ASL: la nuova schiavitù del lavoro minorile voluta da padroni e Unione Europea

In vista dell’assemblea nazionale della campagna “BastaAlternaza” che si terrà Sabato 2 Dicembre a Roma al Csoa “Intifada” in Via Casalbruciato 15, proponiamo il  documento che come Noi Restiamo abbiamo elaborato sull’ASL e la buona scuola.

Evento Facebook: Assemblea nazionale della campagna BastAlternanza!

 

L’ANALISI DEL FENOMENO

Il Contesto Europeo

Per una riflessione sul senso della legge 107/15 (la cosiddetta Buona Scuola) e in particolare sull’universalizzazione dell’alternanza scuola-lavoro non si può prescindere da una valutazione, seppur breve, del contesto nazionale e internazionale in cui si colloca, e in generale sulla fase storica che il modo di produzione capitalista sta vivendo oggi.

La crisi sistemica in cui viviamo si è manifestata ormai da più di dieci anni e non accenna a risolversi. L’incapacità del sistema di ritrovare un adeguata valorizzazione del capitale, unita alla tendenziale ritirata degli USA come unico stato egemone a livello mondiale, ha portato ad un forte incremento delle pressioni competitive inter-imperialistiche, e alla conseguente destabilizzazione di numerose regioni del mondo. Questa velocizzazione della competizione internazionale ha dato un forte impulso alla necessità di centralizzazione e rafforzamento dell’Unione Europea. Tale processo ovviamente non può che essere fortemente contraddittorio, e ha dato luogo a significative spinte contrarie, sia derivanti dall’opposizione popolare che alle contrapposizioni interne alle varie borghesie nazionali. La forma con cui il polo imperialista in costruzione sta rispondendo a tali contraddizioni passa attraverso la costituzione di un’Europa a due velocità, a cerchi concentrici, in cui il piano decisionale viene definitivamente trasferito nelle mani di una serie di paesi centrali, stretti intorno all’asse franco-tedesco.

Naturalmente questa forma ricalca un processo di ristrutturazione delle forze produttive europee che va avanti da decenni: l’UE si è sin dall’inizio costruita intorno a un Centro produttivo fondato su politiche neo-mercantiliste e su una produzione ad alto valore aggiunto e una Periferia (comprendente sia i paesi mediterranei che quelli dell’est) a svolgere il ruolo di “colonie interne”: sbocco per le merci prodotte al nord, terreno di espansione per i capitali centrali, e bacino di forza lavoro qualificata e non.

Tale processo di ristrutturazione macro-regionale si è poi sempre accompagnato con una ristrutturazione interna ai vari paesi europei (sempre con le dovute differenze ovviamente), improntata allo smantellamento di quel sistema di garanzie sociali e politiche che era stato conquistato nel dopoguerra. Sempre più persone vengono escluse dalla ricchezza prodotta dal sistema, in un processo di polarizzazione della società sempre più marcato.  In tutto questo gli stati nazionali e la UE stessa non sono stati soggetti passivi, semplicemente ritirandosi da parte e lasciando agire il mercato, come vorrebbe una certa narrazione del neoliberismo. Al contrario sono stati parte attiva nella produzione di leggi e trattati vincolanti volti alla costruzione di un certo ordine sociale, favorevole alla appropriazione del profitto.

All’interno di questo processo il mondo della formazione svolge un ruolo fondamentale: sia nella centralità nella formazione di competenze utili alla competizione internazionale; sia nella selezione di una classe dirigente europea; sia, infine, come ulteriore strumento di differenziazione tra i diversi paesi europei per ruolo e funzione.

Gia nel Trattato di Maastricht (1992), il testo fondativo dell’Unione Europea come la conosciamo oggi, viene sottolineata l’importanza strategica di una “dimensione europea dell’istruzione”[1], e si pongono le basi per un intervento sovra-nazionale sulla questione. Al Capo 3, articolo 126 leggiamo infatti che “La Comunità contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione “.  Tale importanza è ripresa dal Trattato di Amsterdam (1997) in cui si aggiunge al preambolo della Costituzione della Comunità Europea la determinazione a “promuovere lo sviluppo del massimo livello possibile di conoscenza nelle popolazioni attraverso un ampio accesso all’istruzione e attraverso l’aggiornamento costante”.

A questa riconosciuta importanza si associa tuttavia la necessità, da parte della controparte, di ridefinire i rapporti tra educazione pubblica e imprese: è del 1987 il rapporto dell’ERT (European Round Table of Industrialist)[2] in cui si lamentava la distanza tra impresa e scuola, l’eccessiva burocratizzazione delle scuole centralizzate e si auspicavano partenariati tra imprese e scuole con un maggior protagonismo del mondo dell’impresa nell’ambito della discussione pubblica sull’educazione. Vi si legge che «l’industria non ha che un’influenza molto debole sui programmi impartiti», e che gli insegnanti hanno «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto», che «non comprendono i bisogni dell’industria». Comunque, insiste il Gruppo di Lavoro «competenza ed educazione sono fattori di riuscita vitali». In conclusione, si invitano gli industriali a «prender parte attiva allo sforzo educativo».

Attualmente il quadro europeo di cooperazione nel settore dell’istruzione e della formazione è rappresentato da ET 2020 (Quadro strategico: istruzione e formazione 2020), adottato dai ministri dell’istruzione dei paesi dell’Unione nel 2009. Tale piano si pone quattro obiettivi da realizzare entro il 2020[3]:

  1. fare in modo che l’apprendimento permanente e la mobilità divengano una realtà
  2. migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione
  3. promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva
  4. incoraggiare la creatività e l’innovazione, compreso lo spirito imprenditoriale, a tutti i livelli dell’istruzione e della formazione.

All’interno di questi punti troviamo tre concetti chiave che definiscono la visione europea sulla ridefinizione della funzione dell’istruzione: apprendimento permanente, mobilità e spirito imprenditoriale.

Il concetto di lifelong learning (apprendimento permanente) viene introdotto dal Rapporto Faure nel 1972[4] e adottato come parola chiave della strategia europea nel 1994 dal Rapporto Delors[5]. Significa letteralmente che la persona è tenuta a formarsi durante tutto l’arco della vita, dalla nascita alla morte. Infatti la ristrutturazione capitalista post-fordista richiede il precariato come forma di lavoro prevalente, e di conseguenza la capacità di adeguarsi perennemente a nuovi lavori e mansioni. La forza lavoro quindi deve essere in formazione costante, per adeguarsi alle necessità variabili dell’accumulazione flessibile. Con le parole della Commissione[6]:

I nuovi modi di strutturare e gestire gli affari in periodi di recessione economica hanno anche reso obsoleto il concetto di impiego “a vita” nelle grandi aziende. L’apprendimento per tutta la vita, d’altra parte, apre la porta alla facile transizione delle persone ad un altro lavoro, e l’industria appoggia questo concetto incondizionatamente.

Anche l’importanza data alla mobilità è coerente con la ricerca di una forza lavoro flessibile, che possa muoversi agilmente dove vi è più domanda. Nell’ambito dell’istruzione questo processo si traduce in un vero e proprio “furto di cervelli” da parte dei paesi del Centro nei confronti dei paesi mediterranei, un tema che come Noi Restiamo abbiamo già trattato ampiamente.

Infine lo stimolo del cosiddetto “spirito imprenditoriale” funge da cornice ideologica di una società basata sul profitto, in cui i ragazzi sono incentivati a diventare “imprenditori di sé stessi” all’interno di una falsa meritocrazia in cui solo pochi individui riusciranno ad avere “successo”, ed essere sussunti all’interno della classe dirigente europea in formazione.

