VENT’ANNI DOPO L’11 SETTEMBRE: L’OCCIDENTE E’ NUDO

Il punto di vista della generazione cresciuta nella menzogna di una guerra per la democrazia

L’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è stato l’evento storico che forse più di ogni altro ha segnato il mondo in cui è nata e cresciuta un’intera generazione – come fu per le precedenti la caduta del muro di Berlino – tanto da sostituire, e strumentalmente anche rimuovere, nell’immaginario collettivo quello che fino ad allora aveva rappresentato invece quella data e cioè il golpe Pinochet orchestrato dagli USA nel ’73 in Cile – con la prima violenta sperimentazione neoliberista delle teorie della scuola di Chicago che poi avrebbero accompagnato fino ai nostri giorni le politiche delle classi dominanti di tutto l’Occidente nell’offensiva contro il movimento di classe del novecento e nella ristrutturazione post ’89.

Da vent’anni a questa parte abbiamo quindi dovuto fare i conti con un clima politico e culturale in cui la costante minaccia del terrorismo fondamentalista islamico ai valori di “democrazia e libertà” dell’Occidente ha sostituito lo spettro del comunismo e dell’Unione Sovietica quale nemico da agitare a difesa dello status quo, alimentando quel clima di insicurezza e pericolo che ha preparato il terreno ai processi di militarizzazione della società e repressione preventiva, così come ha legittimato la politica guerrafondaia dell’imperialismo americano (in nome dell’esportazione della democrazia e dei diritti civili) nell’espansione strategica verso oriente iniziata con la caduta del blocco socialista.

Ora la vittoria dei Talebani e la brusca fine della “guerra infinita” in Afghanistan assestano un colpo durissimo – di pari portata alla sconfitta in Vietnam del ’75 – a quel mondo e alla sua legittimazione ideologica, nel bel mezzo di una pandemia che ha palesato contraddizioni sistemiche ed il fallimento del modello neoliberista che ci era stato raccontato come il migliore, unico e immutabile.

La sconfitta storica maturata dagli Stati Uniti e dagli alleati europei in Afghanistan non arriva però come un fulmine a ciel sereno. Nel contesto multipolare di competizione inter-imperialista che oggi sembra configurarsi come una competizione a tre per l’egemonia fra USA, Cina e Russia – con la “nostra” Unione Europea che rafforza i processi di autonomia e può pretendere di rivedere i rapporti di forza dentro l’alleanza atlantica – ha segnato ormai il passo anche la strategia espansiva del “warfare”, delle guerre “infinite” e guerreggiate, retaggio del mondo unipolare a guida USA degli anni Novanta.

L’invasione imperialista dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti va fin infatti inquadrata come un’operazione strategica, davanti all’allora nuova Russia di Putin e alla crescita vertiginosa della capacità economica e industriale cinese, per assicurarsi una casella nevralgica nel controllo delle relazioni e dei mercati sul fronte asiatico dell’ex area di influenza sovietica, dove già nel 2001 erano direttamente presenti resistenze e controtendenze (pensiamo all’Iran) all’imperialismo dominante.

Se non possiamo prevedere cosa accadrà da qui ai prossimi mesi, né quale sarà la collocazione internazionale del nuovo governo dei Talebani – anche se già emergono indicazioni di discontinuità con la precedente esperienza ’96-’01 – è possibile quindi individuare in questa vicenda alcuni punti fermi, a partire dalle ragioni della sconfitta statunitense e dalle dinamiche globali che l’hanno prodotta.

Per questo abbiamo voluto raccogliere alcuni contributi che riteniamo utili per orientarsi contro la lettura mistificata che cerca di proporre la classe dominante, così come tra alcuni posizionamenti (e iniziative di mobilitazione) ambigui che rischiano, se non direttamente di riprodurre il punto di vista dominante riproponendo la necessità dell’intervento occidentale a difesa della “democrazia e dei diritti civili”, quanto meno di attestarsi su battaglie di retroguardia incapaci di attaccare direttamente il nodo della contraddizione che ha portato a vent’anni di occupazione imperialista, centinaia di migliaia di morti e alla lacerazione e depredazione di un popolo e di un paese.

La guerra in Afghanistan, come la disastrosa sconfitta, degli Stati Uniti e della NATO – così dell’Unione Europea e del nostro paese – ci mettono davanti al fallimento di un modello economico, sociale e culturale regressivo per l’umanità intera. Un fallimento con cui in questi vent’anni noi nuove generazioni su tutte abbiamo dovuto fare i conti sulla nostra pelle, mentre il “migliore dei mondi possibili” si sgretolava scaricando violentemente le proprie contraddizioni, dalla scuola alla sanità al lavoro, sui giovani e sulle classi popolari.

Se la sconfitta in Afghanistan certifica il declino oggettivo del primato egemonico statunitense e dell’Occidente imperialista – portando a maturazione un sistema di relazioni e di equilibri a livello internazionale che apre nuovi spazi di lotta e di emancipazione anche nel cuore dei poli imperialisti – sta a noi giovani per primi cogliere questa opportunità rompendo senza mediazioni col modello neoliberista e lavorando alla costruzione di un’alternativa radicale alla sua barbarie.


AFGHANISTAN, FINE DELL’OCCIDENTALI’S KARMA

Di Giacomo Marchetti, Contropiano.org, 18 agosto 2021

I talebani hanno vinto, le potenze occidentali hanno perso.

Gli sconfitti si portano dietro quel sistema di relazioni, ormai oggettivamente indebolite, che aveva caratterizzato la fine del mondo bipolare.

Perde quindi un mondo che aveva scommesso sul complesso militar-industriale e le “guerre infinite” come motore principale di sviluppo – tagliando sul Welfare e aumentando il Warfare – in una mutazione castrense e poliziesca della funzione dello Stato.
Gli USA avevano pensato che quel meccanismo inaugurato di fatto dalla Reaganeconomics, con la corsa agli armamenti contro l’Unione Sovietica, avrebbe pagato all’infinito.

Un mondo che, come riflesso culturale indotto, non si accorgeva che oltre il suo Limes mentale un paese della periferia integrata – la Cina – stava diventando “la fabbrica del mondo” di prodotti ad alto valore aggiunto, mentre la Russia cessava di essere una “potenza regionale”, come la definì Obama in maniera quasi spregiativa, per diventare un global player cui non è conveniente pestare i piedi.

Ora quel mondo è costretto ad inseguire in affanno il principale competitor, la Repubblica Popolare, sul terreno dello sviluppo delle infrastrutture e dell’industria. Lo fa con una ripresa economica minata dalla gestione catastrofica del Covid-19, e ribadendo (attraverso la NATO) la propria ostilità alla Federazione Russa.

Per Biden, ipse dixit, Xi è un “delinquente” mentre Putin un “assassino”. A questo punto dopo la catastrofe afghana, qualcuno – a Mosca o a Pechino – potrebbe tranquillamente dirgli che lui, in fondo, è ormai solo un guappo ‘e cartone.
Facendo due conti, il costo economico della ventennale guerra afghana, solo per gli USA, è stato pari a 2,2 mila miliardi di dollari, cioè più del doppio della prima tranche del pacchetto di rilancio economico complessivo che, con non poche difficoltà politiche, Biden ha fatto passare al Congresso – dove per ora ha la maggioranza -, e ora presenterà in Senato, dove però ha bisogno – per il meccanismo del filibustering – dei voti repubblicani.

Detto sinteticamente: o gli USA ridiventano una potenza economica, collegando la propria finanza ai settori core della sfida tecnologica, ancorandone la valuta, o perdono in partenza la sfida del futuro.

Sono con le spalle al muro.

Da qui ne deriva la difficile equazione politica su come ridefinire le proprie priorità in politica estera, senza che questo scateni un evidente effetto “rinculo” che ne mini eccessivamente il ruolo internazionale. Ma non gli sta andando benissimo.

Dicevamo: è un mondo al crepuscolo, in cui siamo stati immersi e che in parte “ci è entrato sotto pelle”, che sostanzialmente credeva nelle frottole che andava raccontando.
Quella che hanno spacciato per “ricostruzione” di un Paese è stato il semplice foraggiare un po’ di amministratori corrotti e le loro limitate clientele, senza costruire uno straccio di struttura statuale stabile di cui potesse beneficiare una parte della popolazione, ossia una base sociale per il consenso agli occupanti.
Da qui il fiasco del nation building nonostante la coloritura “progressista” del “business umanitario”.

