ll ministro Manfredi redivivo… solo per gli interessi del profitto

Il ministro Manfredi ha fatto un’altra uscita sull’università, dopo un lungo silenzio, riguardo a quello che per antonomasia è diventato uno dei settori più discussi durante questo anno di emergenza: la ricerca. Ha dichiarato che il “dottorato di ricerca sia un vivaio da dove estrarre i potenziali imprenditori dell’innovazione”, mettendo in chiaro la visione del governo per questo settore. Se già la ricerca è stata improntata a favorire la trasmissione dei brevetti alle aziende private, mettendo a profitto la ricerca pubblica, con questa crisi si vuole accelerare ulteriormente il processo.

Già dai piani del Recovery plan si vede come gli investimenti saranno mirati a stringere la relazione fra Università e impresa: quest’ultima, in seguito alla profonda crisi economica e alla marcata competizione internazionale, sta cercando tutti i modi possibili per ristrutturarsi e centralizzarsi, per aumentare i profitti. L’università e la ricerca devono quindi seguire sommessamente.


Si vuole agire però anche in un senso ideologico profondo: si vogliono rendere i dottorandi degli “imprenditori dell’innovazione”, sull’onda di quel mito delle start-up fatte dai giovani, quelli che arrivano e ce la fanno da soli. Sappiamo bene però che le cose non stanno così: i dottorati, come anche gli altri livelli della cosiddetta ricerca pubblica, sono già da tempo manodopera sfruttata dalle imprese private. Spesso vengono fatti dottorati direttamente ad uso e consumo dell’interesse del tessuto imprenditoriale in cui si ritrova l’ateneo. Inoltre, più l’ateneo risulta “eccellente” più i rapporti con l’impresa sono stretti, arrivando alla svendita di brevetti e alla collaborazione, fornendo quindi il lavoro e gli strumenti alle imprese.

I ricercatori risultano quindi dei veri e propri lavoratori sfruttati, a cui viene quasi totalmente alienato il brevetto finale che realizzano. Vivono inoltre condizioni materiali molto dure, sia per i salari ricevuti sia per le profonde patologie psicologiche che subiscono (il dottorando è la categoria lavorativa con la più alta percentuale di burnout). I tempi di lavoro non hanno il classico confine delle otto ore, non sono quindi previsti straordinari, e sono costretti ad una competizione all’ultimo sangue per accedere al livello successivo della ricerca.

In tutto questo percorso la stabilità non la vedono mai, rimanendo condannati alla precarietà. La narrazione secondo cui sarebbero degli “imprenditori dell’innovazione” non fa che nascondere la completa subalternità dei ricercatori ai profitti dell’impresa, il loro sfruttamento e la loro precarietà.


Anni di studio, di formazione, di sacrifici personali e delle famiglie si mostrano per quello che sono realmente: insoddisfazione, lavoro continuo e sfruttato, precarietà e impossibilità di soddisfare le aspettative che tutti noi ci siamo costruiti. Come l’università è fatta per creare competenze e lavoratori precari, questo non fa altro che realizzarsi nella ricerca. La condizione dei ricercatori è perfettamente inquadrabile in una condizione generazionale più profonda, che sta vedendo noi giovani vivere le condizioni più dure (economicamente e psicologicamente) in questo anno di emergenza.

Subiamo un impoverimento costante, frutto degli attacchi ai nostri diritti e nello studio e nel lavoro. Tutte le nostre aspettative sono disattese per lasciare spazio allo sfruttamento e alla precarietà.
Questo ordine di cose, però, è frutto di ministri come Manfredi, di governi come questo che inscenano litigate e crisi ma che continuano indifferentemente verso la stessa direzione: la messa a profitto dell’università pubblica. E non sarà un governo “più umano” a risolvere tutto questo, ma solo la lotta organizzata, il riscatto della nostra generazione attraverso lo strumento più forte che abbiamo a disposizione: l’organizzazione per costruire un’alternativa necessario allo stato di cose presenti.

A CENT’ANNI DA LIVORNO, FARE I CONTI CON LA STORIA

Il 21 gennaio 1921 la corrente comunista del PSI, dopo cinque giorni di accese discussioni e confronto tra posizioni inconciliabili, rompeva con il resto del congresso e si riuniva al teatro San Marco di Livorno per fondare il Partito Comunista d’Italia.

A cent’anni di distanza la scissione di Livorno solleva questioni ancora attuali su quella che anche oggi è la funzione di un’organizzazione comunista che ha l’ambizione di essere l’avanguardia della classe per il superamento dello stato di cose presente.

Occorre però fornirci degli strumenti per una lettura indipendente e viva di quell’episodio, sia per non scadere in vuote celebrazioni di carattere puramente identitario o accademico che ne disinnescano la portata sul presente, sia per riappropriarci di un passaggio storico fondamentale per il movimento di classe del novecento italiano, senza lasciarlo alla narrazione mistificante del nostro nemico di classe.

Con la fine del ciclo di lotte degli anni settanta e poi soprattutto con la caduta del blocco socialista nel ’91 la controffensiva padronale si è accompagnata a una sempre più pervasiva operazione di revisionismo storico imponendo il proprio punto di vista di classe su tutto un patrimonio di lotte e esperienze a cui la sinistra di questo paese ha rinunciato, quando non l’ha programmaticamente disconosciuto. Pensiamo solo alla percezione che si ha oggi degli anni settanta, un decennio di enormi conquiste sociali e civili, che nel sentire comune è diventato un periodo di folle violenza tra opposti estremismi, da cui è stato completamente rimosso l’elemento di classe e il ruolo delle stato e della borghesia nell’attacco repressivo e stragista sferrato contro i movimenti.

In questo senso è esemplificativo il libro pubblicato da Ezio Mauro per questo centenario “La dannazione: 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo”, dove un dibattito che affrontava questioni teoriche sostanziali sulla prassi dell’organizzazione e del partito viene ridotto a uno scontro da operetta mosso dalle rivalità dei suoi protagonisti. Per individuare così, tutto in termini psicologisti, quello che per Mauro è il difetto storico della sinistra: l’incapacità di rimanere unita. Una decisione irrazionale, quella dei fondatori del PCd’I, che dividendo la sinistra avrebbe spalancato le porte al fascismo. E’ evidente la ricaduta sul presente di una lettura del genere, che mira alla pacificazione di qualsiasi ipotesi conflittuale e a falsificare la storia, ignorando deliberatamente il protagonismo proprio del PCI durante la resistenza.

Noi riconosciamo invece la portata di quell’evento, di una scissione che poneva concretamente il problema della presa del potere e della rottura rivoluzionaria, aderendo alla piattaforma rivoluzionaria dell’Internazionale comunista di Lenin e liberandosi dal pantano riformista e revisionista della seconda internazionale, paralizzata dalla convivenza forzata di visioni incompatibili e tra cui non era possibile arrivare a sintesi – e la cui strategia attendista l’aveva portata durante la prima guerra mondiale alla completa irrilevanza politica o a votare i crediti di guerra.

