#30novembre, riprendiamoci la scuola!

#Roma

Sotto al MIUR prende forma il concentramento della Mobilitazione Nazionale! Riprendiamoci La Scuola.

La mobilitazione continua, e mentre una delegazione di studenti e lavoratori è salita nelle stanze del MIUR per portare un piattaforma rivendicativa concreta e nettamente in rottura con il recente passato, assieme ai ragazzi e alle ragazze di OSA e a tutti coloro che sono venuti a Roma rispondendo alla chiamata nazionale della Campagna BastAlternanza lanciamo lo sguardo oltre i confini nazionali e confermiamo la nostra sintonia con le piazze francesi oggi piene di studenti in lotta.

La lotta contro le elite europee ci unisce, prendiamo in mano il nostro presente per rivendicare un futuro che non parli la lingua dell’austerity e della repressione, per una formazione adeguata allo sviluppo soldiale della società e non ai profitti di poche multinazionali.

30NOV MIUR ITALIA FRANCIA

La mobilitazione continua, e mentre una delegazione di studenti e lavoratori è salita nelle stanze del MIUR per portare un piattaforma rivendicativa concreta e nettamente in rottura con il recente passato, assieme ai ragazzi e alle ragazze di OSA e a tutti coloro che sono venuti a Roma rispondendo alla chiamata nazionale della Campagna BastAlternanza lanciamo lo sguardo oltre i confini nazionali e confermiamo la nostra sintonia con le piazze francesi oggi piene di studenti in lotta.La lotta contro le elite europee ci unisce, prendiamo in mano il nostro presente per rivendicare un futuro che non parli la lingua dell'austerity e della repressione, per una formazione adeguata allo sviluppo soldiale della società e non ai profitti di poche multinazionali.

Publiée par Noi Restiamo sur Vendredi 30 novembre 2018

La delegazione salita al MIUR porta il report di fronte a una piazza ancora stracolma

La delegazione salita al MIUR porta il report di fronte a una piazza ancora stracolma

Publiée par Noi Restiamo sur Vendredi 30 novembre 2018

Mentre proseguiva il presidio a Roma sotto il MIUR è arrivata la terribile notizia che a Catania uno studente è morto in seguito ad un malore che non è stato possibile curare per colpa del malfunzionamento del materiale medico in dotazione alla scuola.

La rabbia degli studenti si è tramutata in un corteo che ha superato i dispositivi di contenimento della polizia ed ha attraversato le strade della città giungendo fino a Montecitorio congiungendosi con il presidio dei lavoratori LSU in lotta.

La rabbia è tanta, le responsabilità sono chiare: pagherete caro, pagherete tutto!

Mentre proseguiva il presidio a Roma sotto il MIUR è arrivata la terribile notizia che a Catania uno studente è morto in seguito ad un malore che non è stato possibile curare per colpa del malfunzionamento del materiale medico in dotazione alla scuola.La rabbia degli studenti si è tramutata in un corteo che ha superato i dispositivi di contenimento della polizia ed ha attraversato le strade della città giungendo fino a Montecitorio congiungendosi con il presidio dei lavoratori LSU in lotta. La rabbia è tanta, le responsabilità sono chiare: pagherete caro, pagherete tutto!

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#30novembre, riprendiamoci la scuola!

#Roma

Sotto al MIUR prende forma il concentramento della Mobilitazione Nazionale! Riprendiamoci La Scuola.

La mobilitazione continua, e mentre una delegazione di studenti e lavoratori è salita nelle stanze del MIUR per portare un piattaforma rivendicativa concreta e nettamente in rottura con il recente passato, assieme ai ragazzi e alle ragazze di OSA e a tutti coloro che sono venuti a Roma rispondendo alla chiamata nazionale della Campagna BastAlternanza lanciamo lo sguardo oltre i confini nazionali e confermiamo la nostra sintonia con le piazze francesi oggi piene di studenti in lotta.

La lotta contro le elite europee ci unisce, prendiamo in mano il nostro presente per rivendicare un futuro che non parli la lingua dell’austerity e della repressione, per una formazione adeguata allo sviluppo soldiale della società e non ai profitti di poche multinazionali.

30NOV MIUR ITALIA FRANCIA

La mobilitazione continua, e mentre una delegazione di studenti e lavoratori è salita nelle stanze del MIUR per portare un piattaforma rivendicativa concreta e nettamente in rottura con il recente passato, assieme ai ragazzi e alle ragazze di OSA e a tutti coloro che sono venuti a Roma rispondendo alla chiamata nazionale della Campagna BastAlternanza lanciamo lo sguardo oltre i confini nazionali e confermiamo la nostra sintonia con le piazze francesi oggi piene di studenti in lotta.La lotta contro le elite europee ci unisce, prendiamo in mano il nostro presente per rivendicare un futuro che non parli la lingua dell'austerity e della repressione, per una formazione adeguata allo sviluppo soldiale della società e non ai profitti di poche multinazionali.

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La delegazione salita al MIUR porta il report di fronte a una piazza ancora stracolma

La delegazione salita al MIUR porta il report di fronte a una piazza ancora stracolma

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Mentre proseguiva il presidio a Roma sotto il MIUR è arrivata la terribile notizia che a Catania uno studente è morto in seguito ad un malore che non è stato possibile curare per colpa del malfunzionamento del materiale medico in dotazione alla scuola.

La rabbia degli studenti si è tramutata in un corteo che ha superato i dispositivi di contenimento della polizia ed ha attraversato le strade della città giungendo fino a Montecitorio congiungendosi con il presidio dei lavoratori LSU in lotta.

La rabbia è tanta, le responsabilità sono chiare: pagherete caro, pagherete tutto!

Mentre proseguiva il presidio a Roma sotto il MIUR è arrivata la terribile notizia che a Catania uno studente è morto in seguito ad un malore che non è stato possibile curare per colpa del malfunzionamento del materiale medico in dotazione alla scuola.La rabbia degli studenti si è tramutata in un corteo che ha superato i dispositivi di contenimento della polizia ed ha attraversato le strade della città giungendo fino a Montecitorio congiungendosi con il presidio dei lavoratori LSU in lotta. La rabbia è tanta, le responsabilità sono chiare: pagherete caro, pagherete tutto!

Publiée par Noi Restiamo sur Vendredi 30 novembre 2018

Giovani a sud della crisi. Un’analisi concreta della situazione concreta della condizione sociale giovanile

recensione di Antonio Allegra

 

C’è un merito che bisogna riconoscere ai compagni di Noi Restiamo da quando sono nati: quello dello sforzo teorico di ricostruzione di un quadro della questione sociale giovanile all’interno delle dinamiche della competizione capitalistica globale, con particolare attenzione allo specifico della situazione italiana.

Il nuovo lavoro di ricerca e di analisi, Giovani a sud della crisi (ottobre 2018), è in qualche modo il punto di arrivo (certamente temporaneo) di questo sforzo teorico, e lo fa cercando di mettere assieme tanti pezzi di ragionamento a partire dai processi economici in atto, dalla sua configurazione geografica, passando ad analizzare il mondo della ricerca, della formazione universitaria e scolastica, giungendo a trattare i nodi dello sfruttamento del lavoro giovanile e i processi di emigrazione.

Lo sforzo di afferrare tutti gli “anelli” (per utilizzare un’espressione leniniana) di questa catena di sviluppo del processo in atto, è lo sforzo di chi vuole dare una base concreta alla propria azione politica. Utilizziamo l’aggettivo “concreto” nel senso inteso da Marx, quando scriveva nei Grundrisse (gli appunti preparatori del Capitale): «il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, quindi unità del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza».

Per il pensiero il “concreto” è un punto di arrivo. Per l’azione è il punto di partenza.

