Prof. Vasapollo: “Sarà ancora una volta Chavez a sconfiggere il golpismo”

di Alessandro Bianchi

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Domenica in Venezuela si vota per l’Assemblea Costituente. Un processo perfettamente in linea con la Costituzione del paese ideato per cercare di trovare una soluzione di pace e democrazia alle violenze ed al rifiuto dell’opposizione di destra alla richiesta di dialogo del Presidente Maduro.

Sui giornali italiani la propaganda per quegli interessi che da anni cercano di destiture il legittimo governo di Caracas ed appropriarsi così delle riserve petrolifere maggiori al mondo hanno distorto completamente il quadro della situazione. E così terroristi che linciano e danno fuoco a persone solo perché hanno un’idea politica diversa diventano “manifestanti pacifici” e la Costituente, via democratica e pacifica alla soluzione della crisi, un “golpe di Maduro”.

Stupri semantici a cui siamo abituati e pensare che a chiedere quella Costituente fosse nel 2013 quella stessa destra sostenuta da Usa e Ue impegnata oggi nelle violenze fuori controllo. Ci sarebbe da sorridere se non fossero morte oltre 100 persone dal colpo di stato iniziato tre mesi fa.

Abbiamo chiesto al Professore Luciano Vasapollo, noto esperto delle dinamiche dell’America Latina, un commento sul voto di domenica in Venezuela.

QUesta intervista appare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico.

L’Intervista.

Professore. Domenica in Venezuela si vota. Chi attacca il governo di Maduro, il “regime”, usa come pretesto principale il fatto che il Presidente non conceda elezioni. Eppure Domenica in Venezuela si vota. Non è un controsenso?
E’ un controsenso ridicolo, come tutti quelli che “l’’internazionale nera” utilizza per far passare uno dei sistemi più democratici al mondo, quello ideato dalla Rivoluzione bolivariana, come un “regime”. Domenica il popolo venezuelano, il popolo bolivariano, un popolo di pace, darà una lezione al mondo. Sostengo con forza questo processo elettorale, la Costituente, che serve per dare nuovo impulso e rafforzare la democrazia partecipativa e popolare. E’ la risposta giusta per rafforzare le missioni sociali, ideate dal Comandante Chavez per dare istruzione, lavoro, sanità.

Ieri si è conclusa la campagna elettorale per la Costituente. Impressionante il bagno di folla che ha accompagnato l’evento a Caracas. Come al solito, totalmente censurato dall’informazione occidentale…

Davanti una folla oceanica, il presidente Maduro ieri ha chiuso la campagna elettorale parlando contro l’opposizione violenta, fascista e golpista che ha prodotto 110 morti negli ultimi tre mesi. La colpa di quello che sta accadendo oggi in Venezuela è delle multinazionali del petrolio, dell’imperialismo, dei paramilitari. Grande responsabilità l’ha un presidente come Trump che sta minacciando una maggiore guerra economica se il popolo venezuelano dovesse perseguire nella via della Costituente. In Europa non si sa niente di tutto questo. E questo perché l’informazione è totalmente asservita a questi poteri che non da oggi ma dal 2002, primo golpe contro Chavez, cercano di annientare una delle pochissime risposte alternative alla dittatura del neo-liberismo.

Oltre Trump, anche l’Unione Europea e la Mogherini in particolare si è schierata contro la Costituente. Teme che seguirà gli Stati Uniti in sanzioni contro il Venezuela?
A leggere le dichiarazioni di Federica Mogherini mi viene da ridere e provo tanta rabbia. Mi viene da ridere perché lei rappresenta un organismo che si è data una costituzione che uccide interi paesi, Grecia su tutti, senza che nessun popolo l’abbia mai votata. E sarebbe la signora Mogherini che vuole dare lezioni di democrazia ad un paese, il Venezuela, che ha fatto decine e decine di elezioni da quando è iniziata la Rivoluzione bolivariana? Provo poi anche rabbia perché la giovane Federica Mogherini me la ricordo al Foro di San Paolo ai tempi di Chavez sostenere l’ascesa delle forze progressiste in America Latina. E oggi fa da sponda ai nuovi Pinochet che vogliono regalare il paese alle multinazionali degli Stati Uniti? Ma io sono tranquillo. Sarà ancora una volta Hugo Chavez, che oggi avrebbe compiuto 63 anni, a sconfiggere il golpismo di Usa e Unione Europea. Oggi il popolo venezuelano che si incarna nel suo Comandante è consapevole dei suoi diritti, è libero dal giogo del neo-liberismo e difenderà le sue conquiste contro il golpismo di Usa e Unione Europea. Ne sono certo.

