Il progetto Erasmus compie 30 anni, ma che fine fanno i trentenni oggi?

Siamo nati tra gli anni ‘80 e gli anni ’90.

Alla nostra generazione è stato fatto un regalo -così almeno ci dicono: un’idea, un ideale, un’opportunità che come un fratello maggiore inizia a camminare con noi, a formarsi con noi, a capire il mondo con noi. Un fratello grande da cui imparare, a cui rivolgersi nel momento del bisogno e delle scelte. Il fratello Erasmus.

Qualcosa però è andato storto, o chissà non è mai stato come ci hanno raccontato. Il fratello buono forse è solo un venditore d’aria. Ci ha truffato tutti e vorrebbe continuare a farlo.

Ora però siamo diventati grandi e non ci facciamo più fregare.

La generazione Erasmus tanto millantata nelle aule universitarie, nelle conferenze governative, nei discorsi dei Magnifici Rettori italiani ed europei, si rompe nello scontro col piano del reale. Perché se abbiamo tutti in famiglia almeno un giovane universitario che chiede la borsa di studio per il progetto di mobilità europeo, abbiamo anche troppi esempi di genitori che perdono il lavoro, fratelli costretti a lavorare in nero o a voucher, sorelle obbligate a firmare dimissioni in bianco, o contratti a chiamata, senza diritti o con pochi diritti e comunque non lamentarti perché almeno hai un lavoro. Quindi o ti lasci sfruttare o vai via dall’Italia o ti ammazzi. Semplice e lineare.

Oppure, e questo è il punto, credi in te stesso, ti laurei prima degli altri, con voti più alti degli altri, contatti prima degli altri più professori, mandi curriculum come tutti gli altri e come gli altri speri di fregarli tutti, li lasci indietro, gli altri, perché tu sei migliore e ce la puoi fare e se poi ce la fai sarà perché tu non sei come gli altri, sei migliore degli altri, più adattabile, più creativo, più avanguardista, più unico degli altri. E ce l’hai fatta. Non te ne sei reso conto, ma hai vinto la tua guerra tra poveri.

Ora che però siamo diventati grandi abbiamo qualche argomento da contrapporre -non al progetto Erasmus in sé, ma contro il sistemaErasmus.

Primo punto: in un contesto di crisi generale, che vede un’intera generazione penalizzata da precarietà diffusa, incertezza esistenziale e massacro sociale, l’accesso all’università risulta sempre più difficile -negli ultimi dieci anni si registra un calo di 66.000 iscritti- provocando una dequalificazione complessiva del lavoro in Italia.

Secondo punto: la mobilità dello studente e del lavoratore non può voler dire mobilità imposta. Sembra quasi che vi sia “un’educazione al movimento”, al potersi e doversi muovere all’interno di confini non più strettamente nazionali: un adattamento del singolo funzionale allo studio e poi, ovvio, al mercato del lavoro. Ci spieghiamo meglio: scegliere di fare un soggiorno all’estero per fare esperienza o coltivare le passioni(anche professionali, ovvio) è ben diverso dall’essere costretti a emigrare in cerca di un lavoro, perché qui di opportunità non ce n’è, perché qui c’è solo sfruttamento, briciole e poco più. Non c’è da stupirsi quindi se il fenomeno dell’emigrazione forzata dei giovani verso lidi più felici abbia assunto dimensioni preoccupanti, e non possa più mascherarsi dietro alla favola dell’emigrazione temporanea per volontà.

Terzo punto: lo 0,4% dei giovani italiani partecipa ogni anno all’ormai consolidato programma Erasmus; la disoccupazione giovanile supera il 40%. Con queste cifre non serve dire altro.

Se Erasmus è il nome della nostra generazione nei telegiornali, Working Poor è il nome che troverete nella realtà. Buon compleanno progetto Erasmus, noi però ancora non sappiamo che pesci pigliare (dopo aver fatto l’Erasmus, ovvio).

