ROMA BRUCIA. Caldo, siccità, incendi, rifiuti. Il disastro ambientale della capitale

“I primi cinque anni più caldi in Italia degli ultimi 60 anni sono concentrati negli ultimi 7 anni”.

Il rapporto ISPRA sulla situazione climatica in Italia è impietoso, e non tiene ancora conto di quanto successo l’anno scorso. Ricordiamo bene il caldo da record (con punte di oltre 48°C in Sicilia) e gli incendi che hanno devastato il Sud Italia e la Sardegna. Contemporaneamente abbiamo presenti le forti anomalie climatiche che hanno provocato l’inondazione di tutto il Nord-Est ad agosto 2021.

Quelle stesse regioni (Veneto, Friuli, ma anche Piemonte ed Emilia Romagna) sono invece investite oggi da una delle ondate di siccità più dure che si vedano da anni.

La situazione si estende anche alle regioni centrali: lo stato di calamità naturale è stato decretato il 23 giugno nel Lazio, nonostante Gualtieri assicuri che a Roma si è ben lontani dal razionamento dell’acqua.

Proprio rispetto a Roma, tuttavia, la situazione sembra essere più che sfuggita al controllo dell’amministrazione. 

A fare più scalpore è stato l’incendio scatenatosi a Malagrotta, la più grande discarica d’Europa. 

Questo è solo l’ultimo, in ordine cronologico, degli eventi insopportabili che affliggono da anni l’area che circonda la discarica, la Valle Galeria. Infatti ospita (oltre all’impianto per il trattamento meccanico-biologico anch’esso coinvolto nell’incendio) un impianto di trattamento di biogas, un inceneritore dismesso di rifiuti ospedalieri, un gassificatore, una raffineria: si tratta di una concentrazione di attività eco-impattanti altissima, soprattutto per una zona a vocazione principalmente agricola.

La testimonianza della nocività di queste attività, (come nel caso di Rocca Cencia, altro importante snodo del trattamento di rifiuti a Roma) sta non solo nell’aria irrespirabile, ma anche nell’elevato tasso di malattie tumorali e respiratorie riscontrato rispetto alla media cittadina.

A questo proposito, nei giorni successivi al 15 giugno l’ARPA ha prodotto un rapporto concernente la rilevazione di inquinanti come le Diossine su vegetali nell’area di potenziale ricaduta. Nonostante il rapporto concluda ritenendo “del tutto irrilevante il pericolo associato ai livelli dei contaminanti riscontrati”, risulta difficile pensare che i fumi acri che hanno bruciato occhi e gola dei residenti vicini all’incendio e la cui puzza è arrivata fino alla parte opposta di Roma non avranno ricadute sullo stato di salute già precario della zona.

Quella di Malagrotta era, fino a ieri, l’unica notizia ad aver guadagnato “l’onore” delle cronache, ma nei giorni successivi si sono accesi focolai anche in altre aree della Capitale, sia nello stesso quadrante Sud-Ovest (nella zona tra Pisana e Bravetta) sia a Nord-Est, in zona Conca d’Oro. Il totale di interventi effettuati su Roma e provincia fino a quattro giorni fa era 50. Ad oggi se ne aggiungono 9, soprattutto per quanto riguarda lo scoppio di un altro clamoroso incendio che ha raggiunto un centro sportivo ed un deposito di bombole GPL, che sarebbero esplose contribuendo alla colonna di fumo nero che in giornata si è innalzata su tutte le zone limitrofe. Si contano 40 intossicati, oltre ad una madre ed il bambino ricoverati per accertamenti.

Gli eventi sembrano costantemente pronti ad esplodere, letteralmente, ma la situazione in generale si cronicizza in una condizione in cui il caldo aggrava i problemi che sono già propri della conformazione della città (concentrazione di cemento, asfalto, mezzi di trasporto e attività produttive, in un’area ristretta). I roghi di cui è disseminata peggiorano questa situazione, e d’altra parte da questa situazione sono alimentati, dal momento che prevenirli e domarli è sempre più difficile quanto più si alzano le temperature.

La città si avvicina pericolosamente alla totale inospitalità, e questo riguarda porzioni di territorio sempre più estese e fasce sempre più ampie della popolazione.

Nonostante ciò resta sempre il dato più importante, cioè che effettivamente Roma è più invivibile per alcuni. Chi risentiva prima delle dinamiche di sviluppo malate che hanno caratterizzato finora la città, adesso si ritrova in una situazione ancora più esasperata. Si tratta di uno sviluppo basato sulla rapina dei “prenditori” locali dalle tasche dell’amministrazione, prima, e poi sempre di più sull’ingresso dei grandi capitali e dei fondi di investimento, che negli ultimi anni hanno proceduto nell’opera incessante di messa a valore di ogni centimetro quadrato di Roma. Questo business non ha portato nulla alla popolazione (come invece spesso si pubblicizza); anzi, i quartieri popolari sono diventati terreno di esproprio e saccheggio da parte degli speculatori (quando conveniente), o altrimenti valvola di sfogo per la risulta della produzione intensiva di beni nel centro. 

A questo si aggiunge il fatto che in un sistema in cui tutto dev’essere messo a valore, il servizio pubblico funzionante è un ostacolo al profitto privato, basato sull’erogazione di servizi a pagamento. Questo è stato il mantra che ha caratterizzato le politiche di smantellamento del servizio pubblico avviate dall’ingresso nell’Unione Europea in poi, e che rispetto proprio a quanto visto finora si inseriscono in tre nodi strategici dell’equilibrio socio-ambientale all’interno della città: l’infrastruttura idrica, la raccolta e il trattamento dei rifiuti e la sanità. 

    Le società pubbliche, come ACEA, sono state trasformate in s.p.a. partecipate al 51% dal Comune. Questo vuol dire che, pur salvando formalmente le apparenze di società “pubblica”, il baricentro degli interessi si è spostato verso la ripartizione dei dividendi tra gli azionisti. In una situazione critica come quella appena descritta, in cui la portata del Lago di Bracciano (uno dei maggiori bacini a cui attinge la Capitale) segna -107 cm, la rete segna ancora il 30% di perdite.

    Un’altra piaga è quella degli appalti, endemica nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti di cui si parlava prima, e che va a colpire tanto la qualità del servizio quanto i diritti dei lavoratori impiegati. L’idea di mettere in pratica la cosiddetta economia circolare tanto propagandata nelle varie campagne elettorali ed a cui dovrebbero essere destinati i fondi del PNRR è una presa in giro, se guarda in faccia la realtà. Lo Stato (o il Comune per lui) ha messo questo servizio in mano a soggetti che guadagnano in maniera proporzionale al volume di rifiuti gestito (e quindi prodotto): come si pensa che da questa dinamica possa scaturire una qualche sorta di meccanismo virtuoso?

    A coronare lo scenario, anche la sanità è andata incontro ad un processo di aziendalizzazione e taglio del bilancio, in favore delle strutture private che fioriscono sempre più diffusamente sul territorio. La stessa sanità che, nelle zone più colpiti dalla mala gestione dei rifiuti di cui si parlava prima, dovrebbe farsi carico della cura di una popolazione abbandonata invece all’indifferenza dell’amministrazione.

Sono questi tutti ambiti in cui il collegamento diretto tra inserimento del profitto e scavalcamento della tutela ambientale, salute e sicurezza di abitanti dei quartieri e lavoratori è assolutamente evidente.

Siamo di fronte ad una crisi climatica sempre più acuta, che colpisce ciecamente tutto il Pianeta. Ciò che invece opera una selezione precisa è il sistema in cui ci troviamo. Il capitalismo indica bene chi dovrà pagare il conto più salato in termini di esposizione a questi disastri ambientali e possibilità di difendersi: sono le periferie produttive, le classi popolari, i giovani che si ritroveranno in mano letteralmente un pugno di polvere.

A noi sta lottare per riscattare questo futuro e fermare il collasso del mondo che ci circonda, a partire dai quartieri della nostra città.

Intervista a Séverine Huille, candidata suppléante circoscrizione Italia per le elezioni legislative francesi

Intervista a Séverine Huille, candidata suppléante per le elezioni legislative francesi nella 8va circoscrizione. Di questa circoscrizione fanno parte tra gli i francesi residenti in Italia.

1) perché ha deciso di impegnarsi prima con la LFI?

Il mio primo ingaggio politico è stato come ecologista. Il partito di Jean Luc Mélenchon lo trovavo respingente. Nel mio contesto sociale di provenienza che è molto moralista, è presentato come un uomo estremo che vuole “portare in Francia il populismo bolivariano”. Quando è stato scelto il candidato ecologista per le presidenziali, nel settembre 2021, sono stata molto delusa dalla scelta di Yannick Jadot, la cui linea politica si adatta al capitalismo neoliberista invece di presentare una vera rottura. Eppure, questa rottura si trova nel programme “L’Avenir en Commun” proposta dall’Union Populaire, altro nome della France Insoumise per le elezioni. Quando ho letto il programma, costituito di 694 proposte con un’ambizione ecologista all’altezza della mia preoccupazione sul tema, non ho più esitato. Non sono stata la sola a cambiare strada. Tanti militanti ecologisti si sono uniti all’Union Populaire, che ha rafforzato la sua credibilità.

2- La france insoumise per tentare di ottenere lo strumento di una larga rappresentanza politica ha scelto di formare una coalizione più ampia, andando a modificare alcuni punti del suo piano politico. Come pensi che la rappresentanza possa garantire un effettivo cambiamento?

La sconfitta delle presidenziali viene dall’incapacità dei partiti di sinistra a mettersi d’accordo per portare un unico candidato. L’emergenza sociale ed ecologista andrebbe abbracciata da tutta la sinistra. Jadot considera Mélenchon come un populista, parola usata a vanvera, ed è per quello che ha rifiutato l’alleanza alle presidenziali; è una battaglia di ego! I punti di divergenza nel programma sono sempre discutibili, l’importante è di avere una base in comune; fare rispettare alla Francia gli Accordi di Parigi del 2015 e rimettere gli uomini e non il profitto nel cuore delle decisioni. La prova che mettersi d’accordo era possibile è arrivata con le legislative: ci hanno messo 13 giorni (lavorando giorno e notte) per arrivare ad un programma in comune. Noi insoumises abbiamo dovuto sacrificare la data del 2050 che ci eravamo posti per porre fine al nucleare e soprattutto la nostra intransigenza a livello dell’unione europea, ma buona parte della sostanza del programma delle presidenziali rimane anche in quello per le legislative.

Quest’alleanza ci potrebbe permettere di avere la maggioranza al Parlamento perché presentiamo un unico candidato per tutta la sinistra. Così funziona il sistema elettorale francese, non c’è una lista che ci permette di mandare rappresentanti secondo la proporzione di voti che abbiamo ricevuto; ma abbiamo un unico parlamentario per ogni circoscrizione. Questo sistema è un limite nella nostra costituzione secondo me, perché il popolo non è rappresentato equamente. Ma ci permette di fare paura alla destra e di rovesciare il governo in caso di almeno 289 deputati NUPES.

3-Quale è il contesto francese da cui nasce la nupes e cosa rappresentano per la Francia le elezioni legislative di giugno?

La NUPES è nata dopo la fortissima disillusione delle presidenziali. Il secondo turno Macron/Le Pen era il nostro incubo, la ripetizione della storia del 2017. Tuttavia, il contesto è molto diverso oggi, perché abbiamo dietro di noi 5 anni di politica neoliberista e ridicola per quanto riguarda l’affrontare l’emergenza ecologica e sociale. I gilets gialli non sono morti, anzi, e gli scioperi studenteschi per il clima erano un abitudine che ha scosso il paese. Lo Stato ha fatto regali alle multinazionali e al 1% più ricco del paese ed è stato giudicato dal Tribunale di Parigi per inazione climatica; la gente ha capito che la “Macronia” non può continuare ancora 5 anni senza condannare tutti noi e il pianeta.

