Il circolo vizioso tra bassa istruzione e povertà

In questo nuovo articolo della rubrica di Equilibrio Precario vogliamo occuparci della connessione tra disuguaglianze sociali ed istruzione andando a decostruire una narrazione dominante che presenta il mondo della formazione come fondato su una brillante meritocrazia che premia sempre i più bravi e “giustamente” lascia indietro chi non ha le “skills” per affrontare un mondo del lavoro flessibile che richiede giovani lavoratori sempre più smart e competitivi. Riferendoci, al di là dell’ideologia, alla realtà vediamo una situazione ben diversa: chi non ha le competenze adatte non è un incapace ma viene da una condizione economica svantaggiata che non gli permette di frequentare scuole di qualità e la meritocrazia diventa un modo per giustificare le enormi disuguaglianze economiche e sociali.

Da sempre sottolineiamo come il modello economico capitalistico genera uno sviluppo ineguale di diverse aree geopolitiche, il quale a sua volta viene rafforzato dalla “controrivoluzione” neoliberale, iniziata negli anni ‘80, che ha visto l’introduzione di una serie di leggi in materia di lavoro, di istruzione, di previdenza sociale, sanitaria ecc., aventi l’obiettivo di piegare i diritti sociali al profitto e promuovere l’interesse privato a discapito di quello pubblico. Questo sviluppo ineguale, imposto dall’Unione Europea soprattutto per la gestione, con l’austerity, della crisi economica, emerge ormai chiaramente dai dati e dall’analisi del quadro generale, tant’è che ormai anche i giornali mainstream non riescono più a nasconderla, nonostante il goffo tentativo di mostrare il fenomeno come marginale. In Italia, nello specifico, sono usciti una serie di articoli sul tema che sottolineano come la disuguaglianza e la povertà siano molto più sentite al Centro-Sud, ma che al tempo stesso l’impatto è diverso all’interno degli stessi territori a seconda della classe di appartenenza e dell’età, risultando ancora più feroce nei confronti dei giovani, della classe dei salariati e dei subalterni, nonché per le fasce sociali più deboli.

Con lo scopo di avere una fotografia più chiara del fenomeno, smascherando gli effetti di un modello economico e sociale insostenibile, ne presentiamo una descrizione per cercare di cogliere i trend più rilevanti e soprattutto per mostrare l’assenza totale di mobilità sociale, le relazioni centro-periferia che si stanno sempre più rafforzando e l’attacco fortissimo perpetrato nei confronti delle nuove generazioni che, tra le fasce di popolazione, sono tra quelle che soffrono di più questo modello.

I dati Istat sulla povertà in Italia[1] indicano un aumento del numero di poveri assoluti, persone che non possono permettersi le spese essenziali per condurre uno standard di vita minimamente accettabile. Nel 2017 e nel 2018, il dato si attesta su 5 milioni di persone, ovvero l’8,4% dei residenti in Italia. In particolare, il dato è tragico per le bambine e i bambini: un povero assoluto su 4 ha meno di 18 anni. Con la crisi, infatti, i minori sono la fascia demografica che ha visto peggiorare di più la propria condizione: se nel 2005 si trovava in povertà assoluta il 3,9% dei giovani con meno di 18 anni, nell’ultimo decennio questa percentuale è più che triplicata (12,6% nel 2018). La situazione più grave riguarda i bambini tra 7 e 13 anni: il 13,4% è povero.

Questi dati allarmanti mostrano anche un circolo vizioso tra bassa istruzione e povertà: nelle famiglie senza diploma la povertà assoluta è quasi 3 volte più frequente di quelle dove la persona di riferimento è diplomata o laureata. La tendenza è aggravata da una scarsissima mobilità sociale. Nel nostro paese i figli di chi non è diplomato, tendono a loro volta a non diplomarsi, instaurando così un circolo vizioso tra condizione economica ed educativa: chi nasce in una famiglia povera ha a disposizione meno strumenti per sottrarsi a questa condizione. Un problema sociale, perché rende la povertà ereditaria e finisce con l’aggravare la situazione dei territori già deprivati. Questo legame è visibile anche a livello territoriale. Il Mezzogiorno ad esempio si caratterizza per livelli di povertà assoluta più elevati (11,4% di persone povere, contro il 6,9% del nord e il 6,6% del centro Italia), ed è anche l’area del paese con i livelli d’istruzione più bassi. Infatti, agli ultimi posti per percentuale di adulti diplomati figurano tutte le regioni meridionali più popolose: Puglia, Sicilia, Sardegna, Campania e Calabria.

I dati Almalaurea, elaborati dal Sole24Ore, confermano chiaramente che chi parte svantaggiato in termini economici, ci resta. Abbiamo bassissimi tassi di giovani laureati rispetto al resto d’Europa (la quota di 25-64enni che posseggono un titolo di studio secondario superiore è stimato al 61,7% nel 2018, ben al di sotto della media europea che è pari al 78,1%[2]), soprattutto fra le fasce meno abbienti, anche perché nel nostro paese si aggiunge il gap della scelta della scuola superiore. Nell’anno scolastico in corso il 55% dei ragazzi frequenta il primo anno di un liceo, il 30% un istituto tecnico e il 15% un istituto professionale, ma già questa prima scelta produce un divario di classe importante: solo un iscritto a un liceo classico o scientifico su 10 è figlio di operai o impiegati, il 17% dei diplomati professionali sceglie di andare all’università, e solo uno su tre di coloro che prima del diploma intendeva iscriversi all’università, l’ha effettivamente fatto.

Chi proviene da famiglie più svantaggiate, non solo in termini economici, ma anche di titolo di studio dei genitori, di fatto studia di meno e quando anche arriva a iscriversi all’università, sceglie corsi di laurea più brevi. Anche nel tasso di abbandono scolastico incide la provenienza sociale e quella territoriale[3]. In media, in Italia, poco meno di 15 giovani su 100 hanno abbandonato gli studi prima di arrivare al diploma o a una qualifica professionale di almeno 2 anni. In 3 regioni meridionali, Sardegna, Sicilia e Calabria, la percentuale supera il 20%. In Campania e Puglia oscilla tra il 18 e il 19%. Ma i divari, nel nostro paese, non emergono solo dal confronto tra le regioni, ma dentro le stesse regioni possono coesistere divari molto ampi. La Liguria è quella con i divari interni più ampi: al dato di La Spezia (4,8% di abbandoni nel 2017) si contrappone quello di Imperia (22,2%). Un gap interno che quindi è pari a 17,4 punti percentuali.

I divari risultano particolarmente ampi anche in Toscana e Sardegna. Nella prima, la quota di abbandoni di Arezzo (22%) supera di quasi 16 punti quella di Firenze (6,4%). L’analisi per province, del resto, mostra che anche nelle regioni del Nord ci sono realtà dove l’abbandono è diffuso ai livelli del Mezzogiorno. È il caso ad esempio di Liguria e Piemonte, dove si trovano le 2 province con il maggior abbandono scolastico dell’Italia settentrionale: Imperia e Novara. Due casi interessanti, visto che in entrambe le regioni la quota di abbandoni è inferiore alla media nazionale, sebbene si collochi al di sopra della soglia europea del 10%.