Le armi, ed il personale che è stato addestrato e che non ha quasi “sparato un colpo” (350 mila uomini in tutto) durante l’offensiva finale degli insorti, ora sono una risorsa preziosa per i Talebani che se ne sono impossessati (compresi elicotteri ed aviazione) e base, probabilmente, del futuro esercito dell’Emirato che ringrazia per 83 miliardi di dollari indirettamente ricevuti in dono.
Certamente si sarebbe trattato di una sconfitta anche nel caso in cui si fosse assistito ad un “ritiro ordinato”, frutto di un accordo per la fine delle ostilità nel più lungo e dispendioso teatro bellico in cui sono stati impegnati gli Stati Uniti nella loro storia.

Ma così non è stato.

Kabul è caduta su pressione dell’avanzata talebana – con i soldati americani ed europei ancora con i boots on the ground – mentre il personale residuale occidentale era ancora nella capitale.
Quindi ben prima del 31 agosto, data annunciata i primi di aprile da il neo-eletto presidente degli Stati Uniti Biden in continuità – a parte il posticipo di qualche mese – rispetto ai tempi precedentemente fissati da chi l’aveva preceduto.

Lo strabiliante effetto domino dei Talebani ha sorpreso gli analisti militari ma anche gli stessi “studenti coranici”, visto che uno dei loro più navigati ed importanti dirigenti a Doha ha dichiarato: “abbiamo conseguito una vittoria che non ci aspettavamo“, nei tempi e nei modi in cui è maturata.

Persino i russi non se l’aspettavano (o almeno hanno dichiarato così), ed insieme ai cinesi – le loro delegazioni diplomatiche non chiuderanno – ricordano che l’ultimo leader afghano, prima dello scatenarsi della guerra civile tra il 1992 ed il 1996, Mohammed Najibullah, resistette tre anni dopo la fine dell’aiuto sovietico, avvenuto – confrontato a quello attuale – molto ordinatamente.

E giusto per ricordare la tempra diversa di chi ha attraversato a testa alta la tempesta della storia, Najibullah non fuggì all’estero dopo le sue dimissioni volontarie, ma si rifugiò in un compound dell’ONU per tutto il tempo della guerra civile, fino all’entrata a Kabul dei Talebani a fine settembre del 1996. Edificio da cui lo prelevarono, trucidandolo.

Ashref Ghani, ex funzionario della Banca Mondiale – quello che “sfotteva” i sovietici per la dipartita dalle colonne del Los Angeles Times -, dopo avere pervicacemente negato l’evidenza è fuggito in aereo (non si sa esattamente dove) senza uno straccio di exit strategy per il Paese, riempiendo di soldi alcune macchine ed un elicottero, come un ladro.

Nell’unico punto di Kabul dove ancora governano le Forze Armate USA – l’aeroporto – è il caos totale (in parte rientrato), mentre il resto della città pattugliata dagli insorti appare tranquilla: nessun conflitto e nessun regolamento di conti generalizzato, di cui la “narrazione” occidentale avrebbe potuto approfittare per costruire l’immagine dell’instabilità.

Una parte del personale che aveva collaborato con l’occupazione occidentale è stato letteralmente lasciato a terra. Le immagini di quelli caduti dopo il decollo da un aereo militare statunitense – a cui si erano disperatamente aggrappati – consolida il paragone della fuga da Saigon.
L’interesse per i collaborazionisti, più “narrato” che altro, è solo per quella ristretta élite che ha davvero goduto dell’occupazione, lasciando nella miseria o nella condizione di profugo i propri connazionali.
Dal Vietnam, almeno, erano riusciti ad evacuare circa 110mila dei loro servi!
I tedeschi, i più presenti in Afghanistan a livello militare, hanno potuto evacuare solo in minima parte i propri protegé. Nella più impegnativa missione militare della Germania Unificata hanno fatto cilecca, come tutti.

83 miliardi di dollari spesi per le Forze Armate Afghane, e circa 2.500 militari Usa morti (ed un numero molto superiore di mutilati, circa 10 volte tanto), oltre 240mila soldati impegnati nel ventennio, sono stati gettati nel cesso. Senza nemmeno parlare dei morti afghani.
Uno sforzo che ha solo rallentato i tempi di una crisi sistemica evidente che ora, come un effetto boomerang, si abbatterà all’interno degli USA soprattutto se, come sta avvenendo, continueranno ad emergere le voci di ex-combattenti che si sentono “traditi”.

Non vi è sconfitta militare estera che non abbia ripercussioni all’interno.

In estrema sintesi: se hai basato la tua egemonia sulla centralità della tua valuta, sul peso della tua finanza e le tue capacità militari – sfere profondamente intrecciate, che determinano le scelte politiche complessive – e poi perdi una guerra in questo modo, l’edificio si mostra molto più fragile di come veniva rappresentato ed in qualche modo, se puoi, devi correre ai ripari.
Ne risente il tuo rating. Ma non ci sono grandi “piani B” all’orizzonte.

Trump si sfrega le mani e chiede le dimissioni di Biden, per cui comunque era già finita la “luna di miele” con gli statunitensi, già prima di questo disastro.
The Orange Man è di nuovo in pole position per riconquistare il Congresso nelle elezioni mid-term del prossimo anno, e sfidare Sleepy Joe (o un altro democratico) per le presidenziali nel 2024. L’ala progressista che ha basato la sua strategia sull’appoggio a Biden, dopo la sconfitta di Bernie Sanders alle primarie, osserva un silenzio imbarazzante su tutta la vicenda.

Perdono tutti quegli Stati, compresa l’Italia, che avevano contribuito ad appoggiare con un ruolo subordinato, ma non secondario (compresa la Germania), quest’avventura militare che aveva ridefinito in primis le gerarchie della catena di comando imperialista e “occupato” il centro euro-asiatico: uno spazio geopolitico che ora, torna ad essere fondamentale.

La conquista talebana pone le basi per la vittoria del Grande Gioco del XXI Secolo da parte di Cina, Russia e Iran futuri possibili partner dell’Afghanistan, che ora è senza una forza che sia realisticamente in grado di minacciarne la sovranità nazionale, se a sua volta non viene minacciato.

Forse per la prima volta nella storia contemporanea non sarà più solo uno “Stato cuscinetto”.
Sarà tutto lineare? Niente affatto. E sarà forse più impegnativo per la Russia, votata comunque ad un “estremo pragmatismo” rispetto alla Repubblica Popolare. Entrambe a luglio avevano incontrato i Talebani con tutti i crismi protocollari che la diplomazia riserva per i rappresentanti ufficiali di uno Stato, più che ad una organizzazione di insorti.

La vittoria talebana elimina un ostacolo al progetto alla Nuova Via della Seta cinese e fa da ponte geografico alla partnership strategica sino-iraniana, ostacolata fino ad ora dalla presenza militare occidentale.

L’occupazione afghana era forse l’ultimo bastione di quella politica che prima voleva realizzare – fallendo – il “Grande Medio Oriente” sotto Bush, e poi – fallendo una seconda volta – il “Pivot to Asia” durante Obama.

Crollato l’avamposto afghano, anche la Nuova Guerra Fredda contro la Cina perderà parte del suo slancio e probabilmente alcuni potenziali alleati. Si pensi al rischio che corre l’India, nell’andare eccessivamente dietro a Washington…
Perché seguire l’ennesima follia nord-americana, penseranno da oggi gli statisti più intelligenti, anche a libro paga degli americani, ad ogni latitudine?

Allo stesso tempo, l’ascesa talebana può essere un volano per una maggiore cooperazione contro il terrorismo islamico che ancora infesta gli Stati caucasici, a danno della Russia, e lo Xingiang ai danni della Cina.

Visto il “nostro” ruolo nell’occupazione militare del Paese e nella “Ricostruzione” al fianco degli anglo-americani, abbiamo compromesso ulteriormente la nostra posizione internazionale ma, ancor più rilevante, rimane il fatto che in venti anni, tranne lodevoli eccezioni individuali, nella composita compagine politica che ha avuto responsabilità di governo TUTTI (Rifondazione Comunista nel Prodi-Bis e Movimento 5 Stelle) hanno votato “per crediti di guerra”, pensando che il dominio USA e NATO, e la subalternità alle loro politiche guerrafondaie, non potesse essere messa in discussione.
Ora sono stati tutti storditi – anche a sinistra – dalla scoperta che si trattava di “un gigante dai piedi d’argilla“, che faticherà non poco a rinsaldare il legami di fiducia con i propri alleati europei e quelli asiatici.