L’Union Populaire ha saputo riprendersi dalla sconfitta alle presidenziali e presenta le legislative come un “terzo turno”. Come ho menzionato prima, lo scrutinio di giugno può cambiare la vita dei 10 millioni di Francesi che vivono sotto la soglia di povertà.

4- Al primo turno di elezioni l’astensionismo è stato molto consistente tra i giovani, mostrando un distacco dalla politica rivelatore di una crisi di prospettive e di sconforto generalizzato. Come interpreti questo fenomeno?

L’astensionismo non aveva raggiunto questo picco di 26-28% dalle elezioni del 2002 che hanno visto la vittoria della destra con Jacques Chirac ed un secondo turno Chirac/Le Pen(padre). Nonostante questo, la differenza con il 2002 è che l’astensionismo questo aprile è stato più alto al secondo turno che al primo turno. Votare per Macron era profondamente impossibile e assurdo per tanta gente, e soprattutto per i giovani. In effetti, chi a 20 anni vorrebbe votare per una pensione a 65 anni invece di 62? Chi a 20 anni considera che il governo Macron ha aiutato i giovani durante la crisi del Covid quando la metà di chi ha fatto richiesta per aiuto alimentare aveva meno di 25 anni?

Per quanto riguarda l’astensionismo al primo turno, l’interpreto come disfattismo dovuto al grande disprezzo verso Macron che non ha fatto campagna, aiutato dai media dominanti e dal nostro sistema elettorale allo scrutinio maggioritario. A cosa serve andare a votare se è già dato per certo che passerà Macron come dicono i sondaggi e media?

5- tra i giovani che invece sono andati alle urne la maggioranza ha votato per mélenchon, mostrando che le giovani generazioni sono sensibili a chi propone un ampio cambiamento. Quali sono secondo te gli elementi che convincono di più i giovani francesi del suo programma politico?

Il programma dell’Union Populaire porta innanzitutto un nome che parla alla gioventù: “Il Futuro in Comune”. Quello che mobilita tanti giovani è la mancanza di prospettive lavorative e la paura di un futuro impossibile e asfissiante. La forza del programma è di abbracciare questa realtà e di darci una rappresentazione politica concreta. Per esempio, finalmente un politico parla del bisogno urgente di nazionalizzare acqua ed energia se vogliamo semplicemente parlare di “sopravvivenza comune”.

Ci sono misure che riguardano direttamente i giovani. La garanzia di autonomia e indipendenza economica che eroga 1063 euro (soglia minima per garantire indipendenza a un francese) al mese per tutti gli studenti senza discriminazione, la pensione a 60 anni, la fine del metodo di selezione all’ingresso dell’Università, il diritto di votare a 16 anni… Inoltre, il governo Macron si è mostrato incapace di rispondere alle problematiche giovanile. Si è accontentato di elargire qualche buono qua e là durante la crisi del Covid, senza pensare ad una riforma strutturale per garantirci un futuro.
Per finire, la campagna di Melenchon è stato un vero successo preso i giovani, perché ha saputo usare metodi di comunicazione che ci parlano e raggiungono in prima persone. I TikTok di Melenchon sono molto popolari (diventato famoso il “lait-fraise” che beve sempre il leader insoumis), oppure le emissione Twitch dove rispondeva direttamente alle domande questo serve a raggiungere i giovani elettori.

6-che tipo di campagna elettorale state conducendo con i francesi all’estero e qual’è stata il loro comportamento per le presidenziali?

La campagna elettorale per i Francesi all’estero fa fronte a delle problematiche particolari. Primo, abbiamo delle circoscrizioni elettorali da poco tempo, e ancora tanti francesi all’estero non sanno che hanno un deputato da poter eleggere. C’è un enorme lavoro di comunicazione da fare, che vorremo continuare dopo le legislative. Si dice che i Francesi all’estero siano dei privilegiati e spesso se non lo sono tendono a non conoscere i loro diritti di cittadini.
Secondo, con le negoziazioni per l’alleanza, abbiamo dovuto aspettare fino al 7 maggio per sapere chi sarebbe stato il candidato della nostra circoscrizione, quindi il periodo di campagna elettorale è stato estremamente breve.

Infine, dobbiamo fare campagna elettorale in 8 paesi diversi! Purtroppo, a livello nazionale questa particolarità non è ben riconosciuta. Per esempio, la NUPES ha limitato a 3 il numero di mail da mandare alle liste degli elettori, invece noi avremmo voluto mandarne una alla settimana almeno. Lo strumento numerico è il nostro mezzo di azione principale, anche se abbiamo provato a fare un po’ di azione sul campo. La nostra candidata Isabelle Rivolet è andata in Grecia e a Roma per incontrare gli elettori e fare delle conferenze stampa. Vederla e avere contatto diretti con quelli che votano dà energia e fiducia. Per esempio, ho incontrato la settimana scorsa un elettore di Roma che va votare per la nostra candidata Isabelle Rivolet a malincuore perché avrebbe preferito un candidato del partito socialista. Aveva un problema con la figura di Mélenchon che qualificava come pro-dittatore e populista. Penso che non sia il solo ad avere questi pregiudizi; la France Insoumise all’estero ha difficoltà a convincere questo elettorato di sinistra privilegiata. Ma la NUPES esiste e funziona, quindi dobbiamo cercare di trovare il modo di farli votare per noi! Un’altra grande difficoltà per noi è il fatto di avere Israele nella circoscrizione. è triste da riconoscere, ma la maggioranza dei Francesi che vivono là sono anti-Palestina e votano per l’estrema destra di Zemmour, dato non indifferente.

7-Per finire, in francia, il paese più nuclearizzato d’Europa, il tema della chiusura delle centrali è scottante. Come giovane insoumise come pensi che vada affrontato il problema? A prescindere da una vittoria alle elezioni una grande componente giovanile si è espressa a favore del programma politico e ambientale della france insoumise che proponeva una rottura radicale con la solita dicotomia destra-sinistra liberale, pensi che si riuscirà a continuare un percorso di lotta che riesca a mobilitare i giovani?

Molti in Francia vedono il nucleare come la soluzione magica per raggiungere la neutralità di emissioni da uso di carbone e che dovrebbe servire come accompagnamento verso la biforcazione energetica. Se visto come soluzione principale, però cancella le soluzioni meno impattanti sulla lunga durata delle energie rinnovabile di cui abbiamo tanto bisogno per la nostra indipendenza energetica. Con il 75% del misto energetico della Francia, è ovvio che non potremo cancellare il nucleare da un giorno all’altro. Tuttavia, la data del 2050 come obiettivo per la chiusura di tutte le centrali mi sembra necessaria, ma considerata irrealistica da una parte della sinistra dell’alleanza che ha tolto la data dall’accordo. Quindi anche quando vinceremo le elezioni (uso la tattica della profezia autoavverantesi), avremo bisogno di militanti che lottano sul campo e spiegano e informano sui media. L’immaginario collettivo sul nucleare come soluzione è fortissimo in Francia, e anche un governo di sinistra può lasciarsi sedurre dalla “realpolitik”. Dal primo lock down si è sviluppato una forte mobilitazione contro i “grandi progetti inutili” sul territorio, di cui fa parte il nucleare, come la manifestazione contro la centrale di Bugey, vicino Lyon, che EDF [azienda principale produttrice di elettricità in Francia] voleva continuare a sfruttare malgrado la sua vecchiaia. La nostra generazione, quindi, non ha finito di lottare.

Francia: Una gioventù sfaccettata

Riassunto dell’inchiesta de l’institut Montaigne sui giovani in Francia
L’inchiesta è stata realizzata a settembre 2021.

Con le elezioni presidenziali a pochi mesi di distanza, questo sondaggio mira a dipingere un ritratto della gioventù francese tra i 18 e i 24 anni. Grazie ad un ampio campionario (8.000 giovani rappresentativi della Francia metropolitana), fornisce una migliore comprensione delle diverse componenti della gioventù in tutta la loro diversità. L’indagine, condotta nel settembre 2021, in un momento di tregua dalla pandemia, analizza le difficoltà incontrate dai giovani francesi nella loro vita quotidiana, i loro orientamenti sociali e politici e gli effetti della crisi Covid-19 sulla vita dei giovani. Sono stati resi parte dell’inchiesta anche 1000 persone in rappresentanza della generazione dei genitori (tra i 46 e i 56 anni) e 1000 tra i Baby Boomers (tra i 66 e i 76 anni). Di conseguenza, l’indagine non solo permette un confronto intra-generazionale, ma anche di verificare se ci sono possibili linee divisorie tra le varie generazioni.

Una generazione generalmente felice, alla ricerca di un “senso” e che aspira alla mobilità all’interno del territorio nazionale, nonché a livello internazionale

Nonostante le numerose difficoltà che i giovani possono incontrare e che sono state amplificate dalle conseguenze della crisi di Covid-19 (inserimento nella vita professionale, sviluppo di amicizie e relazioni, difficoltà finanziarie, ecc) l’indagine non fornisce un quadro allarmante dello stato morale dei giovani francesi di cui l’82% si definisce complessivamente felice nonostante le difficoltà che devono affrontare.

Emergono tre risultati principali riguardo alle difficoltà incontrate dai giovani:

– Le difficoltà più grandi incontrate dai giovani sono correlate alla situazione finanziaria dei genitori, e in particolare alla loro capacità di aiutarli materialmente; meno dalla loro origine sociale o dalla loro collocazione territoriale. Tuttavia, l’indagine mostra che le difficoltà incontrate in termini di relazioni sociali, siano esse familiari, amicali o sentimentali, hanno un impatto maggiore sulla sensazione di infelicità rispetto alle difficoltà materiali. Pertanto, la qualità delle relazioni sociali sembra essere una delle componenti essenziali del benessere dei giovani.

– L’effetto negativo della Covid-19 percepito dai giovani francesi è chiaramente più pronunciato rispetto alla generazione dei genitori e a quella Baby Boomers: alunni e studenti hanno risentito di un forte contraccolpo emotivo dalla quarantena che ha fortemente influenzato i loro studi. In particolare, l’indagine mostra che l’impatto psicologico negativo è stato avvertito con maggiore intensità dai giovani più precari e in difficoltà socioeconomiche. È difficile valutare se l’impatto della crisi sanitaria sui giovani sarà di lunga durata, ma si teme che possa persistere tra i giovani il cui percorso di studi è stato interrotto durante la crisi.

– Infine, se i giovani francesi sono generalmente soddisfatti dell’impegno dimostrato giorno dopo giorno dai loro insegnanti, è vero anche che un tasso molto significativo (il 41%) non prosegue gli studi.  Sebbene questa situazione sia legata agli effetti della crisi sanitaria, sembra che la sensazione di essere stati mal orientati nella loro formazione scolastica sia il fattore principale di insoddisfazione nei confronti dell’istituzione scolastica. Questa sensazione di uno scarso orientamento contribuisce a svalutare l’utilità degli studi agli occhi dei giovani, ed è tanto più marcata quanto più basso è il loro livello di istruzione. Questa percezione può costituire un serio ostacolo al successo di qualsiasi tentativo di porre rimedio alle difficoltà educative dei giovani più svantaggiati dopo la fine del loro percorso scolastico iniziale, nonché al successo di qualsiasi tentativo di politiche ambiziose a favore di un apprendimento più lungo nell’arco della vita.