Se fino a qui abbiamo visto le linee guida per istruzione e formazione che possiamo trovare in report e documenti ufficiali, che necessariamente si rivolgono a tutti i paesi europei, per avere un quadro completo delle influenze che dall’Unione Europea arrivano al nostro sistema scolastico non possiamo ignorare una componente fondamentale: il Rigore di Bilancio.  Il Patto di Stabilità e il rispetto dei parametri di Maastricht impongono infatti da più di trenta anni ai paesi membri politiche di riduzione della spesa pubblica che naturalmente vanno anche a toccare l’istruzione pubblica. Naturalmente queste politiche di austerità non impattano (né d’altronde sono applicate con lo stesso rigore su) i diversi paesi nello stesso modo, ma colpiscono coerentemente con il processo di ristrutturazione macro-regionale di cui si parlava sopra. I sistemi educativi dei paesi mediterranei sono stati vittime di pesantissimi tagli negli ultimi trenta anni, che ne hanno compromesso significativamente la qualità. La classe dirigente è ben consapevole di questi processi, e della maniera efficiente di portarli avanti, come appare chiaramente da questo paper pubblicato dall’OCSE[7]:

Dopo questa descrizione di misure rischiose, si possono consigliare, al contrario, numerose misure che non creano difficoltà politica. [..] Se si diminuisce la spesa di gestione, bisogna stare attenti a non calare la quantità del servizio, ma calare la qualità. Si possono ridurre per esempio i finanziamenti a scuole e università, ma sarebbe pericoloso ridurre il numero di allievi e studenti. Le famiglie reagiranno violentemente se non si permette ai loro figli di immatricolarsi, ma non faranno fronte ad un abbassamento graduale della qualità dell’insegnamento e la scuola può progressivamente e puntualmente ottenere un contributo economico dalle famiglie o eliminare alcune attività. Questo si fa passo a passo, prima in una scuola e poi in un’altra, ma non in quella accanto, in modo da evitare il malcontento generalizzato della popolazione

Evoluzione del sistema educativo in Italia: dalle linee guida europee alle Riforme scolastiche.

Come scrive Lorenzo Varaldo nel suo libro La scuola Rovesciata (2016), la scuola pubblica svolge storicamente un duplice ruolo: in quanto scuola è l’istituzione deputata alla trasmissione delle conoscenze e della cultura; in quanto pubblica deve garantire l’universalità di questa trasmissione, indipendentemente dalla condizione sociale, dalla localizzazione geografica e dalle fedi politiche e religiose degli studenti. Lo Stato, fino agli anni ’90, era considerato responsabile di garantire questa doppia funzione, di assicurare che tutti i cittadini ottenessero le conoscenze adeguate per essere messi sulla stessa base di partenza. Non è necessario dire che le mancanze in questo senso sono state enormi durante tutta la storia del sistema educativo italiano, ma il suo ruolo emancipatorio e soprattutto l’universale riconoscimento della sua funzione sono innegabili.

Questi principi iniziano ad essere messi in dubbio negli ultimi due decenni del secolo scorso, attraverso un duplice processo. Da un lato durante gli anni ottanta si fanno strada una serie di teorie pedagogiche e organizzative che sostengono che la scuola non debba trasmettere conoscenze bensì competenze. Gli studenti devono imparare a “organizzare le conoscenze” anziché apprenderle, devono “imparare ad imparare”. Arrivati alla metà degli anni Novanta tali teorie sono diventate talmente dominanti da aver sommerso completamente il dibattito.[8] Ora, è evidente che il metodo “tradizionale” di insegnamento in cui gli studenti sono semplici ricevitori passivi di conoscenza nozionistica non sia l’ideale, e per questo è stato oggetto di forti critiche da parte di movimenti politici o studenteschi.

Ma è altrettanto evidente che tale pressione ideologica  sia stata funzionale alla trasmissione di un’idea di competenze, di “saper fare” generico che prepari gli studenti ad un futuro lavorativo precario e evanescente. La scuola deve mettere lo studente nella condizione di essere in grado di apprendere qualsiasi compito gli verrà richiesto nella sua instabile vita lavorativa. Si tratta della flessibilità applicata all’educazione, la base scolastica del processo di apprendimento permanente di cui abbiamo parlato nella precedente sezione.  Questo viene detto in modo esplicito nei documenti ufficiali. Nel 1997 l’allora ministro Berlinguer pubblica un documento di lavoro sul riordino dei cicli scolastici in cui scrive[9]:

In un mondo nel quale l’evoluzione dell’organizzazione sociale fa presumere che ciascun individuo, nel corso della propria esistenza, sia chiamato a cambiare più volte la propria attività lavorativa, è evidente che la pretesa della scuola di consegnare saperi, abilità e capacità definitive deve essere in parte abbandonata. [..] È necessaria una prospettiva di educazione permanente che tenga conto del fatto che non esiste più una società nella quale prima si studia e poi si lavora per tutta la vita, magari sempre nello stesso posto di lavoro.

Le somiglianze con le analisi della Commissione Europea prima citate sono evidenti.

Dall’altro lato il principio dell’universalità dell’istruzione pubblica subisce un duro colpo con l’introduzione dell’Autonomia Scolastica attraverso il DPR 275/99, nell’ambito della più ampia riforma dell’amministrazione pubblica varata con la legge Bassanini (legge 59 del 1997). Nello stesso anno il Ministero pubblica Il Libro Verde della Pubblica Istruzione, in cui viene esplicitato l’obiettivo di riforma[10]:

L’istituto dovrà cambiare, diventando sempre di più un ente autoregolato [..] Ossia un sistema che, in primo luogo, definisce da sé fini, mezzi, controlli e trova nel suo interno le competenze e l’energia per svolgere al meglio la sua missione educativa e che, in secondo luogo, sviluppa la cooperazione con altri enti per acquisire le risorse e la massa critica per aderire ai bisogni complessi degli utenti.

Le scuole dovranno diventare quindi sempre di più enti autonomi, sia nella determinazione degli obiettivi didattici che nel reperimento delle risorse. Dal lato formativo lo strumento principe è fornito dalla istituzione all’articolo 3 del  DPR 275/99 del Piano di Offerta Formativa, ovvero il “documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche”. La parola “offerta” è tipica del mercato, e infatti le scuole sono tenute a competere tra loro attraverso il POF più accattivante o fruibile dalle famiglie.  La natura universale dell’istruzione pubblica ne viene fortemente indebolita. Le specificità di un certo collegio docenti, o di un particolare dirigente, o di un certo territorio diventano fondamentali nella determinazione del livello di qualità dell’insegnamento offerto agli studenti.

Dal lato del reperimento delle risorse invece si apre la strada ai finanziamenti privati delle scuole pubbliche, prevedendo che la possibilità di “stipulare convenzioni con università statali o private, ovvero con istituzioni, enti, associazioni o agenzie operanti sul territorio”. Tale possibilità preclude inevitabilmente ad un’influenza di enti privati nella determinazione degli obiettivi educativi, ora così flessibili, nonché ad un’ulteriore differenziazione in scuole di serie A e scuole di serie B. Questo processo verrà alimentato all’estremo dalla recente introduzione della School Bonus da parte della Legge 107/15 (Buona Scuola), ovvero la possibilità a qualsiasi privato di elargire fino a 100.000 euro in cambio di sgravi fiscali.

L’Autonomia Scolastica svolge infatti allo stesso tempo un altro ruolo fondamentale: la cornice adatta ad un progressivo taglio delle spese in istruzione. Le riforme che si susseguono negli anni successivi (Riforma Moratti nel 2003, le modifiche di Fioroni nel 2007 e la Riforma Gelmini nel 2009) rivendicano sempre la piena applicazione dell’Autonomia Scolastica e sono sempre accompagnate da provvedimenti che comportano pesanti tagli (in particolare la Riforma Gelmini), in continuità con la politica di rigore imposta dalla UE. Di questo il ministero è ben consapevole, e infatti si legge nel già citato Libretto Verde della Pubblica Istruzione  del 1999

Fino a quando il figlio sa che c’è papà che pensa a tutto [..] bussa alla porta! Quando però i cittadini sanno che lo Stato paga solo le spese di base (uguali da Sondrio a Trapani, a cui si aggiunge il fondo perequativo) si dovranno attrezzare per fare una scuola di qualità. La scuola autonoma, quella che con la formazione e la ricerca darà futuro ai nostri ragazzi, sarà la scuola che ciascuna comunità si costruirà.