Con l’entrata dei Talebani a Kabul, è finito un mondo. Dai suoi rantoli potrebbe nascere una nuova configurazione geopolitica verso un mondo effettivamente multipolare, che assicuri una “pace duratura”, come ha giustamente affermato il nuovo premier iraniano.
Paradossalmente i Talebani, molto attenti alle trasformazioni intercorse in questi vent’anni su una popolazione molto più “urbanizzata”, metà della quale è sotto i quaranta anni, si sono affrettati a fare dichiarazioni di apertura a destra e a manca: verso le minoranze etniche, le donne e chi ha collaborato con il governo, promettendo l’amnistia.

Già una decina di anni fa alcuni analisti prevedevano che gli yankees sarebbero usciti con le ossa rotte dal Paese Asiatico.
Ma se vogliamo andare più vicino nel tempo, dopo gli “Afghan Papers” pubblicati alcuni anni fa dal Washington Post nessuno, nonostante l’evidenza, ha voluto mettere in discussione nel nostro ridotto nazionale l’avventura militare e la parte di “bottino di guerra” che sembrava di poter sfruttare.

Sembrava, appunto.

Il Karma occidentale è finito, prendiamone atto senza alcun rimpianto.

RISORSE ENERGETICHE E CONTROLLO GEOPOLITICO. IL GRANDE GIOCO NELL’ASIA CENTRALE

Di Sergio Cararo, Proteo, n.2001-3

Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale; chi governa la zona centrale comanda la massa eurasiatica; chi governa la massa eurasiatica comanda il mondo.
Harold Mackinder (padre della moderna geopolitica)

1. Introduzione

Per cercare di comprendere le cause e gli obiettivi di una guerra, occorre prendere in esame tutte le ipotesi, gli interessi materiali in gioco, le forze sociali o economiche che spingono verso un conflitto e soprattutto verso un esito dello stesso che corrisponda ai propri obiettivi.

L’amministrazione statunitense, ha dichiarato che la “guerra infinita” durerà mesi se non anni, che un intero sistema politico, economico, civile ed internazionale dovrà piegarsi alle esigenze di un conflitto con caratteristiche nuove.

È indubbio che, in questa vicenda, il casus belli – gli attentati dell’11 settembre al cuore economico e politico degli Stati Uniti sia stato al di sopra dell’immaginazione.

È anche vero che nella storia più recente, gli autori degli attentati e gli attentati stessi, sono passati in secondo piano rispetto allo sviluppo degli avvenimenti. Nell’esame della storia, che rapporto di grandezza è rimasto tra l’attentato di Sarajevo, l’affondamento del piroscafo Lusitania e la Prima Guerra Mondiale? O tra l’affondamento della nave americana Maine e la conquista di Cuba e l’espulsione definitiva della Spagna dal gruppo delle potenze coloniali? Oppure, per parlare di casus belli, tra il bombardamento su Pearl Harbour e la parte della Seconda Guerra Mondiale combattuta in Asia e nel Pacifico?

Della guerra infinita conosciamo solo alcuni dettagli: l’individuazione e la caccia a Osama Bin Laden ritenuto il responsabile degli attentati sulle Twin Towers, i bombardamenti e i massacri sull’Afganistan dei taliban accusato di ospitarlo, il pieno controllo della prima fase della guerra nelle mani degli Stati Uniti.

Gli obiettivi dichiarati di questa guerra sono la lotta al terrorismo internazionale e la “dissuasione” per chiunque – siano essi una organizzazione terroristica o Stati – dal minacciare o attaccare gli interessi strategici statunitensi nel proprio territorio nazionale o nel resto del mondo.

È noto che le dottrine elaborate dai vari centri decisionali del potere degli Stati Uniti, hanno una concezione molto ampia e flessibile dei propri interessi strategici. In fasi diverse, mutano le linee guida che ispirano e orientano la politica internazionale statunitense (inclusa quella militare). In alcune fasi si impongono interessi materiali, scuole di pensiero e chiavi di lettura, in fasi diverse se ne impongono altre. Il cambiamento della politica USA verso il Medio Oriente, cioè verso Israele e palestinesi, oppure verso l’Iraq e l’Arabia saudita, indica la “flessibilità” degli orientamenti che si impongono di volta in volta.

In questo lavoro, si è cercato di ricostruire i passaggi delle scelte operate nell’ultimo decennio dagli Stati Uniti in un’area come l’Asia centrale che oggi – con l’attacco all’Afganistan – appare al centro dell’azione politica e militare degli USA. Dalla ricostruzione degli eventi, emerge un cambiamento di posizione degli Stati Uniti già nella seconda metà degli anni Novanta.

Con la nuova amministrazione Bush, sembrano aver acquisito maggiore influenza e potere decisionale i settori ispirati da una chiave di lettura fortemente geopolitica degli interessi strategici statunitensi. Consiglieri come Brzezinski, Huntington, Wolfowitz in questa fase paiono avere maggiore peso decisionale nella formazione degli orientamenti della politica internazionale statunitense e di una amministrazione fortemente compenetrata con il business del petrolio e l’economia di guerra.

2. La preparazione geopolitica della guerra infinita

Uno dei padri della geopolitica, Harold Mackinder, sostiene che chi ha il controllo della zona centrale controlla l’Eurasia e chi controlla l’Eurasia controlla il mondo. Con la dissoluzione dell’URSS, gli Stati Uniti hanno sicuramente ipotecato il comando della zona centrale a proprio favore. Per aspirare a conquistare e mantenere la supremazia mondiale, occorre passare al comando della massa eurasiatica. “La capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale, dipenderà dal modo in cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia, scongiurando soprattutto l’emergere di una potenza predominante e antagonista in questa regione”.

Questa ambizione, esplicitata da Brzezinski, sembra aver ispirato la “svolta” della amministrazione statunitense nella seconda metà degli Novanta e soprattutto l’escalation di questi ultimi mesi. L’Afganistan dunque potrebbe trovarsi – suo malgrado – al posto giusto.

Per comprendere le motivazioni “forti” dell’attuale intervento militare contro l’Afganistan ed in Asia Centrale, sarebbe sufficiente aprire una carta geografica che includa tutta l’area definita eurasiatica. È un’area assai ampia che include paesi con sistemi, risorse economiche e potenzialità militari assai diverse tra loro. Ma è soprattutto l’area che a partire dal biennio 1989-91, con la dissoluzione dell’URSS e del COMECON è stata “aperta” agli interessi ed agli investimenti americani ed europei.

3. Negli anni Novanta inizia l’assalto all’Eurasia

Dal 1993 l’Unione Europea ha lanciato il Traceca (Corridoio Caucasico TransEuropeo) entrato in fase attiva tra il 1994 e il 1995. Obiettivo di questo progetto era quello di bypassare la Russia per i trasporti, gli oleodotti e gli investimenti più generali tra l’Europa e l’Asia Centrale.
Tale progetto, non investiva solo le ambizioni degli europei e degli Stati Uniti, ma coinvolgeva anche le ambizioni di altri Stati della regione come la Turchia (membro della NATO, alleato di ferro degli USA, candidato ad entrare nell’Unione Europea).

Tra il 1993 e il 1994, a seguito di due incidenti navali,la Turchia avviava una offensiva a tutto campo tesa a ridurre il traffico di petroliere nello stretto del Bosforo. Veniva addirittura ventilata l’ipotesi di annullare il Trattato di Montreaux che “internazionalizza” il traffico nei Dardanelli e nel Bosforo. Le petroliere incriminate, provenivano tutte dai terminali petroliferi russi sul Mar Nero.

Nel 1994, un articolo comparso sul quotidiano turco Milliyet, rendeva nota l’esistenza di un progetto di oleodotto tra Baku (Azerbaijan) e Ceyhan (Turchia) che avrebbe tagliato defitivamente fuori la Russia dalle nuove rotte del petrolio dall’Asia centrale.

Nel 1994, con il “contratto del secolo” firmato tra l’Azerbaijan ed un consorzio di compagnie petrolifere guidato dalla British Petroleum (AIOC) è iniziata la “corsa” all’oro nero, al gas e ai mercati dell’Asia Centrale.

Sono state create così le condizioni per la “svolta” della strategia geopolitica degli Stati Uniti su quest’area. Parlare di svolta, non è una semplificazione ma è un indicatore storico, economico e geopolitico capace di spiegare molti avvenimenti della seconda metà degli anni Novanta.
Fino al 1993, infatti, gli USA puntavano a cooptare la Russia negli accordi sul Traceca e sulle pipelines. Dopo una fase di discussione, intorno al 1995 l’approccio dell’amministrazione statunitense cambia radicalmente sia per quanto riguarda l’Asia Centrale che i Balcani.