Il libro si divide in due parti. La prima parte comprende 4 capitoli (più quello introduttivo) a firma dei compagni di Noi Restiamo, in cui viene messa a punto la loro analisi.

La seconda parte è coperta dagli interventi di altri collettivi con cui gli autori si sono confrontati in questo sforzo di analisi: il CAU Napoli, il Collettivo Laika di Grosseto, il Collettivo Politico Porco Rosso di Siena e Coniare Rivolta di Roma, i quali propongono analisi dei contesti locali in cui si trovano ad agire e offrono spunti di riflessione importanti, sia per completare il quadro sia per allargare il campo visivo.

I primi cinque capitoli del libro indagano ognuno un tassello del ragionamento generale su come si organizza in Europa il sistema di creazione di “conoscenze e competenze”. Il cap. 2 prende in esame la distribuzione dei fondi della ricerca in ambito europeo. Il cap. 3 analizza le riforme universitarie in Italia alla luce dei mutamenti europei in ambito formativo, facendo un raffronto tragli esiti di questi processi di riforma in alcuni dei paesi PIGS (in particolare Italia e Spagna) con quelli del centro produttivo europeo, definiti paesi core, quali la Germania.

Da qui si passa, nel cap. 4, all’analisi del mercato del lavoro giovanile, facendo un’analisi della situazione italiana e un focus sulla situazione dei paesi PIGS. A questo punto diventa necessario affrontare nel cap. 5 le dinamiche migratorie giovanili interne alla UE con un raffronto, ancora una volta, tra paesi PIGS e paesi core.

A leggere questi 4 capitoli di seguito non si può non rimanere colpiti della convergenza dei risultati di questa indagine. Molti degli indicatori utilizzati (il libro è ricco di fonti, statistiche e grafici, che lo rendono ancora più prezioso) fanno capire nel dettaglio quale sia il processo di gerarchizzazione interno all’Unione europea: la distribuzione diseguale dei fondi alla ricerca, con un centro che attira fondi e ricercatori e una periferia che li perde: la gerarchizzazione delle università all’interno della UE, ma anche all’interno dell’Italia, che ci parla di un processo di scomposizione dei sistemi educativi nazionali, che il recente tentativo di regionalizzazione dell’istruzione conferma fino alla fine; il ruolo non secondario della differente distribuzione dei fondi per l’università e, a cascata, la qualità e i costi dell’offerta formativa, nell’approfondire le differenze interne all’Ue e all’Italia;  la spiccata precarizzazione del lavoro a seguito della gerarchizzazione produttiva in Europa; i processi migratori come effetto finale, che con i suoi 5 milioni di migranti, la maggior parte nei paesi core della UE, ci parla di una mancata specializzazione produttiva in Italia.

Tutti questi elementi ci mostrano in maniera evidente, al di là della retorica dell’Europa dei popoli (che, finché rimane in piedi questo assetto istituzionale ed economico-finanziario, sarà di là da venire), un’economia integrata all’interno della UE, i cui differenti capitalismi nazionali si strutturano in maniera gerarchica (seppur non senza frizioni), con un centro e una periferia. Certamente, la realtà è più sfaccettata di come la presentiamo qui, ma occorre leggere la tendenza in controluce per vedere la figura nella sua unità.

Il capitolo finale del libro raccoglie un report del convegno sulle università organizzato a maggio del 2018, in cui a parlare erano presenti diverse realtà studentesche italiane (quelle citate sopra più un collettivo sardo) ed europee (Catalogna, Svizzera, Parigi). Chiude  il report un piano di intervento basato su tre punti: 1) la necessità di un fronte di alleanza tra segmenti della società, in particolare con il sindacalismo metropolitano che affronti la questione sociale; 2) indicare il campo della lotta al livello europeo; 3) riprendere i momenti di confronto a livello nazionale, provando ad articolare la lotta nei singoli territori.

 

Crisi sistemica e catena del valore

Ci sembra non sia inutile provare a dare una sintesi veloce delle argomentazioni offerte dal libro, per introdurre il lettore alla serie di dati elaborati nella ricerca.

Come accennavamo all’inizio, la ricostruzione del concreto concatenarsi dei piani di analisi va da quelli più generali della competizione capitalistica globale, della crisi sistemica e delle risposte politico-economiche a questa crisi (come la costituzione di macroaree economiche sempre più integrate, quali la UE) a quelli via via più specifici (nazionali e regionali).

Nel contesto della crisi del capitale, i cui livelli di crescita sono calanti da un secolo a questa parte (se si escludono alcuni periodi eccezionali come quelli postbellici), la ristrutturazione economica avviatasi intorno agli anni ’80, ha indotto le economie occidentali, per mantenere margini di profitto desiderati, a puntare, più che sulla crescita quantitativa, su quella qualitativa, intendendo con ciò un processo produttivo che puntava sulla ricerca, l’innovazione scientifica e tecnologica (qualità) quali elementi determinanti nella concorrenza. Se i margini di profitto sono pochi, chi innova ha più chances di essere competitivo sul mercato. L’innovazione richiede ricerca e lavoratori sempre più qualificati. Chi forma i lavoratori qualificati non è l’impresa, ma è il sistema d’istruzione nazionale. Dagli anni ’80 in poi, gli industriali di tutto il mondo capitalistico puntano la loro attenzione sui sistemi educativi per formare i lavoratori che il nuovo paradigma produttivo richiede.

Un modello produttivo produce merci, è noto, e la sua prima merce è il lavoro. Che tipo di lavoro richiede il nuovo paradigma produttivo? Se il vecchio sistema di fabbrica puntava all’aumento della popolazione per aumentare la massa della forza lavoro “puramente fisica”, quello dei capitalismi avanzati come quello europeo ha bisogno di forza lavoro specializzata. Questo obiettivo era già stato fissato sin dalla fondazione della nascita della CEE alla fine degli anni ‘50, ma allora riguardava solo la manodopera industriale, certo più evoluta rispetto a quella ottocentesca e primonovecentesca. La specializzazione è un effetto della concorrenza, che è a sua volta il segno che la crescita quantitativa cede piano piano il passo a quella competitiva. Non è un caso che si inizia a parlare di “risorse umane” negli Usa proprio alla fine degli anni ‘50. L’economia di guerra era finita, la crisi economica di primo Novecento – che aveva portato allo scontro tra imperialismi e al keynesismo di guerra americano che ne ha beneficiato – si ripresentava, ma a influenzarne gli esiti “automatici” c’era allora il blocco socialista, che con la sua sola presenza (al di là delle effettive intenzioni) costituiva una minaccia costante per l’ordine capitalista, non fosse altro che  per l’esempio che offriva a tutti circa la possibile alternativa sociale ed economica al capitalismo. La risposta alla crisi doveva essere data, sì, ma senza fare emergere “velleità rivoluzionarie”. La crisi economica nei paesi occidentali comincia a farsi risentire sul finire degli anni ‘60, e se i grafici che Carchedi ha mostrato sono validi (vedi L’esaurimento dell’attuale fase storica del capitalismo, Contropiano n.1, 2017, e disponibile in rete https://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/8750-guglielmo-carchedi-l-esaurimento-dell-attuale-fase-storica-del-capitalismo.html) è possibile avere conferma di ciò. Il calo del tasso di profitto è una tendenza secolare. In questo quadro, la competizione aumenta e a un certo punto si richiede il cambio di paradigma produttivo. La fine del fordismo data inizio anni ‘70, ma le sue premesse sono ancora più antiche. Non essendoci una crescita per tutti, ma una crescita solo in primo luogo per chi si specializza (e in subordine per chi risparmia sul costo del lavoro o ricorre a misure monetarie come la svalutazione, come avveniva in Italia all’interno dello SME e prima della moneta unica), il ricorso alla specializzazione, quindi all’attenzione ai sistemi formativi e alla ricerca, diventa sempre più un punto strategico della competizione. Si è detto che quanto meno margine di profitto c’è, tanto più cresce la competizione. Tanto più aumenta la competizione, tanto più si mira alla specializzazione. Questo è un fenomeno che ha interessato tutti i paesi industriali avanzati.

