L’Unione Europea è un’opportunità o una gabbia? Intervista al prof. Francesco Petrini

A ridosso della manifestazione del 20 ottobre per rivendicare la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia, consideriamo utile pubblicare un’intervista inedita da noi realizzata questa estate a Francesco Petrini, professore presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università di Padova.

Oggetto della chiacchierata erano stati la genesi e lo sviluppo delle istituzioni dell’Unione Europea. Una battuta su tutte: gli organismi comunitari vedevano la luce mentre contemporaneamente in Italia si stava per animare il dibattito che alla fine del 1962 avrebbe visto la nazionalizzazione dell’energia elettrica, e già allora la Cee ebbe un ruolo nel fornire a Confindustria argomentazioni favorevoli a osteggiare questo risultato. Cinquanta e più anni dopo, siamo qui a raccogliere i cocci delle reti infrastrutturali nazionali privatizzate sotto la spinta della consolidata architettura comunitaria, e come giovani continuiamo a essere il target prescelto per una propaganda ormai già stantia secondo cui le privatizzazioni dovrebbero essere l’orizzonte di un futuro desiderabile. Sappiamo invece il danno che hanno provocato in questi decenni, e come l’infiltrazione dei meccanismi ordoliberali all’interno dell’amministrazione statale abbia condizionato anche istituzioni ancora formalmente in mano al controllo pubblico: il caso emblematico del mondo della formazione e della ricerca, ancora pubblico ma sempre più rivolto agli interessi del mercato, ci permette di parlare di una eterogenesi dei fini in cui la semplice rivendicazione di maggiori investimenti pubblici nel settore, tanto cara alla sinistra, risulta una lancia spuntata quando non porta addirittura acqua al mulino dei sostenitori della costruzione di pochi modelli di eccellenza. Nazionalizzare quindi significa invertire questa rotta mettendo un bastone negli ingranaggi delle macine che ci stanno tritando, riportare al centro gli interessi del pubblico con un cambio di prospettiva sistemico che va ben aldilà della mera titolarità sulla proprietà delle reti, dei beni e dei mezzi. Nazionalizzare è oggi una parola d’ordine di rottura con il quadro delle compatibilità, un concetto che abbiamo provato a sviluppare anche nel libro fresco di stampa Giovani a Sud della Crisi.

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L’Unione Europea è diventata un argomento sempre più centrale nel dibattito politico a sinistra. L’interferenza comunitaria nelle politiche interne tramite l’austerità viene sempre da più soggetti avvertita come una minaccia antidemocratica e classista. Però varie sono le analisi e le ipotesi che si prospettano nel panorama politico. Da una parte c’è chi ritiene che l’Unione Europea sia un progetto di integrazione in chiave progressista rifacendosi al Manifesto di Ventotene, Altiero Spinelli, il progetto Erasmus, ecc. In questa visione, le politiche di austerità hanno senz’altro prodotto impoverimento, in particolare delle fasce più deboli, ma la risposta politica risiede nel riformismo che punti a recuperare quello che ritengono essere stato lo spirito originario dell’“Unione dei popoli”.

Dall’altra parte ci sono soggetti politici, come Eurostop, che ritengono che il progetto di integrazione europea nasca come strutturalmente classista e che, dunque, l’austerità non si ponga in contraddizione con le origini storiche dell’Unione Europea ma, piuttosto, che sia in assoluta continuità con esse, e che anzi la crisi sia servita a legittimare tutte le misure che erano in cantiere da tempo.

D: Dal suo punto di vista di storico, quali ritiene essere le più importanti ragioni alla base di questo progetto? Quali ritiene siano le forze che maggiormente influenzano l’andamento di questo progetto?

R: Il processo di integrazione europea è nato per una pluralità di ragioni, ovviamente. Nel discorso corrente circa le origini dell’integrazione l’enfasi cade sulla volontà di pacificazione delle rivalità nazionali. L’integrazione sarebbe stata il frutto dell’azione di élite illuminate e amanti della pace decise a superare definitivamente le divisioni nazionali e ad avviare la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Vi è del vero in questa interpretazione. Certamente la questione della pace, soprattutto sotto forma del reinserimento della Germania nel contesto dell’alleanza occidentale in maniera non destabilizzante degli equilibri europei, è uno dei temi chiave della storia dell’integrazione. Ma limitarsi a una lettura di questo genere appare parziale e semplicistico, occorre andar oltre, occorre ancorare i processi di integrazione alle dinamiche profonde delle società europee. Già a partire da metà anni Ottanta lo storico inglese Alan Milward evidenziò come l’integrazione, lungi dal rappresentare il superamento degli Stati nazionali, fosse stata, all’opposto, uno strumento di rafforzamento di questi ultimi. Uno dei suoi libri più importanti si intitola appunto The European Rescue of the Nation State (Il salvataggio europeo dello Stato-nazione). In Europa la guerra totale e ancor prima il disastro economico della Grande Crisi avevano minato il consenso popolare verso le classi dirigenti e le stesse istituzioni. Dopo il 1945 il tema cruciale della politica europea divenne, secondo lo storico britannico, la restaurazione dello Stato nazione dopo il collasso precedente. Ciò rendeva ineludibile e urgente un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e la garanzia di adeguati standard di protezione sociale. L’abbattimento, graduale e controllato, delle barriere agli scambi commerciali e la messa in comune dei sistemi di protezione del settore agricolo, i due pilastri della costruzione europea nei primi decenni della sua vita, rappresentarono due strumenti chiave per perseguire gli obiettivi di crescita economica al cuore dei progetti di ricostruzione della “fedeltà” (allegiance è il termine che usa Milward) dei cittadini verso i propri Stati nazionali.

