Immigrazione/emigrazione – Contributo per un dibattito all’interno della piattaforma Eurostop

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Non ci sono le porte dell’Europa e poi il mondo, così come nella edificazione del polo imperialista europeo non ci sono frontiere e identità nazionali che tengano. Nel capitalismo la forza lavoro è una merce che va dove ce ne è richiesta. Il capitalismo anche in questo campo produce contraddizioni in quanto la forza lavoro è una merce che deve sopravvivere ed è compito della sinistra di classe organizzare questa parte di umanità contro chi la vuole solo schiava. Per farlo oggi è fondamentale non scindere il concetto di immigrazione da quello di emigrazione.

Bologna. Le istituzioni fanno le pentole ma non i coperchi

Durante l’anno scolastico appena conclusosi associazioni cattoliche integraliste in difesa della famiglia, appoggiate anche da organi della Curia, giornali di destra e movimenti fascisti come Forza Nuova hanno portato avanti una campagna di intimidazione contro l’apertura degli spazi pubblici scolastici ad attività culturali riguardanti l’educazione all’affettività e alla sessualità, colpendo sistematicamente le maestre delle scuole elementari di San Pietro in Casale.

Né il preside prima, né l’Ufficio Scolastico Regionale poi, nella persona del Dott. Schiavone, hanno ritenuto opportuno dichiarare pubblicamente un netto rifiuto del tentativo di ingerenza e di condizionamento delle attività delle scuole.

Non stupisce che le istituzioni locali se ne lavino le mani, legittimando e rendendosi complici, in questo modo, dell’agibilità lasciata a soggetti che vogliono la divisione a scapito della solidarietà sociale.

La stessa agibilità alimentata dalle politiche con cui governo nazionale, amministrazioni locali e il Partito Democratico che siede in essi stanno indirizzando le conseguenze della lunga crisi con scelte tese a dividere il corpo sociale in favore del mantenimento e rafforzamento dei privilegi nelle mani di pochi. In questo contesto, in assenza di una forza sociale capace di muovere la rabbia sociale dal basso verso l’alto, fascisti vecchi e nuovi hanno gioco facile a cavalcare il bisogno di unità comunitaria indirizzandolo nelle forme della difesa identitaria, contro gli ultimi, i discriminati, i poveri e i migranti, confermandosi nel ruolo di tutori dell’ordine voluto da quelle classi dirigenti che dicono di voler combattere.

Siamo governati dal pilota automatico che attraverso tagli alla spesa pubblica fomenta una guerra tra poveri che vede come protagonisti italiani contro migranti, e che alimenta i tentati progrom contro lo straniero che sempre più si sono accesi nelle periferie metropolitane e non solo.

È il governo che con il Jobs Act e la precarizzazione del mondo del lavoro mette lavoratori e lavoratrici gli uni contro gli altri, come è successo per esempio lunedì a Mantova, quando alcuni dipendenti di una cooperativa della Camposad insieme a dirigenti e capi-reparto si sono schierati contro i colleghi in sciopero per le inaccettabili proposte avanzate dalla cooperativa.

La stessa logica con cui è stata introdotta l’Alternanza scuola-lavoro, ponendo la formazione degli studenti al diretto servizio delle imprese e alimentando disoccupazione e competizione al ribasso.

È lo stesso governo della ministra Lorenzin che, in un paese in cui è già altissimo il tasso di obiettori di coscienza, con un piano nazionale per la fertilità in odore di ventennio come il Fertility Day tenta di arginare il preoccupante calo demografico e l’incessante invecchiamento della popolazione, senza considerare il ruolo giocato in questo contesto dalla disoccupazione e dalla massiccia emigrazione giovanile che spinge giovani senza futuro a scappare.

È lo stesso governo che ha varato i decreti Minniti e che vede nella preventiva repressione del dissenso e della marginalità sociale l’unica soluzione per far fronte alla crisi di egemonia di un corpo politico bocciato dal voto referendario di dicembre, dall’esito delle ultime due tornate del voto amministrativo e dal forte astensionismo. Del decreto per la tutela del decoro urbano abbiamo visto una primissima applicazione proprio nella nostra regione, in provincia di Modena, a Sassuolo, dove la Polizia Municipale è intervenuta comminando il daspo urbano contro tre persone la cui unica colpa era, a detta del comune, di “bivaccare” nella stazione dei treni, in un’Italia in cui anche le ordinanze antimovida vengono difese col manganello.

