NUCLEARE, EMERGENZA CLIMATICA E SOSTENIBILITÀ – Angelo Tartaglia

Dagli Atti del Convegno “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista” del 22 gennaio scorso

NUCLEARE, EMERGENZA CLIMATICA E SOSTENIBILITA’
di Angelo Tartaglia

Ormai è universalmente riconosciuto, ancorché sotto traccia continuino ad essere presenti delle posizioni “negazioniste”, che l’umanità si trova a fronteggiare una emergenza climatica globale che essa stessa ha provocato. È come se fossimo a bordo di una barca portata dalle acque di un fiume: dal corso normale si sta passando ad un tratto fatto di rapide a pendenza crescente al di là del quale c’è una cascata. L’urgenza immediata è quella di remare tutti insieme per raggiungere la sponda il più in fretta possibile, per poi decidere insieme come continuare il viaggio.

Sul piano istituzionale la stessa Unione Europea ha riconosciuto l’emergenza fissando in forma vincolante per gli stati membri l’obiettivo del conseguimento entro il 2030 di una riduzione del 55% (rispetto ai livelli del 1990) delle emissioni di gas climalteranti in atmosfera e, a seguire, sempre in forma vincolante, quello della parità carbonica entro il 2050.

Ora però la stessa Unione fra le soluzioni sembra voler includere non un cambiamento di rotta, ma il rilancio di una mitica fonte di energia che dovrebbe consentire contemporaneamente la indefinita crescita dei consumi e lo stop all’impatto sul clima: l’energia nucleare.

Al riguardo una prima banale osservazione è che per rispettare gli obiettivi europei occorrono provvedimenti efficaci entro approssimativamente un decennio. Non è però possibile realizzare nuovi impianti nucleari, in aggiunta a quelli già esistenti o in costruzione, in grado di sostituire centrali a combustibili fossili e relative emissioni entro la scadenza del 2030.

La realizzazione ex novo di una centrale nucleare richiede normalmente più di un decennio. Nel frattempo il cantiere è un emettitore netto di gas climalteranti.

Se ne deduce che la fonte nucleare non è in alcun modo un mezzo per affrontare l’emergenza climatica. Il rilancio delle centrali atomiche ha quindi un’altra valenza e un altro significato: quello di fornire energia aggiuntiva per alimentare una crescita materiale che è in realtà fisicamente insostenibile.

Sostenibilità del nucleare

Per estendere il ragionamento anche al di là dell’emergenza immediata, occorre innanzitutto dare una definizione di “sostenibilità”. In modo pragmatico si può dire che un processo che implichi variabili fisiche è “sostenibile” quando è in grado di proseguire per un tempo molto più lungo dei tipici tempi umani, senza compromettere le basi fisiche che gli permettono di svolgersi né produrre effetti collaterali cui la biosfera non possa adattarsi.

Se si accetta una simile definizione, gli unici processi effettivamente sostenibili risultano essere quelli che usufruiscono di fonti energetiche la cui disponibilità è valutabile su archi temporali estremamente lunghi (dalle centinaia di migliaia di anni in su) e che vengano usate in una prospettiva di equilibrio dinamico con l’ecosistema.

Da questo punto di vista il nucleare non è sostenibile in quanto:
a) La fonte primaria, sotto forma di isotopi fissili reperibili nella crosta terrestre o nei mari, non è affatto di lunga durata;
b) L’impatto indotto dalle centrali nucleari, tanto in caso di incidenti, che per il normale funzionamento, non dà luogo a forme possibili di adattamento.

Sul primo punto: già negli anni ’70 del secolo scorso si stimava che, se avesse dovuto far fronte al fabbisogno energetico dell’umanità, il nucleare avrebbe potuto avere una durata confrontabile con quella del petrolio, misurabile in qualche decennio. In un caso come nell’altro il problema non è tanto la quantità di isotopi fissili naturali o di idrocarburi presenti negli strati superficiali del nostro pianeta, quanto quella dei giacimenti concretamente utilizzabili a condizioni e costi accettabili.

Sul secondo punto: la produzione di energia basata sulla fissione di isotopi naturali produce necessariamente le cosiddette “scorie” cioè i prodotti della fissione.

Questi ultimi sono una miscela di radioisotopi distribuiti su un ampio ventaglio di tipologie: le maggiori abbondanze sono intorno ai numeri di massa 90 e 140.

Alcuni di questi isotopi hanno tempi di decadimento brevi o brevissimi (frazioni di secondo, minuti, ore…): essi sono responsabili di una intensa radioattività di breve termine. Altri radioisotopi prodotti dalla fissione viceversa hanno tempi di decadimento molto lunghi (anni, decenni…). Oltre a ciò i neutroni prodotti dalla fissione, e che sono vitali per il mantenimento della reazione a catena, vengono in parte assorbiti anche dall’U238 che è la componente più abbondante del “combustibile” nucleare.

Se i neutroni sono “veloci” l’U238 può anch’esso subire la fissione (sono stati realizzati alcuni esempi di “reattori veloci” che però presentano seri problemi di controllabilità), diversamente l’assorbimento di un neutrone avvia delle trasformazioni nucleari che convertono l’U238 , con il passaggio intermedio di un isotopo dell’Americio, in plutonio Pu239 che è fissile e di interesse militare (può essere impiegato per l’innesco a fissione delle bombe termonucleari).

Questo isotopo, ovviamente anch’esso radioattivo, ha un tempo di dimezzamento di poco più di 24.000 anni. Considerando tutto, le barre di “combustibile” esaurite contengono una miscela di sostanze radioattive che sono pericolose per la biosfera (e per gli esseri umani in particolare) per tempi misurabili in migliaia di anni.

La vita utile di una centrale nucleare si misura in decenni: le più recenti sono omologate per una durata di 60 anni, le precedenti lo erano per 40 anni anche se poi qualcuna (è il caso di alcuni impianti francesi, ma non solo) è stata mantenuta in vita per un decennio aggiuntivo.

Non è possibile prolungare più di tanto questo tempo in quanto l’intenso irraggiamento, le elevate pressioni e le alte temperature cui sono sottoposte le strutture più interne alla centrale rendono il tutto via via più debole e a rischio di cedimenti. A fronte di questi pochi decenni troviamo un’eredità pericolosa per millenni. È questo il nocciolo della insostenibilità del nucleare.

D’altra parte non ci sono “soluzioni” per il problema delle scorie in quanto queste, come abbiamo visto, sono “necessarie”. Quello che le migliorie tecnologiche attuate o ipotizzate possono conseguire è, da un lato, una maggiore efficienza nella produzione di energia in modo da diminuire la quantità di scorie per MWh prodotto (senza mai poterla azzerare); dall’altro fare in modo da ridurre la durata della pericolosità delle scorie stesse.

Questo secondo risultato si ottiene trattando le scorie mediante processi di irraggiamento con particelle, a partire dagli stessi neutroni generati dalla fissione durante il funzionamento del reattore, oppure successivamente bombardando le scorie con fasci di particelle generati da un acceleratore. Nel secondo caso le quantità trattabili volta per volta sono estremamente modeste e l’operazione richiede un dispositivo molto complesso e molto costoso. In entrambi i casi lo scopo è quello di convertire gli isotopi a vita media lunga in altri a vita media più breve. In concreto per questa via si può sperare di ridurre la durata pericolosa dai millenni ai secoli: l’essenza del problema resta immutata.