Alternanza Scuola-Lavoro

In questo contesto si inserisce la Buona Scuola di Renzi, ed in particolare la generalizzazione e il potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro (introdotta per le scuole professionali già dalla Riforma Moratti).  La legge 107/15 prevede che tutti gli studenti debbano svolgere durante il triennio un certo numero di ore di alternanza (200 ore per i licei, 400 ore per gli istituti tecnici/professionali). Dai primi dati raccolti dal MIUR[11] risulta che nell’anno scolastico 15/16 652.6421 studenti abbia partecipato al programma, pari a quasi la metà di tutti gli studenti del triennio (45.7%). In totale l’87.4% delle scuole hanno fatto Alternanza, con percentuali significativamente più alte al Centro-Nord rispetto che al Sud. Al Sud si sono anche avute difficoltà nel reperimento di strutture ospitanti (il 16% del totale).

Il progetto di Alternanza scuola-lavoro è perfettamente coerente con le tendenze generali di evoluzione della scuola italiana che abbiamo presentato fino ad ora. Le riforme, guidate dalle linee guida europee, infatti hanno puntato, da un lato, ad una differenziazione tra i diversi istituti, con l’emergere di istituti di serie A e di serie B; dall’altro ad una preparazione degli studenti tesa all’acquisizione di competenze generiche, atte ad essere applicate a qualsiasi lavoro. Tali competenze ovviamente non possono essere valutate in astratto, e il periodo di alternanza fornisce un perfetto strumento di valutazione.

Inoltre sul un piano ideologico costituirà uno strumento formidabile di egemonia culturale per educare la quasi totalità delle nuove generazioni alla cosiddetta cultura d’impresa, per trasmettere l’importanza dello spirito di imprenditorialità e della meritocrazia. L’importanza di questo messaggio è sottolineata sia da documenti UE[12] che dalle linee guida del MIUR[13]. Tuttavia questa propaganda chiaramente non potrà trovare un’applicazione pratica universale, come si vede chiaramente dalle prime indagini sui primi due anni in cui è stata (ancora a livello parziale) implementata[14], da cui risulta che quasi due terzi dei ragazzi si sono trovati a svolgere mansioni dequalificate e ripetitive, che poco o nulla hanno a che fare con il loro percorso di studi o con una qualsivoglia forma di percorso educativo. Vista la dimensione di massa del programma (che comprende tutti gli studenti degli ultimi tre anni delle superiori per 70/130 ore l’anno) questi risultati non sono inattesi, anzi sono scontati.

Ed è qui che si inserisce l’ultima grande funzione dell’ASL: ovvero la fornitura di un significativo e perennemente rinnovabile monte ore di lavoro gratuito alle imprese.  Chiaramente infatti una delle più grande bugie che viene raccontata riguardo all’alternanza scuola lavoro è quella secondo cui essa sarebbe la soluzione alla sempre più crescente disoccupazione giovanile, in quanto permetterebbe agli studenti di avvicinarsi al mondo del lavoro e a fare quella esperienza di cui necessitano. In realtà proprio grazie ad essa il datore di lavoro ha a disposizione ogni anno un bacino di mano d’opera gratuito a cui attingere.  Tale infusione di forza lavoro non qualificata costituisce sicuramente un gradito regalo per la redditività delle imprese, permettendo di sostituire direttamente lavoratori finora stipendiati e in generale contribuendo alla maggior ricattabilità della classe lavoratrice nel suo insieme. Si parla di circa un milione di studenti che ogni anno mettono gratuitamente a disposizione la propria forza lavoro, che andrebbero a coprire un monte ore di circa 100.000 lavoratori full time, disincentivando le assunzioni dell’azienda. Non a caso le grandi imprese come McDonald, Zara, Eni (insieme ad altre 13, i cosiddetti Campioni dell’Alternanza) si sono buttate a capofitto in questa possibilità. L’unica funzione “educativa” non esplicitata che l’alternanza reale avrà sarà quella di abituare lo studente ad un futuro di sfruttamento, precarietà e lavoro gratuito non qualificato, coerentemente con il ruolo affidato alla forza lavoro mediterranea nella catena del valore europea. Tutto ciò in perfetta continuità con il Jobs-act ed il suo potenziamento dello strumento dell’apprendistato.

Plausibilmente la contraddizione tra la cornice ideologica attraverso la quale sta venendo presentata l’ASL e la pratica in cui si applica potrà essere terreno di lavoro politico. A maggior ragione in quanto probabilmente questa contraddizione si manifesterà nella determinazione di un’alternanza di serie A e un’alternanza di serie B. Infatti con l’introduzione dell’ASL, unita al provvedimento che permette agli istituti scolastici di ricevere finanziamenti da soggetti privati fino a 100mila euro (i così detti School Bonus), lo Stato opera l’ennesimo passo indietro rispetto al proprio ruolo di garantire un’educazione di qualità per tutti. Vi saranno scuole che per collocazione geografica, accessibilità a risorse private (che dipenderanno da quanto l’istituto formi studenti più o meno potenzialmente utili alle imprese locali), caratteristiche di programmi e capacità del dirigente di intrattenere rapporti con le imprese forniranno un’esperienza formativa che sarà il primo passo nella selezione della classe dirigente da integrare in quella europea, mentre le altre scuole manderanno i propri studenti a girare hamburger.  Si accentueranno così le disuguaglianze non solo fra centro e periferia, ma anche tra Nord e Sud del Paese.

L’introduzione dell’impresa privata nella scuola avrà quindi un’influenza nel determinare non solo la didattica attraverso i programmi di insegnamento, ma anche la qualità con cui i programmi verranno portati avanti. Viene meno quindi la funzione dello Stato che si preoccupava di fornire, in quanto diritto costituzionale, un’istruzione pubblica e in linea teorica universale, uniforme, capace di garantire un “livello minimo” di qualità, poiché essa si avvia invece a dipendere in forma sempre più diretta dalle realtà economiche che circondano l’istituto. Da un soggetto pubblico che deve rispondere alla collettività si passa in modo sempre più completo ad una società di mercato dove soggetti privati, diffusi sul territorio nazionale, determinano e direzionano la formazione dei futuri cittadini e lavoratori. La ridefinizione del ruolo di istruzione pubblica compie quindi un ulteriore passo in avanti nella direzione desiderata dalla controparte.

Ricapitolando, l’alternanza non rappresenta solamente un regalo alle imprese, ma anche un progetto educativo di formazione della stragrande maggioranza della popolazione, una riproposizione in chiave ridotta delle contraddizioni di una società che celebra l’individuo e la possibilità di successo, ma che per condizioni oggettive può garantire questo futuro solo ad una parte estremamente minoritaria della popolazione, lasciando il resto nel loro abisso di precarietà e lavoro gratuito. D’altronde il successo, in un’economia capitalista, si basa su una selezione darwiniana in cui è previsto che necessariamente 999 su mille non ce la facciano. Ma di fronte ai dati allarmanti sui fallimenti delle novelle start up, alla chiusura delle aziende e a una disoccupazione sempre più di massa sembra che si voglia trovare un giustificazione non nei difetti del sistema produttivo interessato, ma nei singoli lavoratori/studenti che non sono stati abbastanza brillanti quando ero loro richiesto.

A questo dobbiamo aggiungere il necessario peggioramento generale della didattica all’interno della scuola italiana che seguirà l’introduzione a regime dell’ASL: vengono infatti scissi meccanicamente i due piani della formazione, vale a dire la preparazione teorica e l’educazione pratica, in luoghi diversi e con figure che hanno indubbiamente fini diversi. Da un parte nella scuola si ha un professionista dell’insegnamento che oltre a possedere delle nozioni e una propria formazione, è in grado di impartire ciò che sa e di avere un ruolo di educatore sociale. Dall’altra un soggetto privato tende a utilizzare lo studente per mansioni non qualificate, spesso trascurando l’aspetto dell’acquisizione di determinate conoscenze, ma abituando già lo studente a una precisa forma mentis quale quella di essere un lavoratore flessibile e facilmente sostituibile.

