4 giorni internazionalisti

Da domani quattro giorni di internazionalismo di Noi Restiamo a Ginevra, Zurigo e Parigi, per partecipare insieme a tanti altri compagni a diverse discussioni sulle univerisità nell’Unione Europea, e presentare anche la rivista del Forum To Fight.

Restate connessi per gli aggiornamenti!

Domani giovedì a Ginevra insieme ai compagni del CUAE per discutere cosa sta succedendo nelle università europee.
https://www.facebook.com/events/422888074774764/

Venerdì a Zurigo per la Lange Nacht der Kritik Zürich, per una giornata di dibattiti e confronto in opposizione alla giornata “per la carriera” dell’Università (il corrispettivo del nostro career-day che abbiamo sempre contestato)
https://www.facebook.com/events/1575216609195986/

Sabato e domenica saremo invece ospiti a Parigi per il consiglio federale del Solidaires étudiant·e·s
https://www.facebook.com/solidairesetudiantes/

Lavoro mentale e classe operaia. A Torino presentazione del libro di G. Carchedi

Presentazione del libro di Guglielmo Carchedi, venerdì 20 ottobre alle 20.45 presso la libreria Comunardi (via Bogino 2 Torino)

“Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia”

Per un’analisi marxista di Internet

Organizzano Rete dei Comunisti e Noi Restiamo
Con l’autore ne discute Michelangelo Caponetto (Rete dei Comunisti Torino)

Evento facebook

www.retedeicomunisti.org
www.noirestiamo.org

A fianco degli studenti contro l’Alternanza Scuola-Lavoro

Oggi 13 ottobre in piazza con gli studenti medi di Roma, Torino e Bologna a dire basta all’alternanza scuola-lavoro e al lavoro gratuito degli studenti. Migliaia di studenti medi in tutta Italia hanno finalmente preso parola contro uno dei cardini della “Buona Scuola” di Renzi, frutto di una visione aziendalistica ed elitaria della scuola (pubblica!).

Ma entriamo nel merito. Gli studenti in piazza oggi hanno dimostrato la loro contrarietà a una legge (legge 107/15) che è un vero e proprio regalo alle imprese: questi, durante il triennio, devono infatti offrire ore di lavoro gratuito (200 ore per i licei, 400 ore per gli istituti tecnici/professionali), che permetteranno alle grandi aziende di vedere diminuita la spesa per salari, magari anche licenziando qualche lavoratore regolare. Gli studenti devono insomma abituarsi sin da subito ad una vita lavorativa precaria, ad un mercato del lavoro dominato dallo sfruttamento e al lavoro non retribuito e poco qualificato.

Inoltre va ricordato che quasi due terzi dei ragazzi si sono ritrovati a svolgere mansioni generiche, dequalificate e ripetitive, che c’entrano poco o niente con il loro percorso studi. Senza parlare poi della vicenda di pochi giorni fa a La Spezia, dove un ragazzo si è infortunato cadendo da un muletto che guidava (illegalmente) durante le ore di alternanza scuola-lavoro.

Tutto questo non ci stupisce ma anzi è in linea con l’evoluzione della scuola pubblica italiana degli ultimi decenni. Finanziamenti privati a causa dei tagli ai finanziamenti pubblici, qualità dell’educazione legata sempre di più alle aziende, acquisizione di competenze sempre più generiche e un crescente divario tra istituti di serie A e quelli di serie B.

Noi Restiamo sostiene quindi fortemente gli studenti in piazza, rivendica la cancellazione della Buona Scuola e l’apertura di un tavolo di discussione con tutte quelle realtà che, come noi, auspicano l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, partendo da alcune rivendicazioni, chiare e precise:

  • EDUCAZIONE PUBBLICA: la formazione tecnico-pratica deve rimanere pubblica, non in mano alle aziende
  • NESSUN INSERIMENTO DELLA VALUTAZIONE NELL’ESAME FINALE: non si può accettare che a giudicare gli studenti siano i privati, che pensano solo ai propri interessi
  • CONTRIBUTI DI LAVORO: l’ASL è un rapporto di lavoro e qualsiasi attività lavorativa deve essere associata al versamento dei contributi previdenziali
  • NO AL LAVORO GRATUITO: contro il precariato che ci viene imposto già dalle scuole superiori

 

Fuori le aziende dall’università!