L’analisi di Milward rimane fondamentale per chi intenda addentrarsi nella storia dell’integrazione europea. All’epoca essa animò il dibattito accademico soprattutto perché metteva in luce l’assoluta prevalenza dei governi nazionali nei processi di integrazione, a discapito dei gruppi federalisti il cui ruolo Milward mostrava come assolutamente marginale. Ma il suo lascito più importante è l’avere collocato le origini dell’integrazione sul terreno concreto delle dinamiche politiche, sociali ed economiche dell’epoca in cui avvenne, facendole calare dai cieli dell’idealismo e della disputa dottrinaria, dissipando, anche con qualche eccesso polemico, la retorica sui “padri fondatori” e la lettura teleologica di un processo inesorabilmente teso alla costruzione di uno Stato federale continentale.

Occorre però andare oltre Milward, che sembra postulare l’esistenza di un interesse nazionale oggettivamente definito, e introdurre nell’analisi le divisioni di classe e i conflitti sociali che caratterizzano le società capitaliste. C’è, in altre parole, da chiedersi cosa e chi esattamente fu “salvato” dall’integrazione. Nel secondo dopoguerra, nel clima di anomia e fermento sociale portato dalla guerra e dalla crisi economica, ciò che era in questione non era tanto la sopravvivenza dello Stato nazionale, quanto quella del capitalismo. Per capire il clima dell’epoca, permettetemi di citare il brano di apertura del programma approvato nel febbraio 1947 dalla risorgente Unione cristiano-democratica, il partito oggi guidato da Angela Merkel:

Il sistema economico capitalistico non ha soddisfatto gli interessi vitali dello Stato e gli interessi sociali del popolo tedesco […]. La nuova struttura dell’economia tedesca deve fondarsi sull’assunto che il tempo del potere illimitato del capitalismo privato è finito. […] Il contenuto e lo scopo di questo nuovo ordine sociale ed economico non possono più essere l’aspirazione capitalistica al profitto e al potere, ma unicamente il bene del popolo.

Se questi erano i toni di un partito centrista, ci possiamo ben immaginare quelli delle formazioni più a sinistra. Prevaleva, come affermò nel 1943 il grande economista Joseph Schumpeter, “l’opinione generale” che “i metodi capitalisti saranno inadeguati all’impresa della ricostruzione […] non si nutre alcun dubbio che la decadenza della società capitalista sia in fase molto avanzata”. In questi frangenti l’integrazione rappresentò un tassello di una più vasta opera di rilegittimazione che permise di dare respiro e un nuovo slancio a un sistema sociale che pareva sull’orlo di una crisi terminale. La costruzione di un grande mercato e l’istituzione di una politica agricola comune si inserivano nel quadro di una ricostruzione del sistema degli scambi internazionali fondata su una forma di “liberalismo temperato” che mirava a correggere quelli che erano visti come gli eccessi del laissez faire del liberalismo classico, gestendo le dinamiche dell’interdipendenza economica in modo da attutirne l’impatto sulle società nazionali. Perciò, se è necessario sottolineare il ruolo giocato dall’integrazione europea nella restaurazione delle gerarchie capitaliste, sarebbe però astorico vedere prevalere in essa un carattere neoliberale fin dalle origini. Nei primi due decenni della sua esistenza, il suo ruolo ancillare rispetto alle dinamiche capitaliste assunse i caratteri dettati dallo spirito del tempo, un tempo in cui era forte il potere di condizionamento esercitato dalle organizzazioni che facevano capo al mondo del lavoro. In quel contesto essa svolse una funzione anche progressiva, fornendo il respiro necessario al dispiegarsi dei vari “miracoli” economici, e perciò al miglioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di popolazione, alla realizzazione di regimi di piena occupazione e alla costruzione dei sistemi di welfare nazionali.

In sostanza, nei suoi primi decenni di esistenza, il progetto europeo si fece portatore di un paternalismo sociale da “capitalismo illuminato” che aveva assorbito la lezione del produttivismo di oltreoceano, preoccupato del benessere delle classi lavoratrici in nome della stabilizzazione del sistema (come disse il presidente dell’Alata Autorità della Ceca, René Mayer, al Segretario di Stato statunitense John Foster Dulles nel febbraio 1956, il mercato comune come dispositivo di crescita economica era “lo strumento più sicuro per evitare l’arrivo al potere dei partiti comunisti”). In questo senso, se mi pare corretto parlare di una costruzione europea sospettosa quando non ostile rispetto alle richieste di cambiamento radicale, pienamente inserita nelle logiche della guerra fredda (i comunisti e i partiti a loro vicini rimasero esclusi dalle istituzioni comunitarie fino a fine anni Sessanta), non mi spingerei però a definirla, nei primi decenni della sua esistenza, “neoliberale”.