Tali disuguaglianze perpetuano nel mondo del lavoro o meglio del “non lavoro”.  Infatti, spostandoci nel settore occupazionale i dati ci confermano che queste tendenze si riverberano nell’occupabilità, dove vediamo un Sud sempre più arretrato in cui negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 gli occupati sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre nel centro Nord sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%) nello stesso periodo[4]. Per di più, l’Italia si aggiudica il primato rispetto agli altri paesi europei riguardo ai Neet: nel 2018 i Neet (Not in Education, Employment or Training) sono 2.189.000, confermando il problema strutturale dell’inclusione e della partecipazione dei giovani all’interno del mercato del lavoro e dei percorsi formativi. Nel Mezzogiorno, però, l’incidenza dei Neet è più che doppia (33,8%) rispetto al Nord (15,6%), mentre al Centro è del 19,6%[5].

Gli effetti delle disuguaglianze che si riflettono quindi sulle scelte dei giovani non sono solo legate all’istruzione bensì anche al lavoro e questo comporterà un inasprimento in termini di migrazioni interne in primo luogo e verso i paesi core dell’UE in secondo luogo. Il rapporto Svimez[6] ci offre un quadro entro il quale l’Italia si muoverà, tenendo a mente un progressivo rallentamento dell’economia italiana. Chi verrà leso maggiormente da questa situazione è ancora una volta il Sud. Continuando a citare la fonte Svimez, gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati già oltre 2 milioni, di cui 132.187 solo nel 2017. Di questi ultimi 66.557 sono giovani (50,04%, di cui il 33% laureati). Il saldo migratorio interno al netto è negativo per 852 mila unità. Nel 2017 sono emigrati dal Meridione 132 mila persone, con un saldo negativo di circa 70 mila unità.

Conclusione: se nasci povero e da genitori senza titoli di studio morirai povero e senza titoli di studio. Fin dalla scuola superiore inizia la selezione di classe soprattutto con la maggiore polarizzazione tra scuole di serie A e di serie B che negli ultimi anni è ancora aumentata con l’introduzione dell’Alternanza Scuola Lavoro (Legge 107) che sarà “buona alternanza” nelle scuole di alto livello dove le famiglie ricche possono addirittura spendere soldi per un’alternanza scuola lavoro all’estero, e significherà friggere patatine al McDonald’s nelle scuole dequalificate di fasce periferiche. Come abbiamo visto, all’università neanche ci arrivano i figli di genitori poveri e senza titoli di studio tanto che il sistema universitario italiano sta avendo una regressione da università di massa ad università d’élite a causa delle tasse altissime e dei finanziamenti statali che non vengono utilizzati per il diritto allo studio o distribuiti in maniera equa tra gli atenei per evitare disuguaglianze, ma per creare poli d’eccellenza e favorire l’ingresso di aziende private nella ricerca.

Le disuguaglianze economiche e sociali imposte dal modello di produzione capitalistico soprattutto a partire dalla gestione della crisi da parte dell’Unione Europea vengono ancora accentuate dal sistema formativo che al posto di essere una possibilità di emancipazione diventa vera e proprio scuola di classe. Per capire fino in fondo le differenze di classe fomentate dal sistema scolastico e per fare chiarezza sugli interessi che stanno dietro, occorre far riferimento al piano europeo.

La costruzione dell’Unione Europea come polo competitivo a livello globale è fondata su uno sviluppo ineguale ossia su un’Europa a due velocità: da un lato i paesi del centro e del nord con economie forti ed industrializzate, dall’altro i paesi del sud e dell’est che hanno la funzione di essere mercati di sbocco e di fornire materie prime per le merci prodotte nel centro e soprattutto procurano manodopera a basso costo ai paesi del centro. In questo contesto, il nostro paese, con le poche università ad alto livello formativo che ha (per esempio poli di serie A quali l’Università di Bologna, il Politecnico di Milano e alcuni atenei privati) forma una ristretta élite di giovani (provenienti di solito da famiglie già economicamente avvantaggiate, come abbiamo mostrato sopra) che, non trovando lavoro in Italia, emigrano nei paesi del centro e, molto probabilmente, andranno a far parte dall’alta classe dirigente dell’Unione Europea.

Per tutti gli altri giovani studenti con una condizione di partenza più svantaggiata le strade sono due: o rimanere in Italia ad ingrossare le file dei disoccupati o dei precari (seppur siano riusciti ad ottenere anche un’alta preparazione formativa), oppure tentare la via dell’emigrazione in Germania, Francia ed Inghilterra finendo spesso a fare i lavapiatti o altri lavori estremamente dequalificati e comunque pagati pochissimo.

Quindi, allargando lo sguardo, le disuguaglianze che notiamo a livello della scuola e dell’università italiana derivano in realtà da un assetto europeo fondato su uno sviluppo diseguale in cui il nostro paese ha il ruolo di fornire manodopera qualificata ai paesi del centro e del nord.

Per riuscire a primeggiare nella competizione globale è fondamentale, per la dirigenza dell’Unione Europea, avere un cosiddetto “capitale umano” molto qualificato capace di lavorare in ambiti come quello dello sviluppo e dell’innovazione tecnologica e industriale. Nei documenti riguardanti gli obiettivi strategici dell’Unione Europea viene spesso scritto che l’Unione Europea punta a diventare una delle economie della conoscenza più forti al mondo. Così diventa chiara l’importanza della formazione e dell’alta ricerca tanto che l’ultimo Programma Quadro sulla formazione a livello europeo è il più alto finanziamento mai stato stanziato dell’UE dalla sua nascita all’inizio degli anni ’90.

Dietro alla costruzione di una formazione classista sia a livello nazionale sia a livello europeo stanno gli interessi dei grandi gruppi industriali e dirigenti dell’Unione Europea che, attraverso lo sfruttamento dei risultati dell’alta ricerca, cercano di competere con le altre potenze globali. Pensiamo che il primo passo per ribaltare questo sistema sia quello di individuare i responsabili e creare strumenti d’analisi che ci aiutino a distinguere tra narrazione ideologica e realtà e tra interessi di pochi e interessi di molti.


[1] https://www.openpolis.it/il-legame-tra-bassa-istruzione-e-poverta-va-considerato-unemergenza/

[2] https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/08/08/37865/

[3] https://www.openpolis.it/divari-ampi-sullabbandono-scolastico-anche-dentro-la-stessa-regione/

[4] https://www.ilsole24ore.com/art/svimez-2019-pil-sotto-zero-spettro-recessione-sud-ACqAIdc

[5]http://scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2019-07-15/istat-italia-istruzione-sotto-media-ue-i-diplomati-25percento-neet-174213.php?uuid=ACse5xY&fromSearch

[6] https://www.ilsole24ore.com/art/svimez-2019-pil-sotto-zero-spettro-recessione-sud-ACqAIdc

Insostenibilmente. Studenti e ricercatori di fronte al riciclo di un sistema

Siamo studenti e studentesse della Sapienza interessati ad indagare quel “mondo verde” che già da tempo è in costruzione: da una parte per quanto riguarda le rivendicazioni delle popolazioni principalmente coinvolte dalle conseguenze del cambiamento climatico, dall’altra al livello di dibattito politico e piani economici.

