PALESTINA, UN VIAGGIO NELLA RESISTENZA

Quest’estate una nostra delegazione ha partecipato ad un progetto in Palestina, in particolare nel villaggio di Farkha in Cisgiordania dal 27 luglio al 9 agosto. In quei giorni abbiamo avuto la possibilità di approfondire la storia palestinese e di essere ospitati da un popolo tenace e resistente, costantemente sotto attacco per il solo fatto di esistere. Durante il viaggio abbiamo avuto modo di vedere cosa significa il regime di apartheid e il tentativo di pulizia etnica che lo Stato di Israele porta avanti in modo continuo e senza sosta, ed eravamo lì quando è stata bombardata Gaza il 5 agosto provocando la morte di 44 persone, tra cui 15 bambini, e altri 350 feriti.

La nostra esperienza in Palestina non è stata solo di osservatori, ma è legata alla necessità di esprimere costantemente solidarietà al popolo palestinese, sulla cui causa è caduto un silenzio imbarazzante da parte di tutto il mondo “progressista” italiano ed europeo. Il motivo è ovviamente legato agli interessi economici e militari che l’Italia e l’Unione Europea hanno con Israele, paese necessario ad espandere la sfera di influenza euro-atlantica in Medio Oriente. Di sangue sono macchiati gli accordi che ci legano con Israele e che vedono coinvolte aziende (la Leonardo in primis), ma anche università e centri di ricerca, complici del regime sionista.

Riportiamo qui un breve report di quest’esperienza che possa essere da megafono alle lotte del popolo palestinese, con il quale ci schiereremo sempre finché non verrà loro data giustizia e libertà.

GIORNO 1 – TEL AVIV

Il primo approccio con quella che viene definita l’“unica democrazia del Medio Oriente” è un controllo militare impressionante. Già all’aeroporto di Tel Aviv vediamo una presenza di militari armati estremamente diffusa, presenza che troveremo poi in tutta Israele. Si tratta principalmente di ragazzini appena maggiorenni che imbracciano fucili e armi quasi più grandi di loro. A Israele, infatti, il servizio militare è obbligatorio a 18 anni, per 3 anni per gli uomini e per 2 anni per le donne. Chi decide di non servire viene arrestato. Ed è proprio a Tel Aviv che veniamo ospitati dalla giovanile del Partito Comunista d’Israele (il Maki), i cui componenti stanno portando avanti la battaglia di rilascio dei giovani imprigionati per essersi rifiutati di prestare servizio nell’esercito israeliano. Essere comunisti ed obiettori di coscienza in Israele non è facile, continui insulti, vessazioni e limitazioni dei propri diritti (per esempio non possono accedere all’università pubblica se non prestano servizio militare). Ogni tentativo di opposizione interna viene subito messa a tacere e, in particolare a Tel Aviv, la normalizzazione passa anche da un aumento esponenziale dei costi della vita che costringe le fasce più povere a lasciare la città, tra queste in particolare la popolazione araba. La città di Tel Aviv, del resto, è una delle più costose al mondo, con il quartiere arabo Yaffa sempre più gentrificato e soggetto a speculazione abitativa.

GIORNO 2 – NAZARETH

Il secondo giorno insieme ad altri compagni che vengono dalla Germania, dall’Austria e dalla Danimarca arriviamo a Nazareth, ospitati dalla giovanile del Partito Popolare Palestinese (PPP), collegato al Maki. Il PPP è l’erede del Partito Comunista Palestinese, ma ha dovuto cambiare nome a seguito delle pressioni dell’Arabia Saudita che richiedevano di rinunciare al nome comunista. Pur avendo dovuto rinunciare al nome, gli ideali del marxismo-leninismo sono quelli alla base del PPP che infatti ci riceve nella sua sede a Nazareth con un enorme falce e martello dipinta sul muro. Ragazzi e ragazze dai 6 ai 25 anni ci accolgono con entusiasmo e partono canzoni internazionaliste (da Bella ciao, all’Internazionale) che ognuno intona nella sua lingua.

GIORNO 3 – NAZARETH, AKKO E HAIFA

Il terzo giorno viene dedicato a conoscere meglio una parte di quelli che vengono chiamati “i territori del 1948”. Con questo termine si indicano quei territori che vengono conquistati dalla componente ebraica della Palestina ai danni della componente araba con una dura guerra, chiamata dai palestinesi Nakba ossia “catastrofe”, che portò alla morte di circa 15.000 palestinesi e all’esodo di 711mila palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell’epoca, che fuggirono, emigrarono o furono obbligati a sgomberare durante il conflitto. Lo Stato palestinese dove prima vivevano pacificamente persone di tutte le religioni viene così sostituito dallo Stato di Israele, uno Stato di fede ebraica in cui i pochi arabi che rimangono a vivere vengono obbligati a prendere la cittadinanza israeliana (oggi, circa il 20% della popolazione è araba). Una decisione voluta ed appoggiata dall’Occidente, alla scadenza del mandato britannico, con la scusa di porre rimedio ai crimini della Shoah ma in realtà legata alla volontà di creare una base militare strategica in Medio Oriente. I compagni ci portano quindi a vedere dove si trovavano case e terre arabe, alcune delle quali sgombrate e abbandonate all’incuria, si mischiano storie delle loro famiglie e della loro cultura, ci raccontano di come si sentano profughi a casa loro e di come la battaglia per la libertà della Palestina non possa che essere legata anche al diritto di ritorno di tutti i Palestinesi profughi (se ne stimano più di 5 milioni).

GIORNO 4 – GERUSALEMME E BETLEMME

L’arrivo a Gerusalemme ci obbliga a superare il muro. Il muro è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele dal 2002 e che circonda la Cisgiordania e alcune città all’interno. Si estende su un tracciato di 730 km e consiste per tutta la sua lunghezza in un’alternanza di muro e porte elettroniche (check-point) controllati 24 ore su 24 dall’esercito israeliano. L’accesso e l’uscita dalla Cisgiordania sono così negati in modo arbitrale e la maggior parte dei palestinesi non può uscire. Un muro simile circonda anche Gaza, costruito dal 1994 dopo gli accordi di Oslo, ma la possibilità di uscire o entrare lì è praticamente impossibile. Per entrare a Gerusalemme invece i palestinesi devono avere un permesso speciale e tantissimi di loro, pur vivendo in Cisgiordania, non hanno mai potuta visitarla. L’obiettivo su Gerusalemme da parte di Israele è chiaro: espellere tutti gli arabi e renderla la capitale ebraica. Dopo la guerra del 1948, Gerusalemme venne divisa in due zone: Ovest, abitata principalmente da popolazione ebraica e controllata da Israele; Est, abitata principalmente da popolazione araba e controllata dalla Giordania. Gli arabi che vivevano nella zona Ovest dovettero fuggire; lo stesso avvenne agli ebrei che vivevano nella zona Est. L’unica zona orientale che Israele mantenne nei 19 anni del dominio giordano fu l’Università Ebraica di Gerusalemme, che costituì un’enclave e pertanto non viene considerato parte di Gerusalemme Est.  Nel 1967, in seguito alla guerra dei sei giorni, la Cisgiordania venne occupata da Israele; lo stesso accadde per Gerusalemme Est ed alcuni villaggi circostanti. Dopo averla occupata, Israele ha dato agli arabi di Gerusalemme Est non la cittadinanza israeliana, ma una residenza permanente. La differenza è legata al fatto che la cittadinanza non si può togliere, mentre la residenza sì. Inoltre, la residenza non è cedibile né tantomeno si trasmette automaticamente ai figli o ai coniugi non residenti. Essa può essere revocata a discrezione del ministero dell’Interno. Quindi, ogni tipo di scusa o pretesto viene utilizzato per togliere la residenza agli arabi che vivono a Gerusalemme e per espellerli forzatamente. Quotidianamente vengono approvati nuovi insediamenti israeliani nella zona di Gerusalemme Est e provocazioni di ogni tipo vengono fatte nelle zone religiose dei palestinesi.

Per andare da Gerusalemme a Betlemme e poi nel posto dove avremmo dormito quella notte, passiamo accanto ad una serie di insediamenti israeliani all’interno della Cisgiordania. Questi insediamenti sono strettamente sorvegliati e tendenzialmente abitati dalle persone più radicali di Israele. Ogni insediamento è stato dichiarato illegale dall’Onu e contrario ai trattati di Oslo, i quali sancivano la creazione di due Stati in prospettiva indipendenti e lo smantellamento di ogni insediamento israeliano. Tuttavia, ci spiegano che non solo non sono mai stati smantellati ma ne sono sempre in costruzione di nuovi, presi con la forza. Attualmente, tra l’altro, ne stanno costruendo a centinaia per accogliere i profughi ebrei ucraini che otterranno così gratuitamente la cittadinanza, la casa, il lavoro e la terra. Uno dei tanti modi che Israele usa per allargare i propri insediamenti dentro la Cisgiordania.

GIORNO 5 – HEBRON E FARKHA

Il quinto giorno visitiamo Hebron, la città che più di tutte in Cisgiordania ha insediamenti interni. La città di Hebron è considerata la città natale di Abramo, il padre di tutte e tre le religioni monoteiste, e quindi fortemente voluta dagli israeliani. Ad Hebron gli insediamenti sono costruiti sopra le case dei palestinesi; quindi, nello stesso palazzo al primo piano ci sono gli palestinesi e al secondo gli israeliani. In tutta la città vecchia le strade sono coperte da teli e reti che dividono i due piani perché, ci spiegano, dal secondo piano viene buttata spazzatura, tirati oggetti o addirittura sputi contro gli abitanti o negozi palestinesi del piano di sotto. Anche la scuola elementare che si trova all’interno è circondata da una rete di protezione perché i bambini arabi che vanno a scuola vengono spesso colpiti dal lancio di oggetti spesso sassi. A Hebron assistiamo a cosa significa un sistema di apartheid nella normale quotidianità delle persone: all’interno della città vecchia ci sono strade in cui i palestinesi non possono passare, checkpoint interni alla città, strade murate e una rete di protezione sopra le teste dei passanti messi in pericolo dal lancio di oggetti dei coloni sionisti: una gabbia. I controlli, le aggressioni, le sparatorie sono parte della vita di tutti i giorni a Hebron. Se un palestinese decide di attraversare una strada in cui non può andare, anche semplicemente perché è di strada per casa sua, viene sparato.
L’impatto con Hebron viene superato solo grazie al fatto che arriviamo in serata al paese di Farkha, dove si tiene da 27 anni un festival organizzato dal PPP e che ospita da 10 anni delegazioni di compagni internazionali. Al nostro arrivo veniamo accolti con canti di gioia, abbracci e festeggiamenti. Veniamo ospitati nelle loro case, con un’ospitalità degna di una famiglia del sud Italia. La solidarietà internazionale viene percepita come fondamentale e la nostra presenza lì il modo per mostrare a tutti ciò che significa vivere in Palestina.