In secondo luogo, l’indagine dimostra che la maggior parte dei giovani non mostra una mentalità utilitaristica o strumentale nei confronti del lavoro. I giovani francesi sembrano essere, in modo più marcato rispetto alle generazioni precedenti, alla ricerca di un “significato” ed esprimono la voglia di scegliere un lavoro per passione, anche se questa scelta viene fatta più spesso da giovani che provengono da famiglie con un alto tasso di capitale culturale e in particolare dalle donne. I giovani sono anche meno legati rispetto a genitori e nonni al loro paese e alle loro radici locali. Esprimono il desiderio di mobilità geografica, di vivere in città di medie dimensioni e una percentuale significativa (il 21%) di vivere all’estero. La zona di Parigi è fortemente trascurata. Tuttavia, si distinguono due tipologie di giovani: da un lato giovani “rurali”, di estrazione più popolare, spesso lavoratori, che sono più legati al loro territorio e, dall’altro lato, i giovani di città, generalmente studenti di scuola o universitari, di estrazione sociale più privilegiata e/o di origine extraeuropea, che preferiscono un ambiente metropolitano.

Nessuna frattura generazionale

I risultati dell’indagine mostrano certamente cambiamenti generazionali, ma non divergenze radicali: le differenze sono graduali senza che si possa parlare di una vera e propria frattura generazionale. Se i giovani francesi si differenziano dalle generazioni precedenti, è su punti meno citati nel dibattito pubblico e mediatico e soprattutto nel solco di una tendenza a sganciarsi e disinteressarsi sempre più dalla politica, in un chiaro indebolimento dell’attaccamento alla democrazia e una maggiore tolleranza verso la violenza in politica. Tuttavia, le diverse generazioni sono tutte d’accordo sulla necessità di riformismo politico e sull’importanza dell’utilità del voto, nonostante la sfiducia espressa nei confronti del mondo politico. ,a si rivela anche una gioventù sempre più toccata dalle questioni sociali . Il 64% dei giovani ritengono che la società francese debba essere migliorata progressivamente da riforme necessarie. E molte di queste preoccupazioni tra cui le violenze di genere, il terrorismo e l’ecologia, sono condivise con la generazione dei genitori e dei baby boomers. Il 52% dei giovani trova cruciali le questioni ambientali contro il 51% dei genitori e il 46% dei baby boomers.

A livello politico, la principale divergenza è la disaffezione politica dei giovani, che è aumentata considerevolmente: il 64% dei giovani mostra segni di disaffezione politica (non collocandosi sulla scala sinistra-destra o non sentendosi vicino a nessun partito), rispetto al 40% della generazione dei loro genitori e al 36% dei baby boomers. Solo una minoranza di giovani si identifica chiaramente a livello politico (36% rispetto al 60% dei genitori e al 64% dei boomers). Solo il 51% dei giovani si sente molto legato alla democrazia, rispetto al 59% dei genitori e al 71% dei baby boomer.

Solo una minoranza di giovani è in grado di trovare la propria posizione politica oggi, con il 43% dei giovani che non ha idee abbastanza precise per posizionarsi sulla scala sinistra-destra (rispetto al 25% dei genitori e al 20% dei baby boomers). Una percentuale significativa di giovani non si identifica con nessuna tendenza politica, per ignoranza o disinteresse, e forse anche per rifiuto.

I giovani condividono con i genitori e i Baby Boomers la sfiducia nei confronti dei leader politici: il 70% dei giovani, il 67% dei genitori e il 57% dei Baby Boomers li considera corrotti.

Tuttavia, questa disaffezione è accompagnata da una forte convinzione democratica, dal momento che il 66% dei giovani pensa che sia utile votare e che le elezioni possano servire a qualcosa (rispetto al 68% dei genitori e al 76% dei Baby Boomers).

Tuttavia, in questo desiderio di protesta, l’aumento della tolleranza verso la violenza politica è preoccupante. Il 49% dei giovani trova “comprensibile” affrontare i rappresentanti eletti per protestare (rispetto al 40% della generazione dei genitori e al 46% dei Baby Boomers) e la tolleranza per i comportamenti trasgressivi è da 2 a 3 volte superiore tra i giovani. 1 giovane su 5 ritiene accettabili e comprensibili gli atti di degrado dello spazio pubblico: questa percentuale molto alta contrasta con la percezione delle altre generazioni. Infatti, meno di una persona su 10 tra la generazione dei genitori e circa una persona su 20 tra i Baby Boomers tollera il degrado dello spazio pubblico.

I giovani non sono una generazione “woke”

Il sondaggio smentisce la convinzione diffusa da alcuni media, nonché da molti analisti e saggisti, che i giovani francesi si siano massicciamente convertiti al “wokismo”, cioè a un’estrema sensibilità per le questioni identitarie e antirazziste – e che siano quindi in diretta opposizione con le generazioni precedenti. È vero che alcuni giovani sono sensibilizzati su queste problematiche identitarie, ma i convinti sostenitori di questa corrente di pensiero, cioè coloro che vi aderiscono senza restrizioni, sono solo una minoranza che va da un giovane su 10 a 1 su 3, a seconda dell’argomento trattato.

Così, per quanto riguarda le questioni relative al “genere” e quelle relative al “razzismo strutturale” (l’idea che le società ex coloniali come la Francia siano strutturalmente razziste), l’indagine mostra che queste idee sono supportate da minoranze con profili molto diversi tra loro. Nel primo caso, soprattutto da donne con un alto livello di istruzione nel settore della sanità. Nel secondo soprattutto uomini con un livello di istruzione più basso e più spesso di origine straniera. Pertanto, l’idea di una gioventù omogenea, “intersezionale”, che condivide tutte le rivendicazioni identitarie di genere e razza, non sembra essere fondata.

Le questioni di genere e i diritti della comunità lgbt non sono tra i temi principali toccati dai giovani, ma seguono quelli più diffusi e condivisi delle violenze sulle donne e della fame del mondo che si rivelano come le priorità dei giovani francesi.

Un dato positivo che questo sondaggio mette in evidenza è che le donne desiderano in futuro avere un ruolo più marcato nell’evoluzione della società. Gli sviluppi sociali e politici sono ora guidati maggiormente dalle giovani donne, differenziandosi notevolmente dalle donne delle generazioni precedenti, mentre la partecipazione agli sviluppi sociali e politici degli uomini non ha subito variazioni significative. Le giovani donne risultano essere una forza trainante nell’evoluzione del dibattito sulle questioni di genere e, in misura minore, sull’ecologia; inoltre, soprattutto rispetto alle generazioni precedenti e anche rispetto all’attuale gioventù francese complessiva, mostrano una crescente tendenza a protestare e scendere in piazza, ma associata a un maggior rispetto per la forma democratica e un maggior rifiuto della violenza politica rispetto agli uomini. Questa differenza di sensibilità, atteggiamenti e comportamenti tra donne e uomini è un dato interessante che offre un contributo notevole a questa indagine.

Quattro tipologie di giovani

I risultati dell’indagine tendono a dimostrare che i giovani francesi non possono essere studiati come un gruppo omogeneo. Lo studio rivela chiaramente una pluralità di profili. I risultati dell’indagine sugli atteggiamenti sociopolitici dei giovani permettono di delineare quattro tipologie giovanili per eccellenza.

– I democratici che manifestano, che rappresentano il 39% dei giovani. Il nome di questo primo gruppo, apparentemente ossimorico, dimostra che non è vero che non possano coesistere una “cultura” della protesta e una partecipazione convenzionale alla politica. Al contrario, l’indagine mostra che la cultura della protesta (partecipazione a manifestazioni, firma di petizioni, ecc.) si combina, per questo gruppo di giovani, con un esercizio più convenzionale di partecipazione alla vita democratica del Paese. Questi giovani sono più interessati di altri alle questioni sociali. Rifiutano in ogni frangente l’utilizzo della violenza politica, restando quindi fortemente attaccati al modello democratico rappresentativo, anche quando si dichiarano insoddisfatti dalla politica e quando non ritengono più sufficiente il solo esercizio del diritto di voto per influenzare le sorti del proprio paese. Il 91% di loro ritiene il voto utile. Sono molto spesso diplomati, e provenienti da famiglie più avvantaggiate. Sono ottimisti verso il futuro e interessati dalle questioni di genere e dall’ecologia.

– I rivoluzionari, che rappresentano il 22% dei giovani. Questi giovani hanno più probabilità di altri di trovarsi in condizioni di disagio psicologico, scontenti di quello che il futuro gli promette e di situazione materiale difficile. Sono favorevoli a un cambiamento radicale e rivoluzionario della società e sono pronti a giustificare la violenza politica per raggiungere questo obiettivo. Sono sensibili al tema del razzismo strutturale della società e hanno un’immagine negativa della politica.

– I disimpegnati rappresentano il 26% dei giovani. Essi sono distaccati da tutte le questioni sociali e politiche. Sono l’antitesi dei democratici manifestanti perché il loro tratto caratteristico è il non esprimere un’opinione politica. Il 63% di loro dichiara non sentire alcuna vicinanza o affinità con un particolare partito, e il 47% non si posiziona sullo spettro politico destra-sinistra. Vivono spesso in zone più rurali e provengono da famiglie lavoratrici. Sono invisibili nel dibattito pubblico e pochi fanno parte di associazioni.

– Gli integrati trasgressivi rappresentano il 13% dei giovani. Nonostante i molti segnali di integrazione economica e sociale, sembrano aver sviluppato una cultura trasgressiva in termini di rispetto delle regole, mostrando una maggiore tendenza e tolleranza per i comportamenti violenti e contro le regole. Sono molto spesso contenti e ben integrati nel sistema, molto territoriali e attaccati al loro luogo d’origine. Poco attaccati invece alla forma democratica.

Genere, capitale culturale e religione, tre fattori che contribuiscono a differenziare le modalità di impegno sociale e politico

Il primo criterio di differenziazione tra i giovani è legato al genere: le giovani donne si sentono più coinvolte nel dibattito pubblico sulle questioni sociali, ma paradossalmente sono meno coinvolte in associazioni e in politica. Questi risultati ci inducono a credere che le attuali forme di impegno politico non siano sufficientemente adatte a loro. Inoltre, il genere risulta essere un discriminante anche per quanto riguarda gli atteggiamenti verso la violenza: la giustificazione della violenza risulta essere più propria degli uomini.

Il secondo importante criterio di differenziazione è il capitale culturale ereditato. È evidente dall’inchiesta che la disuguaglianza culturale influisce sul coinvolgimento e la partecipazione alla vita sociale e politica. Segna, infatti, una chiara linea di demarcazione tra i giovani con un alto livello di capitale culturale ereditato che risultano partecipare alla vita politica in varie forme, e i giovani con un basso livello di capitale culturale ereditato più spesso contraddistinti da un disimpegno totale o dalla violenza politica e dal radicalismo. È possibile (anche se il sondaggio non può dimostrarlo) che la crescente sfiducia nel sistema politico abbia accentuato questa frattura, allontanando sempre più i giovani con minor capitale culturale da qualsiasi forma di impegno, mentre i giovani più culturalmente avvantaggiati non hanno rinunciato a unirsi a forme di protesta o alla partecipazione politica.

La sensazione di essere stati indirizzati male nel proprio percorso scolastico è fortemente associata agli atteggiamenti sociopolitici del gruppo classificato come “rivoluzionario” e senza dubbio alimenta la sua radicalità. L’insoddisfazione nei confronti degli studi è anche un’importante fattore di malessere: c’è un forte legame fra l’insoddisfazione per la scuola e la sensazione di essere infelici. Il capitale culturale della famiglia e la relazione con la scolarizzazione in tutta la sua complessità (successo o insuccesso, soddisfazione o insoddisfazione nei confronti dell’orientamento ricevuto) sembrano quindi essere due elementi costitutivi della segmentazione delle tipologie dei giovani che emerge chiaramente dall’indagine.

