Generazione Erasmus o Working Poor Generation?

Il voto inglese della settimana scorsa ha un’aspetto epocale, che si inserisce in una lunga scia che viene confermata: la vittoria del Leave, a favore della Brexit dall’Unione Europea, è soltanto l’ultimo esito antieuropeista di una lunga fila di referendum convocati qua e là nel continente per esprimere un parere sulle istituzioni comunitarie, sempre respinte dalle consultazioni popolari. Da giorni stiamo assistendo a tonnellate di commenti che si rincorrono, si attaccano, si giustificano nel merito e nel metodo: chi è il colpevole, ci sono colpevoli, si poteva evitare, che facciamo adesso?

Forse per condizione anagrafica, forse per scelta di un ambito d’azione prediletto, a noi hanno colpito alcuni particolari aspetti di questo ennesimo scricchiolio dell’UE, inerenti alla dimensione ideologica e al bombardamento mediatico di alcuni particolari concetti: ci riferiamo al millantato scontro generazionale “giovani pro VS vecchi contro” (l’UE), e alla nozione rimbombante di “generazione Erasmus”.

Le bacheche dei social network sono state intasate di commenti relativi alla chiusura delle frontiere, alla futura impossibilità di muoversi verso la Gran Bretagna per studio o lavoro, al futuro dei giovani rubato dai vecchi (e dai rozzi, ignoranti, indegni lavoratori delle periferie), alla mala gestione dei flussi migratori, in un’isteria collettiva alimentata dal terrore e dal rifiuto per frontiere e confini e per le destre xenofobe che cavalcano movimenti popolari irrazionali. Calma, calma e sangue freddo: facciamo un passo indietro e vediamo di mettere logica e ordine.

1) Analisi dei dati

Condizione necessaria per accostarsi alla Brexit, come in generale a qualsiasi accadimento politico, è innanzitutto la capacità di saper realizzare una lucida analisi fattuale.

Come di fronte ai dati di Google Trends ci si è fatti abbagliare senza capire che la ricerca “What is the EU?” aveva avuto dopo il voto solo un incremento relativo estremamente insignificante, altrettanta leggerezza è stata dimostrata sin dalle prime ore dopo la chiusura delle urne da chi avanzava commenti sociologici senza essere andato a spulciare le ben più importanti statistiche elettorali che permettessero di controllare la veridicità dei titoli mainstream secondo cui oltre il 70% dei giovani vota per rimanere nell’Unione (concentrandosi in particolare a Londra), contrapposti a un 70% di anziani che vuole tornare alla sovranità nazionale piena (scelta che è espressione delle province periferiche). Sembrano dati inequivocabili, tanto che Repubblica si sente in dovere di delineare il profilo dell’europeista modello: giovane, colto e upper-class, niente a che vedere con i vecchi ignoranti delle periferie degradate e povere, che rifiutano di entrare a far parte dei circuiti internazionali europei che nella City trovano massima rappresentanza.

Pochi parlano però del fatto che in realtà i giovani inglesi che sono andati a votare sono stati intorno al 34%, contro una cifra nettamente più elevata di anziani: questo dato rende esplicita, ancora una volta, la disaffezione giovanile alla politica, evidentemente non così democratica e partecipativa come vorrebbero farci credere. Sono i giovani, in quanto forza-intellettuale e forza-lavoro futura, a determinare l’ago della bilancia del piano reale, e una così alta astensione ci fa pensare che nei pensieri della maggior parte dei giovani britannici, più che l’Erasmus o i finanziamenti europei per le Start Up, ci sia preoccupazione per un presente che parla di precariato, disoccupazione, ipersfruttamento e un senso generale di abbandono cui sono relegate le loro sorti. Dimenticati e, verrebbe da aggiungere, confinati nelle province produttive delocalizzate, dove il lavoro è ormai un miraggio e la precarietà economica e sociale ormai la regola; provate voi a chiedere un parere sull’Unione Europea a un’intera generazione di giovani rifiutata e parcheggiata… se si astengono e non vi corrono dietro siete già fortunati.

Il dato che leggiamo noi, in sintesi, è questo: da una parte Londra, la City dei banchieri e dei giovani belli e pieni di speranze; dall’altra il 70% e oltre di anziani che, aggrediti nei loro redditi, nei loro diritti e nella lora forza rappresentativa, votano Leave, e fanno il paio con il quasi 70% di giovani che, senza speranza alcuna in questa o in quella istituzione, rifiutano il voto. Altro che frattura generazionale, a noi sembra piuttosto una comune percezione dell’impossibilità di riporre le speranze in qualunque progetto elitario che si venda come salvifico per le masse, mentre i fatti lo smentiscono ogni giorno. Chi ha conosciuto situazioni migliori, esprime un voto che indica il sogno di poter chiudere con questa fase (e che piaccia o meno il welfare, la mobilità e i diritti sociali vegnono sistematicamente messi poco a poco in discussione con l’avanzare del neoliberismo e della costruzione dell’UE su scala continentale). Gli altri, la cui soggettività e il cui sentire non sono rappresentati da alcuna forza politica di massa, non hanno motivo per credere che valga la pena esprimersi in un gioco che non gli appartiene.

