BOLOGNA PROCESS: vent’anni di deformazione dell’università

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BOLOGNA PROCESS: vent’anni di deformazione dell’università
No alla competizione, ma diritto all’istruzione

A cura di Noi Restiamo // Collettivo Politico Scienze Politiche // Gruppo Studentesco Interfacoltà

Il Processo di Bologna è la riforma con cui inizia la decisa armonizzazione dei sistemi formativi dei paesi membri con l’obiettivo di dare definitivamente avvio allo “Spazio europeo dell’istruzione superiore”.
Abbiamo deciso di prendere parola per fare il punto sugli effetti prodotti da questo processo nei sistemi d’istruzione superiori e di analizzare il modello di apprendimento che propone attraverso l’ideologia della flessibilità, dell’autonomia scolastica e l’aziendalizzazione della conoscenza orientata unicamente al mercato del lavoro e finalizzata alla logica del profitto. Analizzare il processo di Bologna è infatti fondamentale per capire non solo lo stato dell’arte in cui versa l’università e l’alta ricerca oggi ma anche per riflettere su come la formazione sia un elemento strategico per l’Unione Europea all’interno della competizione globale.

A chi conviene lo Student Hotel?

Da circa un anno il progetto “The Student Hotel” (THS) è sbarcato in Italia. Si tratta di una catena privata internazionale di studentati di lusso con «camere di design, sorprendenti spazi di co-working, un
ristorante stellare e una lussuosa palestra». THS ha sede in Olanda, si rivolge al mercato degli studenti
fuori sede e si presenta in una veste smart: gli spazi di questi studentati privati vengono presentati come «pensati per stimolare la creatività» e favorire amicizie e divertimento. L’azienda, fondata grazie all’intervento di fondi speculativi, come gli inglesi di Aermont Capital Llp, possiede già strutture in città come Amsterdam e Barcellona, dove ha già attivato due studentati, ma anche a Rotterdam, Parigi, Dresda, e ha annunciato l’arrivo anche Berlino per l’autunno del 2019.