Infine, uno degli altri grandi problemi a cui l’Asl dovrebbe porre rimedio è il fenomeno della dispersione scolastica, che in Italia coinvolge ben il 15% dei ragazzi[15]. Tuttavia di fronte a un livello potenzialmente scadente di insegnamenti pratici, soprattutto a causa dei forti tagli che i laboratori hanno subito (vedi riforma Gelmini), e all’obbligo di dedicarsi gratuitamente all’alternanza, gli studenti si ritroveranno nella condizione in cui sembra più appetibile abbandonare la scuola e dedicarsi direttamente al lavoro. Questa volta però remunerato.

 

[1]     Trattato di Maastricht, Capo 3, Articolo 126.2

[2]              Fondata nel 1983 dai più importanti gruppi industriali europei tra cui Nestlè, Volvo, Lufthansa, Fiat, Nokia, Renault, TOTAL

[3]     http://ec.europa.eu/education/policy/strategic-framework_it

[4]     Learning to be, E.Faure, UNESCO (1972)

[5]     Delors Report, della Commissione Europea presieduta da Jacques Delors, la prima della storia della UE.

[6]     Libro dell’istruzione e della formazione. Insegnare e apprendere: verso la società conoscitiva, a cura della Commissione Europea (1995), citato in La scuola rovesciata (Lorenzo Varaldo, 2016).

[7]     La faisibilité politique de l’adjustement, Christian Morrison, in “Cahier de politique économique”, OCSE (1996)

[8]     La scuola rovesciata ,Lorenzo Varaldo, 2016.

[9]     Riordino dei cicli scolastici (documento di lavoro), Ministero della Pubblica Istruzione, gennaio 1997.

[10]    Libro Verde della Pubblica istruzione, a cura di F.Butera. Il ministro è sempre Berlinguer.

[11]    http://www.istruzione.it/alternanza/primoanno.shtml

[12]    Un esempio dal documento della Commissione Europea “Ripensare l’istruzione” (2012): “Prima di lasciare l’istruzione obbligatoria tutti i giovani dovrebbero usufruire di almeno un’esperienza imprenditoriale concreta”

[13]             Un esempio dal sito del MIUR (http://www.istruzione.it/alternanza/formazione_docenti.shtml) : “La dimensione orientativa che caratterizza i percorsi di alternanza dovrà trovare compimento attraverso l’incontro con le realtà più dinamiche dell’innovazione nel mondo del lavoro favorendo gli studenti nello sviluppo di competenze chiave espresse dall’Agenda Europea 2020, quali ad esempio l’imprenditorialità, intesa come atteggiamento pro-attivo nei confronti delle problematiche affrontate, e lo spirito di iniziativa. “

[14]    http://contropiano.org/news/politica-news/2017/05/31/alternanza-scuola-lavoro-sfruttamento-senza-limiti-092456

[15]    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-04-01/poverta-educativa-e-dispersione-scolastica-italia-ritardo-ue-110451.shtml?uuid=AEqAVkx

Università e guerra, tra NATO ed Esercito Europeo

In uno scacchiere globale sottoposto a forti sollecitazioni, la funzionalizzazione dei saperi agli interessi strategici dei capitalismi in competizione tra loro comporta un’ulteriore sinergia tra le nostre università e il settore militare. Alle implicazioni di questa dinamica abbiamo dedicato il seguente contributo per l’assemblea “Dove stanno andando i nostri atenei?”, che venerdì 1 dicembre ospiterà a Bologna gli interventi di alcune realtà studentesche organizzate e di nostri compagni da diverse città d’Italia. Qui l’evento:

Assemblea nazionale ★ Dove stanno andando i nostri atenei?

Anche se le trattative riguardanti la costruzione di un Esercito Europeo in questi anni si sono svolte nel completo silenzio dei media e nella riservatezza delle stanze dei bottoni ormai non è più un segreto, è stato messo a bilancio. Le cifre sono poco chiare ma l’Action Plan presentato dalla commissione nel 2016 per il bilancio quinquennale 2017-2021 parlava di 25 milioni di euro da dedicare esclusivamente alla ricerca in campo bellico e di ben 3.5 miliardi da investire su progetti militari congiunti.

Ma cos’è l’Esercito Europeo? Esso nasce sostanzialmente dalla necessità che ha l’UE di rispondere in maniera compatta alle spinte inter-imperialistiche risultanti del nuovo assetto globale. Lo stesso Juncker ha affermato:

  • “Un esercito come questo ci aiuterebbe a coordinare meglio le nostre politiche estere e di difesa, e di adottarle collettivamente su responsabilità dell’Europa nel mondo”.
  • Inoltre con un esercito comune dell’UE, il blocco potrebbe “reagire in modo più credibile alla minaccia alla pace in uno Stato membro o in uno Stato vicino”.

La formazione di tale organismo non è lineare, infatti, bisogna considerare che storicamente gli stati appartenenti all’UE sono anche membri della NATO. Ed è ovvio pensare che le due strutture possono essere considerate equivalenti. Tuttavia dopo l’elezione di Trump sia da parte del presidente degli USA che dei rappresentanti europei sono state fatte delle dichiarazioni che sciolgono ogni dubbio. Da una parte Trump mette in discussione l’art. 5 del trattato atlantico. Articolo in cui si afferma l’impegno della NATO alla difesa collettiva e all’assistenza militare dei partner coinvolti in un conflitto, soprattutto in relazione al fatto che tra gli stati europei, pur avendo formalmente accettato di destinare il 2% del PIL alla NATO, solo in 5 hanno rispettato l’accordo. D’altro canto è sempre Juncker a dire: “gli americani, ai quali dobbiamo tanto, a lungo termine non garantiranno la sicurezza europea. Dobbiamo farlo da soli. Ecco perché abbiamo bisogno di un nuovo slancio nel campo della difesa europea, con l’obiettivo di creare un esercito europeo”. Allo stesso tempo, di là dalle dichiarazioni di Trump, il segretario generale della NATO afferma che con l’E.E. ci dovrà essere piena complementarità e soprattutto i due “sistemi di difesa” non dovranno avere duplicazioni sul terreno militare reale. A conferma del fatto che nessuno mollerà l’osso facilmente. Anche all’interno della stessa UE ci sono spinte a favore dell’E.E. e spinte a favore della NATO. L’esercito europeo è fortemente voluto dai paesi più rilevanti dell’unione, ovvero la Germania, la Francia, l’Italia ma anche la Spagna. Mentre, soprattutto la Polonia e i paesi baltici (anche in funzione antirussa) tenderebbero a rafforzare la NATO piuttosto che spendere soldi pubblici per finanziare l’esercito europeo. La Gran Bretagna con la brexit ha potuto chiarire meglio la sua contrarietà a proposito, preoccupata di perdere quella posizione vantaggiosa che le ha permesso per anni di fare da ponte tra USA e stati europei. Queste contraddizioni rientrano pienamente all’interno della competitività capitalistica, alla fine saranno i rapporti di forza (che si esprimono in prima battuta economicamente) a decidere la direzione verso la quale si andrà.

Sul piano ideologico la formazione di questo strumento di guerra è giustificata da:

  • Terrorismo in medio oriente;
  • Controllo delle frontiere assediate da profughi;
  • Minaccia Russa.

Temi all’ordine del giorno su ogni giornale in maniera che si possa creare consenso popolare intorno al progetto dell’E.E.

Mentre sul piano meramente strutturale è chiaro che l’U.E. si sta proponendo sempre più come polo indipendente dagli Stati Uniti, è per questa ragione che ha bisogno di un sistema difensivo altrettanto indipendente e libero di agire in maniera tale che si salvaguardino gli interessi europei, senza cedimenti a potenziali competitor.

Con tutte le contraddizioni, le accelerazioni e le frenate che subisce questo progetto, ormai è diventato una realtà che anche le università che frequentiamo si trovano ad affrontare. Tanto reale che sono stati espressi chiaramente i punti sui quali la ricerca deve concentrarsi, ovvero:

  • Rifornimento aerei da caccia in volo;
  • Sistema di droni europeo;
  • Generazioni di satelliti uso bellico;
  • Difesa cyber spazio;
  • Produzione di Nitruro di Gallio (per la costruzione di nuovi sensori ad uso bellico);
  • Fibre tessili intelligenti per le nuove tute dei militari sul fronte.