La cosiddetta globalizzazione ha distribuito su tutto il pianeta il lungo processo di creazione del valore. Non ci sono più unici centri produttivi dove si progetta e si produce la merce dall’inizio alla fine, ma una dislocazione spaziale che divide il processo produttivo. Il lavoro sporco della fabbrica tradizionale viene spostato nelle nuove periferie produttive, dove è possibile aumentare le ore di lavoro e pagare una miseria gli operai. Al centro rimane la progettazione e tutto ciò che è annesso al prodotto finito (marketing, branding, packaging, ecc. ecc.). La creazione del valore dalla periferia al centro è ciò che viene chiamata catena del valore, dove chi sta al centro si accaparra la maggior fetta di valore prodotto. Questa è la forma del neocolonialismo. Ed è questo il quadro storico ed economico presupposto dall’analisi che i compagni di Noi restiamo offrono al lettore.

 

Catena del valore e gerarchizzazione dei sistemi formativi

L’effetto immediato di questa catena  è la gerarchizzare di funzioni e aree produttive, ma anche la distribuzione in maniera diseguale del valore prodotto, la cui parte principale va al centro. In questo centro operano i sistemi formativi avanzati che, appunto, hanno il compito di mantenere in piedi la posizione di privilegio all’interno della catena produttiva di valore.

Questa differenziazione produttiva è leggibile all’interno delle dinamiche europee (cioè della UE). La regionalizzazione della UE vede un nord e un sud, ma anche un ovest e un est. Non è senza significato il fatto che ai suoi esordi la Lega voleva staccare il nord Italia per legarlo al centro produttivo europeo.

Senza comprendere questa differenziazione produttiva non si capiscono gli effetti sulla regionalizzazione dei sistemi formativi, con i loro sviluppi diseguali in termini di fondi, laureati, abbandoni ed emigrati.

L’architettura economica, finanziaria e giuridica della UE agisce in modo coordinato a creare questa differenziazione. Per fare un esempio: in presenza di fenomeni di deindustrializzazione in Italia, non si sono avuti percorsi di specializzazione produttiva, ma di dequalificazione. Inoltre, il progetto dell’industria 4.0 (senza contare gli effetti di espulsione di manodopera dal settore di applicazione) a oggi rimane un progetto e l’attuale governo ha persino tagliato i fondi destinati a questo progetto. Come mai? Non si può rispondere se non ricorrendo a quel complesso di concause che sono i tagli di bilancio per effetto delle politiche di austerità, la ripresa economica che non c’è (se il PIL non aumenta non aumentano nemmeno gli introiti statali), il ruolo dell’Italia nella catena del valore (inutile fare uno sforzo di ammodernamento se non puoi giocarti questa partita tra grandi), la difficoltà italiana a essere competitiva ad alti livelli, lo spazio concesso solo per la competizione al ribasso, con la proletarizzazione degli specializzati e il ricorso allo sfruttamento del lavoro migrante lì dove la specializzazione non interviene ed è più utile, al fine dell’estrazione di valore, ricorrere a sistemi di sfruttamento ottocenteschi. Senza questo quadro non si capisce perché, pur essendo il numero di chi emigra dall’Italia uguale al numero dei migranti provenienti da fuori, chi va via sono in specie gli specializzati e chi arriva è la classica “manodopera” inserita i settori non specializzati e a basso costo. I fenomeni migratori sono solo l’effetto di questa gerarchizzazione all’interno della catena del valore.

Vista dal punto di vista “europeo” (o, meglio, dal punto di vista di quelle aeree che occupano il centro all’interno della catena produttiva) i sistemi formativi devono creare il bacino di lavoratori specializzati: più si ingrossa, più sono alte le possibilità di sfruttare le intelligenze formate e messe in campo. Ma, al contempo, aumenta anche la concorrenza tra i lavoratori specializzati, con la classica diminuzione del costo del lavoro specializzato.

Vista dal punto di vista dell’Italia (e di altri paesi che hanno una posizione simile, se non peggiore, nella catena del valore), le politiche europee sulla formazione a tutti i livelli e sulla ricerca, hanno l’effetto di declassarla e di differenziarla al proprio interno.

 

 

Catena del valore e gerarchizzazione dei lavoratori: proletarizzazione ed emigrazione

 Il lavoratori non hanno patria, diceva Marx, ma non tutti vivono le tendenze evolutive del capitalismo allo stesso livello. E questo sicuramente ha effetti immediati sul modo di autorappresentarsi dei lavoratori, su come leggono, a partire dalla loro realtà immediata, la loro condizione. Chi vuol lavorare alla ricostruzione di un fronte di lotta deve sicuramente capire i fenomeni e le loro rappresentazioni, smontando quelle tossiche, possibilmente.

Ora, in questo compito ci vengono in aiuto i dati estrapolati sui processi migratori che si sono messi in moto in questo quadro di gerarchizzazione, leggibile anche alla luce degli effetti post-crisi finanziaria 2008-2010. Chi risponde meglio alla crisi finanziaria in Europa sono ancora una volta i paesi core. I paesi PIGS non hanno saputo riprendersi e stentano maledettamente a ritornare a una condizione simile a quella precedente la crisi. Le politiche europee per combattere la disoccupazione giovanile (ossia di quel settore di lavoro produttivo sottoposto a più alto tasso di sfruttamento) non hanno nessun effetto nei paesi periferici, come in Italia, se non quelli di consegnali a una stabile precarietà e a una progressiva proletarizzazione. Le politiche nazionali (fino al Jobs act) non hanno fatto altro che subordinare sempre più il lavoro alle esigenze di un’economia debole, e che in quanto tale non può puntare (al di là delle retoriche sul “mismatch” tra “skills” richieste e quelle offerte) ad assorbire lavoratori che in realtà sono troppo specializzati. È questa la base della cosiddetta overeducation, ormai diventata soggetto perfino di film di distribuzione di massa come Smetto quando voglio (la cui lettura però è fuorviante perché continua ad attribuire i mali dei ricercatori ai baroni universitari e al nepotismo, che sono semmai un effetto piuttosto che la causa).

Insomma, sulla lettura della disoccupazione giovanile si gioca una partita ideologica fondamentale, che fa uso anche di statistiche truccate, come quelle trimestrali sull’occupazione, che tiene conto di chi ha fatto anche un’ora di lavoro nel periodo considerato… Il punto è che la disoccupazione giovanile, specie tra chi ha un titolo di studio di secondo livello, è enorme al livello europeo, con punte drammatiche nelle periferie produttive. È così che si creano i moderni eserciti industriali di riserva pronti per l’emigrazione.

Si arriva così all’ultimo capitolo, dove si analizza quello che viene definito “un fenomeno di massa simile per dimensioni a quello del dopoguerra”, un fenomeno che per la sua imponenza “è difficile attribuire a scelte individuali”. Ed è analizzando questo fenomeno che vediamo meglio le due periferie dell’Unione europea, quella a est e quella sud.

La centralizzazione economica europea che produce la divisione gerarchica risalta ora sotto un altro angolo visuale. Saldi e flussi migratori mostrano le stesse dinamiche: dalla periferia al centro. In questo quadro, paesi che avevano avuto storie migratorie del tutto indipendenti e differenziate (come la Spagna e il Portogallo) tendono a uniformarsi sulle cause migratorie, sulle destinazioni e sui soggetti: chi ne sfrutta i vantaggi sono ancora una volta i paesi core. Chi ne paga il prezzo sono i giovani “a sud della crisi”, quelli appunto delle periferie produttive.