Si tratta soprattutto di città universitarie, dalla spiccata vocazione turistica e, soprattutto, luoghi core dello sviluppo europeo a trazione in buona parte settentrionale. Nei suoi studentati per ricchi, TSH affitta le proprie camere, per la durata massima di un anno, a prezzi altissimi e perciò fuori mercato per la
stragrande maggioranza degli studenti: si parla di almeno cinquanta euro a notte in doppia e perfino più
di cento per un monolocale o una singola!
Per quanto riguarda l’Italia, l’azienda olandese ha aperto a Firenze, in zona Lavagnini, nel luglio 2018 e
sta progettando future espansioni sempre nella stessa città, per un totale di ben tre strutture, così come
ben avviati sono i progetti per Bologna e, dopo un’iniziale ma trascurabile battuta d’arresto, Roma.
Inoltre, una volta ultimati i progetti in agenda, THS conta di aprire strutture in molte della maggiori
città universitarie e turistiche italiane, come per esempio Torino, Milano o Pisa.
In una dichiarazione rilasciata nel 2018, il fondatore e principale finanziatore della catena, lo scozzese
Charlie MacGregor, ha annunciato che nei prossimi anni saranno aperti ben 13 studentati a marchio
TSH in Italia, andando quindi a inserirsi anche nel mercato turistico: sempre con spirito giovanilista e
una retorica che invita a scoprire «lo studente che è in te», sono infatti previsti anche soggiorni
particolarmente brevi nelle strutture. Dunque, una vera e propria macchina da soldi che guarda agli
universitari, ma non si preclude altri settori sociali come proprio riferimento, come i liberi
professionisti e i viaggiatori facoltosi.
Da sempre gli studenti, in particolare quelli fuori sede, rappresentano un anello particolarmente debole
tra le fasce della popolazione che devono prendere un appartamento in affitto. Lo studente non si trova
praticamente mai nella condizione di poter intavolare trattative sul canone di affitto con il padrone di
casa, che da parte sua sa di poter sostituire l’affittuario in un tempo relativamente breve a causa della
pressione esercitata sul mercato dalla domanda; in più, il poter dividere l’affitto dell’immobile in più
unità tante quante sono le stanze, permette di fare in modo che questo venga spalmato su più nuclei
familiari, e non soltanto su uno come quando si affitta a famiglie, tendendo al livellamento verso l’alto
alto del canone. Gli studenti universitari rappresentano quindi una fetta di popolazione altamente
ricattabile; tenendo costantemente alti i prezzi degli affitti nelle zone studentesche, si finisce per
espellere da questi quartieri i lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di affittare interi
appartamenti allo stesso prezzo di un gruppo di universitari. Si potrebbe dire, con una provocazione,
che i fuori sede rappresentano una specie di cavallo di troia della gentrificazione.
A Roma, nello specifico, ci troviamo in una situazione disastrosa per quel che riguarda la situazione
abitativa: parliamo di circa 400€ al mese per stanza nelle zone limitrofe agli atenei, o più comunemente
considerate zone universitarie. Così la presenza di THS andrebbe a portare un ulteriore elemento nel
panorama abitativo del quartiere di San Lorenzo e dintorni, provocando un aumento del valore
immobiliare dell’intera zona, e quindi dei prezzi anche della singola stanza, e soprattutto “importando”
una fascia di popolazione ad alto e altissimo reddito, che poco o nulla ha a che fare con il quartiere
come oggi lo conosciamo., stravolgendone prevedibilmente gli equilibri.
La vicenda legata all’apertura della versione romana di THS è stata strettamente legata ai destini dell’Ex Dogana di Viale dello Scalo San Lorenzo 10. In questi locali infatti trovava residenza una delle realtà
di maggior successo della movida romana: gli spazi di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti sono
stati trasformati in discoteca per essere “riqualificati”, e adesso, con la chiusura di quell’esperienza e il
trasferimento del locale in zona Portonaccio, si è finalmente pronti per affidare la struttura alla società
olandese.
L’hotel, prezzi alla mano, è pensato per attrarre studenti ricchi a discapito di tutti coloro che non
possono permettersi una vita universitaria di lusso, quella che vorrebbero farci credere possibile tutti
coloro che parlano della fantomatica “Generazione Erasmus”. Si amplia così il divario in termini di
possibilità tra chi ricchi e poveri, alla stregua di quello che si sta definendo tra università di serie A e di
serie B, dove le seconde sono da intendersi ormai come meri “laureifici”, mentre le prime finiscono per
depredare gli studenti dei territori periferici del paese – in particolare del Sud – per trasferirli in centri
dove la pressione delle aziende sugli atenei si fa sempre più forte.
Il governo continua a stanziare fondi irrisori per le Università, concentrandosi sui cosiddetti “poli di
eccellenza”, mentre l’Unione Europea plaude soddisfatta, in quanto le sue stesse politiche riproducono
a livello continentale le logiche di brain draining che avvengono nel nostro paese oramai da troppo
tempo. A nostro avviso, il “The Student Hotel” va proprio nella direzione della creazione di un
università “élitaria”, che passa anche dal ripensamento degli spazi cittadini e la loro conseguente
normalizzazione, anche a colpi di gentrificazione forzata. Non a caso infatti queste strutture aprono
soprattutto in città dove sono presenti quelli che definiamo atenei di serie A, Bologna su tutte dove abbiamo già avuto modo di denunciare il progetto, mentre difficilmente ci si può immaginare una loro
espansione anche in molte città universitarie del sud, sempre più martoriato dall’emigrazione giovanile.
Il fenomeno “The Student Hotel” per essere compreso appieno deve quindi essere inserito nel quadro
“europeo” di un’alta formazione sempre più escludente per la maggior parte degli studenti. È evidente
come un simile progetto si sposi perfettamente con la retorica della “flessibilità”, quel destino di
continua emigrazione che, a detta dei maggiori policy maker targati Ue, i giovani dovrebbero far loro
senza tante storie – destino che si rivela essere una serie di spostamenti continui alla ricerca di
prospettive, che di solito hanno la durata di pochi mesi.
Ma sono in pochi a poter sostenere uno stile di vita simile, dedicandosi solo allo studio e quindi aspirare
a poter emergere nella futura élite continentale. A questo pubblico è rivolto THS. A tutti gli altri
studenti, non rimane che il mercato privato e un’orizzonte di precarietà, dove rispettivamente i prezzi
sono spesso fuori portata e il diritto allo studio appannaggio delle zone “di traino” del centro-nord,
eccezioni permettendo. Di conseguenza, questa visione-del-mondo applicata all’università non può
garantire l’accesso a tutte le fasce della popolazione, e anzi favorisce lo svuotamento delle università
del Mezzogiorno.
C’è qualcuno a cui conviene lo Student Hotel. La società olandese, i costruttori, i palazzinari di Roma,
chi trae profitti dalla movida locale, i teorici del “decoro” urbano e dei centri-vetrina, i promotori delle
università di élite.
Mentre no, a dispetto del nome, a troppi studenti non conviene. Ciò che invece servirebbe sono
studentati dignitosi, accessibili economicamente e numericamente adeguati, con servizi alla portata di
tutti in un’università pubblica e di qualità. Insomma, tutto il contrario di questo “Resort metropolitano”.