Detto questo, non si può però nascondere il carattere ambivalente della la costruzione europea, che fin dagli inizi conteneva elementi di sovversione del prevalente ordine di liberalismo temperato. Come mostra lo storico statunitense Quinn Slobodian, in un bel libro uscito di recente, la firma dei trattati di Roma nel 1957 fu accolta con giubilo da una parte degli intellettuali neoliberali, come possibile agente sovranazionale di costituzionalizzazione dei diritti dei mercati contro la minaccia rappresentata dai sistemi democratici nazionali. Tali tratti erano evidenti anche al di fuori di ristretti, e all’epoca scarsamente influenti, circoli intellettuali. Per esempio, in Italia al momento dell’entrata in vigore dei trattati di Roma la Confindustria accoglieva con favore “l’affermazione dei principi liberisti” – affermava l’Annuario confindustriale del 1958 – contenute nel trattato CEE. Ci si appellava alle norme a tutela della concorrenza contenute nel trattato per osteggiare l’apertura a sinistra e la politica di riforme, come emerse in tutta evidenza nel corso della battaglia per la nazionalizzazione dell’energia elettrica. E, sempre per rimanere in Italia, occorre ricordare il ruolo della Commissione CEE – a sostegno del fronte deflazionista che faceva capo a Confindustria, Banca d’Italia e destra democristiana – durante l’ondata di conflittualità sociale scatenatasi nel triangolo industriale ad inizio anni Sessanta. In quei frangenti, che rappresentano un passaggio cruciale della storia dell’Italia repubblicana, emerse per la prima volta la funzione del vincolo esterno come ancoraggio per la conservazione dei rapporti di classe.

D: L’Unione europea di oggi ha mantenuto i suoi tratti originari, o lei vede momenti di discontinuità in questa storia?

R: Certamente li vedo. Il momento di svolta, a partire dal quale i tratti ordoliberisti contenuti in nuce nella costruzione originaria diverranno prevalenti, può essere collocato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Se nel decennio del “lungo ’68” anche la costruzione europea era stata investita dall’ondata di radicalizzazione democratica che di quegli anni fu la caratteristica fondante, con la chiusura del decennio essa divenne parte integrante di uno sforzo di stabilizzazione che, partendo dalla svolta deflazionista inaugurata dalla Federal Reserve statunitense, investiva il complesso dei paesi del capitalismo avanzato. Così, per esempio, nel corso dei Settanta erano fioriti progetti per istituire a livello comunitario forme di controllo delle attività delle multinazionali, nel tentativo di arginare il crescente fenomeno delle delocalizzazioni. O ancora, la Comunità si era proposta come interlocutore dei Paesi del Sud del mondo alla ricerca di un nuovo assetto delle relazioni economiche internazionali. Questa fase si chiuse a partire da fine decennio. I progetti di controllo delle multinazionali furono ridimensionati fino all’irrilevanza, così come le aperture a un nuovo ordine economico internazionale. Se nel complesso l’integrazione confermava la sua funzione di stabilizzazione capitalista, cambiavano le forme di questa funzione. Al tempo del compromesso sociale fordista tali forme erano state, se non labour friendly, perlomeno compatibili con il miglioramento delle condizioni di vita e del potere contrattuale dei lavoratori. Al tempo della controrivoluzione liberista, l’integrazione diventava organica all’affermazione del monetarismo e dei processi di liberalizzazione dei mercati, rispondendo alle esigenze di stabilizzazione capitalista dopo un periodo di crisi caratterizzato dalla crescita del conflitto sociale all’interno e, a livello internazionale, dall’inasprirsi della concorrenza tra i maggiori paesi.

Da entrambi i punti di vista l’istituzione a fine 1979 del Sistema monetario europeo, antesignano dell’attuale unione monetaria, rappresentò plasticamente il momento di svolta. Da punto di vista interno essa offrì l’ancoraggio ai processi deflazionistici che nel giro di breve tempo avrebbero portato al ridimensionamento e poi all’annullamento della forza del movimento dei lavoratori. Dal punto di vista internazionale, il varo di un sistema di coordinamento monetario regionale per la Germania rappresentò – come ha osservato Marcello De Cecco – l’accantonamento alle velleità di competizione diretta con gli Stati Uniti per la leadership monetaria globale e al contempo significò per gli altri Paesi europei la convergenza verso il modello Bundesbank caratterizzato da moneta forte e bassa inflazione.

A un livello più generale, il nuovo corso dell’integrazione dava corpo a livello europeo alla tendenza al “raffreddamento” del clima politico delle democrazie industriali, lanciata nel 1975 dallo studio The Crisis of Democracy pubblicato a cura della Trilaterale, che implicava un trasferimento di poteri e competenze, soprattutto in campo economico, dalle turbolente arene democratiche nazionali verso organismi sovranazionali o autorità “tecniche”. In questo svuotamento delle democrazie nazionali, non compensato dalla crescita del ruolo delle istituzioni rappresentative a livello sovranazionale, sta il senso profondo del ruolo dell’Unione negli ultimi trenta anni. Lo spostamento di poteri a favore di organismi dominati da una logica tecnocratica, impermeabili, per quanto possibile, alle pressioni dal basso e omogenei ideologicamente ha rappresentato la cifra dell’azione dell’UE. Da fine anni Settanta in poi, il trasferimento di sovranità verso le istituzioni sovranazionali ha rappresentato, in sinergia con l’affermarsi del dogma dell’indipendenza delle Banche centrali, uno strumento di costruzione di uno spazio politico in cui le voci alternative e contestatrici giungono attenuate o non giungono affatto, per non coprire i sussurri di chi è vicino alle orecchie dei potenti. In questo senso è corretto parlare della UE dagli ultimi tre decenni come espressione dell’ideologia ordoliberale, ricordando che tale ideologia nasce nella Repubblica di Weimar di fine anni ’20 proprio come tentativo di isolare la sfera economica dalla perniciosa influenza della democrazia parlamentare.