GIORNO 6 – Bayt Dajan

Il Farkha festival inizia con la partecipazione ad una manifestazione in un territorio vicino, Bayt Dajan, in cui gli abitanti ogni settimana protestano contro un nuovo insediamento che sta venendo costruito in una valle. La manifestazione è pacifica ed attraversata da giovani e anziani. L’esercito israeliano è però schierato sia davanti a noi che ai lati e, dopo qualche coro innocuo, inizia a sparare. Vengono sparati pesanti lacrimogeni e mentre corriamo verso il pullman vengono colpiti i ragazzi palestinesi con dei proiettili di acciaio circondati da gomma. Proiettili che gli israeliani provano a spacciare per innocui, ma che sono illegali. Anche contro i giornalisti presenti vengono sparati dei colpi, dimostrando che la recente uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh non è stato un caso. Ci sono 4 feriti, tutti minorenni, che vengono accompagnati in ospedale. I compagni ci dicono che per loro quella è routine e che anzi è una delle manifestazioni più pacifiche perché la presenza di persone internazionali ha obbligato l’esercito a non esagerare. I ragazzi, dopo essere stati fasciati, ci raggiungono a Farkha con la voglia di festeggiare e dare inizio al Festival. Nella loro vita non c’è tempo per piangersi addosso, ma continuare a resistere è un dovere esistenziale.

GIORNO 7/12 – FARKHA FESTIVAL

Durante la seconda settimana in Palestina inizia ufficialmente il Farkha festival. L’organizzazione dell’evento prevede la mattina dei lavori di volontariato (costruire un muro, costruire un terrazzamento, pitturare una scuola e dare una mano in cucina), mentre nel pomeriggio ci sono lezioni ed incontri sulla questione palestinese (la questione delle donne, la proposta due Stati o uno Stato, la questione delle carceri, ecc). Vengono anche organizzati eventi culturali-politici con uno spettacolo teatrale sulla questione femminile o balli e teatro tipici palestinesi. La situazione di lavoro, confronto e crescita collettiva viene interrotta dalla notizia dei bombardamenti a Gaza. Il 5 agosto viene bombardato dall’esercito israeliano un edificio con l’obiettivo di colpire uno dei leader di Hamas. L’edificio è densamente abitato e l’esplosione provoca la morte

di 44 persone, tra cui 15 bambini, e altri 350 feriti. Questi bambini non hanno mai visto nessun altro posto a parte Gaza. La decisione del bombardamento, ci spiegano, è legata al fatto che tra poco ci saranno le elezioni in Israele e le elezioni si vincono anche mostrandosi più violenti verso i Palestinesi. Il festival si conclude con la dedica a Gaza.

GIORNO 13 – NABLUS

Finito il Festival facciamo un’ultima visita a Nablus, una delle due città più resistenti della Cisgiordania insieme a Jenin. Ci portano a visitare la casa dove due guerriglieri (di 16 anni) un mese prima sono stati uccisi in un raid dell’esercito israeliano. La casa è un groviglio di buchi di proiettili e di bombe. Il loro obiettivo, ossia Ibrahim Nabulsi anche detto “la Primula Rossa” il leader delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, era riuscito invece a fuggire. Verrà purtroppo trovato e ucciso un giorno dopo la nostra visita. Aveva solo 19 anni. All’uscita di Nablus, circondata anche essa da check-point, dei ragazzi danno fuoco a dei copertoni in segno di protesta dopo il bombardamento a Gaza. Sta ripartendo la resistenza, ci spiegano, anche a Jenin iniziano a scendere in piazza.

GIORNO 14 – ARIEL E RIENTRO

Per poter tornare a Tel Aviv dobbiamo prendere un pullman che parte dalla vicina città di Ariel. Ad Ariel c’è uno degli insediamenti israeliani più grande della Cisgiordania e al suo interno c’è anche un’Università. Scopriamo che il pullman è riservato solo ai coloni e ai turisti, i palestinesi non si possono neanche avvicinare alla fermata con la macchina. Le targhe delle auto, infatti, sono di colori diversi: gialle per i palestinesi e bianche per gli israeliani. Qualora si fossero fermati con l’auto alla fermata dell’autobus gli avrebbero sparato. Ci devono quindi accompagnare dall’altra parte della strada e con le lacrime agli occhi ci dicono di attraversare da soli. Allo stesso tempo una macchina israeliana lascia alla fermata una ragazza che deve prendere il bus senza nessun problema. L’apartheid si manifesta anche all’aeroporto di Tel Aviv da cui i palestinesi non posso viaggiare. Se ottengono un permesso speciale, possono viaggiare solo da altri paesi come, per esempio, la Giordania o l’Egitto, pagando ovviamente molto di più il viaggio.

La nostra esperienza in Palestina deve essere usata per portare al centro del dibattito pubblico la lotta palestinese, la quale non è solo una moda da seguire con qualche hashtag o post. È una questione centrale davanti alla quale siamo responsabili in prima persona, sia legittimando lo Stato di Israele, sia continuando a stringere accordi con le loro università e aziende. Una frase di Nelson Mandela era presente su molti muri: “sappiamo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”. Quindi, così come i comunisti si sono posti da sempre l’obiettivo di abbattere ogni regime, da quello nazista all’apartheid in Sudafrica, così siamo chiamati oggi a combattere ogni giorno contro il regime israeliano.

Nelle università, nel boicottaggio, nella solidarietà, nella lotta internazionalista, nessuna tregua finché la Palestina non sarà libera.

Affinità e divergenze tra il compagno Letta e Noi (Restiamo)

“Il problema dei flussi migratori in Italia sono i giovani che se ne vanno”. Enrico Letta, mentre si trova ancora al governo assieme al centrodestra e dopo anni che attua le stesse (se non peggiori) politiche securitarie e criminali sul tema dell’immigrazione, prova a differenziarsi dal suo competitor elettorale evocando il dramma dell’emigrazione giovanile.

Evidentemente il segretario del Partito Democratico (lo stesso partito democratico che in queste ore ha spinto un suo candidato a rinunciare al seggio perchè prima di entrare nel PD aveva fatto un timido tweet in solidarietà ai palestinesi), aspettava questa campagna elettorale per rendersi conto di quella che è la condizione endemica della nostra generazione: Spinta ad emigrare, da una realtà dove non esistono più prospettive al nord europa, per cercare quella che spesso è solo l’illusione di un miglioramento delle condizioni di vita.

Dietro all’ondata migratoria di giovani all’estero cui si riferisce il “compagno” Letta, vi è il drenaggio di risorse braccia e menti dai paesi PIIGS a i paesi core. Un drenaggio “costituente” del processo di costruzione del polo imperialista europeo, tramite le politiche di massacro sociale e devastazione del mercato del lavoro, che per decenni ha portato avanti in primis proprio il PD insieme a tutto l’arco politico istituzionale, con la collaborazione di CGIL, CISL e UIL, sotto l’egida dell’Unione Europea.

I paesi PIIGS sono stati i più colpiti dal martello della ristrutturazione macroregionale del mercato del lavoro, volto a far diventare l’UE “l’economia della conoscenza” più competitiva al mondo: il nuovo regime di accumulazione flessibile (basato su un mercato del lavoro sempre più fortemente competitivo e falsamente meritocratico) polarizzato tra pochi impieghi altamente qualificati ed una massa di lavoratori routiniani e di bassa manovalanza. Gli uni quanto gli altri privati di ogni sicurezza sociale con lo smantellamento del welfare state, e segnati da flessibilità e precarietà esistenziale.
Di pari passo con questa devastazione è andato il processo di integrazione europeo successivo al trattato di Maastricht, che ha portato ad una colonizzazione produttiva, all’aggancio e alla subordinazione alle filiere del valore tedesche ed europee.

Così si è creato questo drenaggio di risorse umane e materiali, spesso descritto come fuga di cervelli ma che in realtà è un furto di braccia e cervelli dalla periferia al centro del polo imperialista europeo. Questo triste stato di cose è stato mistificato sul piano ideologico per forgiare i settori giovanili al sentimento di appartenenza europeo in sostegno ai processi di nation building e di integrazione continentale, contrapponendo una virtuosa “generazione erasmus” o “generazione europea” ai giovani “choosy”, “mammoni” ecc.

Ma se a rendere la nostra generazione una “working poor generation”, privata di un lavoro decente quanto (di riflesso) dei rapporti sociali, è stata tutta la classe dirigente italiana con la complicità dei grandi sindacati confederali, l’esecutore materiale che più si è speso per renderci tale è stato il PD (compreso Letta) e tutto il centrosinistra. Oggi siamo davanti ad una insopportabile operazione di maquillage che per poco più di un mese ancora proverà a spacciarci centrosinistra e centrodestra come due schieramenti contrapposti, che in maniera ridicola fanno a gara a chi fà più promesse, proprio mentre stanno ancora insieme al governo per attuare l’agenda Draghi. Ovvero quel complesso pacchetto di riforme cui sono vincolati i finanziamenti europei del PNRR che ha già “apparecchiato” praticamente tutta la legislazione da qui al 2027: un pilota automatico potenziato dal recovery found che, inserito in un contesto internazionale incandescente ed in piena crisi sistemica, unito alle esigenze militari della NATO (che de facto è in guerra), all’aumento dei tassi d’interesse della BCE ed al tornare alla ribalta dei falchi dell’austerità europea, renderà impossibile adottare qualunque serio piano di riforme senza porre come condizione necessaria la rottura della gabbia dell’Unione Europea e dell’atlantismo. Ci si può dunque aspettare che chi vincerà le elezioni attuerà il contrario delle tante promesse che sentiamo in queste ore.