Trarre insegnamento dalla scissione di Livorno non deve significare però riportarla meccanicisticamente all’oggi, quanto coglierne metodo e motivazioni, astraendole dal momento storico concreto in cui queste avvenivano, per agire nel presente. Né soprattutto significa ignorarne tutta la successiva evoluzione storica, segnata da profondissime contraddizioni e deviazioni, che ben prima del compromesso storico e dell’abbraccio mortale alla NATO, avevano già modificato in profondità la natura rivoluzionaria di quell’esperienza. Una traiettoria complicata, ma che già dai fatti di Piazza Statuto del ’62 a Torino ha visto il PCI schierarsi dalla parte dello Stato e della repressione contro le lotte di operai e studenti, come avrebbe poi continuato a fare sistematicamente per tutti gli anni settanta.

Rimanere legata nostalgicamente a quella storia ha portato la sinistra a non comprendere quanto stava accadendo nella società, come il capitalismo si stava rinnovando e come quella strategia, tutta schiacciata sul parlamentarismo e la compatibilità, non fosse più adeguata ai tempi e avesse tradito la classe lavorando per gli interessi dei padroni. Nessuna celebrazione quindi per una tradizione che ha generato da una parte il PD, massima espressione del grande capitale e del progetto imperialista europeo, dall’altra una galassia di gruppi e partitini incapaci di leggere il presente e attaccati morbosamente a rituali identitari che non sono più in grado di produrre conflittualità – e che portano anzi, per citare solo l’ultimo esempio, ad appelli unitari contro un generico fascismo e vuoti di contenuto politico, perfetta realizzazione della sinistra unita auspicata dagli Ezio Mauro di turno.

A partire da Sanpa: tra lotta alla droga e lotta di classe, riflessioni per il presente

È più che mai acceso in questi giorni il dibattito sulla serie televisiva SanPa, appena uscita e che fin da subito ha destato polemiche e divergenze all’interno del dibattito pubblico. Nella convinzione che il metodo punitivo, coercitivo, non sia la via corretta nell’affrontare la questione delle tossicodipendenze, ci interessa innanzitutto inserire quell’esperienza all’interno del contesto in cui è nata, con la consapevolezza che all’epoca esistevano anche dei tentativi di risposta alternativa ai metodi aberranti di San Patrignano. Occorre dunque tornare indietro non tanto al 1978, anno in cui Vincenzo Muccioli fonda la Comunità, ma ancora qualche anno più indietro.

È il 20 marzo 1970 quando, su un barcone ormeggiato lungo il Tevere a Roma, un’operazione di polizia intercetta diversi giovani ragazzi appartenenti al movimento studentesco e li mette agli arresti. Novanta arresti, con una accusa che poi si rivelerà infondata: erano tutti drogati. “Il Tempo”, il cui capocronista era il fascista Franz Maria d’Asaro, esponente del MSI, titolerà “2000 giovani si drogavano sul barcone”. E’ l’inizio di una guerra mediatica volta a screditare la contestazione che in quegli anni imperversava proprio tra le fasce giovanili. A partire da questo episodio nel nostro paese vedremo un escalation nell’uso di droghe pesanti, nello specifico dell’eroina, una guerra sempre più marcata alla droghe leggere e una progressiva estinzione della morfina dal mercato della droga e l’individuazione mediatica strumentale del soggetto drogato, “capellone”, un individuo dal quale guardarsi in quanto pericoloso ed imprevedibile. Una operazione che, come svelato anni dopo dagli archivi CIA ed FBI, si rivelerà direttamente pilotata dai servizi segreti occidentali con la collaborazione dei fascisti, da sempre ed ancora oggi legati al mercato delle droghe pesanti (Droga e moschetto, fascista perfetto).

A fianco alla strategia della tensione inaugurata nel 1969 con la Strage di Piazza Fontana, alle bombe di Stato, ad una guerra militare repressiva crescente, viene accostata una nuova guerra, stavolta rivolta direttamente alle fasce giovanili, in prima linea nella contestazione. Inizia ad essere diffusa all’interno degli ambienti giovanili della contestazione di quegli anni, a partire dai primi anni 70, l’eroina. Una operazione (che prenderà il nome di Operazione BlueMoon) che troverà campo fertile soprattutto nelle fasce proletarie della popolazione giovanile dell’epoca, che vivevano una vita di sfruttamento in periferie abbandonate, legata a valori sociali che non riconoscevano più, una generazione che in larga parte aveva però trovato nella autodeterminazione, nella militanza politica e nel determinato impegno per una trasformazione radicale della società una via di riscatto e di collettivizzazione del disagio sociale di quegli anni.

Impaurito da un contesto politico extraparlamentare in crescente fermento e, nello specifico del nostro paese da un Partito Comunista in ascesa, l’apparato repressivo del blocco occidentale spalleggiato dai militanti fascisti e tramite l’infiltrazione di agenti si pone un obiettivo chiaro, riassumibile citando il documentario Operazione Blue Moon – Eroina di Stato (Operazione Bluemoon. Eroina di Stato): “la droga come arma contro gli oppositori”. Proprio in questo documentario troviamo le dichiarazioni di Roberto Cavallaro, fascista arrestato ed inquisito dalla magistratura durante le indagini sul golpe Borghese del dicembre 1970, ex collaboratore del SID e presente ad un campo di addestramento tenutosi in Francia sui monti Vosgi nel 1972, durante il quale ebbe modo di entrare a contatto con la cosiddetta operazione bluemoon: “l’opposizione andava regolata e disciplinata in maniera diversa. Uno dei metodi di cui si è parlato è stato quello del cosiddetto piano Bluemoon, vale a dire l’introduzione regolata, da accordi di intelligence, di sostanze stupefacenti da destinare ad un pubblico giovane per diminuire la capacità di resistenza psicologica nei confronti di chi deteneva la gestione del paese, o in questo caso dei paesi.” A partire da questi episodi dei primi anni 70, per arrivare fino al 1978, l’anno di fondazione della Comunità di recupero di San Patrignano, si vedrà in Italia una costante, massiccia e sempre più allarmante crescita dell’uso di eroina tra i giovani.

E’ in questo atroce contesto che vediamo la nascita di varie comunità di recupero, tra cui quella di Vincenzo Muccioli nel 1978, tutte gestite da privati. Vediamo dunque in quegli anni non solo la diffusione, per mano dello Stato (o degli Stati) tramite i servizi, di una enorme quantità di eroina al fine di soffocare la lotta di classe che andava progressivamente prendendo forma, ma anche una grossa incapacità da parte degli organi statali di gestire il problema delle tossicodipendenze, da loro creato ma che ben presto gli sfugge di mano andando a toccare anche i figli dell’alta borghesia. Un contesto che oggi ci sembra lontano ma che non lo è affatto, non lo è soprattutto nelle motivazioni che in quegli anni spingevano tantissimi giovani verso l’eroina, una droga di nuovo in ascesa negli ultimi anni proprio tra le fasce giovanili che vivono una nuova condizione di emarginazione non lontana da quella dei giovani degli anni 70. Come quella generazione ci ritroviamo all’interno del dibattito politico-mediatico solo sotto elezioni per propinarci qualche vuota frase di spicciola propaganda o per perpetrare una attenta narrazione criminalizzante. Un modo come un altro per nascondere sotto il tappeto decenni di politiche giovanili, portate avanti da governi di vario colore e che hanno prodotto un deserto sociale molto difficile da colmare ed una diffusa precarietà lavorativa e sociale. I giovani degli anni 2000, come quegli degli anni 70, vivono una condizione di marginalizzazione sociale che se in quegli anni trovava una efficace valvola di sfogo e riscatto nella militanza politica, nella lotta collettiva, oggi trova solo il crescente individualismo prodotto da una narrazione e da un contesto sociale, lavorativo ecc.. che porta sempre più all’autoisolamento all’interno una dinamica competitiva contro chi ci sta intorno nella quotidiana lotta per la sopravvivenza, ad essere “imprenditori di se stessi” e che vada a farsi benedire (o a bucarsi?) chi non ce la fa. Allo stesso tempo occorre sottolineare che le generazioni di oggi vivono una condizione materiale ancora più precaria di quella degli anni ’70, che si trovava ad affrontare una situazione di crisi negli anni 70 ma che era seguita al boom economico dei ’60. Una condizione precaria che fa sbattere contro le porte della realtà ogni tipo di aspettativa verso il futuro, aggravata dalla attuale crisi pandemica. Non a caso abbiamo visto proprio in questi mesi di pandemia un sostanziale aumento del consumo ed abuso di droghe pesanti.