Zamboni 36: un cortocircuito ad alta tensione

Come abbiamo evidenziato nelle assemblee di queste settimane di fermento in Università, la mobilitazione scaturita da un apparente problema minore ha assunto da subito una valenza generale, nella quale si sono incanalate la rabbia e la frustrazione di una generazione che forse non ha risposte, ma che comincia a porsi delle domande.
Adesso crediamo sia fondamentale sapersi assumere, come movimento, la responsabilità di collocare politicamente il significato simbolico dei tornelli all’interno di un processo generale di ristrutturazione che sta vivendo l’Università – in Italia come in Europa – e comprendere a quale logica corrisponda questo becero tentativo di normalizzazione degli spazi, individuare responsabili e nemici, sapersi dare nuovi obbiettivi.
In poche parole dobbiamo essere capaci non solo di vincere la lotta per un 36 libero, ma anche di passare noi all’attacco.

Considerando la situazione di alcune settimane fa, può sembrare incredibile che l’installazione dei tornelli al fine di controllare l’accesso alla biblioteca del 36, ed il successivo ingresso della celere in università, abbiano dato vita ad un movimento la cui estensione e partecipazione non si vedevano, in ambito universitario, dai tempi dell’Onda.

Tuttavia, per comprendere pienamente la funzione della limitazione all’accesso alla biblioteca, e la determinata risposta di una parte rilevante della comunità studentesca, è necessario comprendere la portata simbolica del tornello.

I tornelli, infatti, non hanno solo a che vedere con l’accesso alla biblioteca, ma rappresentano una determinata concezione dell’università e, di conseguenza, dello studente, del momento formativo e dell’immaginario ad esso collegato.

Il tornello non è solo un dispositivo securitario di controllo, che permette di monitorare l’ingresso alla biblioteca, identificando chi vi accede. Il tornello funge da barriera, quale strumento di separazione di un mondo, quello accademico, dal contesto in cui questo è collocato, ossia piazza verdi, da sempre luogo di incontro, socialità, produzione culturale: il tornello interrompe la commistione e la connessione del mondo universitario e dei suoi soggetti con il tessuto urbano, i suoi problemi e le sue lotte.

Oltre all’aspetto securitario, l’installazione del tornello (per di più in un luogo anomalo quale il 36) ridefinisce l’idea di biblioteca, delle attività che vi si svolgono e dei suoi frequentatori.

I tornelli all’entrata si contrappongono all’idea di biblioteca quale luogo di studio e apprendimento di un sapere critico che permette di interrogare il presente e comprenderne le dinamiche, quale luogo di incontro, di confronto, di socialità, di condivisione dei saperi non solo tra studenti, ma anche con soggetti esterni. I tornelli si contrappongono ad un’università aperta, che grazie alla connessione con il tessuto sociale è (stata) una straordinaria fucina di sapere critico, di pensiero alternativo che stravolge gli schemi precostituiti e cerca di fornire interpretazioni approfondite del reale; un’università che, proprio perché concentrata sull’analisi delle dinamiche del presente, può e deve essere attraversata anche da chi non vi sia iscritto.

Il tornello invece, simbolo di un contesto assiologico produttivista, elitario ed escludente, rappresenta e rafforza un’idea diametralmente opposta: l’università come luogo in cui apprendere nozioni utili solamente al fine di trovare un lavoro, la biblioteca quale luogo di studio nozionistico, dove i contatti con gli altri studenti si trasformano in rapporti tra colleghi e dove l’obiettivo diviene solamente il superamento dell’esame con il migliore voto possibile, poiché il momento della valutazione svolge un ruolo determinante nella procedura di selezione di coloro che saranno i più competenti ed appetibili sul mercato. Secondo tale prospettiva, se ciò che viene insegnato e studiato sono solo nozioni spendibili nel contesto lavorativo, la cui acquisizione è certificata dal conseguimento della laurea o di un master, nessun esterno può avere interesse a frequentare una lezione od una conferenza.

