Dall’assemblea giovanile internazionale e internazionalista contro la leva a Milano: mobilitazione internazionale contro la leva l’8 maggio

Report con fotogallery, link alle registrazioni e relazioni integrali tradotte all’italiano

Sabato 21 marzo a Milano Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato l’assemblea giovanile internazionale e internazionalista “Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo!”, un momento costitutivo che ha riunito in un percorso comune le realtà che si oppongono alla leva militare, al riarmo e alla militarizzazione in Italia, Germania, Francia, Paesi Baschi e Svizzera. L’evento è frutto di un percorso di continuo confronto tra organizzazioni giovanili comuniste a livello europeo avviato da dicembre per affrontare il riarmo europeo e a partire dalle mobilitazioni di massa in Germania contro la reintroduzione della leva militare.Il Bundestag ha infatti approvato il 5 dicembre la proposta formulata dal governo Merz  poche settimane prima per reintrodurre dopo 15 anni il servizio di leva, volontario ma con la possibilità di sorteggiare nuove reclute qualora i volontari non siano abbastanza, lo stesso modello proposto anche dal presidente Macron in Francia e dal ministro della difesa Crosetto qui da noi. Di fronte a questa prospettiva si è prodotta un’agitazione dei giovani tedeschi che non si vedeva da tempo, culminata in due scioperi studenteschi che hanno portato 55 e 50 mila manifestanti nelle piazze di tutto il paese. Il secondo è stato il 5 marzo e ha visto la prima mobilitazione coordinata internazionale, con i presidi organizzati da Cambiare Rotta e OSA presso il Ministero della Difesa e in tutta Italia e analoghe mobilitazioni in Francia.

Riconoscendo la necessità di coordinare e organizzare a livello internazionale la campagna contro la leva e il riarmo europeo, per far fronte più efficacemente a una politica imposta da entità sovranazionali come la NATO e l’Unione Europea, sei organizzazioni hanno chiamato collettivamente un’assemblea pubblica che si è tenuta questo sabato 21 marzo a Milano: Cambiare Rotta e OSA dall’Italia, Aktion gegen Krieg und Militarisierung (AKM) dalla Germania, Jeunesse Communiste dalla Francia, Gatze Koordinadora Sozialista (GKS) dai Paesi Baschi e Young Struggle, organizzazione internazionale presente sia in Germania che in Francia. A questi soggetti si sono unite molte altre realtà che hanno animato l’assemblea a Milano e che hanno deciso di aderire alla campagna “Noi non ci arruoliamo!” lanciata questo sabato con un appuntamento mobilitativo comune verso cui lavorare: l’8 maggio, anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale e della vittoria sul fascismo, sarà giornata di mobilitazione internazionale contro leva militare, riarmo e militarizzazione.

L’incontro internazionale è stato inaugurato venerdì sera con un momento di ricordo della Strage di Piazza Fontana, evento importante della storia politica di Milano ed esemplificazione della violenza con cui la NATO e i diversi Stati hanno represso la lotta di classe in Europa, avvalendosi anche di manovalanza fascista. I giovani italiani e internazionali sono andati a deporre fiori alla lapide per le vittime.

L’assemblea vera e propria si è tenuta sabato nelle aule dell’università Bicocca, strutturata in due sessioni intervallate dal pranzo. L’intervento introduttivo di Cambiare Rotta, qui riportato per intero, ha proposto di continuare a organizzare i giovani contro la leva, il riarmo e la militarizzazione costituendo una campagna internazionale “Noi non ci arruoliamo!” e ha presentato la data dell’8 maggio come momento di mobilitazione comune, una data simbolica per rappresentare l’opposizione della gioventù europea al ripresentarsi di una prospettiva di guerra e il rifiuto di andare a combattere per alleanze genocide, guerrafondaie e imperialiste come l’Unione Europea e la NATO. Un passaggio mobilitativo di questo tipo è necessario per costituire davvero una campagna di lotta internazionale e non limitarsi a un forum in cui scambiare analisi sulle criticità del riarmo europeo, ma soprattutto una mobilitazione internazionale è un attacco forte diretto all’UE che può effettivamente metterla in difficoltà nel portare avanti politiche comunitarie belliciste. La data dell’8 maggio è poi simbolica in quanto 81esimo anniversario della resa della Germania nazista e della fine della Seconda Guerra Mondiale nell’Europa liberata anzitutto dall’Armata Rossa.

La giornata si inserisce così anche all’interno della battaglia ideologica con il revisionismo storico dell’UE, che 18 anni fa ha istituito la Giornata dell’Europa il 9 maggio, nel tentativo di contrastare il Giorno della Vittoria e contrastare la memoria storica della vittoria dell’Armata Rossa sul fascismo e della liberazione del nostro continente.

Le relazioni delle altre realtà organizzatrici, anch’esse qui riportate per intero, hanno sviluppato nel corso della mattina un confronto vivace sulla fase storica, la funzione della guerra per l’imperialismo occidentale e le ricadute sulla gioventù europea.

La data del 21 marzo ha coinciso anche con la Giornata Internazionale di Solidarietà con Cuba e l’arrivo nell’isola del Nuestra America Convoy, che ha portato attivisti e rappresentanti di forze politiche e sociali di tutto il mondo a l’Avana per dare il proprio sostegno a Cuba socialista strangolata oggi più che mai dal blocco criminale dei commerci imposto dagli USA. Gli organizzatori e i partecipanti dell’assemblea a Milano hanno tutti espresso la propria solidarietà e complicità con Cuba e il suo processo rivoluzionario, esempio impareggiabile di internazionalismo e di antimperialismo attraverso le missioni mediche inviate in tutto il mondo, anche qui in Italia, e la resilienza nel non fare un passo indietro di fronte alle minacce dell’imperialismo, crescendo nel socialismo nonostante i tentativi degli Stati Uniti di schiacciare Cuba e di affamare il suo popolo con il blocco dei commerci.

Le realtà organizzatrici avevano già ribadito il proprio supporto a Cuba in un comunicato congiunto pubblicato la mattina di venerdì, alla vigilia dell’assemblea. La sessione pomeridiana è stata aperta da un intervento della delegata di Cambiare Rotta a Cuba, direttamente dall’Istituto Cubano per l’Amicizia tra i Popoli, dove il presidente Diaz Canel ha incontrato i membri del Nuestra America Convoy. Anche il Consolato Generale di Cuba a Milano ha partecipato all’assemblea, raccogliendo gli applausi e la solidarietà dei presenti al grido di “Giù le mani da Cuba socialista!”. All’ingresso della sede universitaria è stato attivo per tutta la giornata un punto di raccolta fondi e medicinali per Cuba, organizzato da Cambiare Rotta.

La sessione pomeridiana è stata fittissima, con la partecipazione dell’Unione Sindacale di Base, di Potere al Popolo e dell’Osservatorio contro la militarizzazione di scuole e università, oltre alla Gioventù Comunista Svizzera, ai giovani tedeschi di Freie Deutsche Jugend, Internationale Jugend, Pride Rebellion e Schule gegen Krieg e al Collettivo Autorganizzato Universitario di Torino. I partecipanti hanno portato il proprio contributo, tradotto in inglese e in italiano, mettendo in comune ragionamenti ed esperienze per dotare il movimento internazionale degli strumenti per combattere la leva militare, il riarmo, l’Unione Europea e la NATO. Al termine dell’assemblea è stata redatta una dichiarazione congiunta, riportata per intero in fondo alla pagina, che stabilisce gli obiettivi della campagna “Noi non ci arruoliamo!” e la piattaforma rivendicativa della mobilitazione internazionale dell’8 maggio: lotta alla leva, al riarmo e all’esercito europeo, per l’uscita dalla NATO e da qualunque guerra e la fine della complicità con Israele, promuovendo invece la solidarietà internazionalista con Cuba e con tutti i popoli del mondo sotto attacco dall’imperialismo occidentale.

Domenica si è tenuto un momento di confronto e discussione interno a “Noi non ci arruoliamo!”. Le organizzazioni giovanili che hanno organizzato o partecipato all’assemblea si sono riunite per preparare i prossimi passi e strutturare la campagna efficacemente in modo da poter reggere la sfida che hanno lanciato alla NATO e all’Unione Europea sul tema della leva e del riarmo, che avrà il primo momento di verifica nelle piazze di tutto il continente l’8 maggio.

Registrazioni dell’assemblea:
click: mattina / pomeriggio

Interventi della sessione mattutina

Cambiare Rotta

Se siamo qui oggi è in risposta alla tendenza generale alla guerra che si è fatta sentire sempre più forte con l’accelerata imposta negli ultimi mesi dagli Stati Uniti ma anche dai paesi dell’Unione Europea. Al genocidio dei palestinesi, in cui i paesi occidentali non sono solo complici bensì attivamente partecipi e di cui sono pienamente responsabili, si sono aggiunti in rapida successione l’attacco militare degli USA al Venezuela bolivariano e il rapimento del legittimo presidente Nicolas Maduro Moros e della prima combattente Cilia Flores, la guerra criminale di aggressione scatenata il 28 febbraio contro Iran e Libano da Stati Uniti e Israele e l’assedio di Cuba socialista, a cui oggi gli Stati Uniti stanno negando ogni scambio con l’esterno, impedendo l’ingresso di carburante e medicine. Il popolo cubano, di fronte a questo crimine contro l’umanità, sta resistendo con forza. Oggi stesso all’Avana ci sarà una manifestazione di popolo contro l’aggressione statunitense, come se ne sono susseguite molte negli ultimi mesi. Oggi è anche una giornata importante per la solidarietà internazionale con Cuba, essendo il giorno di arrivo del Nuestra America Convoy e della Nuestra America Flotilla, a cui partecipiamo. Per questo vorrei dedicare questa assemblea a Cuba e alla Rivoluzione Cubana che resiste.