Mentre il PD si erge a paladino di un’europa dei popoli e dei migranti contro la destra razzista, bisogna ricordare il loro ruolo essenziale nella costruzione della “fortezza europa”: stringendo accordi con i tagliagole ed i signori della guerra libici al fine di creare lager per stoppare i migranti in Libia.

Una fortezza europa che prima crea essa stessa i flussi migratori, destabilizzando, generando guerre, sfruttando e tenendo nel sottosviluppo i paesi che considera della propria area di pertinenza: dal nord al centro africa, fino al medio oriente e l’europa orientale (notizia di questi giorni: la francia ha schierato per conto dell’UE la legione straniera in yemen per assicurare il gas all’europa). Poi respinge i migranti utilizzando Frontex (l’agenzia europea la cui importanza è cresciuta esponenzialmente quanto i suoi crimini sui migranti) ed esternalizzando la gestione dei flussi migratori a Marocco, Libia e Turchia: una politica criminale che ha causato decine di migliaia di morti e la strage di mellilla di pochi mesi fà, e che oggi è diventata ancor più respingente scegliendo di accogliere solo i migranti Ucraini a scapito di tutti gli altri.
Una politica che tra l’altro rischia di ritorcersi contro i progetti dell’UE perché la Turchia si sta rendendo sempre più un player autonomo dagli imperialismi occidentali (come testimoniano le minacce di usare la pressione migratoria per destabilizzare la Grecia nell’ottica di prendersi le isole dell’Egeo).

Di fronte alla drammatica condizione della nostra generazione otto anni fa a Bologna, dietro le barricate dell’occupazione abitativa di via Irnerio 13, abbiamo iniziato il nostro percorso di lotta, con una parola d’ordine chiara: Noi Restiamo. Una dichiarazione d’intenti in aperta contrapposizione al processo di emigrazione forzata imposto alla nostra generazione. Oggi ancora, più di un anno dopo il passaggio organizzativo a Cambiare Rotta, sappiamo bene chi è che ha rubato il futuro alle giovani generazioni a nord come a sud del mediterraneo. Figli della stessa rabbia dobbiamo organizzarci fianco a fianco dei giovani migranti e dei lavoratori stranieri

Consci di trovarci nell’occhio del ciclone di una crisi strutturale del modo di produzione capitalista inserita in un clima internazionale tesissimo e già passato alla guerra guerreggiata, l’unica soluzione è organizzarci per affermare i nostri interessi di classe e far pagare il conto ai nemici: primo tra tutti il PD, il partito oggi più guerrafondaio, più fedele all’”agenda Draghi”, il partito maggiormente responsabile della devastazione sociale che abbiamo di fronte e la parte nell’arco politico più importante della catena di comando del polo imperialista europeo e della NATO. Altro che unità della sinistra ed argine contro le destre, altro che “un partito di giovani” come vuole farci credere Letta: il PD è il primo nemico delle giovani generazioni e delle classi popolari. è tempo di rifiutare il gioco dell’oca della politica e sfidare il presente, cercando di costruire un’ipotesi politica alternativa che sappia muoversi fuori e contro il perimetro del “sistema Draghi”.

DALLA SICCITA’ AI NUBIFRAGI: DISASTRI DIVERSI, UN UNICO RESPONSABILE

Mentre tra fine giugno ed inizio luglio si parlava di razionamento dell’acqua, oggi gli intensi nubifragi spazzano via le strade di città e paesi in Campania, Sardegna, Sicilia e nel Lazio, ma già si prevede che il maltempo investirà anche ampie porzioni del Nord Italia. Come nel caso dell’anno scorso non si parla di semplici acquazzoni estivi: le strade diventano torrenti, le reti fognarie si intasano e saltano i tombini, si susseguono i blackout e, nel caso di Olbia, si sono bloccate le attività dell’aeroporto. Oltre alle piogge monsoniche, scariche di grandine grossa hanno investito diverse località, dall’Irpinia al Nuorese.

Lo scontro tra l’anticiclone africano che ha determinato la siccità diffusa fino a questo momento e le correnti nord-orientali sopraggiunte negli ultimi giorni sta dando luogo ad un alternarsi di anomalie metereologiche che sono solo uno specchio locale di quelle climatiche diffuse su più larga scala.

Infatti il riscaldamento globale non si limita a determinare un aumento delle temperature (con il caldo che arroventa le città e spolpa le campagne), ma provoca in generale un’estremizzazione dei fenomeni atmosferici (le zone secche si inaridiscono, quelle umide diventano ancora più piovose). Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che l’equilibrio climatico è frutto dell’interazione costante tra il sistema dell’atmosfera e quello degli oceani tramite la radiazione e l’evaporazione, dando vita a venti e correnti. Proprio oceani e mari, infatti, sono responsabili dell’assorbimento ai più del 90% del riscaldamento globale, fungendo da accumulatore di calore.

Non c’è da meravigliarsi quindi se il riscaldamento dell’acqua diventa percepibile anche dai bagnanti durante l’estate, mentre su scala macroscopica si assiste a fenomeni ben più gravi: il bacino Mediterraneo, nel quale siamo immersi, si riscalda attualmente il 20% più velocemente del resto del globo.

Recentemente abbiamo osservato che neanche i fiumi sono esenti da questa sorte, ed il loro progressivo prosciugarsi (in alcune regioni) e riscaldarsi ha determinato non pochi problemi nell’ambito di diverse tecniche di generazione energetica.
Assistiamo a conseguenze che si ripercuotono con sempre maggior forza non solo sui fragili equilibri degli ecosistemi, ma sull’ancora più precaria organizzazione della vita umana, dalle campagne alle città. Queste, in particolare, sono diventate con il progredire del consumo selvaggio di suolo delle vere e proprie trappole, appena adeguate alle condizioni di normale amministrazione e quindi assolutamente impreparate ad assorbire il contraccolpo di questi eventi che purtroppo saranno sempre più violenti ma sempre meno straordinari.

Il rapporto sul consumo di suolo pubblicato recentemente dall’ISPRA evidenzia che “I dati confermano l’avanzare di fenomeni quali la diffusione, la dispersione, la decentralizzazione urbana da un lato e, dall’altro, la densificazione di aree urbane, che causa la perdita di superfici naturali all’interno delle nostre città, superfici preziose per assicurare l’adattamento ai cambiamenti climatici in atto.” Insomma, la natura stessa che potrebbe aiutare a mitigare le conseguenze dei cambiamenti climatici viene devastata nel costante processo di adeguamento delle città alle esigenze del mercato. Viene infatti rilevato, nello stesso rapporto “un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali, unitamente alla criticità delle aree nell’intorno del sistema infrastrutturale, più frammentate e oggetto di interventi di artificializzazione a causa della loro maggiore
accessibilità e anche per la crescente pressione dovuta alla richiesta di spazi sempre più ampi per la logistica.”

Il pensiero va allora alle cosiddette “Green Logistic Valleys”, poli logistici e tecnologici che sorgerebbero nelle città industriali e commerciali più interessate dai piani di speculazione del capitale multinazionale (con tanto di regime fiscale agevolato, come è stato proposto per Genova, nell’area coinvolta dal crollo del Ponte Morandi). Delle intenzioni, queste, che di “verde” hanno solo il nome, e che sono piuttosto figlie dell’accelerazione del processo di integrazione del Nord Italia nella rete logistica europea.

Proprio a seguito dell’allentamento delle restrizioni al commercio dopo la fase iniziale della pandemia e del rinnovato slancio che questa ha donato al settore delle spedizioni, si prende atto che
“323 ettari nel 2021 sono stati destinati alla realizzazione di nuovi poli logistici,
prevalentemente nel Nord-Est (105 ettari) e nel Nord-Ovest (89 ettari).”
Agire ciecamente nell’interesse di pochi a scapito di tutti gli altri è stato quello che finora
hanno fatto i governi che si sono succeduti in Italia: sia nel sostenere sotto l’egida europea
che il sistema capitalistico possa essere riformabile in senso sostenibile per l’ambiente, sia
nella non volontà di arginare le conseguenze che i cambiamenti climatici hanno sui
territori.
Le risposte, dopo anni in cui gli eventi stagionali estremi si intensificano, continuano ad
essere decreti emergenziali, allerte rosse, stati di calamità e nomine di commissari ad hoc
per gestire situazioni che ormai si sono cronicizzate.
Sta a noi guardare in faccia la realtà di un problema sistemico ed organizzarci per
estirpare le radici di un modello che moltiplica la distruzione dell’unico pianeta che
abbiamo a disposizione.

Solidarietà a Cuba, contro il blocco economico statunitense!

La sera del 5 agosto una scarica elettrica ha colpito i giacimenti cubani di greggio nella base Supertanqueros Matanzas – nella parte occidentale del paese – , provocando un incendio di vaste dimensioni ed ora sotto controllo.

La tragedia ha avuto fin qui pesanti conseguenze in termini umani e materiali.

Almeno una persona sarebbe morta, 14 sarebbero ancora disperse, circa 130 i feriti, di cui una ventina ricoverati e più di una decina in terapia intensiva, e circa 5000 sono state evacuate.

Il 40% della capacità di stoccaggio di carburante dell’Isola è andata perduta.

Le autorità cubane ed i vari corpi dello Stato preposti alla gestione di questo tipo di emergenza – in primis i vigili del fuoco – si sono mossi con celerità insieme a personale giunto dal Messico e dal Venezuela, ed in 5 giorni hanno domato l’incendio, mentre le organizzazioni dei lavoratori che operano nelle infrastrutture pubbliche critiche (carburanti, elettricità ed acqua) hanno impedito che le conseguenze dell’incendio fossero maggiormente impattanti per tutta la popolazione dell’Isola.

