La revisione dello Statuto d’Ateneo come la controriforma costituzionale: esclusione della parti a vantaggio di chi decide

Si è tenuta oggi la seconda assemblea per la modifica dello Statuto Unibo.

 

Non è nel nostro partecipare a riunioni di questo genere, molto più simili a bagarre tra amici che a momenti di discussione produttiva, in cui alcuni tentano invano di far valere ragioni che vadano aldilò del cavillo, sentendosi rispondere solo che “ci si prenderà tutto il tempo necessario per discutere, ma non oltre il 2016” o che il metodo democratico usato per la revisione della carta fondamentale dell’Università è l’ascolto delle idee discusse al bar, non la loro inclusione in spazi condivisi. Poche risposte a chi “si permette” di proporre modifiche tecniche, nessuna risposta a chi si azzarda a muovere accuse politiche.

 

Non siamo abituati a stare in queste sedi, ma questa volta forse ci poteva interessare: avvicinandosi al 4 dicembre, data a cui in tanti ci stiamo preparando per bocciare in toto la Controriforma, Renzi e le politiche europee che ce li impongono, vedere che a Bologna si sta attuando un processo del tutto simile (lo Statuto d’altro canto è la Costituzione dell’università), con metodi del tutto simili (un gruppo di lavoro che va per la sua strada senza guardare in faccia nessuno, come chi ha dei compiti superiori da portare a termine…), con una del tutto simile mancanza di volontà di integrare e rendere partecipi tutti i soggetti messi in campo,  non potevamo non prendere parola.

 

Questo è quello che abbiamo avuto modo di dire a Ubertini e Dugato (noto ordinario di diritto amministrativo preposto alla guida del gdl sulla revisione), così come alle orecchie attenti dei tanti animi critici presenti, come rivelato dal consenso generale riscontrato a intervento concluso

 

Quasi 90 mila studenti. Diverse migliaia di professori e di membri del personale Tecnico Amministrativo. Sono solo alcuni dei numeri di questo Ateneo.

Eppure oggi, in quella che qualcuno ha promosso come una grande giornata di democrazia e confronto in cui stabilire il comune assetto organizzativo dell’Alma Mater, in questa sala siedono neanche 200 persone.

 

Una così scarsa attenzione della comunità universitaria, ancor prima di addentrasi nel merito delle disposizioni qui oggi discusse, avrebbe dovuto essere un assordante campanello d’allarme se si fosse stati genuinamente intenzionati a promuovere “democrazia e partecipazione”. A noi sembra infatti che la dica lunga su alcuni elementi:

 

– quanto debole e forse pretestuoso sia quell’intento

 

– quanto poco incisivi e decisivi siano i passaggi qui affrontati nella concretezza della vita dei membri della comunità

 

– quanto essa invece sia stata già fortemente condizionata da decisioni e fonti normative di ordine superiore, ultima in ordine di tempo quella Legge 240/2010, la cosidetta Riforma Gelmini, contro i cui profili di incostituzionalità (sui quali molto si è detto) invece sì si levarono alte le voci della popolazione universitaria di tutta Italia

 

– quanto svuotati di rappresentatività siano oggi gli Organi Accademici.

 

Ma se lo Statuto oggi vigente in questo Ateneo è figlio di quell’ultima funesta Riforma, la bozza di revisione che abbiamo potuto leggere non ci porta un metro più in là.

D’altronde la decostituzionalizzazione dell’ordinamento sociale di questo Paese è passata negli ultimi vent’anni tramite l’aggressione a tutto l’articolato dei presidi di diritti e democrazia, e tra essi anche all’idea di Università pubblica, aperta, critica, che si faccia promotrice dello sviluppo sociale.