 

Risposte ideologiche alla crisi. Fascistizzazione a nord a est e a sud della crisi

 Tra gli interventi esterni proposti nel libro, quello del Collettivo Laika di Grosseto offre degli spunti interessanti sul piano della gestione politica della crisi, ricorrendo alla categoria di “fascistizzazione del potere”. Facendo un excursus veloce sulle dinamiche degli ultimi 25 anni (dalla fondazione della UE), il collettivo mette in collegamento l’ordoliberismo con la gestione corporativistica dell’economia e la messa in mora del conflitto di classe. L’ordoliberismo si differenzia dal neoliberismo di stampo anglosassone: se quest’ultimo vuole eliminare ogni forma di intervento statale in campo economico e sociale, riducendo lo stato a quello che veniva definito uno “stato minimo”, l’ordoliberismo invece richiede un intervento attivo dell’apparato statale nella gestione del mercato e della società che deve essere piegata alle sue esigenze. Questo non significa però che l’apparato statale sia garanzia di un ordine più democratico. L’ordoliberismo è un pensiero nato in Germania intorno agli anni ‘50. Esso ha di fatto presieduto (e presiede) alla nascita delle politiche della UE. Una gestione dall’alto del conflitto di classe, che piega gli interessi di classe agli interessi del mercato. Questo mercato però non è più un mercato nazionale, ma un mercato europeo. Non è il caso qui di ricordare i passaggi costitutivi dell’UE, ma è evidente che il motore primo della UE è la formazione di un’area economica che sappia essere concorrenziale nel quadro della competizione globale allora avviatasi. La mancanza nella UE di un assetto istituzionale tradizionalmente democratico, con un parlamento che fa le leggi e da cui provenga la legittimità di un governo (la Commissione europea), sta lì a dimostrare che la UE tutto è tranne che un’espressione democratica dei suoi popoli. Le “direttive” europee, talvolta “indicazioni”, si trasformano in legge nazionale senza nemmeno avviare una vera consultazione popolare. Ciò rende evidente che la mancanza di democrazia, pur intesa in senso borghese tradizionale, non è un difetto transitorio, ma una caratteristica stabile di questa fascistizzazione del potere che, in forma nuova, riesuma la politica corporativistica fascista. Non interessi di classe, ma interesse unico rappresentato dal mercato europeo. A questo aspetto è dedicato anche l’ultimo libro di Luciano Canfora, La scopa di Don Abbondio. Il moto violento della storia (Laterza 2018).

Ma questo è solo uno degli aspetti della fascistizzazione del potere, perché c’è anche un uso nazionale di questo fascistizzazione: quello che si registra nelle periferie dell’UE per contenere e incanalare rabbia sociale verso lo straniero, soprattutto nel momento in cui si ripete il ritornello “non ci sono risorse per tutte”, perché ovviamente le risorse pubbliche sono spese per altro, che non per la spesa sociale. Ed è interessante che il collettivo faccia notare che l’unica spesa pubblica in Europa che non sottostà ad alcun vincolo è proprio quella militare (che a livello europeo prevede anzi un aumento del 180% per la sicurezza interna e del 280% per la gestione dei confini).

Se questa analisi ha il merito di mettere in luce la natura del potere politico oggi in atto nella nostra area, ha dimenticato, forse per troppa fretta, di mettere in luce le differenze che attraversano le borghesie europee, differenze che, oltre a strutturarsi in senso orizzontale (le borghesie nazionali), si strutturano i senso verticale (borghesie nazionali vs borghesie europee internazionali a vocazione imperialista). Se si tiene in luce questa ulteriore specificazione del quadro disegnato dal Collettivo Laika, si capisce anche il valore della fascistizzazione del potere del blocco economico-sociale che si è raccolto attorno all’attuale governo italiano, e si capisce quale base economica ha questo blocco: i settori produttivi che agiscono su base nazionale e che mirano al mercato interno, ma  che soffrono le politiche di austerità. Solo alcuni settori produttivi di calibro europeo possono esportare in lungo e in largo nella UE. Quelli a vocazione nazionale invece ne soffrono la concorrenza. Lo smantellamento di apparati industriali nazionali o la loro svendita a gruppi internazionali, svuota di capacità produttive intere aree dei paesi periferici. Il turismo (e in genere l’economia dei servizi) viene visto spesso come la risposta alla fine dell’industrializzazione. Il turismo (oltre a essere un cancro economico per gli effetti di dipendenza, come la monocultura) si porta dietro i processi di gentrificazione, di pulizia etnico-sociale dei centri storici, le politiche securitarie e “decoriste”. Chi ne beneficia? Settori produttivi che, sofferenti delle concorrenza della borghesia a vocazione europea, tentano una risalita con la messa a valore di tutto il possibile. Si tratta di settori produttivi che vivono spesso di rendita (spesso ci sono di mezzo le economie mafiose). La “turistizzazione”  delle economie richiede bassa preparazione della sua manodopera che, benché laureata e con qualche certificazione linguistica, non viene certo utilizzata per le sue alte “skills”. La professionalizzazione della formazione ha in intere aree del paese questa dinamica appena descritta. Grosseto, Siena o Catania vivono da questo punto di vista le stesse dinamiche. Chi rappresenta allora questi settori produttivi? Questo “governo del cambiamento”, che è in forma aggiornata quello berlusconiano (spazzato non a caso dai potentati europeisti). A quale blocco sociale fa riferimento? E come si cementifica questo blocco? La risposta non è difficile da leggere, se si guarda ai risultati della scorsa campagna elettorale e ai discorsi ideologici messo in atto. In questo senso, la fascistizzazione del discorso politico in Italia ha una funzione diversa da quella messa in atto in UE. I fascisti di Casa Pound e similari mirano a creare un blocco sociale (che fino ad ora è opera di Lega e  Stelle) con pezzi di popolazione impoverita e spesso sottoproletaria attorno a interessi di classe di borghesia in sofferenza.

 

Benché non sia compito di una recensione offrire conclusioni, ci sembra che la lotta contro i processi europei che creano frammentazione nel mondo del lavoro, nel nostro Paese debba tenere in conto dell’attuale fase che si è venuta a creare con questo nuovo blocco sociale.

La lotta è, evidentemente, al suo inizio.

 

Dinamiche migratorie fra centro e periferia europea

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Quando qualche anno fa facemmo nascere «Noi Restiamo» eravamo partiti dall’osservazione basilare che un numero sempre maggiore di coetanei (e non) stava lasciando l’Italia. I numeri pubblicati ogni anno dai rapporti del- la Fondazione Migrantes hanno progressivamente rivelato che l’Italia, ben lontana dall’invasione vagheggiata dai fascio-leghisti nostrani, stava viven- do un fenomeno di emigrazione di massa simile per dimensioni a quello del dopoguerra. Mentre solitamente il fenomeno è trattato in maniera su- perficiale, limitandosi al caso italiano e mettendo soprattutto l’enfasi sulla cosiddetta «fuga dei cervelli», fin da subito come «Noi Restiamo» abbiamo messo in luce la dimensione europea del fenomeno migratorio. Impossibi- le non vedere come anche altri paesi dell’area euro-mediterranea stessero sperimentando dinamiche migratorie simili. Impossibile anche non vedere come in presenza di un fenomeno di massa sia difficile attribuire alle sole scelte individuali la decisione di partire. La cura da cavallo delle politiche di austerità messe in atto dai governi di Grecia, Italia, Portogallo e Spagna sotto l’egida dell’Unione Europea ha avuto come risultato l’esplosione della disoccupazione e del precariato e un peggioramento delle condizioni di vita tali da costringere decine di migliaia di persone a lasciare i paesi della peri- feria europea, in gran parte per dirigersi verso paesi «core» come Germania, Francia e UK, esacerbando la dinamica centro-periferia prodotta dall’inte- grazione europea.