La solidarietà continentale ha visto mobilitarsi anche Bolivia, Nicaragua ed Argentina, segno tangibile dello sviluppo dei paesi dell’America Latina di una cooperazione sempre più intensa anche in momenti drammatici come questo.

In questo senso la generosità dimostrata dal personale medico cubano durante la pandemia è stata in parte “ripagata”.

Anche in Italia la rete di solidarietà con Cuba si è subito attivata per le necessità primarie dovute a questa situazione aggravata dal bloqueo.

L’Isola, infatti, è strangolata da un blocco economico che la precedente amministrazione Trump ha inasprito con ben 243 “nuove” sanzioni, mantenute dall’attuale amministrazione Biden, nonostante numerose ed influenti voci si siano alzate contro questa forma di guerra ibrida contro Cuba all’interno degli Stati Uniti stessi.

Se anche questa volta il governo socialista cubano a cominciare dalla massima autorità del Comitato Centrale del Partito Comunista Cubano Presidente, e Presidente della Repubblica, Díaz-Canel, hanno dimostrato la prontezza necessaria, la mobilitazione popolare ha impedito il peggio e la solidarietà concreta si è fatta sentire – in particolare da Paesi con cui Cuba intrattiene sempre più stretti legami come Messico e Venezuela – , il Blocco economico si dimostra un ostacolo oggettivo nella gestione della vita quotidiana come delle emergenze, per la mancanza di una serie di prodotti di prima necessità.

Come Rete dei Comunisti; Cambiare Rotta – Organizzazione Comunista Giovanile; e OpposizioneStudentesca d’Alternativa (OSA) ci batteremo affinché venga tolto l’infame blocco economico, cessino i tentativi di destabilizzazione messi in atto dalla Mafia di Miami, e venga riconosciuto il contributo di solidarietà internazionalista che ha caratterizzato Cuba, e di cui anche il nostro paese ha grandemente beneficiato.

Rete Dei Comunisti

Cambiare Rotta – Organizzazione Comunista giovanile

Opposizione Studentesca d’Alternativa (OSA)

Solidaridad con Cuba, contra el bloqueo económico de EE.UU.!

En la noche del 5 de agosto, una descarga eléctrica golpeó los campos de crudo cubanos en la base Supertanqueros Matanzas -en el occidente del país-, provocando un gran incendio ya controlado.
La tragedia ha tenido hasta ahora graves consecuencias en términos humanos y materiales.
Al menos una persona habría muerto, 14 seguirían desaparecidas, unos 130 heridos, de los cuales una veintena fueron hospitalizados y más de una decena en cuidados intensivos, y unos 5.000 fueron evacuados.
Se ha perdido el 40% de la capacidad de almacenamiento de combustible de la isla.

Las autoridades cubanas y los distintos organismos estatales encargados de manejar este tipo de emergencias -en primer lugar los bomberos- se movilizaron rápidamente junto con personal de México y Venezuela, y en cinco días sofocaron el fuego, mientras las organizaciones obreras operaban en condiciones críticas. infraestructuras públicas (combustible, electricidad y agua) impidieron que las consecuencias del incendio tuvieran un mayor impacto en toda la población de la isla.

La solidaridad continental ha visto también la movilización de Bolivia, Nicaragua y Argentina, signo tangible del desarrollo de los países latinoamericanos de una cooperación cada vez más intensa aún en momentos dramáticos como este.
En ese sentido, la generosidad mostrada por el personal médico cubano durante la pandemia fue en parte “premiada”.
También en Italia se activó de inmediato la red de solidaridad con Cuba para las necesidades primarias por esta situación agravada por el bloqueo.

La isla, de hecho, se encuentra estrangulada por un bloqueo económico que la anterior administración Trump ha recrudecido con hasta 243 “nuevas” sanciones, mantenidas por la actual administración Biden, a pesar de que numerosas e influyentes voces se han alzado contra esta forma de guerra híbrida. contra Cuba, dentro de los propios Estados Unidos.
Si una vez más el gobierno socialista cubano, comenzando por la máxima autoridad del Comité Central del Partido Comunista de Cuba, el Presidente y Presidente de la República, Díaz-Canel, ha mostrado la necesaria prontitud, la movilización popular ha impedido lo peor y la solidaridad concreta ha hecho sentir -en particular por países con los que Cuba tiene vínculos cada vez más estrechos como México y Venezuela-, el bloqueo económico resulta ser un obstáculo objetivo en el manejo de la vida cotidiana así como de las emergencias, por la falta de una serie de necesidades básicas.
Como Red Comunista; Cambio de Rumbo – Organización de la Juventud Comunista; y la Oposiciòn Estudiantil Alternativa (OSA) lucharemos por levantar el infame bloqueo económico, detener los intentos de desestabilización implementados por la mafia de Miami y reconocer el aporte de solidaridad internacionalista que ha caracterizado a Cuba, y del cual también nuestro país se ha beneficiado enormemente.

Red Comunista
Cambiar de rumbo – Organización de la Juventud Comunista
Oposiciòn Alternativa Estudiantil (OSA)

USCIRE DAL GIOCO DELL’OCA, SFIDARE IL PRESENTE, CONQUISTARE IL FUTURO. LETTERA APERTA ALLE ORGANIZZAZIONI GIOVANILI E STUDENTESCHE DELLA SINISTRA RADICALE

Direttamente al governo o a fare un’”opposizione costruttiva”, insieme al PD ovunque o solo sui territori, insieme in coalizione da subito o dopo le elezioni, insieme solo a certe condizioni, anzi insieme a qualsiasi condizione altrimenti poi vincono le destre, con cui poi comunque si governa assieme, e così all’infinito. Se decidi di stare nel gioco dell’oca della politica non importa cosa fai o cosa dici: o ribalti il tavolo o, da una strada come da un’altra, finirai sempre nelle braccia del Partito Democratico.

La sinistra in Italia sceglie sempre e comunque di non ribaltare il tavolo, al massimo si prende ogni tanto una breve vacanza di apparente indipendenza dal PD e in un secondo momento gli porta in dono le forze accumulate, poche o tante che siano. La scelta ricade sempre sul ricercare alleanze con il ceto politico piuttosto che costruire ponti con i settori popolari e le nuove generazioni senza prospettive, un “settarismo politicante” che ha come effetto la spoliticizzazione e l’astensionismo, forse il più grande regalo per chi ritiene ormai anche la democrazia parlamentare (un tempo detta “borghese”) un ostacolo ai propri piani.

Eppure, stavolta, il passaggio elettorale si inserisce in un cambio di fase storico e per questo riteniamo che, come organizzazioni giovanili e studentesche della sinistra radicale e comunista, sia importante aprire un dibattito serio e franco su come incidere nell’agenda politica di questo paese. La crisi pandemica e il crollo della favola dell’austerità espansiva, la fine del mito dell’esportazione della democrazia con la fuga dall’Afghanistan, la guerra in Ucraina e il passaggio a un mondo multipolare, la crisi ecologica e climatica, la svolta autoritaria e antidemocratica nel nostro paese, sono tutti temi che ci costringono a ragionare sulle nostre responsabilità storiche, verso e soprattutto oltre le elezioni.

La prima responsabilità storica crediamo sia quella di abbandonare le sempre più sterili lenti dell’elettoralismo e a guardare oltre la girandola impazzita di accordi e alleanze che cambiano di ora in ora, rifiutando la fallimentare coazione a ripetere di certa sinistra da trent’anni a questa parte.

In questo gioco dell’oca, gli stessi partiti che fino a ieri governavano uniti e felici sotto la guida di Mario Draghi ora possono tornare alla casella iniziale e riscoprire identità inconciliabili riproponendo una contrapposizione tra “centro-destra” e “centro-sinistra” che nemmeno nella propaganda elettorale, totalmente inesistente nei contenuti, riescono più a rendere credibile. E infatti hanno governato insieme senza che emergessero mai differenze sostanziali. Almeno fino a quando non si è avvicinata la scadenza elettorale e alcuni- soprattutto le opzioni “populiste” di Salvini e del Movimento 5 Stelle normalizzate dal governo Draghi – hanno fatto saltare il banco, trovandosi a fare i conti con una credibilità verso il proprio elettorato colata ormai a picco.

C’è quindi chi cerca di rifarsi una verginità politica fuori tempo massimo e chi come il Partito Democratico, invece, non ha proprio più nulla da nascondere, anzi: chiama all’unità, all’argine contro le destre (come se dopo diversi governi insieme ancora ci credesse qualcuno) per salvaguardare niente di meno che la continuità dell’agenda Draghi! Quindi invio di armi e partecipazione attiva all’escalation della guerra in Ucraina, ritorno al carbone, trivelle e tutta quanta la falsa transizione ecologica (già smentita pure nei suoi mistificanti presupposti iniziali) e PNRR, cioè il pilota automatico dell’Unione Europea a suon di condizionalità – e quindi privatizzazioni e tagli a salari e stato sociale – in perfetta continuità con le politiche antipopolari (i “compiti a casa” richiesti dai mercati finanziari) a cui assistiamo dai tempi del governo Monti e rispetto alle quali proprio il PD si è sempre fatto alfiere e garante. Senza parlare della continuità di fondo tra la gestione del sistema di accoglienza da parte del Partito Democratico e delle destre: i lager libici, i respingimenti in mare e l’attacco all’attività delle ONG, in fondo, sono aberrazioni prodotte da Minniti e continuate sotto i riflettori e, tra un rutto e l’altro, da Salvini.

Sotto la confusione, insomma, nessuna proposta alternativa, ma vari schieramenti che si candidano a gestire un oceano di crisi con le stesse ricette avventuriste e fallimentari che le hanno provocate e che nessuno può e vuole mettere in discussione perchè rappresentano di fatto tutti gli stessi interessi materiali nella società, quelli delle imprese private e del mercato finanziario.

