LA GIUSTIZIA A DUE VELOCITA’: CAROTE AI PADRONI, BASTONI AGLI SFRUTTATI
Per una lettura di classe sul referendum costituzionale – Iniziativa con l’avvocato Marco Lucentini venerdì 6 ore 18.00
La nuova riforma della Giustizia varata dal Governo Meloni e il referendum costituzionale che ne determinerà l’entrata in vigore hanno rimesso al centro del dibattito pubblico il tema del potere giudiziario e della sua funzione nella società.
Lo scontro a suon di slogan di queste settimane mette in luce la degenerazione della nostra classe politica: da una parte il Governo che rievoca l’insopportabile retorica berlusconiana sulle “toghe rosse” e sui magistrati “di sinistra”; dall’altra l’opposizione che erge la magistratura a salvatrice della democrazia e della Costituzione.
In questo scenario desolante quello che manca è un punto di vista indipendente e di classe, che superi il mero dibattito “tecnico” e la propaganda e legga invece questa riforma all’interno dei processi complessivi che governano la nostra società.
Prima di entrare nel merito sono necessarie alcune premesse: come comunisti rifiutiamo la narrazione astratta e ideale che vuole leggere la magistratura come “paladina” della democrazia contro l’autoritarismo, una visione che vede il diritto e la giustizia al di fuori di un’analisi dei processi storici e dei rapporti di forza vigenti nella società.
“Il vostro diritto è soltanto la volontà della vostra classe elevata a legge, volontà il cui contenuto è dato nelle condizioni materiali di esistenza della vostra classe” affermava Karl Marx nel Manifesto. Se a determinare i rapporti sociali tra classi è il modo di produzione vigente, allora a partire da questa struttura si determinerà, tra le altre cose, il diritto come sovrastruttura, ovvero come cristallizzazione su base giuridica dei rapporti di forza esistenti tra classi. Allo stesso modo il potere giudiziario non sarà altro che lo strumento dello Stato liberal-borghese per applicare ed eseguire quella volontà diventata legge.
Non a caso infatti migliaia di compagni e compagne hanno affrontato carcere, denunce, ergastoli, 41bis e repressione per aver agito nel conflitto politico e sociale, ma non solo, basti ricordare negli ultimi mesi gli studenti messi ai domiciliari o i lavoratori licenziati per essersi mobilitati per la Palestina. Ma soprattutto, il dato di classe: a riempire le carceri, a subire più condanne, ad avere meno tutele legali sono per la maggioranza gli sfruttati e le sfruttate e chi subisce disagio sociale, economico e culturale. Uno spettro sempre ignorato che ci dice che La legge non è uguale per tutti.
Se questa situazione è sempre esistita de facto, la Riforma Nordio rappresenta l’ultimo tassello nel tentativo di istituzionalizzarla. Non un primo passo o una svolta improvvisa dei “fascisti dentro” del governo Meloni, ma l’ultimo, certamente più incisivo, di una direzione presa da anni e impressa da tutte le forze politiche, a partire dalla compagine liberal e di sinistra che oggi fa opportunisticamente campagna per il NO.
Ad essere padre ispiratore di questo disegno, ancor prima che Berlusconi, è il criminale fascista Licio Gelli, che già nel suo Piano di Rinascita Democratica tracciava alcune linee guida poi concretizzate dai suoi degni eredi.
Dopo i tentativi berlusconiani i primi colpi li ha battuti il Governo Draghi, con consenso bipartisan, approvando la Riforma Cartabia: citando solo le misure più importanti, improcedibilità in appello e Cassazione per i reati penali che superano il termine di due anni e l’introduzione dei “criteri di priorità” con cui il parlamento (ovvero la maggioranza) può indicare alle procure quali tipi di reati perseguire. A seguire, nel 2024, altre due leggi che aboliscono il reato di abuso di ufficio e limitano la possibilità delle intercettazioni a 45 giorni a eccezione degli indagati per terrorismo (ricordiamo come Potere al Popolo e Cambiare Rotta hanno subito un tentativo di infiltrazione da agenti dell’Antiterrorismo).
A coronare questo tentativo di spuntare le armi alla magistratura nei confronti del potere esecutivo, dei colletti bianchi e dell’apparato di potere, e al contempo di affilarle contro il dissenso sociale e politico, arriva la Riforma Nordio. Dal governo raccontano di volere la separazione delle carriere, ovvero impedire ai magistrati di passare dalla funzione giudicante (giudice) a quella requirente (PM) o viceversa. Questa separazione esiste già de facto visto che ogni magistrato può cambiare carriera una sola volta entro dieci anni di servizio, e solo il 2% ne usufruisce.
Il vero obiettivo e punto saliente della riforma è la separazione complessiva dei due rami della magistratura attraverso la scissione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi divisi e la modifica della modalità di elezione dei membri laici e togati. Sorteggio puro per i “togati”, ovvero i magistrati in carriera, e sorteggio su una lista decisa dal parlamento (ovvero sempre dalla maggioranza) per i membri “laici”.
La cesura tra i due rami della magistratura comporta, assieme alle modifiche precedenti, l’attrazione della funzione requirente nell’orbita diretta dell’esecutivo e alla perdita definitiva di quella “cultura della giurisdizione” su cui, in teoria, si fonda l’indipendenza della magistratura. A tutto questo bisogna considerare le “pistole cariche” del governo, ovvero le leggi attuative della riforma già pronte nel cassetto che potranno essere approvate con maggioranza semplice.
La natura e la funzione della Riforma non può però comprendersi se non si inserisce nel contesto politico del governo Meloni: il piano di riarmo e la leva militare “volontaria” non sono bocconi facili da digerire se nel frattempo i salari sono fermi, l’inflazione cresce e la produzione industriale tracolla. La crisi sociale, politica, economica e valoriale dell’occidente capitalistico può aprire fratture importanti nel ventre della bestia, come hanno dimostrato le mobilitazioni per la Palestina, e allora occorre blindare ogni spazio di dissenso anche a costo di smontare gli ultimi rimasugli di “democrazia liberale”
Riforma della Giustizia, riforma Bernini, riforma della corte dei conti, i nuovi decreti sicurezza, i disegni di legge che criminalizzano l’antisionismo rappresentano il contrappeso interno a riarmo, leva e militarizzazione della società per pacificare il conflitto sociale e politico e fare tornare nella passività le migliaia di persone che erano scese in piazza.
Se il Governo mira a un disegno complessivo di svolta autoritaria e antidemocratica del Paese allora l’opposizione al governo non può essere da meno; ed in questo senso si inserisce l’importanza del NO sociale come generalizzazione di una battaglia e sfida politica a 360 gradi e la manifestazione nazionale del 14 marzo come passaggio necessario di mobilitazione che può porsi l’obiettivo concreto di dare la spallata decisiva al governo.
Consolidare e rendere capillare l’opposizione autonoma e indipendente, rafforzare le ragioni del no in ogni settore sociale, far vivere l’opposizione nelle università, nelle scuole, nei quartieri, nei posti di lavoro, nelle fabbriche, nei porti, nelle occupazioni è il compito storico che spetta a chi, in questa società di macerie, vuole costruire l’alternativa e mandare a casa una classe dominante di fantocci.
14 MARZO MANIFESTAZIONE NAZIONALE
CACCIAMO IL GOVERNO MELONI!