D: Parlando della crisi degli anni Settanta e della nascita del sistema monetario europeo, lei faceva cenno al ruolo dell’integrazione nei rapporti interstatali. Ci può dire qualcosa di più al riguardo?

R: Questo è un punto fondamentale che illumina l’altro grande motore dell’integrazione. Da un lato, come abbiamo visto, l’esigenza di arginare il conflitto sociale. Dall’altro, la risposta alle dinamiche della competizione intercapitalista. Su questo piano vedo una continuità ancora maggiore. Il discorso sulla necessità di integrare i Paesi europei nasce negli anni tra le due guerre come risposta al declino della centralità del Vecchio continente a livello globale e per raccogliere la “sfida americana”. Se si analizzano le personalità e i circoli federalisti degli anni Venti, la necessità di “fare come l’America” – cioè costruire un grande mercato che permettesse l’applicazione dei metodi di produzione di massa – emerge come un tema centrale. “Fare come l’America” per scacciare lo spettro socialista grazie al miglioramento delle condizioni di vita e per rilanciare il ruolo europeo a livello mondiale, in una fase storica segnata dal dissanguamento delle potenze europee nella guerra mondiale e dall’incipiente rivolta dei popoli colonizzati. È questo un tema che attraversa tutto il dibattito sull’integrazione, che andrebbe perciò letto in stretta connessione con la fine degli imperi coloniali e con l’evolvere della competizione tra i maggiori centri di produzione. Non per caso, si dice che la sconfitta della spedizione anglo-francese di Suez del 1956, estremo esempio di politica delle cannoniere, abbia aperto la porta alla firma da parte francese dei trattati di Roma. L’esigenza di rispondere alla concorrenza transatlantica è una delle ragioni alla base dell’avvio dell’integrazione monetaria, così come oggi la retorica a sostegno dell’UE fa perno sulla necessità di unire le forze per affrontare la sfida cinese. Inoltre, appare evidente come lo sviluppo dell’integrazione, specie in campo monetario, sia stato determinato e abbia rafforzato i meccanismi di sviluppo ineguale interni all’Unione stessa, tra “centro” e “periferia”.

D: Le ipotesi riformiste sull’UE hanno un qualche fondamento? È possibile spostare l’impianto ordoliberale di questa unione europea e ottenere (o quantomeno mantenere) maggiori diritti sociali?

R: No. A parte i problemi giuridici che ciò comporterebbe, uno spostamento “a sinistra” delle politiche e della costituzione dell’UE implicherebbe l’accettazione generalizzata della possibilità di trasferire risorse dai Paesi più ricchi verso i più poveri. Questo non pare ricadere nel novero delle possibilità reali, alla luce delle posizioni politiche prevalenti nei vari Paesi e degli orientamenti delle opinioni pubbliche. Inoltre, come ho cercato di argomentare, la dinamica dell’integrazione europea rispecchia le logiche del suo tempo. È fuorviante quindi appellarsi a un mitologico carattere “progressista” dell’integrazione delle origini nell’intenzione di restaurarlo. Nella misura in cui quel carattere esisteva, esso era figlio di un’epoca in cui i rapporti di forza sociali erano ben diversi dall’attuale e che è finita minata dalle sue contraddizioni interne. Nella fase presente di crisi strutturale del capitalismo, mi pare molto più probabile che si assista alla continuazione, e finanche a un inasprimento, delle politiche di austerità attuali e al rafforzamento delle tendenze imperialiste, interne ed esterne, insite nell’Unione. Data l’insostenibilità di tali politiche, l’esito più probabile sarebbe una disintegrazione della UE, almeno nella forma in cui la conosciamo oggi. Credo che per le forze politiche sarebbe molto più costruttivo interrogarsi sul che fare nel caso si verifichi questa ipotesi e su come gestirla, piuttosto che immaginare scenari di riforma irrealistici e poco credibili

L’opposizione impossibile

Il corteo che ha sfilato sabato 13 ottobre per le strade di Roma, poneva alla sua testa un messaggio inequivocabile: «Legittima difesa, con ogni mezzo necessario». La legittima difesa (o forse, viste le condizioni attuali, si dovrebbe parlare di “indispensabile riconquista”), si riferisce a quel diritto all’abitare protagonista suo malgrado di durissimi attacchi, se non volessimo andare troppo in là nel tempo, nei soli ultimi tre anni. Infatti, questo è il periodo che ci separa dal famigerato art. 5 del D.lg. 47 del 28 marzo – il decreto casa Renzi-Lupi – con cui si sancisce di fatto l’impossibilità di godere dei diritti civili e politici da parte di coloro che, per causa di forza maggiore, si vedono costretti a occupare un’abitazione in mancanza di una valida alternativa.

Tre anni dopo, la situazione può dirsi definitivamente precipitata a seguito sia della circolare del Viminale del primo settembre scorso, con cui si dichiara “guerra aperta” agli occupanti, sia del decreto Salvini su immigrazione e sicurezza, il cui art. 13 non permette ai richiedenti asilo di registrarsi all’anagrafe, e dunque di accedere alla residenza, condizione necessaria per il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali (per questo, in piena continuità politica con il suddetto art. 5). Nel mezzo, la solita svendita («valorizzazione», scrivono) del patrimonio immobiliare, la mancanza di investimenti pubblici, le direttive dal sapore fascista, la gestione emergenziale della questione: in altre parole, l’assenza di ogni volontà di farsi carico di un problema sociale sempre più ingombrante, specialmente nella capitale.