Infine, il terzo criterio di differenziazione è costituito dall’origine nazionale e dalla religione, due criteri che sono strettamente collegati. I giovani di origine straniera, e ancor più i giovani di fede musulmana, si distinguono dagli altri per diversi aspetti. In primo luogo, e questo è senza dubbio un punto essenziale, sono in gran parte (il 46%) convinti che la Francia sia una società razzista per natura. Questa convinzione può essere alimentata dalla discriminazione che questi giovani subiscono nel mondo del lavoro e dalle tensioni che vivono con la polizia. La loro convinzione che la Francia sia una società razzista alimenta probabilmente la loro propensione a giustificare la violenza politica e i comportamenti trasgressivi più di altri, anche se non è sufficiente a spiegarli interamente. Notiamo anche che questi giovani vivono in quartieri dove il tasso di criminalità è significativamente più alto, cosa che tende a impattare sui giovani avvicinandoli a una cultura trasgressiva.

L’indagine ha quindi mostrato chiaramente la grande diversità tra i giovani francesi.

QUALCHE CIFRA CHIAVE DELL’INCHIESTA

Il 59% dei giovani trova difficoltose le questioni di denaro.

Il 41% dei giovani descrive i propri studi passati come difficili.

Il 39% dei giovani vuole vivere in una città di medie dimensioni, il 18% in una grande città di provincia, il 7% nell’area di Parigi.

Il 21% pensa di trasferirsi all’estero.

L’82% dei giovani dichiara di essere felice.

Il 62% dei giovani ritiene che le questioni legate all’ambiente, al clima e all’ecologia siano molto importanti e il 28% ritiene che le questioni di genere siano molto importanti.

Il 66% dei giovani ritiene che “sia utile votare perché è attraverso le elezioni che possiamo far cambiare le cose”.

Il 43% dei giovani non ha un’idea chiara su come posizionarsi nello spettro politico “sinistra-destra”.

Il 68% ritiene che i leader politici siano piuttosto corrotti.

Il 51% dei giovani ritiene molto importante (9-10 su una scala di 10 punti) vivere in un Paese governato democraticamente.

Il 25% dichiara di essere “molto disposto” a partecipare a una manifestazione.

Il 26% è molto disposto a ridurre il consumo di carne per combattere il riscaldamento globale

Il 9% è molto disposto a guadagnare meno soldi se l’economia rallentasse al fine di preservare l’ambiente.

Il 22% ritiene giustificato l’uso della violenza per protestare, esprimere la propria rabbia o difendere le proprie idee.

Il 49% ritiene accettabile o comprensibile “affrontare e scontrarsi con i funzionari eletti e rappresentanti politici” per protestare e il 39% “scontrarsi con la polizia”.

Il 16% pensa che “è sempre accettabile” non pagare il biglietto del treno, il 49% che non è mai accettabile, il 36% che è “una via di mezzo”.

L’11% dei giovani è fortemente d’accordo con l’affermazione “le società con un passato coloniale, come la Francia, sono state e rimarranno razziste”.

Il 51% dei giovani afferma che la crisi sanitaria ha avuto un impatto prevalentemente negativo sul loro morale.

NO PASARAN!

Ieri sera a Bologna centinaia di antifasciste e antifascisti hanno sfilato per le strade della città in maniera compatta, al grido di ‘NO PASARAN’, una parola d’ordine netta e determinata in risposta all’aggressione avvenuta il 4 maggio. Un corteo popolare, con grande protagonismo giovanile, ha portato fino a Porta Maggiore, luogo della violenza, lucidità e rabbia, due elementi indispensabili per iniziare a organizzare la forza e rispondere colpo su colpo alle prime avvisaglie di un nuovo nazismo. I messaggi di solidarietà arrivati da compagne e compagni di diverse città e la presenza composita di realtà antifasciste bolognesi ci indicano una strada da percorrere, tutta da costruire. Le liturgie antifasciste inefficaci o fuori tempo massimo non hanno trovato spazio in una piazza attenta, che aveva il compito e la volontà di dare una risposta reale ai nazisti che nei nostri quartieri provano a rialzare la testa con intimidazioni, violenza e minacce.

Quella di ieri sera è stata una piazza che riceve il testimone di una tradizione antifascista militante, perché le pratiche antifasciste vivono in virtù del filo rosso che ne collega le esperienze, in una dimensione sia geografica sia storica: dalla Resistenza italiana alla guerra civile spagnola, che ci ha dato in prestito le sue parole d’ordine, chiare ed efficaci ieri come oggi, No pasaràn; dai movimenti e dai partiti antimperialisti in America Latina fino alla resistenza popolare del Donbass. Questi esempi ci insegnano una risposta messa in campo dalle forze di classe, ma compito nostro è quello di leggere le tendenze in atto ora. Per questo, il percorso di mobilitazione che ha visto nella giornata di ieri un primo tassello, è la necessaria risposta antifascista al ritorno della minaccia nazista e squadrista nelle nostre città e nel nostro paese. Abbiamo mosso i primi passi per l’adeguamento delle nostre pratiche alle avvisaglie di un nuovo tipo di nazifascismo prodotto dalle condizioni della fase che stiamo vivendo e dalla precipitazione dello scontro interimperialista in atto. Tutto quello che sta succedendo a Bologna dal 23 aprile, ovvero da quando abbiamo ricevuto le prime intimidazioni, si deve leggere alla luce di un quadro internazionale che negli ultimi mesi ha avuto un’accelerazione esponenziale con l’invasione russa dell’Ucraina, portando a maturazioni processi che lavoravano un po’ più in ombra già da lungo tempo.

La guerra in Ucraina, fin dai suoi preludi, è stata sostenuta attivamente dalle forze di governo europee che già nel 2014 all’Euromaidan arringavano i miliziani dell’armata Azov in piazza Maidan a Kiev portando all’Ucraina nascente “il saluto dell’Europa che crede nella libertà e nella democrazia”. Il fatto che oggi l’Unione Europea stia mandando armi alla neo-proclamata “nuova Resistenza” ucraina, senza per altro curarsi degli “umori” dei suoi cittadini e delle ritorsioni della guerra nei nostri paesi, non è casuale né tantomeno eroica come la si vuole dipingere, ma la perfetta continuità con la politica degli ultimi anni, di silenziamento della guerra in Dombass, di legittimazione delle milizie naziste utili alla causa, e dell’alleanza filo-atlantista (inutile ricordare ancora le foto dei miliziani di Azov con la bandiera NATO) in funzione antirussa.

L’utilizzo del braccio armato fascista da parte del nostro sistema non ci stupisce affatto, in quanto la storia dei comunisti e del movimento di classe ce lo racconta molto bene: si tratta di un elemento ricorrente nel conflitto di classe del XX secolo anche in Italia, quando le borghesie nazionali scongiuravano la lotta di classe in ogni forma, dal finanziamento alle squadracce del fascismo storico quando la rivoluzione d’Ottobre scuoteva il mondo e il Biennio Rosso vedeva la maggior parte delle fabbriche dlel paese occupate da moti rivoluzionari, all’utilizzo delle stragi fasciste utilizzando lo strumento dello stato, come la Strage di Piazza Fontana del 1969, la strage di piazza della Loggia del 1974 e quella di Bologna del 1980. Quello che va messo in rilievo, dunque, è che il fascismo non è solo il movimento delle camice nere e delle teste pelate (sicuramente da non sottovalutare e sempre da tenere sott’occhio), ma rappresenta un’involuzione della deriva imperialista, al fine di rafforzarsi contro un nemico interno (le forze di classe) o con un nemico esterno (i competitor sul piano della competizione interimperialista). Un pericolo che si fa sempre più vivo all’interno della crisi strutturale che il nostro sistema sta vivendo da decenni, partita dal 1973 (prima crisi energetica) e susseguitasi fino ai giorni nostri con la crisi del 2008, dei debiti sovrani e infine del covid: oggi abbiamo anche la guerra. Un sistema in crisi che sta guidando di nuovo tutta l’umanità verso il baratro, spalancando le porte alle forze della reazione e della barbarie.

La memoria storica e una corretta lettura del nostro presente ci devono mostrare come concretamente il fascismo oggi si manifesta: oggi le milizie paramilitari in ucraini, lo “stato nello stato” del battaglione Azov e la commistione con le forze di governo e con la struttura imperialista della NATO sono state usate per controllare uno dei confini più instabili della storia, quello orientale. Le uova lasciate ad est dalle forze imperialiste si stanno pian piano schiudendo, mostrando il pericolo dei serpenti che da esse stanno ritornando fuori.

Siamo chiamati ad affinare le nostre armi, pratiche e teoriche, per metterci al passo con una realtà che procede a falcate da giganti e che si sta polarizzando al punto tale che oggi il nostro nemico di classe si è compattato, dalla parte della guerra e delle armi, prendendo al suo interno anche il campo nazista. Dobbiamo mettere in campo una risposta antifascista che sia all’altezza della sfida storica che ci pone innanzi la costruzione di un’Internazionale nera – che affonda le sue basi teoriche e militari proprio in Ucraina, e che collega con un filo nero i nazifascisti di tutto l’occidente – e il pericolo di una devastazione bellica o nucleare di tutta l’umanità.

Teniamo a sottolineare che questa legittimazione passa anche per i fascisti di casa nostra, abituati negli ultimi anni alle loro solite fiaccolate della (falsa) memoria, ma che oggi pian piano provano a prendersi terreno. Nei quartieri e nelle università dove i nostri compagni abitano e portano avanti un intervento politico ed antifascista, nei porti e nei magazzini dove il lavoro fianco a fianco coi sindacati di classe ci mostra una ritorsione padronale e fascista sempre più preoccupante: è dalla realtà stessa che vediamo il pericoloso sdoganamento che sta permettendo un ritorno del nazifasismo, dalle croci celtiche sui muri ai tentativi di violenza sessuale in pieno centro.

Ieri è stato fatto il primo passo in questa direzione, grazie anche alla solidarietà antifascista dei compagni che da tante città d’Italia ci hanno dimostrato vicinanza militante: se Toccano una Toccano tutti, perché una compagna che ha subíto un tentativo di stupro non resterà mai sola. In piazza c’erano tutti, i lavoratori e le lavoratrici, gli studenti e le studentesse, i ragazzi dei quartieri popolari. C’erano tutti gli antifascisti che oggi, come ieri, sanno riconoscere la giusta parte della barricata.

È nostro dovere oggi moltiplicare le mobilitazioni contro la guerra e contro la Nato, mantenendo alta l’attenzione militante nei confronti dei rigurgiti nazisti e contro il revisionismo storico. Che Bologna sappia rappresentare un primo esempio di un argine antifascista che dobbiamo attrezzarci a costruire e praticare in tutta Italia.

NESSUNA BASE PER NESSUNA GUERRA, GIÙ LE MANI DALLA NOSTRA TERRA!

ANCHE DALLE UNIVERSITÀ SCENDIAMO IN PIAZZA NELLA GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE DEL 2 GIUGNO A COLTANO.
Manifestazione nazionale: 2 giugno, h.14:30, Coltano (Villa Medicea)

Con i venti di guerra che sono tornati a soffiare in Europa e una competizione interimperialiata sempre più violenta, tutto l’Occidente si sta preparando alle sfide future: contro questo progetto di riarmo, il 2 giugno si terrà una manifestazione a Pisa contro la nuova base che sono intenzionati a costruire all’interno del parco naturale di San Rossore.