La violenza estrema che l’imperialismo sta mostrando non è né incidentale né frutto di una follia collettiva delle nostre classi dominanti, bensì la via di uscita che il capitale occidentale ha individuato di fronte a una doppia crisi. Innanzitutto la caduta del mondo unipolare in cui spadroneggiava l’imperialismo statunitense e occidentale, da cui consegue una necessità di imporre con la forza gli interessi imperialisti sfruttando al massimo la supremazia militare e la capacità di proiezione nei teatri di guerra in giro per il mondo per mantenere e riacquisire le proprie colonie. Inoltre oggi l’occidente affronta una crisi di accumulazione del capitale: la sua eccessiva concentrazione riduce i margini di profitto, ovverosia ne rallenta la crescita, e ciò conduce alla ricerca spasmodica di nuovi spazi di valorizzazione, di nuovi modi di far riprodurre il capitale. Ed ecco che si va a tagliare la spesa sociale, a ridurre il salario reale, ma soprattutto a investire tutto nel riarmo, nella produzione di merci che si possono accumulare all’infinito e il cui fine è la loro distruzione. Così il riarmo e la guerra diventano non solo strumenti dell’imperialismo ma fine a sé stessi.

Questa strategia del riarmo per risollevare l’economia in crisi con le commesse statali, una forma di keynesismo militare, viene rivendicata apertamente dalla nostra classe dirigente. Ad esempio il Rapporto Draghi del 2024 prescriveva investimenti di centinaia di milioni nell’industria militare per rilanciare il settore industriale europeo. Gli investimenti di oggi lo hanno ampiamente superato, muovendosi sulle decine di miliardi. Ma in realtà si spingeva un po’ più in là, proponendo il riarmo e la costituzione di un esercito comune come lo strumento per rafforzare l’Unione Europea come attore geopolitico e, implicitamente, come potenza imperialista. L’utilizzo della guerra come strumento per rafforzare l’Unione Europea non dovrebbe sorprendere: la guerra è infatti sempre stata elemento costitutivo dell’UE, basta pensare all’aggressione contro la Jugoslavia nel 1999, le modalità di partecipazione alla quale furono discusse all’interno delle trattative per l’introduzione dell’euro.

Le politiche di guerra e riarmo portate avanti da NATO, Unione Europea e governi nazionali non si limitano ad avere una ricaduta immediata sui popoli del Sud Globale che subiscono tutta la violenza e la barbarie dell’occidente imperialista, che si ritiene il faro di civiltà pur avendo ormai gettato la maschera con gli orrori compiuti negli ultimi anni e più di ogni altra cosa partecipando a Gaza al primo genocidio in diretta della Storia. A subire conseguenze immediate delle politiche di guerra sono anche le classi popolari e le giovani generazioni qui in Europa Occidentale, dove lo stato sociale sta venendo definitivamente smantellato per fare spazio alla crescente spesa militare e il capitale, alla ricerca di nuovi margini di profitto, sta divorando progressivamente ogni possibilità di un lavoro dignitoso e stabile, per la disperazione di un’intera generazione. La militarizzazione della società, sempre più visibile, comporta un restringimento degli spazi di democrazia, poiché con la scusa della minaccia esterna da cui difenderci si apre la caccia al nemico interno, con leggi repressive e operazioni di polizia, in modo da prevenire o contrastare i movimenti contro la mattanza sociale, la guerra e il genocidio, come è stato il “Blocchiamo tutto” di quest’autunno, che in Italia ha portato un milione e mezzo di persone in piazza a Roma il 4 ottobre per reclamare la fine di ogni complicità con Israele. La nostra generazione si vede quindi presentato un futuro di precarietà, guerra e devastazione. Il quadro è completato nel momento in cui per la guerra servono uomini e ritornano le proposte di leva militare, per reclutare i giovani cui si sta levando un futuro e mandarli a morire e uccidere quei popoli che, al di fuori del “primo mondo”, decidono di costruire un proprio futuro non asservito agli interessi dell’imperialismo.

Ma i giovani hanno dato un netto segnale di rifiuto. Le oceaniche mobilitazioni internazionaliste al fianco della Palestina hanno mostrato chiaramente che i popoli e i giovani non credono più ciecamente alla propaganda dei nostri governi occidentali, che si riconoscono nella lotta di liberazione nazionale e sono più che pronti a mettersi in gioco con spirito internazionalista. Sono state un passaggio fondamentale in cui i giovani di tutto il mondo hanno lottato per una causa comune, per la solidarietà fra i popoli e contro l’imperialismo di Stati Uniti e Israele. Un nuovo segnale è arrivato dagli scioperi studenteschi di massa contro la leva militare in Germania. I giovani in guerra non ci vogliono andare. Noi non ci arruoliamo, rifiutiamo la guerra e saremo sempre al fianco di quei popoli che subiscono gli attacchi dell’imperialismo nel tentativo di forgiare il proprio futuro. È giunto il momento di organizzarci a livello internazionale per dare una degna risposta alle classi dominanti che vogliono portarci in guerra e per affrontare direttamente la NATO e l’Unione Europea. Per questo siamo qui oggi in quest’assemblea così piena e per questo è necessario costruire un percorso duraturo di confronto e di collaborazione anche pratica tra giovani in tutta Europa. “Noi non ci arruoliamo” è il titolo di quest’assemblea me deve essere lo slogan della gioventù che rifiuta la guerra e di un percorso di mobilitazione congiunta e coordinata a livello internazionale, da costruire attraverso un continuo confronto aperto fra organizzazioni, sull’analisi e sugli obiettivi da perseguire. Dobbiamo metterci in condizione come giovani europei di affrontare i tentativi di reintroduzione della leva militare e tutte le sfide che l’oggettività ci presenterà. Il prossimo 8 maggio, nell’anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, scendiamo in piazza in tutta Europa per gridare che non vogliamo essere nuovamente trascinati in guerra, ancora una volta da una coalizione genocida e ancora una volta per gli interessi del grande capitale europeo e occidentale. Celebriamo la vittoria della guerra da parte della gloriosa Armata Rossa, dei partigiani e dei paesi alleati, rifiutiamo i tentativi di cancellare quella data da parte dell’Unione Europea e anzi rendiamola viva come il giorno in cui i giovani europei si mobilitano uniti contro la leva, il riarmo e la militarizzazione.

OSA – Opposizione studentesca d’Alternativa

Prima di tutto, come Opposizione Studentesca d’Alternativa salutiamo dall’Italia i compagni delle organizzazioni giovanili oggi presenti: la nostra assemblea rafforza la lotta nei nostri paesi e della gioventù europea contro la leva militare e la guerra. È un fatto storico di cui dobbiamo essere fieri. USA, Nato, UE, Israele ci stanno portando alla guerra e noi siamo pronti opporci.

La scuola superiore, in cui in Italia Osa organizza gli studenti dai 14 ai 19 anni, sta venendo militarizzata. Nelle scuole, si svolgono progetti a favore del riarmo e dell’esercito. Abbiamo una sfida: tenere la propaganda di guerra fuori dalle scuole.

Qui c’è un progetto chiamato Alternanza Scuola-Lavoro, che sappiamo esistere in modo simile negli altri paesi europei, che obbliga i giovani studenti a lavorare gratis per aziende: alcune sono aziende militari come la Leonardo. Siamo chiari: noi non vogliamo essere sfruttati, né lavorare per la guerra, questi progetti vanno aboliti.

Le classi dirigenti europee stanno portando avanti una guerra cognitiva e ideologica. I fascisti del Governo Meloni hanno stabilito il 4 novembre come festa nazionale per ricordare la prima guerra mondiale e celebrare lo sciovinismo, ma noi non festeggeremo mai la guerra imperialista con gli altri popoli.

Un’ultima questione. In Italia stiamo parlando di “scuola come una gabbia”: oggi la scuola non riesce più a emancipare gli studenti delle classi popolari, li blocca e ingabbia nelle loro condizioni di partenza. I giovani non hanno prospettive e percepiscono l’istruzione come inutile per il miglioramento della propria condizione sociale ed economica. Questo manda in crisi la scuola e permette ai fascisti al governo di rafforzare militarizzazione e repressione. Molti giovani abbandonano la scuola e questo dimostra la crisi del capitalismo occidentale. Serve una Nuova Scuola Pubblica.