Viviamo un contesto in cui l’endovena fortunatamente non riscontra i numeri di quegli anni ma comunque una crescita, in cui anche queste sostanze trovano terreno fertile in una generazione privata anche solo della basilare possibilità di costruirsi un futuro con delle certezze ed in cui la precarietà e la marginalità fa da padrona. In questo contesto, crediamo nella militanza politica, nell’impegno sociale e nella volontà di rovesciamento del presente e delle priorità ancora come strumenti di riscatto sociale e politico. In questo senso risultano definitive ed ancora attuali le parole della protagonista di un documentario di Antonello Branca del 1977: Storia di Filomena e Antonio: gli anni ’70 e la droga a Milano, che ripercorre la storia di due giovani tossico-dipendenti e soprattutto la storia di Filomena, giovane donna con una grande voglia di emancipazione in una famiglia di forte impronta patriarcale ed in una società fatta di sfruttamento e di zero possibilità per i giovani delle fasce popolari come lei:

Oggi è di moda parlare di recupero dei tossicomani, però bisogna intenderci sulla parola recupero. Se recupero significa che io debba accettare la mia infanzia, la mia famiglia, il fatto di essere stata venduta al miglior marito per poi essere portata in fabbrica in Germania, allora questo tipo di recupero non lo accetto. Se recupero significa lottare collettivamente per la trasformazione della società e affinché non esistano più i motivi che portano i giovani come me al buco allora io voglio essere recuperata.

Sanità e precarietà. Intervista con Eleonora, specializzanda di medicina

Alcune notizie recenti riguardanti medici specializzandi e le famose 20000 assunzioni di operatori sanitari durante la prima ondata ci sbattono di nuovo in faccia la crisi di prospettive in cui versa questo modello e le classi dirigenti del nostro Paese, ma più in generale del mondo occidentale.

Negli ultimi mesi, dall’inizio della pandemia a ora, abbiamo assistito a un progressivo esacerbarsi di quelle contraddizioni sistemiche già presenti prima dell’attuale crisi, conseguenza della privatizzazione e delle esternalizzazioni nel settore pubblico e dei tagli promossi negli ultimi vent’anni dalla classe dirigente italiana ed europea in nome del neoliberismo, soprattutto dal 2011 in poi. In particolare, parliamo di un 12% in meno investito nella sanità nel periodo 2009-2018, corrispondente a 26 miliardi di euro totali, 400 euro pro capite in meno ogni anno. Alla base di queste misure economiche fondate sull’austerità sta un preciso progetto politico e ideologico, che delinea un modello economico e sociale basato sulla massimizzazione dei profitti privati a qualsiasi costo, un modello che antepone gli interessi di pochi al benessere collettivo e che non si ferma nemmeno davanti alle centinaia di morti giornaliere per covid-19. I risvolti più evidenti dell’emergere di queste contraddizioni irrompono fortemente soprattutto nel mondo del lavoro, in particolare nel settore industriale e ovviamente in quello sanitario. È stato evidente da subito che a pagare il prezzo di questa crisi sotto tutti i punti di vista, non solo sul piano economico ma anche su quello sociale, sarebbero state le classi subalterne, schiacciate da investimenti che favoriscono “le imprese” e non “il lavoro”, cioè che non tengono conto delle condizioni lavorative in tutti i settori (pessime non dall’inizio della pandemia, ma da ben prima), caratterizzate da contratti a nero e precarietà. Lo dimostra il fatto che i fondi a pioggia stanziati in questi mesi siano finiti nelle tasche degli industriali, e non certo di quei lavoratori che quotidianamente sono costretti a mettere a rischio la propria salute per gli interessi dei loro padroni.

Per sostenere ideologicamente questi provvedimenti, già dalla prima ondata la classe politica e i media hanno insistentemente alimentato la retorica del “siamo tutti sulla stessa barca” per farci accettare le misure da economia di guerra che caratterizzano il periodo post-emergenza, giustificando così un’ancora maggiore stretta all’agibilità sindacale e politica, tagli e misure a vantaggio dei padroni. Lo si è visto con la scelta di tenere attivi settori dell’economia non essenziali, ma considerati “strategici” per la costruzione di un blocco industriale italiano in linea con gli interessi della borghesia europea, esponendo così migliaia di lavoratori al rischio di contagio e criminalizzando gli scioperi laddove ci sono stati. Così, la logica del profitto è stata presentata come un tentativo “a vantaggio di tutti” di limitare gli effetti disastrosi della crisi economica e sociale in cui ci troviamo oggi. Abbiamo visto, però, che il vantaggio non è stato affatto di tutti, ma solo dei padroni, gli unici che hanno tratto benefici dalla ripresa precoce della produzione.

Non a caso, infatti, Paesi con un’economia pianificata, come la Cina, hanno saputo reagire molto più prontamente e con misure più efficienti ed efficaci alla crisi pandemica, cioè con la chiusura totale di zone relativamente piccole (almeno per gli standard cinesi), focolai del contagio, e l’introduzione di misure cautelari nel resto del Paese che tutelassero i lavoratori, permettendo di non bloccare completamente l’industria. In questo modo, seppur con un inevitabile deficit, la produzione complessiva del Paese ha potuto continuare, limitando almeno parzialmente la recessione economica. Similmente è d’esempio il caso di Cuba, anch’essa fondata su un sistema di pianificazione centralizzata basato sull’investimento di risorse pubbliche per il benessere collettivo, dove già a febbraio, quando ancora in Europa si negava la presenza del virus, il sistema sanitario pubblico ha attuato un piano di prevenzione e intervento per il contenimento del covid, investendo nella formazione di medici e infermieri, già fiore all’occhiello del modello cubano, e nell’adeguamento delle strutture sanitarie. Anche in ambito economico Cuba ha da subito realizzato misure di sostegno, come la riduzione di tasse e utenze domestiche e il salario garantito ai lavoratori in caso di quarantena. Al contrario nei Paesi occidentali, a carattere neoliberista, la gestione della pandemia è avvenuta in modo del tutto irrazionale, senza arrivare mai alla chiusura totale delle regioni focolaio e senza adottare misure efficaci di protezione dei lavoratori.