2) Il vuoto in politica e la necessaria organizzazione

Altra condizione, questa volta assiomatica, per accostarsi alla Brexit è l’intelligenza di capire che uno spazio politico non può rimanere vuoto. A poco serve, in questo senso, la paura dell’egemonia delle destre e paventare il diffuso senso anti immigrati come unica chiave di lettura di questo referendum. È vero che nelle elezioni degli ultimi anni l’UKIP di Farage è cresciuto fino al risultato delle politiche 2015 in cui raccolse oltre il 12% dei voti, ma stona con questi numeri la possibilità di accostare alle forze della destra radicale tutti i milioni di voti del Leave. Non vogliamo assolutamente negare il problema dell’avanzata del vento delle destre. Ma proprio perché diamo peso a questi fatti crediamo sia fondamentale ristabilire l’ordine di causalità, aldilà delle mistificazioni di alcuni e dell’ingenuità di altri: non assistiamo a una situazione in cui il razzismo insito nelle classi popolari britanniche determina un voto di destra che possa cambiare lo “status quo”, quanto piuttosto è l’impossibilità di cambiare le cose che determina un dato voto, che nello specifico viene egemonizzato e “preso” politicamente dalla destra, in mancanza di altro. I problemi delle classi popolari sono affari loro, delle forme organizzate che si sanno dare e delle forze politiche che le rappresentano: ma se queste forme organizzate e queste forze latitano, gli sciacalli non esiteranno a fiondarsi su quello spaccato sociale per vendere le proprie menzogne. In Italia ultimamente ne sappiamo qualcosa…

A proposito, che dire dell’insediamento di Corbyn pochi mesi fa alla testa del Labour Party proprio su spinta giovanile e su posizioni euroscettiche, salvo poi cambiare idea a causa delle pressioni degli apparati di partito (leggi Blair) e schierarsi a favore dell’Unione Europea? Se i leader partitici cambiano idea, non vuol dire che i loro elettori facciano altrettanto.

Invitiamo a ragionare su un esempio storico. Che dire del fatto che le culture fasciste si siano storicamente nutrite dell’opposizione alle “banche usuraie e parassitarie”, ai poteri forti della finanza internazionale? Ha questo impedito alle sinistre di avanzare una propria vasta battaglia negli ultimi decenni di fronte allo strapotere concentrato nei mercati finanziari? Certo che no, la sinistra di classe ha avuto negli anni la capacità di organizzarsi su queste tematiche, e a nessuno salterebbe in mente di dire che antimperialisti, no global e movimenti abbiano rincorso le destre su un campo non loro svendendo la propria specificità! Hanno anzi dato prova, una delle ultime volte per la verità, di saper proporre una lettura attenta della realtà e di saperla connettere con le istanze sincere espresse dai propri settori sociali di riferimento. Allo stesso modo opporsi all’autoritaria e antipopolare impalcatura delle istituzioni comunitarie non significa rincorrere le destre, significa fare il proprio lavoro di promotori della trasformazione sociale. In caso contrario questa opposizione verrà egemonizzata, male e opportunisticamente, dalle destre sociali e radicali che coltivano l’intento opposto, ovvero quello di conservare la struttura sociale attuale ridefinendo tutt’al più qualche posto di riguardo per quei settori di borghesia messi in difficoltà dalla crisi e portatori di una cultura retriva.

Veniamo a fatti più recenti. Ancora una volta si dimostra quanto male abbia fatto a certa sinistra aver rimosso dal dibattito politico l’esperienza dell’OXI greco e i successivi tragici avvenimenti, senza aver prima collettivamente metabolizzato quanto accaduto. Ci si sarebbe resi conto che in quell’occasione, al contrario che in UK, i giovani votarono. E che fu proprio la soggettivazione di un mix eccellente tra gioventù sfruttata e periferie a far passare in secondo piano ogni velleità di nazionalismo reazionario a firma di Alba Dorata. Quell’enorme spinta militante ha caratterizzato la maturazione delle mobilitazioni greche fino alla data del 5 luglio, e solo su quella composizione sociale e politica la Grecia può oggi sperare di riaprire la partita.

La sostanza ci pare semplice: uno spazio politico non rimane mai vuoto, e si condensa sempre attorno a nodi concreti dentro la società. Il problema che sottolineiamo intorno alla Brexit non sta quindi nella capacità della destra, ma – purtroppo – nell’incapacità d’analisi e di prospettive della sinistra, sia nel paese in cui la caduta precipitosa della sinistra liberale europea ha visto probabilmente il suo inizio storico, sia in un paese come il nostro dal quale in troppi continuano a non voler venir fuori dalle macerie che quella frana ha prodotto.

3) Il nodo dell’UE

La sfida della Left-exit, che ha sostenuto un’uscita in difesa dei lavoratori, dello stato sociale, della democrazia e anche in difesa della vita e dei diritti dei migranti, ha avuto pochissima visibilità e, inutile nasconderlo, non ha avuto la capacità di essere egemone all’interno di questa partita politica.

In tanti, a sinistra, sia in Italia che in Gran Bretagna, che ora si disperano per questo risultato, che dichiarano la loro totale incomprensione delle ragioni per cui tante persone abbiano votato per abbandonare l’Unione Europea, non colgono il senso della situazione attuale perché non hanno mai capito la natura stessa dell’Unione Europea.

