La Sapienza che cambia e The Student Hotel: comprendere la fase, inserirsi nelle contraddizioni e rilanciare le lotte.

È notizia di ieri che la Spazio Temporaneo srl, la società che organizzava gli eventi nell’area meglio conosciuta come l’Ex dogana, in via dello Scalo di San Lorenzo, ha riconsegnato i locali al proprietario, la Residenziale Immobiliare 2004, controllata di Cassa depositi e prestiti immobiliare, che dunque potrà finalmente dare il via libera all’avvio dei cantieri per la realizzazione del “The Student Hotel” da parte dell’omonimo gruppo olandese.

Di questo “studentato per soli ricchi” se ne parla, nella nostra città così come a Bologna, ormai da diverso tempo, mentre a Firenze la struttura è già operativa. Parallelamente, a questo progetto si è aggiunto in queste ultime ore l’annuncio di un altro hotel di lusso che sorgerà a via De Lollis: parliamo della prima Soho House d’Italia, una catena per Vip che è presente in altre grande metropoli del pianeta.

Tutto ciò appare come un vero e proprio ripensamento a tappe forzate, e gentrificazione, degli spazi urbani che sorgono adiacenti alla città universitaria del più grande ateneo nazionale, la Sapienza, attraversato ogni anno da 100 mila studenti universitari, più relativo personale accademico e amministrativo. Il tentativo è quello di trasformare San Lorenzo da (ex?) quartiere popolare in una zona prevalentemente studentesca.

Perciò la vicenda Student Hotel ci riguarda da vicino: questa rientra in quella lenta e costante selezione della popolazione universitaria a cui fa capo una vera e propria opera di selezione sociale nei luoghi adibiti alla formazione superiore. I nostri atenei oramai rappresentano uno spazio sempre più escludente per le fasce più deboli della società, anche grazie a strumenti classisti come il numero chiuso soprattutto nelle università di punta come l’Alma Mater di Bologna.

Siamo convinti che tutto questo vada inserito in una serie di tendenze generali di cui abbiamo discusso in un incontro aperto alla facoltà di Lettere, Sapienza, lo scorso 4 aprile, un incontro che ha ospitato una relazione di Francesco Sylos Labini, redattore di Roars, e visto la partecipazione di realtà universitarie come Link Sapienza e il Collettivo Autorganizzato di Scienze Politiche, il collettivo di ingegneria Aula2.

A partire dal capitolo romano di un’analisi che da tempo portiamo avanti sui vari atenei presenti sul territorio nazionale, ci siamo confrontati sulla strada intrapresa dalla prima università di Roma.

Nell’incontro, ci si è concentrati sul definanziamento della ricerca – pensiamo al taglio del 20% effettuato da Tremonti – e in particolare sugli effetti avuti su ricercatori e ricercatrici: questi, vivono una condizione lavorativa estremamente precaria, i salari sono insufficienti e il lavoro di ricerca in sé viene sminuito qualitativamente.

D’altra parte i finanziamenti vengono elargiti ai diversi dipartimenti e agli atenei in base al solo criterio della «meritocrazia»: con questo modus operandi viene meno il principio di solidarietà (e come testimonia la proposta sul “Regionalismo differenziato”, non solo tra atenei), e inasprisce la competizione per l’accaparramento della parte premiale dello già scarso Fondo di finanziamento ordinario (Ffo).

Tra le riforme approvate negli ultimi trent’anni, di centro-destra così come di centro-sinistra, sono state quelle targate Gelmini ad aver avuto le conseguenze più pesanti: la redistribuzione delle risorse fra gli atenei tramite la quota premiale del Ffo, basata sulle classifiche stilate dall’Anvur attraverso criteri a dir poco discutibili, ha sostanzialmente determinato la polarizzazione tra quegli atenei di serie A, atenei di punta virtuosi e con maggiori finanziamenti, e gli atenei di serie B, sorta di università-parcheggio per i futuri lavoratori precari. In quest’ottica, siamo convinti che l’operazione relativa a The Student Hotel vada proprio in quella direzione, con l’intenzione di attrarre studenti facoltosi a scapito di quelli meno abbienti, e realizzare dunque maggiori profitti sulla pelle degli studenti.