Come giudica l’atteggiamento della destra venezuelana che ha deciso di non giocarsi le sue carte con la via pacifica delle elezioni e non riconosce il percorso della Costituente?
E’ semplicemente la continuazione della strategia golpista. Il plebiscito illegale che qui ha trovato il sostegno addirittura di un ministro, Galletti, e del presidente della Commissione Affari esteri del Senato, Casini, serviva a legittimare il colpo di stato in corso. Un fallimento clamoroso nei numeri chiaramente nascosto dai media asserviti. Sappiamo che i loro voti non sono quelli che hanno detto, che hanno mentito, che non ci sono prove di quei risultati, ma non importa, perché per la propaganda occidentale “7 milioni di venezuelani hanno detto no alla Costituente”. Tutte menzogne.

A proposito di Casini. Ieri ha fatto una nuova Conferenza al Senato sostenendo le ragioni della destra e contro la Costituente…
A parte la scarsissima conoscenza di fondo delle dinamiche dell’America Latina di alcuni politici italiani, da studioso quello che mi preoccupa è la totale irresponsabilità di chi getta benzina sul fuoco, sostenendo e alimentando la ferocia di questi nuovi Pinochet in salsa venezuelana che vorrebbero portare il paese alla guerra civile. Su Casini è davvero incredibile la sua insistenza a sostegno della destra venezuelana. Ora la domanda che potrebbe sorgere a qualcuno è: ma perché invece della “fame” in Venezuela, non fa una telefonata al suocero per trovare una soluzione alla sete dei romani?

Tutta la destra venezuelana è golpista e violenta?
No. C’è una parte dell’opposizione che non è golpista, che non è violenta, ma non si è pronunciata apertamente. La strategia dell’opposizione per ora è portata avanti dai golpisti violenti; è importante che si pronuncino i settori democratici ora oppure saranno corresponsabili morali delle violenze.

Infine, come giudica il comportamento dei media internazionali. Oggi Repubblica titola: “Venezuela, governo vieta le manifestazioni contro le elezioni dell’Assemblea Costituente”. Anche un importante giornale nord-americano, il Chicago Tribune, con la corrispondenza di un inviato di Bloomberg, ha dovuto ammettere che non è resistenza ma violenza fuori controllo. Fino a quando i giornali italiani mentiranno sapendo di mentire. E sono complici del colpo di stato in corso in Venezuela?
Si sono complici. O meglio giocano il ruolo di protagonista attivo del processo come avvenuto in Ucraina, Libia e Siria. Sono costretti ad ignorare quello che accade davvero in Venezuela e presentare una situazione virtuale. Si chiama “Effetto CNN”. E quindi il terrorismo diviene “ricerca di democrazia”, i terroristi “manifestanti pacifici” che resistono “al regime”, la Costituente ”un colpo di stato”. E la ragione è una: si chiama petrolio e la grande quantità di altre ricchezze presenti in Venezuela. Sull’informazione però vorrei concludere con un rammarico profondo. Ho letto che in questi giorni Gerladina Colotti, una delle pochissime voci libere che ha raccontato in questi anni il Venezuela e l’America Latina in generale, si trova a Caracas, ma i suoi reportage non vengono pubblicati dal Manifesto per una scelta editoriale. Una vergogna. Una vergogna di un giornale che sta prendendo ormai inesorabilmente la via senza uscita della “sinistra europeista” alla Mogherini. Piena solidarietà a Geraldina che non si arrende alle menzogne del mainstream e continua ad informarci. Adelante!

“I movimenti non bastano per combattere il neoliberalismo”. Intervista a D. Harvey

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Contropiano, Grazie molte per il suo tempo. Lei è a Bologna per una serie di seminari all’università sul tema “Sovranità, movimenti sociali e il diritto alla città”. La prima domanda è: come vede la traiettoria del capitalismo? Più specificamente, c’è ancora una tendenza verso la globalizzazione? O stiamo assistendo a un periodo di chiusura, un ritorno al protezionismo e in generale a un aumento della competizione tra macro-aree capitaliste?

