AGIBILITÀ POLITICA E SPAZI DI DEMOCRAZIA IN UNIVERSITÀ

In questo documento vogliamo mettere sul piatto i ragionamenti inerenti gli spazi di agibilità politica che questo modello universitario porta con sé. I processi messi in campo in questi ultimi trent’anni, le modifiche giuridiche e lo svuotamento del potere di certe istituzioni ci impongono una riflessione rispetto sia agli spazi che dobbiamo cogliere sia alle contraddizioni che si potrebbero presentare. A questo si connette infatti la necessità di avere ben presente il funzionamento e la composizione delle istituzioni universitarie, per avere presente chi è il nemico a cui fare riferimento dentro l’Università e le contraddizioni che possiamo aprire.

Documento redatto in occasione dell’assemblea nazionale universitaria del 4-5 marzo 2023.

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Indice

  • Processi di autonomia e aziendalizzazione
  • Finanziamenti e ingressi dei privati
  • Ruolo dei rettori, parte integrante della classe dirigente
  • Repressione interna all’università
  • Privatizzazione degli spazi pubblici
  • Sguardo internazionale
  • Alcune proposte politiche

Premesse, per una storia di classe, tra spazi di agibilità politica (conflitto) e organizzazioni studentesche.

Quando parliamo di spazi di agibilità politica intendiamo la possibilità di agire ed esprimersi negli spazi pubblici come quelli universitari senza subire censura e repressione da parte delle istituzioni. Le aule universitarie da sempre sono state terreno fertile per il dibattito politico e forza motrice di mobilitazioni nella più ampia società civile, ciò a causa della sua funzione di produzione del sapere, concentrazione di giovani e alle sue caratteristiche di confronto e libera partecipazione. La nuova università di oggi però ha subito una trasformazione rispetto all’università del 900, se l’attività politica ha potuto svilupparsi nelle università negli 70’ era anche grazie alla libera iscrizione a tutti i diplomati senza differenze di studi e di diploma. La legge Codignola del dicembre 1969 infatti liberalizzò l’accesso alle facoltà universitarie, lotta portata avanti dagli studenti nel 68’/69’ contro l’università di classe che infatti aprì a una iscrizione in massa nelle università portando i figli degli operai dentro le università. L’università in cui ci troviamo oggi invece sta tornando sempre di più verso una struttura di classe, escludendo e marginalizzando i meno abbienti, premiando e sostenendo i migliori e ricchi. La polarizzazione e la divisione interna al corpo studentesco è una prima arma utilizzata per limitare le organizzazioni degli studenti politicizzate. Questa modalità di restrizione di agibilità politica indiretta si presenta anche nella limitazione del tempo libero degli studenti, infatti, il modello universitario dell’ipercompetizione e meritocrazia spinge a uno studio frenetico e totalizzante che toglie sempre più al tempo libero, che potrebbe essere utilizzato invece per la militanza politica, o nella dissoluzione degli spazi di aggregazione con l’obiettivo di disgregazione sociale. Relativamente a quest’ultimo punto sempre di più stiamo assistendo allo smantellamento degli spazi di autogestione e a sgomberi di occupazioni studentesche. Già con la misura del lockdown nel periodo pandemico e le università vuote è stato più facile per le istituzioni chiudere a titolo definitivo molti degli spazi di aggregazione studentesca (a Roma pensiamo alla chiusura dell’aule autogestite Bannour e aula XV di Mirafiori), e soprattutto applicare un maggior controllo di tutte le attività degli studenti anche negli spazi pubblici, ad esempio con le guardie presenti ai varchi di ingresso. Se queste forme di repressione e restrizione di agibilità politica sono meno visibili ed esplicite, ultimamente abbiamo riscontrato un aumento della repressione violenta sia nei luoghi di lavoro che nei luoghi di studio che approfondiremo nei capitoli successivi. Individuiamo nei seguenti 5 ambiti tematici i processi che hanno portato a questa condizione inserendo alcuni esempi sulla base delle nostre esperienze.