Viviamo in tempi difficili ma uniti possiamo diventare forti e affrontare grandi sfide: per questo motivo, l’8 maggio dobbiamo fare una grande mobilitazione internazionale studentesca contro la leva, per dire che non ci arruoliamo, per dire guerra alla guerra.

Aktion gegen Krieg und Militarisierung

Cari amici,

Il tema di questa conferenza è “Guerra alla guerra”.

Lo scorso anno in Germania, il campo “Disarm Rheinmetall” – un grande campo di protesta contro la guerra e il riarmo – è stato vietato dalla polizia ancora prima che iniziasse. Tra le varie giustificazioni, c’era che noi dell’AKM avevamo mobilitato le persone per il campo usando lo slogan “Guerra alla guerra” e che dichiarare guerra alla guerra aveva un carattere non pacifico. La polizia lo ha trovato minaccioso e ha prontamente emesso un divieto.

Non eravamo poi così sorpresi. Il divieto era l’espressione di una tendenza che abbiamo osservato negli ultimi anni in Germania – e in tutta Europa: mentre i paesi dell’imperialismo occidentale agiscono in modo sempre più aggressivo all’esterno, allo stesso tempo reprimono in modo sempre più violento qualsiasi resistenza all’interno.

In Germania, negli ultimi quattro anni, abbiamo visto come il principio un tempo così caro della libertà di parola sia stato sempre più limitato a ritmo rapido, e come la repressione di qualsiasi opposizione sia diventata sempre più brutale.

Ciò è stato particolarmente evidente nella repressione da parte dello stato tedesco della resistenza al genocidio in Palestina.

Chiunque abbia chiamato il genocidio con il suo nome è stato escluso dal dibattito pubblico. Artisti hanno subito il ritiro dei finanziamenti, spettacoli cancellati, presentatori televisivi licenziati. Conferenze sono state fatte irruzione dalla polizia e disperse con la forza. Manifestazioni sono state vietate. Chi mostrava solidarietà con la resistenza contro il genocidio doveva aspettarsi violenti interventi della polizia. Ad Augusta, le case di attivisti sono state perquisite perché avevano definito “fondamentalmente legittima” la “resistenza contro l’occupazione coloniale da parte dello stato israeliano” su volantini plastificati.

Un importante strumento dello stato in questo processo è stata la divisione razziale.Perché le restrizioni alla libertà di parola sono state applicate secondo un principio razzista: i cittadini tedeschi rischiano una multa per aver pronunciato uno slogan vietato. Per le persone senza passaporto tedesco, lo stesso reato può significare l’espulsione. A Berlino, a un uomo è stata addirittura revocata la cittadinanza tedesca come punizione per un post sui social media.

Tutte queste misure sono riuscite a creare un clima di paura – e, per parecchio tempo, a dare l’impressione che la maggioranza della società sostenesse l’appoggio della Germania al genocidio.

I politici stanno usando metodi molto simili per reprimere la resistenza al riarmo e alla preparazione bellica. Studenti vengono portati in tribunale per aver preso in giro con meme le lezioni di ufficiali nella loro scuola. Viene vietato esporre la bandiera dell’Unione Sovietica vicino a luoghi commemorativi l’8 maggio, il Giorno della Liberazione, perché ciò costituirebbe un’approvazione della guerra della Russia.

Eppure le manifestazioni contro il riarmo vengono vietate o violentemente disperse.

Tutto questo mostra di cosa è fatto il “noi nazionale” – ciò che ora, per volontà dell’establishment politico, dovremmo difendere con le armi in pugno. E mostra il significato della resistenza contro la guerra. Per chi è al potere, disposto a spingersi così lontano pur di non sentire alcuna resistenza alle proprie politiche imperialiste. E per noi.

Perché più e più volte abbiamo anche visto come la resistenza possa rendere inefficace la repressione. Il campo “Disarm Rheinmetall” si è svolto lo scorso anno nonostante il divieto, perché centinaia di persone hanno rifiutato di lasciarsi intimidire e ci sono andate comunque – e quando un tribunale ha infine annullato il divieto, il campo non era stato cancellato, ma era già iniziato.

Il tentativo della polizia di seminare paura tra i manifestanti durante gli scioperi studenteschi contro la leva militare, arrestando singoli studenti e sporgendo denuncia per presunti manifesti offensivi, può anch’esso considerarsi fallito: lo slogan “Leccami le palle, Merz”, per il quale uno studente è stato arrestato e denunciato, è stato successivamente ripetuto e diffuso da così tanti studenti che ormai tutto il paese lo conosce.

Quando chi è al potere cerca di criminalizzare la resistenza al riarmo, l’unica cosa che aiuta è: ancora più resistenza. Ancora più collettiva, ancora più unita, ancora più visibile.

La cosa importante da ricordare è questa: non basta dichiararsi contro la guerra in teoria.

Dobbiamo agire concretamente contro di essa. E non in un lontano futuro, quando noi stessi potremmo essere mandati al fronte o le bombe cadranno sull’Europa occidentale, ma proprio adesso. Perché proprio adesso sono in corso sforzi per costruire capacità militari, spianando così la strada alla guerra. Possiamo attivamente farli fallire.

I nostri compagni parleranno ampiamente della repressione e del clima di paura che essa crea. La sensazione di sentirsi impotenti di fronte a uno stato potente. È questa sensazione che chi è al potere mira a instillare, ed è questa sensazione che permette loro di preparare così apertamente guerre in cui la popolazione non ha nulla da guadagnare. Questa sensazione può essere infranta attraverso l’azione concreta. E non solo per sé stessi, ma per innumerevoli altri: perché ogni atto riuscito di resistenza contro la guerra mostra che è possibile agire.

Negli ultimi anni ci sono state azioni e mobilitazioni in molti paesi europei che per noi in Germania sono state fonte d’ispirazione, dandoci coraggio e forza. Quando qui in Italia l’intero paese è sceso in sciopero per protestare contro il genocidio in Palestina e la militarizzazione, o quando nel Regno Unito gli attivisti di Palestine Action hanno distrutto efficacemente fabbriche belliche.

E c’è stata resistenza anche qui: solo due settimane fa, quasi 55.000 studenti in Germania hanno scioperato contro la leva militare. Nonostante tutta la repressione, che sta crescendo in tutta Europa, e nonostante calunnie e minacce, ci sono ancora migliaia e migliaia di persone pronte ad agire concretamente contro il riarmo e i preparativi di guerra.

Ciononostante, con la crescente militarizzazione dovremo prepararci a una repressione più dura nei confronti dei movimenti di sinistra. Ciò significa che dobbiamo proteggere noi stessi e le nostre strutture. L’esperienza dimostra che il passaggio a uno Stato repressivo e autoritario può avvenire molto rapidamente e in modo inaspettato. È sia possibile che necessario per noi reimparare come affrontare la repressione, la violenza della polizia e le intimidazioni, e sviluppare tattiche per contrastarle.

Per le strade, in tribunale e ovunque siamo attivi. Anche fare rete internazionalmente può essere importante a questo proposito, poiché i metodi di polizia attualmente utilizzati in Germania si diffonderanno probabilmente presto anche in altri paesi europei. Da anni la polizia tedesca offre corsi di formazione alle autorità di altri paesi su come reprimere le manifestazioni nel modo più efficace possibile. Le autorità repressive si scambiano informazioni e adottano metodi efficaci le une dalle altre. Allo stesso modo, anche noi possiamo imparare gli uni dagli altri per stare un passo avanti a loro.

La storia ci ha mostrato che è possibile porre fine alle guerre dal basso: smettendo di combattere contro il popolo di un altro paese e iniziando la lotta contro la propria classe dirigente. La partecipazione della Russia alla Prima Guerra Mondiale fu fermata dalla Rivoluzione d’Ottobre. La partecipazione della Germania alla Prima Guerra Mondiale fu fermata dalla Rivoluzione di Novembre.

Quando queste guerre iniziarono, coloro che si opponevano ad esse erano solo una piccola minoranza, isolata e apparentemente impotente. Meno di cinque anni dopo, furono proprio queste stesse persone attorno a cui si coagulò la rivoluzione.

Per noi, che ci opponiamo alla guerra, questo significa non lasciarci scoraggiare dalle calunnie e dalla repressione, né dal senso di schiacciante potenza dello stato. Quello che facciamo oggi potrà sembrare piccolo, ma potrebbe essere decisivo in futuro. Questo rende questa conferenza – il riunirsi di giovani e del movimento antimilitarista da tutta Europa – ancora più importante.

Ci aspettano tempi turbolenti; affrontiamoli uniti.

Grazie per essere qui oggi.

Jeunesse Communiste

Prima di tutto, vorrei ringraziare di cuore Cambiare Rotta e OSA per averci accolto qui a Milano e aver reso possibile questa iniziativa. Grazie a tutti i presenti, attivisti e compagni, provenienti da ogni parte d’Europa. È insieme, attraverso questi incontri, che costruiremo la solidarietà internazionale di cui la nostra classe ha bisogno.

Mi chiamo Sarah e parlo a nome della Gioventù Comunista, un’organizzazione marxista-leninista presente in circa quindici città in Francia.

