Da Catania a Rocca di Papa fino a Grosseto

Molto significativi sono stati i giorni che abbiamo appena trascorso insieme a tanti e tante compagni e compagne in giro per l’Italia.

Dalla sicilia alla toscana un unico coro si alza dalle piazze “SIAMO TUTTI ANTIFASCISTI” non un semplice slogan ma una dichiarazione d’intenti per chi decide di lottare contro gli oppressori, non contro gli #oppressi, per chi riconosce negli #sfruttati di ogni colore un alleato e con loro costruisce un fronte comune, non con il PD e soci.

L’autunno che ci aspetta moltiplicherà appuntamenti e #mobilitazioni, ma la #lotta non vive senza #strategia, per questo staremo attenti alle piazze in cui decideremo di stare. Perché l’#antifascismo e l’#antirazzismo non sono, e non devono essere, uno strumento di riciclaggio opportunista per certa sinistra.

Le nostre piazze sono quelle che abbiamo visto a #Roma il #16giugno, al grido di #PrimaGliSfruttati, insieme al sindacalismo di classe e le realtà politiche indipendenti dal quadro istituzionale che scendono in piazza. Sono quelle di #Macerata del #10febbraio che il PD ha provato a vietare e che furono boicottate dell’arcipelago della sinistra. Sono gli #ScioperiGenerali del sindacato di base che oggi si assume il ruolo e la responsabilità di una vera #confederalità delle lotte in una #prospettiva comune, e che non cade nel vertenzialismo corporativista figlio dell’atomizzazione della nostra società.
La nostra piazza é l’#8settembre prossimo a #Grosseto, contro i rigurgiti neofascisti di Casapound.

In queste piazze ci troverete! Costruiamo e diamo forza all’alternativa! #NoiRestiamo

Migranti, lotte sociali e ricomposizione di classe

[Ottavo contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]

All’interno del capitolo “siamo tutti sulla stessa barca” di cui riportiamo la breve introduzine prima dell’articolo su “Migranti, lotte sociali e ricomposizione di classe” di Mauro Casadio.

Quello dell’emigrazione è per noi uno dei problemi principali che colpiscono le fasce giovanili oggi, in quanto è spesso una scelta obbligata che viene incentivata dalle politiche governative come da quelle comunitarie.

Negli ultimi dieci anni, sono aumentati del 50% gli iscritti al registro dell’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) — dato conservativo in quanto non tutti gli emigranti vi si iscrivono; il dato dei cittadini italiani che lasciano il paese continua ad aumentare di anno in anno. A smentire qualunque visione ideologica, proposta dall’avversario di classe, di presunte invasioni in corso, i dati mostrano come il saldo migratorio (ovvero la differenza tra immigrati ed emigrati) ammonti a poco più di 100.000 persone e sia inoltre in costante calo. Citiamo dal rapporto Istat: «Negli ultimi cinque anni, tuttavia, le immigrazioni si sono ridotte del 27%, passando da 386 mila nel 2011 a 280 mila nel 2015. Le emigrazioni, invece, sono aumentate in modo significativo, passando da 82 mila a 147 mila. Il saldo migratorio netto con l’estero, pari a 133 mila unità nel 2015, registra il valore più basso dal 2000 e non è più in grado di compensare il saldo naturale largamente negativo (-162 mila)”»

L’emigrazione dall’Italia ha assunto caratteristiche di massa, come già a cavallo tra Otto e Novecento e dopo la Seconda guerra mondiale; ma rispetto alle due altre grandi ondate migratorie, la composizione di chi lascia il paese presenta importanti differenze. Oltre alla perdurante migrazione di forza lavoro poco qualificata infatti, va segnalata la presenza significativa di laureati, che si aggira intorno al 30% negli ultimi anni ed è in costante e notevole aumento dal 2011. Le destinazioni prescelte — Regno Unito (i dati sono pre-Brexit), Germania e Francia — confermano che è in atto una «diaspora» verso il centro produttivo dell’Unione Europea, che riceve così da un lato forza lavoro non qualificata, più ricattabile e pronta ad accontentarsi di salari inferiori, dall’altro i «cervelli in fuga» dall’Italia e dagli altri paesi della periferia europea, che presentano dinamiche del tutto speculari.

Dobbiamo sottolineare la corrispondenza diretta tra l’emigrazione da un lato e gli scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo e ridimensionamento dell’università e della ricerca dall’altro, il che ci rimanda ancora alla divisione del lavoro tra i paesi nel processo di costruzione del polo imperialista europeo. Va inoltre segnalato che la dinamica migratoria verso il centro della UE si affianca a quella della tradizionale migrazione interna dal Mezzogiorno verso il Nord del paese (che permane); tra le regioni che vedono il maggior numero di partenti, ne notiamo molte settentrionali come Lombardia, Piemonte e Veneto. Si può dire che la «questione meridionale» si sta ridefinendo a livello europeo.

Per tutti questi motivi, per opporci alla retorica che contrappone i migranti agli italiani e che alimenta una guerra tra poveri, indicando nel migrante un capro espiatorio al malcontento sociale, proponiamo l’intervento di Mauro Casadio al seminario nazionale promosso dalla Rete dei Comunisti «Migranti, mercato del lavoro e guerra» nel marzo 2016 a Padova1 e un recente articolo del collettivo di economisti Coniare Rivolta.

Migranti, lotte sociali e ricomposizione di classe

La questione migrante così come si sta caratterizzando in questo periodo si pone al movimento operaio italiano con una complessità nuova per la sua storia, nel senso che ci muoviamo non più su una dimensione nazionale ma addirittura continentale e intercontinentale, dimensione che introduce contraddizioni all’interno della classe lavoratrice che rischiano di diventare dirompenti politicamente ed in parte già lo sono. La scelta di affrontare tale questione con un approccio seminariale dipende appunto dalla coscienza di questa complessità e delle difficoltà oggettive che da questa emergono, ma che sono anche il prodotto di una risposta inadeguata che è stata data in questi anni dalla sinistra e dal movimento sindacale istituzionalizzato a questo fenomeno che ha assunto uno spessore storico.

Gli altri interventi hanno cercato di delineare una analisi più organica possibile delle dinamiche che hanno portato all’attuale situazione. Naturalmente queste non possono essere esaustive o pretendere di rappresentare nel giusto modo la situazione ma, fatta l’analisi, qui è necessario capire se c’è un modo per dare una risposta di classe, se ciò è possibile e non dando per scontato l’esito di un simile tentativo.

C’è un punto di partenza che ci aiuta a ragionare su questo versante, ed è quello che riguarda l’accordo tra UE e Turchia. Un accordo spudoratamente mercantile, in cui si paga un certo prezzo per un certo numero di migranti da accogliere, dopo aver selezionato sulla base dei criteri imposti dall’«acquirente», soprattutto tedesco, chi ha le caratteristiche per essere accolto e chi no. Un accordo non ideologico, del tutto pragmatico che entra in stridente contraddizione con la consueta rappresentazione buonista che viene data della UE negli ultimi anni che, al contrario, è intrisa di ideologia.

Questa entità sovranazionale viene, infatti, indicata come la «patria» dei valori della democrazia occidentale, fautrice di uno stato sociale pubblico (messo in alternativa al liberismo selvaggio statunitense), paladina dei diritti civili ed umani e tutta a favore dell’accoglienza. Una narrazione ideologica, ideologia intesa esattamente come ribaltamento della realtà, prodotta anche a fini ricattatori descrivendo scenari apocalittici in caso di rottura dell’Unione.

La propaganda riguardante lo scontro che c’è stato con il popolo greco, ma avendo come obiettivi anche il resto dei popoli europei, è stata condotta tutta su questo piano. Quella che possiamo definire la «costituenda» borghesia europea, in realtà, sta utilizzando appunto l’ideologia, intesa come visione del mondo, per manipolare i settori sociali, Stati e popoli interi rispetto ad una prospettiva predeterminata dai poteri finanziari, industriali e della burocrazia di Bruxelles.

Anche riguardo al tema dei migranti viene utilizzata ideologia a piene mani. Se andiamo ad analizzare i dati della realtà scopriamo che in Italia ci sono circa cinque milioni di cittadini/lavoratori che sono emigrati e poco più di cinque milioni di stranieri immigrati, il che dice molto sullo stato economico e sociale di questo paese nel contesto dell’Ue. Con la propaganda xenofoba sulla «invasione» viene rappresentato dunque un mondo che non esiste. Per quanto possa esistere una certa competizione, in alcuni comparti, tra manodopera italiana e immigrata, in realtà la forza lavoro italiana è generalmente di carattere «intellettuale» mentre gli immigrati svolgono per la gran parte, anche se hanno titoli di studio equivalenti ai nostri, lavori manuali e dequalificati. Dunque la contraddizione tra lavoratori italiani e immigrati non esiste né in termini quantitativi né in termini qualitativi, se non in contesti limitati.

E’ qui che si gioca il fattore ideologico funzionale ad impedire la ricomposizione del blocco sociale, della classe, del mondo del lavoro, ed è questo il problema principale che dobbiamo affrontare. In questa guerra sono in prima linea gli apparati ideologici costituiti dai mezzi di comunicazione di massa che amplificano le tendenze più razziste e fanno da battistrada a soggetti quali la Lega di Salvini che si candita a svolgere un ruolo simile a quello della Le Pen in Francia.

C’è bisogno di individuare una ipotesi di ricomposizione che a tutt’oggi non esiste; per ora c’è solo una «sinistra umanitaria», fatta purtroppo non solo dalla sinistra moderata, che spesso percorre le stesse strade assistenziali della chiesa cattolica ma che non si pone affatto la necessità della ricomposizione di classe che riguarda sia gli immigrati ma anche i lavoratori italiani i quali vengono cosi esposti alla strumentalizzazione politica. Un intervento «umanitario» che, per certi versi, rischia di diventare l’altra faccia del razzismo, com’è già stato ricordato oggi. E’ evidente a tutti che esiste un problema umanitario fortissimo, ma questo problema viene strumentalizzato sia politicamente per dividere ma anche in termini di gestione e di spartizione dei fondi pubblici. E’ impressionante il proliferare di associazioni, spesso anche di ambito «democratico», che agiscono nel campo dell’immigrazione e che divengono la base per operazioni speculative quali quella che è venuta alla luce a Roma con la vicenda di Tor Sapienza dove la gestione dei migranti era divenuta occasione di lucro per associazioni criminali.

Se è vero che oggi manca tale ipotesi è anche vero che non possiamo permetterci di non agire perché gli esiti di questo processo, che produce un intreccio drammatico di guerra, migrazioni e «terrorismo», non è più controllabile nemmeno dalle classi dirigenti e rischia di ingenerare situazioni del tutto ingestibili. Stanno li a dimostrarlo gli attentati in Europa ma anche l’avventurismo occidentale ed italiano rispetto alla vicenda libica, situazione che coinvolge direttamente il nostro paese che è, sul Mediterraneo, in prima linea.