La caserma andrà ad ospitare i carabinieri del GIS (gruppo intervento speciale) e del reggimento di paracadutisti Tuscania, militari della seconda Brigata Mobile attivi all’estero in missioni sul campo e specialmente di addestramento, insomma in prima linea per quanto riguarda le politiche di guerra del nostro paese.

Con il recente acuirsi del conflitto in Ucraina, le potenze europee hanno mostrato le proprie tendenze imperialiste e belliciste nel rendersi cobelligeranti attraverso l’invio di armi sul fronte esterno e la guerra ideologica sul fronte interno, contribuendo ad alimentare l’escalation del conflitto a livello internazionale. Tra queste l’Italia del governo Draghi, che mostra il suo totale asservimento agli interessi degli USA che, in un momento di crisi ideologica ed economica del capitalismo, cercano di ricompattare attorno a sé l’Occidente per ristabilire la propria supremazia.

Clima di guerra che era già nell’aria, come strumento per aumentare i profitti di pochi in risposta all’ennesima crisi, con fondi per gli apparati di difesa presenti nel PNRR mascherati sotto ogni voce, dalla digitalizzazione alla transizione ecologica, che con la scusa di rendere maggiormente sostenibili le basi militari già presenti, ne porterà anche alla costruzione di nuove.

Così anche la base a Coltano, finanziata con il Fondo di Coesione e Sviluppo, ci mostra quale sia lo sviluppo che vogliono per i nostri territori: devastazione e guerra! Da Camp Darby al porto di Livorno, dall’aeroporto di Pisa alla nuova base a Coltano, passando per gli “atenei di eccellenza”, protagonisti di politiche di guerra e devastazione, il territorio pisano si sta configurando sempre più come una vera e propria “scacchiera della morte”.

L’escalation bellica ci mostra quindi in senso plastico chi sono i nemici degli interessi dei popoli, della pace e di una reale transizione ecologica e ha reso ancora più espliciti i rapporti che intercorrono tra l’apparato militare-industriale occidentale ed il mondo della formazione e della ricerca.

Come hanno già dimostrato i lavoratori dell’USB dell’aeroporto di Pisa e i portuali del CALP di Genova, rifiutandosi di caricare e scaricare armi, neanche noi studenti e studentesse delle università vogliamo essere complici delle guerre imperialiste.

Gli stessi atenei si inseriscono nel mercato bellico tramite la messa al servizio della ricerca e la legittimazione ideologica dei conflitti e delle politiche guerrafondaie dell’Italia e dei suoi alleati. Lo vediamo dalle collaborazioni più palesi come l’esercitazione “Mare Aperto”, promossa dalla marina militare, che si è svolta nei mari del sud Italia e a cui hanno preso parte le forze di sette paesi NATO e 11 atenei italiani (tra cui la Sant’Anna di Pisa). Un altro esempio lampante sono le collaborazioni con numerose università israeliane, a partire da quella sulla presunta “mediazione culturale”, come se le politiche razziste e colonialiste portate avanti dai sionisti in Palestina, che gli hanno permesso di diventare leader nelle tecnologie di controllo e belliche, li rendano un buon esempio di convivenza!

Per questo, come giovani studenti, riteniamo necessario scendere in piazza in primis questo due giugno, per opporci all’ennesima base in un territorio già ampiamente militarizzato. A Pisa così come a Genova, città protagonista negli ultimi tempi dei blocchi alle armi, e a Roma, contro la solita parata militare che quest’anno più che mai va a rappresentare la deriva guerrafondaia verso la quale il governo Draghi ci sta trascinando.

FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!
GOVERNO DRAGHI, UE E NATO: IL NEMICO È IN CASA NOSTRA.

Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista
Collettivo d’Ateneo – Firenze
Vedo Terra – Genova
Collettivo Universitario Primavera – Padova
MUA – Movimento Universitario Autorganizzato – Catania

CAORSO 22 MAGGIO: ABBANDONARE LE ILLUSIONI, ORGANIZZARE LA LOTTA!

La mobilitazione contro il progetto di rilancio dell’energia da fissione nucleare attraverso la tassonomia “verde” europea che abbiamo deciso di promuovere domenica 22 maggio alla centrale di Caorso ha voluto lanciare un segnale chiaro: per salvare l’ambiente bisogna rompere ogni subalternità ideologica e materiale con i responsabili dell’infarto ecologico che stiamo già vivendo.

Davanti alla sfacciataggine con cui l’Unione Europea e i suoi stati membri continuano a parlare di transizione ecologica, mentre nei fatti si muovono nella direzione opposta, è venuto il momento di abbandonare definitivamente ogni illusione che queste istituzioni possano ascoltare e raccogliere le istanze delle migliaia di giovani e giovanissimi che in questi anni hanno riempito le piazze facendo sentire le loro voci in difesa dell’ambiente.

Non è dall’interno dello stesso sistema che ci sta trascinando verso il baratro che può arrivare una soluzione. Anzi, vediamo concretamente come i processi messi in moto sul piano energetico abbiano come unici paradigmi quelli della competizione e del profitto, e non potrebbe essere altrimenti per chi deve garantire la tenuta e la riproduzione di un modello basato sullo sfruttamento sistematico dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

Come abbiamo avuto modo di approfondire con la pubblicazione di “Ambiente e capitalismo: la convivenza impossibile” non esiste settore della borghesia che abbia interesse in una reale transizione ecologica, e dunque fisiologicamente impossibile che questa avvenga poichè significherebbe rimettere in discussione i dogmi fondanti dell’intero modo di produzione capitalista, prima ancora che delle sue diverse declinazioni.

Santi a cui appellarsi non ci sono, tocca alle giovani generazione assumersi fino in fondo la responsabilità della lotta per l’ambiente, consapevoli che davanti non abbiamo un interlocutore, ma un nemico. Con una prospettiva che indichi da subito l’urgenza della rottura, che però non è sufficiente senza una pratica militante e la capacità di costruire organizzazione e lotta per incidere nel quadro politico.

Sarà necessario continuare a organizzarsi per costruire la forza adeguata per opporci concretamente all’attuale modello di sviluppo ecocida e guerrafondaio, dunque all’Unione Europea, al governo Draghi e al ministro Cingolani che rappresentano gli attuali soggetti agenti dell’ipoteca sul nostro futuro.

Nelle diverse tappe del percorso che da questo autunno ci ha portati alla mobilitazione di Caorso – in ultimo il convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” – abbiamo avuto modo di smascherare le menzogne che la propaganda dei pro nucleare nascondono per non ammettere – spesso solo a se stessi – di essere disposti a tutto pur di non dover accettare l’idea che l’unico modo per combattere le ingiustizie – ambientali, sociali etc… – sia proprio la rimessa in discussione radicale dei rapporti sociali dominanti.

L’appuntamento di Caorso ci rafforza nella determinazione di continuare a costruire iniziative di lotta a partire dalle scadenze per l’approvazione della tassonomia verde e oltre. Ringraziamo le diverse realtà e movimenti che hanno preso parte alla giornata. Contro la crisi ambientale, energetica e militare: Stacchiamo la spina a questo sistema!

Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista


NUCLEARE IERI E OGGI [INTERVISTA]

In avvicinamento alla mobilitazione di domenica 22 alla centrale nucleare di Caorso abbiamo rivolto qualche domande a Aldo Romaro, militante della Rete dei Comunisti che prese parte alle lotte contro il nucleare civile e militare negli anni ’80.

Ci troviamo in una situazione in cui il nucleare viene nuovamente riproposto a diversi livelli, in Unione Europea: partendo dalla famosa tassonomia verde, volta a tutelare gli interessi della Francia in questo frangente; passando per le dichiarazioni dei ministri nostrani, che non sanno a cosa ricorrere pur di dichiarare di avere in mano la soluzione al cambiamento climatico o al problema dell’indipendenza energetica; fino ad arrivare al rinnovato interesse da parte anche di aziende private nel settore. Eppure si pensava che in Italia i ben 2 referendum avessero in qualche modo chiuso l’argomento ormai 10 anni fa. Ci ricordi com’era andata?

L’argomento del nucleare non sarà mai chiuso definitivamente fin tanto che avremo la sfortuna di vivere in un mondo dominato dal capitalismo e dall’imperialismo.

Il cosiddetto nucleare “civile” è un sottoprodotto del nucleare militare e il suo sviluppo facilita la produzione di armamenti atomici. Se così non fosse non si capirebbe perché nel 1981 l’entità sionista abbia bombardato la centrale nucleare di Tamūz, in Iraq, giudicandola un pericolo per la propria sicurezza e in tempi più recenti la decisione dell’Iran di costruire una propria centrale nucleare abbia portato a pesantissime sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Per questo il nucleare “civile” è strategico per ogni borghesia che abbia velleità di potenza.

D’altra parte è importante ricordare la dimensione enorme raggiunta dall’opposizione al nucleare in Italia come dimostra la partecipazione ai due referendum, quello del 1987 e quello del 2011.

Nel 1987 parteciparono al voto il 65% degli aventi diritto e di questi l’80% votò contro il nucleare: il 52% dell’intero corpo elettorale, pari a quasi 24 milioni di persone

Nel 2011 parteciparono al voto il 54,8% degli aventi diritto e di questi il 94% votò contro il nucleare. Ancora una volta sono oltre il 51% del totale degli elettori, 25 milioni e mezzo di persone.

Questa mobilitazione di massa contro il nucleare è stata frutto  di decenni di lotte.

Per prima cosa dobbiamo ricordare i “Partigiani della pace”, movimento costituito nel 1949 da duemila delegati provenienti da 72 paesi diversi tra cui Picasso, Aragon, Farge, Amado, Matisse, Ehrenburg, Neruda ed Einstein e per l’Italia, Pietro Nenni, Vittorini, Guttuso, Quasimodo, Natalia Ginzburg, Giulio Einaudi.

Nel 1950 questo movimento raccolse 519 milioni di firme per la messa al bando delle armi atomiche. L’anno prima la sezione italiana, nonostante il divieto di raccogliere firme in luoghi pubblici, aveva raccolto oltre sei milioni di firme contro l’ingresso dell’Italia nella NATO.

Poi va ricordata sicuramente l’opposizione della popolazione dei territori in cui sono sorte o avrebbero dovuto sorgere le centrali.

Le prime contestazioni di massa furono nel Paese Basco a Lemoniz, dove nel 1972 il governo spagnolo pianificò la costruzione di due reattori nucleari, suscitando la reazione della popolazione e un crescendo di iniziative che portarono nel 1984 alla sospensione definitiva del progetto.

In Italia le prime tre centrali erano entrate in funzione a Latina nel 1962, sul Garigliano e a Trino Vercellese nel 1964, tutte costruite sull’onda della crisi di Suez (1956) che per la prima volta nel dopoguerra aveva evidenziato la fragilità dell’approvvigionamento energetico dei paesi occidentali.

Fino alla fine degli anni ’70 non sono ricordate mobilitazioni contro queste centrali, ma questo perché per anni era stata tenuta nascosta ogni informazione  relativa a problemi e criticità

Ad esempio per quanto riguarda Trino solo nel luglio del 1976 nel Notiziario del CNEN n°7  si scrive che ben che nove anni prima, nel 1967, “In occasione della prima fermata per ricarica del combustibile vennero riscontrati estesi danneggiamenti alle strutture di sostegno del nocciolo del reattore. Oltre allo spostamento dello schermo termico, si riscontrò la rottura di quasi il 50% dei bulloni di collegamento tra la parte inferiore e quella superiore del cilindro disostegno del nocciolo, la rottura del 70% dei tiranti nella zona inferiore della struttura e la distruzione quasi completa del sistema interno di misura del flusso neutronico (aero-ball system).”