Autonomia e Aziendalizzazione

I processi di autonomia e aziendalizzazione dell’Università, ben articolati nella 240/2010, vede gli atenei trasformati in vere e proprie aziende, a partire dal sapere, che diventa semplice merce asservita a interessi di profitto, ma anche nella loro gestione e amministrazione: lo vediamo nelle responsabilità e ruoli che vengono attribuiti a rettori, Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione. Quest’ultimi devono agire tenendo conto l’uno dell’altro, ma di fatto hanno ruoli diversi: se il Senato Accademico prende decisioni più “politiche” per l’Università, il Consiglio di Amministrazione è de facto un CDA d’azienda (e ha anche maggiore potere rispetto al Senato Accademico) che vigila sulla gestione dei fondi sulla base della “sostenibilità finanziaria”, in particolare la programmazione e la gestione dei fondi, in stretta relazione alla  valutazione  delle attività universitarie da parte del Ministero e dell’ANVUR.

Questo modello di Università rientra perfettamente nei criteri di competitività voluti espressamente dall’Unione Europea nel suo complesso (ricordiamo Von der Leyen dichiarare che “L’Unione Europea dovrà diventare sempre più competitiva”), ma anche nell’utilizzo dei fondi del PNRR (letteralmente “La Missione 4 (Istruzione e Ricerca) mira a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza”). La conseguenza di ciò sono proprio quei poli di eccellenza criminali (come quello di Bologna e la IULM, dove due nostri colleghi si sono suicidati), e dall’altra Università di “serie B”, come quella di Cagliari, dove è crollato un tetto, rischiando di fatto di fare una strage.

Questa suddivisione arbitraria tra decisioni politiche ed economiche, come se queste non fossero eminentemente politiche, crea inevitabilmente uno scarica-barile di responsabilità quando vengono criticate le decisioni prese dall’ateneo, rendendo quindi più difficile anche individuare il nemico politici all’interno dell’Università.

È importante segnalare che oramai il CDA è stato l’oggetto di un processo di centralizzazione del potere decisionale e politico, che ha avuto come conseguenza lo svuotamento del ruolo di altre istituzioni prodotte o da un impianto già esistente del sistema universitario (forme di senato accademico sono sempre state in qualche modo presenti) o dalle lotte che negli anni hanno attraversato l’università – conquista, quindi, di maggiori spazi di democrazia interna. In questo senso è importante identificare il ruolo del Rettore come agente primo sia dei processi che interessano l’università decisi a livello nazionale e sia come diretta espressione, ormai, degli interessi della classe dirigente a livello europeo e del ruolo che essa vuole dare/ha dato all’Università.

Questo impianto è conseguenza di un criterio che vede sì una decentralizzazione decisionale sui singoli atenei (dove quindi, le influenze dei capitali più importanti del territorio possono conquistare il loro terreno), ma allo stesso tempo porta con sé una ferrea regolamentazione centralizzata (in particolare questo ruolo è svolto dall’ANVUR) che regola e delimita le possibilità di sviluppo degli atenei – questo avviene con i fondi, incarichi distribuiti che regolano l’influenza e il peso degli atenei, ecc.

Con questa conformazione, tecnicista nel suo aspetto superficiale, ma profondamente politica per quello che riguarda l’implementazione di determinati interessi di classe, la ricerca di una maggiore democrazia e di una maggiore partecipazione studentesca non deve essere vista come fine in sé che, dall’interno, può riuscire a modificare questo modello universitario, ma come uno strumento importante per l’apertura di profonde contraddizioni che questo impianto porta con sé dentro l’Università e che ci devono vedere come i primi attori che mettono il dito nella piaga: gli spazi di democrazia e di agibilità sono quindi uno strumento utile per portare dentro l’università proprio quell’idea di trasformazione generale che noi vogliamo rafforzare, anche nella comunità giovanile studentesca.