D’altronde dobbiamo considerare che il tema della migrazione non è affatto nuovo. È un fenomeno che esiste da sempre ed è sempre stato affrontato, in maniere diverse, dal movimento operaio internazionale. Per la loro condizione di debolezza sociale generalmente i lavoratori immigrati sono i più ricattabili dal padronato, quindi più difficilmente riescono a essere coinvolti nelle lotte e spesso il ruolo che hanno avuto è stato quello dei crumiri. Nonostante questa condizione oggettiva ci sono stati episodi di forte lotta di classe compiuti dagli immigrati. Ad esempio dai lavoratori italiani andati negli USA nel primo novecento, così come il ‘69 operaio in Italia ha visto protagonisti gli operai meridionali trasferitisi nelle grandi fabbriche del nord. Questi ultimi venivano fatti assumere nelle fabbriche e nei posti di lavoro nel nord dalle parrocchie collegate alla Democrazia Cristiana, dalle scuole di formazione professionale legate alle imprese, per cui arrivavano ed erano inseriti nel mondo del lavoro già con una ideologia ben definita e subalterna alle classi dominanti. Ma a questa ideologia, a tale visione del mondo, hanno aderito solo fino a un certo punto oltre il quale, grazie anche al fatto che esisteva un movimento operaio organizzato, si è innestata la rottura politica e la ribellione prodotte dal maturare delle contraddizioni complessive in quello scorcio storico.

Così i lavoratori più sfruttati e più ricattabili hanno rotto con la subalternità e cominciato a ragionare come soggetti che potevano rappresentare gli interessi generali acquistando così forza e potere politico oltre che contrattuale; partendo dalle contraddizioni concrete vissute nell’ambiente della fabbrica ma proiettando la loro capacità di orientamento e di egemonia sull’intera società. Io credo che questo sia stato l’unico modo per le classi subalterne per emanciparsi e questo è valido anche per gli «ultimi» nella società attuale di cui la componente immigrata ne è certamente una parte importante.

Il padronato ed i governi degli ultimi venti anni hanno sostenuto una fortissima controffensiva verso il mondo del lavoro ed i suoi diritti senza che ci fosse una risposta di massa e di lotta significativa da parte dei lavoratori perché quello che si è affermata è una visione individualista, specifica, aziendale e non generale. Visione questa incentivata non solo dall’avversario di classe ma delle stesse organizzazioni politiche e sindacali del movimento dei lavoratori che hanno svenduto il proprio patrimonio storico ed abdicato alle proprie funzioni di classe. Affrontare nel contesto sociale attuale la questione della ricomposizione, e conseguentemente anche dei migranti, significa capire in che modo è possibile per le organizzazioni di classe

Del nostro paese predisporsi a percorrere una strada che punti alla rottura non solo sociale ma anche politica con l’assetto attuale che produce sfruttamento diffuso ed ideologia subalterna.

Esistono dei terreni concreti su cui è possibile ipotizzare momenti di lotta unitari che creino le condizioni per affermare riferimenti e punti di vista diversi ed alternativi a quelli predominanti. Ad esempio il contributo che i lavoratori immigrati danno al sistema pensionistico e al bilancio italiano. Questo terreno può fornire la possibilità agli immigrati organizzati di intervenire, in quanto contribuenti, su questi temi e trovare dei punti di contatto e di lotta con i lavoratori italiani sul tema dei servizi, sulla sanità, sulle pensioni. Sapere che i contributi degli immigrati permettono una quota importante del pagamento delle pensioni agli italiani è un dato completamente rimosso sia dall’informazione «mainstream» sia da chi dice di battersi a favore degli immigrati. Un intervento di questo tipo può favorire un processo di ricomposizione basato su interessi materiali che soli possono ribaltare l’ideologia imposta della guerra tra poveri, del tutti contro tutti.

Anche il tema riguardante la casa, che in Italia ha visto fasi in cui il movimento per l’abitare è stato molto forte, è un terreno che può permettere a migranti e italiani di fare fronte comune battendosi, ad esempio, per lo sviluppo dell’edilizia popolare che nel nostro paese si è ridotta all’osso, cioè a circa il 3%, rimanendo alla coda del resto dei paesi europei sviluppati che hanno patrimoni pubblici ben più consistenti. Così come l’ambito della logistica, in cui il conflitto sindacale è molto forte e si sta sviluppando, le vittorie sindacali dei lavoratori immigrati di questo settore di lavoro, peraltro in crescita in tutta Europa, avvantaggia sia questi ultimi che i lavoratori italiani. Questo perché alzando il salario e le tutele impedisce che si abbassi complessivamente il costo del lavoro e dunque riduce la competizione tra lavoratori italiani ed immigrati.

Anche nelle aree metropolitane degradate dove convivono migranti ed italiani, potenzialmente foriere di conflitto interno, si può intervenire contro un degrado che non lascia fuori nessuno. Il punto è cogliere quei momenti unitari che dimostrino che è possibile lottare sulla base delle stesse condizioni materiali, di classe, rifiutando il conflitto razziale. In questo senso è stato significativo l’episodio di Tor Sapienza, che ha avuto una rilevanza nazionale, in cui si è spacciata la falsa informazione, fatta dai soliti mezzi di comunicazione, che i cittadini del quartiere si fossero mobilitati per impedire l’apertura di un centro d’accoglienza. In realtà erano i fascisti e la malavita che creavano ad arte quella situazione di tensione per poter guadagnare sui finanziamenti del comune di Roma. Prima ancora che questi fatti si imponessero alla pubblica opinione con la cronaca giudiziaria i comitati di lotta nel sociale e le forze sindacali come l’USB si sono mobilitati nel quartiere, storico anche per le sue esperienze di lotta per la casa, per non lasciare campo libero ai fascisti e per contrastare il razzismo indotto tra gli abitanti. Intervenire in modo unitario nelle periferie delle grandi aree metropolitane portando avanti le lotte per il risanamento ed i servizi può essere un altro importante terreno di ricomposizione.

Come abbiamo cercato di dimostrare in questo seminario, promosso dalla Rete dei Comunisti, è necessario prendere atto che i grandi sconvolgimenti prodotti dalla competizione globale, dalla conseguente ristrutturazione sociale capitalista e dai processi di guerra in atto ha reso nelle nostre società imperialiste la questione dei migranti un dato permanente e consistente quantitativamente per tutta la fase storica che abbiamo di fronte. E’ un processo strutturale che non può essere affrontato con il «buonismo» della sinistra e dell’associazionismo nostrano ma deve essere oggetto di un lavoro di organizzazione della classe che sappia mettere assieme tutti quegli elementi utili a promuovere la ricomposizione quale presupposto per modificare i rapporti forza nella nostra società. Dunque lo sforzo che noi vogliamo fare è quello di trasformare le analisi In azione politica individuando i terreni concreti di unità e sapendo che questo può essere fatto solo sulla base di una progettualità politica forte che abbia chiara l’importanza della indipendenza dal quadro politico istituzionale attuale e della costruzione dell’organizzazione sociale e politica.

[Di Mauro Casadio, Rete dei Comunisti]

1 Abbiamo trattato in maniera più approfondita la questione dell’emigrazione giovanile nel documento «Immigrazione/emigrazione» — contributo di Noi Restiamo dentro la piattaforma Eurostop sul tema delle migrazioni (https://cambiare-rotta.org/wp-content/uploads/2017/06/immemi.pdf) — e nel ciclo d’incontri svoltosi all’Università di Bologna «Import / Export — Libero mercato dello sfruttamento», i cui interventi metteremo a disposizione sul nostro blog a breve (https://cambiare-rotta.org/).

 

A Catania per la liberazione degli ostaggi della nave Diciotti

In questo momento (Sabato 25 agosto) siamo al porto di #Catania al presidio per la liberazione dei #migranti ostaggi sulla nave #Diciotti.

Insieme ai compagni della Federazione del Sociale USB Catania, di Potere al Popolo – Catania e tanti altri stiamo gridando che questa messa in scena deve finire.

Salvini, Di Maio e Conte si riconfermano forti con i deboli e deboli con i forti continuando a sostenere che i problemi che attanagliano la vita di milioni d’Italiani siano legati al destino di questi 150 migranti imprigionati da quasi una settimana su una nave.

Questa, oltre ad essere una fesseria conclamata, risponde esattamente all’esigenza del governo di rimuovere dal discorso pubblico tutti quegli argomenti che gli impediscono di continuare il loro governo dentro il clima di una campagna elettorale perenne a “costo zero”.

Non sentiamo piú parlare di Fornero, di accise, del reddito di cittadinanza e nemmeno piú di nazionalizzazioni. Tutte cose per le quali i vincoli di bilancio e le politiche di austerità risultano essere ostacoli insormontabili.

Si invocano i pugni sul tavolo nei confronti di Bruxelles solo sul tema migranti, come se per l’Unione Europea alzare muri e internare esseri umani fosse un problema.
Basti vedere come convive tranquillamente con un Orbán in casa, o gli accordi firmati con la Turchia e la Libia negli anni passati…

Proprio per questo dal presidio sono stati fatti allontanare il PD e i suoi esponenti, perchè non ci dimentichiamo che il precursore di Salvini si chiama Minniti, che le poltiche razziste e xenofobe sono lo strumento con il quale si fomenta una guerra tra poveri che nel contesto di crisi istituzionale delle elitès Europee è diventato l’unico mezzo per poter sperare di mantere il governo, costi quel che costi.

Ribaltiamo il discorso, invertiamo gli interessi, riportiamo al centro le necessitá e i bisogni degli ultimi, facciamolo combattendo tutte le facce dello sfruttamento, senza cadere nella trappola di chi ci vuole divisi a combattere tra di noi, in tre parole: #PrimagliSfruttati

// Queste le parole che scrivevamo da Catania durante il presidio poi trasformatosi in corteo che è stato caricato dalla polizia diverse volte, come testimoniato dal video qui sotto.
In serata, oltre alla notizia delle indagini per sequestro di persona notificate al ministro degli interni Matteo Salvini, è giunta anche la notizia della liberazione dei migranti ostaggi sulla nave Diciotti, un risultato importante per il quale le forti e partecipate mobilitazioni della giornata di sabato 25 agosto, a Catania come in tante altre piazze in giro per l’Italia, sono state sicuramente fondamentali.

Le retoriche dell’economia della conoscenza

[Settimo contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]

 

È importante partire da una contestualizzazione storica dei fenomeni di cui stiamo parlando, che sono stati chiamati nel corso degli ultimi decenni post-fordismo, New Economy, rivoluzione digitale, economia digitale, economia della conoscenza, e ora platform capitalism o industria 4.0. Tutte queste definizioni sono anche delle retoriche, quindi sono costruzioni ideologiche che producono effetti politici.

All’origine fu la cosiddetta conoscenza. Dalla fine degli anni ’70, con la fine della fase fordista, vengono formulate teorie di lettura del capitalismo secondo cui nelle società contemporanee il valore economico non è più prodotto da merci materiali in quanto tali, ma è determinato dalla quantità di informazioni, comunicazione, conoscenza, dati e idee incorporati nelle merci. L’economia starebbe diventando economia della conoscenza, la vera competizione si farebbe su risorse immateriali, e quello che conta non è la quantità di lavoro che c’è in una merce (il tempo di lavoro), ma la quantità di idee e di simboli che la merce contiene.