Il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza alla luce della fase politica. Tra DEF, commissione Europea e propaganda.

Il decreto-legge 113 del 2018, meglio noto come decreto Salvini, è diventato uno dei nodi centrali del dibattito politico nell’ultimo mese e mezzo. Per la Lega, oltre che per il social media manager di Matteo Salvini, è diventato un baluardo identitario estremamente importante attorno a cui continuare ad agglomerare sostegno e costruire consenso elettorale – anche a fronte delle difficoltà di reperire coperture finanziare alla flat tax nella legge di stabilità, un altro dei temi agitati con più forza in campagna elettorale e che aveva perso terreno nel discorso pubblico in termini di credibilità. La sua natura liberticida, razzista e repressiva merita ai nostri occhi un approfondimento che sia in grado di dare una lettura politica a quegli aspetti che sembrano più “neutralmente” tecnici.

Purtroppo, molte volte si è avuto prova del fatto che la politica non è attenta alla tenuta costituzionale delle leggi ma al mantenimento dello status quo, che siano poltrone, come per i grillini, o che sia la ben più pesante tenuta della compatibilità europea, come è stato per Mattarella. L’insussistenza dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza per l’emanazione di un decreto-legge (ex art. 77 Cost.) – format di produzione normativa che spesso è servito ad aggirare le lungaggini e i rischi di rallentamento che caratterizzano i lavori parlamentari –; l’eliminazione del permesso di soggiorno umanitario, senza introdurre istituti che coprano completamente lo spazio lasciato vuoto, che comporta un peggioramento delle condizioni di vita dei titolari dei nuovi permessi speciali, limitando la possibilità di accedere al Servizio Sanitario Nazionale (ledendo il diritto alla salute, art. 32 Cost.) ed, essendo notevolmente più brevi (invece che i vecchi 2 anni, ora saranno di 6 mesi o massimo 1 anno), ostacolando l’accesso alle prestazioni di assistenza sociale o agli alloggi di edilizia residenziale pubblica1; la mancata previsione e specificazione di quali siano i luoghi pertinenti alle autorità di pubblica sicurezza, diversi dai CPR, dove il richiedente asilo possa essere trattenuto in attesa dell’espulsione (in violazione dell’art. 13 Cost. in materia di restrizioni della libertà personale); il mancato rispetto della presunzione di non colpevolezza (art. 27, co. 2, Cost.) per i richiedenti asilo con processi penali in corso, nei confronti dei quali le Commissioni procederanno subito all’esame della domanda; la lesione del diritto di difesa attraverso l’introduzione della possibilità di revoca del gratuito patrocinio in caso di dichiarazione di inammissibilità del ricorso; ancora, le pene elevatissime per il reato di blocco stradale, se in concorso di più persone, soprattutto in una valutazione comparata rispetto ad altri ben più gravi e pericolosi reati (violando l’art. 27 Cost.). Questi e molti altri profili di incostituzionalità non hanno impedito a Mattarella di firmare il decreto2 e non sono bastati ai cinquestelle per bloccarne l’approvazione in senato (ricordiamo che al Senato bastavano solo sei voti contrari nella maggioranza per non far passare il decreto).

In ogni caso, prima che si rischi di arrivare a un ricorso di fronte alla Corte Costituzionale, i tempi sarebbero piuttosto lunghi e le circostanze sempre segnate da eventualità: basti pensare al fatto che a luglio la Cassazione ha salvato la costituzionalità della legge Minniti-Orlando di fronte a un ricorso che toccava tutti i punti più critici, rigettandolo in quanto le questioni sollevate sono state definite “irrilevanti e manifestamente infondate”. Bisogna pertanto abituarsi all’idea che, nel caso in cui diventi legge, con buone probabilità legge rimarrà.

Decreto Salvini e Decreto Minniti nella distopia europea

Se Minniti si era almeno preso la briga di fare due decreti separati, pur conseguenti, Salvini ha deciso di accorpare in un unico decreto la materia dell’immigrazione e della sicurezza pubblica-antiterrorismo-antimafia. Si ripropone quindi il fatale binomio immigrazione-(in)sicurezza, in un clima alimentato ad arte dai massmedia e dal tenore del discorso pubblico nell’era della comunicazione di Salvini, e che ha portato nei mesi scorsi a frequenti attacchi fascisti a danno dei migranti. Ciò avviene nonostante i numeri parlino chiaramente di una diminuzione delle entrate di migranti dal Mediterraneo3 (in conseguenza soprattutto degli accordi di Minniti con la Libia) e della diminuzione delle domande di protezione accolte4, oltre che dell’inesistenza di una correlazione reale tra immigrazione e delinquenza – la sovrarappresentazione della popolazione migrante in carcere rispetto alla totalità dei detenuti è un fenomeno complesso che meriterebbe un approfondimento a parte5.

Il decreto Salvini però, se si inserisce chiaramente nel solco tracciato da quelli di Minniti, riesce ad essere quasi “chirurgico” nell’individuare precisi nodi strategici per, da un lato, alimentare la tensione sociale scaricata sui migranti e, dall’altro, colpire precisamente l’opposizione sociale principale di questo paese.

Già dopo l’attentato di Macerata avevamo parlato di “nuova strategia della tensione”, in cui si tenta di costruire una bomba sociale costituita dai migranti su cui scaricare il peso della crisi a cui le classi dirigenti continuano a non dare soluzioni6. Si può affermare quindi che in qualche modo si prosegue nell’intento: se Minniti aveva permesso una drastica riduzione delle entrate di migranti – bloccandoli fisicamente nei lager in Libia – e aveva velocizzato le pratiche di riconoscimento togliendo in toto un grado di giudizio, ora Salvini punta più sulla predisposizione di meccanismi giuridici che impediscono ai migranti, una volta entrati, l’inserimento sul territorio.

Le misure “interne” disposte da Salvini si instaurano quindi su quelle “esterne” di Minniti, di enorme rilevanza strategica dal punto di vista geopolitico: aveva di fatto chiuso il punto di sbocco più importante sul Mar Mediterraneo, mentre la Merkel nel marzo 2016 chiudeva la rotta balcanica attraverso l’accordo con Erdogan al prezzo di 6 miliardi di euro. E, in questo modo, aveva avuto una moneta di scambio in ambito europeo per maggiori flessibilità in termini di bilancio.

Il decreto va poi inserito nel preciso contesto sovranazionale in cui ci troviamo, nel quale il polo imperialista europeo vira sempre più a destra, innalzando barriere verso l’esterno e permettendo invece la libera circolazione di merci e persone soltanto nello spazio interno – un sogno cosmopolita dell’abbattimento delle frontiere che vale però soltanto per i cittadini europei, mentre il Regolamento Dublino III impone alle persone provenienti da paesi terzi o agli apolidi di fermarsi nel primo stato di approdo per l’esame della domanda di protezione senza poter liberamente scegliere. La globalizzazione, che ha segnato l’era del liberismo economico più sfrenato, si sta dirigendo sempre più velocemente verso una frammentazione in blocchi geopolitici in competizione tra loro, in una guerra economica giocata tra accordi bilaterali e barriere doganali alla circolazione delle merci (vedi il caso americano). I rappresentanti delle classi dominanti stanno infatti prendendo atto dell’attuale crisi sistemica del modo di produzione capitalistico, in cui non è più ravvisabile una crescita comune di tutti gli attori in gioco, e si stanno “armando” (non s’intende solo dal punto di vista economico, ma anche puramente militare) per sopravvivere in un contesto di frammentazione in blocchi soltanto a spese degli altri.