Più gli atenei saranno aderenti a questi punti e più potranno beneficiare dei fondi europei. A tal proposito ci avvaliamo dello studio pubblicato sul blog di Antonio Mazzeo “Università del nord Italia e principali progetti con forze armate italiane, USA e NATO e con il complesso militare industriale”. Per quanto limitato alle università del Nord Italia, che sono comunque quelle più proiettate a livello internazionale, ci sembra descriva bene la situazione e soprattutto mostri come i progetti universitari corrispondano esattamente ai punti precedentemente definiti.

Infatti, se al Politecnico di Milano con i progetti Horizon2020 e Clean Sky2 si studiano sistemi innovativi di aeromobili capaci di decollare come elicotteri e volare come aerei, mentre sull’IEEE si pubblicano importanti articoli sul monitoraggio da parte dei droni dei sistemi fotovoltaici, droni che ovviamente potranno monitorare qualsiasi altra cosa. Alla Cattolica si organizzano visite al quartier generale della NATO in Europa, e si studia, nei quaderni di Scienze politiche, “L’evoluzione militare della NATO alla luce del nuovo Concetto Strategico”.

Al Politecnico di Torino con TORSEC (operativo ormai da 20 anni), Secured ma anche grazie al Narus Cyber Innovation Center si approfondiscono i temi della cyber security. Questo ateneo è molto attivo anche per quanto riguarda la formazione scientifica dei militari, la protezione delle fonti energetiche (ricordiamo che il sistema energetico è da anni unico e indivisibile su scala continentale) e la ricerca nel campo aereospaziale. E se è il Politecnico ad occuparsi della formazione scientifica dei militari, per quanto riguarda la parte giuridico – amministrativa è l’Università di Torino che se ne occupa, ateneo questo che nel 2009 inaugura la SUISS prima scuola direttamente collegata al Ministero della difesa. A Torino non c’è solo formazione teorica, nell’aprile del 2016 gli studenti dall’Interregional Crime and Justice Research Institure partecipano all’esercitazione Safe Endeavour dello Stato Maggiore dell’Esercito. Mentre nell’anno accademico 2017-2018 si moltiplicano corsi di laurea e i Master del tipo “Laurea in Scienze Strategiche e della Sicurezza” dedicati ovviamente ai militari. L’ateneo è anche molto attento alla condizione sociale dei militi-studenti tanto da proporre addirittura il “Military Erasmus”, non sia mai che si sentano esclusi dai loro coetanei.

Anche a Bologna la formazione militare è molto pratica e puntuale, tanto che nella sede di Scienze Politiche di Forlì in questi giorni si organizzano convegni come “Vincere la pace. L’integrazione europea e la stabilizzazione post bellica”, o la Simulazione di gestione di una crisi internazionale – NATO Model Event. Nell’ateneo bolognese oltre alle iniziative di questi giorni si aggiungono l’evento dello scorso giugno dal nome “Scoprire le applicazioni dei velivoli pilotati da remoto” del corso di laurea d’ingegneria aerospaziale e il workshop “The NATO-Unibo Summer Workshop and Nato Model Event 2016”.

A Urbino la collaborazione tra università e forze dell’ordine è talmente reale che il 17 Novembre gli studenti l’hanno provato sulla loro pelle, vedendosi escludere l’accesso agli spazi della loro sede universitaria in occasione dell’ennesima cerimonia in favore delle FFOO. Nulla da invidiare hanno le università di Bolzano, Reggio Emilia, Modena, Pavia, Genova, sono tutte ben consapevoli dei punti strategici sui quali concentrarsi e non mancano gli appuntamenti importanti.

Tutto ciò s’inquadra nel progetto di ridefinizione del sistema formativo italiano; la scienza, la filosofia, la tecnica e le arti non sono affatto neutre, ma servono gli interessi di chi ci governa e per questo sempre più si portano avanti tematiche come la guerra anche nei nostri atenei, i quali andranno esattamente di pari passo alle evoluzioni o alle involuzioni che la nostra società sta subendo. È chiara l’importanza che assumono quelle realtà come SCT (Studenti contro il Technion, progetto di collaborazione sullo sviluppo di tecnologie militari tra l’Università di Torino e quella di Haifa in Israele) che si oppongono alla deriva intrapresa dalla nostre università, come è necessaria l’attività sul piano politico ed ideologico degli studenti. Altrimenti il rischio è di essere immersi in un meccanismo del quale non si è neppure consapevoli.

Dove stanno andando i nostri atenei?

DOVE STANNO ANDANDO I NOSTRI ATENEI?

Prima assemblea nazionale
presso l’Università di Bologna, aula 3 scuola di Giurisprudenza, via Zamboni 22

venerdì 1 dicembre 2017, ore 16

A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, si potrebbe dire che viviamo tempi molto interessanti. La necessità di riconoscere e studiare le faglie attraverso cui far avanzare interessi alternativi a quelli del profitto si interseca oggi con una situazione che ci interroga sui caratteri tutti inediti dello scenario in cui viviamo. Tra gli altri, come studenti universitari di un paese come l’Italia non possiamo non sottolineare che le vite delle nuove generazioni sono legate a doppio filo con le sorti del capitalismo continentale, il quale si riorganizza secondo l’unità di azione impressa dagli organismi dell’Unione Europea in un contesto di accesa competizione internazionale, con una rilevante accelerazione dopo lo scoppio della crisi ormai quasi dieci anni fa. In questo paese la frazione di classe dirigente con vocazione europea detiene le redini dei settori fondamentali da molto tempo, e rispetto al particolare ambito dell’Alta Formazione possiamo riconoscere un percorso di riforme tutte coerenti tra loro, nonostante l’alternanza tra governi di centro-destra e centro-sinistra che su questi come su altri temi hanno dimostrato una particolare omogeneità di vedute, aldilà delle parole sbandierate in campagna elettorale.

Infatti, gli appelli politicisti del passato sul rilancio della cultura e della ricerca pubblica si sono poi mostrati per quello che erano quando si è trattato di metterli in pratica: salvare la formazione d’eccellenza aperta a pochi fortunati, formare giovani menti che sgomitano per essere spedite all’estero nei paesi core dell’economia europea, destinando agli esclusi un percorso di precarietà segnato tanto dalle riforme del lavoro, quanto dalla crisi sistemica e dalla disoccupazione, nonché dall’introduzione di nuove tecnologie che rendono a dir poco obsoleto quanto appreso fino a ieri. Il sistema dell’Alta Formazione riconosce ancora una centralità del pubblico, ma è evidente come nella cornice dei Trattati comunitari “pubblico” non sia sinonimo di “interesse collettivo per il bene comune”, ma sempre più esso agisca per conto terzi e, per restare nell’ambito che qui ci interessa, il pubblico stia cercando di collocare l’Università e la Ricerca nello stato italiano al posto loro assegnato nel puzzle ricomposto dai riassestamenti del sistema produttivo europeo.

Per i singoli atenei, tutto ciò comporta delle scelte importanti da affrontare per ricavarsi un ruolo nella ridefinizione del livello binario tra i membri d’onore di una ristretta serie A e gli altri retrocessi a università parcheggio. Voler appartenere alla fascia alta del ranking comporta, ai fini di una maggiore competitività: l’adeguamento della loro offerta formativa e dell’attività di ricerca agli standard comunitari, un processo di “elitarizzazione” dell’istruzione accademica, l’esclusione di un sapere non direttamente funzionale alle logiche di mercato, l’espulsione di tutti quei soggetti che rifiutano questo modello. Un modello sulle cui basi materiali si potrebbe approfondire una vera e propria inchiesta, l’unica in grado di dirci su cosa sarebbe necessario muoversi oggi per organizzare un’inversione di rotta ancorata alla situazione concreta del paese, del capitalismo nostrano e non solo, aldilà del modello di università dei sogni che noi vorremmo proporre per assecondare le nostre attese più oniriche.