Questo passaggio all’economia cognitiva, al capitalismo cognitivo, o alla società dell’informazione implicherebbe, secondo queste retoriche, una serie di trasformazioni. Il lavoro diventerebbe più leggero fisicamente e meno ripetitivo, e i lavoratori diventerebbero più autonomi, indipendenti, creativi, coinvolti nel lavoro e nei processi decisionali. Una delle fondamentali leve di critica al lavoro nelle società capitalistiche, l’alienazione, sarebbe quindi superata. Il lavoro non sarebbe più fatto sotto comando diretto di qualcuno che controlla i tempi, la performance, la produttività, ma diventerebbe per tutti i lavoratori (da quelli manuali a quelli intellettuali agli impiegati) una specie di ondata di creatività. La distanza tra lavoratore e prodotto, nelle nuove forme di produzione, si ridurrebbe. Nella critica marxiana al lavoro questo è uno dei temi fondamentali: la distanza tra lavoratore e prodotto, il fatto che il prodotto non ti appartenga. Queste retoriche invece dicono che se tu nel prodotto metti non un movimento ripetitivo, ma uno sforzo teso alla concezione e realizzazione del prodotto, la distanza tra te e il prodotto si riduce. In un certo senso il prodotto non ti è più completamente separato. Anche teorici della sinistra alternativa hanno preso in parte per buone queste retoriche.

La seconda retorica che queste teorizzazioni producono è che non solo si riduce la distanza tra lavoratore e prodotto, ma anche quella tra mezzi di produzione e lavoratore. Se i mezzi di produzione fondamentali per la società non sono più quel tipo di mezzi di produzione ai quali il lavoratore non può accedere come proprietario, ma diventano il cervello e il computer, allora il lavoratore diventa sostanzialmente proprietario dei propri mezzi di produzione. Non ci sarebbero più lavoratori subordinati che devono sottostare a una serie di comandi e a un’organizzazione aziendale verticale, ma persone almeno parzialmente proprietarie sia del prodotto che dei mezzi per produrlo. In sostanza: la divisione in classi della società sarebbe superata.

Terza retorica: in questa trasformazione vincono tutti. Gli economisti lo chiamano meccanismo win-win, in cui vincono sia gli imprenditori, perché possono fare profitti impiegando molto meno capitale fisso e velocizzando il meccanismo di produzione, sia i lavoratori, per i motivi sopra esposti. Le tradizionali strutture di distribuzione del potere e delle risorse e le gerarchie nella produzione e nel luogo di lavoro si appiattirebbero. Nel capitalismo degli ultimi 20-30 anni la gerarchia passerebbe dall’essere verticale a orizzontale. Ai lavoratori manuali sarebbe richiesto non solo di far funzionare i macchinari, ma di usare il cervello, coordinare il rapporto tra macchine e processo produttivo, fornire idee organizzative.

In questo modo le vecchie critiche alla società del salario e ai processi produttivi, che insistevano sulla distribuzione del potere e delle risorse all’interno del luogo di lavoro, sono presentate come inattuali. Soprattutto negli anni ‘80-’90, molti teorici americani hanno teorizzato che la società divisa in classi fosse finita, ed esistesse soltanto una grande classe in cui ognuno può arrivare ai vertici della gerarchia sociale se ha buona volontà e buone idee. Non c’è nella società e nella produzione una gerarchia oggettiva e rigida tra i gruppi sociali, né dei vincoli oggettivi al fatto che ognuno possa crescere, emanciparsi, migliorare. Le cause del mancato successo sono individuali: la pigrizia, l’incapacità personale, la mancanza di creatività e di idee. Nasce la mitologia aristocratica del talento, dell’essere creativi, i «migliori», i «più meritevoli». Chi non fa parte di queste categorie, chi non mostra talento a capacità di produrre idee produttive e applicabili con profitto, è giusto che resti ai margini della gerarchia sociale.

Di conseguenza, il sindacato e l’organizzazione collettiva dei lavoratori perdono la loro funzione. Se il lavoratore è partecipe della vita aziendale, fornisce idee e ha la possibilità di ascendere così facilmente la scala sociale, si può difendere da solo e può rivendicare personalmente spazio, salario e diritti. Politicamente, in Italia, questa è in questo momento la posizione del Movimento 5 Stelle, che sempre di più dimostra di essere un’applicazione al campo politico delle ideologie del management industriale del capitalismo digitale.

In questo modo di rappresentare i cambiamenti del lavoro è centrale la retorica della partecipazione, secondo la quale i lavoratori sono organizzati in squadre autonome, capaci di autogestirsi. La partecipazione come assetto produttivo e come risorsa si riversa poi nella sfera del consumatore, che diventa «sovrano» e viene coinvolto nel processo partecipativo. Non ci sono, secondo questa ideologia, più barriere tra vertice e base dell’azienda, ma nemmeno più tra Zuckerberg e un qualsiasi utilizzatore di Facebook. La relazione tra proprietario e consumatore non è più rigida, perché c’è uno scambio e un flusso continuo tra di loro.

È un meccanismo che in realtà esclude le organizzazioni dei lavoratori dalle decisioni fondamentali, che vengono prese in luoghi imperscrutabili, e soprattutto non prevede nessuna forma di conflittualità, che deve essere non tanto contrastata, quanto preventivamente evitata, attraverso una serie di meccanismi.

Populismo e metafisica dell’impresa

Queste retoriche arrivano come punto finale al populismo di impresa. Secondo la mia opinione, il populismo contemporaneo nasce nella sfera del privato, e in particolare delle imprese private e dei media, invece che in quella del politico. Un libro fondamentale e che è stato importantissimo in questo settore è Wikinomics. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, degli americani Tapscott e Williams, che cerca di dimostrare che siamo tutti potenzialmente protagonisti dell’economia contemporanea, e contiene una sorta di appello al popolo: «popolo attivati», tra te e il potere non c’è più alcuna distanza, puoi diventare il nuovo potere, basta che tu lo voglia. Non ci sono più delle vere barriere tra chi comanda e chi non ha risorse. Questo è un tipico appello populista, un vero populismo di impresa. Credo che questo sia un passaggio fondamentale, perché sono processi che non riguardano solo come si lavora, ma anche come si è cittadini, elettori, attivisti, militanti.

Il punto di caduta è proprio l’accentuazione dell’autoimprenditorialità. Non essendoci alternativa — secondo queste retoriche — al fatto che nella società l’attore economico principale sia l’impresa, essendo ormai inattuale la contestazione dell’impresa privata, dei suoi meccanismi interni e del suo ruolo nella società, qualsiasi cosa può essere criticata tranne l’impresa privata. In questo modo si attua una forma di censura estremamente efficace, in cui non può diventare patrimonio pubblico e discorso condiviso il fatto che l’impresa privata possa presentare delle criticità, non solo per la sua esistenza in generale, ma nemmeno, ormai, per alcuni suoi aspetti particolari.

Quindi si crea una metafisica dell’impresa, un appello populista secondo il quale per modificare la tua condizione sociale non è l’impresa che deve essere modificata, ma deve essere l’individuo a modificare se stesso avvicinandosi alla forma di impresa, ovvero considerandosi come un imprenditore o un aspirante imprenditore, oppure facendo tutto ciò che è necessario nell’ottica di una costante auto-valorizzazione, come se l’impresa fosse lui stesso. Non si deve più essere solo imprenditori di sé stessi, ma di più: l’impresa di sé stessi. Valorizzarsi, quotarsi, accrescere il proprio capitale.

Per esempio anche nell’università, che non è un’azienda privata, l’auto-valorizzazione passa attraverso la continua produzione di articoli, puntando a farli pubblicare nelle riviste migliori. Il curriculum diventa una specie di titolo azionario da quotare e da vendere nella Borsa del mercato accademico internazionale.

I processi reali al di là delle retoriche

Tutte queste retoriche sono costruzioni ideologiche che hanno per avversario l’organizzazione collettiva dei lavoratori. Però nascondono meccanismi e processi che sono parzialmente reali e che chi vuole difendere e ricostruire la capacità di organizzazione collettiva del lavoro deve tenere presenti.

È dalla fine degli anni ’70 che il sistema economico internazionale è più o meno stabilmente in crisi, soprattutto nel mondo occidentale. I mercati occidentali erano diventati saturi per il tipo di produzione di massa che si è fatta nei 30 anni successivi alla seconda guerra mondiale. Attualmente, se un’impresa vuole sopravvivere in un ambiente economico sempre più competitivo e sempre più saturo, in cui vendere merci è sempre più difficile, ha bisogno di una dose massiccia di partecipazione, cioè che lavoratori e consumatori non siano semplici agenti esterni e spettatori, ma siano coinvolti attivamente nel mondo interno dell’impresa, che aderiscano a questo mondo, ai suoi valori e alle sue pratiche. Questo processo può essere definito anche come fidelizzazione, cioè stabilire un rapporto più diretto di quanto avveniva nei cicli economici passati.

Alla base c’è una crisi del mercato e di una forma di impresa. La definizione che si sta usando per definire questo nuovo processo è capitalismo delle piattaforme. È oggettivamente vero che le imprese contemporanee non sono più dei mondi chiusi, in cui tutto avviene all’interno, dal punto di vista di progettazione, produzione, ideazione. Sono diventati mondi liquidi, in cui c’è un centro, il cervello dell’azienda, e poi una pluralità di figure di lavoro, i dipendenti, che soprattutto nelle grandi imprese sono sempre di meno, e reti sconfinate di collaboratori occasionali, individuali o collettivi. In Apple le applicazioni vengono fatte da una quantità immensa di ricercatori sparsi per il mondo, su cui quindi ricade il rischio d’impresa. Delle ricerche sui lavoratori proprio di Apple testimoniano come i lavoratori arrivino a lavorare fino anche a 60 ore la settimana con ritmi elevatissimi e distruttivi, guadagnando soltanto una volta che il prodotto è in commercio e a condizione che venda abbastanza.

Di fatto è vero che in queste forme organizzative di cui si parla anche in politica, a forma di rete, l’organizzazione per certi versi è parzialmente «orizzontalizzata», nel senso che l’impresa diventa una linea che parte dal luogo fisico e può arrivare dall’altra parte del mondo. Questa retorica sull’appiattimento delle gerarchie dice qualcosa di vero, non nel senso che ciò avvenga realmente, ma nel senso che indica la necessità di avvicinare il consumatore e di attrarre il lavoro più fantasioso e creativo a livello globale. Siccome non è possibile rendere tutti dipendenti, vengono costruite delle piattaforme: per esempio in IBM accade che vengano lanciati concorsi a livello mondiale per ricercatori specializzati. L’impresa va dunque a cercare non solo consumatori nei 4 angoli del globo, ma anche lavoratori: cerca di accaparrarsi i «talenti», «i migliori», i «top» del settore. Queste reti lunghe che collegano mondo interno e mondo esterno dell’impresa sia sul lato del lavoro che sul lato del consumo, costituiscono un oggettivo allentamento delle barriere tra impresa e società, che però non va nella direzione che indicano le retoriche dominanti, cioè verso una progressiva riappropriazione da parte di lavoratori e consumatori del potere decisionale, ma in quella della capacità crescente dell’impresa di modellare la società.

Ci sono sempre delle dialettiche. Questi non sono processi di puro dominio unilaterale, ma possono sempre provocare delle reazioni e dei conflitti: se certi meccanismi di mercificazione e di centralità dello scambio di denaro investono la vita nella sua complessità, organizzare delle forme di protesta e di reazione a questo può implicare che non sia necessario aver già accumulato una forza sociale spaventosa, ma che sia possibile puntare su una questione simbolica, percepita come centrale, e da lì costruire una mobilitazione amplia.

L’uscita della logica economica dalla stretta dimensione economicistica, che va a investire tutte le dimensioni della vita, fa sì che una mobilitazione che parta da un aspetto locale e specifico possa costituirsi, forse più facilmente che in passato, e poi allargarsi. Molti dei movimenti contemporanei contestano infatti proprio su questa questione, cioè sull’abbattimento delle barriere tra impresa privata (è indifferente che siano le banche, il settore immobiliare, la finanza o altro) e società.