Nel 1977 il settimanale Epoca scriveva che “la centrale atomica di

Trino Vercellese […] è stata ferma per incidenti 998 giorni fra il 1967 e il 1970: per buona parte di questo tempo ha scaricato nelle acque del fiume trizio radioattivo”.

Quindi dalla fine degli anni settanta del secolo scorso Trino vercellese, Caorso, Montalto di Castro hanno visto  numerosissime manifestazioni, alcune delle quali represse in modo pesantissimo dalla polizia, come ad esempio quella a Montalto il 9 dicembre 1986.

La terza cosa da ricordare è lo sviluppo di una critica radicale della concezione di “progresso”.

Il modo di produzione capitalista è un processo contraddittorio che produce un innegabile progresso  ma a costo di sfruttamento, mercificazione delle vite, distruzione dell’ambiente.

Negli anni della ricostruzione post-bellica i benefici erano generalmente giudicati tali da giustificare gli effetti negativi.

Ma ad un certo punto, con l’aumento dell’istruzione e della consapevolezza di massa, con la critica al consumismo e con la messa in discussione della pretesa capitalista di una crescita infinita, il giudizio cominciò ad essere ribaltato e i disastri ambientali come quello di Seveso il 10 luglio del 1976 furono occasione di ulteriore presa di coscienza.

Il quarto fattore che ha contribuito a quei risultati referendari sono stati i grandi incidenti alle centrali nucleari, quelli che non potevano essere nascosti come invece è stato fatto per decine di incidenti “minori”.

Three Miles Island, in Pennsylvania, dove il 28 marzo 1979 avvenne una parziale fusione del nocciolo;  Chernobyl il 26 aprile 1986 la cui nube radioattiva raggiunse l’Irlanda e che influenzò senza dubbio il referendum dell’anno seguente; infine Fukushima il 12 marzo 2011, che pesò sul voto al referendum che si tenne tre mesi dopo.

Accennavamo alla retorica secondo cui il nucleare potrebbe essere una delle soluzioni in questo frangente di crisi energetica, allo stesso modo in cui venne presentato durante lo shock petrolifero degli anni ‘70 (non per niente a quel periodo risale la maggior parte delle centrali francesi). Cos’è cambiato da allora?

Anche in Italia si approfittò della cosiddetta “crisi energetica” del 1973 per giustificare il nuovo Piano Energetico Nazionale che prevedeva la costruzione di 20 nuovi reattori nucleari, che dovevano aggiungersi ai tre già in funzione

Di queste venti venne però costruita solo quella di Caorso che entrò in funzione nel 1981.

Già il fatto che ci siano voluti otto anni per far entrare in un funzione una centrale ci dice chiaramente che giustificare l’adozione del nucleare per fronteggiare una emergenza, è una sciocchezza colossale.

Negli anni ’70 del secolo scorso come anche oggi non è la crisi energetica che impone il rilancio del nucleare ma la crisi politica, la crisi del comando imperialista.

Non è un caso che proprio a metà degli anni 70 dopo la sconfitta in Vietnam gli USA decidessero di farsi affiancare dalle altre potenze occidentali creando il sistema dei vertici (G5, poi G7) e mettendo in campo quell’escalation militare che tra dispiegamento di missili in Europa (in Italia a Comiso) e “guerre stellari” contribui non poco alla crisi del campo sovietico.

Una situazione molto simile a quella di oggi con cui si vorrebbe mettere in crisi le potenze emergenti della Russia e della Cina.

A questo serve il rilancio nucleare!

La retorica nuclearista negli anni è cambiata, e con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica al tema ambientale si è spostata su temi come il contributo che il nucleare potrebbe dare all’azzeramento delle emissioni climalteranti. Come dicevamo, quest’idea viene avvalorata dal tentativo di inserire la fissione nucleare nel novero delle energie sostenibili. Cosa pensi di questo tipo di narrazione?

Si certo, così come nella neolingua di Orwell “la guerra è pace”  allo stesso modo si può affermare anche che “il nucleare è verde”. Ma si tratta solo di una campagna di disinformazione finalizzata al rilancio del nucleare, civile e militare.

Gli argomenti sono quelli di sempre. I reattori delle generazioni precedenti non erano perfetti, quelli della prossima generazione saranno assolutamente privi di difetti. Sono solo campagne pubblicitarie prive di alcun riscontro concreto.

Oggi si vorrebbe far credere che i reattori della quarta generazione siano appunto perfetti e non presentino alcuna criticità.

Peccato che la caratteristica principale di questi reattori sia quella di non esistere! Sono solo progetti, esistono solo sulla carta!

Tutt’oggi vediamo che “a sinistra” la situazione risulta per molti spinosa da trattare: tra chi appoggia la transizione europea e chi invece ha creato una corrispondenza biunivoca tra industria nucleare ed economia pianificata. Quest’ultima considerazione, in particolare, pesò sul giudizio che all’epoca il PCI aveva rispetto all’utilizzo di questa fonte?

Non solo nel PCI ma un po’ in tutta la sinistra era diffusa la convinzione che una volta che ,con la rivoluzione o con le riforme, il proletariato fosse riuscito a prendere possesso della “stanza dei bottoni” tutte le storture dello sviluppo, tra cui quelle relative alla sicurezza dei lavoratori e alla salvaguardia dell’ambiente, avrebbero potuto essere superate.

Chernobyl fu sicuramente un duro colpo a questa convinzione. Ma anche prima di Chernobyl in moltissimi era maturata la convinzione che alcune tecnologie come la fissione nucleare non possono per definizione essere messe sotto controllo e che i vantaggi che possono portare sono sempre e comunque minori dei disastri che possono provocare.

Per quanto riguarda il PCI valgono però anche altre considerazioni. Negli anni ottanta del secolo scorso la mutazione genetica del PCI da partito revisionista a partito liberista era già ad uno stadio avanzato. E le ragioni per cui questo partito appoggiava il nucleare, così come per altro anche la CGIL, più che riguardare la possibilità di liberare l’uomo dal lavoro, riguardavano invece la possibilità di massimizzare la produttività, cioè l’estorsione di plusvalore.

E anche per quanto riguardava il rischio di una escalation dell’armamento nucleare, dal 1976 il PCI attraverso il suo segretario Berlinguer, aveva dichiarato di “sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della NATO” anche se quell’ “ombrello” era fatto di missili balistici con testata nucleare.

Va anche detto che dopo Chernobyl il PCI anche se aveva appena approvato nel suo congresso la scelta nucleare decise opportunisticamente di appoggiare il referendum, e pagò questo andamento ondivago con un approfondimento della sua crisi interna che lo avrebbe portato a trasformarsi in Partito Democratico (della sinistra) di lì a pochi anni.

NUCLEARE E TASSONOMIA “VERDE” – Giorgio Ferrari

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

NUCLEARE E TASSONOMIA “VERDE”
di Giorgio Ferrari

L’argomento saranno quelle che sono presentate come tecnologie avanzate in campo nucleare. Prima di questo, alcune precisazioni sull’attualissimo tema della tassonomia europea: come viene presentato il nucleare, cosa significa e quali sono gli attori principali.

Tassonomia

Intanto ricordiamo il fatto che non tutto il nucleare e non tutto il gas sono stati introdotti nella tassonomia: un’epurazione squisitamente politica da parte dell’Unione Europea. Infatti la tassonomia (iniziata parecchi anni fa) non è altro che una classificazione merceologica di tutte le attività che secondo la Commissione Europea sono non solo ecosostenibili, ma anche di interesse della Comunità Europea (ad esempio i fondi pensione) e quindi godono di tutela (se non addirittura sovvenzioni europee) sul mercato.

Per inserire gas e nucleare in questo contesto, l’Unione Europea li ha “spezzettati”. Sarebbe a dire che non ha considerato le attività a monte e a valle del ciclo dell’Uranio, che invece sono ritenute non ecosostenibili e non finanziabili. Si tratta quindi a tutti gli effetti di un’operazione di “maquillage”. Stessa cosa per il gas: in tassonomia sono incluse l’attività di estrazione del gas oppure di costruzione del gasdotto (come vorrebbe una valutazione LCA – Life Cycle Assessment).

Quali sono quindi i “paletti” stabiliti dalla Commissione per l’introduzione di queste fonti in tassonomia?   Rispetto alla costruzione di nuovi reattori:

– Le emissioni di gas serra durante la generazione dell’energia elettrica devono essere inferiori ai 100 g/kWh, come stabilito da IPCC (Intnergovenmental Panel on Climate Change) ed IEA (International Energy Agency);

– Il permesso per la costruzione della centrale dev’essere stato rilasciato dall’autorità competente dello Stato membro prima del 2045;

– Lo Stato intenzionato a realizzare l’impianto deve disporre di un deposito per rifiuti nucleari di bassa-media attività, e abbia inoltre in programma di mettere in funzione entro il 2050 un deposito per scorie radioattive ad alta attività

Rispetto ai reattori in esercizio entro il 2040 devono essere approvate delle modifiche per allungarne la vita operativa aumentandone contemporaneamente la sicurezza.

È questa la foglia di fico con cui si giustifica l’introduzione del nucleare già esistente nella tassonomia, fatto che serve gli interessi francesi come spiegato nell’intervento del prof. De Cecco.

Rispetto al gas naturale:

– Limite di 100gCO2/kWh per gli impianti in esercizio;

– Limite di 270gCO2/kWh per nuovi impianti approvati entro il 2030 se sostituiscono impianti più inquinanti.

È importante non lasciarsi fuorviare: l’Europa non è divisa in una Francia diabolica ed una Germania paladina della transizione verde. Non dimentichiamoci che le fonti di energia spinte dall’atto delegato alla tassonomia sono due: gas e nucleare.

A questo proposito confrontiamo i seguenti grafici:

Se ne evince che la Germania, ora esaltata a paladina della transizione energetica, è da sempre e finora fortemente dipendente dalle fonti fossili.

L’attuale governo tedesco ha anticipato la data di phase-out dal carbone al 2030, obiettivo irraggiungibile a meno che non si stabilisca in sede europea che il gas è una fonte di transizione, con l’aggiuntiva deroga dei 270gCO2/kWh se gli impianti sono sostitutivi di carbone e lignite.

Da contestualizzare nel senso della competizione per l’energia anche l’operazione che la Germania sta facendo sull’Ucraina, a cui i Verdi hanno da poco dichiarato di voler mandare le armi. Questo Paese sarebbe infatti il candidato perfetto per diventare l’hub energetico della Germania in tutti i campi: dall’idrogeno all’energia rinnovabile.

Tornando sui dati, vediamo come il 36% della produzione energetica in Germania derivi da combustibili fossili. Bisogna riconoscere che la politica interna ha influito su queste dinamiche: infatti Angela Merkel ha preferito mantenere aperti gli impianti a lignite e non andare a scontro con i lavoratori del settore, memore di quanto successo in Inghilterra nel momento in cui la Tatcher chiuse con il carbone.

Il risultato è che da 2 anni la Germania fallisce nel raggiungere gli obiettivi ambientali, e per i prossimi 2 anni altrettanto. Concludiamo questa parte sottolineando un fatto importante: come si è arrivato a ragionare in questo modo oggi? Un ciclo combinato (una o più turbine a gas associate ad una turbina a vapore), che è la macchina più avanzata dal punto di vista dei rendimenti (fino ad oltre il 55%) per la produzione di energia elettrica, ha delle emissioni normali di 340-360 gCO2/kWh.