La nostra organizzazione è giovane. Proveniamo dal Movimento dei Giovani Comunisti di Francia, l’organizzazione giovanile del Partito Comunista Francese. Ma ci siamo costituiti come organizzazione indipendente la scorsa estate perché abbiamo constatato che il PCF e il suo movimento giovanile non sono più in grado di organizzare la classe operaia. Sono diventati apparati burocratici, asserviti alla logica elettorale e alle alleanze con la socialdemocrazia, che tradisce regolarmente le lotte sociali. Abbiamo scelto di ricostruire uno strumento di lotta indipendente, formato nella teoria marxista-leninista e radicato nei quartieri popolari.

Permettetemi di presentare brevemente il contesto francese, poiché molti di voi non avranno familiarità con le nostre forze politiche.

Il Rassemblement National, il principale partito di estrema destra, è stato fondato nel 1972 da ex membri delle Waffen-SS e collaboratori del regime di Vichy. Oggi cerca di ripulirsi l’immagine, ma il suo programma rimane improntato al razzismo, alla xenofobia e a una politica sociale al servizio delle grandi imprese. La sua ascesa è un sintomo della crisi del capitalismo e del fallimento della sinistra istituzionale.

Di fronte a questo, La France Insoumise è oggi il partito socialdemocratico più di sinistra. Porta avanti un discorso antirazzista e di solidarietà con il popolo palestinese e incarna l’opposizione all’interno delle istituzioni. Manteniamo con loro un rapporto di sostegno critico: salutiamo il loro ruolo nella resistenza all’estrema destra e al macronismo, ma sappiamo che il cambiamento non verrà solo dalle elezioni.

L’altro ieri abbiamo partecipato alla manifestazione di «La France Insoumise» a Lille. In questa città, la candidata di «La France Insoumise» Lahouaria Addouche, una donna della classe operaia proveniente da una famiglia di immigrati, si è classificata seconda al primo turno delle elezioni comunali. Contro di lei si schierano il Partito Socialista e i Verdi, che portano avanti un programma di destra e antisociale. Questo è un esempio di come la socialdemocrazia preferisca allearsi con i propri avversari di destra piuttosto che lasciare che prevalga una vera voce popolare. A questo comizio, più di 3.000 persone si sono radunate per sostenere la candidata e hanno riempito enormi sale perché lei sola incarna la chiara lotta contro il fascismo e il razzismo.

Questa svolta di LFI si inserisce in un contesto di fascistizzazione della società francese. Da mesi, LFI è bersaglio di accuse diffamatorie volte a demonizzarla, in particolare attraverso accuse di antisemitismo o di apologia del terrorismo per il sostegno alla Palestina – una posizione che non è nemmeno così radicale, dato che chiedono una soluzione a due Stati.

Nel frattempo, lo Stato francese protegge e nasconde le persecuzioni, le violenze e gli omicidi commessi dalla propria polizia contro le persone senza documenti e quelle di origine immigrata. Allo stesso tempo, tollera la violenza e i crimini commessi dai gruppi fascisti — cosa che non sorprende, dato che questi ultimi prendono di mira le stesse persone. Questa violenza razzista è ereditata dalla storia coloniale della Francia e continua attraverso la repressione delle rivolte del 2024 a Kanaky, una colonia francese, dove diverse persone furono uccise dalle forze coloniali francesi. I leader del movimento subirono una repressione spietata e molti di loro furono arrestati e incarcerati. Qui assistiamo a una criminalizzazione della resistenza anticoloniale. Ma in Francia c’è anche una criminalizzazione della lotta antifascista.

on dimentichiamo la morte di Quentin Deranque, un fascista ventenne morto dopo aver teso un’imboscata agli antifascisti e aver perso la rissa che lui e il suo gruppo di fascisti avevano iniziato. Una tempesta mediatica si è abbattuta sugli antifascisti, in particolare sulla Jeune Garde, e circa una dozzina di antifascisti si trovano attualmente in custodia cautelare. A loro va il nostro sostegno incondizionato.

All’Assemblea Nazionale, deputati di destra e di sinistra hanno osservato un minuto di silenzio in onore di questo militante neonazista – la prima volta dai tempi di Vichy. Il suo ritratto è stato esposto davanti agli edifici ufficiali dello Stato ed è diventato il simbolo che giustifica la criminalizzazione dell’autodifesa popolare, che tutti i partiti della democrazia borghese hanno condannato.

All this shows the limits of bourgeois democracy. As important as elections are, they will not be enough to overthrow the system. That is why our priority remains the development of our communist organization, the training of cadres, and the building of a mass movement capable of carrying forward the class struggle and solidarity with oppressed peoples from the center of imperialism.

La nostra campagna: Globalize the Intifada

Abbiamo lanciato la nostra prima campagna nazionale “Globalizzare l’Intifada”, perché crediamo che il mondo stia cambiando:  il capitalismo sta giungendo al termine. Le risorse si stanno esaurendo, le disuguaglianze stanno esplodendo. In Palestina, il genocidio continua sotto i nostri occhi, reso possibile dall’impotenza della “comunità internazionale” – cioè dalla complicità attiva delle potenze imperialiste. Ovunque, la classe dominante sceglie l’opzione fascista e punta sulla guerra per risolvere la crisi del sistema capitalista.

In questi primi mesi, in linea con la nostra campagna, abbiamo concentrato la nostra attività su dibattiti ed eventi in solidarietà con la resistenza dei popoli oppressi, oltre a sviluppare i nostri legami con le organizzazioni più direttamente e duramente colpite dalla violenza razzista dello Stato in Francia. La sezione di Lille partecipa ogni settimana alla manifestazione del Comitato dei lavoratori senza documenti, che si tiene, cosa degna di nota, da trent’anni in qualsiasi condizione atmosferica e in ogni contesto. A Parigi partecipiamo alle marce organizzate dai collettivi che chiedono giustizia e solidarietà per le vittime della violenza di polizia. La più recente è stata organizzata in seguito all’omicidio impunito di El Hacen Diarra da parte della polizia in un quartiere a nord di Parigi mentre era fuori a fumare davanti alla sua abitazione. Lo scorso fine settimana si è tenuta una manifestazione nazionale contro il fascismo, il razzismo e la violenza di Stato, alla quale hanno partecipato tutte le nostre sezioni. Dall’inizio dell’anno ci stiamo inoltre avvicinando ai collettivi formati dalla diaspora latinoamericana per sostenerli contro gli ultimi attacchi imperialisti (Venezuela, Messico, Cuba) e le loro rivendicazioni di una reale indipendenza dagli Stati Uniti.

Le tensioni sul controllo dell’energia e delle risorse strategiche stanno aumentando ovunque: Mar Rosso, Ucraina, Sahel, Pacifico. Ciò che sta accadendo in Sudan, Congo, Palestina non è lontano. Ci riguarda qui in Europa, perché aziende come BNP Paribas o Thales armano e finanziano direttamente genocidi.

Siamo consapevoli della nuova fase dell’imperialismo in cui ci troviamo oggi: l’espressione di un rapporto di potere palese e assunto come tale. Il mito neoliberista di una pace garantita da un mercato libero, autoregolato e globalizzato si basava su un consenso fondato sul dominio monetario, economico e militare di un’unica superpotenza, gli Stati Uniti. Tuttavia, l’industrializzazione della Cina a un ritmo mai eguagliato prima d’ora e la sua capacità di sviluppare efficacemente i propri settori di competenza hanno messo in discussione l’egemonia americana. I paesi del “Sud del mondo” stanno costruendo alternative affidandosi a questa nuova potenza. Questo è ciò che vediamo in particolare attraverso il desiderio di aggirare il dollaro istituendo il sistema di pagamento BRICS+, che consente ai paesi di commerciare utilizzando la propria valuta. Questa nuova infrastruttura offre ai paesi una scelta, e la scelta è proprio ciò che destabilizza un sistema egemonico. Collettivamente, le mosse compiute da questi paesi fanno la differenza. Gli Stati Uniti, consapevoli di passare dall’egemonia al declino, rivelano il loro vero volto: dietro un presunto bene comune si nascondono solo i loro interessi capitalisti nazionali.

La guerra economica condotta dagli Stati Uniti contro la Cina si sta intensificando. Gli Stati Uniti cercano di indebolire il proprio rivale attaccando i paesi che sono loro alleati e partner commerciali, in particolare quelli con interessi strategici (minerali rari, risorse naturali).

Nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno espresso molto chiaramente la volontà di aggiornare la Dottrina Monroe e di concentrare le proprie forze sul continente americano. Considerano conclusa la loro impresa di controllo del Medio Oriente e intendono concentrarsi sull’America Latina. Pertanto, l’attacco sferrato congiuntamente con Israele contro l’Iran costituisce la fase finale della strategia statunitense volta a ridefinire la mappa della regione in modo da sostituire definitivamente l’influenza dell’Iran con quella del proprio proxy israeliano. E l’intervento in Venezuela, così come il rafforzamento del blocco contro Cuba, sono l’inizio di un’offensiva su tutto il continente latinoamericano volta a schiacciare ogni sforzo e speranza di indipendenza. Questi due paesi, attraverso la storia della loro rivoluzione, i loro modelli socialisti e la loro resistenza, rappresentano un modello alternativo per l’America Latina contro la predazione statunitense. Il nostro ruolo dal centro dell’imperialismo è quello di sostenerli incondizionatamente nella loro lotta odierna e di organizzare campagne di solidarietà più che mai. Ecco perché chiediamo l’immediato rilascio di Cilia Flores e Maduro, nonché la fine del criminale blocco contro Cuba imposto dagli Stati Uniti.