Ci piacerebbe constatare come non serva il riassunto delle puntate precedenti. Ci piacerebbe che non fosse questo il momento per ribadire come l’UE sia un’istituzione fortemente antidemocratica, uno dei nodi dell’attuale fase di sviluppo capitalistico, un nodo con un centro e tante periferie, regolate tramite politiche economiche d’austerità presenti già nei suoi Trattati costitutivi. Sarebbe bene che non servisse ancora spendere parole per chiarire che non esiste un sogno europeo tradito, ma solo progetti di classe (quella avversaria) portati avanti sapientemente e con coerenza. Non un’isola di pace, libertà di movimento e diritti civili, ma un mercato unico a discapito dei lavoratori, il cui reddito è stato notevolmente eroso, guerre ai propri confini e in giro per il mondo, politiche sull’immigrazione che sono la prima e reale causa della morte di migliaia di profughi nel Mediterraneo, quando non sono ammassati nei lager o deportati grazie ad accordi mercantilisti (dove la merce sono le persone e le loro conoscenze) con la Turchia. A chi risponde che le leggi inglesi in materia sono però forse anche peggiori, ricordiamo che Bruxelles non pare abbia intenzione di lasciare il primato a Londra, e il Migration Compact di ispirazione italiana ne pare una conferma. La Dublino III è ancora là, e ci parla non solo del nazionalismo delle repubbliche orientali che non hanno voluto superare quegli accordi, quanto proprio del razzismo istituzionale che negli ultimi mesi è stato proposto da chi si faceva promotore del superamento di quel complesso legislativo. Recentemente in Austria la destra radicale non ha ottenuto le redini del governo nazionale per un pugno di voti, eppure ci risulta che i progetti di chiusura del Brennero non siano decaduti.

4) Generazione Erasmus? Non pervenuta

A questo punto è giusto fermarsi un momento e riflettere. Perché anche la sinistra di classe non sta dimostrando quella capacità analitica e programmatica che tante volte nel corso dell’ultimo secolo ha dimostrato di avere? Perché si ha così paura della crescita organizzativa della destra, ma non ci si preoccupa minimamente della devastazione organizzativa cui assistiamo dalla nostra parte del tavolo? Soprattutto, perché importanti segmenti generazionali abbandonano il campo dell’agire per rifugiarsi nella paura e nell’immobilismo del non voto (in UK) e dei post su facebook (in Italia)?

La risposta a queste domande, crediamo stia (anche e soprattutto) nella dimensione ideologica e nel bombardamento mediatico cui siamo immersi. La generazione Erasmus sconfitta da quelle precedenti: a forza di sentirti ripetere uno slogan, va a finire che ci credi. Ma non possiamo permetter(ce)lo.

Ma esiste la generazione Erasmus? Non ci pare proprio, e chi la nomina o è in cattiva fede o ragiona non su base reale ma sull’onda delle proprie emozioni, probabilmente suscitate dal particolare punto di vista di cui dispone nel contesto sociale e culturale in cui è inserito. Un contesto sociale e culturale neppure lontanamente maggioritario. Prendendo in considerazione a titolo d’esempio il solo anno 2013/14 e solo il caso italiano, su un totale di oltre 6 milioni di giovani in età universitaria (19-28 anni), 1.600.000 sono studenti universitari e 26.000 sono studenti Erasmus (dati MIUR e ISTAT). Questo vuol dire che solo un quarto dei giovani si iscrive effettivamente a un ateneo, e di questi solo uno scarso 2% accede al programma europeo di formazione comunitaria. Questo vuol dire anche che solo lo 0,4% dei giovani italiani in età universitaria ha avuto accesso al programma Erasmus durante quell’anno accademico. Prendendo in analisi vari anni consecutivi, il dato si sposta di poco. E gli altri? Gli altri sono parcheggiati nelle università, o a fare lavoretti part-time, hanno lavori precari, vivono con i genitori e il 40% del totale sono disoccupati, nonostante voucher e contrattini di ogni genere siano utilizzati nel fallace tentativo di falsare i conti nelle tabelle ufficiali. Nella Gran Bretagna dei contratti a zero ore sanno bene di cosa stiamo parlando. I nostri coetanei della sponda mediterranea e quelli dell’Europa dell’Est lo avvertono ancora meglio. I working poor, coloro che pur lavorando restano sotto livelli di vita dignitosi, ci sembra rappresentino molto meglio il tenore di questa generazione.

Partendo da questi dati ma andando anche oltre, basta davvero l’Erasmus per salvare l’UE? Quando gli opinionisti dibattono sulla fuga dei cervelli, nessuno mette in chiaro che si tratta piuttosto di un furto di cervelli, perché senza possibilità di far ricerca e di lavorare i giovani italiani sono costretti a trasferirsi al nord Europa, tanto per una borsa di studio quanto per fare i lavapiatti. E la selezione dei borsisti e dell’intellighenzia europea (perché a lavare i piatti siamo buoni tutti, basta accettare salari competitivi con quelli dei migranti di altre zone del mondo…) è fatta anche tramite progetti come l’Erasmus, funzionale all’integrazione del mercato del lavoro intraeuropeo. Poi certamente ha anche il pregio di farti vedere culture diverse, di farti conoscere amici del cuore e di farti vivere esperienze che ti rimarranno dentro per tutta la vita.

Per questo, scrivendo in quanto giovani studenti, giovani precari, giovani disoccupati, giovani emigrati, ma anche in quanto giovani che l’Erasmus l’hanno fatto o lo stanno facendo, vogliamo denunciare con forza questo falso mito di una generazione che non ha frontiere e che in fondo, se si impegna, può fare ciò che vuole.

La frattura generazionale tanto invocata durante questi giorni di Brexit non la creano gli anziani ancorati ai propri privilegi e ai loro posti di lavoro, non la creano i giovani che sono costretti a pagare le pensioni di vecchi improduttivi e non possono lavorare perché ci sono di mezzo troppi immigrati o sessantenni; la frattura generazionale la crea l’Unione Europea con il Jobs Act e la Loi Travail, con la Legge Fornero e le pensioni a credito, imponendo salari e condizioni al ribasso per accedere al mercato del lavoro, sfruttando fino allo stremo i lavoratori con quarant’anni di contributi, selezionando giovani talentuosi (a loro sì che verranno date opportunità!) nei programmi comunitari e lavoratori disperati (che faranno abbassare il costo del lavoro) nelle frontiere ai propri confini.