Se non abbiamo dubbi sull’analisi del cosa difendere, qualche perplessità in più sorge quando questa si sposta sul da chi bisogna difendersi. Infatti, il corteo contava tra le sue fila realtà di movimento come quella per il Diritto all’Abitare, Coordinamento Residence in lotta, Degage, sindacati come CGIL, CUB, Si Cobas, Unione Inquilini e Link per gli studenti, l’associazionismo di Arci, Rete dei Numeri Pari, Alterego, A Buon Diritto, mentre i partiti rappresentati erano Potere al Popolo, Rifondazione comunista, Sinistra italiana e il Partito democratico.

Ora, a leggere questa composizione che neanche Repubblica può esimersi dal definire come «allargata»[1], se non si cade dalla sedia, si hanno almeno due problemi: il primo è di memoria, il secondo è di prospettiva. Il messaggio politico è, qui, molto chiaro: il nemico è il governo giallo-verde, dalla versione separata comunale a quella congiunta nazionale. Tutto giusto, sì, tanto quanto miope.

Per il primo problema, la linea di continuità che unisce l’amministrazione piddina con quella odierna è evidente nei suoi aspetti più reazionari e repressivi. Non c’è cambiamento tra i lager libici e la chiusura dei porti, tra il daspo urbano e il blocco stradale come reato penale, tra la social card il non reddito di cittadinanza, tra i voucher e… i voucher. Perciò, accettare una piazza con i soggetti che sono stati assoluti protagonisti della mattanza sociale, almeno a partire dalla crisi del 2008, significa rassegnarsi a una dipendenza di carattere sia materiale che politica. Ed eccoci, dunque, già nel secondo corno della questione: il limite della “sinistra” risiede nella mancanza di qualsivoglia prospettiva di rottura non solo con le politiche liberiste dettate dalla borghesia europea, che oggi ha la forma dei Trattati europei, ma anche da quelle rappresentazioni con cui questa borghesia si esprime sul territorio nazionale.

Il Partito democratico; i Liberi e uguali della situazione, a seconda della tornata elettorale; i sindacati concertativi; il mondo dell’associazionismo, da sempre in cerca di quelle briciole buone solo a garantirne l’autoriproduzione; ebbene, tutto ciò è quel morto, ucciso dalle sue stesse mani, da cui ogni forza politica e sociale di alternativa deve rendersi indipendente e in netta opposizione.

Questo quadro sembrerebbe ben recepito dalla compagine di Potere al Popolo, che ha espresso già nel suo statuto un significativo cambio di rotta rispetto alle logiche di opposizione “da sinistra” che si sono perpetrate nell’ultimo ventennio. In quest’ottica, la presenza al corteo di ieri appare allora come l’iniziale incertezza di un corpo di certo ancora giovane, a cui talvolta può mancare la sicurezza necessaria per poter iniziare il lungo cammino che lo attende autonomamente con le proprie gambe.

In definitiva, per rientrare nel merito della questione in oggetto, il diritto all’abitare è, sì, uno di quei diritti che vanno difesi, come disse Malcom X, by any means necessary, con ogni mezzo necessario, ma a ciò bisogna aggiungere che questa difesa, altrettanto necessariamente, non può essere praticata in compagnia di chiunque, previo l’annullamento di ogni possibilità di vittoria.

[1] Da qui:

https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/10/13/news/_diritto_all_abitare_stop_sfratti_e_sgomberi_in_centro_sfilano_movimenti_e_associazioni-208864768/

Giovani a sud della crisi, il libro.

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Introduzione: i giovani, una questione non solo giovanile

Sono ormai dieci anni che qualunque testo di politica, sociologia o economia, deve necessariamente includere nelle prime righe dell’introduzione il conteggio degli anni di crisi. Dieci anni in cui ogni analisi è stata necessariamente mossa alla luce di una crisi «sistemica» del capitalismo, un periodo di recessione pari solo a quello del 1929 o seguito alla devastazione della Seconda Guerra Mondiale; dieci anni che hanno visto crolli bancari, la crisi dei mutui e la gente buttata fuori dalle proprie case, l’aumento senza precedenti della disuguaglianza, il risorgere della povertà assoluta nei paesi «sviluppati» dell’Occidente, la fine del sogno della «convergenza» tra i paesi europei più ricchi e quelli più poveri. E per fare fronte a tutto questo i governi hanno risposto con politiche che hanno ulteriormente sviluppato questi problemi: austerità, tagli allo stato sociale, dalla scuola alla sanità alle pensioni, precarizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e svendita del patrimonio pubblico.

Se da un lato la situazione socio-economica rimane drammatica per larghe fasce dei settori popolari, non si può non notare come l’economia europea stia entrando in una fase diversa, benché molto instabile. Anche i paesi che hanno sofferto maggiormente cominciano a mostrare segni di ripresa. Fra i paesi mediterranei Spagna e Portogallo mostrano in particolare segni di dinamismo, ma addirittura l’Italia ha cominciato a mostrare dei timidi segnali di ripresa. Per conto suo la Grecia ha appena visto i funzionari della Troika andarsene dopo un vero e proprio commissariamento durato otto anni, benché rimanga legata ai pesanti vincoli post-memorandum.