Dobbiamo cominciare a pensare a come sarà la guerra futura

Pubblichiamo di seguito la traduzione di un articolo comparso su Nature dal titolo Europe’s controversial plans to expand defence research di Elizabeth Gibney, con l’intento di rovesciare il punto di vista della questione che pone Kleyheeg – specialista nel settore difesa del TNO, un ente di ricerca indipendente che si propone di mettere la propria conoscenza e la tecnologia che sviluppa al servizio della difesa e della sicurezza – “Dobbiamo cominciare a pensare a come sarà la guerra futura”.

La tendenza alla costruzione dell’Esercito Europeo e alla conseguente indipendenza militare dell’UE sta nei fatti ed ha percorso strade del tutto originali. Spesso infatti le tecnologie sviluppate in ambito militare trovano applicazione nel civile ma l’Unione Europea – forse perché ancora ancorata alla NATO – con le tecnologie dual use e nell’ambito del programma quadro Horizon 2020 utilizza le ricerche a scopo civile in ambito militare: ed è così che i droni possono essere usati per le previsioni atmosferiche, per le rilevazioni geografiche come pure per il controllo dei territori e la guerra guerreggiata. Alta tecnologia che spesso non ha bisogno di “carne da cannone” ma di militari esperti, si veda in cui avevamo fatto notare la preoccupazione del governo nel creare una élite militare altamente formata. E’ interessante inoltre notare come questo processo si rafforzi in virtù delle contraddizioni che esso stesso genera, la Brexit che sembra indicare la possibilità reale di uscita dall’Unione Europea imprime una spinta notevole sugli investimenti in campo militare che allo stesso tempo rafforza il polo imperialista europeo. Ma se alcune contradizioni si risolvono se ne aprono altre: quali interessi deve proteggere un eventuale Esercito Europeo? La questione è tutta politica e le divergenze tra gli stati membri sono attualmente l’unico limite allo sviluppo coerente di questo processo, insomma è necessario delineare una politica estera comune e il Trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania sembra andare proprio in questa direzione.

Queste evoluzioni aprono campi d’intervento politici anche per noi, le Università e il mondo della formazione in generale sono sempre più integrati con il settore militare e costituiscono sia sul fronte della R&S che su quello dell’educazione il punto nevralgico su cui si basa la competizione dell’UE con gli altri blocchi economici presenti sul terreno globale. Questo è – e sarà sempre di più – un vero e proprio campo di battaglia sul quale bisogna posizionarsi, nell’ottica dell’internazionalismo e della ricomposizione di classe insieme agli altri soggetti non più disposti a tollerare di essere complici, come dimostrano i lavoratori in questi giorni nei porti di Genova, di Marsiglia e di Cagliari.

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I controversi piani europei per espandere la Ricerca nel settore della Difesa
I droni intelligenti e l’intelligenza artificiale fanno parte dei piani di ricerca difensiva dell’Unione Europea, ma molti studiosi si oppongono al programma.

(22 Maggio / Europe’s controversial plans to expand defence research / Elizabeth Gibney / Fonte)

In bilico nel cielo come api, nel febbraio 2018 i droni robotici si sono riversati su un aeroporto del Regno Unito, mentre i loro fratellini a quattro ruote hanno zumato sull’asfalto sottostante. Dotati di sensori di pressione e telecamere, i robot autonomi hanno lavorato insieme per monitorare i bersagli in movimento – una prova di ciò che il sistema potrebbe essere in grado di fare in una zona di guerra.
“Se si è in grado di controllare tutti questi veicoli in modo intelligente, si è in grado di monitorare una particolare posizione in modo persistente oppure usarli per disturbare o confondere il nemico”, dice Vaios Lappas, un ingegnere dell’Università di Patrasso in Grecia e un membro della collaborazione chiamata EuroSWARM. “E’ il primo progetto a presentare tutti gli elementi chiave di uno sciame auto-organizzante di droni”, dice. Ma ha anche un altro primato, in quanto rappresenta la prima volta che l’Unione europea ha investito nella ricerca militare.