David Harvey. Forse possiamo iniziare disaggregando la globalizzazione del capitale, perché il capitale esiste in tre forme: una sono le attività produttive, la seconda sono le merci e la terza è il denaro. Ciascuna ha una differente capacità di mobilità geografica: la produzione è molto lenta da muovere; le merci possono essere spostate, e oggi anche molto velocemente; ma quella che può essere spostata in nanosecondi è sicuramente il denaro. Quando si parla di porre un freno a ciò che si muove, la maggior parte delle restrizioni sono dirette alla forma merce, e in certa misura alla forma produzione: la difficoltà è porre una qualunque restrizione al flusso di denaro. Così quando Trump parla di accordi commerciali e di cambiare le cose, parla delle merci, di acciaio, ma non c’è alcun modo che possa toccare la fluidità globale del denaro.

Ecco, io penso che negli ultimi quarant’anni circa ci sia stata una vera e propria separazione tra quello che Marx chiamava produzione del valore, che è il lavoro socialmente necessario mobilitato per fare e creare le cose, e la rappresentazione di questo valore nella sua forma monetaria. Esisteva una restrizione in quanto la forma monetaria era sostenuta dalla riserve d’oro, ma nel 1971 il Gold Standard venne abolito, e da allora il denaro è fuggito a ogni tipo di controllo rispetto al suo valore, e il risultato è che il sistema monetario oggi è diventato dominante.

Quindi, se questo è il caso, la globalizzazione non è finita, ma ora si regge su un terreno instabile, perché la domanda: è quale è il valore che supporta tutto quel denaro là fuori? Ed è probabile ci sarà una crisi monetaria di qualche tipo, infatti vediamo continue increspature di questa crisi monetaria, e questa crisi monetaria avrà molti gravi effetti, tra cui sulla domanda, che a sua volta avrà effetti si quella che potremmo chiamare “economia reale”, e che causerà disoccupazione globale di massa, quindi c’e sempre questo rischio . Adesso la maniera con cui questo è stato gestito sono le banche centrali che creano ancora più moneta, tramite il quantitative easing e cose del genere. Ma questo denaro in più, dove va? Buona parte di questo va in cose come la speculazione immobiliare, e il risultato è che i prezzi delle case in quasi tutte le principali città mondiali sono arrivati a un punto per il quale quasi nessuno si può permetter di pagarli. Così c’è una crisi di case a prezzi accessibili, e c’è una generazione di effetti collaterali della successiva monetarizzazione dell’economia e della fuga del sistema dei prezzi e monetario, a causa della perdita de controllo da parte della produzione reale che risale al abbandono del Gold Standard nel 1971.

In questo contesto, qual è il ruolo dell’UE? È corretto dire che forse stiamo osservando nella politica europea una continuazione del neoliberismo che potrebbe essere in contrasto con quello che sta accadendo negli USA?

Penso che prima di tutto dobbiamo chiederci che cosa si intenda per neoliberismo, la mia definizione è che si tratti di un progetto di classe per accumulare più ricchezza e più potere nelle mani di coloro che sono già ricchi e potenti, e che è stato così per gli ultimi 40 anni e non penso che questo progetto sia scomparso. Penso che la sua legittimità sia stata messa in discussione, la maggior parte della popolazione di molti paesi ora lo vede come una frode, il che ha portato qualcuno come Trump ad essere eletto perché lo ha chiamato una frode, su cui tutti concordiamo e che lui avrebbe lavorato al riguardo… Per cui io penso che Trump abbia catturato questo aspetto. Non ho visto molto di questo succedere nell’Unione Europea, ossia considerare il commercio una frode, la mia impressione è che qui si pensi sia l’immigrazione che viene considerata il più grande pericolo, il che è un altro aspetto della globalizzazione, non la globalizzazione del capitale ma quella della popolazione, cioè i flussi migratori che si stanno creando, che per quanto li si provi a fermare sembrano infermabili, e questa è una cosa sorprendente. Si costruiscono muri, si mettono leggi, ma questo non sembra fermare il flusso. Magari verranno meno persone, ma continueranno a provare a venire, e questo mi sembra un flusso infermabile. La cosa curiosa riguardo all’Europa è che questo probabilmente è una buona cosa, perché a causa delle tendenze demografiche la carenza di offerta di lavoro in Europa è tale che, con l’eccezione di alcuni paesi dell’Est come la Polonia, servono migranti se l’economia deve continuare a funzionare in una qualche maniera bilanciata. Perciò io penso che la risposta europea alla globalizzazione sia provare a far continuare a far funzionare le cose, ma non necessariamente tramite lo sviluppo economico, ma continuando il processo che permette alle aziende di diventare sempre più potenti, ai finanziari di diventare sempre più potenti, permettendo alle più grandi istituzioni della classe capitalista oligarchica di accumulare perfino più ricchezza, influenza o potere.