Non vi sono dunque “soluzioni” al problema delle scorie. Al netto di possibili riprocessamenti del materiale esaurito allo scopo di estrarne i residui isotopi fissili (tra cui anche il plutonio), le scorie finali non possono che essere immagazzinate in depositi la cui caratteristica sia quella di essere stagni ad ogni interazione con la biosfera su tempi dell’ordine delle migliaia di anni. Per individuare simili eventuali depositi occorre trovare siti per i quali si possa con ragionevole certezza affermare che non verranno compromessi da eventi sismici o da eventi estremi per qualche migliaio di anni a venire; al riguardo si ipotizzano invariabilmente quelli che vengono chiamati depositi geologici profondi.

Un punto debole di qualunque ipotetico deposito di quel tipo è che, per immagazzinarci le scorie, occorre raggiungerlo e quindi perforare gli strati che lo rendono inaccessibile e, cosa molto importante, impermeabile all’acqua. Dopo aver perforato, per così dire, il coperchio, ciò che è estremamente dubbio è la capacità di risigillarlo su di una scala temporale quale quella già citata. Una peculiare difficoltà deriva dal fatto che le scorie debbono essere poste dentro dei contenitori adatti, per esempio in rame o in acciaio inossidabile, a loro volta annegati in blocchi di cemento. Ora, le scorie, proprio perché radioattive, producono calore, che dovrebbe essere smaltito, in quanto diversamente, alzandosi la temperatura, le pareti dei contenitori si indeboliscono (il cemento tra l’altro comincia a sgretolarsi in capo a pochi decenni) e se nell’ambiente circostante è presente dell’umidità, questa combinata con temperature elevate produce corrosione.

Come se non bastasse, per scorie non riprocessate e che quindi contengono ancora del materiale fissile, bisogna stare estremamente attenti alla disposizione e al distanziamento dei singoli contenitori per evitare che, a seguito di qualche cedimento, si possa accidentalmente rifare in qualche punto massa critica riavviando la fissione a catena. Che questa eventualità non sia del tutto astratta è dimostrato dal fatto che i geologi hanno scoperto negli anni ’70, in prossimità del fiume Oklo in Gabon, le tracce di un reattore nucleare naturale fossile che ha funzionato a intermittenza per qualche centinaio di migliaia di anni quasi due miliardi di anni fa: il sito è una miniera di uranio e nell’epoca considerata la percentuale di U235 era simile a quella del combustibile arricchito di oggi (l’U235 decade più rapidamente dell’U238 ), le infiltrazioni di acqua fecero da moderatore e così poté avvenire e mantenersi una reazione a catena.

Oggi la massima parte delle scorie della fissione prodotte nel mondo da quando il primo reattore è entrato in funzione sono immagazzinate provvisoriamente in superficie presso gli impianti che le hanno generate. Il resto è stato disperso nell’ambiente a seguito di incidenti e dell’esplosione di testate nucleari e le sue tracce sono in effetti rilevabili nell’atmosfera come nelle acque marine.

L’unico deposito per ora dichiarato ufficialmente “definitivo”, anche se non ancora operativo, è quello di Onkalo in Finlandia, prossimo al sito di Olkiluoto che ospita due centrali attive e una terza che dovrebbe ufficialmente collegarsi alla rete elettrica finlandese a fine gennaio 2022. Il deposito, è stato scavato dentro un basamento di granito a profondità comprese tra i 400 e i 500 metri; dovrebbe entrare in funzione a partire dal 2023.

Particolarmente istruttiva è la vicenda del sito tedesco di Schacht Asse II, ora dismesso. È stato ricavato in una ex miniera di salgemma e di potassio a profondità comprese tra 500 e 750 metri ed ha cominciato ad essere utilizzato a fine anni ’60. L’uso è stato interrotto a fine anni ’90, dopodiché si sono cominciati a fare dei piani di chiusura del sito rivelatosi insicuro, previa però la riestrazione delle scorie radioattive già immagazzinate. Quest’ultima operazione si sta rivelando estremamente complessa e costosa, oltreché parzialmente impossibile.

Attualmente si prevede l’avvio delle operazioni di recupero e spostamento dei materiali in un deposito superficiale temporaneo a partire dal 2033. Nel frattempo si sono riscontrate contaminazioni da cesio Cs 137 in acque salmastre percolanti dalla ex-miniera. Gli stessi interventi umani hanno portato a cedimenti degli strati di salgemma nei locali destinati alle scorie (oggi riempiti di sale), infiltrazioni di acqua

con formazione di salamoie estremamente corrosive, rischi di esplosioni e altro ancora.

Negli Stati Uniti un deposito geologico definitivo è stato ipotizzato nella Yucca Mountain, nello stato del Nevada. Autorizzato dal Congresso nel 2002, lo stesso Congresso ha tagliato i fondi nel 2011, dopodiché si è iniziata una complessa vicenda di stop and go che finora ha lasciato il deposito in un limbo di incertezza.

I numerosi depositi “provvisori” in superficie richiedono una sorveglianza continua e sono comunque soggetti ai contraccolpi di possibili eventi estremi. È possibile garantire una efficace sorveglianza, senza falle, per molti decenni o addirittura secoli? E come mettersi al riparo da eventi estremi, sismi e altro?

Quanto al tema della sicurezza delle centrali penso che ne parleranno altri in questo stesso convegno. Val però la pena di dire qualcosa sul paradigma in cui si colloca l’odierna spinta verso il nucleare.

Il mito della crescita

Quello che coloro che hanno responsabilità decisionali, siano essi politici o ancor di più rappresentanti del mondo delle imprese e della finanza, sembrano caparbiamente voler perseguire il mito dell’eterna crescita dell’economia, che concretamente implica una crescita delle quantità di materia trasformata e manipolata e dunque anche dell’energia necessaria.

Che una crescita materiale illimitata in qualunque ambiente finito sia impossibile non avrebbe nemmeno bisogno di essere ribadito, tanto più che ora la presenza dei limiti fisici e termodinamici si rende vieppiù manifesta sia sotto forma di tracollo climatico che sotto forma di crescente indisponibilità di materie prime, fonti energetiche incluse, a prezzi accettabili.

Tuttavia nel conflitto tra la difesa a oltranza delle gerarchie sociali date e l’esigenza di porre mano ai meccanismi stessi dell’economia al fine di renderla compatibile con vincoli fisici non negoziabili, tende a prevalere la fuga nel mito, scambiando la scienza con la magia e cercando con la fantasia una meravigliosa fonte illimitata di energia “pulita”. La panacea di turno questa volta dovrebbe essere il nucleare.

Purtroppo fonti come quelle non possono esistere. Attenzione che non hanno queste miracolose virtù nemmeno le “rinnovabili” a meno di riuscire a stabilizzarne il fabbisogno. E qui si inciampa nel centro di tutti i problemi: la famosa “crescita”, invocata in tutte le sedi e da tutti i maggiori commentatori, nonché dagli economisti mainstream.