Solo ultimamente tuttavia la questione ha visto la ribalta mediatica mondiale: dalle mobilitazioni ai vertici internazionali, l’ambientalismo attraversa gli ambiti più disparati anche nel mondo della formazione. Da gennaio, la stessa Sapienza ha avviato il corso interdisciplinare sulla Sostenibilità, rivolto a tutti i dipartimenti, con contributi da tutte le facoltà.

Ormai l’ambientalismo è al centro della narrazione mainstream e chi in minore, chi in maggior misura, ha modificato alcuni dei suoi comportamenti quotidiani: dalla riduzione dell’utilizzo della plastica a quella di prodotti e mezzi inquinanti; i consumi eco-compatibili sono incoraggiati a tutti i livelli, nell’ottica di rendere il singolo, precedentemente colpevole dell’inquinamento, ora protagonista della riconversione.

Tuttavia sarebbe riduttivo pensare di incastrare la complessità del fenomeno in questo paradigma che vede da una parte consumi buoni e dall’altra consumi cattivi.

Da qui nasce la necessità di creare uno spazio di condivisione collettiva che permetta di confrontarsi sui temi quali la green economy, la questione industriale, il business della guerra, la neutralità della ricerca scientifica, piuttosto che l’agricoltura biologica, dotandoci di un’analisi adeguata a comprendere come e perché il mercato stia cambiando e quali siano le ripercussioni sul mondo della formazione. Soprattutto, sarà dirimente chiarire se e in che modo questo cambiamento stia effettivamente rispondendo alle rivendicazioni delle piazze che da un anno a questa parte hanno animato i cinque continenti, oltre che il dibattito pubblico e politico.

La stessa Unione europea ormai da tempo si impegna per operare un processo di riconversione non solo al livello energetico, ma anche produttivo, logistico e finanziario: lo abbiamo visto ultimamente con l’approvazione dell’ “European green deal” direttamente promosso dalla Presidente della Commissione europea, ma il processo in atto ha radici molto più lontane.

Si registrano infatti da circa un decennio investimenti sempre maggiori verso i settori rinnovabili e la ricerca ad essi connessa, orientamento economico certificato dai programmi quadro relativi alle strategie decennali dell’Ue. Per fare un esempio, possiamo notare la differenza tra il framework approvato nel 2014, in cui un obiettivo su cinque faceva esplicitamente riferimento all’azione rispetto al cambiamento climatico, e quello approvato nel 2020, nel quale la quota sale a quattro su cinque.

Si aggiunge a questo ovviamente la partecipazione alle principali conferenze e trattati internazionali sul clima: dal Protocollo di Kyoto (1997) all’accordo di Parigi (2015), passando per i meeting COP15, COP21 e COP25.

Il tema è dominante, basti pensare alle dichiarazioni della Lagarde, favorevole agli investimenti green, la quale ha scandito che la lotta al cambiamento climatico «dev’essere al centro della missione della Bce e di ogni altra istituzione». La Bce e la Commissione europea viaggiano parallelamente per dare forma agli investimenti sostenibili e ridefinire il concetto di sostenibilità, attuando un processo di greenwashing che ha come obiettivo quello di «trasformare una sfida urgente in un’opportunità unica». Questo slogan si concretizza nella realizzazione di un’economia competitiva, nella valorizzazione del cosiddetto capitale naturale e nel suo rafforzamento come attore globale.

Uno dei nostri compiti principali sarà sicuramente indagare in che misura questi obiettivi mirino all’“opportunità unica” di competere nel mercato globale piuttosto che a raccogliere la “sfida urgente” che i limiti fisici della biosfera ci costringono ad affrontare.

Se a ciò si aggiunge l’obiettivo primario dell’Unione europea di avvalersi di una knowledge-based economy, si comprende quanto sia strategico l’ambito della ricerca e dell’istruzione nella rivoluzione tecnologica di cui il capitale europeo necessita per valorizzarsi nuovamente.

D’altra parte, un tale stravolgimento produttivo e finanziario porta a conseguenze che non tutti i portafogli sono pronti ad affrontare. Da qui i passi avanti e le marce indietro a cui abbiamo assistito in questi mesi: tira e molla sul carbone, finanziamenti verdi prima promessi e poi ritrattati, la conferenza di Madrid conclusasi con un nulla di fatto. Sembra infatti che i principali promotori della green economy non si facciano scrupoli a tutelare i propri investimenti in borsa, dilatando i tempi di azione per dare modo alle banche di operare una “transizione finanziaria” che protegga i titoli da scossoni troppo forti.

Siamo sicuri che il Pianeta potrà attendere un processo “soft” di decarbonizzazione dei titoli? Che i green bond siano uno strumento di salvaguardia per l’ecosistema piuttosto che una più profittevole occasione di speculazione finanziaria?

Non è un caso che quest’anno il “World economic Forum” (Davos, 2020) in cui si riuniscono le più grandi aziende, i leader mondiali ed i personaggi economicamente più influenti, abbia messo al centro della discussione lo sviluppo sostenibile come strumento per uscire dall’impasse in cui la finanza mondiale è arenata. Le due “fazioni” in campo si sono subito delineate: scienza contro negazionismo, reazione contro green deal, Greta contro Trump.

A questo livello è stato appiattito il dibattito pubblico, schiacciato tra finte alternative, con la prospettiva di cambiare tutto affinché nulla cambi.

Per spiegare questa corsa di paesi, aziende e candidati politici per accaparrarsi il podio del “più sostenibile”, è necessario riprendere in mano la storia dagli anni ‘90 ad oggi, comprendendo quali sono le crisi che il capitalismo ha attraversato, quelle che cerca di posticipare ed i principali attori dell’opposizione e dell’alternativa a questo sistema.

Nel contesto dell’Unione europea, la riconversione energetica non ha il solo (primario) scopo di allontanare il pericolo del cigno verde, l’evento catastrofico inatteso causato dai cambiamenti climatici che potrebbe affossare le borse mondiali. Per l’Ue come polo imperialista in rafforzamento, si tratta di uno degli strumenti più potenti che il capitale ha attualmente a disposizione per aumentare la competitività, creando un mercato (ed una strategia di marketing) ad hoc con nuovi e maggiori margini di valorizzazione. Esemplare è stato in questo senso l’andamento dei titoli del settore rinnovabile durante la crisi del 2007-2008, tra i pochi ad aver retto e ad essere da allora in continua ascesa.

Fatte queste considerazioni, uno degli interrogativi principali in questi momenti di dibattito sarà sicuramente quanto a lungo reggerà una strategia che miri a convincerci di poter salvare capra e cavoli (mercati e Pianeta) prima che le contraddizioni esplodano più prepotentemente di prima.

I primi testimoni dell’incompatibilità tra quest’idea di progresso e l’ambiente sono sicuramente gli attivisti e militanti dei movimenti che da decenni si battono lungo la penisola e nelle isole per la difesa della propria terra: come chi appoggia la Tav sostiene di voler risolvere il problema dell’inquinamento del trasporto su gomma, così il rimodernamento del Poligono di Teulada viene giustificato dalla necessità di raggiungere una nuova frontiera green della guerra.

Questi movimenti hanno avuto la giusta funzione di mettere al centro il singolo non in quanto colpevole del disastro ambientale o consumatore di merce verde, ma in quanto parte di una resistenza che si rifiuta di subire le conseguenze o pagare i debito di chi ha inquinato e devastato.