In questo contesto, cosa dovrebbero fare i movimenti anticapitalisti? Sembra esserci una divisione fra chi accetta la globalizzazione e chi invece vede in certe forme di sovranità l’unico possibile strumento di riappropriazione democratica.

Bè, non penso che questo attualmente sia la domanda principale, almeno non per me. La questione non è la globalizzazione, personalmente io sono a favore di un mondo cosmopolita dove ci si possa muovere liberamente attorno al mondo, ecc. Quello che mi preoccupa è l’immensa concentrazione del potere economico, politico e monetario attorno ad un gruppo di persone molto piccolo, e la creazione di quelle istituzioni che effettivamente gestiscono tutto in funzione di questo piccolo gruppo di persone. Sto pensando ad istituzioni come la BCE, la FED, tutte le banche centrali, i dipartimenti del tesoro nella gran parte dei governi, che di solito lavorano in alleanza con le banche centrali. E abbiamo visto il tipo di politica che questi gruppi supportano nel caso della Grecia. Ora, quello che è stato fatto alla Grecia non è affatto accidentale o strano, ma è come sarà il futuro dell’umanità se queste persone continuano ad avere il potere che hanno e lavorano nella maniera in cui stanno lavorando. In questo caso, che tu sia globalizzato o meno è totalmente irrilevante, perché sei sempre fregato, e alla grande, come abbiamo visto nel caso della Grecia. Quindi per me la domanda importante è come dobbiamo organizzarci per affrontare questa concentrazione enorme di potere politico ed economico che ho chiamato il nesso stato-finanza. Questo nesso va attaccato in qualche modo, e se non lo attacchiamo ci saranno dei guai grossi. Poi si potrebbe dire che l’unico modo per attaccare questo nesso è di provare a creare delle isole di governo democratico, che possono poi servire come trampolino di lancia per un assalto a queste istituzioni globali, ma da parte mia non credo che sia veramente fattibile. Io penso che abbiamo bisogno di qualcosa di più grande per poter andare veramente alla caccia di questi centri di potere. Quindi non sono contro le idee che propongono, diciamo, una ritrattazione da un globalizzazione completamente svincolata, qualcosa che significherebbe che la sovranità fosse considerata in maniera più semplice e più facilmente gestibile, più facilmente configurata democraticamente tramite strutture di assemblee e simili. Non sono contrario, ma dico che anche se questo può funzionare, c’è un grande bisogno di un altro livello politico, che possa affrontare ciò che è il nucleo vero, il cuore della bestia. E io vivo a New York e quindi vivo molto vicino al cuore della bestia, e vi posso dire che è una bestia molto bestiale.

 

Come possiamo leggere le esperienze dei movimenti sociali che rivendicano il diritto alla città? Secondo lei la loro efficacia è stata ridotta dal costante svuotamento della democrazia sia a livello locale che al livello nazionale?

Per cominciare, l’idea del diritto alla città è un concetto aperto; è quello che possiamo chiamare un significante vuoto, e quindi è un concetto che dipende da chi lo riempie di significato. Il fatto è che anche gli straricchi anche rivendicano il loro diritto alla città, e quindi tanti tipi di persone possono rivendicare il loro diritto alla città. E infatti per molti versi se prendiamo certi principi della sovranità ecc. le conseguenze sono che tutti hanno lo stesso diritto alla città, e quindi, come ha detto Marx “tra diritti uguali decide la forza.” E una delle cose che sono successe è che questa idea è stata cooptata. Ad esempio, è diventata anche parte del linguaggio dell’ONU, che vuol dire che essenzialmente è stato cooptato dal mondo delle ONG, e invece di una chiamata alla rivoluzione è diventato un modo per calmare i movimenti sociali. Penso che sia molto importante per le diverse organizzazioni della città che lavorano sui diversi aspetti della vita urbana, come l’educazione o il diritto all’abitare ecc., cercare di costruire un programma progressista, o addirittura un programma in qualche modo rivoluzionario, e che devono cercare di creare alleanze con altre realtà lavorando in altri campi. Quindi credo che ci debba essere un’organizzazione ombrello, o un modo per mettere insieme tutti i movimenti che esistono nella città.