 

In questi tempi in cui l’affondo finale ai diritti della maggioranza è consentito mettendo definitivamente mano alla Costituzione, non ci aspettavamo, in effetti, di vedere un fermento democratico in occasione della revisione dello Statuto d’Ateneo (infondo la Costituzione della comunità universitaria) in una città come Bologna, una delle prime d’Italia in cui nel mondo accademico sono state raccolte tantissime firme a sostegno dell’attuale controriforma della Carta del ’48 e in soccorso al presupposto principio di governabilità, ovvero, della spartizione di potere tra pochi cerchi magici in base alle disposizioni indicate dall’alto secondo la volonta’ dei mercati e dell’Unione Europea. Se sul piano nazionale la revisione della Carta non ha assunto certamente i tratti di un momento costituente, tanto meno questo è accaduto nel ristretto spazio delle mura bolognesi entro cui si muove tanta parte di ciò che è chiamato in causa da questa Revisione dello Statuto.

 

D’altronde il processo di smantellamento dell’Università italiana prosegue a tappe forzate e non confidavamo certamente nell’intenzione di metterlo in discussione con un atto amministrativo qui proprio all’Unibo, dove assistiamo esclusivamente al tentativo di sganciarsi dal carrozzone nazionale che sta cadendo nel baratro, nell’ottica di competere con il meglio della Formazione Superiore europea secondo i canoni promossi proprio a partire da quel Processo di Bologna che in questa città vide la luce. Formare cervelli semilavorati per poi spedirli all’estero, mancando le condizioni di permanenza nel sistema paese. L’applicazione di questi canoni ci parla di qualcosa da cui abbiamo cercato di togliere il velo già nei mesi scorsi, in occasione dell’avvio della martellante promozione di quella parata ideologica che si preannunciano essere le Giornate dell’Identità. Ci parla ovvero…

 

– del premio di presunte eccellenze (sui criteri di valutazione e selezione sorvoliamo…)

 

– della precarizzazione di un enorme imbuto di professori e ricercatori

 

– dell’esclusione degli studenti provenienti dalle fasce sociali più deboli

 

– dell’organizzazione secondo logiche sempre più privatistiche e non rispondenti alla funzione pubblica dell’Università

 

– dell’apertura agli interessi di banche e multinazionali

 

– di professori chiamati a coscrizione dal pensiero unico

 

– di intervento armato delle Forze dell’Ordine di fronte a quelle che non hanno bisogno di essere svilite come fisiologiche occasioni di dissenso, ma che sono piuttosto il legittimo tentativo di porre un freno alla mattanza in corso

 

Fintanto che questo progetto non sarà compiuto, prima quindi di poter ammirare la definitiva realizzazione di un disegno di università teatro della competizione tra studenti alienati e via Zamboni e le sue Piazze vetrina per turisti dal portafoglio pieno, certamente non si potranno vedere gli studenti e il personale accademico partecipe e propositivo in una zona universitaria che è diventata solo un limbo tra casa e lezione, svuotato di alcuna reale possibilità di partecipazione che non sia quella organizzata dal basso per provare a rispondere da sé ai propri bisogni materiali, alle proprie aspettative personali e all’aspirazione di essere protagonisti della propria vita collettiva.

 

 

Torino per Abdelsalam

Il presidio per il lavoratore barbaramente assassinato a Piacenza si sposta in mezzo alla strada in Piazza Castello
NOI DA QUI NON CE NE ANDIAMO
#schiavimai #oraammazzatecitutti

Questo omicidio è il frutto politiche di attacco al mondo del lavoro portate avanti dal governo Renzi in ossequio ai diktat dell’Unione Europea! Sono questi i nemici che dobbiamo combattere!!

Dal corteo nazionale a Piacenza

Inizia il concentramento a Piacenza. Contro gli omicidi padronali. #schiavimai

Tantissime persone hanno raggiunto il corteo per Abd Elsalam. Chiediamo giustizia.