5) Ricomposizione del blocco sociale e sfide strategiche

Non ci stupisce certo leggere sulla stampa dichiarazioni che proseguono l’opera di mistificazione ideologica di chi ci condanna a vivere schiavi e muti, ma non può che far drizzare i capelli trovare lo stesso tenore di interventi anche in qualche pagina di movimento. Non lasceremo però che la paura di un nazionalismo statuale ne instauri un altro continentale: non serve la Brexit per chiudere le frontiere, le frontiere sono già chiuse e i migranti sono usati come armi di distrazione di massa per le popolazioni che non hanno risposte alle loro vite. Non lo diciamo dall’alto della consapevolezza che dovrebbe essere garantita dalla nostra qualità di militanti bianchi e puri, ma da quanto apprendiamo ogni giorno nella composizione meticcia delle lotte sociali, nelle periferie che da Bagnoli a Falchera parlano una lingua che non è quella della sinistra funzionale. Tantomeno quella lingua appartiene ai lavoratori migranti, i cui settori organizzati riconoscono da sempre la nemicità delle istituzioni europee. La crisi dell’Unione Europea è un tema che non si può più ignorare, salta agli occhi quotidianamente e prima o poi si presenterà anche a noi il momento in cui dovremo esprimere chiaramente la nostra posizione. Non possiamo abdicare da un compito storico. Per due diversi ordini di responsabilità intrinsecamente connessi: perchè perderemmo l’occasione di dare una spinta trasformatrice al malumore diffuso, e perché altrimenti ci penserà qualcun altro, con tutt’altre intenzioni.

Da sempre la campagna Noi Restiamo ha ben chiaro che non esistono per moltissimi le condizioni materiali per poter effettivamente “restare” e affrontare la sfida che ci viene imposta. Siamo però certi che servano parole d’ordine politiche, analisi strutturali e indicazioni strategiche per smontare il discorso dei nostri avversari e poter in prospettiva organizzare quei milioni di giovani abbandonati, umiliati, saccheggiati del loro futuro. La sfida non è combattere le destre sull’euroscetticismo, la sfida è combattere il nazionalismo europeista dominante per strappare il terreno sotto i piedi ai nazionalisti reazionari che cavalcano lo scontento popolare per indirizzarlo contro il capro espiatorio dell’immigrazione.

L’Italia si sgonfia? Facciamo come in Francia!

L’Italia si sgonfia?

Facciamo come in Francia!

Lettura politica dei Rapporti ISTAT e ANVUR delle ultime settimane

Mentre il governo tenta di modificare artificiosamente i numeri, quando con trovate che lasciano il tempo che trovano quando con vere e proprie manomissioni falsificanti, i dati parlano chiaro, e questa volta sono quelli dell’andamento demografico dell’Italia analizzati dall’ISTAT (Istituto nazionale di Statistica) a dare le vertigini. Si nasce meno, si muore di più, si sceglie meno il Bel Paese quale terra d’arrivo, continuano a ingrossarsi le fila di coloro che abbandonano la nave (con un saldo positivo a favore delle fughe all’estero, con buona pace di Salvini & Co.). Mai dati così pessimi dai tempi del ciclo delle due guerre mondiali.

A completare il puzzle ci pensa poi un’altra fotografia, quella offerta dal rapporto Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) sullo stato dell‘alta formazione e della ricerca in Italia: in un contesto in cui l’imperativo pare essere “Dovete morire prima (o almeno andarvene), perché ci serve solo un ben definito bacino di forza lavoro a basso costo”, è normale riscontrare un totale disinvestimento in quegli ambiti che dovrebbero rappresentare il motore del futuro di un sistema-paese. Per uscire dalla crisi senza le ossa rotte bisognerebbe investire in istruzione. Bene, è esattamente quello che l’Italia non ha fatto. E’ pensiamo non sia un caso, dato che è un dato che la accomuna a quei paesi ai quali pare sia stato affidato il ruolo di colonie interne nella cornice dell’Unione Europea.

L’Italia sembra oggi un palloncino, di quelli bucati, in cui qualcuno può far finta di soffiare e soffiare ma quello non vuole saperne, e continua a sgonfiarsi. Solo che non stiamo giocando. E se la crisi strutturale è tutt’altro che prossima a finire, le politiche della classe dirigente al governo mostrano la corda, e tracciano il profilo di ciò per cui sono state pensate. Così, anche se fatica a rendersene conto, una grande porzione della società potrebbe trovare in questi numeri i motivi stessi in base ai quali stringere alleanze tra italiani e stranieri, tra giovani e anziani, tra occupati (sempre più precari) e disoccupati, tra abitanti del Sud e del Nord della penisola. La solidarietà nazionale e generazionale dal punto di vista degli sfruttati sarebbe tutt’altra cosa rispetto a quella neoliberale attualmente imposta nel dibattito teorico e nelle sue ricadute di politica economica.

Le lotte dei lavoratori e degli studenti francesi in sciopero e in piazza durante queste settimane e proprio in queste ore sembrano confermare che oltralpe questo concetto sia stato assimilato. A partire dalla contestazione alla Loi Travail, la copia del nostro Jobs Act, hanno accettato di scendere in campo contro i dispositivi politici ed economici del proprio governo in combutta con Bruxelles.

Ora tocca a noi dimostrare, seppur in ritardo, di poter essere all’altezza della sfida.