Qui vorrei limitarmi a citare un argomento aggiuntivo riguardo all’impossibilità fisica della crescita. Aggiuntivo rispetto alla limitatezza delle risorse materiali che ormai tutti dovrebbero avere presente. Se noi consideriamo un qualsiasi processo produttivo, possiamo pensarlo come un flusso di energia e materie prime che entrano nel processo stesso portando in uscita ad un flusso di beni o anche servizi che saranno poi collocati sul mercato. Diciamo che c’è una produzione lorda continua di beni o servizi che ha un costo materiale rappresentato dalla corrente di risorse necessarie. Il vantaggio è la differenza tra il prodotto lordo e i costi (materiali); ovviamente ci si organizza in modo che questi ultimi siano minori del prodotto lordo. Fin qui tutto bene, almeno finché la produzione è costante. Quando vogliamo far crescere la produzione lorda, quel che succede (è un fatto fisico) è che i costi (materiali) crescono più in fretta. Senza ricorrere qui a formule e dimostrazioni faccio solo un esempio banale. Pensiamo ad un automezzo su di una strada: la durata del viaggio sarà pari al rapporto tra la lunghezza del percorso divisa per la velocità media. Poniamo di voler dimezzare il tempo di viaggio: dovremo raddoppiare la velocità. Per farlo occorre immettere dell’energia aggiuntiva nell’autoveicolo. Il fatto però è che l’energia cinetica di un mezzo in movimento è proporzionale al quadrato della velocità; insomma per raddoppiare la velocità mi serve il quadruplo dell’energia. Se la velocità cresce il fabbisogno di energia cresce (almeno) secondo la legge del quadrato. Se la velocità è il prodotto e l’energia è il costo, la seconda cresce più in fretta del primo. Questa caratteristica è propria di tutti i flussi. Risultato: il vantaggio netto (l’utile) di un processo produttivo in crescita viene progressivamente eroso dalla crescita più rapida dei costi.

Riportando l’andamento temporale troviamo una tipica curva che inizialmente cresce, poi raggiunge un massimo e successivamente crolla (la discesa è molto più rapida della salita). Questi sono i caratteristici cicli dell’economia classica che sono tradizionalmente curati cambiando processo produttivo e che così si vorrebbero curare anche oggi (con “l’innovazione”) nella convinzione di avere sempre infinite opzioni a disposizione: ma il mondo è finito… Se poi applichiamo il ragionamento all’economia globalizzata nel suo insieme ecco che se ci si intestardisce a perseguire la crescita a tutti i costi sperando nei miracoli (tipo il “nucleare”) non se ne esce. E il guaio è che la caduta è tendenzialmente disastrosa, come è tipico dei collassi nei sistemi complessi.

Da un po’ di tempo in qua, ragionando su queste cose, e tanto per conferire al tutto un alone classico, ho adottato un motto: Deus dementat quos vult perdere. Ragionando però noi possiamo riuscire a non perdere il senno e, per quanto non sia semplice, a cambiare strada, sempre che vogliamo farlo.

Le energie rinnovabili

Ci sono altre strade percorribili al livello energetico? Le cosiddette rinnovabili lo sono. Per “rinnovabili” si intende fonti con una durata prevedibile che è fuori scala rispetto ai tempi umani (Sole – luce e vento – e Terra – calore).

La critica che più spesso viene mossa è che è impossibile sostenere i consumi energetici a partire dalle rinnovabili.

Innanzitutto sottolineiamo il fatto che l’andamento esplosivo del consumo di energia nel mondo è il problema. Poi osserviamo che l’energia solare presente in natura è alcune migliaia di volte quella che noi attualmente utilizziamo; dando per assunto che in astratto non potremmo usare tutta quell’energia, in realtà ne basta una frazione molto piccola per soddisfare il nostro fabbisogno.

Tuttavia, l’uso di questa fonte implica modificare di molto il paradigma di utilizzo dell’energia, perché questa fonte ha la caratteristica di non essere concentrata ed ha il limite di essere (dal punto di vista terrestre) aleatoria e dipendente da meteo e latitudine.

Serve una modifica dell’atteggiamento nei confronti dell’energia. Attualmente è un bene che si produce per venderlo e fare profitto, mentre è un bene primario come l’aria o l’acqua che bisognerebbe collettivamente organizzarsi per avere a disposizione.

CONCLUSO IL DICIOTTESIMO CONGRESSO DELLA FEDERAZIONE SINDACALE MONDIALE

Si sono conclusi oggi i lavori del 18° Congresso della Federazione Sindacale Mondiale, ospitato a Roma dall’Unione Sindacale di Base.

Un appuntamento importante che per tre giorni ha visto confrontarsi delegazioni sindacali provenienti da più di cento Paesi, avvenuto in un contesto internazionale sempre più delicato che chiama tutte le organizzazioni di classe e internazionaliste alle proprie responsabilità nel mettere in campo gli strumenti adeguati ad affrontare la nuova fase storica segnata dall’intensificazione sul piano anche direttamente militare della competizione inter-capitalista.

E’ stato per noi un onore sostenere e prendere parola al Congresso. Facciamo i migliori auguri al nuovo Segretario Generale Pampis Kyritsis e a tutto il rinnovato gruppo dirigente, tra cui per l’Italia Cinzia Della Porta che entra a fare parte della segreteria FSM e Pierpaolo Leonardi eletto coordinatore europeo.

Lunga vita alla Federazione Sindacale Mondiale!

CONTINUANO LE INTIMIDAZIONI, AGGRESSIONE FASCISTA AD UNA COMPAGNA!

Conferenza stampa lunedì 9 maggio ore 10.00, Piazza Verdi

La notte del 4 maggio una nostra compagna è stato oggetto di un’aggressione e tentativo di violenza sessuale, fortunatamente non riuscito grazie alle sue capacità di autodifesa, dopo un pedinamento, da parte di un gruppo di persone (sesso misto). Un fatto di una gravità enorme successo un mercoledì sera in centro. Le dinamiche della situazione e il contesto all’interno della quale avviene (soprattutto a così pochi giorni di distanza), pensiamo che creino un quadro molto allarmante.

Infatti, dopo le provocazioni del 23 aprile durante il festival popolare “Oltre il Ponte” da parte di un gruppo di appartenenti alla comunità ucraina di esplicita e rivendicata ideologia banderista, gli stessi sono stati visti filmare e fotografare il corteo del 25 aprile, e lo scorso primo maggio aggirarsi intorno alla piazza dell’Unione Sindacale di Base. Quella sera stessa, il Barnaut (che partecipava alla giornata) ha subito un tentativo di effrazione e sono state forate con un coltello le ruote di una macchina di alcuni compagni (avevamo denunciato la cosa qui). L’altra sera il livello si è alzato in maniera estremamente grave ed allarmante.