Il tornello rappresenta un’università asettica e funzionale alle esigenze delle imprese, del tutto chiusa rispetto al contesto sociale circostante, estranea alle dinamiche dei territori.

Il tornello impone la privatizzazione di uno spazio, prima pubblico e libero, ed ora accessibile solamente per chi abbia uno scopo funzionale.

Ancora, il tornello raffigura l’esclusività dell’accesso alla biblioteca e, di conseguenza, alla conoscenza, che viene riservato solamente a coloro che possono pagare un’esosa retta annuale. Da questo punto di vista, il tornello funge quale barriera tra coloro che hanno i mezzi per accedere alla formazione universitaria e coloro che invece non li hanno: il tornello riproduce la barriera di classe che separa coloro che possono ambire ad una possibilità in un mondo dove domina la logica concorrenziale e coloro che, invece, hanno già perso in partenza. Vi è una saldatura metaforica tra il tornello ed altre barriere – non fisiche, ma economiche e, quindi, di classe – quali l’introduzione del numero chiuso per svariati corsi universitari, o l’aumento esponenziale delle rette.

Questa concezione dell’università e della conoscenza comportano altresì una determinata visione dello studente. Lo studente non è più soggetto attivo che partecipa ad uno scambio costante con coloro con cui interagisce, inserito in un contesto sociale plurale e diversificato, ma è soggetto passivo, che consuma un determinato prodotto (la formazione universitaria) funzionale al successo nella competizione del mondo del lavoro. Lo studente diventa consumatore, la formazione e la conoscenza non attengono più alla sfera dei bisogni e dei diritti, ma sono considerate come servizi.

Tramite la ricezione acritica dei contenuti che gli vengono proposti, lo studente deve interiorizzarne la logica ed accettare con entusiasmo un mondo che gli viene presentato come il migliore di quelli possibili. Lo studente diviene soggetto plasmato e funzionalizzato rispetto alla razionalità neoliberale, abituato a pensare nei termini imprenditoriali di costi e benefici, mosso dal criterio valutativo dell’utile. Questa concezione dell’università, del soggetto che la frequenta e dei saperi che essa produce è volta a disciplinare e funzionalizzare la conoscenza rispetto alle esigenze imprenditoriali.

Tale progettualità si rafforza tramite la narrazione di un futuro pieno di possibilità da cogliere per i meritevoli che sappiano mettersi in gioco in un mondo pieno di sfide e che sappiano realizzarsi nel perseguimento di obiettivi eteroimposti, ma perfettamente interiorizzati. La biblioteca sbarrata da un tornello trasforma il momento dello studio, imponendo una concezione produttivista, secondo la quale occorre dare tutte le proprie energie al fine di primeggiare al momento dell’esame: sin dal momento della formazione lo studente viene abituato all’accettazione acritica del presente, della sua naturalità ontologica e della logica dei sacrifici necessari al successo, faro dell’universo desiderante e simbolo di realizzazione personale.

È per questi motivi che il tornello non è soltanto una noiosa porta da aprire con un tesserino, ma porta con sé una visione dell’accademia e dei soggetti che la frequentano fondamentali per il progetto di ristrutturazione neoliberale ed al quale occorre opporsi con ogni mezzo, portando un’analisi, una visione ed una progettualità politiche che siano all’altezza della sfida.

I tornelli vanno divelti, ma è altresì necessario combattere frontalmente l’universo che due porte di vetro si portano dietro: è il mondo che essi rappresentano che va abbattuto dalle fondamenta, e con esso anche la concezione dell’università e dello studente che gli sono proprie.