1) ANDAMENTO DEMOGRAFICO

L’Istituto nazionale di Statistica (ISTAT) ha pubblicato il report del Bilancio Demografico Nazionale relativo ai dati sulla popolazione nazionale e straniera presente in Italia e sui flussi migratori in entrata e in uscita.

I dati parlano chiaro: la popolazione è in calo per la prima volta dopo più di novanta anni, la crescita demografica è latente, mentre aumentano i decessi, e il saldo migratorio rispetto all’estero è sempre più positivo.

È necessario interpretare questi dati alla luce della realtà economica e sociale e delle scelte politiche attuate negli ultimi anni per comprendere a fondo la gravità che questi indicatori statistici segnalano.

Calo dei residenti

Per quanto riguarda i dati a livello aggregato-nazionale, nel corso del 2015 il numero dei residenti ha registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni, determinando un saldo complessivo e negativo (-130.061 unità). Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana (141.777 residenti in meno) a fronte di un aumento della popolazione straniera (11.716 unità), portando così i cittadini stranieri residenti nel nostro Paese a circa 5 milioni (su un totale di circa 61 milioni di abitanti).

Disaggregando i dati e distinguendo per macroregioni geografiche, dai dati è possibile rilevare un accrescimento del divario Nord-Sud, sia dal punto di vista demografico che sociale. La popolazione residente si riduce maggiormente al Sud

(-0,28%) e nelle isole (-0,34%), circa il doppio rispetto al Centro e al Nord; la percentuale di popolazione straniera sul totale cresce sensibilmente nel Meridione (circa 5 punti percentuali) mentre risulta negativa nel Nord Italia.

Crescita demografica e mortalità

Il calo delle nascite e l’aumento dei decessi della popolazione italiana sembrano andare a braccetto: le prime diminuiscono costantemente dal 2008 (-17 mila rispetto al 2014), i secondi sono stati circa 50 mila in più rispetto allo scorso anno. Il saldo naturale (differenza tra nati e morti) è negativo per 161.791 unità, dato storico visto che bisogna risalire al periodo della Prima Guerra Mondiale per riscontare valori più elevati.

Il numero dei nati non raggiunge il mezzo milione (485.780) e le nascite sono state 16.816 in meno rispetto al 2014 (-3,3% a livello nazionale). È evidente come il contesto di precarietà economica e insicurezza sociale incidano negativamente sulla crescita demografica. Il “bonus bebè”, lanciato l’anno scorso dal governo Renzi con l’intento di invertire questa tendenza, vista anche l’esigua somma (una replica degli 80 euro, stavolta alle neo-mamme), non riesce a contrastare tale fenomeno, che si va accentuando e aggravando sempre più dallo scoppio della crisi, anche a livello europeo.

Il numero di decessi registrato nel 2015 è superiore di circa 50 mila unità a quello del 2014 e, anche qui, si registra un valore storico, visto che risulta essere il più elevato dal 1945. Al di là del semplice aspetto “fisiologico” dei decessi che ci si può attendere in una popolazione che invecchia, il dato del 2015 è così marcato, tanto da far girare la testa anche all’Istat, che per darne una spiegazione ricorre alla “concomitanza di fattori di diversa natura, congiunturali e strutturali”. Provando a dare una lettura di questi “fattori”, è evidente come, da un lato, le congiunture relative ai continui tagli alle pensioni e ai servizi pubblici della sanità costringano gli individui, specialmente in età anziana e a basso reddito, a dover fronteggiare un trade-off tra consumi primari e cure mediche; mentre dall’altro lato, i fattori strutturali si riferiscono a un messaggio non più tanto occulto: “dovete morire prima”. In entrambi i casi, ogni soluzione è buona, pur di riappianare i conti dell’Inps.

Il crescente invecchiamento (almeno per chi resiste al massacro sociale dell’austerità) e la mancanza di “forze fresche” comportano una consistente riduzione della popolazione in età attiva (15-64 anni), che nel 2015 si attesta al 64,3%. Ben più chiara è la situazione sociale se, invece di utilizzare un dato statistico-anagrafico, si interpreta la realtà sottostante attraverso le categorie di possessori di forza lavoro e di esercito industriale di riserva. Alle nuove misure di sfruttamento giovanile, introdotte dall’Alternanza Scuola-Lavoro (tirocini obbligatori, non retribuiti, presso enti pubblici e privati, che coinvolgono sia gli studenti dei licei che degli istituti tecnici) e dal fallimentare progetto di Garanzia-Giovani (all’interno del quale i tirocini e le altre prestazioni di lavoro andrebbero retribuite, ma ben che va si riducono a meri rimborsi spese) si affiancano le previsioni di Boeri sull’eventualità di andare in pensione a 75 anni (sempre che questa non rappresenti una strategia già in corso d’opera). La questione è abbastanza semplice: estendere quanto più possibile la vita lavorativa di una persona, sfruttarla (sì, ma a tutele crescenti) per estrarre fino all’ultima goccia di pluslavoro possibile, per finire al tanto meritato riposo. In pratica, potete morire per i ritmi produttivi massacranti, di fame, per mancanza di cure; a voi la scelta, basta che vi sbrighiate a farlo.