Non si tratta solo di una crisi dell’egemonia americana; è parte di una crisi più ampia dell’intero sistema capitalista. Di fronte a questa crisi, la borghesia trova delle alternative: il fascismo o la guerra. La mobilitazione per una guerra che coinvolga i cittadini europei è una possibilità che sta assumendo contorni sempre più concreti. Ed è per questo che siamo qui riuniti.

Il bilancio dello Stato è diventato l’arma della classe borghese. Per finanziare sottomarini nucleari, aerei da combattimento e missili, si chiudono ospedali, si smantellano scuole, si eliminano posti di lavoro nell’insegnamento e nella sanità. Questa militarizzazione non è neutra. È una guerra di classe, razzista e sessista.

mmanuel Macron ci parla di «servizio nazionale universale» (SNU), della Giornata della Difesa e della Cittadinanza (JDC), del servizio militare volontario. Fino a dove si spingeranno? Oggi parlano addirittura di servizio militare retribuito. Ma chi ci andrà? Non i figli della grande borghesia. Saranno i giovani della classe operaia, quelli che non hanno altra scelta, quelli a cui viene promesso uno stipendio per andare ad addestrarsi a uccidere e morire per i profitti degli azionisti delle industrie belliche.

Allo stesso tempo, la polizia e l’esercito vengono inviati nei nostri quartieri popolari. Loro lo chiamano «mantenimento dell’ordine». Noi lo chiamiamo una politica razzista di repressione. Le rivolte seguite alla morte di Nahel nel 2023 hanno mostrato la realtà: veicoli blindati nei quartieri popolari, colpi sparati a bruciapelo, bambini picchiati. La Repubblica dei «diritti umani» sta diventando una Repubblica militarizzata contro i propri giovani. L’esempio di Nahel Merzouk lo dimostra molto bene: questo ragazzo di 17 anni è stato ucciso a bruciapelo da un agente di polizia durante un controllo stradale a Nanterre. Il video della sua esecuzione ha fatto il giro del mondo

Ciò che è successo dopo è emblematico. Nei giorni successivi sono scoppiate rivolte in più di 600 comuni in Francia, in un’esplosione di rabbia popolare. Il governo ha risposto schierando 45.000 membri delle forze dell’ordine, con veicoli blindati, proiettili di gomma ed elicotteri. Il bilancio: più di 1.000 feriti, migliaia di arresti e altri due morti durante la repressione. Ma c’è di peggio. Recentemente, nel marzo 2026, la Corte d’appello di Versailles ha emesso una sentenza che riassume tutto ciò che denunciamo. Il poliziotto che ha ucciso Nahel non sarà processato per omicidio, ma per «violenza con esito mortale senza intenzione di causarla».

Questa militarizzazione colpisce anche le donne in prima linea.

«Riarme demografico».

Questo termine tecnocratico, ripetuto a piene mani da Macron e dalla sua maggioranza, nasconde una realtà brutale: la borghesia ha bisogno di carne da cannone. Ha bisogno di giovani per riempire le caserme, per alimentare la macchina da guerra imperialista.

Ma per avere soldati, bisogna prima fabbricarli. E chi è incaricato di questa fabbricazione? Le donne. Il «riarmo demografico» è la volontà dello Stato di ridurre i corpi delle donne a uno strumento di riproduzione, a una fabbrica per la produzione dei soldati del futuro.

Questa politica non è nuova. Attinge alle vecchie ricette del fascismo: lo Stato incoraggia i tassi di natalità, non per preoccupazione per il benessere delle famiglie, ma per ingrossare le file del proprio esercito. Glorificano la “madre di famiglie numerose”, moltiplicano i discorsi sulla “difesa della famiglia tradizionale” e, allo stesso tempo, chiudono i reparti di maternità nei quartieri popolari, smantellano i servizi di salute sessuale, rendono difficile l’accesso all’aborto e alla contraccezione.

È una doppia violenza: controllano i corpi delle donne destinandoli alla riproduzione, e poi usano i bambini così messi al mondo per mandarli in guerra. Alle donne della classe operaia viene ordinato di produrre la forza lavoro e la carne da cannone di cui il capitale ha bisogno, mentre i loro diritti e la loro salute vengono sacrificati sull’altare dei profitti militari.

Il «riarmo demografico» è quindi anche una politica sessista. È la volontà dello Stato borghese di controllare i corpi delle donne, di imporre loro un ruolo riproduttivo al servizio dell’esercito e del capitale. È la stessa logica che spinge i fascisti a difendere la «famiglia tradizionale» opponendosi al contempo ai diritti delle donne, delle persone LGBT+ e all’aborto.

Noi comunisti diciamo no. I corpi delle donne non appartengono né allo Stato né al capitale. Non sono una fabbrica per la produzione di soldati per le guerre imperialiste. Il diritto di disporre del proprio corpo, all’aborto, alla contraccezione, è una conquista fondamentale che difendiamo con le unghie e con i denti. Non lasceremo che la borghesia strumentalizzi i nostri corpi e le nostre vite per la sua macchina da guerra.

«Siamo in guerra»: queste parole risalgono al 2020. Il presidente francese ha approfittato della crisi del COVID per cercare di creare un sentimento di resilienza patriottica, di consolidamento nazionale, e sviluppare un lessico bellicoso che glorificasse una lotta comune. Come comunisti, sappiamo che una tale lotta non esiste: la crisi non viene vissuta allo stesso modo a seconda che si sia un operaio, un’infermiera, uno studente, o al contrario un capo, un investitore o un presidente.

L’uso di questo campo lessicale fa parte di una preparazione psicologica della popolazione all’eventualità di una guerra ed è specificamente rivolto ai giovani. Eppure è proprio in questo stesso segmento della popolazione – giovane, precario, vittima di discriminazioni razziali – che il tasso di disoccupazione è più elevato. Per il capitalismo, la disoccupazione è uno strumento per mantenere bassi i salari e ridimensionare le aspettative riguardo alle condizioni di lavoro. È proprio questa stessa riserva di lavoratori che la disoccupazione permette di costituire oggi ad essere presa di mira per l’arruolamento nel servizio militare e quindi l’integrazione nel futuro esercito nazionale. Infatti, le campagne promozionali della leva volontaria concentrano la loro comunicazione su percorsi di integrazione relativamente semplici, stipendi allettanti e sicurezza del posto di lavoro: cioè ciò che manca in tutte le altre sfere del mercato del lavoro. Lo Stato francese vuole arruolare i giovani nell’esercito presentandolo come l’unica alternativa alla loro miseria sempre crescente. Diciamo con forza: impegnarsi a morire per la patria non è una scelta e non ha nulla a che vedere con una situazione di vita.

Per questi motivi, chiediamo lo scioglimento dell’Unione Europea, un’istituzione borghese al servizio degli interessi coloniali, così come della NATO, il braccio armato degli Stati Uniti.

L’unica soluzione per i giovani della nostra classe è la sua organizzazione. Saremo il nostro stesso esercito. La nostra lotta sarà sempre quella della vita e della prospettiva di un futuro libero dalla miseria e dallo sfruttamento.

Morte alla NATO! Viva la gioventù socialista!

Grazie, compagni.

Young Struggle

Cari compagni,

Come Young Struggle Europa saluto calorosamente tutti i giovani lavoratori, studenti, organizzatori, antifascisti, socialisti e rivoluzionari che sono venuti qui oggi. Voglio anche salutare tutti i prigionieri politici attualmente in lotta contro l’imperialismo e il capiralismo da tra le mura di una prigione, in Palestina, Kurdistan, Ungheria, qua in Europa, ovunque. Sono il nostro onore e la nostra garanzia che la speranza resti in piedi.

Cari compagni, voglio andare dritta al punto. Oggi avremo una discussione pratica. Oggi vogliamo parlare dei modi in cui possiamo superare il nostro lavoro attuale, come possiamo coordinare la lotta contro la guerra a livello europeo e ricavarne nuove qualità. È questo il nucleo di fondo e voglio esprimere la nostra determinazione e l’importanza di compiere tale passo.

In concreto perché si sta tenendo quest’assemblea? Perché è una necessità in un momento in cui l’aggressione imperialista è ai massimi storici, in cui veniamo a confronto con la seria possibilità che una terza guerra mondiale imperialista si svolga non solo nel corso delle nostre vite ma in un futuro molto prossimo. È una necessità perché siamo i figli della cosiddetta “fine della Storia”, gli anni ‘90 e 2000 in cui la classe dirigente dichiarò che il socialismo era finito, che il capitalismo era imperturbabile e che avremmo vissuto per sempre in questa realtà. Ma all’acuirsi delle contraddizioni tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, centro imperialista e colonie, quando non ci resta altra prospettiva che la povertà o la morte, è una necessità la formazione di un movimento giovanile che sia in grado di fermare le guerre degli imperialisti da dentro il ventre della bestia e combattere per un nuovo futuro.