Finita la crisi usciamo dunque finalmente dall’incubo? Stiamo veramente vedendo «la luce in fondo al tunnel»? Se alcuni indicatori (il PIL, l’occupazione, gli investimenti…) stanno tornando faticosamente ai livelli pre-crisi, la società non è tornata a essere quella del 2007, così come non sono uguali i rapporti economici e di produzione, la situazione geopolitica e le alleanze internazionali. In dieci anni di crisi sono stati triturati partiti politici europei con una storia centenaria e ne sono sorti dei nuovi, per cui neanche l’agone politico è più quello di prima. Dopo la fase di compromesso keynesiano post-seconda guerra mondiale e il quarantennio di neoliberismo inaugurato da Thatcher e Reagan, potremmo stare entrando in una nuova fase storica del capitalismo.

Mentre molti dei caratteri specifici di questo periodo saranno più chiari solo con un attento e continuo studio, alcune caratteristiche sono già evidenti e al centro del dibattito economico-politico: l’accentuarsi della competizione globale fra macro-blocchi imperialisti o aspiranti tali, che comporta l’incrinatura della storica alleanza USA-UE e il rischio, sempre meno latente, di una guerra dei dazi che interrompa l’avanzamento apparentemente implacabile del libero commercio; le guerre asimmetriche che si avvicinano sempre più ai confini europei (vedi la Libia, ma soprattutto l’Ucraina) portate avanti con uno spregiudicato schema di alleanze a geometria variabili, dove il tuo alleato di ieri può diventare immediatamente tuo nemico (si veda il calderone della Siria); l’apertura di una frattura politica sempre più forte tra elitaristi e populisti che si affianca e sembra soppiantare la storica divisione tra destra e sinistra (o tra popolari e socialdemocratici, entrambi finiti pienamente nel primo schieramento); la catena produttiva del valore, che da una parte diventa sempre più frammentata, mentre aumenta sempre di più l’importanza della velocità di circolazione e di valorizzazione, e quindi la strategicità del settore della logistica; il lavoro che non è tornato alla condizione del 2007, ma oltre, addirittura a quello di inizio ‘900, pagato a cottimo, estremamente ricattabile fi no al licenziamento immediato, con sempre maggiori ostacoli alla sindacalizzazione.

Basti pensare alla situazione italiana: se è vero che a livello quantitativo l’occupazione è tornata a quella pre-crisi, a livello qualitativo si è osservato un progressivo spostamento della struttura occupazionale verso lavori precari e malpagati, mentre le istituzioni a difesa del lavoratore sono state progressivamente smantellate.

L’analisi della realtà, che deve sempre andare di pari passo con la lotta per la trasformazione sociale, deve tenere conto di questo periodo di transizione, partendo dal tentativo di capire quali sono stati i caratteri temporanei della fase che si sta concludendo, e quali invece sono diventati strutturali, e con i quali quindi continueremo a confrontarci nel prossimo, sul piano teorico come su quello dell’agire politico. La cornice dell’austerità, pur valido strumento analitico per il periodo della recessione, non basta più per descrivere l’attuale fase che l’economia europea attraversa.

Se da un lato i vincoli sui conti pubblici rimangono pressanti (basti pensare allo scontro all’interno della compagine governativa fra il ministro Tria e Salvini e Di Maio), dall’altro la crescita elettorale in tutta Europa di forze euroscettiche ha portato le élite europee ad un cambio di strategia. Non si tratta solo delle tardive ammissioni di colpa sul disastro greco, come quelle pronunciate dall’ex capo dell’Eurogruppo Jerome Dijsselbloem, ma anche di cambiamenti più concreti.

E così ecco le raccomandazioni della Commissione Europea negli ultimi anni dirette a Germania e Olanda ad usare più spesa pubblica per far crescere l’anemica domanda interna e fare da traino al resto dell’economia europea. Ecco il «Piano Juncker» di investimenti per rilanciare la crescita del continente. Si tratta, come notava cinicamente un editorialista del Wall Street Journal nel 2016, di «corrompere le rivolte contadine» con maggiore spesa pubblica.

Si noti però che siamo ben lontani da un ritorno ad un keynesismo fuori tempo massimo. Nella visione della Commissione UE gli investimenti del piano Juncker si accompagnano a riforme del mercato del lavoro e dei prodotti, con un’ulteriore spinta verso le liberalizzazioni. Si tratta piuttosto di un tentativo di ristrutturazione dell’economia europea per renderla maggiormente competitiva nei confronti di altre macro-aree come gli USA, tanto più che oggi i rapporti con l’ex alleato americano sono ai minimi storici.

In questo senso, l’UE non rappresenta una forma superiore di democrazia sovranazionale, bensì lo strumento per avanzare gli interessi del blocco egemonico del capitale europeo. E non si parla dunque nemmeno di un aumento di spesa pubblica generalizzato, ma di investimenti mirati di cui riescono ad avvantaggiarsi solo alcuni poli competitivi, lasciando indietro altri.

Questo è quanto sta accadendo ad esempio nell’università italiana: dopo anni di austerità che hanno visto pesantissimi tagli al finanziamento statale all’istruzione universitaria, il livello di fondo di finanziamento ordinario è tornato quasi a livelli pre-crisi. Nel frattempo sono stati però istituti meccanismi di competizione fra università basati su presunte logiche meritocratiche per cui ad avvantaggiarsi dell’aumento dei fondi sono principalmente alcuni poli universitari di «serie A», sempre più internazionalizzati e proiettati su una dimensione europea, mentre il resto dell’università vede diminuire fondi e iscritti.