Crediamo che dopo anni di quasi totale assenza di uno sguardo critico sul nostro sistema universitario, escluse alcune encomiabili voci che pure spesso non riescono a uscire dalla mera rivendicazione di maggiori fondi, sia necessario avviare un percorso di confronto con i piedi ben saldi nella realtà, ma che sappia porsi nell’ottica di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Siamo una generazione a cui la negazione del futuro viene impartita con la sottrazione del presente e abbiamo bisogno di saperci dotare di strumenti per orientarci tra i dispositivi di dominio e di controllo entro cui ci vogliono inscrivere. Tornare ad affrontare il nodo della formazione significa saper capire qual è la differenza tra ciò che noi vogliamo e quello che invece ci vuole riservare il potere ordoliberale che tenta di funzionalizzare le nostre vite, un potere organizzato nelle cabine di comando che vanno dai vertici di Bruxelles fino ai piccoli sindaci locali, un potere unito nel disegnare i contorni di un polo continentale che possa reggere una competizione globale sempre più acuta. Non c’è spazio per tutti, solo per pochi eletti: questo è quello che ci stanno dicendo.

Crediamo che un primo passaggio per comprendere quel che sta accadendo al mondo della formazione superiore stia nell’avviare nei nostri atenei una fase di studio ed elaborazione. E’ per questo che abbiamo deciso di lanciare un primo appuntamento di confronto l’1 dicembre a Bologna con studenti politicamente attivi in differenti città italiane, a termine della settimana in cui l’Unibo sarà sotto la lente d’ingrandimento dell’ANVUR per l’accreditamento e la valutazione dei corsi di studio e della ricerca, nello stesso ateneo che meno di un anno fa vedeva l’intervento della polizia antisommossa all’interno dei locali di una biblioteca.

È a partire dagli anni Novanta che si assiste al progressivo snaturamento del ruolo dell’università pubblica in Italia, dando il via al processo di aziendalizzazione dell’istruzione accademica attraverso varie riforme (di cui il Bologna Process è l’architrave) che hanno sancito l’autonomia degli atenei dal controllo diretto del Miur e il principio di concorrenzialità tra di essi, la creazione di corsi di laurea a numero chiuso, la nascita della famosa struttura 3+2, il riordino dell’attività di ricerca (tra le altre cose spariscono i contratti a tempo indeterminato per i ricercatori), a cui si sommano i drastici tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO).

Alla luce di queste cambiamenti, che tipo di università stanno diventando quelle in cui studiamo?

Su cosa puntano nella loro offerta formativa?

Quali sono le conseguenze che si producono in questo scenario?

Organizzano:
Noi Restiamo – Bologna
Noi Restiamo – Torino
Collettivo Politico Porco Rosso – Sinea
Libera Bilbioteca de Carlo – Urbino
Federazione Giovanile Indipendentista – Sardegna
Passpartout – Bologna

partecipa: Rethink Economia – Bologna

Nel corso dell’assemblea, presentazione del primo numero del giornale del Forum To Fight (network studentesco internazionale)

Dove sta andando UniTO?

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Di fronte alle trasformazioni che sta subendo l’Università sul piano nazionale, all’interno del quadro europeo più generale, riteniamo doveroso porci alcune domande e individuare alcune linee di ragionamento.
È a partire dagli anni Novanta che si assiste al progressivo snaturamento del ruolo dell’università pubblica in Italia, dando il via al processo di aziendalizzazione dell’istruzione accademica attraverso varie riforme (tra cui spicca il Bologna Process) che hanno sancito l’autonomia degli atenei dal controllo diretto del Miur e il principio di concorrenzialità tra di essi, la creazione di corsi di laurea a numero chiuso, la nascita della famosa struttura 3+2, il riordino dell’attività di ricerca (tra le altre cose spariscono i contratti a tempo indeterminato per i ricercatori), a cui si sommano i drastici tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO).
Alla luce di questi cambiamenti, che tipo di università sta diventando UniTo?
Su quali elementi e progetti sta puntando nella sua ridefinizione?
Riuscirà a diventare un ateneo di serie A?

UniTo censura l’iniziativa sulla Catalogna!

UNITO CENSURA L’INIZIATIVA SULLA CATALOGNA!

 

Dal 21 al 23 novembre, Noi Restiamo ha organizzato un tour nazionale con compagne e compagni provenienti dalla Catalogna, militanti della Sepc e di Arran, organizzazioni giovanili e studentesche indipendentiste. Giovedì 23 novembre è fissato l’appuntamento di Torino. Abbiamo chiesto un’aula del Campus Einaudi per ospitare l’iniziativa e, nonostante la correttezza formale della richiesta, uguale a tutte quelle formulate in questi anni, l’aula ci è stata negata con il pretesto che avremmo fornito informazioni non sufficienti.

Naturalmente è scontato che si tratti di una scusa e che le ragioni del rifiuto siano politiche, come già avvenuto nel maggio 2016 quando UniTo negò l’aula per un’iniziativa sulla questione palestinese della campagna Studenti contro il Technion, di cui facciamo parte, campagna che si batte contro la collaborazione del nostro ateneo con il complesso militare-industriale israeliano che porta avanti materialmente l’occupazione palestinese. Si tratta evidentemente di questioni scomode per un ateneo impegnato in una dura battaglia per diventare di serie A, e in cui alla libertà di espressione e alla democrazia professate nonché alla tanto decantata vocazione per l’internazionalizzazione fa seguito una vera e propria censura verso le tematiche scomode.

Non si capisce, infatti, perché l’università non possa ospitare un dibattito sulla delicatissima questione della Catalogna con giornalisti e militanti di forze politiche che stanno portando avanti un processo di portata storica. O forse sì, se pensiamo alla portata di rottura che questo processo sta dimostrando non solo nei confronti dell’autoritario stato spagnolo, ma anche nei confronti di quella stessa Unione Europea che sta attivamente sostenendo la repressione della volontà popolare chiaramente espressa dal referendum dell’1 ottobre. E alla quale gli atenei che vogliono diventare di serie A devono fare attenzione a non pestare i piedi.

Ci troviamo comunque giovedì 23 novembre alle 17 nella Main Hall (Atrio) del Campus Einaudi per fare l’incontro

No alla censura di UniTo! Endavant poble català!

 

Noi Restiamo Torino

 

¡Endavant poble catalá!

Dal 21 al 23 novembre Noi Restiamo ospiterà a Roma, Bologna e Torino alcuni compagni e compagne indipendentisti provenienti dalla Catalogna, militanti della Sepc e di Arran, organizzazioni giovanili e studentesche indipendentiste.

Non è la prima volta che incontriamo questi compagni, ma oggi questa loro visita ha un’importanza particolare. Nelle ultime settimane, il processo che da tanto tempo seguiamo con interesse e partecipazione, è esploso con forza popolare e determinazione militante. Ci ritroviamo a parlarne con i diretti protagonisti, dopo tante rapide tappe del loro percorso politico.

Dopo il referendum del 1 ottobre, che ha visto un popolo unito e determinato a difendere in modo pacifico il diritto a votare nonostante la violenta repressione.

Gli scioperi generali del 3 ottobre e del 8 novembre, che hanno visto centinaia di migliaia di lavoratori scendere in piazza e bloccare il paese, mobilitando settori di classe reali.

La dichiarazione di indipendenza.

L’applicazione del famigerato 155, l’incarcerazione di quasi tutto il governo, i prigionieri politici.

L’odio e la vendetta di classe della borghesia dominante.

L’arroganza delle èlites intellettuali di fronte alla volontà del popolo, giudicato indegno, egoista, minorato. Non degno di esprimersi, se non vota “bene”.

Nell’incapacità di lettura e coraggio politico di certi pezzi della sinistra (nostrana, spagnola, europea…) di fronte alla Storia che si muove.

Dopo l’appoggio sostanziale dell’Unione Europea alla brutale repressione dello Stato Spagnolo, trincerata dietro la legittimità di una costituzione di stampo franchista e terrorizzata da un voto esplicitamente di rottura.

Dopo tutto questo, il popolo catalano ci sta ancora dando una grande lezione di dignità e coraggio. Ci sta dimostrando che è vero che sono i popoli a scrivere la Storia, che se un popolo prende coscienza di sé e del proprio potere non lo si può fermare.

Una generazione intera di giovani si sta formando con la consapevolezza che non solo lottare è giusto e necessario ma che si può anche pensare di vincere.