Movimento migratorio con l’estero

Rispetto al 2014 aumentano sia gli immigrati che gli emigrati ma con intensità decisamente diverse: mentre i flussi in entrata dall’estero registrano solamente lo 0,9% in più, le emigrazioni crescono di quasi 8 punti percentuali. Il saldo tra i flussi in entrata e in uscita è pari a 133 mila unità. Siamo di fronte a una emigrazione che veramente si può definire di “massa”: vanno via tutti, dai giovani agli anziani, dai lavoratori non qualificati a quelli qualificati, da chi va a studiare all’estero a chi scappa dalla disoccupazione. I dati confermano la tendenza ad abbandonare l’Italia, certamente non per scelta (eccetto qualche raro caso), quanto per necessità di trovare lavoro e/o condizioni di vita migliori. E difficilmente all’estero la fortuna aspetta a braccia aperte, visto che i giovani costretti ad emigrare si trovano, per la maggior parte, a fare lavori poco qualificati e spesso pagati al salario minimo. Ecco perché nonostante il movimento migratorio con l’estero mostri un saldo positivo, si registra contestualmente una flessione rispetto agli anni precedenti: anche il mito di “far fortuna altrove” (in confronto alla situazione desolante in Italia) inizia a vacillare?

Continua, invece, a consolidarsi il movimento migratorio interno, che vede una crescita degli spostamenti di popolazione dalle regioni del Mezzogiorno a quelle del Nord e del Centro. Le regioni meridionali stanno diventando il sud (Italia) del sud (Europa), fornitori di forza-lavoro a basso costo e territorio di risorse da mettere a valore al minor prezzo possibile.

2) STATO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA

Il rapporto è stato pubblicato alcune settimane fa dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca.

All’interno dei paesi dell’OCSE, l’Italia copre il 18° posto in classifica con il suo 1,27% del PIL investito in ricerca e sviluppo, al pari merito con la Spagna e lasciandosi dietro solo Russia, Turchia, Polonia e Grecia.

La media dell’UE a 15 è del 2,06%, ma anche se allarghiamo lo sguardo all’UE a 28, la media (1,92%) rimane sensibilmente maggiore del valore italiano.

Il solo Piemonte”, si legge nel Rapporto, “presenta quote di spesa in R&S prossime alle medie dei paesi UE e OCSE”. Quello stesso Piemonte dove all’Università e al Politecnico di Torino, tra gli atenei italiani in corsa per garantirsi un posto nella fascia di “Serie A”, si iscrivono ormai solo i ricchi. All’Unito, la popolazione studentesca rientrante nella fascia Isee tra 20 e 30 mila euro è diminuita del 15% in due anni: su 18 mila studenti, 2500 sono spariti dai radar. È la fascia più delicata, perché per un soffio non usufruisce delle borse di studio e degli sconti sulle tasse. Se prendiamo la soglia dei 35 mila euro, gli studenti mancanti sono quasi quattro mila. In cambio, la fascia d’Isee oltre 85 mila euro è passata da 19.417 studenti a 22.912. Una situazione forse meno marcata al Poli, ma anche qui tra aspiranti ingegneri e architetti la fascia più bassa è passata da 8.207 a 7.855 in un anno, la più alta da 5.526 a 7.213. Dati su cui in futuro bisognerà tornare, per comprendere le reali contraddizioni sempre più politiche che questi dati evidenziano, in un contesto in cui l’università di massa (e le caratteristiche delle mobilitazioni che ci ha abituato a conoscere) rappresenta uno scenario sempre più lontano.

I finanziamenti statali dedicati all’istruzione superiore sono diminuiti del 21% tra il 2008 e il 2014; nello stesso periodo è calata la quota di personale impiegato in R&S nel settore pubblico (e dell’istruzione superiore) ma è aumentata in parallelo in quello privato.

Il più grave tallone d’Achille è il progressivo definanziamento dei programmi destinati alla ricerca di base come PRIN e FIRB, il cui approccio è analogo agli europei FP7 e Horizon 2020 del pilastro Excellent Science. Il Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca (FAR) non è stato finanziato negli ultimi tre anni. Il Fondo Ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca (FOE) continua a calare dal 2011 mentre l’ultimo programma bandito, denominato SIR (Scientific Independence of young Researchers) risale al 2014.

Il FOE, “raggiunge un massimo nel 2011, per poi decrescere negli anni successivi”. Per l’anno 2015, la somma è 1666 miliardi di euro compressivi.

In questa situazione l’ultima spiaggia rimane l’accesso ai finanziamenti europei. Sul fronte di Horizon 2020, appena cominciato, l’Italia, riporta il Rapporto, ha già avviato 5000 progetti, cui se ne devono aggiungere altri 1700 già approvati ma non ancora partiti, su un totale di 180 000 progetti finanziati da Bruxelles. I fondi derivanti da Horizon 2020 per l’Italia nel 2014 (dati Eurostat) sono pari a 456, 4 milioni di euro. Ma, nonostante il buon risultato, si tratta comunque di meno di quanto porti a casa la Spagna (570 milioni), la Danimarca (773 milioni) e poco di più dell’Estonia (415 milioni), solo per citare qualche esempio.

Segnala il Rapporto ANVUR, infatti, che nonostante il tasso di successo sia pari al 10,6%, questi sia “significativamente inferiore rispetto ad altri importanti Paesi europei”. In linea con i Paesi UE, invece, il tasso di partecipazione alle proposte: 12,7%. Il ritorno economico che ne risulta è di “0,66 centesimi (0,71 teorico) per ogni euro investito dall’Italia nel programma quadro”. Ovvero, riusciamo a riportare a casa meno della quota di finanziamento del fondo europeo che il Paese trasferisce in Europa.

Secondo il Rapporto ANVUR, il “divario maggiore si registra nel programma ERC del pilastro Excellent Science, dove la percentuale di progetti basati in Italia (in termini di finanziamenti) si ferma al 5% e il tasso di successo italiano è minore della metà di quello complessivo”.