Comunicato di Noi Restiamo Torino a seguito della mobilitazione degli studenti di ieri, nata in risposta alla concessione degli spazi di Palazzo Nuovo (Università di Torino) a imprese come 3Store, Honor, Nescafè, Veon (app di Wind), Tucano e Salumi Beretta, all’interno di una piattaforma che vorrebbe “supportare al meglio tutte le aziende che vogliono comunicare i loro prodotti sul “target” (cioè gli studenti).

 

La mobilitazione nata dall’assemblea di ieri ha colto impreparato il Rettore Ajani e lo ha spinto a prendere le distaze dalla presenza degli stand promozionali nella main hall di Palazzo Nuovo, affermando che non ne fosse a conoscenza e che si sarebbe aperta un’inchiesta per rintracciare il responsabile. Siamo però coscienti che la piccola vittoria di ieri sia una conquista strappata dagli studenti ma allo stesso tempo abbiamo più volte osservato la politica reale dell’università di Torino sia di fronte alle interferenza dei privati nel mondo della formazione, sia di fronte a una scomoda risposta studentesca. Ci piacerebbe fosse un segnale di inversione di tendenza. Ma non è questo il caso. Anzi, alcune situazioni ci fanno riflettere. I vari “Jobs Day” che hanno visto la partecipazione di varie aziende tra le quali: Lavazza, FCA, Ikea, BMW, LIDL, Procter and Gamble e ovviamente l’immancabile Intesa San Paolo, sono una manifestazione di quale sia l’orientamento politico dell’università verso il settore privato. Ci pare che la logica del ”puniamo il responsabile dell’autorizazzione degli stand” eluda il problema generale. Anzi, ne sia quasi una comoda scappatoia tecnica che evita il problema politico e porta il discorso su un piano “logistico” di autorizzazione degli spazi. Il Rettore infatti non si è espresso in generale contro la presenza dei privati in università, ma soltanto sulla loro mancanza di autorizzazioni ad esserci in questa occasione, tentando in questo modo di sgonfiare una reazione spontanea degli studenti su un tema che potesse mettere in luce la posizione politica dell’università verso il mondo aziendale. Questa stessa logica (con un po’ di malizia, potremmo aggiungere) l’abbiamo vista durante le giornate di mobilitazione contro il Politecnico Technion di Haifa. L’università israeliana, che collabora attivamente con aziende che producono sistemi per l’esercito israeliano e forniscono strumenti per continuare l’occupazione della Palestina, ha accordi con molte università italiane, tra le quali figura Unito. Quando la campagna Studenti contro il Technion, si mobilitò per chiedere la cessazione degli accordi tra le due università, il Senato accademico di Unito, si espresse sì a favore dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale, ma nel pratico rinnovò gli accordi ignorando le mille e trecento firme raccolte dagli studenti. In quel caso, tra l’altro, la stessa università, negò più volte gli spazi atti al dibattito sul tema per motivi puramente politici. La logica del “ un colpo al cerchio e uno alla botte” regna sovrana all’interno delle amministrazioni di Unito. Sono sì pronti a cedere qualcosa davanti alle mobilitazioni studentesche, ma fintanto che queste non mettano in discussione la logica che giustifica la presenza di aziende in università e siano poste su un piano prettamente tecnico/legale piuttosto che politico. Allo stesso modo si fanno portavoce, sì di pace e cooperazione, ma non rinnegano gli accordi con una università attivamente inserita nel sistema di occupazione della Palestina. Siamo comunque coscienti che il passo indietro del Rettore, non sia una sua benevola concessione, ma soltanto il frutto di una risposta studentesca, nata da una chiamata ad una assemblea e che ha saputo rintracciare la vera falla nel sistema di Unito che è una falla non solo tecnica ma anche di stampo politico.
La penetrazione del mercato e di soggetti privati a caccia del proprio profitto dentro l’Università ha ormai raggiunto livelli inquietanti e sempre più incisivi ed invadenti negli spazi e nella vita degli studenti universitari e abbiamo tutte le ragioni per credere che, se non ostacolato, andrà a condizionare sempre più pesantemente la formazione e la ricerca nelle Università.
Il discorso abbastanza subdolo del rettore ci porta quindi a non abbassare la guardia su questo tema ma anzi siamo sempre più convinti che sia necessario avviare un percorso che lo approfondisca. Crediamo infatti che al di là delle contingenze questa sia una tendenza dell’università italiana degli ultimi anni, come dimostrato da un’analisi portata avanti su alcuni atenei a livello nazionale.
Siamo anche coscienti che questo percorso possa essere ampliato dal contributo di studenti e studentesse in momenti di confronto sul tema.
Potremmo fermarci e contestare la mera gestione degli spazi universitari ma siamo convinti che il problema abbia radici molto più profonde dell’errore di un semplice funzionario.
Per questo motivo proponiamo un nuovo momento di confronto nei prossimi giorni.