Una generazione alla quale, dopo anni di crisi e di politiche lacrime e sangue, riforma dopo riforma, viene negato un futuro ma che oggi è in prima linea per riprenderselo.

È con loro che ci confronteremo in questi incontri, è da loro che ascolteremo l’esperienza della costruzione della campagna referendaria, dei Comitati per la difesa del voto prima e della Repubblica oggi, della partecipazione in prima linea agli scioperi e alle manifestazioni, delle occupazioni di strade e università. E’ con loro che approfondiremo le ragioni delle opportunità di rottura con l’esistente che il processo di indipendenza catalana sta imponendo.

All’interno del nostro percorso di lotta contro l’UE, nel tentativo di ricomposizione di un blocco sociale alternativo e antagonista, sostenere la lotta per l’Indipendenza del popolo catalano e quella delle forze che in essa vedono e agiscono per una rottura sociale ed politica con Bruxelles, significa anche sostenere, costruire e rafforzare l’ipotesi di alternativa democratica e progressista per le classi popolari dei nostri paesi.

La loro battaglia è anche la nostra.

E noi sappiamo da che parte stare: endavant poble català!

 

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Cona, Venezia: marciare insieme per una causa comune. Verso la manifestazione nazionale del 16 dicembre

Gli ultimi due giorni li abbiamo vissuti fianco a fianco con i compagni migranti del centro di Cona in lotta per il loro diritto a vivere. Durante la giornata di martedì sono partiti in marcia per chiedere che quel campo infernale venga chiuso, e con lui tutti quegli spazi adibiti all’accoglienza delle persone migranti ma che in realtà sono topaie prive delle condizioni minime di decenza e salubrità, gestite da cooperative utilizzate come bancomat da chi, all’altro capo del rapporto di accoglienza, sfrutta l’esternalizzazione del comparto per fare soldi facili. Appena abbiamo saputo dell’inizio della marcia in direzione di Venezia siamo subito partiti per raggiungerli e andare a dare supporto alla lotta messa in atto da loro assieme all’Unione Sindacale di Base, mentre altri compagni sono arrivati nelle ore successive dandosi il cambio per sostenere la marcia e portare viveri e beni necessari.

È stata una scelta improvvisa quella delle persone migranti di stanza a Conetta, ma non certamente inaspettata. La loro lotta infatti prosegue senza tregua da quando in quei freddi tendoni, lo scorso gennaio, perse la vita Sandrine Bakayoko. Come dicevano gli stessi migranti, la morte di Sandrine non è diversa da quella di Abd Elsalam, ucciso durante un picchetto alla GLS di Piacenza, così come non è diversa dalla morte di Salif Traoré, investito ieri sera da un auto mentre cercava di raggiungere i suoi compagni: sono morti del sistema dello sfruttamento e della negazione dei diritti. Le condizioni disumane in cui viveva Sandrine l’avevano debilitata fino ad ammalarsi, ma non ricevette le cure necessarie e il suo compagno ne trovò il cadavere sotto la doccia. Da allora la lotta, come è naturale, ha vissuto diverse fasi, ma importanti risultati sono stati conseguiti, come l’esclusione di donne e bambini da quel campo invivibile. Risultati possibili grazie al grande spirito combattivo dimostrato dai ragazzi del centro, e alla loro generosità nel mettersi a disposizione per la costruzione di organizzazione collettiva tramite le strutture dell’USB.

La #marciaperladignità è scaturita in questo contesto di lotte e sedimentazione di forze, e solo così ha potuto ottenere un primo importante risultato. Dopo lunghe trattative con il prefetto di Venezia, costretto a presentarsi per due giorni consecutivi alle tappe della marcia e a confrontarsi direttamente con i migranti e i loro rappresentanti, è stata ottenuta la conferma che per le prossime notti si disporrà di un tetto sopra la testa pur senza dover tornare a Cona, alloggiando in strutture messe a disposizione dal patriarca della diocesi di Venezia. Una cosa infatti è certa: nessuno dei migranti in lotta, le cui fila si sono ingrossate ora dopo ora, è disposto a retrocedere di un millimetro e a dover rivedere le fatiscenti camere del campo che martedì hanno deciso di abbandonare dopo aver raccolto i loro ben pochi averi.

La qualità organizzativa messa in campo, messa alla prova dalla velocità degli avvenimenti, è stata la fonte indispensabile da cui è scaturito l’importante risultato politico di questa sera. Ma anche la capacità di creare un ponte con le altre lotte, superando le divisioni che ci vengono imposte tra stranieri e lavoratori italiani, e di sapere puntare a obiettivi politici alti, individuando coscientemente le vere cause della catena dello sfruttamento. I compagni migranti riconoscono ovviamente le responsabilità del razzismo, anche, ma non accusano i cittadini italiani, bensì il governo e le istituzioni di alimentare l’odio verso di loro. È una qualità nella produzione di discorso politico che ultimamente sempre più spesso vediamo anche nelle lotte coi facchini della logistica così come nei campi di pomodori del mezzogiorno, unita alla capacità di articolare le vertenze a tutto tondo e di saper chiamare alle loro responsabilità diversi soggetti padronali e istituzionali, riconoscibile anche durante le battaglie per il mondo dell’abitare, dalla resistenza agli sfratti alla difesa delle occupazioni.

Che le nuove figure del mondo del lavoro e del non lavoro sappiano intrecciarsi tra loro e comporre la spina dorsale del nostro blocco sociale è un’urgenza a cui nessuno può sottrarsi, e di cui nelle giornate del 10 e 11 novembre (sciopero generale e manifestazione di Eurostop) abbiamo visto l’ennesima buona rappresentazione, necessaria per dare forza e auto-riconoscibilità alle persone in lotta. La componente immigrata, spesso scappata da guerre esportate dai governi europei nella definizione dei comuni interessi dentro l’UE, è certamente tra quelle che maggiormente si sta mettendo a disposizione delle lotte di oggi, e che già più volte ha versato il suo sangue, senza scordare per ultima proprio la morte di Salif Traore. Con le statistiche che ci parlano dei giovani autoctoni costretti all’emigrazione perché in patria sono costretti alla precarietà più brutale, quando non alla disoccupazione o al lavoro gratuito, istituzionalizzato con normative medievali come quella sull’Alternanza scuola-lavoro, non possiamo non renderci conto che un obiettivo politico centrale oggi è quello di unire le due gambe di questo maccanismo di import/export dello sfruttamento umano, baricentro della costruzione dei nuovi e più terribili contorni dello sfruttamento capitalistico governate dall’Unione Europea.

BastAlternanza: per un’assemblea nazionale contro l’alternanza scuola-lavoro

EVENTO FACEBOOK: https://www.facebook.com/events/936224143206486/

Non è passato molto tempo dalla ripresa dell’anno scolastico che il nuovo sistema di sfruttamento del lavoro, che chiamano “alternanza scuola/lavoro”, ha già ricominciato a produrre gli stessi problemi dello scorso anno. Il caso di uno studente di La Spezia, ferito gravemente durante le ore di alternanza per mansioni tutt’altro che coerenti col percorso di studi e con la sua età, rappresenta  un fatto in più che si aggiunge al lungo elenco di casi di sfruttamento ma anche un salto di qualità, visto che è stata messa seriamente  a rischio l’incolumità degli studenti.

Ogni giorno che passa, diventa sempre più chiaro che l’alternanza non è altro che sfruttamento del lavoro minorile, un meccanismo per legalizzarlo e fare un enorme regalo alle aziende e alle grandi multinazionali. Nulla a che vedere con la funzione emancipatrice della Scuola pubblica.

L’adeguamento del sistema scolastico italiano alla competizione internazionale, e ai parametri dettati  dall’Unione Europea sacrifica la Scuola come strumento di riscatto, ipoteca l’effettività del diritto all’Istruzione ed, in più, riduce la Scuola, e gli studenti in una posizione di subordinazione rispetto alle richieste ed interessi delle imprese e del mercato.