Ci si domanda quindi come sia possibile imporre per l’utilizzo del gas uno standard di 100gCO2/kWh se le macchine più avanzate ne producono tre volte tanto. È possibile perché, avendo le risorse necessarie, si possono mettere in campo soluzioni (sequestro di carbonio o scomposizione della CO2 per recuperare ossigeno) che abbattono dell’80-90% il contenuto di anidride carbonica.

Per questo il gas rientra dalla finestra come fonte non inquinante.

È quindi a causa dell’esclusiva adesione ad un ragionamento che stabilisce parametri tecnici senza porsi il problema della messa in discussione dello sviluppo economico che alcune fonti rientrano in gioco. Se i termini generali del problema sono che al 2050 l’energia elettrica necessaria raddoppia (per alimentare mobilità, sviluppo dell’industria 4.0 e automazione spinta) è inevitabile che vengano riproposti tutti i paradigmi disponibili sul mercato, soprattutto in considerazione del fatto che delle “macchine rotanti”, a differenza dei meccanismi di accumulazione sfruttati dalle rinnovabili, garantiscono una maggiore stabilità delle reti elettriche.

Fusione nucleare

Il progetto più avanzato al momento è ITER (in Francia), a cui partecipano (per citarne alcuni) Cina, Stati Uniti, Russia ed Europa. Gli altri (CFS, PSFC, DTT, Enea) sono tutti più o meno analoghi, con la differenza che impiegano vari superconduttori (sigla REBCo: terre rare, bario e rame).

Concettualmente questa tecnologia mira a replicare i processi che avvengono nel Sole (e le altre stelle) con però una notevole differenza: nel Sole questi processi riguardano l’idrogeno e avvengono in presenza di pressioni enormi (a causa della massa del Sole), il che permette di avere temperature di fusione di 15-20 milioni di °C. Sulla Terra, a causa delle pressioni inferiori, si usano deuterio e trizio (isotopi dell’idrogeno più pesanti) e bisogna ricorrere a temperature molto più alte (circa 100 milioni di °C).

Advanced nuclear technologies. Sotto questa etichetta vanno varie categorie di reattori.

– Small Modular Reactors

Attenzione: la parola modulare non si riferisce alla “scalabilità” della tecnologia, ma alla possibilità di prefabbricare il reattore e poi assemblarlo in moduli.

Di questi si contano 30 modelli ad acqua, che a differenza di quelli normali non dovrebbero superare i 300MW elettrici. I vantaggi presentati sono le dimensioni ridotte ed i costi e tempi di realizzazione contenuti. Tecnologicamente parlando non c’è invece sostanzialmente nulla di nuovo.

Il più avanzato è il BVRX 300 della General Electric, già commercializzabile ma non ancora realizzato, senza pompe di alimentazione e incassato nel terreno.

– Advanced Modular Reactors con 14 modelli HTGR (High Temperature Gas Reactors) che sfruttano una tecnologia tutt’altro che innovativa, dal momento che viene riproposto in varie forme ormai da decenni (ad esempio Peach Bottom, Pebble) senza grandi risultati.

– Microreactors. Una novità dal punto di vista tecnologico, almeno per uso civile: infatti sono già stati utilizzati in missioni spaziali per potenze di qualche kWh/qualche decina di kWh. Quelli che si vorrebbero commercializzare hanno invece potenze di qualche MWh/qualche decina di Mwh.

Si tratta di reattori “inscatolati” (canned) di tipo “plug-and-play” (che si mettono in funzione “inserendo la spina”) di cui i produttori garantiscono per 40 anni il funzionamento autonomo con una ricarica del combustibile ogni 3 anni: l’idea è convincere gli acquirenti che sia possibile avere una sorta di nucleare domestico, col fine di alimentare stazioni di ricarica, comprensori o centri industriali, e renderlo più appetibile perché più familiare.

MILITARE CIVILE E PROLIFERAZIONE MILITARE – Angelo Baracca

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

MILITARE CIVILE E PROLIFERAZIONE MILITARE
di Angelo Baracca

L’argomento sarà l’uso duale (civile e militare) della tecnologia da fissione.

Iniziamo con una precisazione: il nucleare non si studia a scuola, e poco in università; ma bisogna avere presente che una reazione nucleare non è solamente potente, ma radicalmente diversa da quelle convenzionali. I processi nucleari mettono in gioco energie milioni di volte più grandi di quelle messe in gioco dai processi che avvengono spontaneamente sulla terra. Questa è la sostanza dell’incompatibilità assoluta dello sfruttamento energetico del nucleare con i processi terrestri e anche il motivo per cui i residui radioattivi rimarranno per migliaia di anni in eredità alle future generazioni.

Entrando nel merito per spiegare il processo di fissione ai non addetti ai lavori, ricordiamo che l’Uranio è l’elemento più pesante presente in natura e ha due isotopi principali: l’Uranio 238 (componente maggioritaria) e l’Uranio 235 (meno dell’1% di abbondanza). Quest’ultimo è quello che più interessa, dal momento che assorbendo neutroni va in contro a fissione (si divide) emettendo contestualmente una grande quantità di energia (ordine del milione di volte maggiore rispetto ai processi chimici) oltre che 2-3 neutroni (più di quanti ne assorba) consentendo quindi di sviluppare la reazione a catena che provoca la fissione degli altri nuclei (sempre 235) adiacenti.

È questo il senso del cosiddetto “arricchimento”: aumentare la concentrazione di 235U (rispetto a quello 238) in modo da rendere l’uranio adatto alla fissione a catena. Per farlo ci sono diversi processi: quello più moderno ed efficiente è la centrifugazione, che sfrutta la diversa massa dei due isotopi per separarli.

Di arricchimento si possono avere diversi gradi, a seconda della concentrazione di 235U rispetto a quella di 238U. Per i reattori ad acqua leggera attualmente in uso si ricorre ad arricchimenti del 2-4%. L’arricchimento richiesto per fabbricare bombe nucleari è invece superiore al 90%; tuttavia già oltre il 20% si parla di Uranio miliare (“weapon grade”), dal momento che da questa percentuale in poi è più facile aumentare a piacere l’arricchimento.

Ad esempio, nell’accordo JCPOA con l’Iran del 2015 è stato imposto al Paese un limite di arricchimento del 3.67% in cambio della sospensione delle sanzioni economiche e commerciali. Tuttavia, non essendo cessate le misure di embargo, l’Iran sta attualmente procedendo con l’aumento dei livelli di arricchimento arrivando attualmente al 5-6%.

Nel range “wapon-grade” si situano anche i reattori militari, usati ad esempio dalla marina statunitense per la propulsione navale. Il motivo è che a causa della necessità di concentrare la produzione di energia in spazi molto piccoli (per esempio su un sommergibile) si usano arricchimenti compresi tra il 40% ed il 90%. 

Questo è anche il concetto alla base del funzionamento degli small reactors (che verranno approfonditi successivamente), reattori oggi proposti che hanno arricchimenti molto alti rispetto a quelli convenzionalmente indicati come “civili”.

In questa direzione vanno i nuovi progetti che dovrebbero fare impiego di combustibile HALEU (High Assay Low Enriched Uranium) che promette maggiore sicurezza ed insieme maggiore potenza per unità di volume ma che proprio per questo richiede un arricchimento che va dal 5 al fatidico 20%.

È interessante notare che in un ambito così strategico militarmente si ricorre all’uso di “due pesi e due misure”. Infatti, mentre l’arricchimento dell’Uranio è stato vietato all’Iran (ancora molto lontano dal raggiungere un grado militare di arricchimento), il Brasile (sotto la dittatura militare tra il 1964 ed il 1985) era ad un passo dalla bomba atomica. La Corea del Nord richiederebbe un discorso a parte, quindi per motivi di tempo si rimanda all’articolo.

Se l’Uranio 235 è fondamentale per l’arricchimento in campo militare, anche l’Uranio 238 ha un ruolo fondamentale. Infatti assorbendo neutroni, tramite una catena di trasmutazioni può essere trasformato in Plutonio 239 (239Pu), un elemento transuranico artificiale che essendo fissile come l’Uranio 235 costituisce il nucleo ideale per la creazione di bombe.

Il primo esperimento in proposito è stato la “pila” di Fermi (eufemismo usato con la funzione di sminuire la portata militare dell’esperimento) che nel 1942 verificò la possibilità di produrre Plutonio per irraggiamento neutronico. Infatti il 16 luglio del 1945 la prima bomba nucleare testata fu quella al Plutonio fatta esplodere ad Alamogordo durante il Trinity Test. Il 6 e 9 agosto dello stesso anno una bomba all’Uranio arricchito su fatta esplodere su Hiroshima, ed una al Plutonio su Nagasaky.

Dopo il 1945, per più di 10 anni furono costruiti solo reattori militari (plutonigeni o per propulsione navale). Va anche osservato che tutti i Paesi che hanno avuto programmi nucleari militari o hanno realizzato la bomba hanno iniziato costruendo reattori a fissione. Questa è l’evidenza più schiacciante del legame inscindibile tra uso civile e militare di questa tecnologia. Non a caso Israele, per mantenere l’egemonia nucleare in Medio Oriente, bombardò i centri nucleari di ricerca di Osirak (Iraq, nel 1981) e di Deir ez Zhor (Siria, nel 2007) ed oggi mette in conto di fare la stessa cosa con l’Iran.

Si consideri che nel 1977 lo stesso Presidente statunitense Jimmy Carter (ingegnere nucleare) proibì proprio per questo motivo il ritrattamento del combustibile nucleare esaurito. La Gran Bretagna ha cessato nel 2012, mentre la Francia prosegue (ad esempio nell’impianto La Hague). Resta un grande interrogativo rispetto al Giappone, che con 47 già tonnellate di plutonio separato (potenzialmente 6000 testate) sta avviando degli impianti di riprocessamento del combustibile.

Oltre che per la fabbricazione del Plutonio, l’Uranio depleto (completamente spogliato del 235) ha una densità talmente grande che, se messo nei proiettili, buca le corazze dei carri armati. Queste mine anticarro sono state usate a profusione in scenari di guerra che vanno dall’Iraq alla Jugoslavia. In particolare, dei militari italiani che hanno operato in Jugoslavia maneggiando senza protezioni i residui dell’Uranio impoverito, 7600 sono gli ammalati e 400 le vittime.

In Iraq, invece, i residui sono rimasti addirittura alla portata dei bambini, con gli impatti riportati in questo studio. Per una panoramica più generale dal “Bullettin of the Atomic Scientists” si consiglia “The disturbing and under-researched legacy of depleted uranium weapons”.

Ricordiamo poi che la proliferazione militare non vuol dire solo bombe. Infatti le guerre hanno un impatto fondamentale sul cambiamento climatico sotto diversi punti di vista: basti pensare al fatto che il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di energia del Paese, con 500 basi solo in USA; oppure che lo stesso cambiamento climatico è un moltiplicatore di minacce, la cui gestione militare determina un’escalation di danni ambientali e sulla popolazione.

Anche rispetto alla famosa fusione la ricerca militare va avanti. Sempre negli Stati Uniti è stata costruita nell’ultimo ventennio dal Dipartimento della Difesa un enorme impianto per il confinamento inerziale (National Ignition Facility, Los Alamos), in cui 192 super-laser concentrano la loro energia su un pellet di Deuterio e Trizio (isotopi dell’Idrogeno) del diametro di un chicco di riso fino a portarlo alla temperatura adatta all’innesco della fusione nucleare. Lo scopo di questa ricerca è progettare microtestate che evitino la penalizzazione della massa critica richiesta per innescare la fissione nucleare.

