¡QUE VIVA EL “CHE” GUEVARA! 9 ottobre 1967 – 9 ottobre 2026 

“Se vogliamo esprimere come vogliamo che siano gli uomini delle future generazioni, dobbiamo dire che siano come il Che” – Fidel Castro

59 anni fa veniva assassinato Ernesto “Che” Guevara. Raccogliamo la sua eredità rivoluzionaria: il 9 ottobre lanciamo una giornata di agitazione e iniziative nelle nostre scuole, università e territori in ricordo del Che e in solidarietà con Cuba socialista e il suo popolo resistente.

Le piazze straordinarie dello scorso autunno, il fermento nelle scuole e le università, il rifiuto diffuso del futuro di guerra e precarietà rappresentano un segnale da cogliere: in questo Paese e tra le giovani generazioni cresce il bisogno di un’alternativa radicale. Che fare? Non ci sentiamo impreparati, perché sappiamo di avere dalla nostra gli strumenti teorici, il metodo e la spinta ideale come lascito dei “giganti” che nel secolo precedente hanno dato vita al movimento comunista internazionale. Dobbiamo fare nostra la storia di chi prima di noi ha tentato l’assalto al cielo e, soprattutto, di chi c’è riuscito; impararne le lezioni e farla vivere ancora nei luoghi in cui, ogni giorno, costruiamo solidarietà, conflitto e organizzazione.

La vita del Che non ha bisogno di essere romanzata. A 5 anni sa impugnare una pistola, a 8 segue alla radio la dura lotta dei repubblicani spagnoli nella Guerra civile. Studia, osserva, elabora. Gioca a calcio con i malati neri lebbrosari del Rio delle Amazzoni, nelle miniere del Cile si allea con gli ultimi della terra: con grande delusione di suo padre imprenditore rinuncia alla brillante carriera di medico, al dottorato in medicina preferirà quello in lotta di classe e emancipazione dei popoli.A 26 legge Mao Tse Tung e assiste, da medico di brigata, al golpe militare in Guatemala. A 27 legge Marx. La lotta di classe è scienza e la rivoluzione non è fortuna, è tattica e strategia, e per la rivoluzione bisogna “comprometerse”, dedicarsi in maniera assoluta.

Nel 1955 incontra un giovane Raúl reduce dall’assalto alla caserma Moncada e di lì a poco suo fratello, Fidel Castro. Mentre molti compagni latinoamericani erano allora, come altri lo saranno poi, idealisti “esperti nel rimestare sogni, nello scambiare le illusioni con la realtà”, i nostri Raúl, Fidel, Ernesto, no. Erano già convinti che la loro rivoluzione fosse alle porte, una rivoluzione di popolo ed armata, per non fallire e non essere smantellata dalla reazione imperialista se fosse riuscita. Convinti e pronti a darle impulso e forma.

A 28 si imbarca sulla nave Granma e salpa verso Cuba: lui, Fidel e altri 80 uomini partono contro 35.000 soldati, carri armati, decine di navi da guerra e aerei da combattimento. Ernesto confessa alla moglie “è una pazzia!”. Ma, aggiunge, “una pazzia fattibile”. Quando rimangono pochi uomini e 7 fucili, la fede resta incrollabile: Fidel dice “Abbiamo già vinto”. Così è stato. Lo cantano le canzoni, “cuando todo Santa Clara se despierta…” per vedere il Che Guevara marciare su una Cuba conquistata, liberata dalla dittatura di un tale Batista, burattino dell’imperialismo USA che aveva preso il posto del colonizzatore spagnolo.

Dopo la vittoria nella guerra di guerriglia, il compito del potere. Cuba vuole essere il socialismo non dei sogni ma della realtà. Il “Che” diventa capo del Dipartimento istruzione dell’esercito, comandante militare, capo del Dipartimento industrializzazione agraria. Poi, ancora, presidente della Banca centrale e Ministro dell’Industria: “non so niente di banche, ma quando la rivoluzione ti chiama…” ti prendi le tue responsabilità. Così liquida le banche private ereditate dall’imperialismo, fa una riforma agraria epocale. Ma non solo. Compie una campagna di alfabetizzazione di massa senza paragoni, e come diplomatico, fa la scelta strategica di assicurarsi che dall’URSS alla Cina di Mao il campo socialista si stringa attorno al nuovo arcipelago rivoluzionario.

La narrazione dominante accetta i rivoluzionari solo se sconfitti, e se vincono ne riscrive la storia e ne oscura i meriti. Che Guevara ci ricorda che la vittoria è necessaria ed è certa, e il potere è la leva per trasformare la società e l’uomo. Così prende il potere, e continua ad essere l’uomo che non dorme la notte perché deve studiare economia, quello che sa spiegare ai lavoratori che il loro benessere verrà nella lenta costruzione dell’indipendenza nazionale e nella difesa della Patria liberata. Lontano dall’immaginario dittatoriale e burocratico con cui sono state riscritte le vicende di tanti grandi rivoluzionari, è il dirigente che resta tutt’uno con il popolo, cogliendo ogni sollecitazione e mettendo a critica ogni decisione presa, quello che al fianco dei suoi compagni sa essere guida ma soprattutto esempio: il primo disposto a intraprendere le scelte difficili e le iniziative intrepide che chiede ai suoi compagni.