NOI RESTIAMO

La Buona Scuola dev’essere abolita!

Vogliamo prendere parola rispetto a un caso che in questi giorni sta facendo discutere. A nostro parere però, se ne sta discutendo troppo poco e -soprattutto- se ne sta discutendo molto male.

La vicenda è quella che nei giornali mainstream porta il titolo “Si ribalta il muletto, studente grave. Infortunio sul lavoro durante lo stage”. A darne notizia è stato il quotidiano La Nazione, che presenta la notizia in modo vago e generico. Evitando accuratamente di porsi il benchè minimo interrogativo sulla dinamica dei fatti.

Che una cosa del genere succeda ad un ragazzo di 17 anni è inaccettabile, ma non è che la logica conseguenza dell’Alternanza scuola-lavoro. È il primo caso di infortunio, e non sarà l’ultimo se non si abolisce immediatamente la legge.

Oggi più che mai sosteniamo che l’Alternanza non è un’attività formativa sotto nessun punto di vista, dal momento che o gli studenti sono portati a svolgere mansioni generiche, ripetitive e poco qualificate, oppure, come in questo caso, si ritrovano a svolgere GRATUITAMENTE un’attività che non è compito loro eseguire. Per guidare un muletto, come stava facendo il 17enne di La Spezia, è necessaria una patente specifica che attesti la conoscenza e la capacità di utilizzo corretto del macchinario oltre che uno specifico corso di formazione per il quale è necessario essere già in possesso della patente di guida di tipo B (che, come si può ben intuire, un minorenne non può avere).
Per questo secondo noi non è possibile pensare a un progetto di Alternanza ”diverso” ma occorre rifiutare in toto una legge che abitua alla precarietà, produce disoccupazione e mette in pericolo gli studenti. E’ necessario denunciare la legge 107/15 per i suoi effetti e la sua copertura ideologica prima che gli incidenti sul lavoro (perchè di lavoro, benchè GRATUITO, stiamo parlando, visto che da quest’estate è prevista dall’Inail una copertura asssicurativa per gli studenti in Alternanza) aumentino di frequenza e gravità.

NO AL LAVORO GRATUITO!
NO ALLA BUONA SCUOLA!

Endavant poble català! – di ritorno da Barcellona

Siamo appena tornati da Barcellona.

Aver vissuto questi ultimi giorni al fianco dei compagni e delle compagne catalani è stata un’esperienza incredibile, che come militanti e come persone ci ha dato moltissimo.

Vogliamo provare a fare qualche considerazione a caldo, nonostante non sia assolutamente semplice. È ancora tanta la carica nell’aver visto un popolo intero in movimento così come tanta è la rabbia e l’insofferenza contro chi (anche a sinistra…) sta strumentalizzando, storpiando o banalizzando in questi giorni le ragioni e la natura del movimento indipendentista catalano.

Per fortuna sono state fatte anche molte analisi lucide che si basano sulla realtà effettiva. Una realtà, si badi bene, con moltissime contraddizioni e ambiguità, per cui proveremo a dare il nostro contributo tramite la nostra esperienza diretta. Alcune di queste analisi, quelle che riteniamo fondamentali, le indichiamo di seguito.

http://www.retedeicomunisti.org/index.php/editoriali/1819-catalogna-la-dignita-contro-la-vergogna-una-grana-per-l-ue-e-le-oligarchie

http://contropiano.org/interventi/2017/10/05/internazionalismo-indipendenza-questione-classe-096357

http://contropiano.org/interventi/2017/10/02/96178-096178

Veniamo ora a noi, alla nostra esperienza sul campo.