“La percentuale di iscritti ai corsi di dottorato provenienti da altri atenei o dall’estero, pur in lieve aumento, rimane insoddisfacente”. C’è poco da aggiungere a questo commento degli autori del Rapporto.

Per chiudere, segnaliamo un elemento che ci pare fondamentale per intuire le tendenze che si profilano di fronte a noi, e per riuscire ad agire tempestivamente entro di esse. Ovvero: i dati disaggregati sono piuttosto diversi tra le diverse aree della penisola.

Questo a conferma di uno scenario in cui, come visto per il caso del Piemonte, un generale disinvestimento nel sistema formativo non escluda la creazione di poli d’eccellenza, rivolti ai pochi destinati ad andare a competere per un posto nella classe dirigente transnazionale di domani. Questa osservazione, insieme a quella estrinsecabile dalla lettura dei dati ISTAT secondo cui alle nostre latitudini nonostante la generale incapacità da parte del capitale in crisi di sfruttare al meglio le forze produttive si assista comunque a un allungamento dell’età lavorativa, ci sembra condensi i nodi politici più interessanti di cui tenere conto per la programmazione dell’attività a venire.

Assemblea pubblica sull’innovazione tecnologica al Politecnico

Giovedì 9 giugno ore 17 Politecnico (Corso Duca degli Abruzzi 24, Torino) aula 13A

Dopo le iniziative dei mesi scorsi con Juan Carlos De Martin, Carlo Formenti e Francesco Piccioni, la campagna Noi Restiamo lancia una ASSEMBLEA PUBBLICA sull’innovazione tecnologica e i suoi effetti sulle dinamiche sociali e produttive

Quali effetti produce l’innovazione tecnologica sui paradigmi produttivi? Se sempre più lavoratrici e lavoratori vengono sostituiti da macchine, chi comprerà le merci prodotte?E ancora: dobbiamo aspettarci un aumento delle già enormi diseguaglianze? A chi andranno i benefici del controllo sulle nuove tecnologie?

Proseguiamo il percorso al Politecnico dopo le due iniziative dei mesi scorsi

Tecnologia e società: Noi Restiamo entra al Politecnico di Torino.


http://contropiano.org/news/scienza-news/2016/05/14/bit-sharing-economy-attacco-lavoratori-079118

Sharing economy e impatto sociale dell’innovazione tecnologica

Sabotare le Ruspe, puntare alla Fortezza

Alla fine piazza Verdi vietata a Salvini. Mentre la sua presenza in città rimane comunque confermata, e l’attenzione resta giustamente alta, vale la pena sottolineare che non è stata certamente il senso civile di cui si fa ipocrita custode il sindaco Merola a impedire questa comparsata dal sapore provocatorio e fascista. Questo divieto è piuttosto la risultante dei meccanismi di una sfida sul piano esclusivamente elettorale tra forze politiche che si giocano però la gestione del medesimo progetto. Una volta tanto la compattezza di diverse realtà cittadine ha saputo giocare un ruolo intelligente nell’approfittare della possibilità di inserirsi in questo ingranaggio per sabotarlo. Un precedente da valorizzare.

 

Ora e in futuro l’occasione è quella buona perché a questo ingranaggio venga tolto il velo che lo nasconde. Innanzitutto allora ci tocca provare a comunicare alla città a che gioco stanno giocando il PD e la Lega. Le ruspe che nei giorni scorsi hanno sgomberato il campo profughi di Idomeni ci danno spunto per avvicinarci a questa sera e alla giornata di domani con qualche interrogativo a Salvini, l’eurofascista in linea con gli eurocrati.

Salvini, tu che proponi le ruspe per sgomberare i campi nomadi, non hai provato un po’ di imbarazzo quando il tuo antieuropeismo è stato messo in discussione dalle scelte repressive con cui il confine greco-macedone è stato difeso proprio seguendo il tuo consiglio, proprio in base alle politiche migratorie dell’Unione Europea? Per non parlare di Ventimiglia, di Lampedusa, del Brennero, … Luoghi in cui ruspe di qualsiasi tipo sono chiamate a difendere la Fortezza a prescindere dallo sbiadito colore politico di chi siede ad amministrare.

Salvini, tu che proponi di “aiutarli a casa loro”, non hai provato un po’ di pudore quando il tuo antirenzismo è stato messo alla berlina dall’accordo UE-Turchia tanto voluto dallo stesso premier, il quale oggi pensa di estenderlo proponendo il Migration Compact ai paesi della sponda meridionale del Mediterraneo?

Salvini, tu che a Bologna ti ritrovi candidati che fanno campagna elettorale promuovendo corpi punitivi fascisti a difesa della proprietà privata contro alcune delle più significative esperienze di lotta sociale quali le occupazioni abitative, non ti sembra che Merola, Questura e Prefettura già diano corpo a quelli che erano i vostri sogni più incoffessati quando da anni agitano sempre più forte il manganello di centinaia di celerini contro chi difende il tetto sopra la propria testa?

Salvini, tu che anche a Bologna vuoi una sicurezza fatta di strade vuote per i più e bar fighetti aperti per pochi, non ti è parso di perdere argomenti elettorali quando un’ordinanza amministrativa ha recentemente deciso che quest’estate il centro storico cittadino non può essere attraversato da giovani e meno giovani, e dai loro ritmi vitali, gli stessi che forse stanno animando troppo anche la Bolognina?

Salvini, tu che difendi il senso d’identità e la competizione al ribasso, non sei stato galvanizzato dalla proposta del Rettore Ubertini di costruire le Giornate dell’Identità dell’Unibo, ateneo in lizza per garantirsi i pochi fondi pubblici rimasti e suscitare gli ulteriori appetiti dei privati?