La propaganda sull’immigrazione alla prova dei fatti

Diversi sono i modi con cui il Decreto impedisce di fatto una permanenza legale e regolare a persone fisicamente presenti sul suolo italiano, ad esempio: togliendo la protezione umanitaria (quella che veniva concessa più facilmente7) e impedendo a tutte quelle migliaia di persone che sono già in possesso di un permesso umanitario – come previsto dalla vecchia normativa – di ottenerne il rinnovo; velocizzando la valutazione della domanda di protezione per il migrante che ha commesso reati puramente politici – come resistenza e lesioni, o di pura criminalità urbana come furto e rapina, ipotesi delittuose di particolare gravità che destano allarme sociale (cit. decreto) – e imponendone l’espulsione anche in caso di pendenza di ricorso contro la decisione della Commissione; rendendo impossibile per i richiedenti iscriversi all’anagrafe, e quindi avere una residenza e accedere a tutti quei servizi che a ciò conseguono (art. 13 del decreto); rendendo più difficile effettuare domande di protezione reiterate (dopo che una prima volta si è terminato l’iter di definizione fino alla Cassazione senza l’ottenimento); restringendo e razionalizzando il campo della seconda accoglienza nei progetti SPRAR8, così relegando tutti coloro che non hanno già ottenuto la protezione internazionale o che non sono minori nel circuito eccezionale dei CAS, più volte oggetto di scandali legati al business dell’accoglienza9.

In questo modo si condannano centinaia di migliaia di persone all’irregolarità, che la destra italiana – ma anche il Partito Democratico, che nelle recenti proteste in senato si è appropriato del discorso leghista, nello stesso modo in cui un anno fa aveva pubblicato su Facebook un post in cui si riportava un “Aiutiamoli a casa loro” di bossiana memoria – definisce con enfasi “clandestinità”, con tutto ciò che comporta in termini di precarietà di vita, di sfruttamento del lavoro e di ricattabilità nelle lotte per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Una ricattabilità che rischia di ripercuotersi direttamente sullo sviluppo della lotta di classe, una classe in cui la componente migrante è sempre più significativa, sia numericamente sia per la capacità di esprimere alti livelli di rivendicazione e conflitto. E che rischia di cedere il passo – e con sé a traino il resto della classe – sotto il ricatto della concessione di uno status giuridico.

Il decreto impedisce, inoltre, di avere un percorso minimo e continuativo di inserimento sul territorio anche rendendo impossibile la conversione dei nuovi PdS speciali in PdS per motivi di lavoro – pur essendo possibile svolgere attività lavorativa nel periodo di durata del permesso – “parcheggiando” letteralmente un numero indefinito di persone in un limbo. Alla gravissima abolizione del PdS umanitario, introdotto nell’ordinamento giuridico italiano come una sorta di forma integrativa della protezione internazionale prevista dalla normativa europea e di salvaguardia del sistema d’asilo, si accompagna questa disposizione affatto irrilevante, se si pensa a come potrà influire nella determinazione della funzione che i nuovi arrivi rivestiranno all’interno del mercato del lavoro italiano.

A riprova della tendenza alla marginalizzazione dei migranti nella società è poi la notizia di questi giorni sulla ridefinizione di nuove linee guida per il sistema di accoglienza, che Salvini punta a far diventare al più presto un decreto da inviare alle prefetture: si taglieranno “i servizi di integrazione e inserimento nel territorio” (nelle parole della direttrice del Dipartimento immigrazione e libertà civili del Ministero Gerarda Pantalone) per i richiedenti asilo, destinandoli soltanto a coloro che sono già titolari di protezione. Si parla di servizi essenziali, quali l’insegnamento dell’italiano, l’assistenza psicologica e l’orientamento sul territorio. E contemporaneamente diminuiranno i famosi 35 euro al giorno, troppo spesso sbandierati dalla propaganda leghista come fonte di reddito per i migranti e che invece finiscono nelle mani delle cooperative e non certo della persona.

Sul fronte dei rimpatri, come lo stesso Minniti ha detto (sic!), servono accordi con i paesi di provenienza e attività diplomatica, non basta quindi destinare più risorse al Fondo Rimpatri. Il meccanismo del rimpatrio non ha sostanzialmente mai funzionato, in quanto ha riguardato solo piccolissimi numeri10. Un alto numero di migranti che non ha titolo legale per rimanere in Italia e che non ha accesso alle strutture più complete dell’accoglienza, così come ai canali e servizi territoriali, crea proprio quel bacino di “clandestinità” – secondo la definizione più consona alla destra reazionaria e xenofoba, che ora piace molto anche al centro sinistra – e marginalità su cui continuare a giocare con la retorica della delinquenza e dell’insicurezza percepita, fino al prossimo Traini o chi per lui (al blocco sociale poco importa che si sia “pentito” e che sia stato condannato con un processo lampo a 12 anni con l’aggravante dell’odio razziale).

Siamo ben consci però del fatto che non esiste un filo rosso che inevitabilmente collega immigrazione, soprattutto irregolare, e delinquenza: ciò è il frutto di una distorta equazione funzionale soltanto al mantenimento del consenso da parte della destra in generale e in particolare della Lega al potere. Al contrario, è anche nostro compito rilevare e denunciare che spesso è proprio la difficoltà di regolarizzazione che, insieme al generale approccio repressivo rispetto all’immigrazione – che porta per esempio a una maggiore incidenza delle persone migranti nei controlli di polizia –, crea una “irregolarità istituzionalizzata” a cui nessuna scelta politica ha mai inteso dare soluzioni in termini di stabilità di vita. Anzi, con il dl Salvini si dà proprio avvio a un nuovo processo di iper-irregolarizzazione dei migranti, attorno a cui si continuerà a costruire il paradigma di nemico pubblico e capro espiatorio11. La pratica dei rimpatri, quindi, non può essere la soluzione, ma è soltanto uno spauracchio ineffettivo e intrinsecamente razzista che non tiene conto delle motivazioni e delle condizioni di guerra, fame, crisi economica che hanno spinto le persone a muoversi dal paese d’origine.

Un ultimo punto che forse merita di essere sottolineato riguarda il riferimento che nella Relazione Illustrativa al decreto si fa più volte al potenziamento del contrasto al ricorso strumentale della domanda di protezione e dei controlli sull’acquisizione della cittadinanza iure matrimonii. È significativo fare un accenno al caso Riace e all’arresto del sindaco Mimmo Lucano per i reati di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, inserito nel Testo Unico sull’immigrazione del 1998 dalla legge Bossi-Fini, e di “affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti”, insieme alla sua compagna Tesfahum Lemlem. Viene infatti contestata la pratica dei cd. “matrimoni di comodo” tra cittadini italiani e richiedenti asilo, che viene praticata da tempo per allentare le maglie della burocrazia – spesso puramente discrezionale, come attuata dagli uffici delle Questure e dalle Commissioni territoriali – in materia di immigrazione. Sebbene sia vero che le indagini

erano iniziate già durante il mandato di Minniti circa un anno fa, nell’ottobre del 2017, si rileva come siano “sopravvissute” al decadimento soltanto due accuse, la prima delle quali in particolare – quella di favoreggiamento – ha permesso l’avvio di un processo di criminalizzazione di un modello di accoglienza che non soggiace alla dinamica di deresponsabilizzazione, infantilizzazione e segregazione che riveste l’intera normativa in materia di immigrazione e del sistema di accoglienza. Questo episodio è stato un’effettiva materializzazione di quello che questo decreto vuole significare.

Il paradigma della sicurezza fra pratiche di lotta ed esclusione sociale

Dicevamo inizialmente che il decreto Salvini mira inoltre a colpire con precisione gli agenti delle principali forme di lotta e resistenza sociale del paese. Nello stesso testo è contenuta una parte (il Titolo II) interamente dedicata alla “sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa”.