Contro ogni revisionismo fascista, solidarietà ad Alessandra Kersevan

Alla vigilia del 10 febbraio, presso la Camera dei Deputati, la storica Alessandra Kersevan ha presentato una lettera aperta al Ministro dell’Istruzione, firmata peraltro da decine di storici e docenti, sulla strumentalizzazione del Giorno del Ricordo e sull’attribuzione di medaglie alle vittime. Dal 2004 questi riconoscimenti, si legge nella lettera, sono stati attribuiti in larga misura ad appartenenti alle forze armate italiane dell’epoca, oltre che direttamente a personalità fasciste: non si è quindi solo attribuita un’onorificenza postuma ai responsabili diretti dell’invasione della Jugoslavia, ma tra l’altro si è contraddetto in un corto circuito storico-logico la narrazione tossica che è stata propagandata in questi anni dei civili italiani vittime dei feroci partigiani jugoslavi. Per avere cercato di riportare questo dato di realtà di fronte al governo, e per la richiesta di tenere iniziative scolastiche che uscissero dalla retorica autoassolutoria vittimista, cercando piuttosto un reale dibattito storico su quella che fu l’invasione della Jugoslavia, Kersevan è stata duramente attaccata da tutti quei quotidiani che sguazzano nelle connivenze con la storia e l’attualità fascista, fino a un’interrogazione alla regione friulana da parte di Forza Italia, volta proprio a colpire il percorso di ricerca di Kersevan attraverso un attacco alla sua casa editrice.

Siamo sempre stati particolarmente sensibili al tema del revisionismo storico e dell’evidente regalo che il 10 febbraio è stato per tutti i neo-fascisti, ma soprattutto alla connivenza delle istituzioni che hanno altresì tentato di silenziare in ogni modo qualunque ricostruzione comprensiva del quadro storico. Ci ricordiamo bene di quel che avvenne due anni fa a Bologna, quando l’Unibo tentò di bloccare la nostra iniziativa “E allora le foibe? Revisionismo di Stato e bombardamento mediatico” alla presenza del professor Angelo D’Orsi e di Claudia Cernigoi (fra i firmatari della lettera del 10 febbraio), considerati “storici di parte”.

Per questo vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà ad Alessandra Kersevan e al suo lavoro per la cultura e la storia friulana. Sempre dalla stessa parte ci troverete.

 

Di seguito il link con il testo della lettera e i nomi dei firmatari:

LETTERA APERTA AL MIUR ALLA VIGILIA DEL 10 FEBBRAIO “GIORNO DEL RICORDO”

Alla farsa di Ubertini e Merola hanno risposto migliaia di studenti

Oggi alle 17 corteo cittadino a partire da piazza Verdi, martedì nuova grande assemblea studentesca

In tantissimi ieri hanno risposto alla violenza poliziesca permessa dal rettore Ubertini e legittimata da Merola. In meno di 24 ore si sono mobilitati tantissimi studenti a rappresentare tutti coloro che non ammettono la possibilità di assistere allo scempio della celere che entra in una biblioteca devastandola, a dire che uno spazio aperto dagli studenti per la libera fruizione di tutti non può e non deve essere chiuso con il manganello e con l’avvallo del rettore. Quell’Ubertini che nei mesi scorsi diceva “la revisione dello Statuto d’Ateneo sarà un momento di partecipazione collettiva”, e lo Statuto l’hanno revisionato in una manciata di professori. Ubertini, un rettore ben consapevole dell’enorme valore simbolico e politico di cui sono cariche le sue scelte degli ultimi giorni, e comprendendone l’intento di accelerare i processi di normalizzazione, selezione, esclusione e controllo in tanti siamo scesi in piazza per dimostrare che non siamo disposti a ingoiarci tutto. A dispetto di qualcuno pronto a bersi un nuovo sorso della loro velenosa narrazione (e in merito a questi seguaci dell’ “impiegato modello” dell’Ariston abbiamo già scritto altrove), il corpo studentesco che vive e attraversa gli spazi di via Zamboni ha dimostrato a Merola e rettore di volersi attivare per rispedire l’attacco al mittente, come aveva già chiarito con la grande partecipazione alle tante assemblee delle scorse settimane, le tantissime firme raccolte, fino alla caparbietà con cui è sceso in piazza negli ultimi giorni, ingrossando sempre più le sua fila.

