2/ PER UNA NUOVA SCUOLA PUBBLICA. Contributo di Roberto Fineschi

In avvicinamento alla grande Assemblea Studentesca Nazionale dell’OSA, la più grande d’Italia, prevista per il 5/6 aprile a Roma dal titolo “DIVENTARE PARTIGIANI NELLE SCUOLE” pubblichiamo con piacere alcuni contributi scritti dei relatori intervenuti al Convegno del 2023 “Per una nuova scuola pubblica” sulla scuola organizzato dall’OSA.
Riteniamo necessario ricostruire e aggiornare un punto di vista comunista sulla scuola pubblica. Nel solco del rapporto storico che esiste tra movimento di classe e lotte per l’istruzione pubblica, dotarci di una teoria e una lettura forte della scuola pubblica oggi è fondamentale per dare forza non solo all’Organizzazione studentesca che in tutto il paese va affermandosi come un’Alternativa concreta per centinaia e centinaia di studenti del paese, ma anche al movimento degli studenti in generale, nonché al movimento di classe tutto.
Il secondo contributo che pubblichiamo è quello di Roberto Fineschi, studioso e docente, sulla scuola nella fase c.d. crespuscolare del modo di produzione capitalistico, come la definisce da tempo l’autore. Buona lettura!
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Scuola amore mio
1) “Classi” e scuole nel capitalismo crepuscolare
A che cosa serve la scuola in una società di massa? La premessa di questa domanda è che la massa è una soggettualità, qualcosa con cui le classi dirigenti devono fare i conti. L’altra premessa è che le società sono divise in classi e che in fasi determinate della riproduzione umana nella natura alcune di esse hanno una funzione di guida che esercitano con gli strumenti del dominio e della direzione, forza e consenso differentemente modulate a seconda delle fasi. Ciò non è necessariamente sempre negativo: classi progressiste nella storia hanno prodotto avanzamenti significativi egemonizzandone altre. Una volta la si chiamava col suo nome: lotta di classe ed egemonia di classe. Parlare della scuola al di fuori della fase attuale di sviluppo del modo di produzione capitalistico e senza tenere ben presente qual è la posta in gioco del conflitto di classe significa semplicemente non parlare del problema1.
Semplificando all’estremo, nella fase progressiva del modo di produzione capitalistico e della classe che ne esercita la soggettualità – la borghesia – l’emancipazione delle masse aveva una funzione, sia come alleato contro la feudalità, che come forza-lavoro necessaria e qualificata. L’ideologia democratica e radicale che accompagnava questo fenomeno sbandierava i diritti universali dell’uomo e del cittadino e quindi rivendicava la sua partecipazione alla vita politica, per la quale era necessaria non solo una formazione tecnica, ma anche umana in senso lato: cittadino e lavoratore. La scuola di massa doveva produrre questa figura. La domanda è: nella fase che chiamo crepuscolare del modo di produzione capitalistico c’è bisogno del cittadino-lavoratore di massa? La risposta è no. Le esigenze di produzione, a causa dell’automazione, e di controllo, per la complessità dei processi gestibili solo a livello apicale, richiedono un numero limitato di individui mentre il sistema ne produce una pletora infinitamente crescente che dunque resta strutturalmente esclusa e che non sarà mai integrata. L’obiettivo non sarà più dunque educarli, sarebbe solo controproducente perché creerebbe degli instabili rivendicatori di diritti, ma gestirli. Dal punto di vista delle classi dirigenti la scuola può dunque essere ancora utile, ma per finalità molto diverse da quelle che abbiamo conosciuto nella fase progressiva.
In quest’ottica, la prima cosa che non deve produrre sono dei cittadini, vale a dire degli individui in grado di pensare la complessità e di comprendere le dinamiche di fondo della trasformazione sociale in modo da poter dire la loro. Questo tra l’altro è impossibile farlo come singolo individuo, quindi l’altra cosa da minare sarà il pensiero collettivo. A questo scopo niente di meglio che promuovere il culto dell’individuo – che da solo non ce la farà mai – non solo non sodale ma in competizione con gli altri individui – di modo che mai si crei un soggetto collettivo. D’altra parte il bisogno strutturale di essere competitivi lo impongono le cose stesse: pochi posti sono per poche persone, solo i migliori ce la faranno, quindi quello accanto a te non è un compagno, è un competitor… Del resto un numero sufficiente di individui spontaneamente intelligenti e volenterosi per svolgere le funzioni tecniche e apicali viene fuori da sé per la legge dei grandi numeri. Loro vanno avanti da soli, gli altri vanno gestiti. La nuova struttura invalsi, ammesso che ce ne fosse bisogno, serve semplicemente a certificare questi migliori, a conferirgli una sorta di patente che li renda immediatamente riconoscibili.
Se la sostanza di questa estrema sintesi è vera, già si sono individuati gli obiettivi di fondo. In che modo la scuola può essere un tassello nella gestione di pletore di individui esclusi in partenza? Il modello è la categoria un po’ prosaica ma credo efficace di “sala d’attesa”.