In questo clima di tensione sociale non è accettabile la mancata presa di posizione da parte delle istituzioni contro chi cavalca l’odio, permettendo la sedimentazione di una cultura reazionaria e fascista, in cui l’attacco alle insegnanti di San Pietro in Casale si inserisce perfettamente.

La scuola, già martoriata dai tagli e dall’ultima riforma renziana, non può rinunciare quindi al suo ruolo pubblico di baluardo per l’integrazione sociale, contro il tentativo da parte di fascisti e cattolici integralisti di limitare la libertà d’insegnamento e il suo carattere laico, aperto, plurale, di educazione alle differenze.

Noi crediamo che l’esempio da seguire sia quello di esperienze come quella dell’8 marzo dello sciopero globale delle donne, in cui l’unione di rivendicazioni di genere e sociali ha saputo dimostrare una forza enorme, che ha fatto barcollare sia chi le considera in una maniera solamente commemorativa, sia chi si fa promotore di un pinkwashing di facciata che nella sostanza non va ad intaccare la realtà dei rapporti sociali esistenti.

Appuntamento giovedi 29 giugno, ore 18.30, piazza Nettuno.

Evento Facebook.

Il “rimbalzo” degli immatricolati: dove va l’università italiana?

Dopo un decennio di calo costante di iscrizioni, le immatricolazioni all’università negli ultimi due anni sono tornate a crescere. Nell’ultimo anno accademico 2016/2017, si sono immatricolati in poco più di 283.000, un aumento di 12.000 unità rispetto all’anno precedente, che già aveva fatto comunque segnare una crescita rispetto al 2014-15. Tutto bene quindi? Insomma. In economia lo chiamerebbero “rimbalzo”, termine che sta ad indicare quando il prezzo delle azioni torna a crescere dopo un tonfo in borsa. E di un vero e proprio tonfo si può parlare anche nel caso delle iscrizioni all’università in Italia nell’ultimo decennio. Nel nostro manifesto citavamo alcuni dati prodotti in un rapporto della fondazione RES: “Rispetto al momento di massima dimensione (databile, a seconda delle variabili considerate, fra il 2004 e il 2008), al 2014-15 gli immatricolati si riducono di oltre 66 mila, passando da circa 326 mila a meno di 260 (-20%); i docenti da poco meno di 63 mila a meno di 52 mila (-17%); il personale tecnico amministrativo da 72 mila a 59 mila (-18%); i corsi di studio scendono da 5634 a 4628 (-18%)”.

Come si può notare, gli immatricolati di quest’anno appaiono ancora ben lontani dal massimo raggiunto prima dell’inizio della crisi. E non potrebbe essere altrimenti, viste le dosi draconiane di austerità a cui è stata sottoposta l’università italiana, che ha comportato fra le altre cose la riduzione dei fondi per il diritto allo studio e l’aumento delle tasse universitarie.

Il trionfante articolo di Repubblica a commento dei dati parla, non senza una dose di involontaria ironia, di “atenei che hanno messo a posto i conti”. In pratica sono stati applicati tagli dei fondi di finanziamento ordinario all’università fino al 22.5 per cento in termini reali. Il risultato è che ad oggi, secondo i dati Eurostat, l’Italia è il penultimo paese in UE per numero di laureati nella fascia 30-34 anni. L’articolo nota anche la crescita degli immatricolati negli atenei del Sud, in controtendenza rispetto alle ultime stagioni. Ma anche in questo caso andrebbe considerato l’enorme calo che si è registrato in precedenza: se per quanto riguarda l’intero territorio gli immatricolati dal 2003/2004 al 2014/2015 erano diminuiti del 20.4 per cento, il calo era stato ben più profondo nel centro-sud. Sempre i dati della fondazione RES ci dicono che è stato “particolarmente intenso nelle Isole (-30,2%), nel Sud continentale (-25,5%) e nel Centro (-23,7%, specie nel Lazio); più contenuto al Nord (-11%)”. Una parte dei risultati inoltre potrebbe essere “distorta” dal ricorso sempre più frequente al numero chiuso negli atenei di “eccellenza”, come il Politecnico di Torino.