Questo tipo di dinamiche centro-periferie si osserva sia su scala nazionale che su scala europea. Benché, come ricordato nell’incipit, negli ultimi anni i paesi mediterranei siano tornati lentamente a crescere, la crisi ha accelerato gli squilibri del processo di integrazione europeo che erano stati nascosti dall’euforia finanziaria che aveva fatto seguito all’introduzione dell’euro. Mentre le economie del centro produttivo a trazione tedesca si sono progressivamente specializzate nella produzione e l’export di beni ad alto valore aggiunto, le economie del sud Europa si sono progressivamente spostate in basso nella catena del valore, trovandosi a competere sul costo del lavoro.

Sintomo di questi squilibri sono le dinamiche migratorie inter-europee, dove l’emigrazione dai paesi mediterranei verso l’Europa «core» rimane alta nonostante la ripresa, o meglio a causa delle sue caratteristiche.

A corollario delle politiche di investimento per rilanciare la competitività europea, le élite continentali hanno aggiunto un progressivo indurimento delle politiche migratorie. Basti pensare al vergognoso accordo con la Libia per trattenere i migranti in campi di detenzione, o alle condizioni disumane dei campi in Grecia. In risposta alla crescente popolarità della destra xenofoba, Il controllo delle frontiere continentali è stato progressivamente «europeizzato», tant’è che di recente Juncker ha proposto il rafforzamento della forza di polizia di costiera europea.

Così si dimostra la genesi delle attuali forze politiche in campo in Europa: la grande coalizione tra socialdemocratici e liberali ha compiuto scelte strategiche che oggi i supposti anti-europeisti della destra nazionalista cavalcano tatticamente per costruirsi l’identità dell’unica opposizione possibile ma pur sempre meno pericolosa di chi invoca la trasformazione sociale nel nome di altri interessi di classe, ragione ultima per cui l’ampio fronte lepenista ha trovato tanto spazio a propria disposizione. Ci è sembrato quindi opportuno tirare le fila dei punti politici che hanno contraddistinto tutta la riflessione di Noi Restiamo, metterli a sistema per capire il quadro in cui ci troviamo e da cui siamo tenuti a ripartire: l’istruzione, il lavoro, l’emigrazione, il rapporto città-metropoli-periferie, il divario nord/sud sia europeo che italiano, l’antifascismo e la repressione.

Un quadro sicuramente ampio e, non abbiamo paura di dirlo, complesso, e che per queste ragioni abbiamo sentito il bisogno di affrontare insieme ad altre realtà politiche, fino alla realizzazione nella scorsa primavera dell’assemblea Giovani a sud della crisi, da cui questo libro, all’interno delCollision Fest.

C’è un’ulteriore questione che collega i nostri punti con i compagni e le compagne insieme a cui questo libro è stato scritto: la questione giovanile. Per quanto Noi Restiamo nasca come un’organizzazione giovanile, non si è certo rinchiusa in questa categoria, affrontando anche temi non direttamente riconducibili alla condizione generazionale, ma spaziando fino a grandi discussioni di carattere maggiormente teorico, affiancandosi in certe riflessione e pubblicazioni ad altre organizzazioni, dalla Rete dei Comunisti sulla teoria marxista e l’antimperialismo, all’Unione Sindacale di Base su alcune riflessioni sulla disoccupazione tecnologica e i possibili strumenti con cui rispondere, fino alla discussione su immigrazione/emigrazione all’interno della piattaforma Eurostop. La natura «giovanile» delle organizzazioni che hanno contribuito a questo libro nasce dunque non tanto da una generica affinità anagrafica, ma proprio dai contenuti e dalla chiave di lettura di questa pubblicazione.

I punti di cui sopra infatti sono affrontati con la lente particolare della questione giovanile perché i grandi cambiamenti economico-sociali, e soprattutto le «riforme» imposte dalla politica, hanno impattato in maniera fortissima proprio queste fasce della popolazione. Crediamo che questo non sia successo per caso, e raccogliere la sfida di comprendere la logica dietro a queste trasformazioni possa servire proprio a capire su quali pilastri la nostra controparte abbia impostato il proprio progetto per gestire la transizione alla prossima fase.

Se infatti tutte le fasce anagrafiche che sono state attaccate dalla crisi e dalle riforme, tra cui la legge Fornero e il Jobs Act, il loro effetto strutturale parte sempre dai giovani, che subiscono «l’intasamento» del mercato del lavoro causato dall’innalzamento dell’età pensionabile e al tempo stesso soffrono maggiormente quando in questo riescono a entrare, a causa dell’indebolimento sulla disciplina dei licenziamenti, che aumenta ulteriormente la divisione fra il lavoro garantito e quello precario. Un effetto strutturale ancora leggibile nel tasso di disoccupazione giovanile che rimane alto, così come quello dell’emigrazione.

Ma c’è inoltre l’altro lato della questione giovanile, quello che ribalta i ragazzi da oggetto degli attacchi politici a soggetto politico, soggetto che con tutti i problemi e le contraddizioni di trovarsi ad agire in un periodo storico fortemente apolitico e individualista (certamente, una delle maggiori vittorie dei nostri nemici), prova e tenta di reagire.