Oggi ci confrontiamo con un sistema capitalista che si è globalizzato e un sistema che non è in una crisi qualunque bensì in crisi esistenziale. Non più mercati chiusi nazionali, bensì un flusso globale di capitale, che sta costruendo monopoli internazionali, producendo individui come Jeff Bezos e Elon Musk e con loro sempre maggiori contraddizioni tra questi monopoli internazionali. Oggi la Cina e gli USA sono testa a testa e la questione dell’egemonia sul mercato globale è stata riaperta. Per la borghesia monopolistica non c’è altro modo di risolvere questa situazione che la guerra e non c’è altro modo di prevenire una sollevazione dei lavoratori e degli oppressi della terra che usare il terrore fascista. Sono bloccati in una ciclica crisi di accumulazione e non hanno dove andare, mentre la disoccupazione di massa cresce. Dall’altra parte però questo imperialismo globalizzato porta avanti una catena di produzione globale mai vista prima. I lavoratori di oggi partecipano alla produzione di un singolo prodotto in tutto il mondo, una macchina è costruita dal Congo alla Cina. Perciò la crisi del capitalismo in cui ci troviamo correntemente ha come risultato un sintomo importante: mentre la base sociale della borghesia diminuisce, la base sociale del proletariato cresce. I ricchi si arricchiscono, i poveri si impoveriscono e la piccola borghesia si sta proletarizzando. Questo significa che oggi la classe lavoratrice può diventare un’ancora che unisce molteplici categorie di oppressi attorno al suo programma e che i giovani possono diventare un tramite esplosivo per il cambiamento sociale nella lotta contro il capitalismo. Significa che, dalle donne alle persone LGBTI+ fino agli studenti e ai migranti, le basi oggettive per le rivolte in questi tempi stanno crescendo.

All’ interno di questa crisi le guerre regionali si stanno intensificando. In particolare il Medio Oriente è un crocevia di rotte commerciali e risorse di cui gli Stati Uniti hanno bisogno strategicamente per sfidare l’egemonia russa e, con essa, quella cinese nella regione. Gli sviluppi in Medio Oriente saranno decisivi nelle prossime fasi verso una guerra mondiale. Dal 7 ottobre gli Stati Uniti stanno facendo il seguente: prima di tutto investendo nel genocidio in Palestina per fortificare Israele nella regione, poi hanno preso la Siria con il regime HTS nel dicembre 2024, per poi accerchiare l’Iran e spezzare l’asse della resistenza. Mentre gli Stati Uniti si muovono contro l’Iran, pianificano di fare del Kurdistan il centro della loro aggressione, liquidandone le forze rivoluzionarie e mantenendo le sue quattro parti separate tra loro. Perché? Perché il Rojava e i movimenti rivoluzionari nelle altre parti del Kurdistan hanno rifiutato di piegarsi alla volontà degli Stati Uniti e di diventare un loro fantoccio nella regione. L’alleanza militare tattica nata nella lotta contro Daesh, o il cosiddetto Stato Islamico, è terminata. Questo è stato dichiarato sia dagli Stati Uniti sia dal Rojava. Di conseguenza, gli Stati Uniti non hanno solo mobilitato gli islamisti dell’HTS, ma anche la Turchia, il secondo seguace degli USA nella regione, per muoversi contro il Rojava in linea con le proprie ambizioni espansioniste, colonialiste e fasciste. Perché è importante? Perché nelle ondate di aggressione contro Venezuela, Cuba e il Medio Oriente si libera anche un potenziale rivoluzionario. In particolare il Kurdistan, nelle sue quattro parti – tutte colonizzate da potenze regionali – ha il potenziale di scatenare una rivoluzione regionale se riuscirà a creare nuove alleanze con i molti popoli del Medio Oriente e con la classe lavoratrice di Iran, Turchia, Iraq e Siria. Un esempio attuale si trova nel Rojhilat, la parte del Kurdistan colonizzata dall’Iran. Qui si è formata una nuova alleanza tra partiti rivoluzionari curdi e partiti dei lavoratori, e sono stati fatti i primi passi per unirsi con partiti delle minoranze beluci e azere nella regione. In questo periodo non è utopico, ma reale, che esista una terza via degli oppressi. Come giovani provenienti dall’Europa abbiamo una responsabilità nei confronti dei popoli oppressi, delle donne, delle persone LGBTI+ e dei lavoratori: schierarci con questa terza via. Dalla Palestina al Kurdistan – Intifada Serhildan.

Da questa rapida caratterizzazione della situazione attuale emergono due esigenze per un movimento giovanile e per noi qui oggi:

  1. l’importanza di internazionalizzare la nostra lotta
  2. l’importanza di costruire alleanze tra gli oppressi.

Se guardiamo a ciò che ha mobilitato parti della gioventù negli ultimi anni in Europa, è stata la lotta contro la guerra e il genocidio, soprattutto in solidarietà con la Palestina. Abbiamo accumulato esperienze di movimenti di massa, rivolte, blocchi di università, porti e scuole – la Flottilla. E in molti paesi europei i giovani migranti sono stati in prima linea. Qual è una lezione principale che ne traiamo? Che la solidarietà internazionale contro le guerre imperialiste è una realtà materiale concreta, una componente della resistenza dei popoli. Voglio qui salutare i lavoratori portuali che ci hanno fatto percepire la forza della classe lavoratrice lo scorso settembre, quando hanno proclamato il loro sciopero. Questo sciopero, questa mobilitazione di massa, è diventata una componente della resistenza. Allo stesso modo, se guardiamo all’offensiva contro il Rojava a gennaio, possiamo vedere che, insieme all’ondata internazionale di proteste e alla mobilitazione generale dell’amministrazione autonoma contro le milizie islamiste dell’HTS sostenute dagli Stati Uniti, la realtà della situazione è cambiata: è stato necessario raggiungere un nuovo accordo tra l’HTS e le SDF.

La lotta contro la guerra è alla radice una lotta internazionalista. Non per una solidarietà morale, ma come realtà concreta legata alle catene di produzione che si estendono in tutto il mondo. Come mostrato dall’esperienza concreta se i portuali scioperano, se l’industria è bloccata, se milioni scendono in piazza – la situazione cambia. La solidarietà degli oppressi è una necessità strategica, non una questione laterale ma una realtà integrale a qualunque movimento contro la guerra. Come giovani in Europa, la nostra prassi antimilitarista non consiste quindi solo nel contrastare la leva militare, ma è un compito rivoluzionario centrale: difendere quei poli rivoluzionari del mondo che sostengono la resistenza — dal Kurdistan alla Palestina, dalle Filippine all’India e alla Colombia.

Voglio fare un ultimo commento per la nostra discussione. Come Young Struggle Europe, attivi in 5 paesi europei, l’esperienza e l’analisi ci mostra che non c’è una unica borghesia europea unita. Ci sono interessi nazionali diversi e una questione di egemonia all’interno dell’UE irrisolta – specialmente tra Francia e Germania. In ogni caso però il modo in cui la classe dominante si è organizzata in questa regione ci da un’importante base sulla quale si possono organizzare la classe lavoratrice e i giovani. Alcuni paesi potrebbero introdurre la leva, alcuni potrebbero averla già.

Dunque, oggi si tratta di raccogliere insieme esperienze e prendere passi pratici da lì. Con questa assemblea vogliamo fare i primi passi nel lasciare che un onda di mobilitazioni studentesche si diffonda in tutta Europa.

Per cui cari compagni, cosa dovremmo fare?

Come Young Struggle Europe pensiamo sia necessario un movimento giovanile dinamico, coerente e pronto a guadagnare nuove esperienze. Accogliamo la proposta di uno sciopero giovanile l’8 maggio. Approfondiamo il tema. Con lo slogan “guerra alla guerra” costruiamo una campagna europea che non solo abbia riscosso in Germania, Italia e Francia ma anche in Grecia, Serbia, Polonia e oltre. Anche se gli attacchi della classe dominante possono differire in carattere, dobbiamo indirre scioperi giovanili regolari attorno a principi comuni. Il lavoro nelle scuole, nelle università, ma anche con i giovani lavoratori può essere sviluppato attraverso una forte mobilitazione che ci da una base per costruire dei comitati per gli scioperi in tutti i nostri paesi. Esattamente come la campagna dei Friday’s for future ha preso slancio qualche anno fa, ora costruiamo un movimento ben organizzato con coscienza di classe.Un movimento che sa chi è la classe dominante e che è capace di comunicarlo alle masse di giovani. Una campagna che possa essere presente al G7, e che accompagni i campi contro le fabbriche di armi come RME e Guerre à la Guerre in tutta Europa. Se un fuoco viene acceso in un luogo, uno sciopero di successo viene organizzato, può accenderne uno in altri paesi. Dobbiamo organizzare la coordinazione per questo ed essere una piattaforma su cui questo movimento cresca.