Finanziamenti e ingresso dei privati

Non tutte le università ricevono lo stesso numero di fondi e questo perché l’erogazione dei fondi pubblici viene gestita da enti e organismi che decidono di assegnare a ciascuno una determinata somma solo dopo aver valutato il loro grado di “efficienza” nella ricerca. È chiaro, quindi, che, all’interno di questa logica meritocratica e competitiva, vengono favoriti quegli atenei che già sono inseriti all’interno di un tessuto produttivo più ricco e con cui ambiscono ad accrescere la sinergia, mentre vengono completamente messi da parte gli atenei che si trovano in un tessuto produttivo più povero. In questo modo vengono alimentate sia la competizione, che non coinvolge più i singoli studenti, ma interi atenei che entrano in gara tra loro, sia la polarizzazione tra atenei di seria A e atenei di serie B. Queste condizioni lasciano lo spazio al ruolo che i privati svolgono nell’Università.

Troviamo una presenza più diffusa dei privati dentro i poli d’eccellenza perché è a questi che sono realmente interessati ovvero a quelle università che possono portare loro un maggior profitto. I privati sono direttamente presenti all’interno delle università dato che spesso fanno parte del CDA ovvero il Consiglio di Amministrazione, composto anche dal Rettore e due rappresentanti degli studenti (che, tramite meccanismi di regolazione interna, sono sempre esponenti delle realtà studentesche più organiche alla visione di classe di rettori/cda), che si occupa di deliberare riguardo la gestione amministrativa, economica e patrimoniale.

Tutto questo impianto è esattamente il prodotto della relazione stretta presenta nei CDA fra indirizzo politico (rettore) e interessi di classe (presenza aziende private) e che sugli studenti e la formazione produce tutti questi effetti: questa influenza, però, non è da leggere nel senso del “magnate” che fa semplicemente i suoi interessi, ma come impostazione strutturale che lega organicamente gli orientamenti decisionali e di sviluppo dell’università con le imprese core che ad essa si legano. In questo modo, gli interessi di sviluppo della produzione e l’implementazione necessaria a soddisfare le esigenze di quel tessuto produttivo con base della produzione sovranazionale e che vede nell’unione Europea il suo polo di interesse vengono legati alla formazione e alla ricerca universitaria.

Di fronte al crescente malcontento degli studenti e al peggioramento delle condizioni psicologiche, aggravatesi durante la pandemia, dovute anche alla logica dell’ipercompetizione e dell’eccellenza, ad una ripresa in presenza mal pianificata e alla mancanza di spazi fisici e di agibilità democratica, tutta una serie di contraddizioni vengono al pettine. Anche quindi elementi vertenziali come la questione delle aule o più politici come l’influenza degli studenti in università non sono solo una lotta che va riconnessa direttamente agli elementi strutturali che dicevamo prima, ma sono anche una vera e propria continuazione della lotta di classe e che esprime, potenzialmente, la necessità di trasformazione generale della società. Compito nostro è saperla esplicitare.

Ruolo dei rettori, parte integrante della classe dirigente

Il rettore universitario si trova al vertice dell’Università presiedendo il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione e si assume la responsabilità giuridica di quanto accade negli spazi dell’università, oltre a dover rendere il conto del bilancio economico e del perseguimento degli obiettivi didattici e accademici dell’ateneo. Si definisce inoltre come organo monocratico, cioè un organo il cui titolare è una sola persona fisica. Diventa chiaro, osservando in primo luogo lo statuto giuridico del rettore – cioè, appunto, il fatto che come organo monocratico si ritrovi in cima a questo sistema piramidale – e di conseguenza il ruolo di prima importanza che ricopre nella composizione degli organi centrali degli atenei, come la figura del rettore abbia uno strapotere all’interno dell’università: detenendo la responsabilità giuridica, si deve assicurare che i bilanci e piani didattici siano rispettati, ma anche mantenere quello che chiamerebbe “calma e ordine pubblico” all’interno in primis del corpo studentesco. Dunque, è cruciale, dal nostro punto di vista, conoscere il ruolo dei rettori delle nostre università e gli obiettivi che guidano le loro scelte nell’amministrazione.