Nonostante USB Bologna e il Circolo Granma abbiano segnalato, in modo diverso, il fatto accaduto, dalle istituzioni in questa città la situazione viene costantemente sottovalutata. Né il comune ha mai preso parola sui fatti, preferendo fare la sua passerella della sicurezza in Bolognina, né la questura sembra in grado di analizzare ed affrontare quello che sta per nascere. Di fronte ad un conflitto armato, che rischia di portarci ad una guerra nucleare e che crea violente polarizzazioni politiche, è chiaro che organizzazioni dell’emigrazione di stampo fascista, anche nel nostro paese, stanno prendendo piede e stanno crescendo di numero, portando ad un adeguamento del loro livello di organizzazione.

Al di là di quello che è successo, questo pericolo e questa dinamica sono una tendenza automaticamente prodotta dall’aggravarsi del conflitto e dalla volontà di continuarlo da parte dell’Unione Europea e degli USA – continuando ad alzare il tiro, inviando armi e addestrando l’esercito ucraino. Una precisa scelta politica che legittima le operazioni di banderisti e fascisti in Europa, contro chi coerentemente si sta opponendo a questa guerra e alle mire del nostro imperialismo (che, è bene ricordare, in Ucraina è molto amico dei settori nazisti). Questo porta ad una polarizzazione forte di scontro politico, che sta aprendo un fronte interno dove bande fasciste e organizzate sono pronte ad agire, portando avanti le ragioni di questa guerra.

Chiediamo quindi, a tutte le forze, le realtà, le organizzazioni e i gruppi antifascisti, a tutte le forze popolari e sindacali, alle realtà e agli intellettuali democratici di questa città di alzare necessariamente il livello di attenzione, di prendere parola sull’argomento e di saper mettere in pratica una precisa strategia di antifascismo: un fronte popolare ed antifascista che sappia estirpare alla radice le uova di serpente che si stanno schiudendo in Europa. Che questo si faccia a partire da Bologna.

NON CI FACCIAMO INTIMIDIRE, NON UN PASSO INDIETRO!

Chiamiamo per questo motivo una conferenza stampa in piazza Verdi, lunedì 9 maggio alle ore 10.00

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "CONTINUANO LE INTIMIDAZIONI, AGGRESSIONE FASCISTA AD UNA COMPAGNA ¡NO PASARÁN! CONFERENZA STAMPA IN PIAZZA VERDÌ LUNEDÌ 9 MAGGIO ORE 10.00 CAMBIARE HOTTA GAN ORGAN ZZAZIONE GIOVANILE COMUNISTA"

TORINO THE SOUND OF WAR: DALL’EUROVISION AL MEETING EUROPEO DEI MINISTRI DELLA GUERRA

In queste ultime settimane anche le ultime remore e scetticismi circa la natura guerrafondaia dell’Unione Europea stanno crollando di fronte alla realtà: dalle ultime dichiarazioni della von der Leyer circa la propaganda di guerra, fino alla decisione dei vari paesi membri a partire dalla Germania e dall’Italia di stanziare larghe percentuali di PIL per le spese militari, l’indirizzo e la posizione dell’Unione Europea circa il conflitto alle sue porte di casa risulta più chiaro che mai.

Nonostante l’empasse energetico circa la dipendenza dal gas russo (empasse che potrebbe trovare una sintesi con il ritorno al nucleare e l’inserimento di quest’ultima nella tassonomia green) l’invio di armi dai singoli paesi membri e le decisioni della governance europea con l’intenzione di annessione dei paesi scandinavi, vanno ad escludere una possibile risoluzione pacifica in questa guerra potenzialmente mondiale: da terreno di scontro l’Unione Europea, insieme a Nato e Usa, sempre di più sta mostrando la sua essenza guerrafondaia. Essenza che, se ora dimostra tutta la sua pericolosità, è da tempo presente.

Sotto la falsa retorica di un’Europa dei popoli per la pace, il rafforzamento militare di quest’ultima a livello globale è in atto da mesi: dalla definizione di una comune Bussola Strategica (lo Strategic Compass), fino alla costruzione di un vero e proprio esercito europeo (un progetto in cantiere da tempo che ha ricevuto una ulteriore spinta dallo scoppio del conflitto), nei centri della governance si sta lavorando da tempo, crisi dopo crisi, alla creazione di un polo capace di essere competitivo (economicamente, politicamente e ora anche militarmente) a livello mondiale, e che non è più disposto ad accettare un ruolo di subordinazione all’ormai crepata egemonia statunitense.

Di fronte a queste considerazioni non possiamo che non chiederci come un evento quale l’Eurovision possa cancellare (o quantomeno nascondere) i venti di guerra soffiati da Bruxelles verso il fronte orientale, le spese intraprese, le armi inviate direttamente a Zelensky. Quasi tristemente comico rimane lo slogan di questo grande evento che avrà luogo a Torino la prossima settimana: “The sound of Beauty”. Un’operazione ideologica e mediatica volta a cancellare i segni di questa guerra(e di tante altre) dal curriculum Europeo, dipingendo il coinvolgimento in questo conflitto come una missione di pace e umanitaria. Nel rafforzamento di questa narrazione (in atto da mesi) va letta l’esclusione della Russia dalla competizione canora, così come l’eventuale donazione del premio all’esercito in caso di vittoria ucraina. Esclusione, quella della Russia, giustificata nel non dare spazio mediatico a una nazione guerrafondaia e attiva nel conflitto: motivazione che pare ancora più ipocrita data la partecipazione di Israele, che da più di 70 anni opprime e uccide il popolo palestinese. A poche settimane dalla ripresa dei bombardamenti su Gaza e a pochi giorni dalla Nakba, non possiamo che opporci alla partecipazione di Israele a questo evento, e a non sottolinearne l’ipocrisia.

Opporci a questo grande evento per noi è necessario e fondamentale: a Torino, mentre si alza il carovita, gli affitti crescono mentre i posti di lavoro diminuiscono, la giunta Pd di LoRusso ospiterà un evento che oltre a nascondere il coinvolgimento bellico dell’Ue e a “lanciare un messaggio di pace”(parole dello stesso sindaco), va a investire 10 milioni di euro in stand, sponsor e maxischermi. Ma non solo: questo grande evento nasconde il più bieco sfruttamento: abbiamo già denunciato l’arruolamento di volontari non pagati, oltre al coinvolgimento degli studenti con il pcto nell’accoglienza degli ospiti.

Una città che, oltre ai grandi eventi, sta ricercando la sua identità economica nel settore militare: dalla cittadella dell’Aereospazio, al nuovo incubatore di startup targato Nato, non sarà l’Eurovision a cancellare il coinvolgimento della città (né tantomeno delle università) nel contesto bellico.

Per questo il 10 maggio saremo in piazza a contestare questo ennesimo grande evento, il ruolo dell’Europa in questo conflitto e uniti al fianco del popolo palestinese contro le devastazioni portate avanti da Israele. EUROVISION: SI SCRIVE GRANDE EVENTO, SI LEGGE SFRUTTAMENTO

La stessa Torino inoltre il 20 maggio ospiterá la riunione dei Ministri esteri del consiglio Europeo a Venaria: di fronte ai venti bellici europei, di cui Draghi è uno dei diretti responsabili, e all’economia di guerra che ricadrà sui settori popolari non faremo passare questo ennesimo tassello nella costruzione militare UE che si terrá nella nostra città.