In questo quadro è evidente come alcune recenti notizie ci dimostrano ancora una volta l’incapacità dei Paesi occidentali di rispondere a questa crisi. Durante la prima ondata il governo italiano annunciò trionfalmente l’assunzione di 20 000 operatori sanitari, presto rivelatisi contratti a cococo e a tempo determinato, ristabilendo una forma contrattuale abolita nella Pubblica Amministrazione nel 2019 in quanto forma esplicita di sfruttamento. Sappiamo bene che misure del genere non possono certo sanare le conseguenze disastrose della sistematica depauperizzazione della sanità pubblica, ma alimentano la già diffusa precarietà contrattuale e mettono a rischio la salute dei lavoratori. Lo si vede bene nel fatto che proprio gli operatori sanitari assunti con questo tipo di contratti da una parte lavorano nelle strutture sanitarie in cui il rischio di contagio è maggiore, ma al tempo stesso non solo non beneficiano di nessun tipo di tutela retributiva in caso di infortunio o di quarantena preventiva, ma addirittura non hanno nemmeno avuto diritto alle ferie pagate durante le ultime festività. Per far fronte alle attuali carenze strutturali del sistema sanitario sarebbe necessaria, invece, l’assunzione immediata di questi lavoratori, e non solo, in maniera strutturale, con contratti a tempo indeterminato.

Nella stessa strategia politica si inscrive anche l’impiego senza tutele né veri e propri contratti degli specializzandi di medicina per fronteggiare la crisi sanitaria. Non è certo la prima volta: da sempre vengono sfruttati in tutti gli ambiti della sanità per colmare le falle di un sistema pubblico ridotto in miseria, senza che sia loro riconosciuta alcuna professionalità e senza che siano loro garantite un’equa retribuzione e tutele contrattuali. Sono gli stessi che ogni anno alimentano le fila dei giovani, spesso con un lungo percorso di formazione alle spalle, costretti a emigrare in cerca delle migliori condizioni lavorative che non sono loro garantite nel nostro Paese; gli stessi che oggi vengono impiegati nella campagna vaccinale, per loro considerata “attività formativa”, con una retribuzione in crediti formativi (cfu). Oltre al danno la beffa, in quanto personale non dipendente, alcune aziende sanitarie locali avevano deciso di cancellare questi giovani dalle liste delle vaccinazioni, situazione poi risolta solo per via delle proteste sollevate contro questa ennesima ingiustizia. Tutto ciò è inaccettabile! Liquidare i lavoratori specializzandi come “studenti in formazione”, come ha fatto il ministro Speranza, significa non riconoscere il percorso formativo e professionale da loro già svolto e giustificare una forma di sfruttamento.

D’altronde, però, non stupisce affatto che ancora una volta i giovani, nati nella crisi e cresciuti con un’ideologia fortemente liberista, si trovino sfruttati in un mondo del lavoro sempre più deregolamentato e senza tutele. La stessa carenza strutturale di personale sanitario è una diretta conseguenza delle politiche universitarie degli ultimi decenni, in particolare dell’istituzione del numero chiuso per i corsi di laurea in medicina e della successiva scrematura per l’accesso alle scuole di specializzazione, che delinea un vero e proprio “sistema a doppio imbuto”. Non solo l’università si piega agli interessi privati, come dimostra il caso recente della ricerca dei vaccini, divenuta ben presto una vera e propria lotta ai brevetti, ma esclude sistematicamente ampie fasce di studenti in nome del merito. La crescente elitarizzazione dell’istruzione e un diritto allo studio inefficiente sono cause scatenanti dell’attuale mancanza di personale, che giustifica sfruttamento e precarietà.

Questa pandemia ci dimostra quotidianamente che bisogna ripensare radicalmente il ruolo dello Stato: è necessaria un’inversione di rotta per rimettere al centro la priorità del pubblico sul privato per la tutela del benessere collettivo, mobilitare risorse pubbliche per un’assistenza sanitaria capillare e accessibile a tutti, rivendicare contratti dignitosi e giusti compensi. È assolutamente indispensabile l’assunzione massiccia e strutturale nella sanità e in tutti i servizi pubblici anche per sottrarre ampie fasce di giovani dal lavoro precario e assicurare loro dignitose condizioni lavorative.

L’unico cambiamento necessario è quello per un modello alternativo. L’unica arma che i giovani e tutte le classi subalterne hanno in mano per ottenere questo cambiamento è l’organizzazione e la lotta organizzata. Costruire l’alternativa, oggi più che mai, non è un’utopia ma una necessità storica.

Della condizione di precarietà e sfruttamento che riguarda gli specializzandi, dalla formazione al lavoro, e più in generale del pessimo stato in cui versa il nostro sistema sanitario a seguito delle politiche di austerità e privatizzazioni, abbiamo parlato con Eleonora, specializzanda dell’Università di Modena che ci ha dato una testimonianza, anche diretta, dei problemi e delle ingiustizie che vivono migliaia di giovani medici in questo Paese.

UNIVERSIADI: UN ALTRO SCHIAFFO IN FACCIA AGLI STUDENTI. VOGLIAMO DIRITTI, NON SPECULAZIONE!

È notizia di pochi giorni fa che è stato ultimato il progetto per la candidatura di Torino ad ospitare le Universiadi invernali 2025. Le Universiadi sono un evento sportivo internazionale in cui competono atleti universitari provenienti da tutto il mondo e per questo attraggono sul territorio turisti e cospicui investimenti.

Riuscire ad aggiudicarsi l’evento per l’Italia e in particolare per Torino rappresenta l’ennesimo disperato tentativo della borghesia di riconvertire l’ex-città fabbrica in città universitaria e dei grandi eventi. A maggio uscirà il verdetto, ma intanto per rendere solida la candidatura il governo, le amministrazioni piemontesi e gli atenei si sono subito affrettati a definire il budget di finanziamenti pubblici che dovrà coprire le spese operative e di costruzione delle residenze-villaggi che ospiteranno gli atleti.

Vogliamo denunciare e opporci a questo ennesimo schiaffo in faccia a noi studenti e giovani lavoratori. Mentre in tutti questi mesi di crisi sociale ci sono state concesse solo briciole e miseri bonus assolutamente insufficienti a garantire il diritto allo studio, all’abitare e ad avere una vita dignitosa, per questo grande evento legato al turismo in cui i privati potranno far profitto e speculare in città sono piovuti invece più di 120 milioni di investimenti pubblici: 113milioni dal governo, 5 dalla Regione, 1 dal Comune e 3 da UniTo, PoliTo e Università del Piemonte Orientale.

Cifre ingenti se confrontate con i miseri 4 milioni per le residenze pubbliche che sono stati stanziati nella legge di bilancio PD-5S (la stessa che invece dava 84milioni alle università private); o con il solo milione e mezzo che la Regione Piemonte ha messo per aiutare i fuori sede in difficoltà a pagare l’affitto; o peggio ancora con la retorica del “non ci sono i soldi” dietro cui Edisu ed UniTo si sono nascosti anche durante l’ultima mobilitazione studentesca BastaTasseUnito, pur di non costruire residenze pubbliche, eliminare i criteri di merito, abolire le tasse universitarie o istituire anche solo un semestre bonus.