Una marea umana per Adb Elsalam a Piacenza, determinata a gridare forte #oraammazzatecituttiPagherete caro. Non ci fermeremo mai.
Per le vie di Piacenza, ancora determinati per rendere giustizia ad Abdel e a tutti i laboratori sfruttati e ammazzati ogni giorno dalle politiche di Renzi e UE. #schiavimai
Andiamo avanti a testa alta, con Abdel con noi.
Il corteo nazionale sta finendo, ha attraversato Piacenza con determinazione e rabbia per la morte di Abdel e per la nuova morte dell’operaio dell’Ilva, costretto a rinunciare a misure di sicurezza e morto poche ore fa.
Gli omicidi sul lavoro sono tanti, troppi. Noi continueremo a marciare affinché tutto questo non accada più.

La guerra di tutti contro tutti – NoiRestiamo Bologna incontra il prof. Calchi Novati

Riportiamo il video dell’iniziativa del 22 febbraio 2016 promossa dalla Campagna NoiRestiamo Bologna, a poche settimane dalla mobilitazione nazionale contro la guerra del 16 gennaio 2016.

La Campagna NoiRestiamo si scusa ma, per problemi tecnici lagati alla registrazione del video e dell’audio, l’ultima parte -in particolare quella delle domande dal pubblico- risulta carente di alcuni minuti. Abbiamo optato comunque per mettere la rimanente parte, il corpo dell’iniziativa e il suo finale, seppur incompleto, a disposizione del pubblico.

➤ La guerra di tutti contro tutti
Il caso della Libia e i progetti d’intervento dell’Italia

● Linee di rottura e punti di convergenza nella competizione globale
● Si prepara la 4a guerra di Libia per spartirsi il cadavere di uno stato?
● Le asimmetrie possibili tra imperialismi, NATO, “regime change”, jihadismo e potenze regionali
● Dopo le mobilitazioni nazionali del 16 gennaio, rilanciare l’opposizione organizzata a uno stato di guerra permanente che dura da 25 anni

Mentre le dichiarazioni e le controdichiarazioni si affastellano a ritmo sempre più incalzante sulle colonne dei giornali e nell’informazione generalista, il governo Renzi si appresta a prepare il terreno e l’umore del paese in quelle che appaiono come le settimane che precedono l’ennesima aggressione ai danni della popolazione libica.
Tra mille interessi in conflitto tra loro, è possibile che l’Italia si faccia promotrice di un intervento miltiare che miri a ristabilire il suo primato nazionale sul controllo di quella che l’attacco del 2011 ha reso una terra di nessuno?
Quali interessi ha l’amministrazione Obama nel portare la “patata bollente” nel giadino di casa dei cugini/rivali europei mentre tentano di costruire le proprie istituzioni comunitarie regolando un anello di fuoco che circonda l’intero continente?
Che partita è disposto a giocare l’establishment italiano pur di spuntare un posto nella sala dei bottoni in giorni in cui l’acuirsi della crisi economica, l’escalation militare e i flussi migratori stanno dando un nuovo impulso nella delineazione degli assetti dell’Unione Europea?
In quali forme la NATO oggi rilancia il suo ruolo di camera di compensazione tra interessi diversi in funzione anti-orientale?
Perchè la vulgata mainstream non si assume la responsabilità di denunciare la natura sempre più evidente dei rapporti con il regime di Al Sisi e con gli jihadisti che si dice di voler combattere?

L’approviggionamento energetico, il rilancio di una strategia fallita in Siria, la posizione strategicamente fondamentale della Libia sul piano geopolitico, la sproporzione di forze in campo tra gli interessi occidentali e quelli delle popolazioni arabe…sono solo i contorni entro cui si accendono i motori verso un nuovo programma di morte e distruzione.