Un altro aspetto reale è ciò che viene sostenuto da teorici e interpreti neoliberisti di questi processi, teorici della competizione sfrenata, dell’assenza di monopolio, dell’assenza totale di intervento statale in economia, quasi sempre statunitensi. Essi invitano le grandi imprese ad essere più trasparenti sulla proprietà intellettuale e a diffonderla, perché l’economia si accresce attraverso la diffusione e la condivisione. Si tratta dell’individuazione di una contraddizione fondamentale tra la centralità della conoscenza e la società della merce, sottolineata sia da parte di liberali sia da parte di teorici della sinistra alternativa, per esempio i post-operaisti (Negri, Fumagalli, e altri). Secondo me quello che è più interessante è Andrè Gorz, che fa un’analisi della possibilità che questi meccanismi conducano ad una società post-capitalistica. Anche se non sono personalmente convinto che di per sé facilitino realmente questo processo, il suo libro l’«Immateriale» di Andrè Gorz sottolinea delle contraddizioni molto interessanti.

La facilità di produrre conoscenza è cosi elevata che la conoscenza non è riducibile alla forma di merce, perché è riproducibile gratuitamente e non è rivale rispetto alla merce, nel senso che l’uso da parte di una persona non lo impedisce ad altri. La conoscenza si accresce proprio attraverso la diffusione. Ciò condurrà al contraccolpo in senso contrario, ovvero le conoscenze strategiche fondamentali saranno blindate in barriere oggettivamente inviolabili. È oggettivamente vero che esista una contraddizione tra la centralità della conoscenza e la forma della merce, proprio per la maggiore facilità di produrre e riprodurre la conoscenza e di imitare le idee. Infatti basta avere delle competenze ed è possibile riprodurle allo stesso modo, difficilmente rischiando l’accusa di plagio, tant’è che i settori più esposti a questo meccanismo (per esempio discografia e cinematografica) sono stati tra i più colpiti dalla crisi, continuano ovviamente a esistere, ma concentrati in poche gigantesche imprese. Ciò accade anche nel campo dei nuovi media: le imprese sono pochissime, perché soltanto immensi conglomerati possono resistere e sopravvivere in un ambiente così difficile.

La conoscenza è di difficile gestione capitalistica, cioè è difficilmente trasformabile in merce; questo vuol dire che bisogna essere, dal punto di vista economico, quasi un apparato militarizzato, nel senso di presidiare il territorio, i consumatori, i lavoratori della proprietà intellettuale, le risorse naturali ecc.. È un processo reale che non sappiamo a cosa porterà, per ora sta portando a questa contraddizione, la cui retorica è: fatevi tutti imprenditori, fate la vostra start-up.

I dati però ci dicono che solo il 5% delle start-up sopravvive, e di queste il 90% sostanzialmente viene comprato da altre grandissime imprese. Questo appello populistico all’autocostruzione di noi stessi come imprenditori, questa forte sottolineatura della competizione e della concorrenza come valore fondamentale, di fatto ha portato nella realtà al suo opposto, un capitalismo che non è mai stato così concentrato, soprattutto nei settori più avanzati (l’informatica, le biotecnologie, l’intelligenza artificiale, ecc…), in cui il numero reale di attori economici si riduce sempre di più. La competizione è solo per i poveri. Le imprese ne stanno al riparo.

Sono 30 anni che viene teorizzato che lo stato debba ritirarsi dal mercato, ma senza il ruolo fondamentale dello stato (stati nazionali ma anche macro-stati come Unione Europea istituzioni che ricoprono funzioni di statualità, come il Fondo Monetario Internazionale) questi monopoli non sarebbero possibili. Infatti sono gli stati che scrivono le regole che rendono possibile che la competizione si possa ridurre a quattro o cinque attori oligopolistici.

Cosa succede dunque dentro al lavoro? Dentro la produzione all’interno di questi mondi (dai settori innovativi alla logistica) succedono due cose fondamentali.

Primo, nella catena produttiva si trovano tutte le forme di lavoro esistite e succedutesi dall’origine del capitalismo: il semi-schiavismo, il caporalato, il cottimo, forme di lavoro settecentesche senza garanzie, è come se fosse una sfilata storica e geografica. Da un lato, alcune lavori manuali diventano un po’ meno meccanici e più relazionati con la conoscenza del processi informatici; dall’altra, però, i posti di lavoro creati negli ultimi anni non riguardano affatto le funzioni più alte, creative e interessanti, ma quelle più basse, in particolare il terziario arretrato. La previsione delle retoriche sull’economia della conoscenza, secondo la quale verrebbero eliminati i lavori pesanti e contemporaneamente si espanderebbero i settori più creativi e interessanti, statisticamente non sta avvenendo. Anzi sta accadendo l’opposto: si sta di nuovo espandendo il lavoro pesante (di cui Amazon è un esempio perfetto, perché si lavora molto e in modo estenuante, a basso salario e poche garanzie), mentre il lavoro a qualificazione medio-alta è messo sotto pressione dai processi di automazione che sempre di più eliminano lavoro intellettuale.

Se le rivoluzioni industriali precedenti avevano cancellato i lavori manuali, compensando con la creazione di una classe media e quindi col settore impiegatizio, servizi, ecc…, questo non succederà con la cosiddetta quarta rivoluzione industriale, perché i lavori distrutti nella fascia dei colletti bianchi non verranno compensati dalla crescita di una nuova classe produttiva. Un sociologo serio come Collins prevede che tra 20 anni il tasso di disoccupazione medio nei paesi occidentali sarà del 50%. Se sarà così, come farà una società a riprodursi nel momento in cui la metà è fuori?

I sociologi pessimisti di 30 anni fa parlavano di società dei 2/3, in cui 2/3 sono inclusi mentre il restante terzo è relegato nella marginalità economica, sociale, culturale e politica. C’è la possibilità che quelle considerazioni pessimistiche in realtà fossero quasi ottimistiche. È possibile che ci stiamo muovendo verso una società del 1/2, in un cui una metà è inclusa e l’altra è lasciata a sé stessa, con qualche mezzo di pura sopravvivenza o di reddito minimo. Poche grandi aziende manterranno il proprio tasso di profitto, ma non più vendendo a poco prezzo a molti, bensì vendendo la stessa cosa ad alto prezzo a pochi. Trenitalia è in questo senso un modello rappresentativo: prima era un servizio pubblico che serviva a garantire alle persone di spostarsi; ora che è una società di diritto privato, può tagliare fuori la metà dei pendolari e concentrare i guadagni sull’Alta Velocità, cioè sul «lusso». Questo potrebbe essere il modello di mercato della società del 1/2.

 

[Di Loris Caruso]

#Genova: sappiamo chi é stato! #nazionalizzare

Questa notte a Roma e Bologna abbiamo deciso di far sapere alla Benetton che cosa ne pensiamo della privatizzazioni.

La tragedia del ponte Morandi è figlia della logica del profitto a cui sono devoti i privati che lucrano sui servizi che, al contrario, dovrebbero essere tutelati e garantiti in sicurezza escludendoli dalla becera valorizzazione economica.

Per questo diciamo forte e chiaro: nazionalizzare subito le autostrade, così come tutte le altre aziende strategiche.

Sappiamo chi è stato, facciamoci sentire!

Europa. Competizione globale e lavoratori poveri

[Sesto contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]

 

La disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in Europa occidentale. I salari sono in discesa e si intensificano gli attacchi all’organizzazione dei lavoratori. Nel 2013 quasi un quarto della popolazione europea, circa 92 milioni di persone, era a rischio povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 8,5 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente la crisi.

La povertà, la deprivazione materiale e il super-sfruttamento tradizionalmente associati al Sud del mondo stanno ritornando anche nei paesi ricchi d’Europa.

La crisi sta minando il «modello sociale europeo», e con esso l’assunto che l’impiego protegge dalla povertà. Il numero di lavoratori poveri — lavoratori occupati in famiglie con un reddito annuo al di sotto della soglia di povertà — è oggi in aumento, e l’austerità peggiorerà di molto la situazione in futuro.

Alcuni critici sostengono che l’austerità è assurda e contro-producente, ma i leader europei non sono d’accordo. Durante l’ultima tornata di negoziati con la Grecia l’estate scorsa, Angela Merkel ha dichiarato: «Il punto non sono alcuni miliardi di euro — la questione di fondo è come l’Europa può restare competitiva nel mondo.» C’è del vero in tutto questo. Quello che la Merkel non dice è che i lavoratori in Europa, nel Sud dell’Europa in particolare, competono sempre di più con i lavoratori del Sud del mondo. L’impoverimento e l’austerità in Europa sono le due facce della stessa medaglia, e riflettono una tendenza strutturale all’impoverimento e profondi cambiamenti dell’economia globale.

In una società capitalista i profitti provengono dal lavoro-vivo. L’aumento della produttività non è finalizzato a migliorare i livelli di vita, ma ad abbassare il salario relativo, ossia la differenza tra il valore prodotto e il valore appropriato dai lavoratori. L’accumulazione di capitale tende perciò a una crescente polarizzazione tra povertà e ricchezza, una polarizzazione che può coesistere con un aumento dei livelli di vita per alcune sezioni della classe lavoratrice.

Questa dinamica e il rapporto sociale tra lavoratori e capitalisti su cui essa si basa, però, non sono confinati all’interno dei confini nazionali. Per Marx l’impoverimento non è solo una questione di salari reali della classe lavoratrice nel Nord del mondo: l’impoverimento riguarda aspetti quantitativi e qualitativi delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori alla scala globale piuttosto che nazionale.

L’espansionismo economico e militare è parte integrante dell’accumulazione capitalistica. Mediante gli investimenti esteri e le migrazioni esso permette di espandere a livello globale l’esercito industriale di riserva e la forza-lavoro sfruttabile. L’espansione dell’esercito industriale di riserva permette al capitale di abbassare i salari e di prolungare la giornata lavorativa, riducendo così la domanda di forza-lavoro ed ingrossando ulteriormente la riserva di forza-lavoro, in un circolo vizioso di super-sfruttamento e disoccupazione/sotto-occupazione dispiegato alla scala globale.

Integrazione europea e globalizzazione

Queste dinamiche aiutano a spiegare perché da metà anni Settanta, durante una delle più grandi rivoluzioni nelle tecnologie della comunicazione e del trasporto, il mondo ha conosciuto un rapido aumento della povertà globale.

Perfino la Banca mondiale ammette che, se si esclude la Cina, tra il 1981 e il 2004 la povertà estrema (persone che vivono con meno di 1,25$) è aumentata in ogni «regione in via di sviluppo». Una recente ricerca del Pew Research Center ha concluso che, a dispetto delle radiose visioni di un’emergente classe-media mondiale, se prendiamo come metro di riferimento la soglia di povertà negli Stati Uniti, nel 2011 era povero l’84% della popolazione mondiale (che viveva con meno di 20$ al giorno).

Negli ultimi trent’anni la quota dei salari sul PIL è diminuita nella maggior parte dei paesi del mondo: questo indica un peggioramento della condizione del lavoro di fronte al capitale, un peggioramento che ha avuto luogo perfino in aree dove recentemente la povertà estrema è diminuita, come Cina, America Latina ed Est Europa.