In questi frangenti, la ricerca scientifica è la prima merce di scambio tra aziende affamate di risorse e Stati proni ai loro interessi: come ci si può aspettare perizie neutrali nel momento in cui le menti negli atenei, sempre più indissolubilmente legati al tessuto produttivo del territorio, vengono messe a disposizione delle aziende in cambio di partnership e fondi?

Lo snaturamento del ruolo del mondo della formazione nella società è stato portato avanti con perseveranza da anni, attraverso un processo di trasformazione che parte dalle scuole secondarie passando per l’università fino alla ricerca.

Questi stravolgimenti sono la conseguenza della così detta controrivoluzione che ha visto l’introduzione di una serie di leggi che a partire dagli anni ‘90 hanno avuto un unico denominatore comune: far primeggiare il privato a discapito del pubblico nel lavoro, nella sanità e, in questo caso, nell’istruzione. In particolare sul piano universitario abbiamo assistito a pesanti tagli dei fondi di finanziamento ordinario, all’aumento delle tasse, alla maggiore ingerenza dei privati, alla repressione quotidiana del pensiero difforme e ad una strategia di normalizzazione divenuta pervasiva negli atenei come nel resto della società.

A partire dagli stessi anni assistiamo al processo di integrazione nell’Unione europea, con il conseguente riconoscimento del ruolo strategico della formazione al fine di rendere il sapere (riplasmato per assecondare le esigenze del mercato) pilastro della sua capacità competitiva (si parla perciò di knowledge-based economy). In questo contesto la filiera formativa e produttiva non sono scisse, bensì avanzano sinergicamente non solo per quanto riguarda lo sviluppo di poli congeniali all’avanzamento tecnico dell’industria al minor prezzo possibile per il privato, ma anche rispetto all’indottrinamento dei futuri lavoratori ad un avvenire mobile, flessibile, precario.

Non stupisce quindi che le nostre università siano divenute delle vetrine in cui i privati si mettono in mostra: per noi è diventato “normale” imbatterci in banchetti espositivi di grandi aziende, avere le banche all’interno delle città universitarie, oppure assistere a corsi sulla tutela dell’ambiente patrocinati da industrie petrolchimiche ed Esercito. Anche solo facendo riferimento alla Sapienza, spicca il master di “Caratterizzazione e tecnologia per la bonifica dei siti inquinanti” che tra i propri partner presenta soggetti quali Eni, Shell o Enel.

Come si concilia questo scenario con la facciata green che la Sapienza ha messo in piedi dall’anno scorso a questa parte, iniziando dall’adesione alla Rete delle università sostenibili (recependo il 2030 “Sustainable development goals”), passando per la campagna plastic free e l’appoggio ufficiale alla mobilitazione del 27 Settembre e culminando con la presentazione di un piano per la mobilità sostenibile?

L’aziendalizzazione dell’istruzione precedentemente descritta ha in effetti fatto in modo che l’ateneo si trasformasse in uno dei più grandi altoparlanti del capitalismo verde, portando avanti un ambientalismo da giardino che nasconde dietro al paravento della green economy i veri responsabili del disastro ecologico.

Da qui la necessità da parte di noi studenti di prendere parola e confrontarci sui temi dell’ambientalismo, della sostenibilità e del tentativo di un sistema incompatibile con la vita sulla Terra di riciclarsi. Questa e tante altre enormi contraddizioni si palesano quotidianamente a partire anche dai luoghi di formazione, ed è nostro compito lavorare per produrre un ecologismo equo e di rottura.

Ripartiamo dall’università per la costruzione di un laboratorio politico che miri a porsi gli interrogativi che qui abbiamo in parte presentato, ma che soprattutto sia capace di operare una sintesi ed individuare un’alternativa differente da quella che propongono le aziende, i privati e lo stesso sistema formativo.

La costruzione del laboratorio si articolerà attraverso le seguenti iniziative:

– Green Economy: gli interessi che procrastinano un problema urgente

– Non neutralità della scienza: la funzione strategica dell’istruzione e della ricerca al di là della propaganda

– Guerra, formazione, ambiente: penetrazione ideologica del militarismo e conseguenze devastanti dei conflitti

– Sovranità alimentare: controllo sul modello di produzione per vincere disuguaglianze e sfruttamento

– Questione industriale: il caso emblematico dell’Ilva ed il ricatto occupazione-salute

 

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SOLIDARIETÀ ALLA GENOVA ANTIFASCISTA! L’ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA!

Lo scorso 23 maggio, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni europee, Genova aveva visto riaffermato il suo animo antifascista in occasione del comizio di chiusura della campagna elettorale organizzato in città da Casapound. Oggi, per quella giornata, sono arrivate oltre 50 denunce.

Quella giornata di antifascismo militante arrivava al culmine di una settimana di lotte e mobilitazioni per la città, dagli scioperi e le lotte dei portuali che avevano cacciato dal porto la “nave della morte” saudita il lunedì, alla mobilitazione per l’ambiente del venerdì. Settimana che aveva dato forza e stimolo ai compagni che quella giornata si sono radunati per cacciare la feccia fascista dalla loro città, per ribadire una volta di più che non c’è spazio nei nostri quartieri per chi fomenta la guerra tra poveri, per chi fa della violenza sui più deboli la propria propaganda politica. Ed è stata una giornata vittoriosa: un “cuneo” di compagni, con il sostegno delle centinaia di antifascisti in presidio, gioca d’anticipo e penetra le gabbie messe dalla polizia in difesa del comizio dei fascisti. Un cuneo che dimostra grande determinazione e capacità di tenuta riuscendo a reggere lo scontro di piazza e di fatto mettendo in fuga i pochi fascisti che avevano raggiunto la piazza del comizio.

Ed è qui che la violenza repressiva poliziesca inizia a far sentire tutta la sua forza contro i manifestanti, colpevoli di aver alzato la testa contro la presenza dei fascisti. C’è il famoso episodio del pestaggio da parte della polizia nei confronti di un giornalista e le cariche contro chi cercava di fermare la violenza poliziesca. Una dinamica che vediamo di continuo contro le piazze antifasciste; l’abbiamo visto nello stesso periodo a Bologna a difesa del comizio di Forza Nuova quando il corteo antifascista è stato pesantemente caricato e l’abbiamo visto anche pochi giorni fa in università a Torino dove gli studenti che si opponevano al FUAN sono stati caricati diverse volte e tre antifascisti sono stati arrestati e rimasti in carcere per diversi giorni.

Come sempre la polizia venga schierata in forze a difesa di gruppetti di fascisti che, nel pieno interesse delle classi dominanti, devono essere lasciati liberi di agire e di crescere. Non ci sorprende, nella storia i fascisti sono sempre stati al servizio delle classi dominanti nella guerra contro gli sfruttati: che ci fosse da stroncare le organizzazioni proletarie, da mettere le bombe per creare il terrore, oggi tutto ciò non è più necessario poiché i padroni hanno trovato armi ben migliori per neutralizzare il conflitto di classe: dalle organizzazioni sindacati complici, fino alle vittorie controrivoluzionarie di carattere ideologiche. Ma questo non significa che non possano comunque tornare utili anche solo come fomentatori della guerra tra poveri.