Indagheremo insieme queste tematiche, consci che la partita in atto è parte di quel percorso generale in cui la negazione del presente per i popoli a noi vicini è l’altra faccia della negazione di futuro per un intero segmento generazionale alle nostre latitudini. Lo sviluppo di un sistema di sfruttamento passa oggi nuovamente anche attraverso il rilancio dello scontro di civiltá.
Respingerlo richiede un progetto articolato, a maggior ragione in tempi in cui le forze di classe subiscono in modo sempre più evidente le conseguenze di una perdita di terreno.
Dopo le importanti mobilitazioni nazionali del 16 gennaio promosse dalla Piattaforma Sociale Eurostop.info, è il momento costruire sui territori l’organizzazione necessaria per rilanciare un piano di lotta complessivo.

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Saremo accompagnati nell’analisi dal prof. Gian Paolo Calchi Novati, uno dei maggiori africanisti italiani, esperto del tormentato rapporto coloniale italiano con la Libia. Per maggiori info: http://www.ispionline.it/en/ricercatore/gian-paolo-calchi-novati

Bologna, corteo per Abdelsalam

Inizia il concentramento a Bologna, mentre a Roma il ministro Poletti ha dovuto accettare l’incontro con la delegazione USB.
Pronti a gridare forte #oraammazzatecitutti

Poletti afferma che si è trattato di un tragico episodio di morte sul lavoro.
Non permetteremo che venga infangata la storia che questa notte si è consumata all’interporto di Piacenza, un omicidio voluto e provocato dall’azienda per stroncare le lotte dei lavoratori.

In più di 500 si parte in corteo a Bologna. Contro gli omicidi aziendali, contro la repressione dei lavoratori, per una lotta determinata.

Ancora in piazza a Bologna come in molte altre città italiane. La solidarietà arriva anche dall’estero, a conferma della gravità della situazione.
In strada ancora perché tutto questo non succeda più, perché un lavoratore sfruttato abbia il diritto singolo e collettivo di alzare la testa e la voce.

Cariche della polizia a Bologna contro i manifestanti in piazza contro gli omicidi di stato.
Anche qui la violenza poliziesca colpisce, durante lo sciopero di 24 ore convocato da USB contro la morte di Abdel
Pagherete caro, pagherete tutto

Il corteo è arrivato in Piazza dell’Unità. Contro gli omicidi padronali. Per i diritti sul posto di lavoro. Sabato 17 manifestazione a Piacenza.

ASSASSINIO DI UN LAVORATORE DURANTE UNO SCIOPERO DELLA LOGISTICA A PIACENZA

Magazzini GLS -Piacenza: durante uno sciopero per il mancato rispetto dell’accordo sindacale di luglio, è stato ucciso un iscritto USB e ferito un altro lavoratore della logistica, investiti da camion incitato da responsabile dell’azienda. Mobilitiamoci contro il regime dello schiavismo.

Siamo qui nella notte, a Piacenza, contro la violenza padronale e la complicità della polizia. La solidarietà a nostri morti e ai nostri lavoratori si sente questa notte, si sentirà domani in tutta Italia e si sentirà ogni giorno, per chi vuole ascoltare e anche per chi ogni ogni giorno ci uccide.

“La USB ha dichiarato lo SCIOPERO IMMEDIATO di tutto il settore della logistica a livello nazionale ed ha invitato le proprie strutture di fabbrica ad organizzare scioperi e fermate di protesta.
In tutte le principali città italiane si svolgeranno presidi di protesta presso gli Uffici del Governo.”

Così recita un passaggio del comunicato di USB che sta circolando in queste ore. Le stesse ore in cui capita di leggere, da parte delle varie giunte istituzionali, appelli al buonsenso e alla responsabilità sociale…che dovrebbero avere i sindacati.
Intanto un’azienda può ordinare di uccidere un proprio dipendente in sciopero.
Intanto la polizia può voltarsi dall’altra parte mentre questo accade.
Intanto i giornalisti posso montare storie che sviino l’attenzione e abbassino la gravità del momento.

Ma intanto anche noi possiamo fare qualcosa, oggi. Scendiamo in piazza alle ore 17.00 in p.zza ROOSEVELT a BOLOGNA, troviamoci li per urlare sdegno e disprezzo ma anche solidarietà e voglia di lottare.