Ora questa preziosa sinergia di menti e corpi si è messa a disposizione della comunità cittadina rilanciando un corteo per oggi pomeriggio. Sono stati chiamati a raccolta coloro che negli ultimi anni a Bologna hanno conosciuto sulla propria pelle il significato della gestione poliziesca dei problemi sociali, i lavoratori senza diritti pestati ai presidi, gli sfrattati e i senza casa sgomberati con forza, coloro che si stanno organizzando contro l’ulteriore gentrificazione di un quartiere popolare come la Bolognina. Scenderà in piazza chi sa bene cosa potranno fare Merola e il PD con le nuove disposizioni ministeriali volte a creare la figura del “sindaco sceriffo”, come se già non bastasse essere amministrati da sindaci che realizzano di fatto le politiche della Lega, una realtà che nessun costosissimo staff di comunicazione può celare neppure mettendo in bocca al sindaco improbabili citazioni di Marx con cui ammaliarsi un vecchio elettorato di sinistra fiacco e confuso.

Ci si dà subito un nuovo appuntamento d’incontro anche dentro l’Università: l’assemblea di martedì 14 alle 18 in via Zamboni 38 sarà l’occasione buona perché la consapevolezza collettiva di questa lotta particolare possa fare un passo avanti, perché il dispositivo securitario contro cui tutto è partito possa essere inserito in una cornice più generale che ci permetta di delineare i caratteri dell’attuale strategia di sviluppo di questo ateneo, sempre più elitario e proiettato nella competizione tra poli dell’Alta Formazione.

Per affrontare insieme questi momenti vogliamo al più presto Sara e Orlando tra noi!

Chi sono i nostri nemici

Uno spettro si aggira per Bologna: lo spettro dell’indifferenza. E della guerra tra poveri.

Gli studenti sono per definizione quei soggetti sociali che si nutrono di sapere, formandosi una coscienza critica, capace di spingere più in avanti la società. Si deduce quindi che abbiano cervelli attivi, lucidi, reattivi agli input esterni, e che abbiano la capacità di prendere posizione rispetto al mondo che li circonda. Il mondo vero, attenzione, non il loro piccolo orticello.

Persino per Wikipedia “gli studenti si sono spesso distinti nella storia sociale mondiale come un corpo unico dotato di caratteristiche specifiche in grado di condizionare la società”. Di condizionare, attenzione, non di farsi condizionare.

E invece uno spettro si aggira per Bologna: lo spettro dell’indifferenza. Perché a fronte di centinaia di studenti e studentesse che in queste lunghe settimane hanno animato la lotta contro i “tornelli” del 36, ovvero contro un controllo fisico degli accessi a una biblioteca pubblica, in tanti oggi stanno prendendo parola -da facebook… mica in faccia, scherziamo?- contro il disturbo della quiete pubblica, la rottura della serena quotidianità, lo sfacelo dei tavolini ribaltati in piazza Verdi. Perché bisogna studiare, bisogna andare a lezione, bisogna dare gli esami.

Bisogna prepararsi a vincere quella lotta di tutti contro tutti per un posto degno nella società, ché se i posti al sole sono sempre meno non c’è da chiedersi il perché ma correre ad accaparrarsi l’ultimo disponibile. Se la guerra tra poveri fomentata dalle destre (mica solo Salvini e fascisti vari, perché ci pare che gli ultimi governi macellai siano targati PD..) non è più indicazione strategica per lo sviluppo made in FMI e UE, ma è ormai la realtà del paese, non si può perdere tempo a capire perché gli accessi controllati nelle biblioteche, perché i numeri chiusi nelle facoltà, perché le pochissime borse di studio nei dottorati. L’indifferenza non porta una persona ad avvicinarsi agli altri nelle tue stesse condizioni, ma solo a considerarli avversari. E non puoi lasciarti sorpassare dai tuoi avversari nella corsa al posto di lavoro. Gli avversari bisogna bruciarli in partenza, bisogna distanziarli nell’accumulo dei CFU, bisogna eliminarli nella corsa contro il tempo che è la formazione. Questo bisogna fare agli avversari.