I rettori delle università italiane sono molto spesso personaggi che appartengono a qualche bandiera politica, sono a capo di fondazioni private, o sono membri del CdA di aziende o, addirittura, banche che siedono a loro volta al CdA di parecchie università. Spesso vengono pescati, forti della loro esperienza nella direzione di fondi universitari e abituati ad avere un ruolo di peso politico, per diventare ministri dell’istruzione o per ricoprire alte cariche di governo. Citiamo in questo senso Francesco Profumo: rettore del Politecnico di Torino tra il 2005 e il 2012, durante il mandato membro del CdA della società di consulenze Reply, dell’azienda Fidia S.p.A. e della Telecom Italia, ricopre il ruolo di ministro dell’istruzione nel governo Monti e di presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (con il “compito di realizzare progetti di ricerca scientifica nei principali settori della conoscenza e di applicarne i risultati per lo sviluppo del Paese, promuovendo l’innovazione, l’internazionalizzazione del “sistema ricerca” e favorendo la competitività del sistema industriale”) , poi presidente della società energetica Iren e termina la sua carriera alla Scuola di Alta Formazione al Management formando la nuova classe dirigente. Un altro caso è quello di Francesco Ubertini, nel 2017 rettore dell’Università di Bologna dove ricoprì anche incarichi di collaborazione ufficiale con Lonardo, e ora componente dell’ANVUR ed ex membro della giunta CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e del Board of Rectors.

I rettori, insomma, sono scientificamente scelti tra i professori per rappresentare al meglio il modello di università per profitto. Bisogna menzionare in questo senso la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) che tra le altre cose si propone come: “luogo privilegiato di sperimentazione di modelli e di metodi da trasferire al sistema universitario” e “laboratorio di condivisione e diffusione di best practice”. La CRUI altro non è che il punto di incontro dei rettori delle maggiori università italiane sia pubbliche che private in cui questi si confrontano principalmente su tre aspetti, lasciando didattica e tutto quanto che riguarda la situazione degli studenti all’interno dei loro luoghi di formazione da parte: rapporto tra atenei italiani e atenei europei in base ai ranking europei, rapporto tra atenei e imprese (cioè come le imprese possono finanziarli)  e rapporto tra atenei, ovvero loro studenti, e il mondo del lavoro. Risulta chiaro come si tratti del laboratorio della classe dirigente delle università di rendere queste appetibili per studenti con ISEE alto per riscuotere più tasse possibili e per enti (privati nella maggior parte dei casi) che finanziano le attività di ricerca o progetti, scopo in linea con le personalità che ricoprono il ruolo di rettori e che siedono al tavolo della CRUI, secondo ranking internazionali che ovviamente valutano gli atenei per fattori che fanno comodo a questa logica.

Repressione interna all’università

In questo quadro non c’è spazio nei pensieri della dirigenza per gli studenti: anzi, sempre di più gli spazi per “la politica” e il conflitto devono essere chiusi sin dal principio, soprattutto quando il sistema universitario attuale mostra sempre di più le sue contraddizioni e le sue caratteristiche autoritarie verso l’interno (regolamentazione degli esami, dei comportamenti, del dissenso e connessione con le forze della repressione).

La repressione del dissenso diviene dunque fondamentale per mettere a tacere la parte del corpo studentesco che mette in discussione le priorità del sistema universitario, che, incarnato nel rettore, si spende a parole per la libertà di espressione e di azione e nei fatti chiama le forze dell’ordine propagandando la manifestazione del dissenso come unidirezionale e totalitario. Il ripetuto utilizzo di forze dell’ordine e di mezzi di repressione, infatti, costituiscono le due armi fondamentali per combattere il dissenso. La paura che producono le denunce e i manganelli porta all’atomizzazione del corpo studentesco dissidente: ne deriva il tentativo di dipingere chi protesta come criminali da isolare e punire mentre chi pensa solo a passare esami e tace viene premiato.