Anche chi si era chiamato formalmente fuori dall’ammucchiata per Draghi, da una parte e dell’altra, si è già inserito nei giochi di liste e coalizioni senza colpo ferire, tradendo l’inconsistenza, se non la malafede, del proprio progetto politico che veniva invece sbandierato come indipendente e alternativo.

Una velleità che si scioglie come neve al sole già solo nel momento in cui è possibile anche solo contemplare un’alleanza con il PD, rimandando e ostacolando ogni possibilità di affermazione di un polo alternativo alle leggi liberticide e antipopolari.

Ma la cosa se vogliamo ancora più grave è la strumentalizzazione, attraverso false promesse e carrierismo, dei tanti giovani che si affacciano genuinamente per la prima volta alla politica con valori, ideali e disponibilità a mettersi in gioco per cambiare lo stato di cose attuali e finiscono per essere sussunti o bruciando nella delusione.

È una storia già vista, ma stavolta non c’è illusione o tatticismo di sorta che tenga. In passato quello del rapporto con il PCI (e la CGIL) – che nel bene e nel male obiettivamente rappresentava ed esercitava la propria egemonia sulle classi lavoratrici – era un dibattito obbligato, indipendentemente dalla risposta che ne seguiva.

Ad essere molto generosi, pure la miopia strategica, che per trent’anni ha portato molti a continuare a vedere nelle sue mutazioni successive (PDS, DS, ecc…) un possibile interlocutore, poteva trovare giustificazione nell’illusione tutta tatticista (sistematicamente disattesa e con costi salatissimi in termini di credibilità politica) di strappare spazi di mediazione e lotta intestina a sinistra.

Oggi non è più così, non perché sia cambiato il PD – sono le stesse classi dirigenti che dipingendosi da sinistra hanno scientificamente e da subito rappresentato fin dal ’91 gli interessi di multinazionali e mercati finanziari  – ma perché è cambiata la fase storica, portando i caratteri guerrafondai e antipopolari di quel partito definitivamente allo scoperto (e rimane “curioso”, comunque, non averli notati prima) e venendo meno, con l’esplodere di una crisi che è sistemica, ogni minimo possibile spazio di mediazione tra gli interessi delle classi dominanti e quelli di tutti gli altri settori sociali, ceto medio e piccola borghesia compresi.

L’abbiamo visto bene con la verticalizzazione politica e la torsione autoritaria sul “normale” funzionamento delle istituzioni democratiche impresse dal governo Draghi, da come è avvenuta l’elezione di Mattarella alla continua mortificazione di un parlamento di fatto commissariato, vedi tra tutte le dichiarazioni a questo proposito di Draghi rispetto all’invio delle armi in cui si lamentava che l’esecutivo fosse “ostaggio” del Parlamento.

Se è chiaro quindi cos’è il PD, e non potrebbe essere altrimenti – e se non si è scelto, e molti l’hanno fatto da tempo, di schierarsi apertamente con le fila del principale nemico dei giovani e delle classi popolari – viene da chiedersi come sia possibile consegnarsi alla totale subalternità a questo partito e allo stesso tempo pensare di esercitare una funzione progressista nella società.

Come sia possibile pensare di affrontare le sfide a cui è chiamata la nostra generazione, dalla scuola al lavoro, dall’ambiente ai diritti civili e sociali, affianco al partito della guerra, della distruzione dei diritti sul lavoro (e che in queste ore chiede candidati a Confindustria), del massacro dei migranti di cui si vanta in faccia addirittura a Salvini, della TAV e la falsa transizione ecologica, della scuola e università-aziende, della repressione, dell’autonomia differenziata e del sostegno a Israele, che alimenta proprio le destre umiliando nei fatti le categorie già più penalizzate a cominciare da donne, giovani e migranti… E potremmo andare avanti per ore.

Viene da chiedersi insomma quali sono le ragioni che hanno portato e portano sistematicamente, anche quando ci si riserva un’indipendenza di facciata, a non fare i conti una volta per tutte con la necessità storica di un’ipotesi strategica che sappia muoversi fuori e contro il perimetro del “sistema Draghi”, ponendosi alla testa e organizzando la rabbia della nostra generazione, tradita in ogni sua promessa e prospettiva.

Mai come oggi i due lati della barricata sono stati così chiari: o dentro o fuori il loro gioco dell’oca. O ci si consegna al nemico o ci si rimbocca le maniche, organizzandosi, sedimentando le forze, ben piantati nelle lotte, dalle scuole alle università ai quartieri ai posti di lavoro, per la costruzione di un movimento politico e sociale indipendente e di rottura con il quadro politico attuale, che, seguendo l’esempio della Colombia e dell’America Latina così come dell’anomalia francese, sappia anche nel nostro paese raccogliere l’esigenza di slancio rivoluzionario per cambiare tutto.

Ci rivolgiamo a tutte quelle organizzazioni giovanili della sinistra radicale per aprire un percorso di confronto su come irrompere nell’agenda politica di questo paese con la lotta e la mobilitazione contro le macerie e la desolazione del presente, è un dovere storico che sentiamo sulla nostra pelle e che dobbiamo a Giuseppe, Lorenzo, Luana… a tutti e tutte i nostri fratelli e sorelle che sono stati uccisi o indotti a uccidersi da un sistema contro cui non abbiamo niente da perdere se non le nostre catene.

Mai più Hiroshima mai più Nagasaki, no al nucleare!

77 ANNI DA HIROSHIMA E NAGASAKI (6-9 agosto 1945)

“Brighter than a thousand suns”: splendente più di mille soli. Così è stata in più occasioni definita l’esplosione della prima bomba atomica.

Il 6 agosto 1945, alle ore 9.15, il calore e l’onda d’urto sprigionati da “Little Boy” rasero al suolo la città Giapponese di Hiroshima uccidendo oltre 70’000 civili.

Gli Stati Uniti avevano appena colto al balzo l’occasione per testare sul campo uno degli armamenti a cui gli scienziati di Los Alamos lavoravano da 5 anni: una bomba all’uranio arricchito.

Solo tre giorni dopo, a Nagasaki, lo sganciamento della bomba al plutonio “Fat man” provocò la morte di altre 40’000 persone ed il mondo intero toccò con mano il potenziale distruttivo di cui solo gli USA, a quel tempo, disponevano.

Da quel momento in poi, la corsa agli armamenti nucleari ha coinvolto in ordine tutti i principali attori internazionali: dall’Unione Sovietica, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Cina, per arrivare più recentemente ad Israele, Corea del Nord, India, e Pakistan. Questo “oligopolio” della minaccia atomica ha condotto ad uno stato di equilibrio tra potenze, che a seguito del crollo dell’Unione Sovietica è divenuto tanto più precario quanto più il multipolarismo ha iniziato ad esprimersi anche sotto forma di “indipendenza atomica” degli attori regionali emergenti.

Infatti l’illusione che gli arsenali nucleari (che non si limitano alla famigerata bomba ad idrogeno!) avessero l’unico scopo di rappresentare un deterrente alla Terza Guerra Mondiale durante la Guerra Fredda è stato sfatato, dal momento che il processo di disarmo è durato appena una decina d’anni.

Negli ultimi vent’anni, con l’inasprirsi delle tensioni internazionali, si sono trovati i modi di aggirare i trattati di non-proliferazione (come la scusa dell’ammodernamento degli arsenali) o semplicemente si sono compiuti passi indietro nell’applicazione di queste legislazioni.

Non parliamo di deterrenti quindi, ma armi pronte all’uso proprio come lo furono nel 1945. Lo testimonia d’altra parte lo sviluppo di testate nucleari di piccola potenza già da una decina d’anni, in parallelo all’ampliamento delle circostanze in cui sarà possibile utilizzarle[1]. Di fatto si assuefa l’opinione pubblica all’impiego localizzato (quindi percepito come meno dannoso nonostante la maggiore diffusione) di questi armamenti: un fatto che ha contribuito sicuramente a disinnescare il senso di allarme che nel secolo scorso aveva partorito i maggiori movimenti per la pace ed il disarmo.

Come comunisti siamo portati a domandarci quale sia il contesto storico e socio-economico che ha determinato lo sviluppo di quest’applicazione delle ricerche di Fisica Nucleare.

A questo proposito, l’articolo di Angelo Baracca[2] pubblicato in occasione dei 75 anni dal “Trinity Test” (primo test nucleare nel deserto di Alamogordo, il 16 luglio 1945) è molto chiarificante circa le circostanze del passaggio da quella che viene giustamente definita legittima curiosità scientifica all’uso militare.

La chiave di lettura proposta passa infatti per l’analisi dell’orientamento dei finanziamenti alla ricerca: in un contesto post-Grande Depressione, in cui Università e Ricerca negli Stati Uniti erano investite da pesanti tagli, i finanziamenti furono mirati solamente a quei settori ritenuti cruciali per il superamento della crisi. Invalse così definitivamente in ambito scientifico il costume di ricercare, nel proprio ambito di studi, quelle applicazioni che potessero far sì che il proprio lavoro si conformasse alle esigenze del mercato (e dunque fosse più facilmente finanziabile).

La scelta era tra continuare a fare ricerca ingoiando qualche rospo o rimanere senza finanziamenti.

Nell’ambito della Fisica Nucleare (nonostante le prime applicazioni proposte fossero mediche) l’attenzione ricadde presto sulle potenzialità racchiuse dall’enorme energia sprigionata dal nucleo atomico. Come sappiamo, l’industria bellica e la (cosiddetta) difesa hanno da sempre rappresentato uno dei volani dell’economia nel capitalismo, spinte da una parte dalla necessità di espansione imperialistica e dall’altra dalla loro capacità di tamponare le crisi occupazionali e favorire l’immissione di fondi pubblici nell’economia di mercato mettendo contemporaneamente in moto ricerca, industria e personale militare.