Parlare di sala d’attesa non è una mera battuta. Quali sono le dotazioni non perché una scuola, ma una sala d’attesa funzioni bene? Soprattutto quando l’attesa si prolunga – e sappiano che qui l’attesa rischia di essere molto lunga se non perenne -, chi aspetta senza far niente deve essere… intrattenuto. Ecco l’altra parola chiave: lo studente deve essere stimolato da professori empatici, interessanti, coinvolgenti. A sentire la lista di tutte queste qualità viene più da pensare all’animatore di un villaggio turistico più che a un professionista dell’educazione e della cultura. Questo concetto è ben passato nella testa di molti ragazzi: se non mi diverto allora non studio. Questo è ovviamente un suicidio educativo e culturale: studiare significa fatica, disciplina, può essere divertente ma non lo è necessariamente, non solo nel contenuto ma nella pratica vera e propria; insomma, è un lavoro non un intrattenimento. Certo, se il professore è simpatico, affascinante, bello, muscoloso, sa cantare, ballare, fa anche il mimo è più efficace forse… ma non è questo il punto. Se però la scuola più che un’istituzione educativa deve diventare una sala d’attesa, allora non c’è alla fine molto di male a far prendere alle cose questa piega.
Siamo arrivati al nostro docente che deve diventare un animatore da sala d’attesa. Perché possa essere ancora meno di questo, vale a dire mero guardiano, si può fare di più: dargli per esempio aule sovraffollate, strutture fatiscenti, ingolfarlo con diecimila progetti inutili e dispendiosi che gli rubano tempo, sottopagarlo, demotivarlo, colpevolizzarlo additandolo a responsabile individuale di una crisi strutturale. Il nostro intrattenitore, che ha ormai preso la piega del guardiano, che farà? Una volta messa l’educazione sul piano dell’intrattenimento, la partita è persa in partenza: come pensare di intrattenere più e meglio di tik-tok, instagram, ecc.?
Ciò ovviamente non per negare l’ovvio, cioè che anche nella scuola ci sono lavoratori poco competenti, poco volenterosi, poco interessanti; ce ne sono. La domanda è però se la percentuale di costoro nelle scuole sia in primis elevata o in secundis se sia diversa da quella che si riscontra in media nella pubblica amministrazione. Ciò certo non per giustificare alcun comportamento ingiustificabile, ma solo per far notare che questa non è una specificità della scuola e che la sostanza dei suoi problemi non è riconducibile a ciò. L’esperienza personale di molti del resto conferma sì la presenza di alcuni professori impresentabili, ma in genere accanto ad alcuni molto bravi e a una maggioranza di “normali”. Del resto neppure all’università tutti i professori sono plagiatori; sarebbe insensato additare tutta una categoria con questo infamante epiteto solo perché alcuni se lo meritano. Insomma, la politica del capro espiatorio non paga e nasconde il vero problema, cioè che la politica scolastica fa parte più in generale della politica culturale di un paese e ha inevitabilmente una natura di classe, senza identificare la quale non si coglie l’orizzonte degli eventi.
2) Programmazione crepuscolare
La scuola così (dis-)organizzata è dunque un anello di un ingranaggio complesso, che parte da alcune premesse generali legate allo stadio “crepuscolare” di sviluppo del modo di produzione capitalistico. Lavoro per tutti, nel senso di lavoro che valorizzi il capitale, non ce n’è. La massa di esclusi è grande e crescente. La produzione di neo-plebe, nel senso di una pletora di esseri umani cui il sistema non riesce a dare un ruolo attivo nella riproduzione sociale e che sopravvive al suo interno nelle forme più variegate, è una tendenza sistemica. Le dinamiche di gestione di questo complesso stato di cose pongono la scelta tra alternative possibili, che riguardano non solo la scuola, ma la dinamica sociale nel suo complesso. Le determinanti sovrastrutturali nel riassorbimento della massa di disoccupati divengono una questione squisitamente politica, ovvero si può cercare di compensare il processo attraverso politiche economiche e sociali che spostino la grande quantità di ricchezza disponibile dal plusvalore o dalla rendita al salario (diretto o indiretto) per la creazione di possibilità che, a dispetto della loro incapacità di valorizzare il capitale, forniscano un lavoro e permettano l’espletamento di attività sociali necessarie se non, in certi casi, essenziali. È questa una scelta non da estremisti comunisti, ma socialdemocratica, borghese progressista, cristiano-sociale. Oppure si può assecondare il processo e, nel caso specifico, favorire la formazione di una neo-plebe culturalmente azzerata che si immagina più facile da manipolare; una manipolazione che tuttavia è tutt’altro che scontata e rischia di esplodere in forme riottose e violente in particolari occasioni di crisi (anti-sistema, ecc.). I potenziali esiti estremi di questo processo sono già evidenti, per es., in alcuni paesi dell’America latina, dove, a fronte di una povertà debordante, si assiste a fenomeni di vero e proprio brigantaggio che rievocano un passato ottocentesco che ormai si immaginava superato definitivamente. Il ribellismo, nelle sue varie forme criminali, anarcoidi e via dicendo, raramente però si configura come forza politica alternativa e quindi, alla fine, dal punto di vista delle classi dominanti è decisamente preferibile. La questione di fondo è in sostanza se le classi dirigenti si trovino in una condizione in cui valorizzare il capitale non consenta più, strutturalmente, forme organiche e culturali di direzione o egemonia, in cui esse si impongano per coercizione e comando; se questa è la scelta, ciò appare decisamente più semplice in una società atomizzata, ignorante e priva di soggetti organici. La domanda è ovviamente se un sistema possa stare in piedi basandosi solo sul dominio, senza forme di direzione/egemonia. È stata questa una tentazione costante delle classi dirigenti italiane, ma adesso la questione potrebbe essere di scala, vale a dire che la scelta dirigistica si potrebbe delineare non come una opzione per i capitalismi periferici, ma come un problema strutturale di sistema anche delle economie più sviluppate2.