EuroSWARM avrà presto compagnia. L’UE sta per aumentare considerevolmente la spesa per la ricerca militare, a seguito del voto del Parlamento europeo nel mese scorso che ha approvato 4,1 miliardi di euro (4,6 miliardi di dollari) per il periodo 2021-27 proprio per tale scopo. La cifra finale sarà fissata nel corso dell’anno, quando gli Stati membri e il parlamento neoeletto si metteranno d’accordo sul prossimo bilancio a lungo termine dell’UE.

L’investimento è destinato ad aumentare la potenza militare dell’Europa aumentando la spesa per la ricerca e lo sviluppo nel settore della Difesa (R&S), rimasta in calo nella maggior parte dei paesi europei dalla fine della Guerra Fredda. Allo stesso tempo, i leader dell’UE si augurano che la ricerca collaborativa riduca la duplicazione degli sforzi che provengono dai paesi che svolgono parallelamente attività di ricerca e sviluppo. Il fondo aumenterà i finanziamenti per i settori che vanno dalla scienza dei materiali all’intelligenza artificiale e farà dell’UE il quarto maggiore finanziatore per la R&S nel settore della Difesa in Europa, dopo Regno Unito, Francia e Germania (anche se la spesa totale per la ricerca nel settore della Difesa rimarrà una frazione di quella degli Stati Uniti, il maggiore investitore mondiale nella Ricerca e Sviluppo (R&S) militare). “Penso che l’impatto sarà significativo”, dice James Black, analista senior di RAND Europe, un’organizzazione di ricerca senza scopo di lucro e di consulenza a Cambridge, Regno Unito.

Ma la manovra è controversa. Anche chi è favorevole all’aumento degli investimenti teme che l’UE non abbia ancora chiari gli obiettivi di Difesa e che quindi il finanziamento della ricerca perda il suo obiettivo. E pochi accademici si sono ancora impegnati con questo programma. Infatti, più di 1.000 ricercatori hanno firmato una petizione che contesta il passaggio dell’UE alla ricerca militare e critica la mancanza di trasparenza e di controllo del fondo. “Questa è la prima volta che l’Europa investe come “unione” nella Difesa, quindi ci sono molte questioni etiche su come le cose dovrebbero evolvere e su come dovrebbero essere fatti gli investimenti”, dice Lappas.

Manovra militare

Nate all’ombra della Seconda Guerra Mondiale, quelle che allora venivano chiamate Comunità europee si fondavano sui principi di promozione della pace nel continente. Ma il blocco (delle Comunità Europee) ha cominciato ad abbracciare la cooperazione militare nel 2014, in seguito alle crescenti tensioni sui confini dell’Unione, tra cui l’incursione della Russia in Ucraina e le rivolte della primavera araba. Quell’anno, Jean-Claude Juncker è stato eletto alla guida della Commissione Europea, il braccio politico dell’UE, e ha poi abbracciato la Difesa come un’opportunità. Incentivando le attività dell’Unione in questo settore, dice Black, Juncker ha visto un modo per l’UE di affermarsi dopo il voto Brexit del 2016 e l’elezione statunitense di Donald Trump, il quale ha accusato i paesi europei di non “pagare la loro giusta parte” delle spese militari dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO).

Da ciò è emerso un nuovo e crescente ruolo dell’Europa nella Difesa, di cui la Ricerca e Sviluppo (R&S) è solo uno degli aspetti. Nuove iniziative stanno trasformando l’Europa in un attore militare indipendente. Alti esponenti politici europei hanno proposto di formare un esercito dell’UE e di stanziare fondi per sostenere operazioni militari congiunte.

