Le nuove indicazioni nazionali di filosofia: una questione scottante, un campo di battaglia

La pubblicazione da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito delle nuove Indicazioni Nazionali per l’insegnamento della filosofia rappresenta una vicenda esemplare rispetto alla direzione che sta prendendo la Scuola pubblica italiana. Sul tema sono state prodotte diverse iniziative di contrasto: dalla raccolta firme dei professori, alla tavola rotonda online di OSA, Cambiare Rotta, USB dell’11 giugno, fino all’iniziativa alla Sapienza del 26 giugno[1] organizzata dal dipartimento di Filosofia. Tutte le iniziative hanno sottolineato come dietro quella che sembra essere una mera questione pedagogica si cela un attacco profondo. Non è la prima volta che il Ministero dimostra di vedere negli istituti di formazione pubblica – attraverso una consolidata narrazione vittimista della destra – dei presunti “fortini della sinistra” da punire prima e conquistare poi. Una destra di governo che – stante la riconferma dello smantellamento dell’istruzione pubblica che va avanti da almeno trent’anni – si pone l’obiettivo di imporre un’egemonia culturale con caratteristiche reazionarie, razziste, xenofobe, nazionaliste, suprematiste, talvolta direttamente antiscientifiche. Tale goffo tentativo è infatti riscontrabile nelle varie iniziative del Ministero della Cultura, nelle Linee Guida per l’insegnamento di storia alla scuola dell’infanzia[2], nella promozione di Atreju come grande momento culturale, e nei molteplici ambiti di intervento del governo.

La cultura della destra e il canone filosofico

Ha prodotto molto scalpore, per fortuna, la rimozione nelle nuove Indicazioni Nazionali di autori fondamentali del materialismo, del razionalismo, del laicismo. Parliamo dell’esclusione di autori come Marx, Spinoza, della riduzione di Kant al solo concetto di critica, e così via. Ovviamente tale epurazione non ha un valore immediatamente vincolante per l’insegnamento, ma si configura sicuramente come una vile provocazione politica.

Tuttavia, l’analisi non si può liquidare così e va spinta più innanzi. Il livello istituzionale ricopre oggettivamente una funzione rispetto alla definizione del canone degli autori filosofici, che non è una questione astratta o attinente a fatti puramente culturali. Andando oltre l’idealismo borghese che vede negli autori ritenuti “vertici” della storia della filosofia i rappresentanti della “vetta” dello Spirito nella loro fase storica, dobbiamo interrogarci sul peso di tale operazione rispetto alla storia della filosofia come disciplina. La definizione del canone degli autori che “vale la pena” studiare o meno, piuttosto, è una risultante complessa determinata dai rapporti di forza materiali che si manifestano in un insieme di fattori: misure politiche e poliziesche (pensare al ruolo svolto storicamente dalla censura della Chiesa), il mercato dell’editoria, i manuali attraverso cui la storia della filosofia si diffonde negli istituti di formazione, le mode culturali, ecc. In altre parole: le Indicazioni Nazionali non possono vincolare il singolo professore a dire determinate cose in classe, ma possono rappresentare un primo passo in direzione di una influenza culturale reazionaria nel campo della storia della filosofia. Soprattutto laddove la classe docente è sempre più sprovvista di strumenti critici che ne garantiscano l’indipendenza ideologica, essendo sommersa da nozionismo inutile, burocrazia e formalismi (vedi la vicenda dei 60 CFU).

Voci di corridoio provenienti dalle segrete stanze della commissione ministeriale (niente più di questo ad ora) dicono che la lista degli autori verrà cambiata. Tuttavia, le altre criticità delle Indicazioni Nazionali che verranno esposte nel prossimo paragrafo – decisamente le più incisive – non verranno modificate. Qualora la modifica della lista degli autori fosse reale, non indicherebbe un ripensamento o una rinnovata coscienziosità del ministro; piuttosto, rivelerebbe l’incisività della mobilitazione di massa e dell’organizzazione che l’opposizione alle direttive è stata in grado di esprimere, strappando una concessione che sarebbe una prima vittoria simbolica di una lotta molto lunga.