Per i nostri nemici l’antifascismo deve essere una parola vuota di significato, una bandierina da poter sventolare all’occorrenza sotto cui poter ricompattare il “popolo della sinistra” contro un nemico costruito ad arte dall’informazione di regime. L’abbiamo visto tante volte di recente: già durante le elezioni europee il finto scontro fra europeisti buoni e sovranisti cattivi, nelle recenti elezioni in emilia-romagna dove tutta la sinistra si è unita sotto la bandiera dell’antifascismo contro la “marea nera” della Lega. Ma queste costruzioni si sgretolano subito quando andiamo a vedere i reali contenuti proposti dai due schieramenti, due esempi su tutti: i pacchetti Minniti del PD che hanno aperto la strada ai decreti Salvini sul piano della repressione interna e gli accordi, sempre a firma PD, con la Libia per il controllo dell’immigrazione che hanno permesso la costruzione dei lager libici.

Per noi l’antifascismo non è questo, ma un valore fondamentale.

L’antifascismo dev’essere militante perché ci permette di smascherare il nemico, ci permette di dire che il fascismo oggi ha diverse facce. Quella più “cattiva” ben rappresentata dai topi di fogna di Casapound e Forza Nuova. Ma anche quella in doppiopetto del progetto neoliberista europeo: quello che con l’austerità affama le classi popolari dei suoi Stati, che ruba qualsiasi prospettiva di un futuro a noi giovani, che appoggia i nazisti in Donbass e i golpe in America latina, che appoggia lo stato israeliano nel genocidio dei palestinesi.

L’antifascismo è una pratica militante da mettere in campo ogni giorno, dai quartieri ai luoghi della formazione ai posti di lavoro. La repressione del nemico non ci fermerà, ci farà solo perdere tempo. I compagni di Genova devono affrontare denunce anche pesanti, ma sapendo di essere dal lato giusto della storia e sapendo di avere alle spalle la solidarietà e l’appoggio di tutti e tutte.

TORINO. CARO RETTORE, L’INDIFFERENZA È IL PESO MORTO DELLA STORIA

Ritorniamo a scrivere in seguito ai gravissimi eventi accaduti al Campus Einaudi che hanno portato al fermo di tre studenti antifascisti. Le lotte, anche quelle più concitate, necessitano di un momento di razionalizzazione degli eventi e di riflessione politica sul contesto all’interno del quale quegli stessi eventi si svolgono. È con questo approccio che pensiamo debbano essere lette le righe che seguono.

Il revisionismo storico che le organizzazioni fasciste e neofasciste portano avanti sulla questione delle foibe ci costringe a riflettere in primis sul significato della Storia e di come sia funzionale ridurre gli eventi storici a “ricordo”. La giornata del ricordo, istituita per legge nel 2004 dai partiti di centro destra e centro sinistra, una giornata istituzionale voluta dai più alti rappresentanti dello Stato, ha proprio questo obiettivo. Difatti, se pensiamo a come il Presidente della Repubblica Mattarella sia intervenuto sulla giornata, non possiamo che notare l’abile rimozione del prima e del dopo e la conseguente focalizzazione sull’istante, quello più utile a quel revisionismo storico di matrice fascista che vuole contrapporre su basi nazionaliste gli italiani e le popolazioni slave. Se non si tiene conto dell’evoluzione storica, se ad esempio si omette di dire che l’alleanza tra Mussolini e Hitler già nel 1940 aveva prodotto l’italianizzazione forzata dell’Istria con il conseguente infoibamento degli jugoslavi resistenti, allora si riduce la Storia a “ricordo”. Se ne rimuove il carattere scientifico e si lascia all’interpretazione dei soggetti in campo la narrazione di quegli anni. Narrazione che a questo punto diventa di parte, parti contrapposte su basi nazionaliste che riscrivono la storia sulla base dei loro sentimenti piuttosto che dei fatti realmente accaduti.

Quando si tenta di focalizzare l’attenzione sui fatti storici per opporsi conseguentemente a questa narrazione, ci si scontra con la cruda realtà dei rapporti di forza esistenti. Da un lato noi antifascisti duramente repressi a vari livelli – con armi preventive come ad esempio la riduzione degli spazi di ragionamento critico o come l’ultimo infame atto dell’università che ha portato alla scomparsa dal Sottoscala – 1 di Palazzo Nuovo dei pannelli con i murales in solidarietà al popolo curdo, fino agli arresti di questi giorni – e dell’altro un gruppuscolo di fascisti protetti da decine di poliziotti, dalle istituzioni e dai partiti di destra e di sinistra, anche quelli che il 25 aprile scendono in piazza in nome dell’antifascismo e che sulla giornata del ricordo tacciono quando non sono attivamente partecipi alla definizione di questa narrazione tossica. Questa operazione s’inserisce in un contesto europeo in cui una risoluzione del Parlamento ha equiparato fascismo e comunismo, questa stessa risoluzione assume il patto Molotov-Ribbentrop come punto di partenza della seconda guerra mondiale. Un ulteriore elemento antistorico che diventa realtà per le istituzioni europee a evidenza che la radice comune sta nel tentativo di rimozione dei soggetti di classe dal piano storico con l’obiettivo di definire un’ideologia comune su scala europea.

Il silenzio e l’indifferenza del rettore non possono essere interpretati come neutrali, data l’importanza della risposta degli studenti, gli arresti e le varie dichiarazioni da parte del mondo della politica siamo certi che questa chiusura sia in realtà complicità con quanto è avvenuto. Il rettore tenta di rappresentarsi al di sopra delle parti ma nei fatti criminalizza gli antifascisti con la retorica del “non si parla con i violenti” – che sistematicamente addita chi si difende come violento e omette gli aggressori – e protegge i fascisti con la retorica della “libertà di parola”. Si nasconde dietro un apparente antifascismo ma permette nei fatti che tre studenti antifascisti siano arrestati perché, insieme a molti altri, si sono opposti alle falsità raccontate dai neo-fascisti. Permette da anni al FUAN – un’organizzazione apertamente neo-fascista – di avere un’aula in università e nega spazi agli studenti. In risposta al presidente dell’Edisu, Sciretti, che dichiara che si occuperà personalmente di togliere la borsa di studio agli studenti fermati – su cui non ci soffermiamo perché non ci stupisce affatto – il rettore ha balbettato una vuota frase di circostanza in cui conferma l’impegno nel garantire il diritto allo studio. Ma di quale studio stiamo parlando? Nei fatti il rettore sta facendo passare una narrazione falsata della storia all’interno dell’Università in cui gli studenti si aspettano di conoscere invece la verità sui fatti storici. Il rettore, così facendo, abilita sul piano istituzionale la propaganda fascista elevandola a verità di Stato, piega l’Università a un messaggio reazionario. Il rettore ha una doppia responsabilità: la prima è quella di aver permesso l’ingresso della polizia in Università a protezione dei fascisti, con tanto di manganelli e arresti per gli studenti; la seconda è quella concedere agibilità politica ai fascisti, tanto sul piano della propaganda quanto sul piano della Storia. Il rettore nei fatti sta facendo politica, i ricercatori e i professori sono liberi di portare avanti le loro ricerche che inevitabilmente si scontrano con questa narrazione della Storia?