Siamo arrivati sabato 30 settembre, il giorno prima del Referendum, e abbiamo dormito insieme ai compagni catalani nell’università occupata dal sindacato studentesco (Sepc) nei giorni precedenti. Ci siamo svegliati all’alba con la notizia che ai 200 seggi occupati se ne erano aggiunti atri 1000, occupati e protetti spontaneamente, raggiungendo così la metà dei seggi previsti in condizioni normali. Ci siamo quindi spostati per tutto il giorno tra i seggi, andando dove i compagni locali ci indicavano ci fosse più bisogno.

Ci siamo messi a disposizione di questa loro battaglia. Abbiamo visto file interminabili di persone in coda per votare sotto la pioggia, seggi protetti con tanta determinazione che nonostante le violente cariche la Policia Nacional non è riuscita a entrare. Nel ministero dell’istruzione abbiamo assistito all’arrivo di decine di camionette dentro il seggio, la rabbia e la reazione decisa di fronte al sequestro delle urne ma anche la gioia nel sapere che non le avevano trovate tutte e si poteva ricominciare a votare. Con più determinazione di prima.

Abbiamo respirato la tensione e la preoccupazione mentre arrivavano le notizie dei più di 800 feriti, degli spari, delle cariche, ma ci siamo anche inebriati dell’entusiasmo popolare di ogni nuovo voto, abbiamo ascoltato gli applausi per i voti di novantenni o persone disabili, in coda nonostante i rischi. Abbiamo partecipato all’esultanza durante il conteggio dei voti al grido di “Hem votat!”.

La sera in Placa Catalunya prima e in università poi abbiamo festeggiato il risultato: l’incredibile partecipazione, la vittoria schiacciante del SI e la dichiarazione del presidente della Genaralitat a proseguire verso l’indipendenza.

Il giorno dopo, il 2 ottobre, un enorme corteo studentesco ha invaso le strade: dall’università migliaia di studenti sono scesi in piazza denunciando la stampa spagnola e la sua arroganza nel manipolare le notizie. Siamo passati davanti alle sede della polizia nazionale, dove si era formato un presidio spontaneo che poi è durato fino a tarda notte protestando contro quella che di fatto è un’occupazione para-militare.

Sfatando quella narrazione che cerca di presentare i catalani come nazionalisti e xenofobi, nelle piazze abbiamo sentito urlare migliaia di persone “els carrers seran sempre nostres” e “fora els feixistes de nostres barris” (fuori i fascisti dai nostri quartieri) ma nessun riferimento o comportamento razzista. Abbiamo parlato con un’infermiera indignata per le politiche europee di gestione dei flussi migratori, che aveva votato Si per la costruzione di una Repubblica catalana inclusiva nei confronti dei migranti che scappano da guerre e povertà.

Il 3 ottobre è stato giorno di sciopero generale, chiamato a gran voce dai sindacati di base la settimana precedente, a cui hanno poi aderito altre 40 organizzazioni sindacali e sociali.

La nostra giornata è iniziata aiutando i compagni della Sepc nel blocco di una delle arterie principali della città, e insieme a loro ci siamo poi diretti in corteo verso il centro della città. Le concentrazioni previste erano tre: quelle dei pompieri e degli studenti la mattina, e quella delle organizzazioni sindacali al pomeriggio, ma in realtà nelle strade di Barcellona si sono riversate centinaia di migliaia di persone per tutto il giorno, dando vita a decine di presidi e cortei spontanei. Una città bloccata e attraversata da un corteo permanente e diffuso, e le immagini di decine di città e cittadine catalane lo confermano. Una “vaga general” pienamente riuscita, chiamata in origine per fare pressione subito dopo l’esito del referendum e usata anche per denunciare la brutale reazione antidemocratica di Madrid.

Il popolo catalano ci sta dando in questi giorni una grande lezione di dignità e coraggio. Ci sta dimostrando che è vero che sono i popoli a scrivere la storia, che quando un popolo prende coscienza di sé e del potere che ha non si può fermare.

Una generazione intera si sta formando con la consapevolezza che non solo lottare è giusto e necessario ma che si può anche pensare di vincere.