Questi processi d’impoverimento vanno visti nel contesto dell’affermazione del neo-liberismo a partire da metà anni Settanta, coi relativi programmi di aggiustamento strutturale imposti da istituzioni finanziarie controllate dai paesi del Nord del mondo, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale. Insieme alle guerre imperialiste e alle catastrofi ecologiche che hanno avuto luogo in alcuni paesi, il neoliberismo ha causato un’accelerazione nei processi di espropriazione rurale, privatizzazione e ristrutturazione della produzione, andando ad aumentare il numero di lavoratori «vulnerabili» e disoccupati. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro questo esercito industriale di riserva comprende oggi circa 2,4 miliardi di persone.

Nel 2010, circa 942 milioni di lavoratori poveri — uno su tre lavoratori a livello mondiale — viveva sotto la soglia di povertà di 2$ al giorno. Era solo una questione di tempo prima che questo processo di impoverimento iniziasse a farsi sentire seriamente anche in Europa occidentale.

C’è un certo numero di fattori da tener presente in questo processo. In risposta alla crisi di profittabilità del capitale, il rilancio del processo d’integrazione europea iniziato a metà anni Ottanta e l’allargamento dell’UE verso Est negli anni 2000 hanno contribuito all’internazionalizzazione del capitale europeo. Un’altra grande spinta è venuta dall’apertura della Cina al mercato mondiale e dal suo ingresso nel WTO nel 2000. L’introduzione dell’euro non ha solo impedito agli stati membri del Sud Europa di ricorrere alla svalutazione competitiva per favorire le esportazioni; ha anche abbassato il costo delle transazioni ed eliminato le incertezze nei tassi di cambio, accelerando così i flussi di capitali verso gli stati membri dell’Europa centrale e orientale e, in misura crescente, verso l’Asia. Nel contempo, l’immigrazione netta verso l’UE-15 è aumentata, e con essa è aumentata l’offerta di forza-lavoro.

Il conseguente aumento della disoccupazione in Europa occidentale è stato compensato solo in parte e solo inizialmente dalla tanto celebrata espansione del lavoro atipico e del settore dei servizi. Deregulation, privatizzazioni e riforme del lavoro e delle pensioni hanno tutte contribuito ad aumentare l’offerta di forza-lavoro, e questo è avvenuto mentre le varie riforme riducevano la capacità d’azione sindacale ed erodevano il tasso di sindacalizzazione e la copertura della contrattazione collettiva, producendo crescenti disparità salariali e bassi salari.

Le politiche migratorie restrittive e razziste dell’epoca neoliberista non hanno mai avuto lo scopo di bloccare l’immigrazione verso la «Fortezza Europa»; hanno invece prodotto illegalità e un sistema differenziale di diritti finalizzato a stratificare e dividere la classe operaia.

L’Inghilterra della Thatcher ha aperto la strada al resto dell’Europa. In seguito ad una radicale deindustrializzazione e riconversione economica verso i servizi, in Gran Bretagna sono quasi raddoppiati i tassi di povertà e del lavoro a basso salario (lavoratori dipendenti che guadagnano due terzi o meno della retribuzione media nazionale). A differenza del resto d’Europa, in Gran Bretagna la condizione di povertà dei lavoratori ha cominciato a crescere già negli anni Ottanta, e gli orari di lavoro si sono fortemente polarizzati — in Gran Bretagna i lavoratori a tempo pieno hanno tuttora l’orario di lavoro effettivo settimanale più lungo di tutta l’Europa occidentale (nel 2008: 42,4 ore alla settimana contro le 37,3 previste dalla contrattazione collettiva).

Dopo la riunificazione, la Germania ha seguito un percorso analogo. Anche se ha conservato la quota relativamente più alta di occupati nell’industria in Europa occidentale, dalla fine degli anni Novanta l’internazionalizzazione del capitale ha avuto un importante ruolo nella crescita dell’export della Germania, e lo stesso ruolo ha avuto l’immigrazione. Nel 2003-2005, con le «riforme» Hartz I-IV è cominciata una politica sul lavoro che costringe i disoccupati ad accettare qualunque lavoro a qualunque condizione.

Il risultato di queste trasformazioni è stato che in Germania il settore del lavoro a basso salario è cresciuto dal 13% di metà anni Novanta al 20% del 2005, e con esso è aumentata la quota di lavoratori poveri. La precedente tendenza alla riduzione dell’orario di lavoro si è invertita: tra il 2003 e il 2008 l’orario di lavoro effettivo dei lavoratori a tempo pieno è cresciuto mediamente di 0,8 ore.

L’Italia ha conosciuto analoghe tendenze alla ristrutturazione della produzione, all’immigrazione e all’aumento del lavoro atipico, e da fine anni Ottanta anche in Italia si è polarizzato l’orario di lavoro; nel 2008 i lavoratori a tempo pieno lavoravano in media 39,2 ore alla settimana, 0,7 ore più che nel 1995. Fino a tempi recenti, diversamente che in Gran Bretagna e in Germania, l’Italia non aveva conosciuto una profonda deregolamentazione del lavoro. La quota di lavoro a basso salario nel settore formale (9,5%) era più bassa che in Germania, che nel 2008 esibiva la seconda quota più alta di lavoro a basso salario nell’UE-15 (20,2%), subito dopo la Gran Bretagna (20,6%). L’Italia, però, aveva una delle quote più elevate e stabili di lavoratori poveri in Europa occidentale — stimata intorno al 10% dei lavoratori ed concentrata soprattutto nel Sud.

La stabilità e le dimensioni del fenomeno dei lavoratori poveri in Italia sono il risultato dell’imposizione di politiche di precarizzazione e privatizzazione del lavoro senza alcuna compensazione in termini di welfare, e riflettono la specializzazione internazionale del sistema produttivo italiano.

Conseguenze involontarie?

La riorganizzazione e il riorientamento verso Est dell’industria europea, dell’industria tedesca in particolare, hanno ridirezionato le attività produttive e gli scambi dal Sud all’Est dell’Europa. Gli stati del Sud hanno continuato a importare dai paesi del Nord e dell’Est Europa senza trovare degli sbocchi alternativi per il loro export. Di conseguenza, la produzione e i servizi ad alta densità di capitale si sono sempre più concentrati nel Nord dell’Europa, mentre la produzione degli stati del Sud è andata incontro a un processo di downgrading.

La globalizzazione produttiva e l’unione monetaria hanno acuito, piuttosto che alleviare, le diseguaglianze tra i modelli di specializzazione delle regioni del Nord e del Sud Europa, aumentando gli squilibri tra i paesi con un surplus nell’export e quelli in deficit.

Molti studiosi, anche a sinistra, interpretano questi squilibri come il segno di una mancanza di competitività delle economie del Sud Europa rispetto a quelle del Nord. Quest’analisi, però, restringe il proprio orizzonte alla sola Europa, e trascura che ciò che un paese produce ed esporta è importante. Il punto è che, a causa della specializzazione internazionale delle loro strutture produttive, gli stati membri del Sud come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e in parte l’Italia sono sempre più in competizione con i paesi in via di sviluppo, non con quelli del Nord Europa.

Di fronte a una pressione crescente nella produzione a basso e alto contenuto tecnologico, dai primi anni 2000 l’UE ha perso quote di mercato in favore dei BRICS, della Cina in particolare, che è diventata il più grande esportatore di merci e sta salendo la catena del valore. Anche se la delocalizzazione produttiva verso i paesi con bassi salari è fondamentale per la competitività delle aziende europee, la crescita della Cina e di altri paesi asiatici sta creando crescenti difficoltà per le economie più deboli dell’UE.

Ciò aiuta a comprendere le conseguenze acute, ma estremamente diversificate, della recente crisi finanziaria ed economica sui vari settori e paesi dell’UE-15. Il settore manifatturiero europeo è uno dei più duramente colpiti, con 4,5 milioni di posti di lavoro persi tra il 2008 e il 2012 (corrispondenti al 12% dell’occupazione industriale). I livelli di de-industrializzazione variano notevolmente all’interno e tra i vari paesi, e secondo l’UNCTAD i flussi di investimenti diretti esteri si rivolgono sempre più verso i mercati emergenti dell’Asia. Mentre nelle economie avanzate gli investimenti produttivi sono ridotti, i mercati emergenti sono diventati la principale destinazione a livello mondiale dei flussi di investimenti diretti all’estero, e nel 2013 hanno assorbito il 54% dei flussi globali.

Per conservare la propria competitività e i profitti in questo clima, dal 2011 l’UE ha aumentato la sorveglianza sulle politiche di bilancio degli stati membri e ha iniziato a intervenire direttamente su nuovi ambiti, come le politiche salariali. Questo interventismo economico è strettamente connesso con l’imposizione di politiche di austerità e di riforme strutturali in Europa occidentale. L’attacco al settore pubblico, il taglio della spesa pubblica, lo smantellamento del sistema di contrattazione collettiva e la crescente polarizzazione dell’orario lavorativo sono tutti finalizzati a rafforzare il capitale europeo davanti alla crescente competitività internazionale.

Questi fattori strutturali e politici aiutano a spiegare le differenze senza precedenti nei livelli di disoccupazione e dei salari reali in Europa occidentale a partire dallo scoppio della crisi economica. Nel primo quadrimestre del 2015 la disoccupazione variava dal 4,7% della Germania al 5,4% della Gran Bretagna, il 12,4% dell’Italia e il 25,6% della Grecia (Eurostat). La Germania è l’unico paese dell’UE-15 [Stati dell’Europa occidentale, che già erano nell’UE tra il 1995 e il 2004, prima della sua espansione ad Est] dove i salari reali medi sono diminuiti tra il 2000 e il 2009. Ma dal 2010 la situazione si è praticamente rovesciata: i salari medi reali sono aumentati del 4,4% in Germania, mentre sono scesi del 2,3% in Italia, del 4,1% in Gran Bretagna e del 23,6% in Grecia.

Il caso dell’Italia è particolarmente significativo. Con la Cina come suo secondo principale concorrente dopo la Germania, in Italia la profittabilità ha iniziato a cadere molto prima della Grande Depressione. Dal 2008 la produzione industriale è scesa di almeno il 25% e la capacità produttiva del 13%. Il sistema occupazionale italiano sta declinando, con una forte crescita del lavoro atipico e a basso salario e la diminuzione delle occupazioni ad alta retribuzione.

In Italia gli interventi dell’UE nel 2011 hanno eroso ulteriormente il sistema della contrattazione collettiva e hanno favorito l’implementazione di politiche di riforma del lavoro. Rilanciando gli attacchi portati da Berlusconi al lavoro organizzato, i governi Monti e Renzi hanno abolito il diritto dei lavoratori a venire riassunti in caso di licenziamenti senza giusta causa, ed hanno generalizzato la precarizzazione del lavoro.

In Gran Bretagna, la produzione industriale è ancora al di sotto dei livelli pre-crisi, e la crisi e l’austerità hanno esaurito la capacità del settore pubblico di compensare la perdita di impiego nel settore privato. Gli aumenti di occupazione nel settore privato si sono concentrati in lavori part-time, temporanei e autonomi — mentre l’austerità ha colpito salari, condizioni di lavoro e spesa sociale.

In Germania, l’evoluzione relativamente positiva dell’occupazione e dei salari reali è soprattutto dovuta alla specializzazione della sua industria in settori ad alto valore aggiunto, il cui mercato si sta espandendo nei BRICS. Ma anche in Germania i salari crescono ad un tasso inferiore alla produttività, e il lavoro temporaneo e a basso salario è in aumento. Questa compressione salariale spiega come mai in Germania i lavoratori poveri siano quasi raddoppiati tra il 2005 e il 2013, passando dal 4,8 al 8,6%.