Il tempo che abbiamo è breve. Come giovani abbiamo un ruolo storico da svolgere. Perché come disse Rosa Luxembourg “socialismo o barbarie” – questo è ciò che dobbiamo tenere a mente. Ci auguro a tutti successo, per un futuro migliore, per un nuovo mondo. Tocca a noi creare la nostra storia.

Serkeftin!

Gatze Koordinadora Sozialista

Buongiorno a tutti e grazie mille per l’opportunità di intervenire; è davvero un piacere vedere la sala piena di militanti provenienti da ogni angolo d’Europa. Veniamo dai Paesi Baschi e siamo militanti di GKS, un’organizzazione giovanile comunista che fa parte del movimento socialista dei Paesi Baschi. Siamo un’organizzazione di massa, il cui compito è organizzare e politicizzare i giovani della classe operaia in termini rivoluzionari. Un’organizzazione comunista di massa con l’obiettivo di lavorare per la ricostruzione di grandi partiti comunisti, la fase che precede la rivoluzione socialista.

Dopo questa breve introduzione, l’obiettivo dell’intervento sarà quello di calare tutti questi concetti e obiettivi nella realtà in cui viviamo oggi, che vogliamo trasformare. Per farlo, esporremo innanzitutto un’analisi congiunturale per identificare le tendenze principali del capitalismo che dovremo affrontare. Successivamente, cercheremo di spiegare quali sfide politiche ci attendono e secondo quali principi politici dobbiamo organizzarci: sotto l’egida dell’indipendenza di classe. Infine, esporremo, attraverso esperienze dirette, la possibilità di aprire uno spazio politico rivoluzionario che, lungi dall’essere marginale, contribuisca alla ricostruzione del potere proletario e alla costruzione dell’alternativa socialista.

            Analisi di fase

L’analisi della situazione attuale si articolerà su due assi: il fascismo e la reazione, da un lato, e l’escalation bellica e l’imperialismo, dall’altro.

La crisi storica del capitale e il calo globale dei tassi reali di accumulazione stanno spingendo le oligarchie a lanciare un’offensiva economica contro i popoli lavoratori di tutto il mondo. Le grandi potenze sono ugualmente trascinate verso posizioni di escalation bellica per il controllo di risorse sempre più scarse, dei grandi ecosistemi produttivi, delle grandi rotte del commercio globale, delle forniture stabili di componenti per l’industria e delle zone strategiche di investimento di capitale.

La crisi storica del capitale a livello globale, che sta implodendo dall’inizio del secolo, si ricollega in Occidente alla decadenza imperiale dell’atlantismo, o in altre parole, alla specifica crisi economica e sociale occidentale, dove l’Europa appare come avanguardia della decadenza imperiale atlantista, priva di un proprio progetto politico e sociale. Nelle società occidentali, dove la crisi si intreccia con la perdita di centralità imperiale sulla scena globale, si sta producendo una grande frattura sociale dopo lunghi decenni di composizione di classe in cui il proletariato impoverito rappresentava una minoranza relativa rispetto agli ampi strati benestanti dell’aristocrazia operaia e della piccola borghesia.

La distruzione delle condizioni di vita sta frammentando l’immaginario sociale delle classi medie, che questi strati – l’aristocrazia operaia e la piccola borghesia – avevano consolidato dopo decenni di stabilità imperiale. Ciò ha conseguenze dirette sulla cultura, l’ideologia e la visione politica delle classi medie: l’ascesa della reazione.

In assenza di una politica organizzata e consapevole, di un grande educatore di massa come i principali partiti marxisti dell’epoca, il movimento culturale delle classi medie sta virando completamente nella direzione opposta, soprattutto tra le giovani generazioni, verso le posizioni più estreme dell’ideologia borghese, assumendo la forma della reazione.

L’oligarchia sta affiancando al suo programma di offensiva economica un’offensiva politica e culturale. Questo programma, articolato dall’oligarchia atlantista, si articola su tre assi: ideologico, politico e statale. Ciò rende il fascismo contemporaneo un fenomeno più complesso di quanto la politica borghese di professione, con i suoi ipocriti “cordoni sanitari”, vorrebbe farci credere.

Ideologicamente, la strategia dell’oligarchia è quella di trasformare la classe media – sia di sinistra che di destra – che, sebbene ridimensionata, rimane politicamente attiva, in una classe reazionaria che sosterrà politiche autoritarie ed eserciterà un’influenza culturale sul proletariato attraverso i suoi meccanismi egemonici, precludendo così, erroneamente, qualsiasi possibilità di politica rivoluzionaria.

Politicamente, osserviamo la progressiva articolazione di questo fenomeno ideologico in posizioni più radicalizzate, nella forma di un nuovo movimento fascista. Questo movimento comprende tre fenomeni: i grandi partiti elettorali di estrema destra che fungono da leva mediatica e istituzionale; la riorganizzazione delle organizzazioni fasciste per la formazione di quadri ideologici e organizzativi; e, in terzo luogo, la formazione di gruppi violenti a livello di base.

Come possiamo osservare, la generalizzazione dei principi reazionari all’interno delle basi sociali dei partiti tradizionali, soprattutto tra le nuove generazioni della classe media, costituisce la condizione per la loro articolazione in un nuovo polo politico, una radicalizzazione della reazione che, a sua volta, funge da leva per la riforma verso uno stato autoritario.

A livello statale, e rappresentando il culmine del programma atlantista a porte chiuse, l’oligarchia sta tentando di attuare una riforma di vasta portata, annientando lo stato liberaldemocratico e articolando un nuovo progetto di stato autoritario, in cui l’intera classe operaia viene annientata come soggetto di diritti, con l’obiettivo di erigere un muro contro qualsiasi possibile futura articolazione del proletariato come blocco rivoluzionario.  In questo modo, l’oligarchia, con l’inestimabile aiuto dell’intero spettro parlamentare, scuote la culla del fascismo attraverso la riforma legislativa, l’espansione dell’impunità della polizia e la propaganda militarista. E queste sono le fondamenta stesse del nuovo stato autoritario.

L’annientamento della forma liberaldemocratica di dittatura borghese, dello stato di polizia e del militarismo sono i tre ingredienti principali del nuovo stato autoritario occidentale, la vera fine del nuovo movimento fascista, che i socialdemocratici e i liberali di ogni genere hanno sfacciatamente innescato da soli, in una nauseante sottomissione alle élite oligarchiche, e che è ulteriormente alimentato dall’ideologia di massa reazionaria promossa dai media mainstream e dalle grandi aziende tecnologiche.

E infine, non potevamo concludere senza menzionare l’intensificarsi della crisi bellica, la militarizzazione degli stati e l’imperialismo. Queste sono le ragioni principali dell’assemblea di oggi. Condanniamo fermamente la politica estera genocida degli Yankees, i bombardamenti senza precedenti dell’Iran, l’attacco al Venezuela, il tentativo di annientare il popolo cubano attraverso il blocco e, naturalmente, il genocidio israeliano in Palestina. Da qui esprimiamo la nostra solidarietà a Cuba, all’Iran, al Venezuela, alla Palestina e a tutta la classe lavoratrice martoriata dal più feroce imperialismo.

            Sfide politiche

In questo scenario apparentemente desolante, dobbiamo riflettere sul compito delle organizzazioni rivoluzionarie. La generalizzazione della reazione è un processo irreversibile, che comporta dei rischi, ma rappresenta anche l’apertura trasformativa offerta dalla grande crisi del sistema politico borghese. Con ciò intendo il crollo politico del modello di partito riformista borghese in tutte le sue varianti, insieme al modello di stato liberaldemocratico. Non è nostro compito far rivivere queste forme politiche della classe media imperialista, che hanno spianato la strada alla reazione e oggi assistono impotenti (in molti casi con sguardo complice) alla sua diffusione. Il nostro compito è la ricomposizione politica del proletariato nella forma di un partito rivoluzionario di massa e la lotta per la trasformazione rivoluzionaria della società borghese in crisi in una società socialista e democratica.

Ed è proprio per questo che dobbiamo comprendere che l’ascesa della reazione ci impone un compito generale immediato e ineludibile. Questo compito si può riassumere come quello di diventare un cuneo rosso contro la reazione. Non si tratta di far rivivere la sinistra borghese, ma di sostituirla come vero fronte nella lotta contro l’estrema destra, l’ultracapitalismo e il fascismo del XXI secolo.

Dal nostro punto di vista, dobbiamo orientare questo processo in due direzioni. In primo luogo, in termini di lotta ideologica, smascherando le menzogne del classismo, del nazionalismo, del razzismo, del sessismo, della retorica violenta, dell’insabbiamento degli oligarchi, dei discorsi imperialisti e guerrafondai e dei discorsi contro la difesa degli ecosistemi. È fondamentale considerare la rilevanza strategica dell’ideologizzazione di massa contro la reazione capitalista e dell’inquadramento del malcontento sociale all’interno della coscienza socialista, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni della classe lavoratrice. Ciò significa combattere online e in tutti gli spazi di influenza mediatica contro le idee reazionarie, utilizzando una propaganda audace e creando i mezzi necessari per farlo. Significa anche intensificare la disciplina e la capacità di mobilitazione, affinché le organizzazioni diventino piattaforme fondamentali per l’agitazione sociale contro la reazione, con mobilitazioni e campagne di agitazione su larga scala che raggiungano tutti i settori del proletariato.