LA BASE DI #COLTANO (NON) S’HA DA FARE E SI FARà

Continua la mobilitazione: blocchiamo la filiera della morte!

Nella mattinata di ieri, 4 maggio, presso la caserma Baldissera di Firenze si è svolto l’incontro congiunto tra Ministero delle Infrastrutture, Regione Toscana, Comune di Pisa, Arma dei Carabinieri e Ente Parco provinciale per discutere la realizzazione della nuova base militare a Coltano. Il risultato del vertice sembra confermare la scelta fatta da parte delle istituzioni di destinare la base nel territorio pisano, anche se bisognerà attendere l’incontro con il Ministero della Difesa del prossimo 12 maggio per avere una conferma probabilmente definitiva in tal senso. Alcune indiscrezioni, infatti, paventano la possibilità dello spacchettamento della base in più centri, in modo tale da aggirare – almeno parzialmente – lo sdegno generalizzato sulla cementificazione di terreni posti sotto vincolo ambientale e paesaggistico. Resta però chiara la volontà: la base si deve fare e si farà. Qualsiasi sia la soluzione che verrà adottata, si conferma infatti la necessità di questo investimento militare e la centralità geografico-strategica di Pisa.

Come Cambiare Rotta denunciamo da tempo in che modo la ristrutturazione che sta attraversando l’università e la ricerca italiana tenda ad omologare il mondo della conoscenza agli interessi del tessuto produttivo e della competizione inter-capitalistica, compresa quella giocata sul terreno militare. L’ateneo pisano e i centri di eccellenza intrattengono molteplici rapporti con l’apparato industriale bellico e lo fanno anche in virtù della presenza sul territorio sia di aziende attive nel settore, quali Leonardo e IDS, sia di importanti centri militari come base USA di Camp Darby, l’aeroporto militare e la Folgore. Lo stesso legame tra università e sfera militare avviene su più livelli: il primo su un piano tecnico e tecnologico, il secondo su quello della collaborazione tra università e settori militari al fine di fornire una cornice politica e giuridica alle azioni di guerra. È evidente, quindi, come la città si stia di fatti configurando sempre più come rappresentazione concreta di una vera e propria filiera di morte che parte dalle basi militari passando per i legami tra ricerca universitaria, aziende di guerra e comandi militari.

Ieri, in contemporanea al vertice istituzionale, eravamo in presidio a Firenze assieme al Movimento No Base e alle varie forze politiche, proprio per ribadire la nostra totale contrarietà al progetto ovunque esso venga attuato; per opporci ai processi di militarizzazione non solo dei territori ma anche delle nostre università e centri di ricerca, che con questa nuova base non potranno che rafforzarsi; per rivendicare l’allocazione di quei 190 milioni verso i settori popolari.

Il fatto che i soldi per la costruzione della base provengano dal fondo per la coesione sociale ci dice molto sull’idea di “spesa sociale” che hanno le forze di governo locale e nazionale, dal PD alla Lega. In questo senso le differenze politiche si assottigliano e confermano il “governo dei migliori” nemico dei popoli, dell’ambiente e della pace.

Per questi motivi accogliamo e rilanciamo la data di mobilitazione del 2 giugno, continueremo ad opporci con ogni mezzo necessario!

CRISI ENERGETICA, AMBIENTALE E MILITARE: STACCHIAMO LA SPINA A QUESTO SISTEMA! Mobilitazione domenica 22 maggio alla centrale nucleare di Caorso

A fine maggio il Parlamento Europeo sarà chiamato a ratificare la decisione della commissione europea d’inserire il gas e l’energia da fissione nucleare nella tassonomia verde, ossia la lista di fonti considerate sostenibili e finanziabili sul mercato, propedeutiche alla cosiddetta “transizione ecologica”.

La prepotente imposizione nel dibattito pubblico dell’energia nucleare tenta di farlo emergere come panacea del disastro ambientale eludendo strumentalmente – oltre all’impatto ambientale dei processi a monte e a valle della produzione – le motivazioni che stanno dietro questa scelta: non il superamento di un sistema di sviluppo fallito e insostenibile, ma la sua riproposizione elevata alle estreme conseguenze per adeguare l’Unione Europea all’era dell’ipercompetitività evocata già a settembre da Ursula von der Leyen.

L’intensificazione della competizione multipolare – sfociata nell’escalation bellica in Ucraina – viene colta dall’Unione Europea come occasione per accelerare il proprio processo di rafforzamento e indipendenza. Anche sul piano energetico la definizione di un programma apposito (il REPowerEU) rappresenta un passo in avanti nel raggiungere un programma di approvvigionamento autonomo, in un settore dove si gioca una partita decisiva per quelli che saranno i nuovi equilibri e i rapporti di forza del mondo per come va configurandosi.

Questo è il contesto in cui si inserisce il rilancio dell’energia nucleare, senza dimenticare la pericolosa declinazione militare, sempre presente nei Paesi che ne fanno un impiego civile.

Negli ultimi anni una crescente attenzione al tema ambientale, soprattutto tra giovani e giovanissimi, si è tramutata in marea riempiendo le piazze e gridando che “non esiste un pianeta B“. Oggi è in corso un tentativo di sussumere questo malcontento incanalandolo verso false soluzioni funzionali al sistema stesso. E’ compito di noi giovani generazioni, che più di tutti pagheremo in futuro le conseguenze ambientali e sociali, fermare questa vera e propria truffa denunciandone la deriva ecocida e guerrafondaia.

Mobilitiamoci domenica 22 maggio, in prossimità della votazione europea sulla tassonomia verde, alla centrale nucleare di Caorso, luogo simbolo del movimento antinucleare. Opporsi al nucleare significa staccare la spina all’ennesimo tentativo dell’Unione Europea di verniciare di verde le proprie politiche imperialiste, contrapponendogli una prospettiva alternativa che oggi più di prima non solo è possibile, ma è l’unica strada per salvare l’Umanità e il pianeta.

LEGGI COME APPROFONDIMENTO:



UN OSSIMORO SI AGGIRA PER L’EUROPA: E’ L’AMBIENTALISMO CAPITALISTA. [ATTI DEL CONVEGNO]

Questa pubblicazione nasce dalla raccolta degli atti del convegno “Un ossimoro si aggira per l’europa: è l’ambientalismo capitalista” tenutosi il 22 gennaio 2022 nei locali della facoltà di Fisica de La Sapienza di Roma.

Un’iniziativa che fa parte del percorso che da tempo come Cambiare Rotta stiamo portando avanti e che ha la funzione di contribuire alla costruzione di una “bussola per le lotte concrete”, ovvero, finalizzata all’organizzazione di un’opposizione politica alla strumentalizzazione capitalista della questione ambientale. Riportiamo di seguito la breve introduzione al convegno, poche parole che alla luce della precipitazione bellica in Ucraina assumono maggiore concretezza e ci confermano l’esigenza di aggira per fermare una sistema che rischia di trascinare l’intera Umanità verso il punto di non ritorno.