Ad esempio a Barcellona, credo che l’elezione di Colau a sindaca sia stata molto importante, abbiamo quindi una sindaca con una prospettiva progressista, ma questo in se non risolve il problema, funzionerà solo se avrà un rapporto forte con i movimenti sociali, e se aiuterà a costruire movimenti sociali ancora più forti, invece di fare come molti politici che poi tolgono il potere ai movimenti che li hanno eletti. Ma credo che stia compiendo dei passi per costruire una struttura assembleare in modo che i movimenti sociali possano esprimersi anche al di fuori delle stanze del potere municipale. Credo che una mossa come questa possa essere davvero progressista. Sono contrario all’idea che una politica concentrata unicamente sullo Stato sia la risposta, ma allo stesso tempo non possiamo avere una fobia dello Stato, perché credo, e Colau lo sta dimostrando, che lo stato abbia un ruolo fondamentale nel supportare i movimenti sociali tale da rinforzarli, e così possiamo cominciare a immaginare una situazione in cui c’è input popolare nelle decisioni su come governare una città, su che investimenti devono essere fatti, che investimenti saranno tollerati, quali attività economiche saranno promosse.

 

Quest’anno ci sono due anniversari importanti: il primo è l’anniversario della pubblicazione del primo volume del Capitale di Marx; il secondo è ovviamente l’anniversario della Rivoluzione Russa. La domanda è quindi: qual’è la rilevanza oggi di questi due anniversari?

Penso che sia un’opportunità per scrivere una valutazione storica del significato di questi eventi. E per la sinistra può essere un momento importante per venire a patti con gli errori che sono stati fatti ma anche per riconoscere le cose veramente positive che sono state realizzate, in conseguenza a entrambi gli avvenimenti: la pubblicazione del primo volume del Capitale e la Rivoluzione Russa. La mia opinione è che anche se ci furono aspetti negativi, ovviamente, della storia dell’Unione Sovietica, onestamente, da quando è caduto il muro di Berlino il mondo non è certo diventato un posto migliore, in nessun modo. È peggiorato significativamente, e il motivo per cui non è peggiorato cosi prima e perché esisteva la minaccia del comunismo. Quando è sparita la minaccia del comunismo, ha lasciato un vuoto in cui ora regna il capitale, senza l’opposizione di nessuna forza, che ha portato all’accumulazione velocissima di ricchezza totalmente sbilanciata da parte di un gruppo minuscole della popolazione. E per me, l’unico antidoto possibile è ancora la Cina, nel senso che la Cina non è un paese pienamente capitalista nel senso normale del termine, e non è ancora chiaro come la Cina agirà.

Insomma, credo che sia un buon momento per riflettere. Sulle cose positive e negative dell’esperienza dell’Unione Sovietica e su come leggiamo il primo volume del Capitale di Marx. Ho appena scritto un libro su questo, e ci saranno molti altri.

Alternanza scuola-lavoro: dal ricatto alla violenza

Da mesi ormai è noto a tutti cosa implica il percorso della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” previsto dalla legge 107: centinaia di ore sottratte allo studio per gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori per lavorare gratuitamente presso aziende ed enti pubblici. Un’attività, è bene ricordarlo, resa obbligatoria ai fini del conseguimento del diploma di maturità: al datore di lavoro (o a un suo referente/tutor aziendale) spetta infatti il compito di valutare la prestazione fornita dagli studenti e le “competenze” da essi acquisite: in sintesi, un vero e proprio percorso di educazione alla precarietà, allo sfruttamento e alla rassegnazione di fronte al ricatto cui già da tempo sono sottoposte le fasce giovanili, e l’ennesimo regalo alle imprese, che trovano così la possibilità di utilizzare manodopera a costo zero. Al progressivo svuotamento del ruolo formativo della scuola pubblica, dopo anni di tagli e di austerity, si unisce l’apprendimento coatto del servilismo, una materia che poco ha a che fare con gli obiettivi ditattici e formativi che un’istruzione pubblica degna di questo nome dovrebbe avere.