Si continua, anche per non rendere inutile una morte così pesante.


++OGGI A TORINO PRESIDIO DAVANTI ALLA PREFETTURA ALLE 17++

ASSASSINATO UN LAVORATORE ISCRITTO ALL’UNIONE SINDACALE DI BASE DURANTE UN PICCHETTO ALLA GLS DI PIACENZA.

PIACENZA 14 settembre ore 23.45 si muore per lottare, si muore per i diritti.

“Ammazzateci tutti” è il grido dei lavoratori della logistica di Piacenza.
Un nostro compagno, un nostro fratello è stato assassinato
durante il presidio e lo sciopero dei lavoratori della SEAM, ditta in appalto della GLS, questa notte davanti ai magazzini dell’azienda.
Il gravissimo fatto è l’epilogo di una serata di gravi tensioni, la USB aveva indetto una assemblea dei lavoratori per discutere del mancato rispetto degli accordi sottoscritti sulle assunzioni dei precari a tempo determinato.
Di fronte al comportamento dell’azienda i lavoratori, che erano rimasti in presidio davanti ai cancelli, hanno iniziato lo sciopero immediato. Proprio durante azione di sciopero, un lavoratore, padre di 5 figli e impiegato nell’azienda dal 2003, è stato assassinato, sotto lo sguardo degli agenti di polizia, da un camion in corso che ha forzato il blocco.
Questo assassinio è la tragica conferma della insostenibile condizione che i lavoratori della logistica stanno vivendo da troppo tempo. L’USB si impegna alla massima denuncia dell’accaduto: violenza, ricatti, minacce, assenza di diritti e di stabilità sono la norma inaccettabile in questo settore.

Giù le mani da Ippocrate!

Leggendo il Corsera si fa quasi confusione tra governo italiano ed Emergency, tra Gentiloni e Gino Strada.
Fortunatamente non è così difficile smascherare i veri fini del nostro governo e dei suoi partner impegnati in Libia, quando non ci si ferma alle narrazioni tossiche di giornalisti prezzolati.

 

leggi su contropiano.org

Di ritorno dal campeggio USB

Questo fine settimana siamo stati al campeggio di USB che si è tenuto a San Vito Chietino dove lavoratori e attivisti politici e sindacali si sono trovati per incontri e dibattiti.
Verso lo sciopero generale del 21 ottobre che unirà le vertenze sul lavoro e lo stato sociale a un NO chiaro e tondo sul referendum costituzionale.

Un grazie ai compagni di@zona22 e a tutti gli artisti che hanno animato e dato forza alle serate, come Assalti Frontali, Cuba Cabal, Signor K e Atollo Attivo Kombination

Cronaca da Barcellona

Ieri 11 settembre, nel giorno della tradizionale ricorrenza della Diada, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutti i Paesi Catalani per rivendicare l’indipendenza dallo Stato spagnolo.

L’11 settembre 1714 Barcellona veniva presa dalle truppe borboniche: da allora nonostante i lunghi periodi di illegalità la ricorrenza ha assunto un significato di opposizione più o meno radicale alla dominazione spagnola. Da qualche anno a questa parte, come é stato più volte documentato da Contropiano, si vive in Catalogna un risveglio indipendentista che ha esondato dalle forze tradizionali, coinvolgendo pezzi sempre più consistenti di popolazione, rafforzando enormemente le organizzazioni della Esquerra Independentista e obbligando anche altre forze politiche a prendere posizione in merito. Se nei suoi aspetti più blandi e tradizionali l’indipendentismo si limita a una rivendicazione di indipendenza decisionale ed economica da Madrid, é presente e crescente la coscienza che una indipendenza integrale e senza compromessi con l’esistente non sarà possibile se non mettendo al centro i bisogni e gli interessi delle classi popolari, anche contro quella borghesia catalana che ammicca ai movimenti indipendentisti nel momento in cui ha bisogno di strappare spazi di autonomia decisionale al governo centrale, ma è pronta ad abbassare i toni e a cercare compromessi quando si pongono in discussione le condizioni generali della popolazione, dai diritti sul lavoro, alle rivendicazioni di accesso agli studi e ai sussidi di disoccupazione, fino alle rivendicazioni femministe del movimento indipendentista, che garantiscano un equo protagonismo in campo sociale, politico e culturale.