L’allarme che i nazisti potessero a loro volta fabbricare un ordigno nucleare fece il resto: il “Progetto Manhattan” per lo sviluppo della bomba atomica negli USA prese forma e continuò ad oltranza anche quando fu chiaro, nel 1944, che la Germania non sarebbe riuscita nel suo intento.

Consideriamo queste considerazioni fondamentali, perché indicano come circostanze storiche favorevoli si siano impiantate su un sostrato di spregiudicatezza figlio di una visione tecnicistica e opportunista della ricerca scientifica che ha comportato una leggerezza inaudita rispetto alla gravità delle tecniche messe a punto.

Non a caso proprio il primo resoconto ad opera del giornalista austriaco Robert Jungk sui piani atomici tedesco e statunitense (appunto “Brighter than a thousand suns”) è stato tradotto poi nella sua versione italiana come “Gli apprendisti stregoni”. Si fa in questo caso riferimento agli scienziati come evocatori di forze che non sono in grado di controllare. Siamo invece più interessati all’accezione originaria di quest’espressione, che si riferisce al Capitale stesso come apprendista stregone: il disinteresse per le applicazioni di una scoperta non nasce dal semplice fanatismo, ma è figlio di un sistema economico fondato sulla competizione (quando serve anche militare) volta alla ricerca di sempre maggiori spazi di valorizzazione dei capitali. È questa la dinamica che risulta, una volta innescata, pericolosamente incontrollabile; ed in questa fase di escalation militare e diffusione generalizzata dei conflitti appare più che mai evidente.

Questo ci spinge a portare avanti una battaglia anche sul fronte ambientale che guardi al modo di produzione ed alle priorità che questo si pone (e che dunque impone a tutti gli ambiti della produzione materiale ed intellettuale).

Nell’affrontare il rinnovato inserimento dell’energia nucleare nel dibattito pubblico abbiamo ritenuto impossibile prescindere dalle sue applicazioni militari, perché vorrebbe dire svincolare una tecnologia dal contesto storico e sociale in cui è stata messa a punto e quello in cui continua ad essere utilizzata. Il plutonio della “pila atomica” di Fermi (una bomba, al contrario di quanto suggerisca il nome) è lo stesso che a distanza di 80 anni arma le testate che tengono oggi sotto scacco un mondo in piena fase di riarmo. Oggi il leitmotiv è l’indipendenza energetica, ma le imprese di nuclearizzazione titaniche portate avanti nel secolo scorso da alcuni Paesi non sarebbero state possibili se non guidate da un interesse di “sicurezza nazionale”.

A 77 anni dai più grandi stermini simultanei della storia militare facciamo i conti con uno stato di cose che vira sempre più verso la catastrofe. Siamo figli del “Doomsday clock” ideato nel 1947 ma che dal 2020 segna 1 minuto e 40 alla mezzanotte, immersi in una condizione di futuro precario che non coinvolge solo la sfera lavorativa ma in totale quella esistenziale.

Eppure non vogliamo arrenderci a questi scenari, ma capire questo contesto col fine di agire per modificarlo. Abbiamo visto un esempio di come il capitalismo pieghi anche le Scienze Naturali alla logica del profitto e abbiamo spiegato in altre occasioni come le usi per appropriarsi della Natura stessa. Un cambiamento rivoluzionario della società quindi non potrà prescindere dalla presa d’atto che costruire un nuovo rapporto uomo-scienza-natura sarà prioritario, affinché il progresso non sia più un mito per pochi ed un incubo per molti, ma la realtà per tutta l’umanità.


Su la testa! Contro schiavitù e precarietà organizziamo la nostra rabbia

Su la testa! Contro schiavitù e precarietà organizziamo la nostra rabbia: 6 agosto manifestazione nazionale a Forte dei Marmi.

Il 6 agosto saremo con tutta la rabbia che abbiamo al fianco di Slang USB per la manifestazione nazionale a Forte dei Marmi (LU) del 6 agosto contro lo sfruttamento stagionale, la precarietà e il lavoro nero, in nome di quelle tutele sociali basilari che sempre più vengono “tagliate” in nome del profitto e del guadagno.


Ci saremo perché direttamente coinvolti in quanto parte di una generazione che è nata e vissuta nella dimensione della crisi: economica, sociale, ecologica, culturale. La generazione “working poor”, del lavoro povero e deregolamentato, atomizzata e privata di una qualunque prospettiva esistenziale. Una generazione “precarizzata” tanto nel lavoro quanto, di riflesso, nei rapporti sociali e ormai intrappolata in una specie di limbo.

Una “nuova” (l’ennesima!) crisi però si staglia all’orizzonte. Non una crisi come le altre, ma che le altre ingloba, mostrando nitidamente il suo carattere sistemico e strutturale. Investe buona parte delle economie dei paesi occidentali e delle loro classi dirigenti, assumendo nei rapporti inter-imperialistici i contorni di una guerra guerreggiata mentre si sfiora l’orlo dell’infarto ecologico del pianeta, causato da un modo di produzione semplicemente insostenibile. Come il passato più e meno recente ci insegna, il comando capitalistico, e per ciò che ci riguarda quello incarnato dall’Unione Europea, sa rispondere alle crisi scaricando i costi della ristrutturazione sulle classi subalterne ed in particolare sulla loro componente giovanile o, nei casi più tragici, con la guerra.

Dati alla mano infatti, oggi in Italia più di una persona su dieci vive in condizione di povertà anche se lavora, condizione che tra i giovani si inasprisce arrivando ad un lavoratore su sei, cui poi vanno aggiunti circa 2 milioni e mezzo di disoccupati (8,4%) e 1 milione e mezzo di persone che hanno ormai smesso di cercare un lavoro.

Vale la pena osservare il contesto in cui ci troviamo inserendolo in un lasso di tempo più ampio, compreso almeno nell’ultimo ventennio, per individuare chiaramente la matrice politica ed ideologica che ci costringe in una simile condizione. Così, ad esempio, scopriamo da uno studio di economia politica e sociale pubblicato nel 2012 che il fenomeno del lavoro povero nel nostro paese ha origini lontane, rintracciabili all’indomani dell’entrata in vigore della legge Biagi, e che esso è estremamente legato alla deregolamentazione e flessibilizzazione del mercato del lavoro. Secondo l’autore Vincenzo Carrieri, già nel periodo 2004-2008, e cioè prima della crisi dei mutui e dei debiti sovrani, il lavoro povero si attestava ben oltre i 12 punti percentuali, coinvolgendo soprattutto donne, migranti e giovani generazioni. Nel 2021 è addirittura una ricostruzione statistica del ministero del Lavoro a delineare la consistenza del fenomeno all’11,8 %, salendo nel caso del lavoro part time al 22%, che individua le cause dell’aumento della povertà lavorativa degli ultimi 15 anni proprio nella aumentata instabilità delle carriere e nell’esplosione del tempo parziale “involontario”, determinate dalla debolezza della struttura economica italiana ma anche da cambiamenti strutturali, come un aumento del peso dei servizi. Il tutto all’interno di una cornice di stagnazione trentennale dei salari inversamente proporzionale all’aumento del costo della vita.


Una deregolamentazione e flessibilizzazione, si è detto, in netta correlazione con gli alti livelli di disoccupazione che oscillano da un minimo del 6,9% del 2007 a un massimo di 12,6% del 2013, per poi assestarsi tra il 9,6 e il 10% nel periodo pre-pandemico e pandemico.

In altre parole le cause di questa condizione vanno rintracciate tutte nella catena di comando che, da Bruxelles ai vari governi nazionali (senza sostanziali differenze fra destra e finta sinistra), ha implementato politiche economiche neoliberiste e di austerità finanziaria, determinando, inoltre, una nuova divisione continentale del lavoro che si traduce in una grossa frattura fra economie guida dell’Unione e quelle periferiche, a loro volta differentemente collocate nelle catene globali del valore.

Da questo punto di vista, quindi, risulta obsoleta qualsiasi velleità di gestione “progressista” della crisi nella più generale ristrutturazione del sistema. Ci appare chiara la funzione che hanno assunto i partiti europeisti che da destra e da sinistra hanno guidato questo processo, così come il ruolo giocato dai vari governi di unità nazionale, da Amato a Monti, fino a quello dei “migliori”, sempre coadiuvati dai tre sindacati confederali.

Ma non basta il dato strutturale delle condizioni materiali a rendere drammatici gli scenari, va tenuto ben presente anche il segno sovrastrutturale ed ideologico che ci incatena a questa condizione. Quello che mette in campo a tamburo battente il mantra dei giovani “mammoni e scansafatiche”, che non trovano lavoro perché poco inclini alla gavetta o adagiati sugli allori dell’assistenzialismo da fame del reddito di cittadinanza. Una propaganda indecorosa, che fa cadere sulle spalle dei giovani (e meno giovani) lavoratori le cause della crisi strutturale che stiamo vivendo e alimenta le logiche di dominio di classe fondate su quello che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva. Ma soprattutto, questo tipo di narrazione tiene ben lontana qualsiasi prospettiva di presa di coscienza politica dei subalterni.

Ci viene chiesto di accettare a testa bassa come unica prospettiva quella dello sfruttamento e della precarietà, in un mondo del lavoro che continua a mietere feriti e vittime. Siamo già arrivati a 500 in questa prima metà del 2022, l’ultimo si chiamava Filippo, morto mentre lavorava in un cantiere forestale a Santu Lussurgiu dove era impegnato al taglio del sughero. Un ragazzo di 18 anni che come tanti suoi coetanei nei momenti di interruzione didattica cercava occupazioni precarie e stagionali. Sempre pochi giorni fa all’interno della Piaggio di Pontedera è rimasta ferita una giovane lavoratrice precaria- tanto per ricordare che le condizioni di precarietà e di insicurezza attanagliano anche i settori di punta del capitalismo nostrano- proprio in quella Toscana “progressista” dove perse la vita lo scorso anno Luana d’Orazio, operaia di ventitre anni uccisa per accrescere il profitto a costo delle misure di sicurezza.