Tutto questo è permesso grazie ad una relazione stretta fra le università e le questure d’Italia che lascia ampio margine di manovra alle FDO: gli esempi che si potrebbero fare sono tanti, ma basti pensare agli accordi che nelle università vengono prese soprattutto per tenere sott’occhio le realtà politiche che si muovono dentro il tessuto studentesco e che lasciano ampi margini di manovra alle forze della DIGOS, dei Carabinieri e della Polizia in Università. Questa relazione stretta arriva persino a costituire delle vere e proprie stazioni di polizia dentro l’Università, come nel caso della Sapienza. A questo si aggiunge l’ormai diffusissimo utilizzo delle coop service (guardie private) che monitorano l’attività studentesca.

Su questo si possono fare alcuni esempi che mirino a chiarificare la relazione università-questure. Uno di questi è sicuramente il comportamento della rettrice Polimeni alla Sapienza: lo scorso ottobre, gli studenti, riunitisi per contestare un’iniziativa di Azione Studentesca con esponenti fascisti di FdI e FI sulla bontà del capitalismo, vengono manganellati senza motivo dalle forze dell’ordine all’interno dell’università. La spiegazione da parte della rettrice è che ciò è avvenuto per tutelare la libertà di espressione e di parola di chiunque, anche evidentemente se si tratta di fascisti, e gli studenti vengono bollati come totalitaristi a loro volta. Il messaggio è chiaro: l’università non è un luogo dove si fa politica o dove si contesta, non è un luogo di crescita ma di profitto e soprattutto gli studenti che possono parlare hanno la facoltà di essere schierati, ma solo se lo sono dalla parte delle istituzioni e più in generale del sistema economico che difendono e alimentano. Da sottolineare, l’uso ipocrita del concetto di democrazia, utilizzato per reprimere le modalità di espressione delle organizzazioni studentesche non allineate, snaturandone il vero significato. Lo stesso avvenne e avviene a Bologna, dove abbiamo il caso dei tornelli nel 2017 che vide una forte lotta da parte del tessuto universitario chiusa dalla repressione e dall’ingresso degli agenti antisommossa dentro il 36 previa approvazione del rettore. Allo stesso modo, proprio in questi giorni, un’imponente azione di DIGOS e forze di polizia ha chiuso spazi di realtà universitarie dentro la stessa università attuando un sequestro giudiziario.

Queste situazioni mostrano bene come la tematica della repressione sia strettamente legata anche alla presenza dei fascisti (e non solo perché, molto spesso, ad essere manganellati sono gli antifascisti). Da anni, ormai, assistiamo ad una presenza sempre maggiore delle organizzazioni fasciste in università che, mettendo un po’ da parte il loro lato più “militante”, si tingono la faccia e diventano forze che attraversano, regolarmente, gli appuntamenti istituzionali dell’Università. Partecipano alle elezioni senza che nessuna università abbia mai vietato di esprimere idee fasciste (cosa peraltro formalmente illegale), organizzano appuntamenti regolarmente autorizzati e con la partecipazioni di partiti che fanno esplicitamente riferimento alla cultura politica e alla tradizione fascista, discutono nei senati accademici e negli organi dove riescono a fare breccia, propagandano le loro idee fasciste e xenofobe nelle facoltà e nelle sedi dell’Università (volantini, striscioni, attacchinaggi, ecc.).

È naturale notare come la loro presenza sia strettamente connessa a due fattori, entrambi di ordine generale: la prima cosa è la restrizione degli spazi di democrazia (vedi paragrafi precedenti) e che vede quindi nei fascisti degli strumenti utili anche all’università come perfetti cani da guardia dell’ideologia e delle direttive universitarie; come seconda cosa la repressione sistematica attuata negli anni verso gli antifascisti, indicati come i facinorosi o come i provocatori, perfettamente in linea con le logiche politiche messe in campo negli ultimi decenni nel nostro paese, con lo sdoganamento del revisionismo storico e con l’attacco sistematico portato alla tradizione comunista e delle lotte operaie (per far comprendere come, quello che è avvenuto nell’università sia solo uno dei livelli in cui questa operazione ideologica – e materiale, per quello che riguarda le manganellate- è avvenuta basti ricordare la mozione approvata dal parlamento europeo che equipara nazismo e comunismo).