L’incompatibilità tra ambiente e modo di produzione capitalista emerge nel limite fisico di una natura finita e limitatamente riproducibile delle risorse che ci circondano, questo non impedisce al capitalismo di tentare comunque di sfruttare a suo vantaggio le crisi provando a rilanciare nuovi processi di accumulazione, legittimato da un consenso che costruisce ad arte sul piano ideologico/comunicativo sussumendo le istanze ambientaliste e disinnescando la conflittualità che potrebbe emergergere.

Per quanto ci riguarda, come comunisti che vivono e agiscono dentro la cittadella imperialista dell’Unione Europea, riconosciamo questa come soggetto agente in un contesto multipolare di ipercompetizione sempre più agguerrita. Da qui deriva la necessità non rimandabile di rafforzare la propria autonomia e indipendenza sul nodi strategici come il tema energetico.

Non a caso nei giorni scorsi il Commissario europeo all’industria, Thierry Bretòn, ha dichiarato che questa fase è l’occasione per costruire dopo l’Europa della democrazia – a cui mai abbiamo creduto – e l’Europa del mercato, un’Europa del potere. Lo stesso Bretòn che parla di investire 500 miliardi di euro nell’energia nucleare da qui al 2050.

Guardiamo con inquietudine queste parole consapevoli che è sempre più forte una tendenza alla guerra, confermata dall’aumento massiccio di fondi per le spese militari, in cui il rilancio di programmi per l’energia nucleare civile può diventare la premessa di un nuovo slancio anche in ambito militare.

Nella fase brevemente riassunta da queste coordinate, il dibattito di questi mesi sul ritorno al nucleare, qualunque esito avrà, rappresenta la ricerca di strumenti per reggere la competizione internazionale.

Non perdiamo tempo e ci dichiariamo da subito in netta opposizione a questa ipotesi, impegnadoci nei prossimi mesi in attività di controinformazione, agitazione e mobilitazione su tutto il territorio nazionale.

Consapevoli della nostra non autosufficienza, in questo percorso avremo bisogno di tutte le forze intellettuali disposte a contribuire con il loro portato di conoscenza ed esperienza alla formulazione di una critica organica alla riproposizione del nucleare.

Pensiamo sia importante anche lanciare da questa iniziativa un appello rivolto a tutte le forze sociali, politiche e di movimento alla costruzione di una grande mobilitazione nazionale in primavera alla centra nucleare di Caorso, che proprio nel 2022 vedrà iniziare le operazioni di smantellamento del reattore, luogo simbolo della storia del movimento antinucleare di questo paese. Se l’Unione Europea vorrà proseguire sulla strada del rilancio al nucleare ai nostri posti ci faremo trovare!

INDICE:
– INTRODUZIONE (Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista)
– NUCLEARE, EMERGENZA CLIMATICA E SOSTENIBILITA’ (Angelo Tartaglia)
– ENERGIA, EMISSIONI E SCENARI FUTURI (Sandro De Cecco)
– MILITARE CIVILE E PROLIFERAZIONE MILITARE (Angelo Baracca)
– NUCLEARE E TASSONOMIA “VERDE” (Giorgio Ferrari)

SCUOLA E UNIVERSITÀ DEL PROFITTO: COMBATTIAMO CONTRO UN FUTURO DI GUERRA, PRECARIETÀ E SFRUTTAMENTO.

Mentre i venti di guerra diventano realtà, prosegue silenziosamente, cercando di passare inosservato, il processo di ristrutturazione interna al nostro Paese, con leggi, riforme e decreti. Infatti, di fronte ad un sistema in crisi e ad un aumento delle spese militari, non può che stringersi la cinghia sulle fasce popolari, aumentando sfruttamento e precarietà. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il nuovo Decreto scuola approvato da pochi giorni in CdM, che conferma molte delle tendenze già avviate dalle riforme degli scorsi anni rispetto a scuola e università. Tra le altre cose, ad essere stravolta è la procedura per il reclutamento dei docenti di scuola secondaria. Particolare attenzione suscita l’introduzione di un percorso abilitante di 60 CFU, sostitutivo dell’attuale sistema a 24 CFU, che aumenta tempi e costi del percorso di abilitazione.

La modifica della procedura di reclutamento si inserisce in una generale riforma di scuola, università, ricerca e pubblica amministrazione, le cui linee guida sono già stabilite nel PNRR, su direttive dell’Unione Europea. Il modello di formazione e ricerca a cui queste condurranno è un modello di privatizzazione e aziendalizzazione, di investimento concentrato sui settori chiave per il mercato (ad esempio la digitalizzazione connessa all’industria 4.0) e sui poli di massima eccellenza (quelli più legati ai nodi strategici delle catene del valore), volto ad adeguare formazione e ricerca alla richiesta occupazionale delle nuove filiere produttive europee.

Il mercato del lavoro in cui sono immessi i giovani è estremamente flessibile e fortemente polarizzato: alcuni settori innovativi, strategici per il rilancio economico dell’UE, accolgono un certo numero di lavoratori altamente qualificati e ben retribuiti, ma per arrivare a queste posizioni si deve affrontare una strenua competizione; il resto del mercato del lavoro è costituito da posizioni altamente precarie, con contratti di breve durata o assenti, sottopagate, in cui inciampano poi anche tutti i laureati e dottori dei vari settori non strategici. Due i principali elementi fondanti di questo processo di adeguamento:

  • forte aziendalizzazione di scuola e università, con allineamento dei curricula scolastici e della ricerca alle esigenze delle imprese private, disparità nell’attribuzione dei finanziamenti tra atenei e corsi d’élite, spesso STEM o a numero chiuso, ed atenei e corsi “di serie B”;
  • preparazione ideologica alla flessibilità e allo sfruttamento, giunta all’apice con l’introduzione dell’Alternanza Scuola Lavoro (che solo quest’anno ha ucciso due studenti), ma già in precedenza attuata plasmando la futura classe lavoratrice con tirocini non retribuiti e stage.

La riforma del reclutamento dei docenti si colloca proprio in questo quadro. Oltre ad imporre il percorso a 60 CFU, con focus sull’acquisizione di competenze linguistiche e digitali, il decreto prevede che ampia parte di essi si acquisisca tramite tirocinio. Tutti coloro che volessero abilitarsi all’insegnamento dovrebbero cioè prestare servizio gratuito per centinaia di ore, e potrebbero essere così sfruttati come esercito di lavoratori di riserva pronti a “risolvere” il problema della carenza di personale e della precarietà.

Il decreto inoltre istituisce una Scuola di Alta Formazione, affidata ad un Comitato d’indirizzo di cui faranno parte soggetti di nomina politica come i Presidenti di Indire e di Invalsi, che curerà la formazione di tutti i docenti in ruolo attraverso un sistema di continuo aggiornamento e controllo qualità, obbligatorio per i neo-assunti e volontario per gli altri (ma premiato con incentivi salariali per il 40% di chi vi si sottopone, cioè imposto con ricatto salariale). Agli oneri di questo sistema, che assoggetta l’attività degli insegnanti conformandola ad un modello pedagogico-didattico funzionale agli indirizzi politici dominanti, si provvederà inoltre “mediante razionalizzazione dell’organico di diritto”, cioè tagliando migliaia di cattedre l’anno.

