo quindi spostati in Gran Bretagna, dove si sono appena conclusi i primi 14 giorni di sciopero proclamati dal sindacato dei lavoratori dell’università UCU. Lo sciopero è stato proclamato a seguito della proposta di riforma pensionistica portata avanti dalle autorità universitarie, che prevede tagli molto pesanti alle pensioni dei lavoratori dell’università, colpendo in particolari i nuovi ingressi. L’andamento dello sciopero è stato molto positivo, con picchetti di fronte a decine di università e una grande solidarietà mostrata anche dalla componente studentesca, che ha occupato i rettorati di molte università in solidarietà agli scioperanti.

Dopo che gli iscritti hanno rigettato la proposta di compromesso che i vertici del sindacato erano pronti ad accettare lo sciopero proseguirà, con ogni probabilità andando ad impattare sulla sessione esami per aumentare la pressione sulle autorità universitarie. E mentre il governo conservatore tace, il leader laburista Jeremy Corbyn si è schierato con gli scioperanti. Abbiamo intervistato Andrea Genovese, professore presso l’Università di Sheffield, per fargli alcune domande sull’andamento dello sciopero.

Potere al Popolo e l’Emigrazione Italiana: Noi Restiamo a Barcellona

L’intervento di Noi Restiamo all’assemblea di Potere al Popolo Barcellona: “Potere al Popolo e l’Emigrazione Italiana”

(in fondo anche l’introduzione dell’assemblea e gli altri interventi)

Noi Restiamo

Intervento di Andrea di Noi Restiamo

Publié par Potere al Popolo Barcellona sur dimanche 25 février 2018

Grazie ai compagni di Potere al Popolo Barcellona per l’invito a questa Assemblea sul tema fondamentale dell’emigrazione italiana. Come Noi Restiamo, abbiamo fatto di questo tema uno dei tre pilastri fondamentali dell’analisi teorica e dell’agire politico della nostra campagna, insieme alle questioni relative alle trasformazioni del mercato del lavoro e ai cambiamenti nel mondo della formazione e della ricerca, all’interno del contesto attuale delineato dell’Unione Europea dei Trattati.

Come viene giustamente scritto nel comunicato dell’Assemblea e come sottolineato da Lorenzo nel suo intervento di apertura, l’emigrazione italiana è un fenomeno di massa, che coinvolge sempre più persone, giovani e meno giovani, studenti, lavoratori e disoccupati. Per comprendere a fondo le dinamiche e le peculiarità di questo fenomeno, è necessario analizzare il contesto politico e sociale che fa da cornice all’intera questione. Innanzitutto, non possiamo assolutamente prescindere da un’analisi di tipo macro-regionale, avendo ben chiaro che il fenomeno migratorio non può essere analizzato e compreso in chiave nazionalista, ma deve essere inserito nella discussione più ampia e generale delle trasformazioni in corso all’interno dell’Unione Europea, sia in termini di relazioni tra i diversi stati che di dinamiche proprie e specifiche di ogni paese.

La dimensione e le caratteristiche dell’emigrazione italiana e del suo boom a seguito della crisi non possono essere comprese se non facendo riferimento alla costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista, ai processi di concentrazione e di polarizzazione che essa porta avanti. La crisi economica si è rivelata infatti un’opportunità per la ristrutturazione produttiva nel continente intorno alla Germania e ai suoi satelliti, e per una conseguente accentuazione della polarizzazione tra centro e periferia. La struttura produttiva del nostro paese si sposta verso settori a basso contenuto tecnologico, e parallelamente assistiamo ai tagli agli investimenti in ricerca e sviluppo e alla ristrutturazione del sistema formativo, segnato da un notevole ridimensionamento dell’alta formazione (eccetto pochi poli universitari di eccellenza che anzi si consolidano). Il mercato del lavoro è caratterizzato da precarizzazione generalizzata e da percentuali altissime di disoccupazione, in particolare per quanto riguarda le fasce giovanili. Il sistema formativo punta alla creazione di un’élite sempre più qualificata, escludendo una fetta sempre maggiore della popolazione.