Nello stesso anno – il 1995, oltre l’Azerbaijan, anche Georgia e Uzbekistan, entrano nell’orbita degli interessi americani. Tale cambiamento di posizione produrrà scelte operative a partire dal 1996, ossia l’anno in cui i Taleban conquistano Kabul dopo una “marcia trionfale” partita dal Pakistan e iniziata proprio nel 1995.

La dissoluzione dell’URSS e la frantumazione delle sue repubbliche, hanno consentito agli Stati Uniti di intervenire con efficacia in quest’area sia sul piano bilaterale sia sul piano multilaterale (es: includendo alcuni di questi paesi nella “partnership for peace” con la NATO).

I paesi europei ex Comecon (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria etc.) sono già stati integrati nella NATO e nella penetrazione degli IDE grazie alle privatizzazioni, alle facilitazioni per gli investimenti esteri, al cambiamento delle leggi sulla proprietà imposti dal FMI e dagli istituti finanziari internazionali. Ma nelle repubbliche asiatiche della ex URSS e nei Balcani le cose ancora non erano a questo punto.

4. La “normalizzazione” della regione Balcanica

Nel 1999 è stata “sistemata” la regione balcanica. Sono stati necessari due interventi militari della NATO (uno, cronologicamente indicativo, nel ’95 in Bosnia ed uno più pesante nel ’99 in Kossovo e Federazione Jugoslava) per definire degli assetti soddisfacenti per gli interessi americani e più vulnerabili per i “partner europei”.

Attualmente nei Balcani, gli USA possono contare su alcuni risultati sicuri: hanno costruito una grande base militare in Kossovo (Camp Bondsteel); hanno neutralizzato il Corridoio strategico nr.10 sul quale convergevano gli interessi di Russia, Serbia, Grecia ed anche Germania; hanno dato il via al versante più occidentale del Corridoio strategico nr.8 sul quale convergono invece gli interessi americani e inglesi; possono contare sull’alleanza di tre paesi funzionali al Corridoio: Albania/Kossovo, Bulgaria ed una parte della riottosa Macedonia. L’attuale convergenza con i movimenti nazionalistici pan-albanesi, consente inoltre di controllare tutti gli snodi strategici dell’area in Kossovo, Albania e Macedonia.

La situazione è talmente consolidata, che il Dipartimento di Stato USA sta valutando l’ipotesi di ritirare una parte dei contingenti operativi in Kossovo, Macedonia e Bosnia, di lasciare solo gli uomini incaricati della piena operatività della base di Camp Bondesteel e di affidare il compito di polizia militare e di controllo al contingente militare italiano destinato a diventare il più numeroso nei Balcani.

5. I rapporti di forza nella regione eurasiatica

La situazione nel versante orientale della regione euroasiatica (Asia Centrale), presenta maggiori problemi per l’egemonia e il controllo da parte degli Stati Uniti. In questa regione convergono infatti gli interessi strategici della Russia e in qualche modo quelli della Cina. Vi sono poi potenze regionali ostili come l’Iran e potenze alleate come la Turchia in espansione nell’area turcofona ma con crescenti contraddizioni e spinte dissonanti all’interno. Alla sua periferia più prossima vi sono due potenze nucleari regionali come il Pakistan e l’India (quest’ultima dispone però di un potenziale umano enorme).

In mezzo, ma proprio in mezzo, vi è una terra di nessuno (una no man’s land) chiamata Afganistan.
Quando l’URSS occupò l’Afganistan nel dicembre 1979, vi furono reazioni diverse. I palestinesi esultarono perché la videro come un ritorno dell’URSS ad occuparsi dell’area più prossima al Medio Oriente ed un possibile punto di resistenza dopo il goodbye di Brzezinski all’OLP.

Per gli Stati Uniti – anche a seguito della caduta del regime dello sciah in Iran – ebbe lo stesso effetto, fatte le dovute proporzioni, degli attentati alle Twin Towers. Scattò dunque l’escalation della seconda guerra fredda che portò all’installazione dei missili in Europa, alla costituzione della Rapid Deployment Force (Forza di Intervento Rapido) con base nell’isola di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, al confronto globale Est-Ovest in tutte le aree e all’organizzazione economica, militare e politica delle forze che si opponevano alla presenza sovietica in Afganistan (tra questi anche Osama Bin Laden).

Le mappe a disposizione dimostrano alcune cose.
1. Gli Stati Uniti sono ancora assenti dall’Eurasia sul piano di strutture di controllo permanenti (basi militari, corridoi aerei riservati, accordi bilaterali o organismi multilaterali in cui operare come primus inter pares.
2. In quest’area possono manifestarsi ambizioni di potenze rivali all’egemonia statunitense (Cina, Russia, India, singolarmente o in accordo tra loro);
3. In Eurasia si sono rivelate riserve petrolifere significative e ancora poco sfruttate. Con la dissoluzione dell’URSS si è aperta la possibilità di raggiungerle e controllarle, cosa questa impossibile fino al 1991.
4. L’Afganistan, dal punto di vista geopolitico, è collocato al posto giusto.

Nel momento in cui gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire in Afganistan, la situazione sul campo a livello euroasiatico era la seguente:

1) I Balcani (terminale del Corridoio nr.8), dopo la guerra contro la Jugoslavia nel 1999 e la “rimozione” di Milosevic nel 2000, sono in gran parte sotto controllo statunitense. Le ambizioni europee e l’influenza della Russia sull’area slava sono state ridimensionate.

2) Nella regione caucasica, Georgia e Azerbaijan (tratto intermedio del Corridoio nr.8) sono sotto controllo statunitense. La prima con il porto di Supsa sul Mar Nero, è il terminale petrolifero di un oleodotto proveniente da Baku. Questo corridoio è alternativo a quello che da Baku va in Russia, attraversa la Cecenia e sfocia sul terminale russo di Novorossik sul Mar Nero. Georgia e Azerbaijan hanno chiesto di entrare nella NATO. In attesa di definizione dello status di membri NATO, la Georgia nel 1997 ha dato vita al GUUAM (patto di assistenza militare tra Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan, Moldavia) sotto la supervisione americana (è indicativo che la seconda riunione del GUUAM sia stata tenuta… a Washington). La Turchia, vantando anche le comunanze turcofone, si è incaricata di custodire l’Azerbaijan e di affiancarlo contro il nemico comune, l’Armenia, che si è ovviamente legata alla Russia e ne ospita alcune basi militari. L’Azerbaijan ha assunto un valore strategico particolare: “Un Azerbajian indipendente, collegato ai mercati occidentali da oleodotti che non passino attraverso il territorio controllato dai russi, rappresenterebbe un importante canale di accesso per le economie avanzate e consumatrici di energia alle repubbliche ricche di petrolio dell’Asia centrale” esplicita ancora una volta Brzezinski.

3) A Sud-ovest, nell’autunno del 1999, il progetto petrolifero Baku-Ceyhan (Turchia) era riuscito a vincere le resistenze delle compagnie petrolifere statunitensi impegnate in Azerbaijan (grazie alla promessa di rilevanti sgravi fiscali). Questo percorso avrebbe dovuto tagliare definitivamente fuori la Russia dalle rotte del petrolio del Mar Caspio.
Più a nord, dopo mesi di attentati e “sifonamenti” dei secessionisti islamici (vicini anch’essi a Bin Laden) all’oleodotto Baku-Novorossik ed a quello in costruzione tra Kazachistan e Novorossik, il riaccendersi della guerra in Cecenia (ottobre ’99) aveva il compito di evidenziare agli occhi degli investitori come quella rotta non “fosse più sicura”;

4) Più a Est gli Stati Uniti avevano cercato di bypassare la Russia e l’Iran avviando un corridoio energetico (gas e petrolio) verso sud. Dai giacimenti del Turkmenistan e tendenzialmente del Kazachistan, il corridoio doveva attraversare l’Afganistan, il Pakistan e sfociare nel porto pakistano di Gwadar. In pratica questo sarebbe diventato il terminale orientale del Corridoio nr.8. Era la quadratura del cerchio. Le riserve di idrocarburi sarebbero state veicolate a Ovest ed a Est saltando i “rivali” Russia e Iran e sotto stretto controllo americano. Il regime dei taliban in Afganistan e quello militare in Pakistan dovevano assicurare tale quadratura del cerchio.

6. Il “Silk Road Strategy Act”

Come è stato già segnalato, dal 1993 è iniziata la grande marcia di avvicinamento degli USA al controllo dell’Eurasia. Per dare un ritmo sostenuto a questa marcia, alla fine del 1997, il Congresso USA ha discusso il “Silk Road Strategy Act” (Documento strategico per la “Via della Seta”).
Il primo obiettivo del documento era quello di recidere le relazioni tra le repubbliche asiatiche della ex URSS e la Russia.