In Gran Bretagna il tasso di povertà dei lavoratori è più alto, ma relativamente più stabile che in Germania. Questo trend, però, dipende dal fatto che in Europa i tassi di povertà sono calcolati rispetto al reddito medio nazionale, che è in calo in molti paesi — e il calo del reddito medio riduce anche la soglia di povertà. Se guardiamo ai livelli di grave deprivazione materiale, la tendenza in Gran Bretagna è peggiore. Tra il 2007 e il 2013 la percentuale di lavoratori occupati in condizioni di grave deprivazione materiale è aumentata del 250%, passando dall’1,9 al 4,8%. In Italia i tassi di grave deprivazione materiale sono raddoppiati tra il 2007 e il 2013, passando dal 4,3 al 8,6%, e la percentuale di lavoratori poveri era dell’11%: una percentuale più alta della media dell’Europa occidentale e in aumento malgrado il declino della soglia di povertà.

A questo processo d’impoverimento — unitario ma differenziato — si accompagna una chiara tendenza all’allungamento dell’orario di lavoro dei lavoratori a tempo pieno. In Germania l’orario di lavoro è tornato al livello pre-crisi appena al di sotto di 41ore alla settimana, e la Gran Bretagna vede oggi un ritorno della «cultura dei tempi di lavoro lunghi»: mentre quasi un occupato su cinque è a basso salario, un quinto degli occupati a tempo pieno lavora regolarmente più di 45 ore alla settimana.

In Italia la percentuale di lavoratori occupati a tempo pieno che lavorano più di 45 ore alla settimana (16,3% nel 2011) è quasi raddoppiata rispetto al 2002.

La nostra risposta

Per il capitale dell’Europa occidentale l’impoverimento e lo sfruttamento crescenti dei lavoratori sono fattori essenziali per incrementare la profittabilità e mantenere la propria posizione nella divisione internazionale del lavoro. Per questo le politiche di austerità devono proseguire indiscusse e indisturbate, e per questo la Troika si è dimostrata così implacabile con il primo governo Syriza.

L’Unione Europea ha voluto dare una lezione esemplare ai lavoratori greci, colpevoli d’aver alzato la testa e detto no all’austerità; e questo è stato tanto più necessario alla luce della crescita della opposizione all’austerità in Spagna e, in qualche misura, anche in Germania e Gran Bretagna. Quello che le classi dominanti europee più temono, in fatti, è la radicalizzazione delle lotte dei lavoratori e la loro unificazione in Europa e a livello internazionale. Nel contempo, l’assenza di un programma di rottura radicale col capitalismo ha spinto il governo di Tsipras verso moderazione e arretramenti, dissipando così il potenziale di lotta presente tra i lavoratori.

I movimenti emersi in paesi come la Grecia e la Spagna, però, hanno dimostrato di poter abbattere le divisioni interne alla classe lavoratrice e sviluppare forme di potere alternative alla politica istituzionale. Questi movimenti sono però rimasti isolati e hanno ricevuto scarso sostegno dai lavoratori nel resto d’Europa.

La solidarietà alla Grecia ha avuto una portata limitata e non è diventata parte di vere mobilitazioni sindacali nel resto d’Europa. Gli scarsi tentativi di sviluppare un movimento sindacale a scala europea (come lo sciopero generale del novembre 2012) sono rimasti confinati nel Sud dell’Europa, e le poche iniziative fatte per organizzare un coordinamento nelle trattative sindacali sono state largamente inefficaci.

Ma la solidarietà internazionale non è qualcosa di secondario, che può essere rinviato a uno stadio «più avanzato» di lotta. Siamo di fronte a una crisi internazionale e strutturale, e tale dev’essere anche la nostra risposta. In Europa i lavoratori si trovano davanti ad un processo d’impoverimento unitario, ma estremamente differenziato, che riguarda anche paesi apparentemente in ripresa come la Germania e la Gran Bretagna. La lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è fondamentale per combattere alla radice la povertà crescente, e per costruire una solidarietà tra occupati e disoccupati, tra lavoratori più e meno precari, tra uomini e donne, tra lavoratori immigrati e non.

La riduzione dell’orario di lavoro non è una rivendicazione meramente economica. Per realizzarla il movimento operaio deve rigettare la logica della competitività e affrontare di petto le proprie stratificazioni e divisioni. La condizione dei lavoratori dell’Europa occidentale è direttamente legata a quella dei lavoratori e delle classi popolari dell’Europa dell’Est e del Sud del mondo. L’opposizione all’imperialismo europeo e occidentale è quindi fondamentale per rafforzare la resistenza della classe lavoratrice in Europa. Lo stesso vale per la lotta contro l’escalation del razzismo di stato e dell’islamofobia, e per l’abrogazione della legislazione razzista che facilita il super-sfruttamento dei lavoratori immigrati.

Queste rivendicazioni possono realizzare il potenziale di classi lavoratrici sempre più multi-nazionali, unificando il movimento dei lavoratori a livello nazionale e internazionale.

 

[di Lucia Pradella]

LA GUERRA IN CASA

Esprimiamo massima vicinanza e solidarietà alla città di Genova colpita in queste ore dal crollo del ponte autostradale dell’A10. Sono già più di 20 le vittime accertate.

Siamo stanchi di piangere i nostri morti, ogni giorno apprendiamo di morti sul lavoro, morti per la mancanza di manutenzione sul territorio, morti che lottavano per i diritti e la dignità di tutti e tutte.

Non si tratta di calamità naturali, dobbiamo fare nomi e cognomi dei responsabili di questo massacro. Dobbiamo accusa un sistema politico che parte dai suoi organi sovranazionali e giunge fino alla sua più piccola articolazione locale.

Da anni viviamo in un regime di austerità impostaci dall’Unione Europea che impedisce di spendere soldi per la messa in sicurezza delle infrastrutture, per dei salari dignitosi, per i diritti elementari e universali come quello alla salute e all’abitare.

Chi difende questa infernale macchina che fagocita esseri umani dentro e fuori i propri confini è complice di ogni suoi assassinio.

Non vogliamo parlare di fatalità, non vogliamo più piangere per i morti, vogliamo organizzarci per lottare e conquistare diritti e dignità qui e ora!

Ricerca e sviluppo come snodo per l’innovazione produttiva in Europa

[Quinto contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]

*In questo articolo sono contenuti grafici visibili nella versione online dell’opuscolo

La crisi economica del 2007-2008 ha rappresentato un punto di svolta storico nello sviluppo di molte economie nazionali. In particolare, alcuni paesi hanno interpretato la crisi come un’occasione per rilanciare le proprie politiche di sviluppo e dunque per aumentare l’investimento in ricerca e sviluppo (R&S) mentre altri hanno adottato, per ragioni diverse, una politica opposta che si è realizzata in tagli di bilancio proprio nei settori più sensibili da un punto di vista dello sviluppo tecnologico: ricerca, innovazione e alta formazione.

Se tra il 2000 e nel 2015 la media della spesa pubblica in R&S rispetto alla spesa pubblica totale dei paesi OCSE non è cambiata in maniera sensibile, rimanendo intorno a poco meno del 2%, vi sono state delle differenze importanti nella distribuzione di questa spesa tra i diversi paesi. Ad esempio la Germania ha aumentato l’investimento arrivando quasi al 2%, la Corea del Sud ha quasi raddoppiato puntando al 4% mentre la Spagna, l’Italia, la Francia e anche il Regno Unito hanno ridotto sensibilmente la spesa tra il 20% e il 40%, attestandosi tra l’1% (Italia) e l’1,5% (Regno Unito).

In conseguenza della crisi economica l’Europa, rispetto al 2000, si è dunque consolidata come un’entità sempre più disomogenea per quanto riguarda sia la ricerca scientifica sia quella tecnologica. L’obiettivo del Trattato di Lisbona di portare l’investimento in R&S al 3% del prodotto interno lordo (PIL) per il 2010 di tutti i paesi dell’Europa Unita è rimasto sulla carta, così come quella di far diventare lo spazio dell’Europa Unita «una delle più dinamiche e competitive economie basate sulla conoscenza in tutto il mondo, capace di sviluppare una crescita sostenibile con migliore qualità del lavoro e maggiore coesione sociale». In realtà la dinamica post-crisi ha accentuato le divergenze strutturali tra le economie dell’Eurozona, che a loro volta precedono l’introduzione della moneta unica.

I paesi dell’Europa settentrionale hanno in effetti puntato a realizzare gli obiettivi del Trattato di Lisbona, mentre quelli dell’Europa centro-meridionale nel dopo crisi hanno implementato pesanti tagli di bilancio proprio nei settori più sensibili da un punto di vista dello sviluppo scientifico e tecnologico. Il risultato è che nei paesi dell’Europa centro-settentrionale si spende in R&S 162 miliardi di dollari l’anno, una cifra del 53% superiore a quella dell’area anglo-francese e addirittura del 245% superiore a quella dell’area mediterranea; gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico sono nell’Europa centro-settentrionale dunque di oltre il 130% superiori che in quella meridionale come Italia o Spagna. Questi differenziali si riflettono poi anche in altri settori, ad esempio nell’esportazione di beni e servizi ad alta tecnologia o nella capacità d’innovazione orientata al mercato — misurata dal numero di brevetti per milione di abitante, che è nell’Europa settentrionale più di 5 volte maggiore che nell’Europa meridionale.

Se è vero che l’Europa, con circa il 10% della popolazione del mondo, produce più del 30% della conoscenza (misurata in termini di articoli su pubblicazioni scientifiche) e dunque sembrerebbe godere complessivamente di ottima salute, la situazione diventa però preoccupante poiché l’Europa non è un’entità economica e scientifica omogenea. E, come si è visto, vi sono crescenti squilibri al suo interno. Un segnale macroscopico sta nell’investimento in istruzione, ricerca e innovazione: è proprio grazie a queste politiche che i paesi dell’Europa centro-settentrionale hanno costruito e consolidato una specializzazione produttiva nei beni ad alta tecnologia. L’investimento nell’educazione terziaria è, infatti, molto eterogeneo: in Germania si spendono 635 dollari per abitante, contro i 489 dell’area anglo-francese, i 340 dell’area mediterranea e i 202 dell’area orientale. In breve, nel Nord d’Europa si spende il doppio per l’università dei paesi mediterranei e il 30% in più dell’area anglo-francese. Di conseguenza, in Germania si trova più del doppio di ricercatori per milione d’abitanti rispetto ai paesi dell’Europa centro-meridionale.

Guardando al caso dell’Italia, il taglio alle politiche di formazione dal 2008 ha prodotto un calo del 20% degli immatricolati, tanto che il nostro paese ha raggiunto l’ultimo posto per percentuale di numero di laureati nella fascia di età 25-34 anni, con un valore poco superiore al 20% che è pari alla metà della media dei paesi OCSE. In parallelo, tra il 2006 e il 2016 vi è stato quasi un dimezzamento del numero dei dottori di ricerca, così come un crescente fenomeno di emigrazione intellettuale — la cosiddetta «fuga dei cervelli». Questa situazione è causa e conseguenza di una scarsa capacità d’innovazione del sistema produttivo. Se, infatti, la spesa pubblica per R&S è molto indietro rispetto a quella delle maggiori economie industriali, il divario più significativo si concentra nella spesa effettuata dalle imprese (la cosiddetta BERD, Business Enterprise Research and Development). La minore capacità di queste ultime di fare attività di ricerca e innovazione è dovuta al fatto che nei settori a medio-bassa intensità tecnologica, in cui è concentrata l’attività produttiva del paese, la spesa in ricerca è più bassa di quella relativa ai settori a medio-alta intensità tecnologica.