La storicizzazione e l’approccio per temi

Il documento, come è stato notato, contrappone approccio tematico e approccio storico alla filosofia. La lettura del testo rende subito chiaro l’attacco alla storicizzazione della filosofia – caratteristico della migliore tradizione del nostro paese dalla seconda metà del secolo scorso – in favore di un approccio di tipo anglosassone, che riduce la filosofia a problem solving: riproposizione di quesiti assoluti, problemi logici o quiz morali che il discente deve imparare a risolvere piuttosto che riflessione storica dell’umanità (nelle sue varie configurazioni, in quanto non si dà qualcosa come l’”umanità” se non come esercizio di astrazione, ed allo stesso modo non si danno problemi filosofici universali) circa le proprie condizioni materiali di esistenza. E la filosofia si spacca dunque tra grandi quesiti che si ripropongono in eterno (determinati dalla struttura della ragione umana nel suo permanere identica nella storia?) ed esercizio concreto volto alla risoluzione di problemi che potrebbero sorgere nella vita quotidiana (in azienda ad esempio), prestandosi perfettamente al counseling filosofico.

Al di là della definizione ideologica, astratta e generica di filosofia che esprimono gli estensori delle linee guida, si pone un problema formativo. Il rischio è quello di sottrarre agli studenti la capacità storico-critica, non trasmettendo loro le competenze necessarie a contestualizzare un testo, a ricostruire un concetto nella sua genesi storica e sottoporlo al doveroso distacco critico di cui necessita. D’altronde ciò è inevitabile se l’unica competenza di cui vuole sentire parlare il ministero è quella delle Soft-skills. L’indebolimento dell’approccio storico alla filosofia può condurre solamente alla strutturale incapacità di collocare lo sviluppo del pensiero all’interno della produzione materiale e spirituale complessiva delle società, operando una cesura didatticamente complessa da ricostruire. Così, infatti, si disarticola programmaticamente il rapporto tra il sapere e il potere, si occultano i rapporti tra le classi che hanno determinato l’affermazione o la marginalizzazione di questa o quella filosofia, all’interno di un più complessivo quadro di egemonia culturale in una data fase storica. La marginalizzazione di Marx, in sostanza, fa il paio con la marginalizzazione del fatto che le idee dominanti sono le idee della classe dominante.

Quale futuro per la filosofia in questa società?

Come hanno sottolineato efficacemente tutte le iniziative che si sono opposte alle Indicazioni Nazionali, la mossa del Ministro si inserisce in un progetto più ampio che da circa trent’anni a questa parte sta erodendo la scuola pubblica: l’aziendalizzazione, i Diktat europei, l’asservimento ai privati, la rottura dell’ascensore sociale, i finanziamenti, il precariato, i PCTO, la riforma dei tecnici e professionali e così via. All’interno di questa scuola che ruolo può occupare la filosofia? O più in generale: che funzione ha il sapere “umanistico” in questa società?

Il capitalismo in Occidente sta attraversando una crisi strutturale irreversibile, che produce decadenza e imbarbarimento culturale. La scuola rispecchia questo processo e lo riproduce. Oggi il mercato ha diverse sfide di fronte, ma sicuramente non ha bisogno di produrre delle teste pensanti con una visione del mondo unitaria, quanto piuttosto una forza lavoro parcellizzata e iper-specializzata[3]. Una visione critica del mondo non è altro che un fastidio evitabile e inoltre costoso da costruire (richiede risorse e investimenti). Il sapere in questo contesto non produce profitto immediato, e dunque non ha valore, e inoltre è scomodo poiché può trasformare il malessere in opposizione cosciente.

Non sarà di certo un colpo di mano di qualche governo di centrodestra o di centrosinistra a cambiare la scuola, che è modellata dalla dinamica del Capitale e va inserita all’interno della riproduzione sociale complessiva. La filosofia, dunque, è scalzata non già dalle Indicazioni nazionali – che pure rappresentano un tassello in questo piano demolitore – ma da un sistema in cui la scuola è una gabbia oppressiva con una funzione di addestramento e contenimento piuttosto che di formazione.

La battaglia che stanno portando avanti molteplici soggetti contro le Indicazioni Nazionali deve evitare di arenarsi e deve essere in grado di rompere le barriere tra studenti, personale ATA, docenti, lavoratori dell’Università, Professori, per lavorare a un’alleanza che sia in grado di essere incisiva e creare conflitto, individuando alcuni punti chiave in comune: l’opposizione alla militarizzazione delle scuole, alla svalutazione del sapere, la lotta contro il precariato, l’opposizione alla riforma degli istituti tecnici e professionali, ecc. La vicenda dell’opposizione alle linee guida può segnare un importante punto di partenza, una dimostrazione del fatto che organizzandoci siamo in grado di incidere e recuperare terreno, attraverso una mobilitazione condivisa del mondo della formazione.


[1] Cfr. Difendere la filosofia. Assemblea a Roma contro le indicazioni nazionali di Valditara – Contropiano

[2] Cfr. La scuola dell’identità italiana e le nuove linee guida per la didattica – Contropiano

[3] Cfr. Fineschi, Scuola amore mio. Crepuscoli programmati.