Avere una scuola più o meno funzionante è un ingranaggio di questi processi, soprattutto per quegli istituti che hanno a che fare con la popolazione scolastica sulla soglia di scivolare nella neo-plebe o essere “recuperata” in una dimensione di cittadinanza attiva. Se si desse un orientamento, da dettato costituzionale, volto all’inclusione sociale – che implica dunque garantire i diritti fondamentali per tutto l’arco della vita di un individuo, a partire dalla scuola per poi passare alla vita lavorativa vera e propria e quindi alla pensione, ecc. ecc. – il primo e più semplice passo da compiere è, molto prosaicamente, investire: stabilizzare i precari, formare il corpo docente e del sostegno, affiancare professionisti come psicologi, ecc. ecc. La scuola infatti non solo non può competere sul terreno dell’intrattenimento, non deve. Non lo può però fare da sola. Quella da implementare è una politica culturale che agisca su più livelli e che si ponga l’esplicito obiettivo di contrastare l’individualismo ideologico e pratico. Invece di spendere miliardi di euro in dispositivi tecnologici, aumentiamo gli insegnanti in modo da avere classi sensibilmente più piccole, costruiamo aule in cui ci si possa muovere, ecc., aumentiamo il tempo scuola cosicché i ragazzi possano viverla anche per fare altre attività non strettamente curriculari o anche semplicemente passare il tempo.
Tutto ciò non è per caso. È una scelta politica per cui non si vuole investire in formazione perché le classi dirigenti non prevedono uno sviluppo del modo di produzione capitalistico che abbia bisogno di individui formati. Più facile imputare questa loro intenzione alla cattiva volontà delle vittime (professori e studenti) piuttosto che alle (volute) carenze strutturali del sistema. Si diceva non una scuola, ma nemmeno un villaggio turistico (che pure costerebbe troppo); si mira alla sala d’attesa o, peggio ancora, al parcheggio. Parcheggio, custodi e parcheggiati, questa la politica scolastica del capitalismo crepuscolare.
Il cambiamento di funzione della scuola e della classe docente ha avuto effetti pesanti sull’autoconsapevolezza che quest’ultima ha del proprio ruolo e della propria funzione. La sua strumentalizzazione a capro espiatorio da un lato, la sua parvente posizione di “privilegio” in quanto rientra nella categoria degli inclusi, cioè di quelli che ancora hanno un lavoro garantito dall’altro, hanno probabilmente prodotto un sentimento corporativo al ribasso, ovvero un diffuso atteggiamento per cui in certi casi ci si limita al minimo indispensabile e a sbarcare il lunario. Questo fa involontariamente il gioco della criminalizzazione di modo che si additi uno degli effetti come l’unica causa. Ciò detto, da questo torpore si deve tentare di uscire e questo lo si può fare solo creando le condizioni perché si possa fare bene il proprio mestiere, a partire da quelle strutturali. In primo luogo capire che contro queste politiche studenti e professori sono dalla stessa parte e insieme devono indirizzare le proprie rivendicazioni. Se da un lato la formazione politica, in senso alto, della classe docente è fondamentale, decisive sono anche le rivendicazioni pratiche che a mio modo di vedere si devono indirizzare verso due punti chiave: classi con meno studenti e strutture adeguate. Ovviamente anche rivendicazioni salariali, ma non può essere solo quella la richiesta, per non prestare il fianco a tendenze meramente corporative o economicistiche. Queste rivendicazioni devono andare di pari passo con un’idea di scuola “umana”, dove si formino individui consapevoli e autonomi, non macchine da problem solving in un mondo concorrenziale popolato da squali che si pretende immodificabile nelle sue strutture. Queste strutture non sono eterne, ma storicamente determinate. A noi intenderne le tendenze e cercare di co-determinarne il corso verso una direzione progressiva.
1 Per un primo orientamento sui concetti di “classe”, “egemonia” e “dialettica storica” rimando al mio Capitalismo crepuscolare. Approssimazioni, pp. 5-58.
2 Sugli esiti “violenti” di questa tendenza si veda di nuovo Capitalismo crepuscolare, cit., pp. 59 ss.