L’Università di Torino e il rettore Geuna dimostrano ancora una volta che i soldi non ci sono per garantire il diritto allo studio a tutti, ma per tutelare gli interessi privati presenti nelle Universiadi si possono ricavare senza problemi 3 milioni dal bilancio di fine anno. Milioni che, come per le Olimpiadi 2006 e le Universiadi 2007, verranno usati anche per organizzare corsi di formazione che preparino gli “studenti volontari” a lavorare gratuitamente durante le Universiadi per il profitto privato, facendo figurare poi quelle ore di lavoro non pagate come tirocini e stage formativi per la carriera universitaria.

Del resto, quest’estate, nonostante la pandemia abbia fatto esplodere la problematica abitativa, le amministrazioni pubbliche non hanno nemmeno aumentato il fondo morosità incolpevole; e nel decreto milleproroghe sono stati messi consapevolmente dei paletti che lasciano fuori dal blocco degli sfratti fino a giugno i casi di “finita locazione”, cioè di contratto terminato. Paletti che colpiscono in particolare gli studenti, i lavoratori precari e i migranti, ai quali i palazzinari e le agenzie immobiliari affittano esclusivamente con contratti transitori e di brevissima durata (12-18 mesi), proprio per la loro condizione di costante precarietà lavorativa. Un duro attacco al diritto allo studio e all’abitare che ha portato ad aprire l’anno a Torino con il tentativo di sfratto (fallito!) di Totta, una studentessa siciliana precaria, esclusa dalle borse di studio a causa dei criteri di merito e che durante il lockdown si è ritrovata anche senza quei miseri lavoretti a cui tutta la nostra generazione è costretta per campare.

La pioggia di finanziamenti pubblici che governo, amministrazioni piemontesi ed università hanno destinato alle Universiadi dimostra allora ancora una volta che le loro priorità non sono i tantissimi giovani e studenti rimasti senza alcuna fonte di reddito, ma continuare a portare avanti un modello di formazione sempre più escludente e piegato beceramente agli interessi di profitto delle aziende private, finendo così per riprodurre le stesse disuguaglianze presenti nella società.

Per questo non ci dobbiamo far ingannare nemmeno dalle tanto sbandierate residenze dell’Edisu che verranno costruite per ospitare gli atleti e che poi potranno – forse – essere destinate a soddisfare le esigenze degli studenti borsisti.

Innanzitutto, si tratterebbe di sole 5 residenze (di cui una a Novara), per un totale di 1.737 nuovi posti letto, disponibili oltretutto tra diversi anni. È evidente allora che questi studentati non sopperiscono in alcun modo alle necessità attuali degli studenti in gravi difficoltà economica, né alla domanda generale di residenze pubbliche studentesche: solo l’anno scorso in Piemonte sono stati ben 3.500 gli studenti idonei non beneficiari di posto letto Edisu e tra i 100mila iscritti negli atenei di Torino moltissimi altri ancora non hanno potuto nemmeno far domanda di borsa di studio e residenza a causa dei criteri di merito che sbarrano l’accesso nonostante si abbiano gravissime condizioni economiche (sulla strutturalità del problema abitativo a Torino).

Inoltre, quella che viene definita “un’operazione immobiliare per portare gli studenti in periferia” puzza tanto di gentrificazione, speculazione privata, svendita del pubblico e project-financing

Nonostante lo stanziamento di cospicui fondi pubblici, infatti, mancano ancora diversi milioni per riuscire a coprire la cifra complessiva dell’evento che al momento si aggira sui 136 milioni.

Guardando alla tendenza nazionale e locale degli ultimi trent’anni di avviare commistioni pubblico-private, a metterci la differenza potrebbe essere proprio qualche privato del settore immobiliare, invogliato ad investire grazie alla svendita di quegli edifici pubblici.

Scelti dalle università, gli spazi su cui sorgeranno le quattro residenze torinesi e i relativi villaggi sono l’area del Palavolley in Parella, la Foresteria Lingotto, l’ex ospedale Maria Adelaide in Aurora e la Scuola elementare D’Acquisto in Barriera di Milano: spazi situati proprio in quei quartieri in cui da tempo le mire di profitto di palazzinari ed aziende private si sono imposte con il consenso delle amministrazioni pubbliche, aumentando il carovita, il costo degli affitti e il numero di sfratti, e determinando l’espulsione dal quartiere delle fasce sociali più povere. Tutto fa presupporre che il destino di queste nuove residenze sia proprio quello di essere solo in parte di proprietà di Edisu e gestite per una quota da privati che possono così decidere come vogliono i prezzi delle loro stanze. E così, nonostante il Covid abbia evidenziato l’estrema fragilità del sistema sanitario piemontese, riconvertendo l’ex Ospedale Maria Adelaide in residenze universitarie, la classe politica non vuole solo smantellare definitivamente un ospedale, ma addirittura costruirci al suo posto uno studentato privato.

Una tendenza a svendere il pubblico e ad avviare commistioni pubblico-private che a Torino abbiamo visto concretizzarsi sempre più spesso negli ultimi anni: ad esempio con le residenze Mollino e Codegone vicino al Politecnico (di proprietà dell’Edisu e finanziate per intero o quasi dal pubblico, ma per 24 anni gestite al 40% dalla società Camplus) e con la costruzione della palazzina Aldo Moro (ufficialmente di proprietà di UniTo ma gestita da privati che l’hanno resa un centro commerciale). 

Questi esempi mettono in luce un intero modello di sviluppo della città fondato sulla privatizzazione del pubblico e dei diritti sociali che la giunta Appendino, in linea con le precedenti a guida PD, ha continuamente portato avanti.

La stessa cosa è accaduta con le Olimpiadi invernali del 2006 per le quali vennero costruite diverse residenze e villaggi che poi vennero riconvertiti, tra cui la residenza per studenti Borsellino, al cui piano terra si è vista presto l’apertura di diversi negozi e bar, e le palazzine dell’Ex-Moi, che dopo essere state svendute, stanno diventando ora social housing e residenze private gestite sempre dalla Camplus.

La revisione al piano regolatore di Torino presentata dai 5Stelle, in cui viene confermata la costruzione tramite project-financing del Parco della Salute a Lingotto e della Città delle Scienze a Grugliasco ne è un’ulteriore dimostrazione.

Questo modello di città non fa in alcun modo gli interessi dei giovani e della collettività, ma anzi usa gli studenti e le risorse pubbliche per gentrificare e mettere a valore nuovi quartieri per il profitto privato, rendendo Torino ad uso e consumo solo delle classi sociali più ricche.

Un modello in cui gli stessi atenei, a causa delle politiche d’autonomia e dei tagli al fondo di finanziamento ordinario, hanno assunto un ruolo centrale, agendo sul territorio come vere e proprie aziende in grado di attrarre e muovere investimenti (sul ruolo degli atenei nella trasformazione della città).

Per tutti questi motivi come studenti e giovani ci opponiamo allo sperpero di soldi pubblici che governo e istituzioni piemontesi vogliono buttare per questo grande evento che porterà sul territorio maggiori speculazioni, privatizzazioni e sfruttamento, lasciando dietro di sé la consueta scia di cattedrali nel deserto e buchi del bilancio pubblico. Non dimentichiamo che il principale effetto delle olimpiadi invernali 2006 è stato proprio quello di foraggiare appalti mastodontici (sistematicamente gonfiati), con il risultato di portare il Comune di Torino, indebitato per oltre 3 miliardi, sull’orlo del dissesto finanziario

Contro questo modello di formazione e di città che negli ultimi decenni è stato portato avanti dai governi e dalle amministrazioni locali sia di destra che di centrosinistra, ed anche dalle stesse rappresentanze studentesche che sono finite per essere sussunte in quell’orbita di tecnicismo e riformismo, è necessario rimettere al centro un’ipotesi di lotta politica conflittuale.