Le stesse conclusioni negative si possono trarre anche rispetto alla nuova procedura di accesso a tutti i bandi di concorso pubblici, che rende sempre più difficile ottenere un punteggio alto in classifica: i criteri di attribuzione dei punteggi valorizzano un alto livello di specializzazione, escludendo automaticamente chi non può permettersi di continuare a studiare fino ad ottenere dottorati o master.

In un sistema sociale che riduce costantemente le possibilità di emancipazione per le giovani generazioni, determinando in Italia lo sgradito primato europeo per presenza di NEET (Not in Employment, Education or Training), il pubblico impiego e in particolare la scuola hanno svolto finora almeno la funzione sociale di offrire una prospettiva lavorativa ad una fetta di giovani e neolaureati. Col passare del tempo si restringono invece le garanzie di stabilità materiale, anche a causa di manovre dai nomi incoraggianti come il Next Generation Eu, che si rivelano riproposizioni più spietate delle stesse ricette neoliberiste che ci hanno condotti dove siamo ora.

Oggi più che mai è necessario costruire una reale alternativa, che sappia individuare le contraddizioni prodotte da questo sistema in crisi, e sappia connettere le lotte, dal sindacalismo di base ai movimenti e le organizzazioni. Quest’anno è stato segnato dalle mobilitazioni studentesche, che hanno allargato a tutto il Paese la protesta contro un mondo della formazione e una società ormai incapaci di assicurare il diritto allo studio, al lavoro e al futuro. Mobilitazioni sindacali come quella del 22 aprile hanno visto numerosi studenti in piazza accanto agli operai, rimettendo al centro un’ipotesi di lotta comune contro un sistema di sfruttamento e disuguaglianza che condanna all’assenza di prospettive, alla recessione economica e alla regressione sociale. Questo anno politico, di fronte al coinvolgimento in una guerra voluta e preparata dalle nostre classi dominanti, e ad un sistema economico e sociale che non può più reggersi su falsi miti, deve segnare per tutti i settori l’inizio di un nuovo percorso di lotta e organizzazione. Per questo aderiamo anche questo 6 maggio allo sciopero e alla mobilitazione indetti dall’Unione Sindacale di Base dei settori della scuola, al fianco degli studenti e dei lavoratori.

IL PRIMO MAGGIO NON SI TOCCA: CONTRO LE MINACCE FASCISTE A SERVIZIO GUERRAFONDAI!

Questo il comunicato fatto uscire da USB.

Ieri l’USB Bologna ha svolto un’importante giornata in Piazza dell’Unità per il primo maggio dei lavoratori e delle lavoratrici, durante la quale siamo stati impegnati per garantire il servizio d’ordine antifascista a difesa dei lavoratori. Già durante la giornata eravamo stati oggetto delle attenzioni di alcuni noti banderisti e fascisti ucraini, poi a fine serata abbiamo scoperto un tentativo di sfondare la porta del Barnaut (che ieri era presente nella piazza di USB), e sono state squarciate con un coltello le ruote di una macchina di compagni.

Non è la prima volta che abbiamo a che fare con questi fascisti ucraini, già il 23 aprile durante il festival “oltre il ponte” del circolo Granma alcuni di loro si erano organizzati per venire a provocare al festival e contestare il banchetto di ucraina antifascista e la festa di quartiere (qui nostro comunicato).

Di fronte ad un quadro internazionale dalla temperatura sempre più incadescente con i venti di guerra che soffiano forti nell’occidente imperialista, con una NATO che aumenta la sua pressione militare nell’europe dell’est, con un’unione europea che procede spedita verso il riarmo la costruzione di un esercito comunitario, con la minaccia di intervento polacco nell’ucraina dell’ovest e di apertura di un secondo fronte in Transnistria, con una situazione che si riscalda nel caucaso, in medio oriente e soprattutto a Taiwan e nell’oceano pacifico. Una situazione che rischia di degenerare in una guerra generalizzata, dove, come affermato da Lavrov, il rischio di una guerra nucleare “è grave, è reale, non può essere sottovalutato”.

Tuttavia nonostate il coro mediatico ed il dibattito politico totalmente allineato al governo che soffia sul fuoco, la maggioranza dell’opinione pubblica e delle classi popolari, già alle prese con carovita e con l’economia di guerra, si è dimostrata contraria all’interventismo, all’invio di armi ed all’economia di guerra. Ecco che dunque di fronte a questo sorge la necessità di andare a colpire chi si organizza contro la guerra, contro il bellicismo della NATO e dell’Unione Europea. Uno scenario di cui si vedevano le avvisaglie sin da questo 6 aprile quando si è inscenato il ritrovo di una pistola nella sede nazionale di USB a Roma per intimidire chi organizza le avanguardie operaie che hanno bloccato le armi nei porti genova e nell’aeroporto di pisa.

In questa situazione le classi dirigenti danno al fascismo nuovi spazi di agibilità, ponendolo (come sempre nella storia) a servizio dell’imperialismo, come dimostrano i fatti di ieri e del 23 aprile ma anche la concessione da parte della giunta PD di lepore di piazza della pace ai nazisti in occasione del primo maggio. Ci aspettiamo che nel prossimo periodo questa situazione maturerà parallelamente all’inasprirsi della tensione internazionale: a breve rischiamo di dover convivere con nazisti addestrati al combattimento, l’ucraina è diventata infatti la centrale di un “groviglio nero”, un vero e proprio network del fascismo internazionale utilizzato dalla nato e dai governi occidentali per i propri interessi guerrafondai.

Proprio oggi nel giorno in cui ricorre la stage nazista di Odessa, richiamiamo tutti i compagni, i sinceri antifascisti e chi si oppone alla guerra a serrare le fila ed opporsi in maniera chiara e senza ambiguità ai progetti imperialisti, di abbandonare ogni ambiguità equidistante e comprendere il pericolo di legittimare le classi dirigenti guerrafondaie.

L’antifascismo torna oggi ad essere un atteggiamento pragmatico ed attivo che deve essere in grado di tutelare i compagni e le proprie organizzazioni.

Invitiamo tutte le realtà e le organizzazioni antifasciste a tenere alta la guardia, contro ogni forma di provocazione, senza lasciare un metro al fascismo.

Per questo domani saremo con USB in conferenza stampa in via Saffi 69 alle ore 11.00.

Rete dei comunisti Bologna – Cambiare Rotta Bologna – Osa Bologna

UNIVERSITÀ, IDEOLOGIA, GUERRA: IL CASO DELLA DISCRIMINAZIONE DEGLI STUDENTI NELL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

L’invasione russa dell’Ucraina ha innescato un vero e proprio clima di mobilitazione bellica con cui le nostre classi dirigenti ci stanno trascinando in guerra. La loro ottica è chiara: procedere spediti verso il riarmo dell’Europa, il rafforzamento della Nato, la creazione di un esercito comunitario che farebbe compiere “l’ultimo miglio” che resta per completare la costruzione del superstato imperialista europeo. Ciò contribuisce a far surriscaldare sempre più le relazioni internazionali e porta sempre più vicino ad una guerra generalizzata che potrebbe essere nucleare.