In questi giorni la risposta pronta e determinata degli studenti ci impone di porci, oltre che sul piano dell’antifascismo militante, anche su quello della Storia. Perciò il nostro compito è portare l’attenzione di tutti sull’evoluzione storica e sui fatti realmente accaduti ma soprattutto ci sembra obbligatorio ridare dignità scientifica alla Storia, per strapparla alla manipolazione di chi in questi giorni era dall’altra parte della barricata. Se a noi tocca riafferrare il movimento dialettico della Storia siamo pronti a farlo sul piano del ragionamento ma anche con i cortei, i presidi e le occupazioni. Questa è una lotta che si combatte su tutti i livelli e siamo consapevoli che il nostro sforzo soggettivo incontrerà – per opposizione dialettica, appunto – la violenza poliziesca dello Stato, il silenzio e l’indifferenza. Se ancora una volta dovremo muoverci in direzione ostinata e contraria, lo faremo.

Con questo spirito abbiamo promosso un’Assemblea pubblica antifascista aperta ai professori e ai lavoratori dell’Università al Campus Einaudi, Mercoledì alle 18.30.

LIBERTÀ PER PATRICK ZAKY, LIBERTÀ PER TUTTI!

Il caso di Patrick Zaky, studente egiziano di Unibo e attivista, arrestato al suo rientro in Egitto, ha da subito suscitato grande clamore della stampa e dell’opinione pubblica. Un caso molto rilevante, viste anche le analogie con il caso Regeni, su cui si stanno mobilitando associazioni, società civile e istituzioni per chiedere il rilascio del giovane in carcere. La durezza del governo egiziano e le terribili condizioni che vivono i prigionieri delle carceri sono ben note, con torture e sistematiche violazioni dei diritti umani, e per questo ci uniamo alla pretesa di immediato rilascio di Patrick Zaky.

Ma riteniamo necessario anche sforzarsi per cercare di comprendere quali dinamiche producono situazioni come quella di Zaky, sottraendoci allo schiacciamento in cui viene costretto il dibattito. Dobbiamo rilevare come la realtà sia molto più complessa di quella che viene raccontata, per questo rifuggiamo categorie d’analisi dicotomiche, tanto semplici quanto dannose, come buoni/cattivi. Evitiamo il tifo ed analizziamo lo scenario, anche internazionale, per come si presenta e le ricadute che questo contesto oggettivo ha sulle vicende specifiche.

L’Egitto è un Paese che si trova in una posizione strategica, “a metà strada” fra il medio-oriente e l’area del Maghreb, e più in generale del Nord Africa, che vanta il controllo del Canale di Suez, uno fra i canali più importanti per il commercio marittimo mondiale, oltre a ingenti risorse naturali, di petrolio e di gas naturale. Tutti questi fattori lo rendono un punto nevralgico nello scontro interimperialistico in corso nell’area del Mediterraneo e del medio-oriente.

Questa condizione oggettiva internazionale vede interessi diversi delle maggiori potenze mondiali concentrati in quest’area del mondo ed è questo che ha portato, negli ultimi anni, ai continui cambiamenti degli equilibri internazionali ed interni ai singoli Paesi.

In Egitto l’ultimo risale al 2013 quando, superando le turbolenze di piazza delle primavere arabe, Abdel Fattah al-Sisi prende il potere con un colpo di stato ai danni della Fratellanza Musulmana, imprigionando un numero impressionante di oppositori politici.

Al-Sisi, inizialmente salutato con piacere dalle potenze occidentali, Italia compresa, intrattiene però rapporti molto stretti anche con la Russia e la Cina, i diretti avversari dell’imperialismo USA e UE nell’area. Basti pensare che Al-Sisi ha presieduto, a fianco di Putin, l’incontro fra Russia e Unione Africana svoltosi a Sochi lo scorso ottobre per il rilancio degli accordi diplomatici e commerciali fra Russia e Paesi africani.

In questo contesto di scontro, l’irrigidimento interno delle misure repressive del regime egiziano, per niente incline all’apertura a qualsiasi tipo di richiesta di avanzamento civile o sociale, diventa una prerogativa fondamentale figlia del sistema stesso di scontro internazionale, una necessità per la tenuta del regime contro gli attacchi provenienti degli imperialismi occidentali.

È in quest’ottica che pensiamo di dover leggere l’arresto di Patrick Zaky, attivista della Ong Egyptian Initiative for Personal Rights, considerato anche il ruolo che diverse Ong hanno ricoperto, all’occorrenza, negli ultimi decenni come vere e proprie teste di ponte per l’imperialismo occidentale: dalla Jugoslavia, all’Iraq, all’America Latina.

L’enorme copertura politica e massmediatica del caso Zaky, che in questa situazione è una fortuna data la visibilità che restituisce e dunque l’aumento di pressione che permette, non può che farci sorgere dubbi sugli interessi che si celano dietro poiché conosciamo il taglio politico che rende possibile la diffusione di alcune notizie piuttosto che altre.

Se pensiamo, ad esempio, che stampa e politica non spendono parole sull’Algeria che da un anno è teatro di un forte movimento popolare, le maggiori proteste da vent’anni, che vede i giovani in prima linea nelle richieste di maggiore democrazia, di un cambio delle priorità economiche e sociali del governo, della fine del giogo neocoloniale francese. Questo avviene perché il governo algerino è già un fantoccio della Francia, e quindi dell’UE, dunque è bene non dare risonanza a queste proteste che rischiano di indebolire il nostro imperialismo, aspettando che vengano pacificate (cioè represse) e che tutto torni alla normalità. Ed ecco svelata la regola aurea del giornalismo borghese: qualsiasi notizia possa essere funzionale è degna di essere raccontata, tutto il resto passa sotto silenzio.

I lavori di approfondimento, indagine e inchiesta che dovrebbero svolgere i mezzi di informazione vengono puntualmente rimossi di fronte alle esigenze politiche e agli interessi economici delle classi dominanti, e così il dovere di informazione si trasforma in bieca propaganda contro questo o quel governo, questo o quel paese.

È per noi dunque importante capire quale funzione il nostro imperialismo sta cercando tessere sulla pelle stessa di Patrick Zaky. Come abbiamo già detto, crediamo che sia fondamentale in ogni questione analizzare il contesto generale per inquadrare le singole vicende in maniera più chiara e all’interno di un contesto complesso, in cui  la divisione buoni vs cattivi non è uno strumento utile alla comprensione degli eventi, ma in cui ci sono enormi interessi in gioco e in cui succede che anche singole persone possano ritrovarsi schiacciate fra interessi contrapposti molto più grandi di loro.

Alla luce di tutto ciò vedere prendere parola rappresentanti di spicco dell’UE, come il presidente del parlamento europeo Sassoli, esponenti del Partito Democratico, come la stessa Alma Mater, ha tutto un altro significato, molto meno candido.

Proprio l’Unione Europea è uno dei soggetti più coinvolti nello scontro internazionale e nei processi di destabilizzazione che hanno colpito il Nord Africa e il medio-oriente, basti pensare alle politiche che porta avanti con la Turchia e in Libia. Mentre il Partito Democratico che è stato, e rimane tuttora, il principale rappresentante degli interessi del polo imperialista europeo nel nostro paese, promotore di tutte le peggiori riforme antipopolari di distruzione dello stato sociale, del mondo del lavoro, di irrigidimento in senso repressivo e securitario dello Stato, ricopre un ruolo importante anche nel processo esterno di allargamento dell’area di influenza UE verso l’Africa, ricordiamo l’asse Minniti/Gentiloni/Pinotti e gli accordi con il governo libico, quelli appena rinnovati dall’attuale governo, che a partire dalla “gestione” dell’immigrazione ha posto le basi per il rafforzamento del controllo economico e sociale UE nel maghreb.