Come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge la violenza, come apprendiamo da quanto capitato a Monza, dove quattro studentesse, alle quali va tutta la nostra solidarietà, sono state violentate dal titolare di due centri estetici presso i quali svolgevano lo stage. Un atto in sé gravissimo, che si carica di ulteriore gravità ricordando che dal giudizio del titolare dipendeva gran parte della valutazione, e quindi l’estito dell’esame di maturità in cui questa è inserita.

Se è questo il grado di totale subordinazione e ricattabilità cui sono sottoposti studenti e studentesse, perfettamente gettati nella “guerra tra poveri” – migliaia di tirocinanti obbligati a lavorare gratis permettono infatti di ridurre notevolmente gli organici e di licenziare chi lavora già in cambio di un pur misero stipendio –, non osiamo immaginare cos’altro possa succedere nel paese in cui più di mille persone muoiono ogni anno sul posto di lavoro, nel paese in cui si è obbligati a scegliere tra l’emigrazione e un futuro fatto di precarietà assoluta e di assenza totale di diritti.

Non avevamo certo bisogno di quest’ultimo orrendo episodio per avere la conferma di quanto l’alternanza scuola-lavoro, spacciata come soluzione “contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro”, e come favolosa esperienza grazie alla quale sviluppare “senso di iniziativa e imprenditorialità”, sia in ogni caso, a prescindere dall’effettiva attività svolta dagli studenti, l’ennesimo meccanismo per mantenere la working poor generation sempre più tale.

All’armi! Siam studenti… Se l’alternanza scuola lavoro si fa anche nell’esercito

Da quando la riforma renziana della scuola ha istituito la famigerata alternanza scuola-lavoro, si sono moltiplicate le cronache che raccontano quanto questa non sia altro che l’ennesima ottima scusa per fornire manodopera a costo zero alle imprese italiane, felici di avere un modo per abbassare ulteriormente il costo del lavoro. Una riforma, insomma, perfettamente in linea con gli assetti attuali del capitalismo straccione all’italiana.

Giusto qualche giorno fa un articolo della “Stampa” riportava il caso della Sardegna, dove durante la stagione turistica alberghi e ristoranti invece di assumere lavoratori con normali forme contrattuali stanno utilizzando centinaia di studenti in stage nell’ambito dello schema dell’alternanza, che ricevono in cambio un minimo rimborso spese. Emblematico il commento di uno dei ragazzi coinvolti (il corsivo è nostro): “Ogni giorno superiamo il numero delle ore previste (…) Non possiamo rifiutarci, speriamo di essere richiamati anche l’anno prossimo. Saremo già diplomati,magari ci assumeranno e ci daranno uno stipendio”.

Un’inchiesta dell’Unione degli Studenti, che aveva coinvolto 15.000 partecipanti all’alternanza scuola lavoro, ha rivelato che il 57 per cento degli studenti ha frequentato percorsi non inerenti al proprio percorso di studi, mentre il 40 per cento avrebbe addirittura pagato per accedere alla propria esperienza in azienda. Un vero e proprio capolavoro in azienda: pagare per lavorare gratis!

Ma una notizia particolarmente interessante arriva poi dall’Emilia Romagna, dove l’Ufficio Scolastico Regionale e il locale Comando Militare dell’Esercito hanno siglato un protocollo d’intesa per la realizzazione di attività di Alternanza Scuola lavoro. L’iniziativa, rivolta ad iscritti degli istituti-tecnici ad indirizzo economico e dei licei, prevede che gli studenti in alternanza lavorino presso l’Ufficio Documentale dell’Esercito, gestendo pratiche di archivio e aggiornando database. Poca cosa insomma, ma in questi tempi di austerità in casa, guerra alle porte dell’Europa e militarizzazione dei territori e delle città l’iniziativa ha un certo valore simbolico. Ironia della sorte, per presentare domanda di interesse le istituzioni scolastiche dovranno compilare un modulo online sul portale dell’Ufficio Scolastico Regionale dal nome evocativo: check point