Noi vogliamo una città in cui il pubblico torni ad avere un ruolo centrale nel garantire davvero a tutti il diritto allo studio e all’abitare, e non il profitto privato.

Vogliamo un modello di formazione che sia libero dalle logiche aziendalistiche che lo portano a riprodurre le stesse disuguaglianze presenti nella società.

Lottare per il diritto allo studio, all’abitare e ad un reddito significa lottare contro il progetto delle Universiadi, significa costruire un’opposizione a questo modello di città che non fa i nostri interessi.

NO ALLA PROPOSTA DI LEGGE SUGLI NBT

In queste settimane è in discussione in Parlamento una proposta di legge per l’introduzione dell’uso degli NBT per la produzione e circolazione dei semi: un processo di manipolazione genetica delle specie simile agli OGM, che permette di modificare i geni delle piante.
Approfittando infatti del periodo festivo e delle limitazioni causa Covid che impediscono una forte opposizione, il governo tenta di approvare una proposta di legge che miri ad innovare la produzione agricola al fine di piegarla sempre di più al guadagno delle grandi aziende agricole, agli interessi della grande catena di distribuzione piuttosto che ad uno sviluppo sostenibile dei territori.

Questo processo di manipolazione genetica infatti permetterebbe di creare semi ad hoc per l’agricoltura intensiva, provocando da un lato un grave colpo alle piccole aziende agricole e i piccoli contadini già distrutti dalla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea e la mancanza di un intervento serio da parte del Governo e dall’altro intensificando lo sfruttamento del terreno e delle campagne, per non parlare degli enormi profitti che in termini di brevetti e investimenti andrebbero ai grandi monopoli delle imprese sementiere.

Andrebbero considerate le necessità delle piccole comunità agricole, favorita la salvaguardia delle campagne e dei nostri territori, della produzione di cibo di qualità e della salute dei cittadini ad esempio attraverso una seria pianificazione del settore dell’agricoltura che miri allo sviluppo di una sovranità alimentare, quindi a tutelare le necessità specifiche del nostro territorio, dei nostri lavoratori e per costruire un futuro più sostenibile per le giovani generazioni.

Lo sappiamo bene quando parliamo della Valle Galeria, parte dell’agro romano, che ha visto negli ultimi 50 anni l’accrescersi delle malattie e dei tumori tra gli abitanti e la distruzione di tutte le piccole aziende agricole del territorio per colpa della PAC, dell’inquinamento del terreno e delle falde acquifere, per colpa di Malagrotta, degli inceneritori e così via dicendo.

Noi giovani ci opponiamo e ci opporremo a qualsiasi legge o decisione che non tuteli la sostenibilità ambientale, un corretto sviluppo dei territori, i lavoratori e tutti gli abitanti.

NO ALLA PROPOSTA DI LEGGE SUGLI NBT!

Comitato Giovani della Valle Galeria
Noi restiamo Roma

VACCINI E MODELLO CUBANO – INTERVISTA A FABRIZIO CHIODO

Abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche battuta insieme a Fabrizio Chiodo, giovane scienziato e ricercatore, unico italiano nel team di ricercatori cubani dell’Istituto Finlay dell’Avana che stanno lavorando alla realizzazione del vaccino anti-covid.

Non abbiamo parlato solo di pandemia e vaccini, ma anche di giovani, università e ricerca. Temi centrali per comprendere le ragioni storiche e politiche per cui Cuba è stata capace di gestire efficacemente la pandemia rispondendo ai bisogni reali della popolazione, in un confronto impietoso con la situazione che stiamo invece vivendo in Italia e in tutto l’occidente.

Di fronte al fallimento del nostro modello di sviluppo, Cuba rappresenta un’alternativa forte e credibile, una visione diversa di umanità. Come abbiamo avuto modo di vedere da vicino con la solidarietà internazionalista delle brigate mediche cubane, a cominciare dall’aiuto che hanno portato proprio in Lombardia, simbolo del collasso di quella che da sempre ci raccontavano come eccellenza – brigate che nel nostro piccolo abbiamo voluto ringraziare dedicando loro dei murales a Milano, Torino, Roma e Bologna.

Ringraziamo ancora Fabrizio e rinnoviamo i nostri complimenti per il contributo che il suo lavoro ha portato alla realizzazione del vaccino.

Di seguito riportiamo la trascrizione dell’intervista:

NR: Siamo con Fabrizio Chiodo per parlare del vaccino contro il Covid-19. Fabrizio è un immunologo italiano che lavora nel team cubano che sta realizzando il vaccino. Ci troviamo in un momento in cui la pandemia ha reso evidenti contraddizioni sistemiche. In questo contesto il vaccino rappresenta un’arma per riprendere in sicurezza le attività di lavoro e di studio. Si pongono però una serie di questione rispetto ai modi in cui i vaccini vengono prodotti e distribuiti. Con Fabrizio allora vogliamo parlare di Cuba, che si è velocemente mobilitata per la produzione del vaccino e ci pone davanti il proprio modello, che ha saputo affrontare la pandemia, nella gestione come nella produzione e distribuzione del vaccino, e rappresenta per noi un esempio. Per cominciare, chiediamo intanto a Fabrizio qual è il percorso personale che l’ha portato a Cuba

FC: Innanzitutto voglio dire che è molto importante per me parlare con i giovani, con persone che fanno il vostro tipo di informazione. Io dal 2014 collaboro con l’Istituto di vaccini Finlay di Avana – Finlay era un vecchio scienziato cubano che ha scoperto il vettore della febbre gialla – un istituto che è sempre stato pioniere nel campo di ricerca dei vaccini sintetici e di cui mi sono occupato durante il dottorato. Avendo sempre avuto questa idea “malata” e testarda di una ricerca totalmente pubblica e di un prodotto che possa raggiungere il paziente totalmente attraverso il pubblico, e avendo conosciuto a una conferenza l’attuale direttore dell’Istituto Finlay Vicente Bencomo, ho iniziato una serie di collaborazioni già mentre stavo in Olanda. Con loro abbiamo fatto diversi progetti per ottimizzare una certa classe di vaccini, per esempio quello contro il meningococco, e abbiamo vinto molti progetti erasmus per cui con molti studenti che venivano da l’Avana in laboratori olandesi si è instaurato un rapporto di amicizia e collaborazione. Quando è venuto fuori il Covid-19 sono stato coinvolto nel disegno e nella parte iniziale – quella più critica, la fase 1 – con diversi candidati. Cuba adesso ha quattro candidati in clinical trial, di cui due dell’Istituto Finlay rispetto ai quali ho collaborato dal disegno fino alle attuali pubblicazioni.

NR: Prima di andare nello specifico del vaccino, visto che hai avuto esperienze nell’ambito della ricerca in contesti profondamente diversi, quali sono quello europeo e cubano, che differenze di metodo e di obiettivi hai trovato?

