La guerra non la paghiamo! Contro carovita e carostudi, riprendiamoci il diritto allo studio e il futuro
Facciamo delle nostre università dei luoghi di resistenza e rifiuto della guerra: alziamo le bandiere dei popoli oppressi, combattiamo la militarizzazione dei luoghi della formazione e riprendiamoci il diritto allo studio che ci spetta. Unisciti alla campagna: organizzati, lotta, LA GUERRA NON LA PAGHIAMO!
Intraprendere un percorso di laurea in Italia diventa ogni anno più difficile: le spese per affrontare gli studi e il costo della vita continuano a crescere, mentre i titoli accademici non offrono più alcuna garanzia sulle possibilità di emancipazione economica e sociale. Il gioco non vale la candela, infatti la percentuale di laureati tra i 25 e i 34 anni si attesta intorno al 31%, la seconda più bassa in Europa, mentre quella di NEET è al 13%. Tra i laureati, inoltre, le indagini di Almalaurea mettono in evidenza come per 1 studente su 4 la laurea si sia rivelata inefficace e, soprattutto, che solo il 7% dei laureati è soddisfatto della posizione occupazione raggiunta attraverso il proprio titolo di studio. Decenni di tagli all’università, portati avanti dai governi di tutti i colori, e la sua subordinazione alle esigenze del mercato hanno rotto quel meccanismo di ascensore sociale che aveva fatto dell’università uno strumento di emancipazione per decine di migliaia di giovani. Lo scadere dei fondi PNRR e del Fondo Sociale Europeo rischia inoltre di peggiorare ulteriormente la situazione.
Le tasse universitarie crescono, così come il costo della vita, tra affitti, bollette, benzina e beni alimentari che pesano molto sulle tasche dei giovani e delle loro famiglie. Le misure per il diritto allo studio universitario sono insufficienti: le borse di studio sono poche e non adeguate ai tassi di inflazione, costringendo sempre più studenti a trovare lavori o lavoretti, spesso in nero e mal pagati. Anche la situazione dell’abitare è critica: gli studentati pubblici coprono una percentuale irrisoria della richiesta abitativa, i progetti realizzati con la partnership pubblico-privato sono per molti inaccessibili e il mercato immobiliare privato specula sul diritto allo studio. A questo si aggiungono gli aumenti nelle mense e alle macchinette, il caro trasporti, l’edilizia universitaria fatiscente e un’offerta didattica sempre più scadente. In questo quadro, la Ministra Bernini ha le sue colpe, tra i tagli effettuati negli anni, la vicenda degli studentati PNRR e il semestre-filtro, che mostrano una continuità con i precedenti governi nell’attacco al diritto allo studio. A questo attacco ai diritti sociali si accompagna un insieme di politiche reazionarie che alimentano divisioni e discriminazioni, operando una divisione e una lotta di classe dall’alto scaricando così le contraddizioni della crisi. Il razzismo, la criminalizzazione di chi migra e di chi lotta, invece di garantire diritti, welfare e condizioni di vita dignitose, si costruiscono nemici anche con operazioni del tutto ideologiche: le linee guida della Bernini contro gli studenti stranieri e la continua retorica sulle eccellenze europee, sulla valorizzazione delle ricerche nostrane versus i ‘cattivoni’ dei cyber attacchi ne sono un esempio concreto.
Il futuro che viene prospettato è invece quello della guerra. Mentre gli scenari di guerra si moltiplicano e la competizione internazionale diventa sempre più tesa, il governo Meloni, in linea con le direttive NATO e UE, ha aumentato la spesa militare, arrivata a 34 miliardi nell’ultima legge di bilancio. Il ministro Crosetto è inoltre tornato a parlare della reintroduzione della leva militare. Mentre viene raccontato che i soldi non ci sono e che bisogna stringere la cinghia, quelli per la guerra vengono trovati sempre: la spesa militare è l’unica voce in costante aumento e il governo ha chiesto all’UE ulteriori 9 miliardi. La spinta alla guerra entra anche nell’università, dove si vedono le ricadute dell’economia di guerra sulla formazione terziaria, un processo di militarizzazione della didattica e della ricerca, il moltiplicarsi di accordi e progetti con la filiera bellica e la propaganda guerrafondaia nelle facoltà. A questo si aggiunge una chiusura degli spazi di agibilità politica e democratica, soprattutto dopo le proteste degli ultimi anni sul genocidio in Palestina e sulla guerra che hanno scosso gli atenei di tutto il paese. Insomma, la situazione internazionale e le politiche guerrafondaie dell’Occidente incidono pesantemente sulla vita degli studenti attraverso economia di guerra, inflazione, carovita, tagli all’università, erosione del diritto allo studio e militarizzazione di università e ricerca.
Di fronte a tutto questo, mobilitarsi e organizzarsi a partire dalle nostre università diventa fondamentale. Lo scorso anno abbiamo bloccato gli atenei del paese in solidarietà alla Palestina e contro gli accordi e le complicità con Israele e l’industria bellica: come non si vedeva da anni, decine di migliaia di studenti in tutto il paese hanno scelto e praticato la via del conflitto come strumento per opporsi alle politiche guerrafondaie dell’Occidente e del governo Meloni. Abbiamo poi costruito nelle aule la solidarietà con Cuba socialista e contro l’infame blocco economico statunitense, raccogliendo farmaci e materiale tecnologico che quest’estate abbiamo portato ai giovani cubani. Di fronte alla barbarie della guerra e della crisi di civiltà dell’Occidente è importante rafforzare la solidarietà coi popoli che ogni giorno resistono e costruiscono l’alternativa, così come serve costruire qui, in Italia, l’opposizione alle politiche belliciste e antipopolari della classe dirigente che vuole scaricare i costi della guerra sulle nostre spalle, condannandoci a un presente di precarietà e sfruttamento e a un futuro incerto. Per questo da anni ci organizziamo nelle aule universitarie e siamo pronti anche questo anno accademico per rilanciare la stagione di lotta dello scorso anno e dire chiaramente che noi la guerra non siamo disposti a pagarla: serve aprire l’accesso ai corsi di laurea, abbattere i costi a partire dalle tasse, aumentare importi e quantità di borse di studio, garantire alloggi pubblici e accessibili, rendere gratuiti i trasporti, calmierare i costi delle mense e investire nell’edilizia universitaria. Facciamo delle nostre università dei luoghi di resistenza e rifiuto della guerra: alziamo le bandiere dei popoli oppressi, combattiamo la militarizzazione dei luoghi della formazione e riprendiamoci il diritto allo studio che ci spetta. LA GUERRA NON LA PAGHIAMO!
