I GIOVANI MANDANO A CASA IL GOVERNO: ORGANIZZARE IL DISSENSO, COSTRUIRE IL MONDO NUOVO!
Costruiamo assemblee territoriali di valutazione che diano voce ai nostri bisogni e alle nostre idee per la trasformazione del presente.
I giovani hanno battuto Meloni e il suo governo dei ‘fascisti dentro’. Dopo essere stati il centro delle mobilitazioni degli ultimi anni e avendo ricostruito una salda alleanza con le esperienze di lotta più importanti del paese, le giovani generazioni hanno contribuito in modo decisivo alla vittoria del No al Referendum del 22/23 marzo: si tratta di un dissenso che dobbiamo continuare ad organizzare e a rendere visibile nel Paese, dando corpo e gambe all’esigenza forte e urgente di un’alternativa sociale e politica al modello di società della guerra, degli “Epstein files”, della corruzione, dello sfruttamento e dell’individualismo sfrenato.
I giovani, hanno detto NO ad un governo liberticida che mina le basi della democrazia, ad un esecutivo di guerrafondai che appoggia Trump ma anche il riarmo europeo, ad una classe dirigente indecente che fomenta la guerra tra poveri e i peggiori istinti reazionari, il classismo, il razzismo e il sessismo. Abbiamo votato NO non solo per difendere una Costituzione nata dalla Resistenza partigiana (anche mai applicata fino in fondo), ma per una necessità incombente di essere ascoltati, di rompere in maniera definitiva con un presente che non lascia spazio al futuro, perché serve CAMBIARE TUTTO!
Si tratta di un risultato eccezionale considerato che, come noi e tante altre associazioni e organizzazioni giovanili abbiamo denunciato, il governo aveva fatto di tutto per ostacolare il nostro voto: prima vietando ai fuorisede di votare nei luoghi in cui studiano e lavorano, poi negando le assemblee sul Referendum nelle scuole, addirittura i giorni del voto sono arrivate segnalazioni di studenti regolarmente iscritti come rappresentanti di lista a cui si voleva impedire di votare. Lo sapevano che i giovani e le giovani potevano essere una voce contro che andava fermata. Alla fine lo schiaffo è arrivato e pure sonoro, con il 55,3% degli under 34 e addirittura il 63,6% degli studenti per il No, con un livello di partecipazione al voto altissimo.
Non si tratta solo di un voto nel merito di un quesito ostico sulla giustizia – come tanti vorrebbero fare passare – ma un voto tutto politico, per cui ci eravamo impegnati con una capillare campagna referendaria all’interno del Comitato per il No Sociale, che aveva trovato ascolto e interesse in scuole e università, culminata nella manifestazione nazionale del 14 marzo e nella richiesta delle dimissioni del Governo di fronte a Montecitorio. Il primo grosso “No” al Governo è stato il movimento del Blocchiamo Tutto d’autunno e nelle tante piazze in tutto il Paese piene di quell’eccedenza giovanile che serve per cambiare e che – a fianco dei porti e dei posti di lavoro – ha trovato nei luoghi della formazione uno degli epicentri che ne hanno contribuito al rafforzamento.
Bloccare tutto, cambiare tutto, dire NO: è evidente l’espressione, seppur acerba, ma oggi sicuramente palese, della necessità di un rottura radicale e a tutto tondo con la realtà di questo presente, che passa per vecchie e nuove pratiche di conflitto sociale e politico, come i blocchi degli accordi bellici nelle facoltà e delle armi nei porti, per il rifiuto totale della propaganda e della guerra cognitiva e dell’informazione, e rimettendo al centro forme di organizzazione contro la frammentazione sociale.
Questo governo infatti ha fallito su tutta la linea, ma si è accanito in particolar modo contro giovani e classi popolari, sin dall’insediamento il 25 ottobre 2022 mentre alla Sapienza studenti e studentesse venivano manganellati fuori da scienze politiche mentre protestavano pacificamente contro una iniziativa dei fascisti appena andati al governo, mettendo subito in chiaro la natura antipopolare e repressiva del governo.