Il rivoluzionario deve lavorare tutto il giorno perché ogni ora di lavoro per la rivoluzione produce felicità e benessere sociale. Lì ogni “sacrificio” scompare. È questo il germe dello Hombre Nuevo, dell’uomo nuovo socialista che Che Guevara si sforza di anticipare e che il XXI secolo dovrà costruire tramite l’educazione e forgiare nelle lotte che verranno. L’uomo che sa essere duro ma “senza perdere la tenerezza”, perché è l’amore per l’umanità la condizione per sentirne le ingiustizie e per combatterle. L’uomo nuovo che forse nulla incarna meglio, oggi, dei medici cubani che in tutto il mondo – anche in Italia – lavorano con impegno rivoluzionario.

Lontani dalla patria sono questi medici come per tutti gli anni ‘60 è il Che: “si può dire di essere rivoluzionari solo quando si è disposti a lasciare tutte le comodità per andare a combattere in un altro Paese”. Non si tratta di “esportare rivoluzioni”, ma di cogliere la dimensione continentale e internazionale dello scontro con il nemico, stabilendo le alleanze necessarie e i focolai strategici in cui dare inizio alla lotta rivoluzionaria e alla guerriglia. Compirà sforzi inumani nel tentativo di concretizzare questa prospettiva internazionale e internazionalista. Se i compagni lo seguiranno, non sarà solo perché hanno capito da che parte stare, ma perché spalla a spalla con loro fino all’ultimo ci sarà un militante incrollabile, riferimento costante per l’azione.

L’Africa rientrava in questo disegno strategico. “Un’aspirazione comune ci unisce nella nostra marcia verso il futuro: la sconfitta dell’imperialismo” dice il Che ai popoli africani e asiatici riuniti ad Algeri nel 1965, dopo il grande sostegno che egli stesso aveva portato alla rivoluzione algerina, fatto di armi per la guerriglia e aiuti a feriti e orfani. Si impegna direttamente in Congo, addestrando la guerriglia e indirizzandola verso la presa del potere. Nessuna vittoria nell’immediato, ma il suo lavoro prepara le condizioni per l’intervento in Angola che avverrà dopo la sua morte, portando all’indipendenza della Namibia e innescando l’inizio della fine dell’Apartheid in Sudafrica, in cui Cuba investirà denaro ma soprattutto migliaia di vite.

Tornato a Cuba riprende in mano un progetto giovanile diventato una sfida necessaria: la rivoluzione in tutta l’America Latina, tentativo indispensabile per la stessa tenuta del socialismo in una Cuba sotto assedio militare ed economico. Gli darà ragione la reazione del nemico. Creare “due, tre, molti Vietnam” per l’imperialismo nel suo cortile di casa, allargare il fronte rivoluzionario e portare un colpo al cuore dell’impero – all’epoca solo gli USA, oggi anche l’UE “porcospino d’acciaio” della Von der Leyen. Sceglie la Bolivia dove una dittatura militare aveva smantellato la rivoluzione cominciata negli anni ‘50 e riportato di anni indietro le condizioni di vita delle masse di contadini e minatori.

L’imperialismo reagisce perché il Che ha imboccato la strada giusta: istruttori militari USA, consulenti politici, membri di CIA e forze speciali si riversano in America Latina, perseguitano i rivoluzionari. Si cerca la testa del Che Guevara. In Bolivia il Che muore prima di cominciare, ammazzato da giovani soldati che se avesse incontrato prima del loro arruolamento avrebbe di certo convinto a fare la guerriglia al suo fianco per liberare il Paese. Muore tra i festeggiamenti della CIA, dei governi che aveva fatto tremare, dei più potenti industriali, speculatori, sfruttatori della Terra.

Poco prima di morire risponde a un militare che gli chiede se stia pensando al suo asino: “No, tenente, sto pensando all’immortalità della rivoluzione che tanto temono coloro che voi servite”. Quella immortalità è l’ultimo testamento della sua lungimiranza, del genio rivoluzionario: ancora oggi Cuba resiste al peggiore strangolamento economico dal ‘59 ad oggimentre l’imperialismo scricchiola e si contorce in una spirale bellicista senza via d’uscita. Oggi come allora, l’unica via che abbiamo alle nostre latitudini per sostenere l’ipotesi rivoluzionaria di Cuba è costruire la forza dei comunisti nel ventre della bestia.

Nella giornata del 9 ottobre non si ricorda un rivoluzionario. Si prosegue il cammino tracciato da un gigante che oggi ci direbbe di camminare nonostante gli ostacoli, perché chi vuole essere l’avanguardia del cambiamento non ha “il diritto di stancarsi”.

Il segno – non il sogno – di Che Guevara vive nella rinascita di una gioventù antimperialista, che di fronte al passato di miseria, al presente di guerra, al futuro negato, sa in ogni momento cosa fare: organizzarsi, cogliere ogni contraddizione, aprire con determinazione ogni spazio di conflitto possibile. In una parola: combattere.

Per questo saremo in ogni scuola, università e piazza il 9 ottobre. ¡Que viva Che Guevara!