RIFORMA DEL RECLUTAMENTO: TORNARE INDIETRO PER ANDARE AVANTI
Ieri è stata approvata alla Camera, su proposta della commissione guidata dalla Ministra Bernini, la riforma del reclutamento, già approvata al Senato, che arriva ai suoi step finali verso l’entrata in vigore.
La riforma abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale, il precedente sistema di verifica dei requisiti che permetteva poi di partecipare ai concorsi banditi dalle università per diventare professori di ruolo. L’ASN era stata istituita nel 2010 con la riforma Gelmini e di certo non mancava di problemi. La modalità di valutazione era solo il raggiungimento di soglie di punti bibliometrici (publish or perish, essenzialmente le citazioni delle ricerche pubblicate dal candidato) in alcuni settori scientifico-disciplinari e in altri (prevalentemente quelli umanistici) anche una valutazione qualitativa su linee guida stabilite dall’ANVUR. Un sistema quindi diseguale basato su una valutazione solo quantitativa nella maggior parte dei casi o anche qualitativa e basata sui criteri ANVUR. Questo ha portato le sue storture: mille modi per inflazionare le proprie citazioni, favori fra ricercatori, inserimento di nomi in paper a cui non si era partecipato.
Nonostante quella riforma sia stata raccontata come modo per contrastare quello che definivano fenomeno del baronato garantendo dei criteri unici a livello nazionale, come tra l’altro veniva rivendicato anche dai movimenti che hanno animato le lotte in università di quegli anni, i dati parlano chiaro: il risultato è stato che negli ultimi 15 anni la maggior parte delle assunzioni e degli scatti di carriera provengano comunque dall’interno dell’ateneo che emana il bando di concorso, perché più sostenibile a livello finanziario.
La Bernini, ora, con l’abolizione dell’ASN, sembra fare un passo indietro, ritornando al localismo del passato. Ma dietro questa fotografia del reale, si celano processi più complessi che non possono essere letti come un semplice arretramento.
Al contrario viene abolita la ASN per essere sostituita da un’autocertificazione del raggiungimento di una “soglia minima di requisiti di produttività e qualificazione scientifica” e una valutazione di una commissione locale di cinque membri, uno espresso dall’università e il restante estratti all’interno di liste nazionali stilate su base volontaria, che valuterà in base ai bandi emanati dall’università divisi in settori scientifico disciplinari, inserendo anche la possibilità di creare bandi su tematiche più specifiche in base alle necessità dell’ateneo. La ministra inoltre giustifica questa riforma come modo per scongiurare “la percezione dell’abilitazione come diritto acquisito alla chiamata”. Come se il problema fossero i lavoratori precari che rivendicano una stabilizzazione e non un sistema universitario definanziato a cui questo governo ha aggiunto ulteriori tagli al fondo di finanziamento ordinario.
È doverosa anche una parentesi su come e da chi verranno decisi questi requisiti nazionali, saranno infatti fissati da decreto ministeriale sempre su proposta dell’ANVUR. ANVUR (agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) che da febbraio ha un nuovo regolamento, oggi i membri del direttivo sono stati ridotti da 7 a 5, e 3 su 5 (compreso il presidente) vengono direttamente nominati dal Ministro. Il risultato è stata una vergognosa spartizione delle poltrone, una a FdI, una a Forza Italia e una alla Lega. Non può essere più evidente di così, aggiunto alla proposta di riforma della Governance, delle AFAM e a quella del CUN che ha diminuito la rappresentanza studentesca, il controllo che il governo vuole imporre all’interno dell’università, arrivando a definire tutte le linee guida, che comprendono le soglie dei punti bibliometrici, un curriculum standardizzato e anche una prova obbligatoria sulla didattica.
Dopo aver delegato agli atenei la decisione su chi assumere, l’ANVUR dopo tre anni valuterà gli atenei rispetto ai risultati della ricerca e questo andrà ad influire sulla quota premiale del fondo di finanziamento ordinario. E’ intuibile che ancora una volta verranno premiati gli atenei più competitivi e puniti quelli considerati di “serie b” perché meno attrattivi.
Se da un lato quindi assistiamo a una decentramento di alcune funzioni, dall’altro lato, il meccanismo anvuriano, che stabilisce requisiti, criteri di valutazione e spartizione dei fondi, alla luce inoltre dei recenti passaggi di riforma che ne hanno stretto il controllo governativo, rafforza il manovratore stategico centrale, che non deve essere disturbato. Possiamo cogliere quindi come all’interno dell’università italiana sia in corso un movimento duplice: il primo, verticale, che, in una fase critica come quella attuale, accentra il controllo politico e strategico degli atenei (riforma ANVUR, bozza di riforma delle governance, riforma CUN); il secondo, orizzontale, che decentra la gestione amministrativa e le funzioni di didattica e ricerca verso una sempre più forte autonomia universitaria e integrazione nei processi produttivi. A cambiare non saranno tanto i meccanismi di funzionamento del reclutamento, che già ora vede una preferenza e facilitazioni per avanzamenti di carriera già interni agli stessi atenei, ma la possibilità di bandire concorsi con finalità e direttrici di ricerca sempre più specifiche che dovranno garantire una sempre maggiore integrazione con il mercato siccome dopo 3 anni saranno valutate e i risultati anvuriani determineranno la quota premiale del FFO. Assistiamo a questo passaggio in un contesto in cui le condizioni dei ricercatori, conseguentemente, si aggravano, come visto con la riforma del preruolo, e la ricerca andrà peggiorando, venendo completamente tralasciata la ricerca libera e di base. Sarebbe stato opportuno, quanto al reclutamento, intervenire sui problemi endemici di precariato e allargamento degli organici ma questa non è più la funzione dell’università in questo paese.
Insomma tornare indietro, ma per andare avanti. In conclusione, infatti, questa riforma aggiunge un tassello allo schema che la Bernini sta applicando sull’università: maggiore controllo governativo e blindatura assoluta negli atenei e in tutti gli organi di rappresentanza, con l’ANVUR come attore protagonista che, mentre svuota la formazione di qualsiasi funzione emancipativa, come dimostra il (non) interesse per le questioni che riguardano il diritto allo studio, offre l’università pubblica alle esigenze strategiche, politiche ed economiche della nostra classe politica e chi questa rappresenta.
Di fronte a tutto questo, occorre moltiplicare nelle università i percorsi di lotta e di mobilitazione contro le contraddizioni di questo modello universitario, dalle vertenze per il diritto allo studio, passando per le battaglie per l’apertura di spazi di democrazia fino alle campagne contro la militarizzazione della didattica e della ricerca, all’interno di una prospettiva generale di rottura che individui nell’autonomia universitaria e nella subordinazione della formazione agli interessi politici ed economici della nostra classe la radice del problema. In questo senso siamo scesi in piazza il 7 maggio per uno sciopero universitario, insieme a pezzi del mondo accademico, che ha portato in piazza l’opposizione ai piani di riforma della Bernini e a questo modello universitario.