Ci si potrebbe poi domandare che cosa aspetti i nuovi immatricolati una volta finita l’università. Le prospettive le indica con disarmante chiarezza un altro articolo uscito sempre su Repubblica: 8 laureati su 10 accettano un tirocinio gratuito pur di iniziare a lavorare. Accenture, la società autrice dello studio citato da Repubblica, definisce questa attitudine dei laureandi “flessibilità”. A noi, a cui piace chiamare le cose col loro nome, sembra assai più accurato parlare di sfruttamento. Il tema del lavoro gratuito è d’altronde emerso con chiarezza durante la crisi, per poi essere istituzionalizzato con l’alternanza scuola lavoro. Oppure rimane sempre la possibilità di andare a rimpolpare le fila di chi decide di emigrare, alimentando quel “furto di cervelli” che denunciamo da tempo.

Sempre dall’indagine di Accenture, emerge che “tre (intervistati) su quattro concordano che la loro formazione durante gli studi è stata utile per prepararli al mercato del lavoro”. Pensiamo che questo nuovo dato vada inserito all’interno di un ragionamento più ampio sui cambiamenti strutturali che sta attraversando l’università italiana. Già nel nostro manifesto osservavamo come, a causa di un meccanismo di distribuzione di finanziamenti pubblici assolutamente squilibrato, si stava andando a creare una divisione fra atenei di serie a e atenei di serie b. Contestualmente, cresce la spinta per l’ingresso dei privati e per la promozione all’auto-imprenditorialità.

In un primo tentativo di analisi del nuovo volto dell’università, abbiamo analizzato Alma Mater di Bologna come esempio di un tentativo di configurare un polo di eccellenza in questo nuovo contesto. Sullo sfondo c’è l’idea dell’Università “all’americana” caldeggiata da Renzi e i suoi: da una parte università semi-private di ottima qualità per una ridotta élite e dall’altra un’università pubblica di scarsa qualità per tutti altri. Se non altro, questi nuovi dati dovrebbero spingere a continuare in tutti i principali atenei d’Italia una fase di studio ed elaborazione.

L’energia pulita non ci salverà. Solo un nuovo sistema economico potrà farlo

Inizia oggi a Bologna il G7 sull’ambiente. Un articolo pubblicato un anno fa sul The Guardian da Jason Hickel (pensatore radicale di cui già avevamo apprezzato la chiarezza espositiva) ci offre alcuni spunti semplici ed altrettanto evidenti da proporre all’attenzione sulle tematiche ambientali in giorni in cui respiriamo una rinnovata spinta della retorica “green” istituzionale. Dall’articolo si evince chiaro come una mossa in direzione di un completo rinnovamento delle tecniche di produzione di energia, in modo tale che questa sia totalmente pulita, è una condizione necessaria ma non sufficiente per evitare eventuali catastrofi ambientali. Bisogna, dunque, ripensare il modello di produzione, affinchè esso sia in armonia con le finite risorse ambientali. Un ulteriore pregio (non voluto) dell’articolo di Hickel sta nell’accompagnare il lettore fino a un certo scenario di constatazioni, lasciandogli il compito di fare da solo un ultimo fondamentale passaggio: il ragionamento dell’autore si ferma infatti di fronte all’evidenza che “la decrescita materiale non è incompatibile con alti livelli di benessere umano”, e lascia ai comunisti il dovere (ormai annoso) di sottolineare anche come essa sia però assolutamente incompatibile con il capitalismo. Un sistema basato sull’accumulazione volta alla ricerca del profitto, possibile solo tramite l’estrazione di valore dal lavoro vivo da parte di attori economici in perenne concorrenza tra loro, un sistema che non tiene conto della materialità oggettiva e della finitezza del mondo che ci circonda non è compatibile con una pianificazione sociale della produzione e con un’accumulazione che rispetti l’equilibrio ecologico. A maggior ragione oggi, nel pieno corso di una crisi sistemica che sta manifestandosi tramite l’accentuata competizione tra poli che sgomitano per accaparrarsi risorse e mercati a svantaggio degli altri e a discapito degli ultimi della Terra (gli stessi che più stanno subendo le tragiche conseguenze delle trasformazioni climatiche e ambientali), una equilibrata co-evoluzione Uomo-Natura porrebbe inaccettabili limiti sociali al profitto, qualcosa che le nostre classi dirigenti non si sognano nemmeno, siano esse rappresentate dal Trump di turno o dai sostenitori dell’inutile accordo siglato a Parigi nel dicembre 2015. Un ammonimento dunque contro le sirene della “decrescita”, le quali sono un fastidioso ronzio nelle orecchie di chi avrà da temere solo dall’organizzazione degli interessi di classe organizzati contro il proprio imperialismo.