Privatizzazione degli spazi pubblici

Le nostre università si trovano al centro anche di progetti che investono le città, interessando e andando a modificare anche gli spazi della formazione. Questi progetti riguardano una visione ben precisa che le metropoli (e in forma diversa anche le città) devono assumere all’interno della filiera produttiva europea. Questi aspetti, che riguardano un discorso molto ampio da non fare in questa sede, li andremo ad approfondire per quello che riguarda le università.

Queste sono interessate da un’affannosa rincorsa degli standard europei di città modello, interconnesse e competitive, e si inscrivono perfettamente, tutti quei progetti tesi alla ristrutturazione organica delle vecchie metropoli, privatizzando spazi pubblici destinati alla partecipazione ed all’agibilità democratica i quali una volta riconvertiti vengono “sentinellati” e pacificati, reprimendo con la forza ogni forma di pensiero ed azione alternativa e non subordinata.

Non bisogna farsi ingannare dalle maschere pietose e misericordiose con cui il nemico si dipinge quando parla di rigenerazione urbana e riqualificazione. Sappiamo bene cosa si cela al di là di quelle parole: sgomberi coatti di case popolari, centri sociali ed ogni qualsivoglia spazio d’alternativa; demolizione e riedificazione di interi quartieri, ritenuti fatiscenti e decaduti, solo perché non attraggono più le spese e gli interessi dei grandi privati; gentrificazione ed esodo massivo nelle periferie, sempre più dimenticate e sempre più lontane. Insomma, in poche parole un dissodamento completo del tessuto sociale, rimuovendo chirurgicamente tutto e tutti coloro che intralciano la rincorsa alla massima resa economica del territorio. Orchestrata ad hoc tramite i fondi del PNRR, la riconversione delle aree urbane della penisola in smart city, enclavi stabili dell’imperialismo europeo, è già in opera da anni.

Ancor più lampante ne è l’esempio di come la privatizzazione di interi spazi urbani sia avvenuto anche nelle nostre università e di come questo abbia completamente desertificato il dibattito politico. Questi processi si sono legati alla profonda selezione di classe attuata dal sistema universitario e hanno reso gli spazi dell’università funzionali a rafforzarla.

Il risultato, oltre ai termini materiali che si evidenziano precedentemente, è stato lo svuotamento del significato politico (inteso come relazioni interne al tessuto studentesco e alle forme di organizzazione che si è sempre dato) dei luoghi della formazione. Dietro alla retorica del decoro e della lotta al degrado si nasconde anche un attacco politico: la quotidianità che viviamo dove manifesti e segni della lotta universitaria vengono ripetutamente presi d’attacco rappresenta proprio questo fatto. Non solo, a questo si legano i codici di legge che regolamentano le attività sociali e di socialità nei luoghi pubblici e che rendono molto spesso difficile o impossibile organizzare momenti di questo tipo di stampo più popolare (nella privatizzazione degli spazi è presente anche tutta quella ondata di bar e bistrot nati come funghi e che mirano ad una platea sicuramente non studentesca).

E se nel Nord, produttivo e già sviluppato (e già più europeo), questi processi di cambiamento repentino sono risultati letali per la gran parte della popolazione, marginalizzando le masse e costringendole a pagare sulla loro pelle l’ammodernamento coatto della metropoli, al Sud, periferia delle periferie questo processo assume caratteristiche che hanno del grottesco.

Internazionale

Passando alla questione dell’agibilità politica nelle altre università del mondo e d’Europa faremo un confronto con le nostre condizioni per cogliere alcune caratteristiche comuni e per misurarci con diverse pratiche repressive che potrebbero in un futuro colpire le nostre attività.