E i nemici? Dove sono i nemici in questo mondo tutto plasmato a meritocrazia e “vincismo”? Chi è che ci sta mettendo il cappio al collo, imponendoci false alternative: vuoi emigrare, essere sfruttato o morire? Cosa abbiamo da dire sui nemici degli studenti, dei lavoratori, dei precari, dei migranti, dei disoccupati? Cosa abbiamo da dire sui nemici delle classi popolari e di quelle ormai ex classi medie che tali non sono più? Cosa abbiamo da dire su chi impone politiche d’austerità che non sono solo brutti titoli sui giornali ma hanno ricadute pratiche sulla vita di ogni giorno, di tutti noi, mietono vittime ogni giorno, tra tutti noi, e cui qualcuno tenta di resistere non piegando la testa ma lottando e -anche- rimuovendo tornelli, occupando biblioteche e resistendo alla polizia?

Su questi nemici noi abbiamo da dire tanto. E hanno da dire tanto anche le centinaia che in queste settimane hanno animato la lotta e la resistenza del 36.

E se voi, piccoli animali da tastiera, con le vostre dita rapide a scrivere commenti e con le vostre gambe lente ad alzarsi per andare in piazza,non avete nulla da dire a riguardo, o siete solo le ennesime vittime della guerra tra poveri o fate parte di quell’uno per mille che ce la sta facendo e avete deciso di essere nemici anche voi. In caso contrario potete ancora riscattarvi. Venite con noi.

A Bologna vogliono eliminare il dissenso

Quanto accaduto ieri nella zona universitaria, dentro e fuori la biblioteca di discipline umanistiche di via Zamboni 36 è vergognoso ed ingiustificabile: la celere che entra nella biblioteca a manganelli spianati e sgombera con la violenza chi stava studiando, per poi caricare selvaggiamente e a più riprese  gli studenti al di fuori della biblioteca e nell’adiacente piazza Verdi, evoca inquietanti scenari repressivi, sempre più tristemente all’ordine del giorno non solo in questa città.

La determinazione con cui decine di studenti e studentesse  hanno portato avanti la legittima e giusta battaglia  contro i tornelli montati ad inizio anno in quella biblioteca, ha evidentemente fatto saltare i nervi ad Ubertini , il quale, nel perfetto stile che contraddistingue le élites di questa città, mal sopporta chi non la pensa come lui o (addirittura!) si permette di criticare ed osteggiare le sue decisioni.

E’ infatti ormai evidente come le istituzioni di questa città (Comune, Prefettura, Questura e Università) siano totalmente conniventi e corresponsabili di un progetto teso, da un lato, a privatizzare spazi e servizi, rendendo Bologna sempre più una “città vetrina” frequentabile solo dai privilegiati che possono permetterselo e, dall’altro, a criminalizzare e reprimere chiunque non si conformi a questo paradigma.

Ebbene, noi stiamo, orgogliosamente,  tra coloro che non staranno inerti davanti allo scempio che le istituzioni cittadine stanno facendo dei  nostri diritti più elementari, pertanto continuiamo questo percorso di lotta insieme a tutti e tutte coloro che in queste settimane l’hanno reso vivo.

 

Rilanciamo dunque il corteo di questo pomeriggio alle 16 in piazza Verdi, scendiamo in piazza tutte e tutti per respingere la vile ed irrazionale provocazione che Ubertini ha portato all’intero corpo studentesco e a tutta la città.

Schiavi o morti: non è un’alternativa accettabile

“Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare.”
(E. Sanguineti, Genova, gennaio 2007)

 

Un’accusa di alto tradimento. Si conclude così la lettera di Michele, suicida a 30 anni perché sconfitto da questo mondo, una morte che ci sentiamo tremare nelle vene perché quello che dice Michele lo sappiamo tutti, lo viviamo tutti.