* * *

All’inizio di quest’anno (2016, ndt) i media di tutto il mondo hanno annunciato che nel mese di febbraio si sono sorpassati i livelli massimi raggiunti della temperatura globale di un ammontare scioccante, così come nel mese di marzo. A giugno, i nostri schermi erano pieni di immagini surreali dell’esondazione a Parigi, la Senna aveva rotto gli argini riversandosi nelle strade. A Londra, le inondazioni avevano fatto riversare l’acqua nel sistema fognario esattamente nel cuore di Covent Garden. Le strade a sud-est erano diventate fiumi profondi due metri.

Dal momento che questi eventi estremi stanno diventando sempre più comuni, sono pochi quelli che ancora negano il cambiamento climatico. Finalmente si sta cristallizzando un consenso intorno ad un fatto cruciale: i combustibili fossili ci stanno uccidendo. Dobbiamo passare all’energia pulita, ed in fretta.

La crescita di preoccupazione riguardo ai pericoli dei combustibili fossili rappresentano un cambiamento nelle nostre coscienze. Ma non posso fare a meno di temere che abbiamo sbagliato il punto. Per quanto l’energia pulita sia importante, la scienza è chiara: non ci salverà dal cambiamento climatico.

Supponiamo, giusto per amor di discussione, di essere in grado di soppiantare i combustibili fossili e avere un’energia pulita al 100%. Ovviamente questo sarebbe un passo vitale nella giusta direzione, ma anche nel migliore dei casi non basterebbe ad evitare catastrofi climatiche.

Perché? Perché la combustione dei fossili contribuisce solo al 70% del totale dell’emissioni di gas a effetto serra a causa dell’uomo. Il restante 30% deriva da numerose cause. La deforestazione è una delle più importanti. Allo stesso modo anche l’industria agricola, che degrada il suolo fino al punto in cui comincia ad emettere CO2. Poi c’è l’allevamento industriale che produce 90 mila tonnellate di metano l’anno e la maggior parte di ossido nitrico derivante da cause antropologiche. Entrambi questi gas sono più potenti rispetto al CO2 per quanto riguarda il riscaldamento globale. Gli allevamenti industriali, da soli, contribuiscono al riscaldamento globale più di tutte le macchine, i treni, gli aerei e le navi di tutto il mondo. La produzione industriale del cemento, dell’acciaio e della plastica sono un’altra grande matrice dell’emissione dei gas ad effetto serra, e poi ci sono le nostre discariche, che buttano fuori un enorme ammontare di metano – 16% del totale mondiale.

Parlando di cambiamento climatico, dunque, il problema non è solo il tipo di energia che si produce, ma anche come questa venga utilizzata. Che cosa faremmo con un’energia pulita al 100%? Esattamente quello che stiamo facendo coi combustibili fossili: radere al suolo più foreste, costruire più allevamenti, espandere l’industria agricola, produrre più cemento e riempire più discariche, tutte cose che rilasciano elevati livelli di gas ad effetto serra mortale nell’aria. Facciamo queste cose perché il nostro sistema economico ci richiede una crescita infinita e per qualche ragione non abbiamo considerato di mettere in discussione ciò.