Partiamo dalla più vicina Francia dove i movimenti studenteschi stanno dando un importante contributo nelle recenti mobilitazioni contro la riforma pensionistica voluta dall’unione europea, ma che hanno mostrato la loro maturità politica anche l’anno scorso intervenendo nel dibattito pubblico delle elezioni con occupazioni contro Macron e Le Pen, o nel 2018 contro la riforma universitaria di Macron.

Relativamente ad alcune occupazioni dello scorso aprile la repressione è stata dura e immediata, la modalità è spesso la stessa, con lo sgombero da parte dei celerini antisommossa e con tantissimi arresti degli studenti in lotta. Così è avvenuto anche qualche settimana fa in occasione di una occupazione del Campus Condorcet in cui solo un’ora dopo l’occupazione la repressione poliziesca è arrivata sul luogo per sgomberare e arrestare almeno 20 studenti. La repressione degli studenti in Francia è talmente aspra che due anni fa in una proposta di legge sull’istruzione è stato accolto al Senato l’emendamento 147 che Introduce nel Codice penale un nuovo articolo che riguarda esclusivamente l’istruzione superiore (università): Art. 431-22-1. – L’ingresso o la permanenza nei locali di un istituto di istruzione superiore senza esserne autorizzati in virtù di disposizioni legislative o regolamentari o senza esserne stati autorizzati dalle autorità competenti, allo scopo di ostacolare lo svolgimento di un dibattito organizzato nei locali dell’istituto, è punito con un anno di reclusione e una multa di 7.500 euro.

In particolare, ha preso di mira gli studenti che potrebbero opporsi allo svolgimento di dibattiti condotti da esponenti dell’estrema destra nelle università, o da ex presidenti responsabili delle leggi più antisociali, come nel caso dell’impedimento di una conferenza di François Hollande all’Università di Lille. La commissione mista, che riunisce i rappresentanti eletti di En Marche, MoDem e Les Républicains, ha quindi ritenuto opportuno ampliare la portata della penalizzazione, aggiungendo: “entrare o rimanere nei locali di un istituto di istruzione superiore senza esserne autorizzato […] o senza esserne stato autorizzato […], allo scopo di turbare la tranquillità o il buon ordine dell’istituto”. Le pene per i reati mirati potrebbero arrivare a 3 anni di reclusione e 45.000 euro di multa, se “commessi in gruppo”.

Sempre in Francia si possono trovare numerose notizie di università che hanno chiuso preventivamente la facoltà per impedire lo svolgimento di assemblee generali degli studenti. Una pratica non dissimile da quella che stanno utilizzando le forze dell’ordine presenti nelle nostre università. Il controllo massiccio delle organizzazioni studentesche nei loro luoghi di studio è una disposizione di repressione preventiva da tener conto e da poter agitare. Così è partita nel 2021 una mobilitazione da migliaia di studenti in Grecia contro l’istituzione di un presidio permanente di polizia dentro le università, una vera e propria “polizia universitaria” composta da circa 1000 unità. Il consiglio dei Rettori ha spinto per una maggiore sicurezza proponendo di introdurre tessere elettroniche per l’accesso agli atenei, più videocamere di sorveglianza e che la polizia rispondesse direttamente alle autorità universitarie. Queste ultime proposte non sono però passate. La questione che si alza è che al sottofinanziamento dovuto all’austerità che comporta problemi strutturali ai luoghi di formazione non si risponde in nessun modo aumentando gli investimenti, ma al contrario reprimendo con la polizia qualsiasi voce di dissenso contro un’università in totale decomposizione.