Data la situazione sia del mercato del lavoro che dell’istruzione in Italia, sempre più persone scelgono la via dell’emigrazione; una scelta che però risulta forzata e indotta dalle desolanti condizioni attuali e dalle deprimenti prospettive future di un’intera generazione. La retorica e la propaganda relativa alla “generazione Erasmus” nascondono volutamente e in maniera ingannevole le criticità italiane e degli altri paesi della periferia europea. Per quanto riguarda l’Italia, i dati evidenziano la drammaticità del fenomeno migratorio e di una situazione che sta progressivamente aggravandosi. Nel complesso, negli ultimi dieci anni il numero di persone iscritte all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) è aumentato del 50%, dato che però sottostima il numero di persone realmente emigrate all’estero in quanto non tutti coloro che lasciano il paese si iscrivono a questa anagrafe. Quello che è importante rimarcare è la magnitudine e le tendenze che caratterizzano i dati sull’emigrazione nel periodo successivo alla crisi: dal 2008 l’Italia ha subito un deflusso netto (inteso come differenza fra i cittadini italiani che si trasferiscono all’estero e quelli che ritornano in Italia) di quasi 150.000 persone, ma solo nel 2013 (anno per il quale esistono dati aggiornati) questo deflusso è stato di 54.000. Come riportato dall’Istat: “Negli ultimi cinque anni, tuttavia, le immigrazioni si sono ridotte del 27%, passando da 386 mila nel 2011 a 280 mila nel 2015. Le emigrazioni, invece, sono aumentate in modo significativo, passando da 82 mila a 147 mila. Il saldo migratorio netto con l’estero, pari a 133 mila unità nel 2015, registra il valore più basso dal 2000 e non è più in grado di compensare il saldo naturale largamente negativo (-162 mila)”. La debole ripresa economica registrata ultimamente nei paesi mediterranei non sembra aver invertito i flussi migratori, a dimostrazione che la ristrutturazione produttiva e la de-industrializzazione che hanno colpito il sud Europa sono fenomeni strutturali di medio-lungo periodo che rischiano di avere ripercussioni a lungo termine.

Al di là del termine quantitativo, è importante analizzare le specificità e le caratteristiche di chi decide di partire. Pertanto, quello che colpisce è l’elevato livello di scolarizzazione di chi parte: il 32% dei nuovi emigranti possiede una laurea ed inoltre è un valore in aumento (nel 2011 solo l’11% degli emigranti era laureato). Non si tratta di una coincidenza, né tantomeno di quel fenomeno mediaticamente definito come “fuga di cervelli”: ancora una volta vogliamo ribadire che si tratta di un vero furto di cervelli da parte dei paesi del core europeo. La ristrutturazione dei processi produttivi e l’intensificazione nella gerarchizzazione della divisione internazionale del lavoro determinano un allargamento del divario tra i paesi del centro produttivo dell’Unione Europea (Germania, Olanda, Francia) e quelli della periferia, in particolare mediterranea dell’Europa (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia). È proprio analizzando il rafforzamento economico e politico dei paesi del centro e il declassamento dei paesi periferici al ruolo di bacini di forza lavoro che possiamo avere una visione chiara sulle cause e sugli effetti di questo fenomeno migratorio di massa. Oltre a giovani laureati, i paesi del Sud Europa sono anche caratterizzati da un’emigrazione che interessa chi non vede alcun futuro stabile, chi è disoccupato o immerso nell’oppressione della precarietà lavorativa. Con la speranza di un’alternativa migliore in termini di lavoro e di condizione di vita, molte di queste persone, spesso senza una particolare qualifica o titolo di studio universitario, scelgono di trasferirsi in un altro paese. La situazione trovata da chi cerca lavoro all’estero non può sicuramente dirsi rosea. Se in molti casi comunque ci si trova di fronte ad un miglioramento – almeno quando comparato alle condizioni di lavoro e di salario della tragica situazione dell’occupazione in Italia – anche gli altri paesi dell’Unione Europea stanno vivendo una stagione di compressione dei diritti e delle tutele del lavoro, di riduzione del welfare state e di ridimensionamento dei sussidi di disoccupazione. In particolare, non bisogna dimenticarsi che la Germania è la terra degli otto milioni di mini-jobs, quella in cui le riforme Hartz (specialmente Hartz IV) hanno fatto della disoccupazione una condizione di esclusione sociale, sempre più associata a uno stato di povertà. Anche in Francia, il governo del presidente Macron si è più volte espresso per una maggior liberalizzazione del mercato del lavoro e per la riduzione dello stato sociale, decidendo di portare avanti la riforma del lavoro (Loi Travail) già introdotta dal governo socialista di Hollande. Delle migliaia di italiani che vanno a studiare a Londra la maggior parte si trova a fare lavori poco qualificati, spesso pagati al salario minimo, specialmente che le già alte rette universitarie inglesi sono state triplicate in un colpo solo. Di conseguenza, il centro produttivo dell’Unione Europea trae vantaggio da questa situazione in due modi: da un lato ha a disposizione una forza lavoro non qualificata, meno integrata nella struttura sociale e quindi più ricattabile, abituata a salari decisamente; dall’altro assorbe una parte significativa dei giovani laureati, confermano il un fenomeno che denominiamo “furto di cervelli”.