Dal canto suo l’Alma Mater e il Rettore Ubertini, che in questi giorni spendono bellissime parole sulla libertà, sono gli stessi che stringono collaborazioni con il governo criminale d’Israele. Nulla di nuovo, sappiamo che il mondo dell’alta formazione è un’istituzione perfettamente integrata negli assetti di potere, formazione e ricerca rappresentano dei settori strategici per lo sviluppo del polo imperialista europeo.

Il programma Horizon2020, appena terminato ma subito sostituito, e i suoi 80 miliardi di investimenti in questo campo sono lì a dimostrarlo. Come sono lì a dimostrare la centralità di progetti per lo sviluppo di tecnologie di guerra. E le dichiarazioni di Ursula Von der Leyen, neopresidente della Commissione europea, su un maggior protagonismo geopolitico dell’Unione Europea, in particolare nel continente africano, indicano che questo ruolo della formazione diventerà sempre più centrale nella competizione interimperialistica globale.

Non possiamo mai dimenticare quali sono gli interessi che muovono le classi dominanti; la storia ce lo insegna, non sarebbe la prima volta che l’imperialismo riesce, sfruttando i mezzi a propria disposizione, ad annettere nelle proprie file, in modo più o meno inconsapevole, anche quelle classi e quei soggetti che non hanno nessun interesse materiale a rafforzare un progetto e uno scontro di questo tipo. I partiti socialdemocratici che oltre un secolo fa votarono i crediti di guerra sono un monito da tenere sempre a mente per ricordarci la capacità pervasiva dell’ideologia borghese.

Non possiamo dunque accettare di fare fronte comune per i diritti umani a fianco di chi ogni giorno li calpesta, portando morte e distruzione in giro per il mondo o fornendo il supporto ideologico necessario perché ciò possa continuare ad accadere.

La nostra lotta per la liberazione di Patrick Zaky è la stessa lotta per la liberazione dei popoli oppressi, dal Cile alla Palestina, la stessa lotta per la liberazione di chi subisce la repressione per non aver chinato la testa davanti alle ingiustizie, come Nicoletta Dosio e tutti i compagni e le compagne rinchiusi in carcere, la stessa lotta per la liberazione di chi ogni giorno combatte contro i revisionisti che vogliono riscrivere la storia ribaltando vittime e carnefici, come gli studenti antifascisti dell’Università di Torino.

TORINO. REVISIONISMO FASCISTA E VIOLENZA DELLA POLIZIA, IL RETTORE RIMANE IN SILENZIO

Da anni le organizzazioni fasciste e i partiti di destra come la Lega e Fratelli d’Italia promuovono la giornata del ricordo, istituita dal 2004 con l’accordo con i partiti di centro sinistra. Il “giorno del ricordo“, che promuove una visione fascista della storia è l’occasione per fare avanzare la visione reazionaria della Storia che oggi si è fatta “verità di stato”, come ci dimostrano le dichiarazioni di Mattarella di questi giorni.

Il capo dello Stato, seguito ovviamente dal Partito Democratico, ha equiparato nazismo a comunismo falsificando ancora una volta il corso storico e mascherando i carnefici dell’occupazione italiana in ex Jugoslavia.

Le conseguenze di queste decisioni non hanno tardato a raggiungere il mondo dell’ istruziome: la regione Piemonte vuole distribuire in tutte le scuole il fumetto “Foiba Rossa” sulla storia dell’Istriana fascista Norma Cossetto iscritta ai gruppi universitari fascisti e uccisa nel 1943.
Il fumetto è edito da Ferrogallico, casa editrice che, giusto per fare qualche titolo, ha pubblicato i diari di Mussolini a fumetti e diverse graphic novel a difesa di “martiri fascisti” che sono sono stati colpito durante le lotte operaie degli anni settanta. Nei fatti la Regione promuove, tramite una casa editrice vicina all’estrema destra una rilettura reazionaria della storia a fumetti.

Ma le conseguenze non riguardano solo le scuole superiori.
Ieri l’Università di Torino ancora una volta, si è resa complice del revisionismo storico dei fascisti, si è resa complice della repressione che si abbatte su tutti coloro che si oppongono a questa modo di interpretare la Storia con l’antifascismo militante.

Il Fuan, collettivo fascista vicino a Casa Pound, ha fatto un volantinaggio in università sulla giornata del ricordo delle foibe. Proprio nella stessa giornata in cui Moni Ovadia era in università a parlare difascismo e del colonialismo italiano in Jugoslavia.

Ovviamente insieme ai fascisti del Fuan c’era la polizia in assetto anti sommossa che ha ripetutamente caricato gli studenti che volevano cacciare i fascisti. Le cariche sono state violentissime e sono stati fermati tre antifascisti. Un corteo spontaneo è poi andato in rettorato per spingire il rettore a prendere una posizione netta e chiaramente antifascista oltre che a dare spiegazione della violenza della polizia dentro l’università. Il rettore non s’è visto. Il silenzio di fronte a questi eventi pesa più di un macigno!

L’assenza del rettore e la polizia che difende i fascisti che portano avanti questa lettura della Storia ci mostrano quali possono essere le pratiche del revisionismo anche nelle nostre università.

Oggi h. 11.30 assemblea antifascista al Campus Einaudi per riflettere e agire contro le organizzazioni fasciste e contro le istituzioni che le giustificano e proteggono in continuazione.

A Taranto tutto cambia affinché nulla cambi davvero: controllo pubblico come alternativa al disastro industriale, sociale e ambientale

La giornata del 29 Novembre a Taranto, che ha visto la convergenza politica di una parte del sindacalismo conflittuale, dei movimenti ambientalisti nonché di comitati di cittadini e associazioni locali, ha saputo rappresentare la contraddizione più alta del vigente sistema di relazioni produttive ed economiche, ovvero la sua totale incompatibilità con la vita su questo pianeta, dalla vita umana e la sua dignità alla natura e l’ambiente.

Quella giornata di lotta ha saputo mettere al centro le parole d’ordine di un vero System Change e di una rottura necessaria con il portato di un intero apparato politico, economico, sociale e sindacale, di cui anche questo governo è espressione, che, supini ai diktat della costruzione ordoliberista europea ha tolto al controllo statale, cioè della collettività, per regalare ai privati. A Taranto, il 29 Novembre, ci siamo uniti nella pretesa di un’inversione di rotta, per Taranto, per il Sud Italia e per il nostro paese.

È infatti ormai evidente che le crisi industriali, sociali e ambientali si può risolvere solo tornando a parlare della gestione pubblica dei settori strategici della nostra economia, che all’Ilva significa nazionalizzazione, chiusura degli impianti e riconversione ecologica vera e senza nessun licenziamento.

In un clima di terribile censura mediatica e di voluta sovraesposizione della narrazione filo-padronale dei sindacati confederali complici e di tutte e sole le forze politiche parlamentari, il governo ha dato vita nelle prime settimane di dicembre ad un teatrino di continui rimpalli con la dirigenza di Arcelor Mittal, confermando di fatto l’accettazione del ricatto della multinazionale franco-indiana e la mancanza della volontà politica di muovere lo Stato nella direzione richiesta da lavoratori e cittadinanza, ovvero di un intervento straordinario a difesa della salute e del lavoro.