Il secondo era quello di riannodare il filo del dialogo con l’Iran approfittando di eventuali divisioni tra “riformisti” e “conservatori” come suggerito in un articolo di Foreign Affairs del maggio/giugno 1997 scritto a sei mani proprio da Brzezinski insieme a Scowcroft e Murphy e da un documento curato nel 1998 dall’attuale viceministro della Difesa, il falco Wolfowitz.

Il terzo era quello di installare basi militari permanenti negli snodi strategici della regione. A tale scopo può essere utilizzata l’estensione della NATO ai paesi dell’Est (inclusi Georgia e Azerbaijan).

Ma nel versante orientale non esisteva fino ad oggi nulla di paragonibile alla NATO, ragione per cui gli Stati Uniti hanno ritenuto di dover operare direttamente sul campo e dotarsi delle strutture necessarie: “La densità dell’infrastruttura fissa e mobile degli Stati Uniti è minore che in altre regioni cruciali. Ciò rende importante assicurare agli Stati Uniti ulteriori accessi alla regione e sviluppare sistemi capaci di effettuare operazioni impegnative a grandi distanze con un minimo supporto basato sul teatro di operazioni” ammette una importante pubblicazione strategica americana.

Il progetto di costruzione di basi militari statunitensi in Afganistan, Uzbekistan e Pakistan, corrisponde pienamente ai disegni strategici USa in Asia Centrale. Anche qui, una volta diradato il polverone della guerra e dell’emergenza, resteranno così come è accaduto nel Golfo e nei Balcani, delle basi militari permanenti degli Stati Uniti.

7. La competizione energetica e geopolitica in Asia Centrale

Quali sono i problemi che fino ad oggi hanno ostacolato il progetto di penetrazione e controllo statunitense degli snodi strategici euroasiatici? E come si stanno modificando i rapporti di forza nella regione a seguito della guerra?

1) I rapporti tra Stati Uniti e Russia. Alla fine del ’99 veniva pensionato Eltsin e saliva al potere Putin. Con lui è tornata al potere anche una nuova forma di percezione degli interessi “strategici” russi. Sostenuto dai boss delle società petrolifere e del gas, Putin ha avviato una politica più “aggressiva” sulle repubbliche ex sovietiche tesa ad impedire che la Russia venga tagliata fuori dalle rotte del petrolio che continua a rappresentare il 70% dell’export russo. Indicativa è la recente notizia dell’inaugurazione della pipeline tra Kazachistan e il terminale russo di Novorossik e quella di una joint venture tra Russia e Kazachistan per la fornitura di gas kazaco alla Russia che sarebbe in dirittura d’arrivo. La sua commercializzazione verrebbe quindi affidata alle infrastrutture russe capaci di arrivare anche sui terminali di sbocco. In questi mesi le relazioni tra Stati Uniti e Russia sembrano essere migliorate. Se su alcuni temi dell’agenda bilaterale come lo Scudo antimissili e l’estensione della NATo alle repubbliche baltiche non c’è ancora intesa, alcuni osservatori sostengono che sul business petrolifero stiano invece crescendo accordi e cooperazione strategica. Il segretario americano all’energia Spencer Abraham ha partecipato all’inaugurazione della pipeline kazaco-russa che, secondo il Sole 24 Ore, “rappresenta una vittoria della Russia” dopo aver rappresentato negli anni novanta una sfida contro il tentativo degli USA e della Turchia di togliergli il controllo dei flussi petroliferi e di gas dell’area. In cambio di questa sconfitta della strategia politico-energetica seguita deagli USA, la Russia ha ignorato le richieste dell’OPEC di tagliare la produzione per far risalire i prezzi del petrolio. L’amministrazione statunitense ha dichiarato di aver “molto apprezzato” la scelta russa.

2) Le relazioni tra Stati Uniti e Cina. A luglio 2001, Russia e Cina avevano raggiunto un importante trattato della durata di 20 anni. Era il “Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese”. Il trattato parla di “partnership strategica per far fronte alla crescente egemonia americana”. Quasi contemporaneamente anche l’India ha siglato un accordo militare-commerciale con la Russia per 10 miliardi di dollari. È abbastanza chiaro come queste iniziative nuocessero profondamente agli interessi strategici americani in Asia Centrale. Cogliendo l’occasione della guerra in Afganistan, tra Stati Uniti e Cina è iniziato un linkage a più facce.
A ottobre, al vertice dell’APEC di Shangai, la Cina aveva fatto gli onori di casa consentendo agli Stati Uniti di “incassare” un documento politico (contro il terrorismo) in una sede dove storicamente si parla solo di problemi economici. La Cina si è schierata con la coalizione internazionale contro il terrorismo architettata da Washington per legittimare la “guerra infinita” e l’aggressione all’Afganistan. In compenso ha ottenuto due risultati: uno è molto simile a quello portato a casa dalla Russia sulla Cecenia ossia il placet americano ed occidentale per le soluzioni di forza contro i secessionisti musulmani nello Xinkiang (i cinesi lo definiscono Turkestan orientale). “Anche la Cina è vittima del terrorismo” ha detto il ministro degli esteri cinese Tang Jiaxuan “il gruppo del Turkestan orientale è certamente un’organizzazione terroristica e colpirla è parte della lotta contro il terrorismo”.
L’altro risultato, forse ancora più ambìto, è che Bush ha fatto propria – almeno in questa fase – la dottrina de “Una sola Cina”, dottrina con cui la Repubblica Popolare Cinese nega da sempre l’esistenza della Repubblica Cinese di Taiwan. Alla luce di quanto avvenuto nei mesi scorsi tra Cina e Stati Uniti, questo non è certamente un dettaglio.

3) Competizione a tutto campo tra le multinazionali petrolifere. Nella competizione senza esclusioni di colpi in corso da anni nell’Asia centrale, anche l’Italia, tramite l’ENI, ha cominciato a manifestare ambizioni di grandezza nell’area.
L’ENI, ha recentemente soffiato alle compagnie USA (Exxon-Mobil) il contratto sugli immensi giacimenti di Kachagan, in Kazachistan. Ha inoltre siglato un supercontratto con la Russia sul giacimento di Astrakan. L’ENI ha avviato il gasdotto sottomarino Bluestream in collaborazione con la Russia. Questo gasdotto, che porterà dalla Russia il gas in Turchia, rimette in gioco Mosca e, nei fatti, rende obsoleto il progetto Baku-Ceyhan sul quale l’amministrazione USA aveva riposto molte aspettative. Nel 1998 gli USA avevano dichiarato apertamente la loro opposizione al progetto Blue Stream e nel corso del 2000 hanno fatto pressione sui parlamentari turchi affinchè non approvassero il progetto, ma il pressing si è rivelato inutile.
Infine, ENI e TotalFinaElf stanno “dilagando” in Iran firmando contratti e concessioni miliardarie sui giacimenti di South Pars approfittando dell’assenza USA dovuta all’embargo contro Teheran. Emergono indiscrezioni su telefonate di fuoco tra l’Albright prima e Powell poi verso le autorità italiane. Contatti e preparativi fervono anche con l’Iraq suscitando anche qui l’ira degli Stati Uniti. “Le divergenze con l’Europa in merito all’Iran e all’Iraq sono state considerate dagli Stati Uniti non come una questione tra pari, bensì come una manifestazione di insubordinazione” è stato il commento perentorio di Brzezinski. Le vecchie ingerenze di una volta dunque non avevano funzionato.
Lo scontro per il controllo delle riserve energetiche è ormai decisivo e frontale. In gioco ci sono le prospettive di tenuta e sviluppo delle principali economie capitaliste ed innanzitutto di quella statunitense, che dell’energia a basso costo ha fatto uno dei suoi pilastri. Ma la partita per le risorse energetiche è ancora più complessa e vitale per gli interessi strategici. Su questo ci sono in circolazione analisi tecniche, economiche e politiche molto dettagliate.