Il malcontento si è accumulato per una serie di politiche sociali disastrose e sbagliate (tagli a scuola e università, carovita, lavoro povero e precario, abolizione del reddito di cittadinanza, repressione etc.), per un attacco continuo e a tutto campo contro i giovani, dal decreto Rave fino ai recenti decreti sicurezza, ha preso forma sotto le tende piantate in decine di città contro l’aumento degli affitti e l’assenza di studentati e case accessibili per i giovani, fino a deflagrare, in modo evidente, con la questione palestinese e la complicità del nostro paese con il genocidio e lo stato terrorista di Israele. Ed è in quelle mobilitazioni che la generazione Gaza si è presa la scena pubblica, nel rifiuto totale al genocidio perpetrato da Israele con la complicità dei governi occidentali.
Se un dissenso giovanile esiste allora va coltivato e bisogna dargli possibilità di rappresentarsi, fuori e contro le strumentalizzazioni di una politica incoerente che non ha mai rappresentato una alternativa, oggi rappresentata dal campo largo. Vorrebbero incanalare le nostre inquietudini e aspirazioni nelle loro esigenze elettorali, ma non dobbiamo permettergli di spegnere il fuoco dentro una nuova avventura asservita alle compatibilità politiche, economiche e valoriali.
Ci sono problemi quotidiani e temi specifici legati a una nuova “questione giovanile” che ha difficoltà a emergere sotto forma di lotta e mobilitazione, visto che i giovani non sono esenti dalla passività e dalla deconflittualizzazione della società. Le scuole e le università però si sono dimostrate lughi di rottura di questa passività e epicentro dello sviluppo di conflitto studentesco e giovanile, confermandosi come campi di battaglia chiave per organizzarsi e lottare. Ma oggi dobbiamo fare di più.
Come possiamo fare un passo avanti, per dare continuità, rappresentazione, forza a questa questione giovanile, a questo rifiuto generale dei giovani che abbiamo visto esprimersi rumorosamente il 22 e 23 marzo? Come accogliere le migliaia di giovani all’interno di un progetto di attivazione politica che rompa le compatibilità e costruisca l’alternativa? Come non farci rubare la voce dai soliti politicanti pronti a vendere le nostre richieste sull’altare delle compatibilità con il sistema? Mentre continua il lavoro in scuole e università, vogliamo porre questo quesito che è ambizioso, ma forse urgente.
Lo scorso 14 marzo nella manifestazione nazionale a Roma infatti abbiamo espresso un No che parlava di diritto allo studio, ma non solo: contrarietà ai piani di guerra USA e di riarmo dell’UE e della NATO, precarietà lavorativa ed esistenziale, rifiuto dello stato di polizia e della deriva autoritaria, rifiuto delle politiche contro le donne e i migranti, contrarietà al ritorno della leva. Vogliamo investimenti pubblici sulla casa, sulla sanità, sull’istruzione, aumento dei salari.
Una settimana dopo, il 21 marzo a Milano, una importante assemblea internazionale e internazionalista ha riunito compagni di organizzazioni giovanili da tutta Europa per organizzarsi contro il ritorno della leva e la militarizzazione nei nostri paesi, l’unica prospettiva che le classi dirigenti europee sono in grado di offrirci. Abbiamo costatato come dal Nord al Sud del continente esista l’urgenza di organizzarsi, di mobilitarsi per dire NO al modello di svilippo che ci viene imposto.
Il lavoro che stiamo facendo allora già parla di un problema ampio delle giovani generazioni, a cui bisogna dare una prospettiva di lotta generale e generalizzata, autonoma e indipendente che parli e costruisca un nuovo mondo. Per non farci soffocare e per non farci ingabbiare in recinti non aspettiamo che la marea scenda. Diamo vita a assemble, incontri e momenti di confronto in tutti i nostri luoghi e territori. Cominciamo a costruire assemblee territoriali e che diano voce ai nostri bisogni e alle nostre idee per la trasformazione del presente.