In questo momento tutti noi siamo una generazione sconfitta, non certo dai nostri genitori che si sono fatti il mazzo per farci studiare sognando per noi una vita degna, ma sconfitti da un sistema che ingoia le persone soltanto quando gli è utile sfruttarle, per sputarle fuori quando non ne ha più bisogno.

Siamo una generazione cuscinetto, una generazione sacrificata alle riforme strutturali, ai vincoli di bilancio, alla flessibilità del lavoro e agli altri marchingegni studiati con perizia scientifica dagli architetti di questa gabbia, dai potenti banchieri centrali fino ai Poletti piccoli piccoli.

Una generazione abbandonata nel nome del profitto, perché se possiamo essere licenziati da un giorno all’altro è per salvare le aziende, se dobbiamo lavorare per campare a meno di mille euro al mese è per salvare i profitti delle aziende, se dobbiamo morire sui luoghi di lavoro è per salvare la produzione delle aziende.

Lo sappiamo bene: dietro alla retorica e gli articoli dei giornali sulla meritocrazia, sui giovani imprenditori di sé stessi, sulle start-up, si nasconde solo una competizione sfrenata verso il basso, a chi si offre al minor prezzo, a chi fa più ore di straordinario non pagato, a chi riesce ad accettare tutto senza dire niente.

La discrepanza percepita tra le aspettative prodotte in anni di impegno, sacrificio e mancato riconoscimento del merito, non ha trovato un riscontro positivo nella realtà che, infarcita dell’ideologia della meritocrazia o e della realizzazione personale, oggi non regge più davanti alla materialità delle cose. L’ambizione di quei giovani che hanno ancora la possibilità, o fanno di tutto per averla, di formarsi e inseguire un’aspirazione personale si scontra con l’impoverimento generalizzato delle classi popolari e delle ormai ex classi medie, processo sempre più evidente mentre andiamo incontro alla riorganizzazione forzata del mondo del lavoro, che vede l’Italia paese destinato ai margini produttivi dell’Unione Europea.

Siamo una generazione che vive con l’ansia e gli attacchi di panico. Avrò un lavoro domani? Riuscirò a pagare le bollette? Dovrò tornare a casa dei miei genitori e sembrare un fallito? Cosa farò fra 10 anni, fra un anno, fra un mese? Non c’è nessuna risposta a questo, almeno nessuna risposta solitaria, individuale, perché chiunque non accetti questo sistema e provi da solo a resistere è destinato alla sconfitta.

È questo stesso sistema che produce quel meccanismo contorto che permea la società, in ogni suo ambito, dell’ideologia della “realizzazione” come un processo individuale. Il fallimento di questo traguardo produce una disillusione cosi esasperata da arrivare all’ipotesi più estrema. Per uscire da questa narrazione distruttiva va quindi compreso che, per fronteggiare l’attacco della classe dominante nei confronti delle classi subalterne, la risposta non può e non deve essere individuale ma collettiva.

Se le alternative che ci vengono presentate sono accettare, emigrare o soccombere, noi rifiutiamo questa proposta e imbracciamo le nostre armi: l’unità contro chi ci vuole divisi, la cooperazione contro chi ci vuole competitivi, l’agire collettivo contro chi ci vuole isolare, l’organizzazione contro chi ci vuole deboli.

Episodi come questi non possono che aumentare se non saremo in grado in maniera organizzata di imporre un’inversione di rotta, un’alternativa ad un sistema che ci vuole o schiavi o morti. Forse uno su mille ce la fa, e ce lo sbandiereranno su tutte le prime pagine come l’esempio da seguire, con l’implicita conseguenza che se non ce la fai la colpa è solo tua, ma siamo altre 999 bocche braccia cuori che non vogliono più essere carne da macello.

In molti siamo nella stessa condizione, ora bisogna restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano. E non si fanno problemi ad ucciderci.