La bassa intensità tecnologica della struttura produttiva del nostro paese rende bassa anche la domanda di forza lavoro con alta formazione: questa situazione genera un circolo vizioso con una pressione al ribasso sulla spesa pubblica in ricerca. Il nostro paese si trova, infatti, in una posizione di retrovia per quanto riguarda la quota dei laureati occupati in settori a elevata qualificazione scientifica sul totale generale degli occupati. Solo lo sviluppo di attività produttive nei settori ad alta intensità tecnologica potrà evitare la dismissione dei laureati, che, ancorché pochi, diventeranno ridondanti rispetto alla domanda effettiva.

Quest’analisi porta a riconsiderare il rapporto tra ricerca, alta formazione e mondo del lavoro. Spesso s’insiste sul fatto che l’università non prepara al mondo del lavoro e che dunque ci sia bisogno di intervenire sulla formazione per renderla più consona alle imprese (ad esempio puntando sulla ricerca applicata); in effetti, bisognerebbe piuttosto intervenire proprio sulla capacità di assorbimento di personale con alta formazione nelle imprese del paese, senza forzare la ricerca fondamentale e l’università a focalizzarsi sulla ricerca applicata o sulla formazione di quadri per l’impresa privata.

Le differenze di crescita tra paesi europei sono, dunque, chiara espressione di un’area molto disomogenea nella capacità di sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche e d’innovazione dei loro sistemi produttivi. In Italia, come in altri paesi dell’area mediterranea, la bassa spesa in ricerca attribuibile all’industria è il segno della marginale presenza di settori tecnologicamente avanzati, nei quali è invece più elevata la propensione all’investimento in ricerca. Questa marginalità dei settori avanzati implica a sua volta una crescente marginalità economica dei paesi dell’Europa meridionale con una perdita complessiva di potenziale di sviluppo economico.

La possibilità di attuare politiche pubbliche per il rilancio della ricerca e dell’innovazione nelle aree più depresse d’Europa è allora fondamentale, essendo necessaria una vera e propria ricostituzione della base scientifica e tecnologica di questi paesi, che solo dall’intervento pubblico può discendere, considerati l’ingente dimensione dell’impegno finanziario e l’incerta redditività economica che caratterizzano l’investimento in questi contesti.

[Di Francesco Sylos Labini, fondatore e redattore del sito Return on Academic Research dedicato alla discussione di temi della politica dell’università e della ricerca]

Attentato a Maduro, massima solidarietà al processo di rivoluzione Bolivariano!

Attentato a Maduro

Durante un intervento dal palco in occasione dell’81esimo anniversario della creazione della guardia nazionale, dei droni carichi di esplosivo sono stati lanciati nel tentativo di uccidere Maduro, fortunatamente fallendo nell’impresa. Si contano sette feriti.

Dopo le elezioni della costituente dell’anno scorso, che hanno visto una sconfitta delle forze reazionarie di opposizione nonostante il violento boicottaggio portato avanti contro Maduro, oggi si prova con gli attentati diretti. Le destre, ripetutamente sconfitte per la via delle istituzioni democratiche, tentano quindi di destabilizzare il paese con la violenza, in un clima di costante guerra commerciale e valutaria che gode dell’appoggio statunitense.

Il bolivarismo non è un esperimento perfetto, ma è la giusta strada intrapresa da un popolo e un governo che meritano il nostro appoggio in un continente in cui i poveri e gli indigeni hanno vissuto secoli di oppressione.

Ora e sempre forza Venezuela.
Ora e sempre resistenza!

Le riforme fino all’ANVUR: un disastro preannunciato

[Quarto contributo di Terroni d’Europa, clicka qui per la pubblicazione completa]

Volevo cominciare completando e aggiungendo alcune note a margine dell’intervento di Angelo d’Orsi riguardo al mantra berlusconiano sull’università. Di solito sono contrario alla numerologia, ma in questo caso darò qualche numero.

Una delle affermazioni più spesso ripetute, anche nelle aule parlamentari da molti deputati e senatori è: «in Italia ci sono troppe università.» Le università pubbliche sono 76. È necessario a questo punto fare un confronto con le 2000 e passa degli Stati Uniti o con la media europea, e inoltre considerare come si fa a stabilire quante università ci sono, cioè facendo un rapporto docenti/studenti per stabilire quanti studenti ha ciascun professore. A Cambridge un professore ha 4 studenti, ma è un caso unico, la media europea è 1 su 14, quella italiana 1 su 27.

Questi deficienti di politici confondevano, e questo l’ho anche provato, le sedi secondarie con quelle principali, per riuscire ad arrivare a dire che in Italia ci sono 286 università, ma allora significa che, per esempio, a Bologna, contando anche i campus in Romagna, dovremmo avere cinque università. Altra questione: in Italia ci sono troppi professori. Se però facessimo due conti, capiremmo che se avessimo i ricercatori che ci spettano e di cui abbiamo bisogno, rispetto a Francia e Germania, per paragonarci con paesi con cui dovremmo, come si usa dire oggi, «competere», dovremmo avere 100.000 professori. In realtà ne abbiamo soltanto 47.000, e questa è la spiegazione del perché ci sono poi 30.000 precari, perché qualcuno alla fine lo dovrà pur fare il lavoro che i ricercatori organicamente non riescono a fare.

Guardiamo dunque ai grandi cambiamenti recenti. Nel 2004/2005 Letizia Moratti ha emanato due leggi (se ricominciassimo a discutere a partire dalla riforma Berlinguer ci sarebbero molte più cose da dire) con cui ha stabilito sostanzialmente che invece di pagare le supplenze, i professori avrebbero dovuto fare 120 ore in più, che equivale a dire che le supplenze sono gratuite. La conseguenza è che quei pochi professori che abbiamo devono fare 120 ore in più e quindi uscire dal proprio settore disciplinare. Oltretutto c’è il problema che se il mio preside mi assegna un corso che non rientra nel mio settore disciplinare, qui si apre un altro discorso sugli SSD, i settori scientifico-disciplinari, in cui ogni professore per esercitare deve rientrare, descritti in maniera estremamente succinta dal Miur stesso. L’Italia è l’unico paese al mondo ad avere una cosa del genere.

Personalmente ho vissuto storie personali tragicomiche, quando per esempio si portano avanti ricerche che sono al limite tra due SSD. Per esempio, riguardo a filosofia della mente, la materia in filosofia più di moda e più studiata, anche sotto varie etichette; nel mondo anglosassone dicono tendenzialmente competence science ed è studiata dentro i dipartimenti di scienze cognitive. In Italia però non è collocata dentro scienze cognitive.

Un altro caso: teorie e sistemi dell’intelligenza artificiale, un insegnamento all’interno di filosofia, che io sto personalmente insegnando. Ce n’è una che ha un taglio completamente diverso a ingegneria, un’altra che invece che sta dentro psicologia. Essendo io un MF05, chi fa quell’esame con me matura crediti etichettati come MF05. Mi sono trovato con un insegnamento di intelligenza artificiale che nella declaratoria generale era PSI01, cioè psicologia generale, ma sapendo che lo facevo io che sono un filosofo l’hanno etichettato come filosofia. Infatti, su 150 studenti, metà erano di psicologia e l’altra metà di filosofia, i primi maturavano crediti psicologici, gli altri crediti filosofici.

Questa è una conseguenza della terminologia e della mentalità frutto della riforma Berlinguer, cioè del 3+2, che ha trasformato tutta la nominalistica universitaria in terminologia aziendalistica, basti pensare a crediti e debiti.

Poi c’è stata la legge Gelmini 240/2010, iper-decisionista fin dall’articolo 2, e che poi lasciava poi lacune enormi che in seguito sarebbero state coperte con più di 50 decreti attuativi.

Quando io ho incrociato Renzi da sindaco di Firenze ho cominciato a seguire questo ragazzotto brillante; dopo che Bersani era andato sui tetti di architettura a Roma dicendo «Aboliremo la Gelmini!», credevo che il Partito Democratico desse corso a ciò che aveva detto il suo segretario. Poco tempo dopo Profumo alla prima intervista disse che la Gelmini non andava abolita, bensì oliata, e mi vennero in mente le vignette di Guareschi: «Contrordine compagni: non era aboliamo, era oliamo». Durante questo periodo di sofferenza questo ragazzotto emergente mi fa illudere, chissà che non sia la volta buona. Per capirci, la mia unica conclusione a questo discorso sarà che se non viene abolita la legge 240, facciamo solo del casino mettendo cerotti su cerotti, considerato quanto è sbagliata concettualmente, l’unica via praticabile è fare tabula rasa alla Locke.

Nella prima intervista di Renzi su Max, alla domanda su che cosa ne pensasse della legge Gelmini sull’università, lui rispose: «Il Ministro avrebbe dovuto avere il coraggio di chiudere la metà delle università italiane: servono più a mantenere i baroni che a soddisfare le esigenze degli studenti». È nato il mio odio mortale verso di lui, quest’uomo sprizza odio verso l’università.

Torniamo ora al discorso sulla misurazione, partendo da una cosa banale ma che fa riflettere: cos’è l’antropologia? Ha a che fare con i topoi in greco antico, il luogo e la localizzazione. Lo spazio antropologico è uno spazio molto semplice, in cui vi sono delle proprietà che sono più importanti della misurazione. Per farlo capire agli studenti di matematica si dice di fingere che il mondo sia di gomma, in cui tutto è estensibile a piacere e in cui non ha senso il più lungo o il più corto, ma bisogna considerare altre dimensioni non misurabili. Lo spazio metrico viene creato aggiungendo una teoria della misura e si caratterizza per il fatto di avere come assioma, come punto di distinzione, la cosiddetta «disuguaglianza triangolare», secondo cui la somma dei due lati di un triangolo è sempre maggiore del terzo. Introducendo ulteriori proprietà si può costruire uno spazio di Hilbert, e aggiungendone poi ulteriori si raggiunge uno spazio euclideo, quindi è una situazione un po’ più complicata che ai tempi di Euclide.

Questa introduzione mi serve per spiegare che esistono spazi non misurabili, in cui non ha senso dare matematicamente una misura. Banalmente, non si può stabilire se è più bella Alla sera di Foscolo o Alla luna di Leopardi, né la quantità di romanticismo presente in Dei sepolcri di Foscolo. È molto preoccupante, anzi una tragedia, perché è fondamentalmente così che si fanno i concorsi.

Già Platone diceva: è vergognosa l’ignoranza di chi crede che si possa misurare tutto (letteralmente non è precisamente così, questo è un sunto del concetto, che esprime tra l’altro in maniera diversa nel Teeteto e nelle Leggi). All’inizio del quarto secolo, cioè nel periodo in cui è vissuto Platone, si sapeva già da un secolo e mezzo che esistano grandezze incommensurabili, i famosi alogoi, i numeri irrazionali. Lo scopre addirittura la scuola pitagorica, in quanto è una diretta conseguenza del teorema di Pitagora; infatti, già sicuramente ai tempi di Pitagora e delle scuole pitagoriche della Magna Grecia, teorizzarono che la diagonale del quadrato è incommensurabile rispetto all’angolo. Per fare un esempio, se consideriamo un quadrato di lato unitario 1, secondo il teorema di Pitagora la base è 1, quindi la diagonale misura radice di 2, che è un numero irrazionale.