L’ha dimostrato nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, di cui molti politologi hanno notato l’impronta generazionale, di una percentuale altissima di under 30 che ha bocciato la «controriforma» voluta da Renzi, dando una risposta piuttosto chiara alla chiamata della vuota retorica alla «rottamazione», al «nuovo», al «andare avanti» a tutti i costi, ovunque si vada, avendo forse capito, o quantomeno intuito, che la direzione in cui il PD voleva muovere le istituzione italiane non era altro che un’ulteriore stretta in senso elitario. E la stessa intuizione ha preso la forma, non certo felice per noi ma non per questo incomprensibile o risibile, alle elezioni del 4 marzo di un voto giovanile che è scappato a gambe levate dai partiti «storici» per cercare soluzioni e risposte nel M5S o nella Lega, in mancanza di una vera alternativa, quella che spetta a noi organizzare e costruire.

Ma nello stesso tempo, sono sempre stati le ragazze e i ragazzi a dare impulso prima, e spina dorsale poi, a quel progetto di rappresentanza politica del nostro blocco sociale che ha preso forma nell’esperimento di Potere al Popolo. Ed è anche da queste considerazioni prettamente politiche che prende la traccia questo libro.

Abbiamo subito la crisi e l’attacco padronale e politico, ma non siamo crollati completamente nel conflitto ideologico, e ci sono tutti i segnali per cui una risposta giovanile è possibile, se a partire da noi comunisti riusciamo a mettere in campo teorie e analisi forti che possano servire alla costruzione e all’organizzazione politica necessaria al cambiamento sociale. Per fare questo, occorre mettere al centro il tema della rottura della gabbia dell’Unione Europea, essendo però capaci di declinare questa parola d’ordine in senso internazionalista, prendendo a modello le migliori esperienze come quelle sudamericane.

Non dobbiamo ricadere né in nostalgie patriottarde impossibili per chi voglia praticare la trasformazione sociale in un paese in cui la propria classe dirigente nazionale ben conosce i propri interessi e da un secolo e mezzo li amministra con il tallone di ferro dentro e fuori i propri confini, né in retoriche altre-europeiste che fanno il gioco di chi sta costruendo l’assetto comunitario senza possibilità di revisione alcuna.

Sommario

1. Introduzione: i giovani, una questione non solo giovanile 9
2. La nuova programmazione della conoscenza superiore 15

1. Introduzione: una questione di competitività
2. Prima di cominciare, il programma Europe 2020
2. 1. I 5 obiettivi che l’UE è chiamata a raggiungere entro il 2020
2. 2. Quali sono quindi le caratteristiche di questi obiettivi?
2. 3. Che conclusioni possiamo trarre?
3. L’ottavo Programma Quadro: Horizon 2020
3. 1. Introduzione
3. 2. La struttura
3. 3. L’European Reaserch Council (ERC)
3. 4. Marie Cuire Actions
4. L’orizzonte dell’Europa
5. R&S in Italia
5. 1. Alcuni dati da cui partire
5. 2. ll Programma Nazionale per la Ricerca (PNR)
5. 3. I fondi pubblici destinati alla R&S in Italia
5. 4. Conclusioni: cogliere la palla al balzo

3. La situazione universitaria fra Italia, Germania e Spagna 61

1. Introduzione
1. 1. L’università italiana e le sue riforme negli ultimi vent’anni
1. 2. La legge Ruberti del 1990
1. 3. La «Bozza Martinotti»
1. 4. La legge Zecchino-Berlinguer
1. 5. La legge Moratti
1. 6. La Riforma Gelmini
1. 7. La Buona Scuola del governo Renzi
2. Le riforme europee sul mondo della formazione
3. Confronto fra università europee: Italia, Spagna, Germania
Fonti

4. Il mercato del (non) lavoro giovanile 

1. Introduzione
2. Occupati, disoccupati o inattivi?
3. Diff erenze generali occupazione-disoccupazione tra paesi PIGS e core
3.1. Occupazione-disoccupazione giovanile generale
4. Occupati forse, ma in che modo?
4.1. Crescita dei contatti a termine
4.2. Il fenomeno dei «working poors»
5. Breve focus sulla situazione del mercato del lavoro in Italia
6. Se la disoccupazione non basta più: NEET
7. Garanzia Giovani: storia di un fallimento annunciato
7.1. Introduzione e obiettivi
7.2. Costi e risultati: un totale fallimento per i giovani, un successo per le aziende

5. Dinamiche migratorie fra centro e periferia europea 

1. Introduzione
2. La situazione nei paesi PIGS
2. 1. Italia
2. 2.  Grecia
2. 3. Spagna
2. 4. Portogallo
3. I Paesi «core»
3. 1. Germania
3. 2. Olanda
Fonti

6. Giovani a sud del sud della crisi 163 
CAU Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

7. Un’unica lotta contro austerità, repressione e fascismo 
Collettivo Laika – Grosseto

1. Breve presentazione dell’attività del Collettivo Laika e del suo contesto di riferimento
2. L’utilizzo delle forze fasciste a tutela della capitale europeo

8. L’università e la città 
Collettivo Politico Porco Rosso – Siena 

1. L’università come strumento piegato alla riproduzione capitalistica
2. La città-vetrina
3. Dallo stato sociale allo stato penale

9. Contro il ricatto del debito pubblico
Coniare Rivolta – Roma 

10. Report assemblea Giovani a Sud della crisi 

1. Interventi
2. Interventi internazionali
3. Conclusioni

Per contatti e informazioni: noirestiamo.org / noirestiamo@gmail.com / Fb: Noi Restiamo