In questo contesto di aggiustamento macro-regionale, sopravvivono e si intensificano le differenze tra Nord e Sud, sempre vive all’interno dei singoli paesi. Nel considerare i processi di ristrutturazione del sistema produttivo e sociale tra i vari paesi europei, non possiamo infatti prescindere dall’analisi delle ridefinizioni dei rapporti di forza tra le classi in atto nei singoli paesi membri della UE. In questo senso, i dati confermano un aumento del numero di emigranti provenienti dalle regioni del Nord Italia. Sebbene la percentuale di emigranti dal sud rimanga leggermente maggiore, negli ultimi 10 anni le regioni che hanno visto un maggior aumento delle partenze verso l’estero sono quasi tutte settentrionali: Piemonte (+71%), Liguria (+66,8%), Lombardia (+66,3%). Possiamo quindi delineare un quadro in cui prende forma un doppio livello di centralizzazione: quello interno ai singoli paesi e, l’altro, a livello europeo. La dinamica migratoria verso il centro della UE si affianca a quella della tradizionale migrazione italiana dal Mezzogiorno verso il Nord, consolidando il nostro ragionamento circa la ridefinizione a livello europeo di “questione meridionale”. Si tratta quindi di un’emigrazione che va a rispondere alle richieste di forza lavoro – con un alto livello di formazione e/o senza particolari qualifiche – delle economie forti del centro europeo, mentre l’Italia e gli altri paesi periferici continuano ad incentrare la propria produzione in settori a bassa innovazione o che rimangono a un livello di bassa specializzazione, i quali assorbono manodopera a bassa formazione, più facilmente sfruttabile.

Le politiche di austerità messe in atto da vari governi dei paesi PIIGS sotto la spinta dell’Unione Europea sono tra le cause fondanti di questo processo e continuano ad aggravamento le drammatiche tendenze del fenomeno migratorio. Come Noi Restiamo, abbiamo deciso di impegnarci a tutto campo nell’analisi di questi fenomeni, mettendo in pratica la lotta politica e sociale contro l’Unione Europea e contro la sua costituzione come polo imperialistico. In questo senso, crediamo che il programma di Potere al Popolo tocchi i punti nevralgici alla base del discorso dell’emigrazione italiana, a partire dalle politiche sul lavoro, della spesa sociale, dell’investimento pubblico in formazione e ricerca.

Introduzione

Introduzione

Intervento introduttivo di Potere al Popolo Barcellona

Publié par Potere al Popolo Barcellona sur dimanche 25 février 2018

Il tema dell’assemblea di oggi è uno che ci tocca tutti da vicino, quello dell’emigrazione italiana. Ma nell’analizzarlo non vogliamo limitarci alla nostra specifica esperienza di italiani residenti a Barcellona, ma guardare il fenomeno nel suo complesso. Parliamo infatti di un fenomeno di massa, che sta aumentando di dimensione in maniera esponenziale anno dopo anno. Se, secondo i dati Eurostat, nel 2007 gli emigrati dall’Italia erano poco più di 50.000, nel 2015 erano più di tre volte tanti. E questi dati sono molto conservativi, in quanto considerano soltanto le iscrizione all’AIRE: per fare un esempio, nel 2015 sono contati 14.000 nuovi iscritti AIRE in Germania, ma il numero di italiani che hanno acquisito residenza secondo gli enti locali tedeschi sono stati più di 70.000. Ma queste dinamiche non riguardano soltanto l’Italia, ma sono comuni a tutti i paesi mediterranei e dell’est Europa. Per dire lo Stato Spagnolo, che negli anni pre-crisi aveva visto un incredibile influsso di persone (quasi 900.000 solo nel 2007..) ha visto invertirsi completamente questo bilancio, e si parla di quasi 400.000 persone l’anno che lasciano lo Stato Spagnolo. Di queste la maggioranza è costituita da persone di origine non spagnola che erano immigrate negli anni precedenti, ma comunque parliamo di quasi 70.000 persone di origine spagnola nel solo 2015.

Fenomeni di questa magnitudine non possono essere spiegati attraverso un, legittimo, desiderio di vivere altrove, ma ne vanno ricercate le cause nelle condizioni economiche e sociali dei paesi di provenienza. Sia Italia che Spagna vedono livelli altissimi di disoccupazione, in particolare giovanile (35% in Italia, 40% nello Stato Spagnolo), e la prevalenza di forme di contratto sempre più precarie. Il diritto allo studio viene progressivamente ridotto, i tagli alla ricerca sono stati pesantissimi (forse qualcuno di voi sa quanto sia difficile trovare una borsa di dottorato oggi). Lo stato sociale e il sistema di istruzione stanno venendo smantellati da quasi dieci anni di spietata austerità, che vede il suo mandante nell’Unione Europea. In Italia adesso i partiti maggiori si sbracciano a chi fa la promessa elettorale più grossa, ma già la Commissione Europea ha promesso una correzione della legge di stabilità ad Aprile.