In secondo luogo, e infine, di fronte al fascismo di strada, alla deriva autoritaria degli Stati e alla crescita di misure autoritarie di estrema destra, inclusa la nuova politica guerrafondaia dell’imperialismo, è essenziale stringere alleanze di classe con le organizzazioni rivoluzionarie e i movimenti sociali per costruire un baluardo di autodifesa a difesa delle condizioni di lotta, dei diritti politici e dell’opposizione alla guerra imperialista.

La posta in gioco è alta, c’è molto da perdere, ma anche molto da guadagnare.

            Esperienze e conclusioni

Per concludere la nostra presentazione, vorremmo riassumere brevemente la nostra esperienza e offrire alcune conclusioni.

Sei anni fa, agli albori della nostra attività, GKS pubblicò un’ampia analisi della pandemia. Affermammo allora che questo evento avrebbe accelerato processi strutturali di cui già percepivamo i primi segnali: la crisi capitalista globale, unita al declino dell’Europa come blocco imperialista, sarebbe stata accompagnata da un’offensiva politico-economica della borghesia, producendo un processo di crescente proletariatizzazione e di progressiva riduzione dei diritti politici negli stati occidentali. La gestione borghese della pandemia fu un catalizzatore, purtroppo non l’unico.

La nostra prima manifestazione radunò migliaia di giovani sotto lo slogan decisamente non demagogico “Basta con la dittatura diretta della borghesia”. È importante ricordare lo stato della sinistra in quel periodo: mentre noi parlavamo del crescente autoritarismo degli stati, la sinistra, sotto shock, si piegava a tutti i dettami dell’oligarchia. Strategicamente, la sinistra era ancora, politicamente ed emotivamente, ancorata all’era dello Stato sociale e alla concreta possibilità di politiche redistributive. Per noi, lo Stato stava tornando, sì, ma nella sua forma di Stato di polizia. Tuttavia, a livello sociale, questo era ancora appena percettibile.

Negli anni successivi, genocidio, politiche di riarmo, interventi militari diretti e una spudorata retorica fascista erano già parte della nostra realtà politica. I processi che avevamo delineato nel 2020 si sono accelerati in soli cinque anni.

La sinistra parlamentare aveva trascorso due elezioni a parlare di “antifascismo” senza che ciò avesse alcuna conseguenza né sulla sua politica di alleanze né sulle sue proposte strategiche. Nel frattempo, migliaia di attivisti si preparavano a organizzare la prima linea della lotta contro il fascismo. Questa era già una realtà e, alla luce degli eventi, solo una forza d’urto comunista avrebbe potuto contrastare il progetto dell’oligarchia.

Il marxismo è lo strumento che ci ha permesso di vedere e comprendere la realtà capitalista nella sua complessità, con le sue contraddizioni e contro-tendenze. La sinistra parlamentare ha smesso di usare il marxismo per comprendere il mondo e, di conseguenza, guarda la realtà attraverso una cornice costruita all’interno di un’eccezionalità storica: un’eccezione temporale e geografica. Ma la possibilità di un orizzonte redistributivo senza la necessità di una rottura rivoluzionaria non esiste più.

Non esistono terze vie. Non è tempo di moderazione; è tempo di contrapporre gli unici due modelli che possono confrontarsi: o il progetto di barbarie dell’oligarchia o il progetto di uguaglianza universale del comunismo. L’oligarchia finanzia e promuove movimenti fascisti in tutto il mondo come punta di diamante per l’attuazione del suo modello di stato autoritario. L’opposizione a questo progetto deve essere organizzata a tutti i livelli: opposizione ai movimenti fascisti, combattendoli nelle piazze e impedendo che si normalizzino; opposizione al progetto di stato autoritario, indipendentemente da dove provengano queste riforme; opposizione alla reazione culturale, creando un nuovo movimento antifascista tra i giovani della classe operaia.

È una lotta per il controllo delle strade e del morale pubblico, e la vinceremo. In secondo luogo, dimostriamo che il comunismo può essere una forza di massa; non è un progetto marginale, ma un’ideologia in grado di rispondere ai bisogni e alle preoccupazioni della maggioranza dei lavoratori. Grazie mille.

Comunicato congiunto delle organizzazioni politiche e sociali della campagna internazionale “Noi non ci arruoliamo”

In meno di tre mesi del nuovo anno, gli USA con la complicità dell’Unione Europea hanno attaccato il Venezuela, supportato gli attacchi al Rojava e alle altre minoranze in Siria, intrapreso una nuova guerra contro Libano e Iran, hanno proseguito nel genocidio dei palestinesi e hanno stretto la morsa su Cuba, cingendola d’assedio. Un aumento dell’aggressività militare che può portarci sull’orlo di una nuova guerra mondiale.

Al contempo i nostri governanti usano lo spauracchio della minaccia esterna per provare a giustificare enormi investimenti nel riarmo, restringimento delle libertà democratiche, sdoganamento dei fascisti e dei peggiori istinti reazionari e persino reintroduzione della leva militare. La Germania infatti l’ha reintrodotta in maniera parziale lo scorso 5 dicembre, Italia e Francia hanno annunciato di voler fare lo stesso e la Croazia ha reintrodotto il 6 marzo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani.

Le classi dirigenti cercano di venderci il riarmo come necessità di difesa, con discorsi intrisi di suprematismo occidentale, mentre i tagli allo stato sociale si fanno sempre più pesanti e gli strumenti repressivi vengono rafforzati per schiacciare il dissenso. Ma sono i paesi della NATO a portare la guerra in tutto il mondo, distruggendo l’ambiente oltre a innumerevoli vite umane, per i propri interessi imperialisti e  per risollevare le proprie economie investendo nel settore militare.

Noi siamo la generazione che ha visto lo schermo della propaganda infrangersi nel tentativo di giustificare le decine di migliaia di morti a Gaza. Non ci faremo trascinare in un nuovo conflitto mondiale.

Lanciamo per venerdì 8 maggio una giornata di mobilitazione internazionale in occasione dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Scenderemo in piazza ancora una volta contro la leva, contro l’imperialismo USA e l’Unione Europea della guerra e del riarmo, per un futuro di pace, solidarietà e giustizia.

Per fermare le classi dominanti che hanno deciso di portarci in guerra, è urgente e necessario organizzarci a livello internazionale e mobilitarci come giovani europei su parole d’ordine chiare:

  1. 1)Fermiamo il processo di reintroduzione della leva in tutta Europa. Noi non ci arruoliamo, non vogliamo essere mandati in guerra per gli interessi della borghesia occidentale: blocchiamo le leggi di reintroduzione della leva, parziale o meno, e resistiamo ai reclutamenti.
  • Lottiamo contro ogni piano di riarmo prodotto dai governi nazionali, dalla NATO e dall’UE e la costituzione di un esercito europeo, che avrebbe il solo scopo di aggredire altri popoli. I governi di tutta Europa tagliano fondi alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, alla casa, ai salari e alle spese sociali per investire sempre più in armi. Non accettiamo che continui così.
  • Non crediamo alla favola della minaccia esterna per la quale sarebbe necessario il riarmo per difenderci. Sono i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti a scatenare guerre in tutto il mondo e a voler accelerare ulteriormente la corsa verso una guerra generalizzata a livello globale.
  • I nostri paesi non devono in alcun modo partecipare ad azioni di guerra. Lotteremo affinché interrompano la propria partecipazione anche indiretta nei conflitti in corso e ritirino i propri soldati impegnati all’estero in missioni nazionali, europee e NATO e chiudano le proprie basi militari all’estero. Rifiutiamo inoltre l’uso dei nostri spazi aerei e di basi situate nei nostri paesi per le guerre degli Stati Uniti e della NATO.
  • Ci battiamo per l’uscita di tutti i nostri paesi dalla NATO, alleanza militare storicamente offensiva e strumento per le nostre classi dirigenti per imporci guerre superando l’opposizione interna con il pretesto del vincolo all’alleanza internazionale.
  • Ancor più urgente è la fine di ogni complicità con lo Stato terrorista di Israele e la partecipazione attiva nel genocidio dei palestinesi da parte dei nostri governi nazionali e dell’Unione Europea, che si concretizzano in accordi di collaborazione economica, militare e di ricerca, nel traffico di armi e nell’impegno propagandistico per coprire le nefandezze israeliane.

Siamo nemici di ogni progetto imperialista europeo e occidentale e siamo schierati senza ambiguità al fianco di Cuba e di tutti i popoli del Sud globale che oggi affrontano direttamente la barbara aggressione dell’imperialismo, che essa sia sanzioni economiche, blocco navale, tentativi di colpo di Stato, aggressioni militari, guerra generalizzata o genocidio. Siamo più vicini ai popoli sotto le bombe che ai governanti di Bruxelles, rilanciamo l’internazionalismo!