1 MAGGIO FESTA NOSTRA, FESTA DI CLASSE. DA BERGAMO A FOGGIA IN PIAZZA CONTRO SFRUTTAMENTO, RAZZISMO, REPRESSIONE E GUERRA

Il primo maggio da Nord a Sud saremo in piazza per continuare a costruire l’Alternativa politica e sociale al Governo Meloni e alle false opposizioni: da Bergamo a Foggia, da Torino a Roma i giovani e gli studenti saranno ancora una volta al fianco dei lavoratori contro sfruttamento, razzismo, repressione e guerra. Contro l’alternanza scuola-lavoro (che altro non è che sfruttamento sin dai banchi di scuola), il carovita e la precarietà. Contro le provocazioni di Giorgia Meloni e dei reazionari al Governo e contro la pacificazione sociale voluta da Cgil-Cisl-Uil, riaffermiamo che il Primo maggio è festa nostra.
Per questo, verso e oltre il Primo Maggio continuiamo a costruire alleanze sociali e politiche tra noi giovani generazioni senza prospettive e i lavoratori, in particolare modo il proletariato migrante che nella logistica e nel settore agricolo ha alzato la testa e si è organizzato, in maniera conflittuale e indipendente, per far valere i propri diritti.
Contribuiremo quindi a costruire le piazze di Roma, Bologna e Torino ma saremo anche a Bergamo, con i facchini Italtrans, e a Torretta Antonacci, per costruire un Primo maggio di classe nei luoghi dove lo sfruttamento capitalistico si è scontrato con la determinazione e la combattività dei lavoratori migranti organizzati dall’Unione Sindacale di Base.

I migranti, infatti, aldilà della narrazione razzista della destra e quella vittimista del centrosinistra, in questo paese costituiscono un bacino di manodopera altamente ricattabile e poco qualificata, ottimale per ricoprire tutti quei lavori a sfruttamento intensivo, “flessibili” (cioè precari) e con salari da fame a cui ci hanno abituati: dai lavori di nuova generazione in forme neo-schiavistiche, al bracciantato agricolo, fino alla manodopera industriale nei magazzini.

Lo vediamo bene nel Nord Italia, dove è concentrata la logistica, settore strategico all’interno della catena del valore, che negli ultimi anni è stato sempre più soggetto ai processi di integrazione alla filiera produttiva europea. Questo è reso necessario dall’attuale livello di ipercompetizione globale, in cui l’Unione Europea cerca di rafforzarsi con ricadute pesantissime sul tessuto sociale e sulla classe lavoratrice. I padroni hanno lavorato infatti non solo sulla compressione del salario sociale complessivo ma hanno aumentato anche i livelli di repressione, come dimostrano le numerose cariche della polizia contro i lavoratori della logistica, ma anche il teorema giudiziario dello scorso luglio nei confronti dei dirigenti del sindacalismo conflittuale piacentino. Nonostante ciò, i lavoratori migranti nei magazzini come quello di Italtrans a Bergamo lottano con coraggio e determinazione e rappresentano un’avanguardia del conflitto sociale in Italia.

Invece nel sud Italia, storicamente relegato ai margini di questi processi di centralizzazione produttiva, i migranti vanno a costituire una fetta importante e tra le più sfruttate del bracciantato agricolo come nelle campagne del foggiano o in Calabria, sottoposti a “padroncini” di piccole-medie imprese e ad un altissimo livello di ricatto. Spesso i lavoratori migranti delle campagne sono sprovvisti di documenti e dunque facilmente manipolabili con contratti in nero e salari da fame, e costretti a vivere in vere e proprie baraccopoli come quella di Torretta Antonacci, dove la semplice sopravvivenza è problematica. Anche questa è una precisa conseguenza di un modello produttivo, quello della piccola-media impresa italiana, che ha mostrato tutta la propria incapacità di creare sviluppo e progresso, rivelando invece il volto più reazionario della borghesia tricolore “piccola piccola”.

A nulla servono le lacrime di coccodrillo del centrosinistra e l’antirazzismo istituzionale, dopo anni di politiche bipartisan contro i migranti (basti ricordare il decreto Minniti, oltre che le porcate della destra) e una narrazione mediatica atta a fomentare solo la guerra tra poveri. Ottenere il permesso di soggiorno e i documenti è sempre più complesso per i migranti in questo paese, dato l’apparato burocratico plasmato agli interessi del padronato e non al benessere umano: infatti la mancanza di documenti determina l’impossibilità di ottenere conquiste sul piano materiale, come un contratto regolare, il diritto all’abitare, alla sanità pubblica etc. Se la destra italiana di governo infatti dimostra quotidianamente il suo volto più apertamente razzista e becero, non è da meno la falsa opposizione di sinistra che si maschera dietro slogan conciliatori e astratti, ma che in realtà ha praticato 30 anni di politiche di macelleria sociale sulle spalle della classe operaia, oggi più che mai frammentata e sfiduciata. È stata la sinistra di governo assieme alla destra a fomentare la guerra interna alla classe, tra italiani e migranti, tra disoccupati e dipendenti.

Il sistema che sfrutta la manodopera dei migranti e delle categorie sociali più penalizzate è lo stesso che abbandona noi giovani ad un futuro precario e senza prospettive, condannando questi settori sociali ad essere le “cavie” della crisi di civiltà del capitalismo. È dunque una comunanza dei destini quella tra giovani e migranti, fatta di sfruttamento ed emigrazione forzata, dall’Italia al nord Europa, dal sud al nord Italia, ma anche ‘dai sud’ ancora più marginali e invivibili all’Italia.


È nostro compito cercare di ricostruire un’alleanza tra giovani sfruttati, migranti, disoccupati, precari, perché l’unica arma che ci permette di sfidare le contraddizioni che viviamo è l’organizzazione, che sia capace di dare respiro non soltanto alle rivendicazioni specifiche e di settore ma anche di rappresentare e costruire un nuovo modello di sviluppo interessato non al profitto di pochi ma al benessere generale.
Per fare questo, bisogna rompere dalle fondamenta il modo di produzione capitalistico, che dimostra quotidianamente la sua barbarie con la guerra e la crisi di civiltà in cui siamo immersi. Continuiamo a costruire organizzazione e conflitto, verso e oltre un Primo maggio di classe, per un nuovo modello sociale, per il Socialismo.