FC: La ricerca accademica in Europa, ma in generale nel mondo, è molto spesso fine a se stessa, a cercare un finanziamento da determinati enti per rispondere a certe logiche di mercato. Che va benissimo, è un gioco che devo fare in quanto ricercatore. A Cuba invece ogni progetto è del popolo e per il popolo, dev’essere ben disegnato fin dall’inizio, bisogna immediatamente capirne gli impatti sulla società: raramente quindi a Cuba esiste la ricerca fine a se stessa. In più, come professore di chimica all’università dell’Avana – per cui ho il piacere di avere molti studenti sia in Olanda, dove faccio il corso, che a Cuba – quello che ho notato è un livello altissimo di cultura di base, ragazzi preparatissimi. L’alto livello di educazione e delle biotecnologie sono proprio quello che Fidel Castro aveva in mente dopo la rivoluzione, lo vediamo ogni giorno anche nelle trasmissioni televisive, a livello proprio di egemonia culturale, come direbbe Gramsci.

NR: Da quello che dici emerge l’importanza del ruolo della ricerca finalizzata al popolo. Nelle nostre università vediamo invece spesso la ricerca nelle mani dei privati, che hanno la possibilità di determinare i piani accademici e dirottare la formazione sulla base degli interessi delle aziende che andranno ad assorbire i nuovi laureati in un mondo di sfruttamento che ha già le sue radici in quello accademico. Rimaniamo ancora un attimo allora sulla ricerca: in Italia l’accesso a questo mondo per un laureato non è facile, e anche una volta dentro, siamo condannati a una condizione di precarietà strutturale. Qual è stata la tua esperienza in questo senso in Italia e che paragone puoi fare con la situazione cubana?

FC: Io sono un meridionale che dopo la laurea è dovuto andare via, tra Spagna e Olanda, per poter continuare a fare ricerca. In Italia si investe pochissimo sulla ricerca in percentuale al PIL, a Cuba si investe dieci volte di più, inoltre è totalmente pubblica. Questo fa una grandissima differenza, soprattutto in questo modello economico per cui Marx si rivolterebbe nella tomba, dove non solo chi è stato formato dallo stato viene sfruttato poi da una compagnia privata, ma dove lo stesso stato deve poi pagare i privati per riavere indietro il prodotto biotecnologico. A Cuba questo ovviamente non succede grazie a un forte finanziamento nella ricerca da parte dello stato. Poi certo a livello di cultura di base e accesso alla cultura ammetto che noi italiani manteniamo comunque un altissimo livello, anche agli occhi dei paesi del nord-Europa. Poi ovviamente l’ingresso nel mondo del lavoro per il ricercatore è veramente straziante, semplicemente perché non ci sono soldi. O meglio, non ci sono soldi investiti in ricerca pubblica, i soldi ci sarebbero.

NR: Un sistema che poi chiaramente crea una competizione anche tra gli stessi laureati

FC: Una competizione insana!

NR: Andando allora nello specifico del vaccino cubano, a che punto è? E ancora, che differenze ci sono tra i quattro candidati cubani, in particolare i due a cui hai lavorato personalmente, e quelli invece delle multinazionali dei paesi a capitalismo avanzato? Sia riguardo la produzione che soprattutto la distribuzione, che in Europa già è cominciata e rispetto alla quale stanno già emergendo profonde contraddizioni.

FC: Inizio da quest’ultimo punto portando dei numeri: sembra che nove persone su dieci su settantadue paesi del mondo riceveranno il vaccino nel 2023 o alla fine del 2022. Partendo da questo punto di vista, raccontiamo allora il resto. Era ben prevedibile che i primi vaccini a disposizione sarebbero stati quelli a materiale genetico, quindi i vaccini mRNA e quelli adenovirali, che introducono nell’uomo l’informazione genetica perché il corpo possa produrre pezzettini di virus contro cui poi sviluppare una risposta immune che protegge dall’infezione. Era ovvio che venivano fuori per primi perché tecnologicamente si tratta solo di dare le informazioni e presentarle nel modo giusto. Di contro, ci sono i vaccini disattivati, attenuati, per cui si prende il virus “bruciato” e lo si inietta, tra cui il vaccino cinese che ha quasi concluso il clinical trial. Tra questi – non se ne parla – ci sono il 30% dei vaccini in clinical trial, al momento 60 nel mondo. Di questi il 30% si chiamano a subunità, per cui, invece di dare l’informazione genetica o prendere tutto il virus attenuato, si preparano in laboratorio pezzi di virus che poi si somministrano con degli adiuvanti: sono i vaccini a subunità. Questi da sempre hanno costi bassi, stabilità a temperatura ambiente, produzione altamente scalabile – se ne possono produrre cioè tante dosi – e hanno inoltre un’altissima sicurezza. Di questi il 20% sono i quattro disegnati e sviluppati a Cuba. I due più avanti sono quelli a cui stiamo lavorando all’Istituto Finlay, che si chiamano Soberana 1 e Soberana 2. Soberana vuol dire sovrana, in spagnolo vaccino è femminile per cui l’aggettivo è sovrana, com’è Cuba. Il Soberana 1 è in un clinical trial combinato 1-2, mentre il Soberana 2 sta iniziando ora la fase 2. Queste sono le fasi più importanti, in cui si misurano gli anticorpi, la sicurezza, l’effettiva capacità di neutralizzare il virus. Nella fase 3, invece, si descrive semplicemente l’efficacia e per questi due candidati dovrebbe finire verso marzo. La cosa interessante è che delle ricette complesse che compongono questi due vaccini abbiamo cambiato soltanto un ingrediente, cioè un pezzettino della proteina del virus utilizzando formulazioni e piattaforme che Cuba da 15\20 anni usa anche e soprattutto in pediatria. Questo fa intuire che con grande probabilità questi vaccini avranno una sicurezza elevatissima, costi bassi e se in futuro gli epidemiologi ci diranno che anche i bambini dovranno essere vaccinati probabilmente si utilizzeranno questi.

NR: Emerge sicuramente un altissimo livello di ricerca, tra livello di sicurezza e bassi costi di produzione. Questo ci dà sicuramente, anche al di là del vaccino, un esempio molto forte di un diverso modello che fin dall’inizio abbiamo evidenziato come modello più efficace, volto alla tutela delle persone. Parlando di questo, come pensi abbia influito questo modello nella gestione della pandemia?

FC: Le varie componenti – sanità pubblica di altissimo livello, con il più alto numero di medici per paziente al mondo, mondo accademico a disposizione di quello medico e alta tecnologia subordinata al mondo clinico e medico, così come medici che conoscevano il Dengue, che è stagionale a Cuba, o venivano dall’esperienza dell’ebola – hanno fatto sì che il 93% dei malati Covid escono dalla malattia, curati con l’interferone e anticorpi monoclonali, con peptidi immunomodulatori, tutti prodotti a Cuba dallo stato nonostante l’embargo. Il mondo medico e quello biotecnologico, così come una grande divulgazione scientifica in televisione, hanno quindi fatto sì che su 11 milioni e mezzo di abitanti Cuba abbia avuto solo 140 morti circa dall’inizio della pandemia.