ENERGIA, EMISSIONI E SCENARI FUTURI – Sandro de Cecco

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

ENERGIA, EMISSIONI E SCENARI FUTURI
di Sandro De Cecco

Iniziamo da una panoramica: dove si situa e a cosa serve il nucleare nello scenario mondiale di produzione dell’energia; quali sono i suoi limiti e perché. Concluderemo sugli scenari, dalla scadenza intermedia del 2030 allo scenario di riferimento del 2050: come si arriva a questi scenari, chi li studia e costituisce; la necessità di iniziare un percorso verso la costituzione di un raggruppamento di forze ed intelligenze che un tale scenario lo costruiscano dal basso, dal momento che non è più in dubbio il fatto che bisogni tendere ad azzerare le emissioni di carbonio.

Nel mondo dell’energia lorda che si produce circa ¼ è consumata per produrre elettricità. Tutto il resto è consumata per alimentare direttamente riscaldamento domestico, trasporti (collettivi o personali), industria, agricoltura e servizi.

Quando parliamo di nucleare lo inseriamo nel quadro della produzione di energia elettrica. In particolare, sull’energia elettrica prodotta al livello mondiale, il nucleare rappresenta circa il 10%: questo vuol dire grosso modo 2.5% dell’energia totale prodotta. Questo già ci dice che se anche postulassimo che il nucleare non produce emissioni è intuitivo che per diminuire le emissioni dovremmo occuparci del restante 98% di produzione (maggioritariamente basata su combustibili fossili).

Entriamo nello specifico della sola elettricità e del caso europeo (Francia ed Italia in particolare). In Francia grossomodo la produzione di energia elettrica è sempre circa ¼, unica frazione dell’energia prodotta su cui può vantare di aver realizzato l’indipendenza energetica, cavallo di battaglia dei nuclearisti. Infatti di questo quarto circa il 70% è prodotto da energia nucleare, mentre il restante 30% si suddivide tra un 20% rinnovabile (idroelettrico e solo in minima parte fotovoltaico ed eolico – percentuale che peraltro, a differenza dell’Italia, non è cresciuta negli ultimi 20 anni) ed un 10% fossile. In Italia la situazione al 2020 è la seguente: quasi 40% di energie rinnovabili (aumentate di un fattore 2 rispetto agli anni ‘90) e 60% di fossile (nell’ambito della produzione di energia elettrica che rappresenta sempre ¼ della produzione totale di energia). Di questo fossile il gas naturale metano negli ultimi 20 anni ha sostituito quasi completamente la combustione di carbone e di petrolio.

L’Italia quindi, rispetto alla Francia, già nel 2020 ha superato gli obiettivi intermedi verso la scadenza del 2030. Questo in realtà è stato possibile perché in Italia non è più presente (e non lo è mai stata in maniera corposa) una fonte di produzione di energia elettrica molto rigida come il nucleare – un reattore, una volta acceso, non si può spegnere o modulare a seconda delle esigenze.

La Francia con i suoi 56 reattori (cira 60 GW di potenza installata) e un potenziale nazionale di produzione di energia elettrica dell’80% (anche se adesso è un po’ più basso) ha visto questo come un fattore non abilitante dell’aumento di energie rinnovabili all’interno del proprio mix energetico elettrico. Le ragioni sono due:

1) La già citata rigidità della produzione di energia elettrica. Questo ha anche un’altra conseguenza, cioè che il surplus (prodotto di notte o in periodi dell’anno in cui il quantitativo di energia richiesto è minore) viene esportato a prezzi molto bassi; contemporaneamente non riesce neanche a far fronte ai picchi di domanda, durante i quali è comunque costretta ad acquistare elettricità a caro prezzo (addirittura anche dall’Italia).

2) Gli investimenti. Infatti il parco nucleare francese è molto vecchio (installato fra fine anni ‘70 ed inizio anni ‘80), quindi le centrali arriveranno a scadenza nell’arco dei prossimi 10 anni (nonostante i lavori di adeguamento che ne hanno prolungato la vita a caro prezzo – 2 miliardi a reattore – soprattutto a seguito dell’incidente di Fukushima). Queste spese (circa 100 miliardi a fronte del 18% di energia prodotta al livello nazionale) vanno considerate anche al netto di un depauperamento generale dell’economia e di una drastica diminuzione delle competenze tecniche che garantiscano lavori di adeguamento di qualità.

Da questo deriva un’altra considerazione: il nucleare è un sistema complesso che è figlio di tempi in cui lo Stato direttamente faceva una politica industriale con un indotto (anche privato ma essenzialmente pubblico) anche culturale e di formazione. Oggi in Europa il livello tecnico e scientifico globalmente si sta abbassando molto e formare tecnici e genio nucleare per i prossimi 30 anni in Francia (secondo le stime di EDF) vuol dire dover assumere ai fini del mantenimento della potenza installata 4000 ingegneri e tecnici l’anno nei prossimi 10 anni.

Rispetto ai nuovi reattori (EPR, generazione III, III+) in costruzione a Flamenville (Francia) ed in Finlandia: dovevano costare 3-4 miliardi ognuno ed essere costruiti in meno di 6-7 anni. In realtà sono più di 15 anni che si aspetta, e stanno costando circa 14 miliardi l’uno (19 miliardi se si contano gli interessi). Di fronte a questi fatti si risponde che sono i primi modelli (non proprio, dal momento che ce n’è uno già operativo in Cina e già fermato per un guasto) e che i prossimi verranno a costare solo 7 miliardi. Questo vuol comunque dire che per 6 EPR (quelli che Macron sta promettendo in campagna elettorale per rimpiazzare quelli che “andranno in pensione” entro il 2050) il costo stimato è di circa 45 miliardi di euro (dimezzando le stime rispetto ai dati attuali).

Il peso di questi costi è cruciale per introdurre il discorso sulla tassonomia cioè capire perché il nucleare è rientrato in gioco e perché proprio con investimenti sulle centrali attuali da approvare fino al 2050 ed investimenti per centrali future fino al 2045. Infatti oggi in Europa nessuno stato può emettere debito, quindi deve finanziarsi sui mercati: questi 150 miliardi di cui la Francia ha bisogno possono essere reperiti sul mercato, e sicuramente è più facile finanziare una tecnologia che abbia la “green label” della tassonomia.

Ovviamente il problema non è solo finanziario, ma anche energetico, scientifico, tecnico, di sicurezza ed ambientale. Perché ad esempio non abbiamo voce in capitolo su ciò che farà la Francia con i suoi reattori? Dovremmo, dal momento che siamo un Paese confinante ed un incidente di gravi dimensioni riguarderebbe tutti almeno al livello continentale. Ci riguarda tutti anche perché una presenza importante e fissa di produzione di energia elettrica nucleare sul Continente vuol dire una capacità minore di sviluppare alternative “carbon-free”.

A proposito delle emissioni di carbonio, un po’ di numeri.

A parte che nell’Europa dell’Est, il carbone è stato praticamente dimenticato nel resto del Continente. L’emissione di CO2 derivante dalla produzione di energia elettrica bruciando carbone è circa 800 g/kW, mentre per il gas metano si aggira tra i 400 ed i 500 g/kW.

Rispetto al gas, invece bisogna distinguere a seconda del ciclo di vita (corto o breve): c’è differenza di impatto tra il gas fossile e quello prodotto dalla metanizzazione ad esempio dei rifiuti alimentari urbani o agricoli, più facile da ri-fissare a breve termine nei terreni agricoli e forestali.

In sostanza non è che non ci sia emissione di CO2, ma il bilancio totale nell’aria a fine ciclo è prossimo allo zero. Ad esempio bruciando biogas in una stessa centrale a metano si ottengono emissioni di carbonio di circa 10 g/kW.

Altra questione portata dai proponenti del nucleare è quella dei costi. Oggi il costo dell’energia è circa di 45-50 euro/MW/h: per seguire il trend, il nucleare sta cercando di abbassare i costi per rendersi competitivo (fatto che ha suscitato il dissenso dei lavoratori di EDF). Invece, per quanto riguarda solare ed eolico, i costi stanno scendendo dai 100 euro/MW/h a 50 euro/MW/h o meno, minimizzando quindi le differenze anche in questo frangente.

Rispetto alle emissioni di CO2 del nucleare, invece, si nasconde lo scheletro nell’armadio: se è vero che l’emissione di CO2 è nulla nella fissione del nucleo di Uranio235 e che dalla costruzione al funzionamento della centrale il bilancio è tutto sommato positivo (c’è una fase di costruzione della centrale che comprende cemento, siderurgia e trasporti, mentre durante il periodo di vita contando i servizi si arriva ad un’emissione di 20-30 g/kW), dobbiamo considerare anche non solo il decommissioning della centrale ma anche il ciclo del combustibile.

Il problema del nucleare oggi, che da questo emerge, è che non abbiamo chiarezza sui numeri. Il ciclo del combustibile ha innanzitutto un processo di estrazione (l’Uranio è presente per una parte su 1000 nei minerali uraniferi) che dal punto di vista chimico sono particolarmente energivori e lo diventeranno ancora di più con il progressivo abbassarsi della concentrazione di uranio nelle miniere. Questa fase a monte del processo, in Francia, è diventata segreto militare, quindi non abbiamo contezza del bilancio CO2 completo. Segue il processo di smaltimento, di cui poi si parlerà più avanti. In totale arriviamo quindi ad un ciclo (per un reattore EPR, di cui si sta discutendo adesso) che comprende 60 anni di vita della centrale, quasi 20 di preparazione, 20 di costituzione del combustibile e 40-50 anni di ecommissioning, rendendolo un ciclo che copre circa un secolo.

Concludiamo con gli scenari al 2050.

Non basta rendere “carbon-free” il 25% di produzione di energia elettrica. C’è un 75% che non possiamo ignorare. Quindi nessuno scenario ragionevole (e per questo invito a guardare gli scenari dell’associazione francese Negawatt) può esimersi da: un elemento di sobrietà energetica (riduzione del consumo totale di energia – circa del 30% – elemento imprescindibile per avere una qualche speranza di far fronte alla crisi ambientale); un’elettrificazione massiccia di produzioni basate principalmente su idrocarburi fossili. Questo vuol dire che complessivamente si dovrà produrre più elettricità che adesso, oltre a trasformare le attuali quote fossili di elettricità in rinnovabili.

Da questo punto di vista la restante percentuale di energia necessaria (calore diretto) dovrà essere garantita da biomassa o da fonti a ciclo corto. Tuttavia lo sviluppo di fonti intrinsecamente fluttuanti come il vento comporta la necessità di sviluppare due elementi:

1) l’interconnessione di una rete al livello continentale in modo che, considerando una regione più grande, le fluttuazioni siano in media trascurabili.

2) implementare lo stoccaggio a cui ricorrere nei picchi di produzione. Da questo punto di vista, si parla molto del così detto idrogeno green, nonostante anche su questo punto ci sia molta confusione. In generale, lavorare a meccanismi ad alta efficienza che permettano di non degradare la qualità dell’energia elettrica prodotta.

Rispetto alla tassonomia, c’è anche il nodo del gas. Mentre sul nucleare le relazioni da parte del gruppo TEG (contrarie) sono già state pubblicate, sul gas si applicano vincoli abbastanza stringenti: le emissioni devono essere sotto i 270 g/kW entro il 2030, le quote di emissione del carburante devono passare al 55% di biogas entro il 2030 e dopo il 2030 la quota di emissione deve passare a meno di 100 g/kW.

Questo vuol dire che mentre la proposta del nucleare ha lo scopo di salvare i francesi dalla speculazione finanziaria, quella del gas è messa lì semplicemente per registrare una situazione di fatto: i Paesi dell’Est Europa attualmente legati al carbone non riuscirebbero a rientrare negli obiettivi concordati.

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