4)Alleanza e rottura con i taliban e i sauditi. In questi anni, più di qualche osservatore ha documentato gli stretti rapporti tra gli Stati Uniti, i sauditi e il regime dei taliban in Afganistan. L’interesse comune era rappresentato dal progetto di oleodotto/gasdotto dal Turkmenistan a Gwandar in Pakistan attraverso l’Afganistan. Su questo progetto convergevano la compagnia americana Unocal e quella saudita Delta Oil. “Nonostante si ostini a negarlo, Washington appoggia completamente questo progetto… Non appena la città (Kabul, NdR) è caduta in mano ai talebani, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un documento in cui giudica “positiva” la loro vittoria e annuncia l’invio di una delegazione ufficiale a Kabul” scriveva cinque anni fa Le Monde Diplomatique.
Ma l’accordo tra la compagnia statunitense Unocal, quella saudita Delta Oil e il regime dei Taliban per la pipelines attraverso l’Afganistan, è poi saltato. Alcuni dicono perché non è stato raggiunto l’accordo per le royalties sull’oledotto-gasdotto. Altri perché i sauditi avrebbero voluto gestire interamente l’operazione (è questo lo zampino di Bin Laden che ha fatto imbufalire definitivamente gli americani?).
Nell’agosto del 1998 gli USA lanciarono dei missili sull’Afganistan come rappresaglia per gli attentati alle ambasciate in Kenya e Tanzania. Ma l’Unocal abbandonerà il progetto e l’Afganistan solo quattro mesi dopo, nel dicembre 1998. In compenso, il “neo-presidente” afgano Kirzai, un pashtun nominato come nuovo leader del paese dalla recente conferenza di Bonn, era ed è ancora un consigliere sul libro paga della Unocal.

8. L’Afganistan nel “Grande Gioco” euroasiatico

L’Afganistan, pur essendo un paese povero e inospitale, è collocato geopoliticamente al posto giusto per consentire agli Stati Uniti di entrare di forza e direttamente nel “Grande Gioco sull’Eurasia”.

“In virtù della sua ubicazione geografica, l’Afganistan ha sempre giocato un ruolo importante nella stabilità regionale ed è stato frequentemente al centro dell’attenzione delle grandi potenze” sostiene il Ten. Col. Lester W. Grau uno dei maggiori esperti militari americani della regione.

La campagna contro il terrorismo islamico si rivela a tale scopo pienamente calzante.
“Anche una possibile sfida del fondamentalismo islamico al primato americano potrebbe essere parte del problema in una regione contrassegnata dall’instabilità. Facendo leva su una condanna religiosa dello stile di vita americano e approfittando del conflitto arabo-israliano potrebbe provocare in Medio Oriente la crisi di più di un governo filo-occidentale, in definitiva compromettere gli interessi dell’America in quella regione, soprattutto nel Golfo Persico.
Fermo restando che, senza coesione politica e in assenza di uno Stato islamico, forte nel vero senso della parola, una sfida da parte del fondamentalismo islamico sarebbe priva di un centro geopolitico e rischierebbe, pertanto, di esprimersi soprattutto attraverso una violenza diffusa” scriveva quattro anni fa in modo sospettosamente “profetico” Brzezinski.

Poteva essere l’Afganistan lo Stato islamico “forte” in grado di rappresentare il centro geopolitico capace di compromettere gli interessi degli USA? Alla luce di quanto conosciamo e di quanto abbiamo visto di questo paese inospitale, povero e devastato da venti anni di guerre, appare difficile crederci. Eppure la maggiore potenza militare del mondo si è accanita su di esso in nome della lotta contro il terrorismo e la minaccia islamica. È evidente come quest’ultima sia talmente indefinibile da potersi prestare a molte operazioni.

La Russia e la Cina, ad esempio, hanno lo stesso problema in Cecenia e nel Xinkiang, l’India ce l’ha nel Kashmir, l’Iran aveva persino minacciato di invadere la parte occidentale dell’Afganistan per proteggere gli sciiti filo-iraniani sconfitti e decimati dai Taliban. Tutte queste potenze regionali eurasiatiche non nascondono affatto di sostenere politicamente e militarmente i mojaheddin dell’Alleanza del Nord contro il regime dei Taliban e le ambizioni del Pakistan, sostenuti entrambi fino a pochi mesi fa dagli Stati Uniti.

Per una fase non certo lunga, gli interessi di questi “competitori” eurasiatici potranno essere cooptati dagli americani. Per questi ultimi occorre però uscire velocemente e in maniera definitiva dal rischio di impantanarsi in un lungo conflitto in Afganistan. In tal senso, occorre concordare con due potenze come Russia e Cina i limiti e gli interessi comuni nell’area (vedi il vertice APEC di Shangai, ottobre 2001) ma per Washington diventa urgente e necessario consolidare al più presto la presenza militare nella regione in un quadro di relativa stabilità.

Installarsi stabilmente in Afganistan e Pakistan, inserirsi in Uzbekistan e nel gigante eurasiatico del Kazachistan, testare le relazioni con Turkmenistan e Tagikistan, coronerebbe il progetto strategico degli Stati Uniti sull’Eurasia…