Come organizzazione giovanile comunista non possiamo far altro, allora, che essere al fianco di chi, come i lavoratori stagionali di SLANG-USB, si organizza dentro e fuori i posti di lavoro, per inceppare nella loro essenza materiale gli ingranaggi di un modo di produzione che ci impoverisce e ci ammazza di lavoro; che ci impone subalternità al “volere” dei mercati e delle logiche di competizione internazionale; che, facendo leva sulla scusa della instabilità e delle carenze di una parte della classe dirigente occidentale, inserisce il pilota automatico, volto alla riproposizione di strategie di politica economica disastrose per le classi subalterne e per l’intera biosfera.

Ai nostri posti ci troverete, pronti e determinati a spezzare la catena di comando dell’Unione Europea.

A SCUOLA DI TAV? NOI STUDENTI E GIOVANI NON SAREMO STRUMENTI PER LA DEVASTAZIONE AMBIENTALE!

Non ci stiamo! 

Verso il Festival No Tav Alta Felicità, 29/07-31/07, Venaus! 

Verso l’iniziativa allo Spazio Autogestito, domenica 31/07 ore 15.00, “CRISI AMBIENTALE E RITORNO AL NUCLEARE: FUORI DAL BINARIO MORTO DEL CAPITALISMO”

Il 22 Luglio si è tenuto a Torino un nuovo incontro dell’Osservatorio sulla TAV Torino-Lione. Da questa seduta e dal tavolo tra l’assessore regionale ai Trasporti e Infrastrutture Marco Gabusi e l’assessore al Lavoro e Formazione Professionale Elena Chiorino sono state delineate le linee guida dell’accordo “Una Rete per la Valle di Susa”, tra Telt, Regione Piemonte e l’Agenzia Piemonte Lavoro. 

L’obbiettivo dell’accordo è quello di declinare tutte le tipologie di percorsi educativi (Scuole superiori professionali, università e ITS Academy), all’esigenza di manodopera professionale richiesta da TELT per la continuazione dei lavori dell’Alta Velocità Torino-Lione dal 2023 in avanti. Sul modello del versante francese dei lavori, dove le figure professionali nonché la manodopera locale rappresenta circa il 60% dei lavoratori, la richiesta di TELT è quella di prelevare dal mondo della formazione locale le figure professionali che potranno essere impiegate per i lavori del progetto, in modo da sopperire alle difficoltà che le aziende del tav hanno relativamente agli alti costi di spostamento dei lavoratori. Ciò di cui ha bisogno TELT per continuare i lavori dal 2023 è chiaro: servono mille lavoratori da impiegare in Val Susa e vanno presi dal territorio piemontese. Esigenze che si sposano perfettamente con il tentativo di rilancio dell’intera regione Piemonte: trasformazione di Torino e della Valle in un grande snodo logistico (oltre alla funzione militare europea della Tav che già più volte abbiamo denunciato), integrazione tra istituiti scolastici e tessuto produttivo, a discapito della formazione dei giovani. L’accordo uscito dall’Osservatorio prevede “opportunità lavorative” per le figure “più fragili”, disoccupati e precari, ma il grosso dell’affluenza di manodopera dovrà venire dalle scuole, dagli istituti tecnici professionali e dalle università, necessità che permette alla Regione un’ulteriore sperimentazione degli Academy di filiera, lanciati per gli anni 2022-2024 con compartecipazione di attori privati e pubblici. 

Questo nuovo accordo è uno schiaffo in faccia alla nostra generazione sotto ben due punti di vista: la scuola e l’ambiente. 

Dal punto di vista del mondo della formazione, le nostre classi dirigenti continuano imperterrite il loro progetto di scuola/università  al servizio delle aziende con tanto di alternanza scuola-lavoro e PCTO, fortemente contestate dalle proteste studentesche che hpanno attraversato tutto il paese nei mesi scorsi. Ma il focus di questo accordo viene proprio dalla “novità” degli ITS Academy, i percorsi di formazione tecnica paralleli ai percorsi universitari nati dalla riforma Gelmini nel 2010 e che verranno incrementati notevolmente grazie ai fondi destinati nel PNRR di cui questo accordo è un esempio. Quando parliamo di ITS, parliamo della punta di diamante della ristrutturazione in corso nel mondo della formazione: sempre più piegata alle esigenze delle aziende private, sempre più in grado di formare specifiche figure professionali richieste in quel momento dalle aziende finanziatrici. E non stupisce che uno dei primi grandi progetti di impiego degli ITS Academy provenga dalle esigenze di TELT e di un progetto funzionale all’Unione Europea e alla classe dirigente di questo paese come il TAV.

Infatti come viene citato sullo stesso sito di TELT, a proposito dell’accordo “Una Rete per la Valle di Susa”: 

I lavori della Torino-Lione sono quindi un’opportunità per costruire una rete pubblico-privata capace di sviluppare una logica di sistema, affrontare adeguatamente la complessità dei mercati del lavoro locali e soddisfare le richieste delle persone alla ricerca di prima o nuova occupazione. In questa traiettoria, per rispondere ai fabbisogni professionali dell’opera, l’assessorato al lavoro e alla formazione metterà al servizio della rete per la Valle di Susa tutti gli strumenti “di nuova generazione” che ha sviluppato e sostenuto in questi anni, dall’apprendistato duale al nuovo sistema della formazione professionale e alle innovative Academy di filiera, oltre ai percorsi di alta formazione specialistica degli istituti ITS.

La privatizzazione a favore di Telt si estende anche all’ambito universitario: da anni lottiamo contro gli accordi tra Unito, Polito e Telt che, mettendo a disposizione le menti dei ricercatori, cercano di dimostrare la sostenibilità ambientale del Tav, in una gigantesca operazione di greenwashing comune a tutte le istituzioni piemontesi. 

Dal punto di vista ambientale, con la richiesta di 1000 lavoratori formati per lavorare nei cantieri in Val di Susa la maschera green di aziende e istituzioni cade definitivamente mostrando i veri interessi delle classi politiche e dirigenti di questo paese. Infatti, il Tav, con la sua portata di inquinamento ambientale e umano, rappresenta un sistema di sviluppo ecocida e non sostenibile contro il quale c’è una necessità sempre meno rimandabile di opporsi. La transizione ecologica millantata da governi nazionali e Unione Europea si rivela come mera retorica usata per coprire gli interessi di un modello che sfrutta la crisi ecologica per maggiori profitti. 

Di fronte all’esempio del popolo val susino, come giovani, universitari e studenti continuiamo la lotta contro il Tav che diventa una lotta per un modello diverso, per un futuro fuori dalla macerie di questo sistema. E lo dimostriamo fin da subito: mentre loro ci vorrebbero a scuola di Tav, noi saremo a scuola di Resistenza! Ci vediamo a Venaus da domani per il Festival Alta Felicità: dalla marcia per smantellare il cantiere fantasma di San Didero alle numerose iniziative tra cui quella su crisi energetica e nucleare.

A sarà dura, ai nostri posti ci troverete!

CRISI ENERGETICA: SI TEME L’INVERNO MA È SEMPRE PIÙ INGESTIBILE L’ESTATE

Ogni estate di più crisi energetica e climatica vanno di pari passo. Quest’anno ad un quadro di temperature in costante aumento nell’ultima settimana con la conseguente domanda in salita di elettricità per gli impianti di condizionamento, si aggiunge una crisi energetica che ha fatto schizzare il costo dell’energia negli ultimi giorni. Non si tratta solo del problema del gas, anzi: mentre la Germania (fortemente dipendente dall’importazione di gas) segna un picco in borsa di 397 euro per MWh, la Francia (che storicamente ha fatto della propria indipendenza nella generazione elettrica motivo di vanto) raggiunge i 521 euro per MWh.

La situazione Francese, infatti, risulta critica in quest’ultimo periodo. Abbiamo più volte ricordato la situazione quasi emergenziale innescata, quest’anno, dalla chiusura di circa metà delle 56 centrali nucleari francesi per manutenzione, e sottolineato la miopia di scelte politiche che puntano a preservare quest’assetto energetico anche di fronte all’impossibilità di trarne giovamento in un futuro prossimo e lontano.


Ai problemi legati all’obsolescenza del parco nucleare francese si aggiunge in questo periodo la siccità dilagante. Infatti, le centrali sorgono in riva al mare o di importanti corsi d’acqua in modo da disporre di un continuo meccanismo di raffreddamento che smaltisca l’enorme quantità di calore prodotta. Il calore viene quindi disperso in acqua, fatto che ha suscitato non poche polemiche rispetto alla preservazione dell’habitat marino e fluviale, ma che in estate diventa cruciale. Infatti con il vertiginoso abbassamento del livello (e aumento della temperatura) dei fiumi a cui assistiamo (siccità e maggiore caldo) l’acqua sarebbe veramente troppo poca per poter da una parte assorbire il danno alla flora e la fauna che la abitano, dall’altra costituire un convettore efficace prevenendo incidenti da surriscaldamento del nocciolo.
L’ulteriore riduzione dell’attività che queste circostanze impongono sarebbe quindi il colpo di grazia per la produzione elettrica francese e non solo. Anche l’altro vicino transalpino, la Svizzera, soffre dello stesso problema, che si risolve nell’importazione a costi elevatissimi di energia soprattutto da Spagna e Regno Unito. Il danno economico rischia di essere tanto grande che l’Autorità per la sicurezza nucleare francese ha deliberato la possibilità di aumentare temporaneamente la temperatura dell’acqua che può essere ri immessa nei fiumi, una volta utilizzata per il raffreddamento. Una misura che va ad impattare ancora di più su un ecosistema già fortemente provato dalle condizioni anomale che stiamo vivendo.

Tutto questo in un quadro in cui Macron ha basato gran parte dell’ultima campagna elettorale sulla propaganda sciovinista che dovrebbe vedere nuovamente il nucleare come punta di diamante della produzione francese, prevedendo l’apertura di 6 nuovi impianti ad acqua pressurizzata ma senza curarsi né delle conseguenze della chiusura di quelli attuali né dei rapporti di RTE, molto chiari sull’inefficienza dell’intensificazione di questo tipo di produzione.
La cifra del peso che queste manovre possono avere è data dal fatto che proprio in questi giorni lo Stato Francese ha proposto l’acquisto del 16% di EDF (società elettrica francese) non pubblico ad un costo di 9.7 miliardi di euro per incaricarsi interamente di attuare le politiche di espansione nucleare prefissate.