Dal punto di vista della repressione nuda e cruda, infatti, si interviene più accuratamente sulla parte di avanguardia dell’opposizione sociale costituita dagli occupanti di case e dal settore esplosivo della logistica, caratterizzato da una presenza di manodopera migrante non di certo irrilevante (circa il 20%, concentrata soprattutto al nord) e da una fortissima esplosività conflittuale12. Si raddoppiano così le pene per il reato di invasione (prevedendo pure le intercettazioni nei confronti di promotori o organizzatori, mirando così a individuare i “vertici” delle organizzazioni sindacali, politiche o dei movimenti) e si introduce il reato di blocco stradale, prima punito solo in via amministrativa, facendo risorgere una norma depenalizzata nel 1999. Il pugno duro sugli sgomberi è in ogni caso da legare al discorso fatto prima sulla bomba sociale che i migranti potrebbe costituire, i quali, esclusi dal circuito ufficiale dell’accoglienza, troverebbero solo nelle occupazioni un tetto sopra la testa.

L’azione puramente repressiva è accompagnata da quella invece più preventiva, vale a dire con un ricorso più ampio alle misure di prevenzione personale, cioè il Daspo. È esteso adesso anche a fiere, mercati e pubblici spettacoli nonché ai presìdi medici, elemento che assume un senso se si considerano i tagli alla sanità e il sovraffollamento del pronto soccorso e delle guardie mediche come unica maniera per curarsi che non sia aspettare mesi per una visita o pagare un privato.

Trovano spazio infine alcune norme in materia di antiterrorismo di matrice jihadista che puntano al blocco migrante – per esempio si permette la revoca della cittadinanza per reati di eversione e con finalità di terrorismo – ma che poi sappiamo servire in primis contro chi pratica lotta politica e sindacale, come il potenziamento dei sistemi informatici e della circolazione delle informazioni tra i corpi di polizia nazionali.

Il Decreto nel processo di stabilizzazione del governo del (non) cambiamento

Il contesto – e i tempi – in cui si inserisce il decreto, poi, mirano a completare il quadro. Il decreto è stato infatti presentato a ridosso della pubblicazione della nota di aggiornamento del DEF e, messi entrambi a sistema, sembrano essere stati partoriti strumentalmente per far contenti tutti i target di riferimento di questo governo, in maniera, come si diceva, quasi chirurgica. La tenuta del consenso attestato il 4 marzo e in continua crescita (almeno per quanto riguarda la Lega) assume infatti in questa fase un ruolo cruciale in termini di stabilizzazione del governo, legittimazione delle due forze politiche che lo compongono e definitivo superamento del PD e delle altre forze politiche precedentemente a capo dell’amministrazione statale. Proviamo a tagliare con l’accetta, giusto per dare il senso. Alla borghesia di riferimento leghista – incarnata nel prototipo dell’imprenditore del nord in crisi – ci pensano cancellazione degli aumenti dell’IVA, flat tax, condono fiscale, tagli dell’imposta sugli utili per le imprese che reinvestono i profitti e assumono lavoratori aggiuntivi, liberalizzazioni e rilancio dei settori chiave del manifatturiero avanzato, infrastrutture e costruzioni. Alla classe media impiegatizia, legalitaria e filo grillina ci si pensa tramite il superamento della 

legge Fornero, l’empowerment delle pubbliche amministrazioni e il rilancio degli investimenti pubblici (non si sa bene come), il reddito e la pensione di cittadinanza, lo stanziamento di risorse per i risparmiatori danneggiati dalle crisi bancarie e, ovviamente, il decreto sicurezza. Alle mafie – e alla classe imprenditoriale di destra che ci gira intorno – è stato invece dedicato in particolare il programma di manutenzione delle infrastrutture stradali e le liberalizzazioni, oltre che le politiche fiscali. Al popolo dei social network dei sostenitori di Salvini, inutile dirselo, è intitolato il decreto immigrazione. Infine, il tutto è stato riportato nei limiti delle norme europee – perché nonostante le (strumentali) reazioni scomposte di UE e mercati finanziari, l’aumento al 2,4% del rapporto deficit/PIL è ben al di sotto delle soglie imposte –, un po’ per la natura stessa del governo, un po’ per tenere il confronto con l’opposizione e non creare allarmismi o vacillamenti in chi ancora non sa come pensarla sull’UE. Chiaramente, all’infuori delle misure volte a favorire la classe imprenditoriale, le misure spacciate come “people-oriented” sono risultate fin dall’inizio assolutamente blande (quando non peggiorative), basti pensare primo su tutti al reddito di cittadinanza e alla replicazione del modello tedesco dell’Hartz IV, che ha intrappolato centinaia di migliaia di persone in una condizione di semi-povertà e sfruttamento del lavoro. Tuttavia, in questa fase, che questi provvedimenti annunciati fossero immaginati come reali cambiamenti o come semplice fumo negli occhi, l’importante era far contenti tutti. A ciascuno il suo direbbe Pirandello, purché quel ciascuno sia ritenuto “compatibile”, aggiungiamo noi. Il DEF e il decreto Salvini, infatti, oltre a favorire le classi medio-alte (già compatibili), sembrerebbero mirare a recuperare il recuperabile delle classi subalterne (con diritto di voto) e a riportarlo entro la soglia della compatibilità. Reddito e pensione di cittadinanza, superamento della legge Fornero, risorse per i risparmiatori danneggiati dalle crisi bancarie sembrano, infatti, improntate a favorire i settori popolari, così come le fasce che hanno subìto maggiormente la crisi, in quanto ancora reintegrabili nel modello di cittadino tratteggiato da questo governo. Sono quelli che hanno lavorato e contribuito alle casse statali, o quelli in grado di farlo, in sintesi. Sono espulsi fuori e contestualmente criminalizzati, al contrario, gli incompatibili, che per sfortuna di questo governo non sono pochi e che diventeranno sempre di più e sempre più visibili. Stiamo parlando di quella povertà così povera da potersi permettere solo di vivere in un’occupazione, o costretta all’illegalità; dei migranti e dei richiedenti asilo, cui il decreto preclude qualsiasi velleità di inserimento sul territorio; e, ovviamente, di chi fa uso della lotta politica e sindacale per il miglioramento delle condizioni di vita di questi incompatibili.

La realtà, tuttavia, risulta estremamente diversa rispetto ai propositi voluti dalla narrazione dominante. Perché più passa il tempo e più anche le azioni mirate ai settori popolari (reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero, ecc.) mostrano la loro completa inconsistenza e inapplicabilità. Un esempio su tutti è quello del reddito di cittadinanza che – come la quota 100 – ancora non si sa se e in che forma entrerà nella legge di bilancio e che da sostegno al reddito delle famiglie e dei disoccupati finirà per favorire più che altro i privati: sembra infatti che i servizi per l’impiego riceveranno tre volte il reddito erogato per ogni disoccupato per la sola presa in carica della sua pratica (protocollo brevettato dal PD per il contratto di ricollocazione, ironia della sorte) e considerando che la riforma dei centri per l’impiego pubblici prenderà molto tempo, finirà per favorire nell’immediato per lo più le agenzie per l’impiego private. Il che, andando a monetizzare, significa ridurre le risorse a disposizione per i destinatari e quindi restringere ancora di più le possibilità di accesso al sostegno al reddito, già vincolate dai requisiti di ammissione e dagli obblighi da parte dei disoccupati di formazione e accettazione di qualsiasi tipo di lavoro proposto.

Nella pratica, pertanto, oltre agli “incompatibili” identificati scientificamente dal decreto Salvini, nel bacino degli esclusi dalle politiche di governo continueranno de facto a rimanere i settori popolari e le fasce maggiormente colpite dalla crisi, non interessati da alcun sostanziale miglioramento delle proprie condizioni. D’altronde, i vincoli di bilancio imposti dall’UE non permettono, pur volendo, alcuna significativa modifica in tal senso, e il governo del (non) cambiamento ha fatto presto a capirlo.