La prima spesa nella ricerca è stata modesta: un progetto pilota di 1,3 milioni di euro a partire dal 2016, che comprendeva il finanziamento di EuroSWARM, seguito da un programma triennale di 90 milioni di euro nel 2017. La decisione del Parlamento europeo del 18 aprile di creare il Fondo Europeo per la Difesa aumenterebbe di oltre dieci volte il finanziamento annuale della ricerca militare, portandolo a circa 500 milioni di euro all’anno, a partire dal 2021. Inoltre, la spesa annua per lo sviluppo industriale militare e la prototipazione aumenterebbe a circa 1 miliardo di euro all’anno. Nel complesso, essi rappresentano un investimento complessivo di 13 miliardi di euro dal 2021 al 2027, a prezzi correnti. “Indubbiamente, per gli standard del processo decisionale collettivo tra 28 nazioni, tutto sta avvenendo davvero rapidamente”, dice Black.

Finora la fase pilota e il programma triennale iniziale di ricerca si sono concentrati soprattutto sul finanziamento di tecnologie che sono relativamente in ritardo con il loro sviluppo. Un esempio è il progetto da 35 milioni di euro OCEAN2020 che ha sperimentato sistemi per migliorare la sorveglianza in mare integrando droni e sottomarini senza equipaggio in operazioni che coinvolgono diverse Marine.
Lo slittamento dello sviluppo in una fase successiva potrebbe essere il motivo per cui gli accademici universitari hanno finora preso un posto secondario, dice Lappas. Nel 2016 e nel 2017 (gli unici dati finora disponibili), le istituzioni accademiche hanno ricevuto meno del 2% dei 44 milioni di euro stanziati, mentre il 71% è andato alle imprese e il 26% alle organizzazioni di ricerca e tecnologia (RTO) – come l’Organizzazione olandese per la ricerca scientifica applicata (TNO).

Ciò contrasta con i 75 miliardi di euro del Programma di Ricerca europeo Horizon2020; dal 2014 al 2016, gli istituti di istruzione superiore si sono aggiudicati il 39% di questi finanziamenti. Inoltre, la ripartizione della spesa per la ricerca militare dell’UE è finora inferiore ai tassi di finanziamento del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che nel 2016 ha concesso il 7% del suo sostegno alla R&S alle università.

“Lo squilibrio non è probabilmente intenzionale, ma dovuto sia alla mancanza di consapevolezza tra gli accademici che alla continuazione delle collaborazioni di ricerca esistenti”, afferma Lucie Béraud-Sudreau, ricercatrice presso l’International Institute for Strategic Studies di Londra. “La R&S nel settore della Difesa è un ambiente piuttosto chiuso, con Università spesso all’esterno”, aggiunge Frans Kleyheeg, specialista in Difesa al TNO. In Europa occidentale, le attività di R&S nel settore della Difesa sono spesso svolte in RTO come l’organizzazione di Kleyheeg e da agenzie governative e società di Difesa, mentre nell’Europa orientale le università dedicate alla Difesa svolgono un ruolo maggiore, afferma.

I progetti futuri potrebbero orientarsi maggiormente verso le scienze fondamentali e le università. La Call for Proposal 2019 (invito a presentare proposte) della Commissione, annunciata a marzo, comprende 11,5 milioni di euro per “tecnologie rivoluzionarie” in campi che vanno dall’intelligenza artificiale alle tecnologie quantistiche – ricerca che fa parte della risposta europea all’Agenzia Statunitense per i Progetti di Ricerca Avanzata della Difesa, che finanzia ricerche ad alto rischio, spesso in una fase iniziale.

In passato, tecnologie innovative come la navigazione satellitare e Internet provenivano spesso dalla ricerca nel campo della Difesa, ma oggi le innovazioni hanno origine sempre più spesso nella R&S civile, dice Kleyheeg. “Sarà una sfida per il futuro portare queste innovazioni nel settore della Difesa”, afferma Kleyheeg.

“Anche se molti ricercatori rimangono all’oscuro del progetto, altri lo stanno evitando”, dice Bram Vranken, un attivista e ricercatore dell’organizzazione belga per la pace Vredesactie di Anversa. La sua è una delle numerose organizzazioni in tutta Europa che hanno formato Researchers for Peace, un gruppo di campagna che ha raccolto più di 1.000 firme contro il fondo. La quota maggiore proviene dalla Germania, dove più di 60 università hanno firmato accordi volontari per non svolgere attività di R&S militare.

La velocità di sviluppo del fondo ha anche preoccupato gli attivisti. Il programma multimiliardario è in fase di definizione prima che la maggior parte dei risultati delle fasi iniziali siano in corso. “Questo è un cambiamento fondamentale in ciò che l’UE come istituzione sta facendo, ed è stato deciso molto rapidamente, senza molto dibattito pubblico”, dice Vranken.