Si sta raschiando il fondo, sia del barile che dei corsi d’acqua. Eppure i governi continuano ad esporre trionfalmente piani energetici ecocidi come se fossero la soluzione alla crisi energetica ed ambientale.
Alcuni ne approfittano per millantare l’indipendenza energetica tramite il nucleare nonostante i fatti parlino chiaro: troppo lento, troppo costoso, troppo rigido, troppo impattante sulle generazioni a venire. Inoltre, a causa della guerra anche economica ingaggiata dall’Europa con la Russia e i conseguenti vincoli imposti all’importazione di gas, questo sta nuovamente venendo sostituito dal carbone. Lo stesso direttore per i mercati energetici e la sicurezza dell’Agenzia internazionale per l’energia Aie, Keisuke Sadamori, afferma che alcuni Paesi hanno “ritardato i piani di eliminazione graduale del carbone e revocato le restrizioni precedentemente imposte”.


L’unico gas permesso è il GNL di importazione, preferito per ragioni politiche al di là della qualità, dei costi e dell’impatto del processo di rigassificazione. Non per nulla lo stesso Draghi il 20 luglio ha affermato che “dobbiamo ultimare l’installazione del rigassificatore di Piombino entro la prossima primavera, è una questione di sicurezza nazionale”.

Insomma, ognuno porta acqua al proprio mulino a seconda della convenienza. Ma l’acqua ormai scarseggia, così come la pazienza di una generazione che vede ogni prospettiva di stabilità e di fiducia nel futuro sgretolarsi di fronte alle manovre opportuniste dei governi europei pronti a sacrificare sull’altare della competizione non solo il nostro futuro lavorativo (com’è stato fatto nel corso delle ultime crisi economiche) ma la salvaguardia dell’intero ambiente in cui viviamo.
Non c’è modo di uscire da questo incubo se non rompere la gabbia capitalista in cui ci hanno imprigionato, ribaltando le priorità malate che mettono a repentaglio la sopravvivenza di tutta l’umanità.


Non ci hanno dato la pace, e non c’è energia per l’aria condizionata: sta a noi lottare perché un mondo diverso non sia solo immaginabile, ma anche possibile.

Di questo e tanto altro parleremo domenica 31 luglio, dalle ore 15:00, in assemblea nella cornice del festival NO TAV Alta Felicità di Venaus.

LA DINAMICA MARCESCENTE DELL’IMPERIALISMO: UNA COMPETIZIONE CHE DIVENTA GUERRA, UN’IMMIGRAZIONE CHE DIVENTA GENOCIDIO.

In pochi giorni, ai margini delle roccaforti imperialiste dell’occidente, si sono consumate due delle più grosse stragi di migranti degli ultimi decenni su terraferma: a San Antonio, in Texas, cinquanta morti e una decina di feriti sono stati ritrovati in un imprigionati dentro un camion abbandonato, durante giornate che hanno superato i 40 gradi di temperatura; nel mentre, lungo il muro di Melilla, l’enclave spagnola in Marocco e unico canale di collegamento via terra fra Africa ed Europa, 37 migranti sono morti durante un tentativo di superare i doppi muri di filo spinato del confine, mentre la polizia massacrava con manganelli, lanciava gas lacrimogeni e pietre per non far superare il confine ai duemila migranti che provavano a superare il confine. Questo tentativo è il secondo in pochi giorni, dopo un primo che ha visto altri 400 migranti tentare la stessa sorte. Il tutto avviene nella cornice del vertice NATO che in questi giorni si sta tenendo a Madrid, dove il clima da nuova guerra fredda fa da padrone alle misure e alle decisioni che in questi giorni si prenderanno – tra cui quelle già annunciate di un aumento degli armamenti e dei soldati in Europa sul confine orientale.

Il caso degli Stati Uniti: 

Negli Stati Uniti dopo la costruzione del muro di Trump al confine col Messico, e dopo aver bloccato il progetto per questioni meramente finanziarie, anche sotto l’amministrazione Biden le stragi continuano: dietro la maschera buona di chi butta giù i muri, l’amministrazione dei democratici ha sguinzagliato guardie private, servizi federali e ha tollerato in un silenzio omertoso anche suprematisti bianchi americani che nei confini messicani si sono messi a fare la guardia a cavallo dove mancavano pezzi di muro. Una vera rete di cowboy, istituzionale e non, pronta a sparare a vista al primo messicano che prova a raggiungere la terra promessa. Una rappresentazione plastica del sogno americano, ormai fatto da stragi e morti seminati per il paese: un vero e proprio massacro della popolazione, che culmina con gli Yankee esaltati che provano assalti al campidoglio, ma che arriva anche alle ripetute stragi di suprematisti che avvengono in tutto il paese. Tutto questo è il prodotto di una delle tante contraddizioni irrisolte di un imperialismo americano strutturalmente in crisi: al suo interno con la disoccupazione, l’inflazione e l’impoverimento generalizzato della popolazione insieme alle annose questioni del razzismo e dei diritti civili nel loro complesso; verso l’esterno rilanciando un avventurismo militarista e tentando di rafforzare lo strumento NATO, come la vicenda della guerra in Ucraina e le ingerenze statunitensi per bloccare ogni accordo possibile di pace stanno lì a dimostrare. 

L’immigrazione per l’imperialismo Europeo:  

Non fa differenza, però, nemmeno l’imperialismo nostrano in costruzione, quello dell’Unione Europea, che ha fatto della militarizzazione e del controllo dei propri confini uno degli asset centrali. Da una parte l’establishment europeo ha provato a costruire una narrazione ideologica dell’Europa multiculturale dove il futuro era alla portata di tutti, dall’altro lato non si è fatto problemi sia a sfruttare la manodopera migrante, soprattutto nei paesi del sud e dell’est Europa, facendola lavorare in condizioni di schiavitù pur di avere prodotti competitivi sui mercati globali, sia a rendere i propri confini delle vere e proprie fosse comuni a cielo aperto. Infatti, il rafforzamento del polo imperialista europeo è passato negli anni da una precisa politica neocoloniale con la conseguente necessità della gestione e del controllo forzato della migrazione, sia dai paesi d’origine sia ai confini. Tutte quelle persone, poi, che provavano l’assalto all’Europa delle possibilità, ricevevano un trattamento adeguato e una precisa collocazione nel mondo della produzione europea: la filiera agricola e della logistica, per fare esempi presenti nel nostro paese, accolgono una percentuale altissima di manodopera migrante ipersfruttata. La condizione a cui sono esposti è quella che due giorni fa ha assassinato Yusupha Joof, 35 anni, un bracciante gambiano, bruciato vivo nella sua capanna.

Le strategie di controllo delle migrazioni: 

L’influenza Europea nelle zone del Sahel e in diverse zone dell’Africa impone un’organizzazione produttiva necessaria alle sue multinazionali di riferimento, sfruttando senza limiti la manodopera del posto e distruggendo tutto il territorio. A questo si aggiunge l’addestramento per le truppe degli eserciti locali e lo stanziamento di militari in diversi territori dell’Africa, insieme al rafforzamento di un’elité in ciascuno stato che tuteli gli interessi economici dominanti. Queste mire neo-coloniali interessano, nel solo territorio africano, 1/5 dei paesi d’origine dell’emigrazione: altre parti del mondo, però, sono coinvolte, come il Medioriente, o alcune zone dell’America Latina e dell’Asia. Oltre alle milizie e all’esercito negli stati sotto il controllo diretto delle multinazionali europee, l’Unione Europea ha prodotto un’originalissima politica dell’immigrazione: diversi sono gli stati cuscinetto, dalla Polonia, fino alla Libia e al Marocco, a cui viene delegato il compito di gendarmi. La strage di Melilla è sicuramente esempio della rigidità imposta ai confini dell’Unione per il controllo dei flussi migratori, ma altri sono esempi famosi come i lager in Libia appoggiati dai diversi governi italiani che si sono succeduti. Non sono solo gli Stati al confine, però, che hanno questo compito: una fitta rete di agenzie private, più o meno direttamente collegate con l’apparato militare industriale europeo, gestiscono direttamente il controllo poliziesco ai confini, con la violenza e il filo spinato. Fra queste Agenzie la più importante è sicuramente FRONTEX, che negli anni ha acquisito un ruolo centrale sia nel confine orientale che nel mediterraneo, distinguendosi nel portare a termine il suo compito. A questi fitti controlli corrispondono più di un migliaio di km di recinzioni in via di ampliamento.

Saldare la lotta fra giovani e migranti contro l’imperialismo: 

È chiaro, quindi, come l’immigrazione forzata sia un prodotto strutturale di questo sistema, che ha fatto della guerra e della devastazione del nostro pianeta due pilastri centrali per la sua crescita. Un sistema che produce aree di sottosviluppo per accaparrarsi risorse e merci competitive, lasciando interi paesi ad un completo stato di subalternità. Per questo motivo la lotta antimperialista diventa per oggi centrale, a partire dalla lotta serrata contro l’imperialismo europeo in costruzione e quello della NATO. Su questo sentiero tracciato, è importante rinsaldare le lotte con tutto quel tessuto migrante che con la nostra generazione condivide un futuro senza prospettive: tutti quei lavoratori che sono nella logistica, nei settori dell’agricoltura e in tutta quella catena del valore che individua una nuova classe operaia che in questi mesi si è mobilitata contro il governo, contro il carovita e contro la guerra fianco a fianco con gli studenti. Ricomporre la catena di tutti gli sfruttati, dai paesi del sud del mondo fino al nostro paese, dove le condizioni vissute e le aspettative tradite sono le stesse: per questo appoggiamo lo sciopero generale autunnale che è stato lanciato dall’Unione Sindacale di Base!

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