Decine e decine di ore di scuola vengono sacrificate in favore di lavori e mansioni che spesso nulla hanno a che vedere con il percorso formativo intrapreso. Milioni di studenti ogni anno vengono privati di importanti giornate di formazione per essere lasciati allo sbaraglio nel mercato del lavoro, occupando mansioni che potrebbero essere ricoperte da disoccupati e precari. In un paese dove la disoccupazione giovanile tocca il 40% l’alternanza non ha nessuna logica se non quella della massimizzazione dei profitti  e di agire sulla percezione di se degli studenti, ovvero, non più soggetti in formazione ma lavoratori già perfettamente integrati nella catena dello sfruttamento.

Le mobilitazioni studentesche sono già iniziate e sono in corso: pensiamo che nella lotta degli studenti e di tutto il mondo della Scuola debba essere centrale la parole d’ordine dell’abolizione dell’alternanza scuola/lavoro. L’ipotesi di riforma dell’alternanza, in senso favorevole agli studenti, non farebbe altro che legittimare l’ASL e l’intero impianto della “Buona scuola”. Gli stessi Stati generali dell’alternanza, convocati dalla Fedeli per il 16 dicembre, vanno nella direzione della conferma dei meccanismi di sfruttamento, di dequalificazione della didattica e di precarizzazione generazionale. Le proposte di  Carta di diritti e doveri degli alunni in alternanza e i prossimi accordi tra Ministero del Lavoro e Anpal per l’implementazione dello sfruttamento del lavoro degli studenti stanno lì a dimostrarlo. L’unico diritto che gli studenti devono pretendere è quello di una scuola e di una formazione di qualità, dove l’accesso ad edifici adeguati, laboratori, libri e didattica alternativa siano garantiti a tutti. Il lavoro minorile non deve essere ne stipendiato ne tutelato, deve essere semplicemente abolito.

Per passare dalla resistenza al contrattacco è necessario sviluppare campagne larghe, inclusive, che sappiano far dialogare e organizzare tutto il mondo della scuola contro una legge che mira a stravolgere i pilastri dell’istruzione pubblica. Vanno costruiti momenti che portino sotto accusa non solo il Governo e il Partito Democratico, ideatori ed esecutori della riforma, ma anche tutte quelle aziende che dallo sfruttamento del lavoro minorile stanno avendo dei profitti.

Convochiamo un’assemblea nazionale per il 2 Dicembre a Roma, al CSA Intifada, Via Casal Bruciato 15, dalle ore 16 per lanciare in tutta Italia una campagna per l’abolizione integrale dell’alternanza scuola/lavoro. La campagna è rivolta a tutte le realtà in lotta contro la “Buona Scuola”, l’alternanza scuola/lavoro e che si battono per una scuola pubblica e libera dalle logiche e dagli interessi del capitale.

Organizzano: Noi Restiamo, Fgci

Prime partecipazioni: Collettivo 168, Collettivo Ludus, Collettivo 20 Novembre, Colletivo Gaius, Collettivo Autorganizzato Montessori.

Sabato 18 novembre inaugurazione della sede di Noi Restiamo a Torino

Sabato 18 novembre 2017
Inaugurazione della sede di Rete dei Comunisti e Noi Restiamo
in via Oropa 54/f a Torino

VÁMONOS…NADA MÁS!
Campagna nazionale della Rete dei Comunisti, in occasione dei 50 anni dell’assassinio di Ernesto Che Guevara

/// Ore 17.30 incontro sull’attualità dei problemi delle transizioni al socialismo in America Latina, con:
Luciano Vasapollo (Rete dei Comunisti)
Gianni Vattimo (Prof. emerito Università di Torino)

Coordina Massimo Gabella (Rete dei Comunisti Torino)

Durante l’incontro sarà presentato il libro “Vamonos…Nada mas! Camminando con il Che e con Fidel”, a cura di Luciano Vasapollo e Isabel Monal

/// Ore 20 cena a buffet, costo 10 euro con vino/birra; vi chiediamo di confermare la presenza rispondendo a questa mail oppure scrivendoci al 3470870830


Non è il Che Guevara eroe romantico, simbolo da mettere su una maglietta, che ci interessa; ma il rivoluzionario a tutto tondo che si misura con i problemi concreti della costruzione di una società nuova. Problemi della transizione al socialismo che sono oggi affrontati, nelle loro specificità e contraddizioni, dalle esperienze concrete di fuoriuscita dal modo di produzione capitalistico messe in atto in America Latina: Venezuela, Bolivia, Ecuador. Parlare di Che Guevara oggi vuol dire allora parlare di imperialismo, crisi, guerra, libero mercato e pianificazione economica; vuol dire riflettere su quali forme oggi assumano i processi di transizione verso il socialismo, e quali siano praticabili anche qui da noi, nel cuore del polo imperialista europeo. Per questo abbiamo deciso di inaugurare la nostra nuova sede provando ad affrontare questi temi con Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti e da decenni collaboratore del governo cubano e di quello venezuelano, e con il filosofo Gianni Vattimo.

 

Endavant poble català!

Dal 21 al 23 novembre Noi Restiamo ospiterà a Roma, Bologna e Torino alcuni compagni e compagne indipendentisti provenienti dalla Catalogna, militanti della Sepc e di Arran, organizzazioni giovanili e studentesche indipendentiste.

Non è la prima volta che incontriamo questi compagni, ma oggi questa loro visita ha un’importanza particolare. Nelle ultime settimane, il processo che da tanto tempo seguiamo con interesse e partecipazione, è esploso con forza popolare e determinazione militante. Ci ritroviamo a parlarne con i diretti protagonisti, dopo tante rapide tappe del loro percorso politico.

Dopo il referendum del 1 ottobre, che ha visto un popolo unito e determinato a difendere in modo pacifico il diritto a votare nonostante la violenta repressione.

Gli scioperi generali del 3 ottobre e del 8 novembre, che hanno visto centinaia di migliaia di lavoratori scendere in piazza e bloccare il paese, mobilitando settori di classe reali.

La dichiarazione di indipendenza.

L’applicazione del famigerato 155, l’incarcerazione di quasi tutto il governo, i prigionieri politici.

L’odio e la vendetta di classe della borghesia dominante.

L’arroganza delle èlites intellettuali di fronte alla volontà del popolo, giudicato indegno, egoista, minorato. Non degno di esprimersi, se non vota “bene”.

Nell’incapacità di lettura e coraggio politico di certi pezzi della sinistra (nostrana, spagnola, europea…) di fronte alla Storia che si muove.

Dopo l’appoggio sostanziale dell’Unione Europea alla brutale repressione dello Stato Spagnolo, trincerata dietro la legittimità di una costituzione di stampo franchista e terrorizzata da un voto esplicitamente di rottura.

Dopo tutto questo, il popolo catalano ci sta ancora dando una grande lezione di dignità e coraggio. Ci sta dimostrando che è vero che sono i popoli a scrivere la Storia, che se un popolo prende coscienza di sé e del proprio potere non lo si può fermare.

Una generazione intera di giovani si sta formando con la consapevolezza che non solo lottare è giusto e necessario ma che si può anche pensare di vincere.

Una generazione alla quale, dopo anni di crisi e di politiche lacrime e sangue, riforma dopo riforma, viene negato un futuro ma che oggi è in prima linea per riprenderselo.

È con loro che ci confronteremo in questi incontri, è da loro che ascolteremo l’esperienza della costruzione della campagna referendaria, dei Comitati per la difesa del voto prima e della Repubblica oggi, della partecipazione in prima linea agli scioperi e alle manifestazioni, delle occupazioni di strade e università. E’ con loro che approfondiremo le ragioni delle opportunità di rottura con l’esistente che il processo di indipendenza catalana sta imponendo.

All’interno del nostro percorso di lotta contro l’UE, nel tentativo di ricomposizione di un blocco sociale alternativo e antagonista, sostenere la lotta per l’Indipendenza del popolo catalano e quella delle forze che in essa vedono e agiscono per una rottura sociale ed politica con Bruxelles, significa anche sostenere, costruire e rafforzare l’ipotesi di alternativa democratica e progressista per le classi popolari dei nostri paesi.

La loro battaglia è anche la nostra.

E noi sappiamo da che parte stare: endavant poble català!

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