Questo meccanismo rispecchia perfettamente le dinamiche asimmetriche interne all’Unione europea tra i paesi del sud, i così detti Pigs, rispetto a quelli core del centro-nord. Il sud è e sarà sempre più percepito come bacino dal quale attingere forza-lavoro a basso costo, ricercatori meritevoli (solo loro) in chiave competitiva, svuotando, e rendendo più facilmente sfruttabili, interi territori.

I compagni di Torino, con la divulgazione del documento successivo alle mobilitazioni che li hanno visti protagonisti all’Università di Torino, lo avevano messo in luce chiaramente: il testo Se viviamo è per camminare sulla testa dei re «è un’analisi militante, una lezione che la realtà ci ha dato ed un’arma che utilizziamo per modificarla. Il nesso tra attivazione soggettiva e realtà oggettiva è la chiave di lettura».

Perciò, lo sforzo teorico non è mai fine a se stesso, né punto di arrivo un’idea di fare politica: al contrario, è sempre il risultato del suo rapporto dialettico con la realtà, e cioè momento (e solo momento) di riflessione che permette, da una parte, di inquadrare in maniera più chiara gli eventi della realtà,  e dall’altra, di organizzare una prassi politica che sia effettivamente di rottura con lo stato di cose presenti. Siamo quindi convinti che dibattiti come quello del 4 aprile, al pari degli approfondimenti prodotti alla luce di mobilitazioni come quella torinese, siano fondamentali per indicarci la direzione intrapresa dai nostri avversari e riuscire a mettere in campo le migliori pratiche nei momenti in cui esplodono le contraddizioni create dall’avanzata predatoria degli interessi delle grandi multinazionali nelle università come nei quartieri, permettendoci di proiettare questi momenti nelle lotte.

Tornando a The Student Hotel: solo un’analisi delle relazioni tra spazio urbano, ruolo della formazione e fase dell’accumulazione capitalistica ci permette di indicare, nella struttura alberghiera in costruzione, non solo un servizio eventualmente esclusivo per una precisa fetta della società, ma un tassello importante di un’idea di città, e dunque di mondo, tanto precisa quanto diametralmente opposta a quella a cui noi aspiriamo.

Quello che si progetta per un quartiere appena fuori dalla città universitaria quindi è tutt’altro in controtendenza con quanto avviene al suo interno: si tenta di creare un diritto allo studio parallelo e privato, decisamente escludente per chi non può permetterselo, non ostante questo spazio venga presentato con una retorica vuota e pubblicitaria che parla di uno spazio dove poter “essere se stessi”. Così come i privati nei Consigli di Amministrazione degli atenei hanno decisamente influenzato le università sia nella ricerca che da un punto di vista didattico, ma anche di vivibilità di degli spazi ormai normalizzati e chiusi alla possibilità di dissenso politico, come abbiamo avuto modo di parlare nell’incontro del 4 aprile, così si tenta di fare sulle zone di Roma più vicine all’università: questo ci consegna l’immagine di uno studente universitario che per il padrone dovrebbe essere un mero consumatore, incapace di produrre istanze collettive e che vive il suo periodo di studio passivamente.

Per queste ragioni, mirando a modellare le zone universitarie, cambiando nel profondo un quartiere storico come quello di San Lorenzo, e puntando alla popolazione degli studenti come bacino di estrazione di profitti, “The Student Hotel” rappresenta un ingranaggio decisivo nell’assalto che il capitale privato sta portando al cuore delle sfere di interesse pubblico, sociale, comunitario.

Mini-Naja: educazione militare d’élite per tempi di guerra

Il 27 marzo la camera ha approvato quasi all’unanimità la proposta di legge sulla cosiddetta “mini naja”, un percorso formativo in ambito militare, volontario e non retribuito, della durata di sei mesi per i giovani diplomati di età compresa tra i 19 e i 22 anni.