Mentre il governo, in malafede, balbetta, Arcelor Mittal ha dal canto suo messo in chiaro da tempo le sue pretese: riduzione della produzione, con i conseguenti e ulteriori licenziamenti, e soldi pubblici per la messa a norma dei fatiscenti impianti, sia dal punto di vista della sicurezza degli stessi che dal punto di vista ambientale, oppure “me ne vado”.

Il memorandum siglato in extremis il 20 dicembre non esprimeva più di qualche principio di massima tra cui un nuovo rilancio del polo siderurgico, anche in chiave green e con un numero non precisato di esuberi, a patto che il governo abbandoni le vie legali: i commissari straordinari dell’ex Ilva e i rappresentanti del colosso dell’acciaio non hanno che preso tempo cercando intanto di rinviare lo scontro in tribunale, dal quale peraltro nei giorni successivi sono usciti attacchi diretti alla multinazionale che, secondo i legali dei commissari, ‘dice falsità’ sull’immunità penale, fa ‘capitalismo d’assalto’ improntato sulla privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite ed è ‘inadempiente’ sul contratto.

Sul piatto il governo ha messo più o meno di 3 miliardi per contribuire (anche) alla creazione di una società a capitale misto pubblico-privato per implementare la decarbonizzazione, aprendo a privati che, di nuovo grazie a sussidi pubblici nazionali ed europei, potrebbero contribuire all’alimentazione di due forni elettrici che andrebbero ad affiancare gli altiforni 4 e 5: l’atteggiamento servile dello Stato italiano è una costante nelle trattative e i soldi pubblici vengono regalati nuovamente a chi non ha alcun interesse a perseguire il benessere pubblico, dopo anni di massacro ambientale e umano di un territorio, come quello pugliese, di difficile tenuta sociale.

Nella prima settimana di gennaio un’altra notizia scuote il già traballante equilibrio di giochi politici a Taranto: viene accolto dal Tribunale del Riesame il ricorso sulla proroga per la procedura di spegnimento del tristemente famoso Altoforno 2, dove nel 2015 un operaio 35enne perse la vita investito da una fiammata mista a ghisa incandescente mentre misurava la temperatura di colata dell’altoforno.

Questo rinvio, che annulla quanto già deciso il 10 dicembre dal giudice Francesco Maccagnano, ha un sapore tutto politico e permette al governo e alla multinazionale di avere più tempo nonché di provare a mettere a norma l’impianto e vede ovviamente l’assenso della complice Cgil che si nasconde dietro alla necessità di diminuire gli esuberi per non dover, ancora una volta, prendere chiaramente le distanze da posizione filo-governative e filo-padronali, in due parole: la concertazione.

Le ultime notizie confermano il quadro sin qui descritto: l’udienza sul ricorso, già rinviata al 7 febbraio, è stata nuovamente rimandata al 6 marzo in quanto “sono stati fatti significativi passi avanti” per il raggiungimento di un accordo che strapperebbe a Mittal la promessa di mantenere in funzionamento gli impianti, in un contesto e a condizioni ancora non ben precisate.

Un mese di tempo ulteriore per raggiungere un’intesa definitiva: Mittal ritirerebbe il suo atto di citazione con cui ha chiesto l’accertamento del recesso dal contratto e i commissari ritirerebbero il (legalmente) durissimo ricorso cautelare d’urgenza contro l’addio del gruppo. In questo modo la causa in corso sarebbe, di fatto, cancellata.

Tra i nodi su cui si continuerà a trattare ci sono quello dell’occupazione – il numero degli esuberi in particolare – e l’ingresso di terzi o nel capitale di ArcelorMittal Italia o per la creazione di una newco per la gestione di una parte degli impianti, in modo da accompagnare la transizione energetica dello stabilimento di Taranto. In merito alla clausola di uscita che potrebbe venire riconosciuta ad ArcelorMittal, di cui sono emerse indiscrezioni sulla stampa, le discussioni sono aperte e, secondo fonti vicine ai commissari, è relativa agli impegni che prenderanno o meno i soggetti terzi e comunque non prevede da parte dell’amministrazione straordinaria riconoscimenti economici al colosso dell’acciaio.

Volendo tirare le somme, si tratta ancora una volta di un gioco a somma zero per il nostro paese: le trattative sono portate avanti da un governo inetto, senza una prospettiva di lungo periodo per Taranto, i suoi abitanti e i lavoratori, che continua a sperare nel ripensamento di una multinazionale che, nonostante a più riprese abbia dimostrato di avere altri piani in mente, vede l’intero establishment italiano piegarsi continuamente ai propri capricci.

Non possiamo infine non considerare alcune indiscrezioni uscite dalla discussione in sede europea del cosiddetto European Green Deal, il piano decennale da mille miliardi di euro di ‘investimenti verdi’ approvato qualche settimana fa dal Parlamento europeo e che mira, attraverso il Just Transition Fund (fondo per una transizione equa), ad attuare la transizione ecologica ed energetica a partire dalle aree maggiormente dipendenti dalle industrie inquinanti.

Il governo italiano, soprattutto su spinta del M5S e dello stesso Giuseppe Conte, mira a ricevere almeno 4 miliardi, da investire in 4 regioni tra cui la Puglia, e far sì che i fondi vengano usati non solo per il carbone ma anche per l’acciaio: risolvere il problema Ilva con le briciole e, nuovamente, senza una reale inversione di rotta. Senza considerare che, come già alcune associazioni ambientaliste e di economisti hanno fatto notare, il piano verde europeo altro non è che nuova austerità in salsa green, dal momento in cui i soldi promessi non arriveranno (o comunque solo in piccola parte) da un ampliamento del budget ma dal prelievo di risorse dal Fondo Sociale Europeo (FSE) e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), e dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), oltre che da una componente di risorse di non precisati privati.

Insomma, tutto cambia affinché nulla cambi realmente nell’Italia succube dei diktat europei che vietano un massiccio intervento statale (anche di fronte a bombe sociali come Taranto) nonché delle esigenze di una borghesia locale parassitaria e del modello predatorio delle grandi multinazionali come Arcelor Mittal. A mantenere questo equilibrio instabile è l’intero asse della concertazione, da tutte le forze politiche parlamentari, compreso il domato M5S, ai sindacati confederali, un asse politico-sindacale rafforzato da una narrazione mediatica che non permette l’emergere questa volta non solo di visioni alternative, ma della lampante verità oggettiva: nessuno degli attori in campo ha l’interesse di risolvere i problemi di una città e della classe operaia schiacciata dal ricatto lavoro-salute.

Senza considerare che siamo nel profondo Sud Italia, martoriato da decenni prima dalla colonizzazione interna, e poi dall’acuirsi delle dinamiche centro-periferia amplificate strutturalmente dal rafforzamento del blocco imperialista dell’Unione Europea.

Sta a noi denunciare l’opera di saccheggio ‘dei vari Sud’ e rimettere al centro del dibattito politico il controllo pubblico animato da logiche di solidarietà, contro la competizione che ormai domina ogni aspetto delle nostre vite.