Le conseguenze di questa scelte politiche hanno serie conseguenze per il “fronte interno” portando ad accelerare quella torsione autoritaria già in atto da tempo e ad imporre seri sacrifici, ad una popolazione già stremata prima dalla crisi economica e sociale e poi da quella pandemica che non è mai finita. Sacrifici già annunciati da Draghi col motivetto del “preferite la pace o il condizionatore acceso”, e che tuttavia non trovano il consenso delle classi popolari che sono contrarie all’economia di guerra e favorevoli alla pace, come dimostrato dai sondaggi.

In questo clima le classi dirigenti europee da tempo immerse in una crisi di egemonia, cercano di ritagliarsi un consenso verso i loro progetti imperialisti tentando di rafforzare la cortina ideologica a sostegno dei loro progetti. Uno dei tentativi ideologici portato avanti dalle classi dominanti è lo sciovinismo europeista basato su una retorica nazionalista europea, cui il coro mediatico ed i luoghi della formazione si sono completamente allineati. Un ribaltamento che mostra bene l’ipocrisia dell’Unione Europea: infatti, il nazionalismo veniva agitato come pericolo “antieuropeista” quando conveniva (nel mentre che i confini venivano militarizzati), ed ora che la situazione internazionale ha subito un’accelerazione portando alla necessità di un nemico esterno, quella stessa forma di nazionalismo torna alla ribalta, per rafforzare i valori dell’occidente, della sua cultura e delle sue pratiche di modo da giustificare le proiezioni imperialiste dell’UE.

Viviamo una propaganda di guerra che disumanizza il nemico e si schiera apertamente dalla parte degli ucraini, si dipinge la causa ucraina come una lotta per la democrazia, spingendosi fino a strumentalizzare i partigiani paragonandoli agli ucraini… con la “leggera” (si fà per dire) differenza che il governo e l’esercito ucraino sono composti da nazisti, che per 8 anni hanno combattuto contro le repubbliche popolari antifasciste del Donbass, ed in questo periodo hanno anche schiacciato il dissenso con arresti di massa, uccisioni e rapimenti di antifascisti, giungendo fino a mettere al bando praticamente tutti i partiti di opposizione.

Ma non sono solo i giornali ed i media mainstream ad allinearsi allo sciovinismo e all’interventismo, anche le nostre università prendono parte attiva in questo coro e adempiono alla loro precisa funzione di stampella ideologica al sistema dominante: come in pace così in guerra. Inoltre, a questo sistema sono legate anche sotto il profilo materiale tramite l’inserimento della ricerca e della formazione universitaria nella filiera bellica.

Il polo di serie A bolognese dell’unibo fà da capofila tra le università schierate a sostegno della guerra. Sin dai primi giorni dell’invasione si proietta in piazza scaravilli la bandiera dell’ucraina seguita dalla bandiera della pace, ripetendo una operazione ideologica già ampiamente messa in campo nelle piazze del mese scorso per tentare di far identificare il sostegno allo stato ucraino al pacifismo.

Inoltre l’unibo ha deciso di stringere un patto collaborativo con la questura di Bologna per mandare gli studenti iscritti al bando per l’attività di collaborazione studenti-università (le famose 150 ore) presso gli hub d’accoglienza sparsi per la città, con l’intento -dichiara la questura- di snellire il lavoro degli ufficiali e avere personale da reindirizzare ad altre attività.

Troviamo preoccupante che le 150 ore – già strumento classista utilizzato dall’università per colmare con le mancanze dei servizi pubblici attraverso il lavoro di tutti quelli studenti provenienti dalle fasce popolari che si ritrovano a dover lavorare per l’università di modo da permettersi gli studi – siano utilizzate per rafforzare ulteriormente i legami già stretti tra l’università e la polizia, che ricordiamo è stata fin ora usata dall’unibo (insieme alla digos) come tramite per i rapporti con le organizzazioni studentesche e come lunga mano in zona universitaria tramite la militarizzazione delle piazze. Questura che in questi ultimi mesi si è ben distinta, insieme al comune di Bologna a guida PD, come la fautrice di sgomberi di occupazioni e abitative e di spazi sociali.

Ma c’è di più: il compito di accoglienza dei migranti ucraini (considerati migranti di “serie A” a dispetto di tutti gli altri che invece vengono quotidianamente respinti dalla fortezza europea), scaricato così sugli studenti dell’unibo, dal punto di vista ideologico serve a rafforzare il sostegno delle nostre università alla parte ucraina, facendo perno su una retorica nazionalista europea schierata contro il nemico russo.

Infatti se da un lato si fà un certo trattamento di favore agli ucraini, dall’altro lato le università stanno contribuendo a far individuare i russi come nemico esterno ed interno su cui esercitare censura, limitazione dell’agibilità politica e democratica, ostracismo culturale. Un esempio di tutto questo lo abbiamo avuto sempre a bologna, dove le comunità ucraina e russa -insieme- hanno chiesto attraverso una lettera pubblica un incontro con il rettore, per chiedere aiuto per far fronte alle loro condizioni economiche che stanno andando peggiorando e per intraprendere un percorso di informazione, per far fronte al razzismo dilagante. L’incontro è avvenuto, ma in due momenti diversi e con due esiti diversi. Se la comunità ucraina ha ottenuto borse di studio, prestiti e aiuti da parte dell’Università, la comunità russa ha visto chiudersi le porte del rettorato, gli studenti di origini russe davanti al rettore sono stati trattati, appunto, da nemici, invasori e reietti della società.

Una tendenza dell’Università ad escludere e a selezionare studenti di serie A e serie B che non solo è strutturale nel modello universitario, ma che segue e giustifica gli orientamenti che di volta in volta rappresentano gli interessi della classe dominante europea. Ce lo conferma anche il caso di selezione fatta fra i profughi ucraini con la cittadinanza e quelli che, provenienti da paesi dell’Africa o dell’Asia e che studiano in Ucraina per i minori costi dell’istruzione e le agevolazioni burocratiche rispetto ai paesi occidentali, vengono invece lasciati a se stessi, negandogli qualsiasi possibilità di rifugio.

L’operazione di identificare il nemico per l’imperialismo occidentale in una cultura tutta, col pericolo di arrivare a veri e propri pogrom contro le comunità russe in Europa, ci mette davanti a quella che è una vera e propria giustificazione ideologica della mobilitazione bellica europea. Inoltre la russofobia è utilizzata anche come perno del maccartismo contro chiunque non si allinei alla propaganda bellicista ed alla narrazione unilaterale del conflitto.

Il mondo della formazione universitaria, così come è stato prima per quello della cultura, si arruola al servizio del nostro imperialismo trascinandoci verso una guerra generalizzata: creando legittimazione per una guerra ai confini dell’Europa e inserendo nella società logiche proprie di una guerra interna.

Combattere queste derive irrazionali, dentro e fuori le università è un ulteriore terreno di lotta contro una guerra cercata e voluta in primis dagli stati uniti e sulla quale l’unione europea sta cercando di rafforzarsi. La pace e l’integrazione fra i popoli non trovano spazio nelle nostre università.

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