Crediamo sia importante inquadrare correttamente questo provvedimento, sia come anticorpo contro lo schiacciamento del dibattito su posizioni campiste del tipo “guerrafondai vs pacifisti”, sia come stimolo per una riflessione più generale sulle tendenze in atto rispetto a temi come la guerra, la competizione globale e la formazione.

Iniziamo col dire che nonostante si parli di “Mini-Naja” questa non centra nulla con la Naja “originale” e quindi non si tratta della reintroduzione del servizio militare obbligatorio – come auspicato pubblicamente da Salvini quest’estate – ma di uno strumento di carattere ideologico integrato all’interno del percorso formativo per adeguare le classi dirigenti di domani al clima di competizione globale sempre più incalzante. Infatti il carattere volontario e non remunerato, il numero limitato di posti disponibili, la tipologia d’insegnamenti previsti durante i sei mesi del progetto sono elementi che già da soli delineano un target diverso da quello che si cercava ai tempi in cui l’esercito era una forza che si costruiva attraverso la massa. “I nostri militari sono e debbono essere dei professionisti” ha tuonato il ministro della Difesa Elisabetta Trenta in risposta alle dichiarazioni estive di Salvini definendole “romantiche ma non più al passo con i tempi”.

Il nodo di fondo per comprendere questo nuovo provvedimento sta proprio in questa dichiarazione. Nella narrazione comune piace a tutti pensare che l’abolizione della leva obbligatoria sia stata una conquista dei movimenti antimilitaristi, la realtà dei fatti è che (come accaduto nel mondo del lavoro) abbiamo assistito ad un superamento della dimensione di massa dell’esercito – in cui tra l’altro si inserivano mobilitazioni pacifiste o fenomeni come quelli dei “Proletari In Divisa” – dovuto sia all’innovazione tecnologica sempre più sofisticata che espelle la quantità e punta tutto sulla qualità, sia a un generale riassetto delle funzioni e quindi della composizione delle forze armate in seguito al cambiamento epocale rappresentato dalla caduta del muro di Berlino.

Ma non è oggi importante solo formare nuovi quadri in ambito prettamente militare, quanto esportare la logica militare anche in campo politico ed economico poiché è fondamentale far comprendere che l’affermazione politica ed economica del proprio mercato si lega sempre di più alla capacità di affermazione militare. Questo concezione deve diventare paradigma riconosciuto e metabolizzato durante i processi di formazione della classe dirigente di domani.

Non a caso leggendo il testo della legge scopriamo che l’addestramento durante il percorso oltre a contenere una formazione di tipo ideologico, tecnico e diplomatico – come ad esempio simulazioni di attacchi cibernetici, viaggi di studio, conoscenza dell’organizzazione e della vita delle forze armate e della NATO, apprendimento in tema di cooperazione nell’ambito della difesa europea (Pesco) – prevede anche “Incontri con diverse realtà economico-sociali del paese utili a fini di conoscenza delle diverse articolazioni del sistema produttivo nazionale”.

Bisogna anche sottolineare che non siamo di fronte a un atto inedito, data la già attuale integrazione nel sistema formativo – principalmente universitario – di esperienze in ambito di guerra. Come sempre più spesso avviene all’interno di corsi di laurea in cui l’intreccio tra i programmi di studio e la formazione militare è reale prassi da diversi anni (Leggi).

Un elemento in più che evidenzia la torsione autoritaria che vive – senza troppe resistenze – il mondo della formazione seguendo il comando delle direttive volute dall’Unione Europea.

Infine se pensiamo che questa legge sia stata approvata anche con i voti del Partito Democratico non possiamo che riconfermare che il principale partito che si propone come opposizione di sinistra in questo paese è un protagonista cosciente dell’attacco ideologico allo sviluppo democratico e progressista della società. Dunque non solo semplice “avversario” che sostiene le logiche di mercato ma “nemico” con il quale è impossibile anche solo pensare di condividere alcun tipo di spazio sopratutto sul piano dell’antifascismo e dunque della lotta contro ogni tipo di oppressione.