Pensatela in questo modo. Quel 30% di gas che non viene fuori dai combustibili fossili non sono statici. Ogni anno si sommano nell’atmosfera. Alcuni scienziati hanno previsto che le nostre foreste tropicali saranno completamente distrutte entro il 2050, rilasciando 200 miliardi di tonnellate di carbonio nell’atmosfera. Il terreno mondiale potrebbe degradarsi nel giro di soli 60 anni, rilasciando ancora più carbonio. Le emissioni dell’industria del cemento cresce ad un tasso di più del 9% annuo. E le nostre discariche si stanno moltiplicando a vista d’occhio: Entro il 2100 produrremo 11mila tonnellate di rifiuti solidi al giorno, tre volte tanto quanto ne produciamo oggi. Passare all’energia pulita non può modificare tutto questo.

Il movimento ambientalista ha commesso un errore enorme. Abbiamo concentrato tutta l’attenzione sui combustibili fossili, quando avremmo dovuto puntare a qualcosa di molto più profondo: le basi logiche del nostro sistema economico. D’altronde, stiamo usando i combustibili fossili solo per alimentare l’imperativa crescita del PIL.

Il problema alla radice è il fatto che il nostro sistema economico chiede una crescita eterna dei livelli di estrazione, produzione e consumo. I nostri politici ci dicono che dobbiamo mantenere una crescita annua dell’economia globale ad un tasso di più del 3%, il tasso minimo che consente alle grandi imprese di fare profitti aggregati. Questo significa che ogni 20 anni dobbiamo raddoppiare l’ampiezza dell’economia globale – raddoppiare le macchine, raddoppiare la pesca, raddoppiare l’estrazione, raddoppiare i McFlurries e gli iPads. E raddoppiarli di nuovo dopo 20 anni.

I nostri più ottimistici sapientoni gridano che le innovazioni tecnologiche ci aiuteranno a staccare la crescita economica dall’accumulo di materiale. Ma purtroppo non esistono evidenze del fatto che ciò stia accadendo. L’estrazione e il consumo materiali globali sono cresciuti del 94% dal 1980, e stanno salendo ancora. Le previsioni odierne mostrano come entro il 2040 le miglia di trasporto via mare, via aerea e ferroviaria – con tutte le cose materiali che questi veicoli trasportano – verranno più che raddoppiate, quasi esattamente come il tasso di crescita del PIL.

L’energia pulita quindi, importante come è, non ci salverà dall’incubo. Ripensare il nostro sitema economico invece potrebbe. La crescita del PIL ci è stata venduta come l’unica strada da percorrere per creare un mondo migliore. Ma abbiamo robuste evidenze che questo non ci fa più felicinon riduce la povertà, e le sue “esternalità” producono tutti i tipi di problemi sociali: debito, troppo lavoro, ineguaglianza e il cambiamento climatico. Dobbiamo abbandonare il concetto di crescita del PIL come più importante indicatore di progresso, e dobbiamo farlo immediatamente – come parte integrante dell’accordo sul clima che verrà ratificato in Marocco.

È ora di utilizzare il nostro potere creativo per immaginare una nuova economia globale – una che massimizzi il benessere dell’uomo riducendo la nostra impronta ecologica. Non è un obiettivo irraggiungibile. Molte nazioni hanno cominciato a raggiungere alti livelli di sviluppo umano con bassi livelli di consumo. Infatti Daniel O’Neill, un economista dell’Università di Leeds, ha dimostrato che anche la decrescita materiale non è incompatibile con alti livelli di benessere umano.

La nostra focalizzazione sui combustibili fossili ci ha cullati nel pensare che avremmo potuto continuare con lo status quo a patto di introdurre a pieno regime l’energia pulita, ma questa è una pericolosa assunzione semplicistica. Se vogliamo allontanare la crisi imminente, dobbiamo affrontare le cause sottostanti.

* antropologo presso la London School of Economics

** traduzione a cura di Noi Restiamo – Bologna