MOSTRI GLOBALIZZATI: L’AFGHANISTAN ABBONDA SULLA BOCCA DEGLI STORMI

Di Leonardo Masone, Contropiano.org, 22 agosto 2021

Sterminate quantità di analisi sull’Afghanistan imperversano. Con 60 milioni di allenatori che diventano altrettanti stormi di osservatori di politica internazionale. Sembra quasi un déjà vu del 2001, quando troppi non sapevano nemmeno dove fosse situato l’Afghanistan.
D’altronde, ora, si tratta di una questione straordinaria, inaspettata, almeno per buona parte degli autoeletti stormi di osservatori: l’assalto all’aeroporto, gli uomini aggrappati agli aerei, i talebani che si rivedono a Kabul, non sembravano prevedibili fino a 2 settimane fa.
Il drammatico ritorno dei talebani non è che il materialistico risultato della storia di quella terra: prima foreign fighter di comodo, poi terroristi, ora legittimi interlocutori. Gli improbabili nuovi scienziati politici poco si applicano nella ricerca storica che potrebbe riservare loro risposte più impegnative della pappardella ripetuta.
Invasioni di vario tipo hanno attraversato quel travagliato crocevia asiatico, sia prima dell’islamizzazione (persiani, medi, greci, bactriani), sia dopo. Poco dopo la morte del profeta e nella loro fase di espansione, gli arabi invasero la regione e introdussero l’Islam. Religione che ha definito l’armatura della società nei secoli successivi, che nemmeno Gengis Khan e i suoi massacri sono riusciti a scalfire.
Solo nel 1747, l’Afghanistan diventa monarchia unitaria, fondata dal pashtun Ahmed Durrani. Influenzata dal “Grande Gioco” del XIX secolo, ossia dal conflitto, non solo diplomatico, tra l’Impero zarista e britannico per il controllo del Medio Oriente e dell’Asia centrale, l’area fu attraversata dalla prima guerra anglo-afgana (1839-42), culminata con una clamorosa sconfitta inglese, e dalla seconda, quarant’anni dopo, che, invece, si concluse con l’influenza dell’impero britannico su Kabul.
La terza guerra avvenne nel 1919 e si concluse con il trattato di Rawalpindi, con cui il paese centroasiatico si rese politicamente autonomo. Amanullah divenne re e diede sostanza a una serie di riforme civili, tra cui l’abolizione del velo obbligatorio. Nel ’29 fu costretto ad abdicare dopo che la capitale cadde nelle mani di Bacha-i-Saqao, un gruppo di tagiki.
Da quell’anno fino al 1973, a succedersi al potere furono Nadir Shah, assassinato nel ’33 da uno studente, e suo figlio Zahir. Alcune riforme precedenti furono abolite e dal 1953 fu nominato primo ministro Daoud, che strinse sempre più stabili rapporti con l’URSS di Chruscev, in direzione anti-Pakistan.
Nel 1964, fu promossa una nuova Costituzione, che inaugurava la nascita del Parlamento, i cui membri erano nominati in parte dal sovrano, in parte cooptati da assemblee provinciali, e in parte eletti dal popolo. Nacquero nuovi partiti politici, tra questi il Partito democratico popolare afgano, di ispirazione marxista-leninista.
Nel 1973, mentre Zahir Shah era in visita in Italia, Daoud con un colpo di Stato fondò la prima Repubblica afgana. Il nuovo presidente dopo aver abolito la costituzione precedente, varò nuove riforme, ma con scarso successo.
Nel 1978, instabilità politica e crisi economica portarono a un nuovo colpo di Stato da parte del Partito democratico popolare, appena riunito dopo le spaccature precedenti: il rovesciamento comportò la morte di Daoud e di alcuni suoi familiari che occupavano posti di rilievo.
La cosiddetta ‘Rivoluzione di aprile’, portò Taraki a ricoprire il ruolo di presidente del consiglio rivoluzionario della nuova Repubblica democratica.
Il governo in carica attuò un programma di tipo socialista: servizi sociali (trasporto e sanità in primis) garantiti a tutti, prezzi dei beni calmierati, sindacati legalizzati, nuove scuole per una forte campagna di alfabetizzazione e scolarizzazione, nuovi ospedali, anche nelle province più remote.
L’apparato burocratico fu svecchiato e modernizzato. Cessarono i matrimoni combinati e la vendita delle bimbe; la soppressione dei tribunali tribali ancora in vigore. Fu eliminato il burqua e gli uomini costretti a radersi. Le ragazze ebbero gratuito accesso all’università e videro riconosciuto il diritto di voto.
Vietata l’usura, si assistette a una ridistribuzione della terra per migliaia di famiglie contadine e l’abrogazione dell’ushur, l’onerosa decima che i braccianti consegnavano ai vecchi proprietari.
Nonostante il nuovo corso, la religione islamica non fu proibita, sebbene le gerarchie religiose, per la maggior parte possidenti terrieri penalizzati dall’abrogazione dell’arcaico ushur, denunciarono una limitazione nelle proprie funzioni.
Questo argomento consentì loro di incoraggiare la jihad e finanziare i mujaheddin contro i “senza Dio” del nuovo governo rivoluzionario, con un avanzamento progressivo che durò poco più di un anno. Settembre 1979: il vicepresidente Amin fece uccidere Taraki.
Già nel luglio dello stesso anno, Carter aveva firmato una direttiva per dare sostegno bellico ed economico ai mujaheddin, attraverso una fitta rete di Stati finanziatori. Base per l’addestramento, il Pakistan. Capo militare, Hekmatyar, che con i suoi metodi efferati provocò moltissime vittime: utilizzo dell’acido per sfregiare donne non rispettose dei costumi, amputazione di arti e genitali dei nemici.
“Meglio qualche fanatico musulmano, o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” si chiedeva pleonasticamente l’ex Consigliere democratico per la Sicurezza americana, Brzezinski.
Con Amin primo ministro, i sovietici, temendo una connessione tra il nuovo presidente e la CIA, decisero di invadere l’Afghanistan e destituirlo con un altro membro del governo, Karmal, a cui successe prima Chamkani, nel 1986 e, poi, Najibullah, l’anno seguente, in carica fino al 1992.
Nel frattempo, Reagan era diventato il 40° presidente USA e gli estremisti islamici divennero “combattenti per la libertà”, ricevendo più armi e soldi. Tra i finanziatori il miliardario Bin Laden, che solo nel ’88 fondò al Qaida.
La guerra alla Repubblica democratica afgana finì ufficialmente nel 1988 con gli accordi di Ginevra che definivano la lenta evacuazione dell’Armata Rossa, terminata nel febbraio del ’89: un milione e mezzo di morti e 5 milioni di profughi.
Solo nel 1992, destituito Najibullah, fu proclamata la Repubblica islamica. Nuovo presidente Rabbani, capo del partito islamico fondamentalista.
Nel 1993, la fazione del feroce Hekmatyar iniziò una guerra civile che portò al bombardamento di Kabul e decine di migliaia di vittime civili. Con quest’ultimo, si schierano Usa, Pakistan e Arabia; con Rabbani, Russia e Iran.
In questo clima, nasce il movimento talebano che già dal ’94 conquista Kandahar. L’avanzata talebana miete immediatamente territorio e consenso, soprattutto tra le potenze straniere. Nel ’96 si arriva a un accordo tra Rabbani e Hekmatyar, con quest’ultimo nominato capo del governo.
È l’inizio della fine: i talebani del mullah Omar, di lì a poco, occupano la maggior parte della regione. Istituiscono un emirato teocratico fondato sulla sharia e tra le prime violenze perpetrate, prelevano il vecchio presidente socialista Najibullah e il fratello dal palazzo dell’Onu, senza opposizione alcuna dei caschi blu, uccidendoli dopo settimane di crudeli torture.
Medesima violenza e terrore verranno perpetrati su buona parte della popolazione civile. Qui, trova un posto comodo anche Bin Laden.
Dal 2001, poi, è storia recente: le torri gemelle, la ventennale intossicazione della guerra di civiltà, 2300 miliardi di dollari spesi, la confusione politica e i “burattini messi al potere”, la corruzione dilagante, le uccisioni dei leader fondamentalisti, la legittimazione grazie agli accordi di Doha e la nascita del II emirato.
Il chiaroscuro, tra passato e futuro, dove nascono i mostri è ora. “I talebani sono sempre gli stessi, con la loro idea di società feudale e patriarcale”, come ci urla disperatamente la regista Sahraa Karimi. Solo che hanno fatto pratica con la tecnologia, con le nuove armi e sanno fare patti con le potenze capitalistiche per il rame, il litio, il ferro e l’oppio. E, allora, tutto può tacere moderatamente. Ma i mostri restano mostri e già iniziano a manifestarsi.
Anche gli americani sono sempre gli stessi, pronti a sacrificare vite e diritti, pur di mantenere la loro egemonia sul mercato: li dichiaravano scomparsi e, invece, i talebani in due settimane sono arrivati a Kabul.
Ma ancora più assurda è la posizione della sempre più imbrigliata UE, ovvero di legittimare subito “il mostro demoniaco”, quasi ad anticipare chi le ambasciate le ha lasciate aperte. I mostri, però, si si accordano con altri mostri e si sono anche globalizzati. E il 2001 è stato solo un inizio.
I Russi, invece, non sono più gli stessi, mentre gli stormi balbettano e urlano ancora contro i sovietici e, purtroppo, neanche Telekabul sta più tanto bene.

IL GRANDE ARCHITETTO DEL TERRORISMO MODERNO: ZBIGNIEW BRZEZINSKI

Di Henry Tougha, The AntiMedia, 27 maggio 2017

Zbigniew Brzezinski, ex consulente per la sicurezza nazionale del Presidente Jimmy Carter, è morto lo scorso venerdì in un ospedale della Virginia, all’età di 89 anni. Sebbene il New York Times ammetta che l’ex consulente del governo fosse un “falco della teoria strategica”, travisare la sua eredità come se fosse, per il resto, infinitamente positiva, non è così semplice come l’establishment vorrebbe credere.

Mentre il Regno Unito si destreggia con la “minaccia terroristica” ai più alti livelli, dopo un attacco devastante ispirato dall’ISIS — e mentre le Filippine entrano in uno stato di legge marziale quasi totale, dopo la devastazione ispirata dall’ISIS — la morte di Brzezinski giunge al momento giusto, come stimolo a una comprensione più profonda dell’origine del terrorismo moderno.
Come spiega il New York Times, il “profondo odio di Brzezinski contro l’Unione Sovietica” ha guidato molta della politica estera Americana, “nel bene e nel male“. Così scrive il Times:
“Brzezinsky sostenne l’invio di miliardi [di dollari] di aiuto ai militanti islamici che combattevano contro l’invasione delle truppe sovietiche in Afghanistan. Incoraggiò tacitamente la Cina a continuare il suo sostegno a favore del regime di Pol Pot in Cambogia, nel timore che i vietnamiti, sostenuti dall’Unione Sovietica, prendessero il controllo del paese”.
Sebbene sia un progresso, da parte del New York Times, notare il sostegno di Brzezinski verso i militanti islamici, minimizzare gli effetti della sua aggressiva agenda di politica estera con una semplice frase non rende giustizia al vero orrore dietro le politiche di Brzezinski.

Dopo che un colpo di stato in Afghanistan, nel 1973, aveva istituito un nuovo governo laico favorevole ai sovietici, gli Stati Uniti si impegnarono a rovesciare questo nuovo governo organizzando una serie di tentativi di colpi di stato tramite i paesi lacché dell’America, il Pakistan e l’Iran (che a quel tempo era sotto il controllo dello Shah, sostenuto dagli USA). Nel luglio 1979 Brzezinski autorizzò ufficialmente il sostegno ai ribelli mujaheddin in Afghanistan, tramite il programma della CIA denominato “Operazione Ciclone”.

Molti oggi difendono la decisione dell’America di armare i mujaheddin in Afghanistan, perché credono che fosse necessario per difendere il paese, e l’intera regione, dall’aggressione sovietica. Tuttavia le stesse affermazioni di Brzesinski contraddicono in pieno questa giustificazione. In un’intervista del 1998, Brzesinski ammise che, nel condurre questa operazione, l’amministrazione Carter stava “consapevolmente aumentando la probabilità” che i sovietici intervenissero militarmente (suggerendo così che avessero iniziato ad armare le fazioni islamiste già prima dell’invasione sovietica, rendendo dunque la giustificazione superflua, perché non ci sarebbe stata, a quel tempo, alcuna invasione sovietica da respingere armando i guerrieri afghani della libertà).

