Università e guerra nella competizione globale

La nuova guerra dei dazi inaugurata dagli Stati Uniti contro l’Unione Europea, che già annuncia la sua rappresaglia, segna un innalzamento qualitativo dello scontro USA/UE. Una nuova accelerazione sul piano inclinato del capitale che dimostra ancora una volta la miopia che la lettura del mondo a guida unipolare statunitense post guerra fredda ha avuto nella storia.

Tra l’altro, ricordiamo – per ironia della sorte – che proprio in questi giorni ricorre l’anniversario della fine dell’Unione Sovietica. Tra il 2 e il 4 ottobre 1993 Boris Elstin, reprimendo migliaia di manifestanti e facendo bombardare la Duma, concluse quel processo già avviato da Gorbaciov sancendo il passaggio da socialismo a capitalismo (tutto ciò avvenne quasi completamente nel silenzio dei media nel tentativo di rappresentare questo passaggio come pacifico).

Sulla conclusione dell’esperienza del socialismo reale in Unione Sovietica furono in molti a specularci sopra, uno fra tutti, il filosofo filo-statunitense Francis Fukuyama, il quale conio  per l’occasione l’espressione “Fine della storia“, una rappresentazione mentale che fu elevata dalla politica, dalla stampa e dal mondo intellettuale a “concetto-chiave” di quegli anni… oggi risulterebbe ridicolo sostenere una tale affermazione, ma ciò che adesso è evidente ha radici lontane, basti pensare che il primo novembre – sempre del 1993 – entrava in vigore il Trattato di Maastricht, già formalizzato nel febbraio del ’92.

Gli Stati Uniti erano riusciti a sconfiggere il loro più grande nemico ma per farlo si erano indeboliti talmente tanto da lasciare aperta la possibilità ad altri capitalismi di ambire alla leadership mondiale. Così la storia non ha mai smesso di camminare e oggi ci restituisce un mondo diviso per blocchi in competizione tra loro.

Da questa quadro storico-politico dobbiamo partire per leggere i processi in atto nella società. Per una soggettività come la nostra – che ragiona e agisce nell’ambito della formazione – ciò significa collocare le tendenze in atto in una cornice ben definita che risulta evidente quanto si vanno ad analizzare gli ambiti strategici del nostro avversario.

Riportiamo, come esempio, un articolo scritto da Elisabetta Della Corte sul rapporto tra Università e Guerra.

La ricerca pubblica tra assuefazione e ribellione all’apparato militare-industriale

Negli ultimi decenni, l’apparato militare-industriale globale si è trasformato, così come altri settori, aprendosi alle sfide di una sfrenata competizione. Un business che pesa centinaia di milioni di euro e intorno a cui si muovo gli interessi e i profitti dei settori dominanti dell’economia nazionale e mondiale1.

Anche sul piano della ricerca finalizzata a produrre “nuove armi”, sommergibili, navi, aerei, droni, robot, software, ci sono dei cambiamenti; ad esempio: sì è intensificato il rapporto con le università pubbliche accanto ai tradizionali centri di ricerca che dipendono direttamente dal Ministero della Difesa e dal comparto militare-industriale.

Non è molto diverso da quanto è accaduto in altri settori, come, ad esempio quello dell’auto: come la Fiat, ora FCA (Fiat Chrysler Automotive), che prima concentrava la ricerca al Lingotto e ha poi investito e coinvolto sempre più i dipartimenti d’ingegneria delle università, nonché quelli di informatica, fisica, chimica, robotica. Molte delle scoperte per produrre auto nascono fuori dagli stabilimenti e dai centri studi delle aziende automobilistiche, nei quali all’inizio venivano progettati e realizzati le automobili “modello”. Inoltre, la produzione di auto si è sempre più concentrata nelle mani di poche grandi aziende. Lo stesso sta avvenendo nel settore della difesa e della guerra.

La questione scottante riguarda il fatto che, sempre più, la ricerca fatta nelle università dipende direttamente o indirettamente dal settore militare. Questa commistione, non nuova, tra ricerca universitaria e industria di guerra, spesso celata, sottodimensionata o confinata in ambiti accademici, è diventata ben visibile, di recente, quando dei ricercatori sudcoreani si sono rifiutati di partecipare a progetti di ricerca, copiosamente finanziati, finalizzati alla costruzione di armi “intelligenti” per fini di guerra2. La BBC news titolava così la notizia il 5 aprile del 2018: “South Korean university boycotted over ‘killer robots3.

La protesta, alla quale hanno partecipato anche altri ricercatori nel mondo, ha fatto rumore e riaperto, per un po’ di tempo, il dibattito sulle finalità della ricerca e il ruolo delle università, paradossalmente nate per “sviluppare” l’intelligenza umana si trovano oggi ad accrescere, invece, quella artificiale; attratte dai milioni di euro stanziati su questo filone e per questo piegate agli interessi pirateschi dell’industria di guerra e delle multinazionali, che sono in grado così di subappaltare presso gli enti pubblici – sempre più a corto di fondi – una quota significativa degli investimenti nella ricerca. Tra il 2019 e il 2020 l’Unione europea ha stanziato oltre 500 milioni di euro per il settore della costruzioni di armi e della relativa ricerca; ad esempio, 100 milioni sono stati destinati al progetto denominato Eurodrone o EuroMale4, finalizzato allo sviluppo di un drone per uso militare (qui il video di presentazione https://www.airbus.com/newsroom/events/ila-2018/EuroMale.html.