La aritmogeometria, cioè il sogno dell’uomo di poter misurare tutto e di poter fondare tutto sul concetto di numero, l’essere in termini pitagorici, e di monade, che, in senso pitagorico (non come veniva intesa da Leibniz, quella è tutta un’altra cosa), è la particella geometrica che corrisponde al numero con cui si costruisce il mondo, muore con la scoperta dei numeri irrazionali, che significa affermare che non sempre c’è una misura adeguata. Insisto in questo senso sulla matematica, perché è importante capire che già in questa disciplina la misurazione venne messa in discussione diversi secoli fa; poi ci sarebbero moltissimi esempi sulla letteratura italiana, molto più facili concettualmente.

Un’altra caratteristica importante della metrica è che ha sempre un limite di precisione prefissato. Vuol dire che la misurazione è un processo empirico all’interno del mondo reale, lasciando da parte gli spazi metrici dei geometri, in cui è possibile arrivare ad avere una buona approssimazione, ma è sempre presente un limite invalicabile di precisione.

La conclusione a cui voglio arrivare è che la misura è intrinsecamente insufficiente per certe cose.

In questo senso mi collego all’ANVUR. Già in una mentalità bipartisan, parliamo di sei o sette anni prima della riforma Gelmini, si cominciò tanto da parte dei Democratici di Sinistra che da parte della destra a discutere di produrre un sistema di selezione delle università, a cui partecipò il senatore Modica dei DS. I criteri erano quelli di premiazione del merito, della lotta ai baroni e alle rendite di posizione, ecc… Naturalmente, queste etichette sono di per sé non riprovevoli, ma il problema è la loro messa in pratica. Ho seguito personalmente l’andamento di tutte le sedute in aula. Il PD ha fatto veramente opposizione solo nel segmento finale della discussione, poiché in un primo momento veniva fatta passare come contentino a Berlusconi perché se ne andasse, c’è stata poi la vicenda di Fini, a cui Napolitano ha dato un mese per comprare cinque senatori. Doveva cadere il governo e non è poi caduto, quindi ci siamo dovuti sorbire la legge Gelmini. Si disse di creare un organismo nazionale che valuti ricerca, didattica e tutto il mondo universitario in generale. Nonostante l’ANVUR sia stata inserita in legge già prima, chi la mise effettivamente in atto e che la nominò fu la Gelmini. Il primo problema che la riguarda è il fatto di essere di nomina governativa.

L’ANVUR, questo leviatano, questo mostro biblico, si è inventato un criterio meritocratico oggettivo facendo leva sul concetto di mediana. La mediana è una linea che divide l’universo in due metà uguali, quindi diversamente dalla media, semplicemente divide a metà il mio oggetto, in maniera tale che, qualunque esso sia, metà è una cosa e l’altra metà l’opposto. I criteri della prima abilitazione nazionale per esempio si basano tutti sulle mediane, e sul Corriere della Sera venne scritto in un articolo che era stato scoperto tramite un’indagine che la metà dei professori universitari non ha il titolo.

L’ANVUR si inventa dei criteri di valutazione delle università, e torna la famosa questione della meritocrazia. Quello della meritocrazia nasce come un concetto negativo negli intendimenti del suo ideatore, Michael Young, sociologo inglese, che scrive un testo, The Rise of Meritocracy (La nascita della meritocrazia) nel 1958, in cui dimostra che se avessimo una meritocrazia perfetta, cioè un algoritmo che attribuisce ad ognuno di noi in proporzione e quindi ai migliori di più, arriveremmo alla rivoluzione della società e alla sua dissoluzione in un tempo molto breve.

Purtroppo, Tony Blair non l’ha capita nel suo corretto significato, pure rimanendo tra le fila del Labour Party, in quanto ha cominciato a parlare di meritocrazia in senso positivo, e da lì nel mondo anglosassone si è fossilizzato in questo senso: premiazione dell’eccellenza. Disgraziatamente, quasi che non fosse una fregatura per gli anglosassoni, noi l’abbiamo copiata pari pari.

La prima riflessione che faccio in merito riguarda l’annosa questione: il merito è di chi arriva primo o di chi migliora di più? Esiste un documento, scritto dal collega Canevago su una rivista, che diceva che l’ università o si riforma o si distrugge, spiegando che il vero merito è dell’operaio, che con fatica arriva a fine mese facendo una gran fatica, non del figlio di Marchionne, che ha la possibilità di eccellere già dal liceo.

Inoltre, in tutto un arco di questioni riguardanti materie e discipline, è possibile misurarlo? Di sicuro non attraverso il concetto di mediana. Io sono stato in audizione alla Camera e al Senato per conto di un’associazione di docenti che rappresento, nel momento in cui si stavano definendo i criteri di valutazione, in cui posi il problema rispetto al fatto che fossero state messe le scadenze delle valutazioni in tot anni. L’auditrice mi dette ragione, dicendo pure, un po’ sul serio un po’ sul faceto, che in realtà poi la Gelmini non avrebbe ascoltato i nostri consigli.

I criteri attuali che devono essere soddisfatti da chi faccia l’abilitazione scientifica nazionale, che si riapre per la prima volta a dicembre dopo tre anni, a causa della contraddittorietà della legge, sono innanzitutto l’aver scritto almeno un libro, cosa che di base tutti sono riusciti a fare. Poi, avere pubblicato almeno dieci saggi negli ultimi cinque anni. In più, avere pubblicato negli ultimi cinque anni almeno tre saggi su riviste di classe A. L’ANVUR infatti decide di classificare le riviste in: scientifiche e non, classe A e classe B, utilizzando criteri abbastanza risibili. Spesso per esempio capita che una determinata rivista diventi famosa proprio grazie al fatto che qualcuno abbia pubblicato con essa.

Il problema conseguente è che ciò orienta la ricerca su una linea mainstream conservatrice, in quanto è difficile che gli articoli più innovativi escano immediatamente su riviste importanti.

Avevamo già un altro organismo, il CUN, cioè Consiglio Universitario Nazionale, organo elettivo che rappresenta tutte le 14 aree in cui è suddivisa la ricerca italiana. Per ognuno di questi settori vengono eletti a livello nazionale dei rappresentanti per ogni fascia, quindi uno ordinario, uno associato, un ricercatore, e ultimamente uno anche per i dottorandi. Avevamo già quindi un organo in cui i professori si riconoscevano, ma la scelta della Gelmini è stata di nominare personalmente cioè dal ministro 5 o 6 persone molto pagate (fino a 3-4 volte lo stipendio di un professore universitario). Studi documentati affermano che la valutazione è profittevole fino a che costa meno del 3% di ciò che deve giudicare, ma con i nostri finanziamenti sarebbe meglio, dato che siamo sottofinanziati (meno di un miliardo circa dai tempi della Gelmini), che i soldi venissero assegnati a giovani ricercatori e che venissero fatte borse di studio. Oltretutto è assolutamente ingiustificato il fatto che debbano essere di nomina governativa e non democraticamente eletti dal corpo docenti.

D’Orsi nomina poi il CRUI, cioè la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. La cosa assurda è che non è un ente pubblico, ma una specie di lobby privata gestita dal governo e con molta influenza (infatti quando non vuole che passi una legge, questa non passa davvero), che viene utilizzata paradossalmente dai ministri come interlocuzione con il mondo accademico.

Dalle valutazioni di questi enti dipende anche la suddivisione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), i soldi dati alle università a livello nazionale, su cui sono stati fatti dei tagli. Già con Tremonti, quindi prima della Gelmini, erano stati tagliati in un colpo solo 800 milioni su un finanziamento complessivo costituito da 7 miliardi e 100 milioni, corrispondente a circa 1% del PIL. Per capire se uno Stato spende abbastanza nella ricerca e nell’università bisogna confrontare appunto la spesa a questo dedicata e il PIL, non essendo possibile farlo solo attraverso la cifra spesa per nazione, viste le disuguaglianze tra i vari paesi anche all’interno dell’Europa. La media europea è di oltre 2% del PIL, della Germania e della Francia anche sopra il 2%, quella del Giappone supera il 3%, in Italia abbiamo una quota pari all’1% del PIL, quindi siamo i più sottofinanziati d’Europa, al penultimo posto anche dei paesi OCSE.

Un’altra grossa questione è il fatto che purtroppo abbiamo un’editoria malata, che soprattutto dopo l’evoluzione digitale sta sempre meno in piedi. I quotidiani si sono dimezzati, lo stesso vale per i libri; in un mercato piccolo come quello italiano un libro scientifico difficilmente si sostiene. Soltanto chi ha i soldi e può permettersi di pagare l’editore a qualunque prezzo ha la possibilità di pubblicare ciò che vuole, in una situazione in cui non esistono più specifiche politiche editoriali come invece accadeva 40-50 anni fa. L’editoria al giorno d’oggi vive soltanto sullo scolastico perché la gente è obbligata a comprare, oppure sul fatto che l’università compri determinati libri o manuali. Insomma, il dramma è che, pur esistendo discipline non misurabili, c’è un ente chiamato a misurarle, e di nomina governativa!

Un altro effetto distorsivo, sempre dovuto alla numerologia pitagorica gelminica, è che se è necessario pubblicare una certa quantità di articoli si fa di tutto per arrivare a quella soglia. Questo, per la ricerca di base e soprattutto per certi settori, è una tragedia. Le tempistiche imposte dalla legge Gelmini ti obbliga a pubblicare cose non verificate e a non fare ricerca di base, mandando in questo modo la ricerca verso il fallimento.

Un ulteriore progetto che torna fuori sistematicamente è quello che cerca di dividere le università in due categorie come nel mondo anglosassone (anche se trovo il paragone forzato, visto che il numero complessivo di università è nettamente superiore), le teaching universities e le searching universities, ma nessuno si chiede mai se sia giusto e conveniente. È innegabile che esistano università migliori di altre, ma non per forza in ogni aspetto o settore disciplinare. Non sarebbe svantaggioso invece procedere in senso di un piano strutturale di specializzazione, dando modo alle piccole università di specializzarsi in qualche settore, al posto di proporre di chiuderle.

Ribadisco che si stia cercando di mettere delle pezze ad una legge che è totalmente sbagliata e che andrebbe rifatta da zero.

Chiudo aggiungendo un’ultima cosa sulle Cattedre Natta. L’attuale presidente del consiglio Renzi, nella legge di stabilità del 2015, presenta una slide in cui afferma la volontà di prendere 500 super cervelli dall’estero, senz a affatto considerare che non sia legale fare un concorso precludendolo agli italiani, perché è l’articolo 3 della Costituzione che lo vieta.

Ci pensa sei mesi prima di arrivare un paio di mesi fa all’illuminazione: scegliere direttamente dal ministero i presidenti della commissione dall’estero, nonostante il parere del Consiglio di Stato fortemente negativo.

Ultima battuta sugli allievi e sul precariato. La stima per la formazione da parte dello stato di un buon ricercatore gira intorno ai 250.000 euro, ma se il giorno successivo andrà in Germania, parlando da un punto di vista aziendalistico è decisamente antieconomico. Un euro speso in ricerca ne frutta poi quattro, ma il tempo in cui il processo necessita di maturare è molto più lungo e complesso di quanto si pretenderebbe.

[Di Maurizio Matteuzzi]