IL PROFITTO NON SARÀ LA CURA. CAMPAGNA E RACCOLTA FIRME PER LA SALUTE MENTALE A UNIPA

Il diritto alla salute mentale è una componente imprescindibile del percorso di vita e universitario di ciascuna studentessa e di ciascuno studente.
Questo presupposto si scontra con i dati della realtà: secondo l’ISTAT ogni anno almeno 200 persone in età universitaria vanno incontro a forme di sofferenza tali da arrivare al suicidio, senza considerare l’allarmante porzione di popolazione studentesca che manifesta sintomi riconducibili a disturbi d’ansia e/o depressivi.
Per contrastare questa tendenza l’università ha il dovere di garantire servizi essenziali quali, in primo luogo, degli spazi di supporto psicologico. Nel nostro Ateneo tale presupposto si articola nella modalità del counseling psicologico che dovrebbe configurarsi come uno spazio di relazione tra studente/ssa e counselor in cui co-costruire obiettivi, modalità e tempi dell’organizzazione creativa della propria vita e della propria carriera universitaria.
Nei fatti, però, le testimonianze acquisite nei nostri spazi di aggregazione e tramite un sondaggio pubblico e anonimo distribuito digitalmente, fanno emergere le numerose criticità di questo sistema, che noi riconosciamo nei seguenti punti:
– Insufficiente comunicazione dell’esistenza di questo servizio, come dimostra il fatto che su un campione in evoluzione numerica (≃200 studenti) una consistente componente studentesca (58%) risulta del tutto ignara dell’esistenza del suddetto servizio al momento precedente all’esposizione al sondaggio.
– L’elevata variabilità dei tempi di risposta e presa in carico delle richieste inoltrate (da un 30% di studenti richiedenti che non ha MAI ricevuto risposta a un 11% che l’ha ricevuta dopo qualche settimana).
– Mancanza di una struttura organizzativa che assicuri regolarità e puntualità degli incontri, con un 55% di studenti, che ne hanno usufruito, che lamentano incontri troppo brevi, dilazionati nel tempo in maniera confusa e poco coordinata ed un mancato rispetto degli orari prefissati.
– La scarsa aderenza del servizio alle necessità degli studenti, con un 60% di questi che si dichiara insoddisfatto o poco soddisfatto dell’aiuto ricevuto, che risultava totalmente permeato da logiche aziendali e meritocratiche come di “profitto accademico”.
I dati quantitativi raccolti danno adito a numerose riflessioni che principiano in seno alla struttura profonda della ‘’università neoliberale” e si espandono nella critica ai numerosi e fallimentari tentativi di questo sistema di arginare o risolvere le contraddizioni che naturalmente produce. Lo studente nel mondo dell’alta formazione attuale è chiamato non tanto a costruire criticamente e creativamente il proprio pensiero e il proprio futuro, quanto piuttosto a reinventarsi come “imprenditore di se stesso”, costantemente in competizione con l’altro in una corsa al traguardo numerico, calcolato, calato e imposto mediante strumenti di sfarinatura del sapere, come i CFU, che diventano l’unico criterio tangibile non tanto dell’acquisizione del sapere stesso ma del “successo” dell’individuo nel sistema. La pressione esercitata dal processo di acquisizione dei CFU, inoltre, si stratifica in componenti tanto psicologiche quanto materiali che, a cascata, coinvolgono preoccupazioni per il mantenimento della borsa di studio, per la possibilità di disporre di servizi abitativi adeguati, di fruire di un pasto alla mensa. Questo testimonia eloquentemente che il ricatto psicologico, ancora una volta, è strettamente connesso ad un ricatto economico insito nel sistema universitario neoliberale.
Inoltre, lo studente non solo è totalmente assoggettato all’aziendalizzazione del mondo accademico nella pragmaticità del suo percorso universitario, ma anche nella percezione della propria persona: il farsi “imprenditore”, infatti, richiama uno specifico lessico che pervade non solo la definizione degli spazi, dei tempi e delle attività dell’individuo ma anche l’immagine che questo ha di se stesso. Ciò determina che i giudizi di valore che gli studenti e le studentesse riservano al loro percorso accademico si sovrappongono a quelli che invece indirizzano alla loro persona globalmente. Così il profitto, il successo e la conformità diventano aspetti nucleari della individualità e collettività studentesca, andando a plasmare non solo i rapporti interpersonali con gli altri ma anche quelli con la propria interiorità.
A tal riguardo, dunque, la sofferenza psicologica di cui si fa esperienza – sebbene maturi da contesti e realtà uniche e differenti tra loro – non può essere considerata disgiunta da un sistema universitario che sempre più frequentemente ne è catalizzatore, in quanto direttamente inserito nel tessuto produttivo, economico e politico del mondo attuale che si tinge drammaticamente dei toni della crisi e della guerra. Le sempre più evidenti connessioni tra il disagio psicologico (dall’ansia transitoria al suicidio) e le componenti intrinseche del modello accademico dominante sono riscontrabili nel diffuso terrore per gli esami e per il giudizio che da questi deriva in termini di fallimento esistenziale, così come nel senso di isolamento, nelle difficoltà relazionali e nell’impossibilità di percepire il proprio percorso universitario come parte coerente e integrata della propria vita.
Ciò presuppone, dunque, che la rottura dei legami che lo studente intreccia coi significati esistenziali individuali e collettivi non possa essere affrontata in virtù di un assetto metodologico ed epistemologico improntato a leggere le frizioni interiori e interpersonali come fallimenti dei singoli, slegati dalle criticità prodotte e riprodotte dai sistemi in cui essi sono inseriti. Questa è la soglia che la scientificità ‘’pura’’ e ‘’positiva’’ a sostrato del modello di counseling attuale, che si esclude da una comprensione dei contesti storici, economici, politici, sociali e culturali che attraversano gli individui in ogni fase della loro vita, non intende oltrepassare. In funzione di questo, allo studente si propongono soluzioni non dissimili a quelle proposte al ‘’malato’’, categoria ontologica che abbraccia tutto ciò che non si allinea alle necessità di messa a valore della vita, al fine di riportarlo sui binari della produttività con destinazioni sempre più inglobate dal mercato.
A seguito di questa analisi, risulta evidente la necessità di lanciare un appello che coinvolga e unisca la governance di dipartimento, con tutti i docenti, il personale e la comunità studentesca con le seguenti rivendicazioni:
- Un’impostazione democratica, partecipativa e orizzontale nella costruzione del servizio che renda gli studenti attori protagonisti della definizione dei suoi obiettivi, delle sue modalità e dei suoi risultati, al fine di garantire eventuali correzioni e/o modifiche;
- Che il servizio nella sua struttura essenziale sia scevro da logiche aziendali e meritocratiche, radicalmente incompatibili con una presa in carico adeguata della sofferenza dell’altro, già a partire dai criteri che determinano l’accesso al servizio, al fine di garantire il diritto alla salute mentale, parte imprescindibile del diritto allo studio;
- Maggiori finanziamenti da destinare a servizi essenziali per garantire il benessere e l’integrità della comunità accademica tutta, estinguendo qualsiasi spesa legata, direttamente o indirettamente, all’industria delle armi e della guerra;
- Lo stanziamento immediato dei fondi necessari per il completamento o la realizzazione dei progetti relativi a nuovi sportelli di supporto psicologico.
Gli studenti e le studentesse di Cambiare Rotta