Questo progetto europeo5 – diretto dall’Organizzazione per la cooperazione in materia di armamenti – prevede la realizzazione di due tipologie di droni: una per l’intelligence, cioè per operazioni di spionaggio; e l’altra, invece, con vere e proprie armi per colpire obiettivi a distanza. Al progetto partecipano Italia, Francia, Germania, Spagna e anche il Belgio nel ruolo però di osservatore. La realizzazione, che per altro non manca di contrasti tra i protagonisti6 , è affidata a compagnie come Airbus7, Dassault 8 e Leonardo-Finmeccanica9, tutte e tre leader nel settore militare. Anche solo uno sguardo ai siti di presentazione sui social di queste compagnie è utile per comprenderne la retorica discorsiva sulla sicurezza europea e il volume d’affari10. Nei prossimi anni queste spese cresceranno: nel 2021 l’EU prevede di creare un fondo da 13 miliardi di euro per la difesa.

Cosa c’è di male in questo potrebbe chiedere un finto ingenuo? In fondo se, ad esempio, Leonardo-Finmeccanica finanzia un’università, non c’è niente di male. E invece no, perché magari per quell’università, situata, facciamo il caso, al Sud d’Italia sarebbe più utile indirizzare la ricerca su cure più efficaci per il cancro o per il decadimento neuronale, sui vulcani che borbottano sinistramente nel Tirreno, la riduzione e lo smaltimento dei rifiuti, la difesa del patrimonio boschivo – solo per limitarsi a qualche esempio di una lista ben lunga.

Per i ricercatori avidi di progetti finanziati, “pecunia non olet”, non importa, anzi ricevere un finanziamento è un riconoscimento della qualità scientifica del loro lavoro e si sentono così ben integrati nel sistema; eppure ci sarebbe da riflettere e reagire proprio come hanno fatto i ricercatori sudcoreani. Pecunia non olet, il denaro non puzza, è un motto che fortunatamente, a volte, non vale per tutti. Sempre nel 2018, “una rete di organizzazioni scientifiche e per la pace ha lanciato l’iniziativa europea Researchers for Peace. Oltre 700 scienziati e accademici, la maggior parte provenienti da 19 paesi dell’UE, hanno firmato una dichiarazione online che invita l’UE a interrompere il finanziamento della ricerca militare. Invitano i loro colleghi nella comunità di ricerca ad aggiungere il loro supporto”11 (www.researchersforpeace.eu)

Per chiudere senza concludere, citiamo, ad esempio, uno dei tanti lavori di ricerca sul rapporto tra ricerca scientifica e apparato militare, quello di un ricercatore italiano, Aldo Geuna, che, con dati alla mano, già nel 2001, segnalava la pericolosità di questa dipendenza dai fondi di finanziamento dell’apparato militare industriale, in un articolo dal titolo “La logica mutevole del finanziamento della ricerca nelle università europee: ci sono conseguenze negative indesiderate?” 12, e concludeva richiamando le università a “promuovere più attivamente il loro ruolo nella società e a mobilitare il sostegno politico in loro nome in modo da esercitare un contropotere in opposizione a interessi puramente commerciali e di breve durata”.

Sono passati degli anni e, purtroppo, nonostante gli studi critici, non c’è stato un cambio di direzione; resta però come arma efficace la defezione, il boicottaggio dei ricercatori che potrebbe aprire nuovi scenari e riportare nell’ambito della “ragionevolezza” questo sconsiderato war game, dove a pesare – più che la tanto sbandierata sicurezza e il benessere delle persone – sono gli interessi economici dei settori dominanti.

1 Da Notare che in Italia, una delle idee sostenute da Renzi, rottamatore del vecchio ceto dirigente del Partito Democratico, poi a sua volta rottamato, e oggi a capo di un nuovo partitino denominato Italia Viva, è quella di una fusione tra Leonardo-Fimeccanica e Fincantieri. La questione non è da poco perché si tratta di grossi gruppi industriali del settore aerospaziale, difesa e sicurezza. Una proposta che ha sostenitori e oppositori come si legge in questo articolo https://www.startmag.it/economia/fusione-leonardo-finmeccanica-e-fincantieri-ecco-il-programma-di-renzi-gradito-a-bono/

5 Così viene descritto sul sito Leonardo : “MALE RPAS (Medium Altitude Long Endurance, Remotely Piloted Aircraft System) ’Il  MALE RPAS, bimotore turboelica, è stato progettato per missioni civili e ISTAR militari; sarà caratterizzato da capacità 24/7 diurne e notturne; operazioni ognitempo; facile manutenzione e interoperabilità con i sistemi di difesa esistenti e futuri. Il sistema otterrà la piena certificazione di aeronavigabilità e capacità di integrazione con il traffico aereo (ATI) negli spazi aerei non segregati”. https://www.leonardocompany.com/it/products/male-rpas

12 Aldo Geuna (2001) The Changing Rationale for European University Research Funding: Are There Negative Unintended Consequences?, Journal of Economic Issues, 35:3, 607-632, DOI: 10.1080/00213624.2001.11506393

https://doi.org/10.1080/00213624.2001.11506393