La retorica della libertà di movimento che ha costituito la base ideologica della costruzione (in corso) del super-stato UE mostra adesso la propria vacuità. E non soltanto per la tragedia delle stragi di migranti in mare o, quasi peggio, per i criminali accordi con i trafficanti di uomini di finanziamento dei campi in Libia imbastiti da Minniti e dal Partito Democratico. Ma anche per le dinamiche interne dell’immigrazione intra-europea, determinate proprio dalle politiche imposte ai diversi stati.

La libertà di movimento infatti, per essere reale, deve comprendere la possibilità di rimanere nel proprio paese, casomai lo si desiderasse. Ma questo diventa impossibile se la struttura produttiva e la rete sociale di tale paese viene sistematicamente e coscientemente smantellata. Abbiamo quindi questi giganteschi flussi di persone, che vanno ad alimentare la forza lavoro del paese di destinazione, a seconda delle specificità delle varie economie. Ad esempio qui a Barcellona, che si fonda molto (a detta di molti troppo) sul turismo una grandissima percentuale di italiani si trova impiegata nel settore della ristorazione. Ma i flussi più consistenti di persone sono quelli che dal sud vanno al nord, verso la Germania e i paesi circostanti. Che oltre alla loro buona quota di lavoratori non qualificati (o, molto spesso, qualificati che finiscono a fare mansioni non qualificate) impostano le proprie politiche in modo da attirare i lavoratori più specializzati, in quella che più che una fuga di cervelli potremmo chiamare furto di cervelli. L’Olanda è particolarmente esplicita nel determinare in questo modo le proprie politiche migratorie.

Senza contare che le condizioni dei migranti anche comunitari si stanno facendo sempre più difficili. Molti di noi sanno, ad esempio, quanto sia più complesso ottenere un NIE oggi rispetto che qualche anno fa. Il risultato di queste restrizioni però non è quello di bloccare gli ingressi, ma di rendere i potenziali lavoratori più ricattabili, precari e spingerli verso il mercato nero.

È per queste ragioni che come italiani che vivono a Barcellona abbiamo deciso di sostenere Potere al Popolo. Perchè è l’unica forza politica che proponga una ristrutturazione dell’Italia alla radice che permetta una vita dignitosa per chiunque. Lo vediamo nelle proposte della cancellazione del Jobs Act, nella determinazione a combattere il lavoro gratuito, il moderno caporalato, la precarietà in generale, nella difesa del diritto di sciopero. Lo vediamo nella difesa del diritto ad abitare, nella proposta di un aumento consistente della quota del PIL destinata all’istruzione. Lo vediamo nella volontà di rottura della Unione Europea dei trattati, casomai volesse impedire tutto ciò. Lo vediamo quando parla di nazionalizzazioni.

E abbiamo deciso di sostenerla anche da qui, anche se ci è stato levato il diritto di votarlo. Come molti di voi sanno infatti, Potere al Popolo non è presente nella circoscrizione estero, in quanto non siamo riusciti a raccogliere le firme necessarie. Firme che, ricordiamo, non hanno visto la riduzione prevista invece per i collegi nazionali (follia di una legge elettorale frankenstein), che potevano essere fatte solo dagli iscritti all’AIRE e solo nei consolati.

Ma il fatto di non poter votare non significa che non possiamo far niente. Come prima e più urgente cosa possiamo cercare di convincere tutti i nostri amici e parenti in Italia a votarli, cosa fondamentale visto anche l’oscuramento che fino a poco tempo fa Potere al Popolo aveva nei media italiani. Ma, più in generale è importante sottolineare che Potere al Popolo non vuole essere un’esperienza che finisce con il 4 di Marzo. Per questo stabilire un gruppo che sappia mantenere una continuità anche dopo la scadenza elettorale, che continui a fare politica nel territorio in cui si trova con anche un collegamento diretto con quello che succede in Italia, diventa una questione fondamentale.

Potere al Popolo

Potere al Popolo

Intervento Skype di Maurizio di Potere al Popolo

Publié par Potere al Popolo Barcellona sur dimanche 25 février 2018

 

Vot per tothom

Vot per tothom

Intervento di Edoardo ella Plataforma Vot x Tothom (https://votxtothom.wordpress.com/)

Publié par Potere al Popolo Barcellona sur dimanche 25 février 2018

Altra Italia

Altraitalia

Intervento di Armando e Maria di Associació AltraItalia – Barcelona

Publié par Potere al Popolo Barcellona sur dimanche 25 février 2018