Effetti dell’Austerity sull’Università Italiana: quale via di uscita?

Rompere l’Unione Europea, creare l’alternativa mediterranea

Effetti dell’austerity sull’università italiana. Quale via d’uscita?

MERCOLEDI’ 2 DICEMBRE,

UNIVERSITA’ ROMA TRE, FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE, AULA 1E, H. 16.30

 

Partendo dall’analisi degli effetti delle politiche dell’austerity imposte dalla Trojka(Ue, Bce, Fmi) in particolare sul sistema universitario pubblico, osserviamo che dal processo di Bologna in poi la linea di tendenza è stata quella dei tagli all’università, la fuga dei cervelli all’estero, il sottofinanziamento cronico della spesa in istruzione (1% del Pil contro media Ue dell’1,5%. Dati OCSE 2009), della ricerca, del diritto allo studio, la gerarchizzazione tra università di serie A del Nord Europa e di serie B del Sud Europa(fallimento del 3+2 e del 4+1), il calo delle iscrizioni, il numero chiuso, il basso numero di laureati, la percezione diffusa dell’inutilità della formazione universitaria rispetto alla prospettiva occupazionale futura.

Secondo le attuali linee di tendenza quali sono le prospettive future per il sistema universitario pubblico?

Se continuiamo sulla tendenza attuale di divaricazione tra Atenei del ricco Nord Europa e atenei “di serie B” dell’area mediterranea, avremo una percentuale di laureati tra le più basse d’Europa(già attualmente non più del 20% della popolazione), uno svuotamento delle facoltà, il proseguo dell’emorragia di laureati formati con soldi pubblici verso i paesi dove trovano uno sbocco lavorativo, un impoverimento dei saperi, scientifici ed umanistici, che costituiscono un elemento strategico del sistema-paese e della collettività.

Al contrario proseguirà la tendenza alla fuga dei cervelli verso le alte Scuole di Formazione del Nord europa, che divengono un modello internazionale e raffinano i prodotti “semilavorati” dalle università pubbliche italiane, che in passato hanno espresso livelli di eccellenza, in particolare nei settori scientifici. Questa tendenza si è acuita dall’esplodere della crisi del 2008.

Nonostante i distinguo sullo zero virgola rispetto ai dati sulla crescita del Pil di quest’anno, e gli ottimisti che prefigurano un’uscita a breve dalla crisi, la situazione che abbiamo di fronte, economica, sociale e di prospettive di vita è ancora la più grave dal secondo dopoguerra.

Le recenti vicende greche mostrano una volta di più, se ce ne fosse ancora bisogno, l’irriformabilità della Unione Europea.

L’unica prospettiva per far sì che anche il settore dell’istruzione pubblica abbia un futuro e torni ad avere un ruolo centrale e strategico nel sistema-paese è la rottura della Ue e del ritiro dalle sue politiche economiche liberiste-neomonetariste in una prospettiva nuova.

Le vicende greche hanno dimostrato, nonostante i limiti di un’impostazione politica che non ha mai preventivato un’uscita dalla Ue e dall’Euro, che con la Troika non è possibile trattare al tavolo negoziale, ma solo subirne i diktat.

Dunque l’uscita dalla Ue e dall’area Euro si configurano come premesse indispensabili all’inversione di queste linee di tendenza.

Sì ma per fare cosa? Senza indicare una prospettiva diversa da quella del blocco Ue, il tema dello sganciamento diviene velleitario e incomprensibile a livello di senso comune.

L’ipotesi fascio-leghista di ritorno alla Lira appare impraticabile e fornisce l’idea di un’uscita dall’area euro prettamente nazionalistica e reazionaria/razzista nei suoi contenuti politici.

La prospettiva che noi sosteniamo invece è che un’uscita da parte di un singolo paese sarebbe alquanto complessa e dolorosa all’inizio.

Guardandoci attorno, nell’area dei cosiddetti Piigs, vediamo che i paesi del Sud Europa hanno subito a loro volta le politiche dei tagli e del ricatto del debito.

Dunque auspichiamo come prospettiva ideale e come risposta ai critici dell euro-exit la prospettiva di un’associazione solidale con il Portogallo, la Spagna, la Grecia, e i paesi del Nord-Africa (aperto anche all’Irlanda). In questo ambito sosteniamo la creazione di un’area economica e di un blocco, economicamente più simile a noi per tessuto produttivo, magari aperto agli investimenti Brics.

Questo blocco avrebbe una sostenibilità e una resistenza alla speculazione molto maggiore che non quella che potrebbero avere i paesi del mediterraneo se uscissero singolarmente dall’Euro e dalla Ue.

Il riferimento ideale è all’Alba di Nuestra America, l’associazione solidale tra Cuba, Venezuela, Ecuador e Bolivia, che ha cambiato il volto dell’America Latina ponendo di nuovo al centro lo sviluppo e il benessere dei popoli contro la realtà di miseria realizzata dalle élites compradore dirette dalla lunga mano statunitense.

L’uscita dalla Nato e dal blocco imperialista europeo che ha avuto in Libia, Ucraina e Siria un banco di prova della sua affermazione sul piano internazionale, è altresì prospettiva indispensabile alla creazione di un’area che sia solidale, indipendente, ecosostenibile, volta allo sviluppo pacifico, e che metta al primo posto il benessere dei popoli anziché la ricerca del profitto.

Ne discutiamo in questa iniziativa con:

-Giorgio Cremaschi, Forum diritti-lavoro

-Luciano Vasapollo, Professore di Metodi per l’analisi dei sistemi economici all’Università La Sapienza e Direttore del Centro Studi Cestes. Co-autore del volume “Piigs, il risveglio dei maiali”.

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