Per noi, giovani militanti di un’organizzazione comunista, aver potuto partecipare a questa manifestazione di forza popolare ci ha dato ancora più determinazione nel continuare la nostra battaglia per la costruzione di un movimento di classe antagonista nel nostro paese.

Sappiamo bene che la composizione del movimento indipendentista catalano è eterogenea, che abbraccia interessi di classi diverse e che offre soluzioni politiche differenti, che esprime più o meno radicalità in una rottura politica e sociale. Sappiamo anche che all’oggi la sinistra è solo una delle componenti di questo largo fronte, ma siamo coscienti anche che quello che si sta svolgendo in Catalunya è un processo reale che apre spazi di rottura: per questo bisogna schierarsi e appoggiarlo chiaramente.

Non bisogna dimenticare il ruolo che le organizzazioni della sinistra indipendentista hanno avuto e stanno avendo nella costruzione di questo percorso: le posizioni della sinistra infatti negli ultimi anni si sono rafforzate, anche grazie all’acuirsi della crisi, e si sono radicalizzate, riuscendo a giocare un ruolo sempre più centrale nel processo che oggi sta esplodendo. Abbiamo avuto dimostrazione di questo in prima persona durante la manifestazione della sinistra indipendentista nel giorno della Diada, all’inizio di settembre, cui abbiamo partecipato per il secondo anno consecutivo e in cui abbiamo visto il corteo raddoppiare da un anno all’altro.

Le organizzazioni di classe hanno avuto la capacità di coniugare le rivendicazioni di tipo identitario con quelle sociali, contro le politiche di austerità applicate dallo Stato spagnolo ma imposte dall’UE.

È questa anche un’opportunità per mettere a fuoco chi sono gli effettivi nemici e i loro complici.

I nemici sono lo stato spagnolo e l’Unione europea, che si sono rivelati esattamente per quello che sono: l’uno reprimendo con ferocia il diritto democratico di voto di un paese e l’altra giustificando tanta brutalità nascondendosi dietro la legalità di una costituzione, quella spagnola, scritta durante il passaggio di transizione alla “democrazia” ma che in realtà è la diretta dimostrazione della continuità con il regime franchista.

Complici sono quei pezzi di sinistra che si schierano solo contro la repressione senza esprimersi sul resto, che riducono il problema a una “mala gestione” da parte di Rajoy, che sono i tifosi dell’ultimo minuto o quelli che -per paura o incapacità di analisi- finiscono per difendere lo status quo, l’unione a tutti i costi dello Stato spagnolo e di un’UE che poco ha a che fare con i popoli e tanto con gli interessi economici dei mercati. Complici sono quei settori che giudicano con dogmatismo, fuori dalla realtà, e finiscono per banalizzare la complessità di una situazione che sicuramente non è omogenea ma che offre un’opportunità di rottura fondamentale. E poi, al solito, complice è chi non si schiera.

“Fem historia” è stata una delle parole d’ordine della campagna referendaria ed è effettivamente quello che il processo indipendentista catalano rappresenta: un’opportunità storica, non solo per la Catalogna ma per tutti i movimenti di classe europei.
La partita non è conclusa e assisteremo nei prossimi tempi a una lotta di egemonia anche dentro il movimento indipendentista catalano, che è -lo ripetiamo ancora una volta- composito e rappresenta gli interessi sia delle classi popolari che della piccola e media borghesia (ed è bene ricordarlo sempre: non della grande borghesia catalana, che è contraria all’indipendenza). Tuttavia la sinistra antieuropeista ha la possibilità di uscirne rafforzata, anche grazie alle dichiarazioni dell’UE che considera la questione catalana come un “problema interno ” e che farà entrare in contraddizione tutti quei pezzi di società civile e quelle organizzazioni politiche che speravano in un appoggio da parte dell’Unione Europea.

La loro battaglia è anche la nostra.

Come Noi Restiamo, aderenti alla piattaforma sociale Eurostop, non possiamo che vedere positivamente questa possibilità concreta di rottura dello Stato spagnolo, che non può che rafforzare anche la nostra ipotesi di rottura dell’Unione Europea.

La storia si è messa in moto e non si arresta.

Noi sappiamo da che parte stare: al lato del popolo catalano.

Endavant, poble català!

Visca Catalunya lliure i indipendent!

Noi Restiamo

Marcerai sulla testa del re

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