Brzezinski disse poi:
“Pentirci di cosa? Quella operazione segreta fu un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di attirare i russi nella trappola afghana e volete che me ne penta? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine afghano scrissi al Presidente Carter: ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS il suo Vietnam”.

Questa affermazione andava aldilà del semplice vanto di avere istigato una guerra e il collasso definitivo dell’Unione Sovietica. Nelle sue memorie, intitolate “From the Shadows“, Robert Gates — ex direttore della CIA sotto Ronald Reagan e George H. W. Bush, e segretario alla difesa sia sotto George W. Bush che sotto Barack Obama — confermò direttamente che questa operazione segreta iniziò sei mesi prima dell’invasione sovietica, proprio con l’intento di attirare i sovietici in un pantano in stile vietnamita.

Brzezinski sapeva esattamente cosa stava facendo. I sovietici si impantanarono in Afghanistan per circa dieci anni, combattendo contro una riserva interminabile di armi fornite dagli americani e di combattenti addestrati dagli americani. A quel tempo i media si spinsero al punto di elogiare Osama Bin Laden — una delle figure più influenti dell’operazione segreta di Brzezinski.

Sappiamo tutti come è andata a finire.

Perfino dopo la piena consapevolezza di ciò che era diventata la sua creazione finanziata dalla CIA, nel 1998 Brzezinski fece queste dichiarazioni ai suoi intervistatori:
“Cos’è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il crollo dell’impero sovietico? Un po’ di musulmani scalmanati o la liberazione dell’Europa Centrale e la fine della guerra fredda?”

L’intervistatore, allora, si rifiutò di lasciar passare questa risposta come se nulla fosse, e ribatté:
“Un po’ di musulmani scalmanati? Ma è stato detto e ripetuto che il fondamentalismo islamico rappresenta una minaccia per il mondo moderno”. Brzezinski troncò questa affermazione dicendo: “Nonsense!”

…Il sostegno di Brzezinski a questi elementi radicali portò direttamente alla formazione di al-Qaeda, che letteralmente significa “la base”, perché era in effetti la base da cui si lanciava la controffensiva contro l’invasione sovietica che si stava anticipando. Ciò portò anche alla creazione dei Talebani, la mortale creatura che oggi sta combattendo una battaglia all’ultimo sangue contro le forze NATO.

IN AFGHANISTAN IL FALLIMENTO MASCHERATO DELL’OCCIDENTE

Di Alberto Negri, Il Manifesto, 17 agosto 2021

Per Usa e Nato bisognava (e bisogna) esportare la democrazia. Eppure mai come adesso è vera la frase del grande musicista Frank Zappa: “La politica in Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militar-industriale”

Quali altre guerre sbagliate, e che non si possono vincere, ci aspettano, dopo gli inutili bagni di sangue di Afghanistan e Iraq? A Kabul c’è stato “un fallimento epocale finito in maniera umiliante”, titolava il New York Times, quotidiano che ha appoggiato Biden nella campagna elettorale contro Trump.

Eppure mai come adesso è vera la frase del grande musicista Frank Zappa: “La politica in Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militar-industriale”. Biden, come in una caricatura hollywoodiana, continuava a sostenere in tv che il potente esercito afghano avrebbe respinto i talebani che stavano già alla periferia di Kabul. Ma il ruolo presidenziale è proprio questo: raccontare bugie, anche insostenibili, e contare gli utili, prima ancora dei morti. Anche le dichiarazioni del segretario di stato Blinken – “abbiamo raggiunto gli obiettivi” – appaiono meno ridicole di quel che sono se viste in questa ottica.

Gli Americani e la NATO dicono di volere esportare democrazia, in realtà esportano prima di tutto armi: il resto – “nation-building”, diritti umani, diritti delle donne – è un delizioso intrattenimento per far credere che con le cannonate facciamo del bene. Se vuoi aiutare un popolo puoi farlo senza usare i fucili, questo tra l’altro insegnava Gino Strada, vituperato da vivo dagli stessi ipocriti che oggi lo incensano e all’epoca sostenevano le guerre del 2001 e del 2003.

Chi paga davero il prezzo del fallimento e il ritorno dei talebani non sono gli americani e noi europei, loro complici, ma gli afghani. In vent’anni i progressi per loro sono stati insignificanti e le perdite umane altissime, decine di migliaia di morti deceduti negli ultimi anni più nei raid americani e Nato che non negli scontri con i talebani. I 36 milioni afghani – di cui cinque-sei milioni sono profughi- vivono in media con meno di due dollari al giorno. In particolare perdono le donne che erano riuscite a rivendicare il diritto allo studio e un certo grado di autonomia personale, del tutto negato nel primo Emirato dei talebani. L’Emirato II° forse sarà, si spera, un po’ meno duro o solo più pragmatico. Tra l’altro oltre alle donne pure i maschi a scuola ci vanno assai poco, se non nelle madrasse dei mullah: il sistema d’istruzione statale è allo sfascio. Vent’anni dopo l’invasione è una delle notizie peggiori.

Con un’avvertenza: i sacrosanti diritti delle donne in questi anni sono stati esercitati soprattutto dalle afghane nei grandi centri urbani. Fuori, nelle zone rurali, hanno continuato a vivere secondo canoni oscurantisti e tradizionalisti, come del resto avviene in Arabia saudita dove nessuno per questo si sogna di bombardare il principe assassino Mohammed bin Salman. Ma a Riad sono talebani di successo di una monarchia assoluta e acquirenti di miliardi di armi americane. Nelle provincie remote i talebani hanno sempre controllato territorio e popolazione: il movimento jihadista esercitava già il suo predominio sul 40% del Paese.

L’Afghanistan oltre che una guerra sbagliata è stata anche una narrazione sbagliata. I progressi sul piano dei diritti umani e civili hanno riguardato sempre una minoranza del Paese, una élite: è una delle diverse ragioni del fallimento. I talebani hanno conquistato senza combattere 25 città in 10 giorni e non sarebbe stato possibile senza poter contare, oltre che sulla disgregazione dell’esercito, su un certo consenso della popolazione esclusa dal circuito dei soldi e della corruzione che ha caratterizzato governi marcescenti e dipendenti da aiuti occidentali.

L’approccio USA di favorire una élite degli afghani si è rivelato superficiale. Ancora di più di quello dei sovietici che invasero il Paese nel 1979 per ritirarsi dieci anni dopo. Sotto i russi ci fu una modernizzazione in apparenza imponente: un embrione di riforma agraria, le università aperte alle donne, i cinema anche nelle città di provincia. Eppure anche quello slancio riguardò una minoranza ma più convinta: il governo afghano, senza Mosca, resistette altri tre anni prima di cadere. Questa volta esercito e governo si sono liquefatti subito. Deve far meditare che i talebani abbiano letteralmente passeggiato fino alla capitale vent’anni dopo la loro disfatta del 2001: significa che la “modernizzazione” non ha investito gran parte dei giovani afghani che hanno continuato a sostenere i jihadisti.

Il fallimento militare e politico è bruciante ma lo è forse ancora di più quello ideologico. Richiamandosi alla tradizione dei mujaheddin che sconfissero i sovietici, i jihadisti possono vantare due clamorose vittorie in 40 anni: contro i comunisti negli anni Ottanta – con il sostegno americano – e oggi contro il sistema liberal-capitalistico. L’Afghanistan può rappresentare un polo d’attrazione per gli islamisti più radicali. Adesso hanno di nuovo a disposizione una nazione, dipenderà dall’Emirato II° non fare mosse false come l’appoggio a Al Qaeda nel 2001.

I talebani, al momento, sono vincenti sul piano interno ma anche su quello internazionale. I negoziati di Doha voluti da Trump li hanno legittimati. È inutile girarci intorno. E quando Biden ha annunciato il ritiro, russi, cinesi e iraniani si sono precipitati a fare accordi con loro: le loro ambasciate a Kabul restano aperte. Sono tutti vicini di casa e hanno interessi politici ed economici nel cuore dell’Asia centrale.

Biden è apparso una figura grottesca ma funzionale al sistema americano. Dovremmo ricordarcelo prima di farci ancora trascinare in altre guerre “sbagliate”. Ma i nostri governi sono regolarmente sottomessi agli Usa.

Secondo i sondaggi Joe Biden ha comunque ancora il 60% dell’approvazione degli americani per il ritiro dall’Afghanistan. Un po’ di sondaggi e un po’ di propaganda forse serviranno a mascherare la figuraccia di Kabul. Non a oscurare le menti pensanti.