1 Garantiti dal Testo Unico sull’Immigrazione soltanto ai titolari di permesso di soggiorno di 2 anni (art. 40, co. 6).
2. Cfr: contropiano.org/altro/2018/10/05/il-decreto-insicurezza-contro-migranti-e-attivisti-0108241. 
3. Secondo i dati Unhcr, tra l’1 gennaio e il 30 settembre 2018 sono sbarcate in Italia 20.571 persone, corrispondenti all’80% in meno rispetto ai primi nove mesi del 2017, in cui il numero di migranti sbarcati sulle coste italiane è stato pari a 119.247 persone. Cfr.: data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean/location/5205.
4. 
In Italia nel 2017 sono state complessivamente riconosciute 35.130 domande di protezione internazionale (cfr.: www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01076617.pdf, pag. 11) su un totale di 128.850 domande presentate(cfr.:ec.europa.eu/eurostat/tgm/refreshTableAction.dotab=table&plugin=1&pcode=tps00191&language=en). Non si ha ancora l’elaborazione annuale dei dati per l’anno corrente, ma si può constatare un calo effettivo di domande accolte nel 2018 rispetto al primo trimestre dell’anno precedente: 19mila ca. a fronte dei 38mila a. (cfr.: www.vita.it/it/article/2018/05/02/richieste-di-asilo-dimezzate-tra-gennaio-e-marzo-2018/146701/).
5. 
Su un totale di 55.187 presenze in carcere il 5 novembre 2018, 19.553 sono cittadini non italiani (cfr.: dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_DETENUTI#). La sovrarappresentazione rispetto alla presenza di cittadini non italiani fuori del sistema penale, peraltro fortemente disomogenea sul territorio, è dovuta a fattori quali l’utilizzo molto più frequente della custodia cautelare o le minori opportunità di usufruire di misure alternative alla detenzione (cfr.: www.antigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/01-carcere-e-stranieri/ e www.antigone.it/quattordicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/stranieri/).
6. Cfr.: noirestiamo.org/2018/02/08/la-nuova-strategia-della-tensione-sabato-10-febbraio-tutti-macerata-2/.
7. Nel 2017, su 35.130 domande accolte, il 18% riguardavano l’asilo politico (6.275), il 25% la protezione sussidiaria(8.835) e il 57% la protezione umanitaria (20.015) (cfr.:www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01076617.pdf, pag. 11).
8. Si badi che l’ANCI ha calcolato che questa manovra peserà sulle casse locali, da quelle dei comuni a quelle dei servizi sociali e sanitari, circa 280 mln di euro.
9. Cfr.: contropiano.org/news/2018/09/01/prefetti-e-coop-insieme-per-il-business-dei-migranti-0107144.

10. Più precisamente, nel 2017 i rifugiati rimpatriati sono stati soltanto 1.515 (cfr.: www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01076617.pdf, pag. 11). I problemi principali che impediscono il ricorso più massiccio a tale meccanismo sono i costi da un lato e dall’altro gli accordi diplomatici con i paesi di provenienza. È necessaria in primo luogo l’approvazione dello stato stesso e in ogni caso non è possibile effettuarlo in base al principio generale inderogabile di diritto internazionale di non refoulement, che consiste nella valutazione del pericolo e del rischio di violazione di diritti umani che il richiedente potrebbe correre nel paese d’origine.

11. Cfr.: studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/10/12/il-dl-salvini-tra-nuovi-internamenti-e-irregolarizzazioni-di-massa-vecchi-ingranaggi-di-controllo-che-ritornano-di-omid-firouzi-tabar-universita-di-padova/.
12. Cfr.: www.osservatoriorepressione.info/decreto-salvini-piedi-uniti-sulla-logistica)/.


Nel 10 e dopo il 10

Sabato 10 novembre, a Roma, saremo in piazza in risposta alla chiamata di mobilitazione contro l’ondata repressiva e razzista incarnata dall’attuale governo e dai dispositivi giuridici di cui si sta dotando.

La questione dell’accoglienza e della regolarizzazione dei migranti, la violenza razzista, la marginalizzazione sociale: questi, a grandi linee, i contenuti che saranno protagonisti della manifestazione.

In questo quadro generale, a nostro avviso merita una riflessione aggiuntiva la richiesta di «ritiro immediato del Decreto immigrazione e sicurezza». Infatti, il c.d. decreto Salvini, firmato da Mattarella lo scorso 4 ottobre, si inserisce chirurgicamente in una serie di nodi politici affrontati dall’esecutivo con una doppia funzione: da una parte, crea le condizioni per cui sia facilmente riconoscibile un nemico contro cui scagliare le difficoltà causate da una crisi oramai decennale – leggi, gli “ultimi” della situazione, come immigrati, occupanti, senza tetto, e cioè chi vive una condizione di disagio, a cui bisogna aggiungere, nell’ondata repressiva, coloro che ne prendono le difese.

Dall’altra, questa criminalizzazione artificiale del pezzo di società che non risponde ai canoni del cittadino modello, sottolinea l’importanza dell’“uomo forte al comando”, personificazione con cui il leader della Lega è in grado di mettere in secondo piano quella serie di problemi oggettivi con cui il governo si deve confrontare e che, nonostante le promesse elettorali, difficilmente potrà risolvere.

E allora, la lotta contro tutto questo non poteva che vederci presenti. Ma fin qui, i temi. Ora, a nostro avviso l’altra partita si gioca sul come e con chi stare in campo.

Per capire questo, come insegnava un saggio greco, è buona prassi partire dalla definizione: «indivisibili», recita la parola d’ordine del lancio della mobilitazione. Ebbene, a questo punto conviene ribadire un concetto che secondo noi è decisivo per il risultato finale, e cioè che l’unità non è un presupposto calato dal cielo (magari da sbandierare ogni qual volta siamo di fronte a un nemico ben riconoscibile), ma è piuttosto l’obiettivo da perseguire per la costruzione del blocco sociale.

È l’unita della classe, non quella del ceto politico, che deve indirizzare l’azione quotidiana. Se così non fosse, allora quando necessario basterebbe cambiare maschera e proporsi come il “nuovo” che avanza, innocente rispetto alla mattanza commessa dal “vecchio”. Ma la verità è che la sostanza rimarrebbe la stessa, immutati gli interessi (quelli dei padroni) rappresentati: che sia renziano o zingarettiano, che sia a firma Minniti o Salvini, che ci si cammini a fianco o ci si volti dall’altra parte, il marcio che deriva dal tradimento della classe sempre marcio è, e anche se gli rifai il trucco, la puzza rimane. Per anni – soprattutto se si è stati sostenitori dei governi protagonisti del tradimento.
E allora non resta che tornare tra la nostra gente, cercarla tra i quartieri di periferia, nei luoghi di lavoro, nelle piazze. Per questo, sabato sfileremo nello spezzone di Potere al Popolo, convinti che il percorso iniziato oramai un anno fa, vada, tra una salita e l’altra, nella giusta direzione.
Perché se è vero che l’Europa non è attraversata solo dal vento nero della reazione, è altrettanto vero che non è tutto rosso ciò che soffia in direzione contraria.

Nel mezzo, i colori ambigui dell’opportunismo elettorale, del tatticismo miope, del prevalere degli interessi individuali rispetto a quelli collettivi. In altre parole, della compatibilità con il sistema capitalistico.
Da tutti questi pericoli, è strettamente necessario rendersi indipendenti. Solo allora potremo parlare di unità di prospettiva per tutti gli sfruttati.

 

  1. Noi Restiamo