Salvini, tu che ti lamenti che non ti sia stata concessa Piazza Verdi, ti rode un po’ il fegato a vedere come la caratura elettorale di questa decisione sia ben rappresentata dalle scelte di chi a metà aprile non aveva invece avuto remore a provocare gli studenti e le studentesse disponendo una decina di camionette a presidiare il Teatro Comunale in cui si celebrava lo show di Oscar Farinetti mentre fuori in tantissimi portavamo avanti un’assemblea pubblica attraversata da diverse anime?

Queste e tante altre domande vorremmo porre a Salvini. O forse no.

Forse in realtà, non abbiamo remore a rivendicarcelo, con Salvini non vogliamo parlare. Con il suo ordine del discorso non abbiamo nulla da spartire, e chi esasperasse oltre misura il confronto/scontro con la sua personale figura perderebbe l’occasione per mettere in moto meccanismi più interessanti. Contestarlo sì, per indicare però alla città la sua pochezza, la sua inutilità, la sua stretta continuità con le politiche dell’amministrazione uscente.

Forse piuttosto le precedenti domande dovremmo porle agli europeisti convinti. A quelli che di fronte alle dichiarazioni roboanti dei fascioleghisti hanno uno sussulto di dignità che li spinge a provare un giusto ribrezzo, ma rimangono immancabilmente privi di ogni senso critico quando la realtà passa dalle suggestioni dei reazionari ai fatti concreti portati avanti dall’eurocrazia. A quegli altri che, in un modo o nell’altro, cercano e continuano a cercare la legittimazione di un sistema di potere che a parole osteggiano, ma che di fatto rimane l’unico orizzonte di riferimento del proprio agire, senza averne forse compreso la mutazione neoliberale definitivamente impressa dall’alto dai Trattati e dai vertici europei. Quel cambio di passo che da non pochi anni impedisce di trovare con le forze al comando alcuna possibile mediazione sociale o politica quando non vi sia uno scenario di rottura a sorreggere tale ipotesi.

Le più interessanti esperienze lungo la penisola, e non solo, ci insegnano che questi scenari sono possibili solo qualora si provi a coordinare il fermento che anima il comune sentire delle periferie. Ma il tentativo di ricomporre faticosamente il blocco sociale, pur nella pluralità delle sue voci, sta riuscendo in quelle metropoli in cui alle condizioni oggettive è coincisa la volontà politica di coordinarsi tra esperienze e realtà territoriali differenti. Perché poi questo fermento si sedimenti e si trasformi in progetto politico capace di sovvertire l’esistente è necessario proporre una visione degli eventi nella cornice complessiva che il nemico di classe rende sempre più chiara, e dalla cui lettura critica possono essere interessati quei soggetti sociali che pur non partendo da un assunto ideologico condiviso possono tuttavia trovare nella rottura della gabbia l’unica soluzione reale per liberarsi da catene sempre più strette.

Oggi come in futuro, nella contestazione contro le passerelle di Salvini, Borgonzoni e della loro cricca, riscontriamo dunque la necessità di andare oltre l’orgoglio antirazzista contro personaggi tanto deplorevoli, la possibilità addirittura di estendere il portato delle nostre quotidiane rivendicazioni parziali fino a farne lente a disposizione di quella consistente fetta di città che già adesso ha tutto da perdere sia dal PD sia dalla Lega. A partire proprio dalla componente giovanile, mostrandole ad esempio il concentrato di retorica leghista presente nell’accordo sulla formazione siglato nelle scorse settimane tra Italia e Germania, in occasione del quale il ministro Giannini ha condito l’invito a competere per un posto nella classe dirigente internazionale con l’amara constatazione secondo cui il calo demografico continentale necessita dello sfruttamento della forza lavoro migrante. La stessa che contemporaneamente il suo Governo rigetta in mare o stiva in moderni campi di concentramento. La stessa che percepisce con ancora più crudezza la precarietà e l’attacco al lavoro che questo Governo sta attuando. In piena sintonia con il Carroccio, che da sempre promuove barriere ai confini per indebolire e rendere ricattabile la permanenza di utili braccia per le aziende domestiche. Che oggi queste stiano venendo scalzate definitivamente dalle multinazionali e dal capitale nordeuropeo pone le basi per le uniche reali differenze nell’agenda politica di PD e Lega. Tutto il resto è fumo negli occhi.

Questo è lo sforzo comune cui le forze conflittuali sono sempre più chiamate in tempi in cui la rappresentanza degli interessi popolari non è più praticata da alcun soggetto politico capace di concentrare su di sé, pur magari tra mille limiti e difetti, le aspettative del blocco sociale cui vogliamo dare voce. Queste sono occasioni per iniziare un percorso di dialogo tra quelle realtà con le caratteristiche adeguate a riempire un vuoto politico che, alla lunga, sta venendo sempre più colmato proprio dall’utile opposizione dei fascioleghisti, le cui eclatanti sparate servono a bilanciare la vicinanza che (non per loro volontà) sempre più li accomuna al Partito della Nazione. A noi il compito di mostrare quella vicinanza, a noi il dovere almeno di provarci, non potendo delegare questo tentativo ad accrocchi elettorali di breve respiro. Come a Napoli, come a Roma, con le dovute differenze ma cogliendo le analogie che ci chiamano al confronto. Gli anni ’90 sono passati da un pezzo, e anche gli zero sono ormai lontani. Notarlo non è sufficiente, tentiamo di dotare la carica antagonista degli strumenti necessari per tenere testa all’incedere della storia.

 

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