Un’ulteriore esperienza internazionale, stavolta fuori dall’Europa, da portare a dibattito è quella del Perù. Dopo il colpo di stato dell’oligarchia peruviana filostatunitense che ha destituito il presidente Pedro Castillo una serie di scioperi, blocchi stradali e occupazione di alcuni settori strategici (aeroporti, miniere, centrali idroelettriche) sta bloccando il paese. Sono due mesi che il popolo peruviano scende nelle piazze per chiedere la liberazione del presidente, elezioni anticipate e la richiesta di un’assemblea costituente che riscrivi la costituzione fujimorista. Anche gli studenti universitari stanno portando il loro contributo alla lotta del popolo, molto interessante in questo senso è stata l’occupazione a Lima di un settore della Universidad Nacional Mayor de San Marcos (UNMSM). Gli studenti della Federazione Universitaria San Marcos (FUSM) hanno occupato per offrire un punto di appoggio nella capitale ai manifestanti provenienti da tutto il paese per una protesta nazionale contro il governo. Il conseguente sgombero dello spazio occupato è avvenuto manu militari, sono state perquisite quasi 200 persone e detenute in stato di fermo per più di 30 ore. Ovviamente il Perù vive in un momento di instabilità politica dovuta al colpo di stato che ha generato però la ferocia della polizia che sui manifestanti applica tortura e arresti indiscriminati, e in cui si contano più di 50 morti, ma lo sgombero militare di una università è un fatto gravissimo che ricorda le azioni di repressione in università dei colonnelli greci contro le occupazioni studentesche e che non può passare nel silenzio dei media occidentali.

ALCUNE SPUNTI PER LE PROPOSTE POLITICHE

È chiaro che, di fronte a quanto descritto, non solo diventa dirimente analizzare e tenere d’occhio le dinamiche repressive nelle università, ma anche attaccare direttamente il modello attuale universitario, sotto ogni punto di vista, anche quello degli spazi di agibilità politica e democratica.

La costruzione dell’organizzazione, dei momenti di lotta, iniziative e convegni è già di per sé l’acquisizione di, pezzo dopo pezzo, agibilità politica, ma come rendere il tema un terreno di lotta politico?

Mettere al centro la necessità di ricostruire un tessuto studentesco unito, la funzione dello spazio pubblico universitario come luogo di confronto e dibattito, laboratorio di idee e politico, di alzare il conflitto costruendo un protagonismo giovanile e studentesco tramite meccanismi realmente partecipativi sono le prospettive entro le quali ci muoviamo poiché presupposti necessari per una reale trasformazione sociale. Un primo piano su cui ragionare è sicuramente quello degli spazi fisici di aggregazione, dibattito e confronto. Da questo punto di vista avere piena agibilità di un’auletta (che sia questa occupata, autogestita o altro) o di una sede in zona universitaria è fondamentale, così come individuare i centri della socializzazione studentesca che siano parchetti, cortili o bar.

Un’altra questione è legata al rifiuto delle logiche concertative che l’istituzione utilizza sulle organizzazioni studentesche conflittuali con diversi strumenti: la narrazione di una finta democrazia al tavolo istituzionale, il riconoscimento delle organizzazioni regolarmente iscritte all’albo così come lo strumento della rappresentanza.

Un terreno su cui può essere interessante sperimentare nel lungo periodo con il tessuto studentesco è la proposta di costituzione di un’assemblea degli studenti “fissa”, inteso come organismo degli studenti. Questo può essere percorso sotto diversi punti di vista:

  • istituzionalmente, inserendolo come rivendicazione di rottura da riportare ad esempio durante le elezioni o in un momento di mobilitazione, affinché queste assemblee vengano riconosciute permettendo la maggior partecipazione studentesca con la sospensione delle lezioni
  • soggettivamente, come proposta da costruire, indipendentemente dalle istituzioni, durante i momenti di mobilitazione, vertenza, lotta specifica così da produrre dei meccanismi di partecipazione studentesca slegati dalle rappresentanze tradizionali e dal cappio dell’istituzione.

In ultimo, sicuramente un elemento fondamentale è la tenuta e il rilancio della pratica quotidiana -terreno storico dei comunisti- dell’antifascismo militante, contro l’antifascismo elettoralistico o di facciata. Così come della denuncia di qualsiasi evento repressivo o di sdoganamento di forze politiche neofasciste o ad esse vicine.