NR: Questi numeri parlano sicuramente in modo molto chiaro. Hai centrato i fondamenti di un modello diverso di sanità pubblica, di ricerca, di biotecnologia a disposizione del mondo accademico e medico, di informazione, tutti aspetti che descrivono l’efficacia di un sistema orientato agli interessi del popolo, alla tutela delle persone in tutti gli aspetti della loro vita – diversamente da quello che abbiamo visto qui da noi nei luoghi di lavoro, come nelle scuole e nei trasporti, in un modello incentrato invece sulla ricerca del profitto.
C’è qualche aspetto che non abbiamo toccato e che vuoi invece aggiungere?

NR: Aggiungo che, come giustamente fate voi, la critica va fatta al modello economico. Io posso odiare Pfizer per tutta una serie di motivi, a cominciare dalle pressioni al WTO, però in questo caso non posso mettere in dubbio l’efficacia dei loro vaccini ed è chiaro che quello fa Pfizer lo fa perché il modello economico glielo permette, per cui dobbiamo imparare a rinominare il capitalismo, vederne i limiti e riconoscere che esiste un modello biofarmaceutico a modello socialista. Di questo Cuba è un esempio, e lo è nonostante l’embargo, un atto criminale: tutto ciò che contiene più del 10% di prodotto americano non può entrare a Cuba. Pensate solo cosa significa rispetto alle apparecchiature degli ospedali o quelle per fare ricerca. È un atto di terrorismo brutale. Eppure già Fidel Castro sapeva benissimo che il concetto stesso di vaccino era l’arma che allontanava i paesi poveri dal Big Pharma. Rispetto ai no vax allora è ovvio che le persone criticano il sistema e hanno paura, ma non va criticato il vaccino per sé, perché è il prodotto biofarmaceutico più sicuro che ci sia mai stato. Quello che va criticato è il modello economico.
E poi ho sbirciato un po’ e anche se rimango sempre uno scienziato devo dire che fate un ottimo lavoro.

RESISTIAMO ALLO SFRATTO DI UNA STUDENTESSA PRECARIA: TOCCANO TOTTA, TOCCANO TUTTE E TUTTI!

Sui giornali, in tv e nei discorsi dei politici e degli intellettuali più in vista il 2021 viene dipinto come l’anno della ripartenza e dell’uscita dalla crisi sanitaria ed economica.
A Torino si aprirà con lo sfratto di Totta: una studentessa siciliana emigrata a Torino che durante il loockdown ha perso tutti quei lavori precari con cui già prima a malapena riusciva a pagare le tasse universitarie e il costo dell’affitto. Rimasta senza alcuna fonte di reddito e senza aver ottenuto il rinnovo del contratto, rischia ora di essere buttata per strada da uno dei tanti palazzinari di Torino.

La situazione di Totta però non è un caso isolato. In tutti questi mesi infatti il governo, la Regione Piemonte, il Comune, l’Edisu ed UniTo hanno messo in campo solo briciole e misure assolutamente inadatte a far fronte alla situazione di enorme emergenza che le giovani generazioni stanno vivendo. Tutti i miseri bonus per gli affitti degli ultimi mesi non hanno per nulla risolto l’enorme crisi economica che moltissimi di noi giovani stanno vivendo.
Ci ricordiamo bene come quest’estate sia stata tanto sbandierata l’erogazione del Fondo morosità incolpevole, una misura già esistente per cui non sono aumentati i fondi; o ancora quando nella legge di bilancio targata PD-5Stelle sono stati trovati 84 milioni per le università private, mentre per quelle pubbliche solo pochi spicci, di cui appena 4 milioni per le residenze pubbliche.
Ora nel decreto Milleproroghe sono stati inseriti dei paletti che escludono i casi di “finita locazione” (ossia la scadenza del contratto) dal blocco degli sfratti fino a giugno. Paletti che porteranno presto allo sfratto tantissimi altri studenti, giovani lavoratori e migranti. A loro infatti, per la condizione di costante precarietà lavorativa, le agenzie immobiliari e i padroni di casa sono soliti affittare un alloggio solo con contratti transitori e di brevissima durata (un anno, 18 mesi al massimo).

Il blocco degli sfratti con questi paletti è assolutamente inadeguato alla situazione emergenziale e dimostra che il governo non ha alcuna volontà di risolvere strutturalmente le disuguaglianze acuite dalla gestione di questa crisi.
Il caso di Totta è il simbolo della condizione della nostra generazione che da mesi è costretta a pagare questa crisi.
I problemi che ora si fanno sempre più evidenti hanno radici lontane: sono il frutto delle politiche di smantellamento del pubblico e di privatizzazione dei diritti sociali, come quello all’abitare e allo studio, portate avanti negli ultimi trent’anni da tutti i governi di destra e centro-sinistra.

Da anni a noi giovani viene ripetuto che questo è l’unico mondo possibile e che se vogliamo avere un futuro dobbiamo emigrare all’estero o nelle metropoli dove ci sono gli atenei più “quotati” e attrattivi; da anni ci dicono che se non troviamo lavoro e viviamo ancora dai genitori è colpa nostra perché non ci impegnamo abbastanza, perché non siamo abbastanza flessibili, competitivi o non aggiorniamo continuamente le “skills” che il mercato richiede.

Ma la realtà è ben diversa da come la narrazione dominante ci racconta.

Costretti a trasferirci nelle grandi città in cerca di migliori condizioni di vita, finiamo a cercare casa in un mercato immobiliare totalmente in mano a palazzinari ed agenzie che offrono stanze in appartamenti o in studentati privati a prezzi altissimi, mentre di investimenti in edilizia pubblica e di politiche di calmieraggio dei prezzi degli affitti non se ne sente mai parlare. Proviamo ad iscriverci negli atenei che si posizionano più in alto nelle graduatorie dell’ANVUR o nei ranking europei arrabattandoci con lavoretti per sostenere il costo gli studi, perché le tasse universitarie sono sempre più alte e non sono state abolite nemmeno in questa fase di emergenza economica; perché le borse di studio sono ancorate a criteri di merito e non di reddito da cui vengono esclusi soprattutto gli studenti lavoratori. Proviamo a cercare lavoro e lo troviamo precario, ultra sfruttato, in nero, fatto per lo più di contratti atipici che con il Job Act, firmato dai sindacati concertativi, sono diventati la norma e che in questa fase sono stati i primi a non essere rinnovati lasciando tantissimi giovani senza reddito ed esclusi dagli ammortizzatori sociali.

Le scelte che in questi mesi di pandemia sono state compiute dalle istituzioni nazionali e piemontesi hanno dimostrato di voler continuare sulla rotta di un’università sempre più escludente per larghe fasce sociali e di non avere alcuna volontà politica di tutelare il diritto allo studio e gli interessi della collettività.

La situazione di Totta deve accendere un allarme rosso non soltanto per il governo e le amministrazioni pubbliche ed universitarie, ma soprattutto per tutte le soggettività, le realtà sociali e i singoli che non sono più disposti a subire passivamente le politiche di massacro sociale con cui stanno negando il futuro a intere generazioni di giovani.
Se non ci attrezzeremo per resistere e rispondere collettivamente ai continui attacchi del nemico, ci faranno pagare tutto.

Impedire lo sfratto di Totta e difendere il diritto all’abitare rappresentano una resistenza contro tutto quello che questo modello di sviluppo continua a negare a noi giovani.

Ci vediamo lunedì 4 alle h. 7 al picchetto antisfratto in via San Domenico 21.