Come in tutta l’Europa mediterranea la crisi economica che si è manifestata a partire dal 2008, anche in Catalogna ha colpito duramente, determinando tassi crescenti di disoccupazione, e accelerando i processi di precarizzazione del lavoro e di gentrificazione dei quartieri popolari per rilanciare la speculazione edilizia a favore delle multinazionali del turismo, decisioni prese in seno a una classe dirigente sottomessa ai dictact neoliberali e alle regole di ristrutturazione economica e sociale dell’Unione europea. Si é reso quindi fondamentale per la Sinistra indipendentista rimarcare la necessità di rottura non solo con lo Stato spagnolo, ma anche con una Ue che condanna i popoli del Mediterraneo al ruolo di vere e proprie colonie interne.

gustaumunozQuesti passaggi sono stati ribaditi più volte durante la giornata di mobilitazione di ieri, iniziata la mattina con una commemorazione a Gustau Muñoz, giovane indipendentista ucciso dalle forze di polizia proprio l’11 settembre del 1978 all’età di soli 16 anni. Durante questa iniziativa c’é stato spazio per la testimonianza da parte delle lotte sociali e di genere, per canti e lettura di poesie, come per un saluto internazionalista che la campagna Noi Restiamo ha realizzato su invito dei compagni dell’organizzazione giovanile indipendentista Arran. Nell’intervento abbiamo cercato di evidenziare come non sia più sufficiente un internazionalismo identitario e valoriale fra le realtà di vari paesi, ma che sia necessario – se ci riconosciamo agenti all’interno dello stesso contesto politico generale – trovare le linee comuni del nostro leggere e agire il presente. Ci sono stati poi saluti da altre delegazioni internazionali, prima di ripartire in corteo, questa volta tenendo al centro la richiesta della liberazione per i prigionieri politici.

Nel pomeriggio poi si sono concentrate le principali mobilitazioni: da un lato le forze indipendentiste moderate, e in un percorso autonomo l’arco della sinistra indipendentista. Molte migliaia di persone hanno sfilato per le vie di Barcellona, concludendo con un comizio finale al mercado del Born. Qui si sono susseguiti interventi e testimonianze di rappresentati della CUP (Candidature d’Unità Popolare), la cui importanza all’interno delle istituzioni catalane non ha smesso di crescere negli ultimi anni; di Endavant, dei giovani di Arran e della SEPC (sindacato studentesco), come anche di vertenze legate al sindacato COS (Coordinadora Obrera Sindical) in cui si reclamavano i diritti dei lavoratori, a livello salariale quanto organizzativo: le libertà e le rappresentanze sindacali che come nel nostro paese sono sotto attacco da parte dei governi e della confindustria locale. Oltre agli interventi delle varie organizzazioni c’è stato anche spazio per innumerevoli testimonianze di lotte territoriali, ambientali, studentesche che riconoscono nel percorso della sinistra indipendentista una pluralità che é possibile incrociare e che mantiene salda una radicalità che non si trova nei partiti e nelle rappresentanze tradizionali.

In sintesi una giornata importante dal punto di vista politico, in un momento in cui il dibattito sulla legittimità o meno del processo di indipendenza si fa più forte, e la proposta di un nuovo referendum (dopo quello consultivo del 2014) questa volta vincolante, nonostante le titubanze di Junts Pel Si (partito moderato maggioritario indipendentista, che porti a un reale processo di indipendenza.

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