I critici sostengono anche che l’industria della Difesa abbia un controllo eccessivo sul programma, il che potrebbe permettere di far prevalere i propri interessi su quelli dell’UE nella definizione del programma. I rappresentanti delle società di armamenti erano 7 dei 16 membri di un gruppo istituito dalla Commissione nel 2015 per fornire consulenza sull’istituzione del fondo. Una delle società, la Leonardo s.p.a., ha finito per ricevere la quota maggiore del finanziamento del 2017, con 5,5 milioni di euro. E anche se i Ministeri della Difesa riceveranno relazioni riservate su tutti i risultati della ricerca, come nel caso dei finanziamenti di Horizon2020, le imprese e le istituzioni che svolgono la ricerca manterranno la proprietà intellettuale, il che significa che i paesi potrebbero dover pagare per utilizzarli.

Gli analisti della difesa come J. Black affermano che l’Industria è convenzionalmente coinvolta nella definizione delle priorità, a causa delle qualità insolite del mercato della difesa. I governi hanno stretti rapporti con le aziende produttrici di armi perché sono gli unici acquirenti e spesso queste aziende sono gli unici fornitori.

Ma le preoccupazioni per la trasparenza sono state esacerbate da alcune decisioni, afferma Vranken. La Commissione ha rivelato l’ordine del giorno del gruppo e i verbali delle sue riunioni solo dopo essere stata sollecitata dal Mediatore Europeo. E per motivi di sicurezza, la Commissione afferma che non intende rivelare quali esperti esamineranno le proposal future (proposte di progetto). Un portavoce della Commissione afferma che la sua proposta di un Fondo europeo per la Difesa, così come i programmi precedenti, sono stati “tutti discussi e adottati in piena trasparenza e nel pieno rispetto dei principi democratici dal Parlamento europeo e dal Consiglio”. La Commissione ha inoltre dichiarato che “si baserà sugli insegnamenti tratti dalla fase preparatoria” per l’attuazione del programma.

Per Frédéric Mauro, avvocato e specialista in politica di difesa europea, la sfida maggiore che il Fondo europeo per la difesa si trova ad affrontare è il collegamento con la pianificazione della difesa dell’UE, realizzata attraverso vari organismi e iniziative europee. Il processo di pianificazione è complicato e disfunzionale, afferma. “Se non lo fai bene, non sarai in grado di orientare la ricerca europea in materia di Difesa, e questo è un problema importante”, afferma.

Brexit presenta un’altra sfida. Anche se le norme che disciplinano il Fondo Europeo per la Difesa si baseranno vagamente su quelle di Horizo2020, che consente a Stati non membri e paesi non associati di partecipare a diversi programmi, le regole di partecipazione saranno più severe per le sovvenzioni alla Difesa per garantire che le informazioni sensibili e la proprietà intellettuale rimangano nell’Unione. Gli esperti concordano sul fatto che il voto sulla Brexit abbia incoraggiato la creazione del fondo, perché il Regno Unito si è da tempo opposto alle politiche di difesa comunitarie dell’UE. Il Regno Unito è uno dei paesi che spendono di più per la R&S militare, ma se lascia l’UE, le regole potrebbero creare barriere che scoraggeranno le imprese britanniche dal partecipare, afferma Béraud-Sudreau.
Un’ultima sfida per l’Europa consisterà nel garantire di essere al passo con i cambiamenti della guerra, afferma Kleyheeg. “Di solito guardiamo indietro alle lezioni apprese dal passato”, dice Kleyheeg. “Dobbiamo cominciare a pensare a come sarà la guerra futura”.

Un’alternativa euromediterranea contro la fortezza europa

Il prossimo sabato 8 Giugno si terrà a Milano (in Viale Monza 140 – fermata M1 rossa Turro) un convegno internazionale promosso dalla Piattaforma Sociale Eurostop, che partecipa a Potere al Popolo, sulla necessità di costruire una alternativa Euromediterranea all’ Unione Europea che sta confermando di essere una gabbia per i propri popoli ed un elemento di destabilizzazione e di guerra per quelli del mediterraneo, del Nord Africa e del vicino medio oriente.

Al convegno parteciperanno rappresentanti internazionali di Ensemble Insoumise (Francia), Unità Popolare (Grecia), CUP (Catalogna), Askapena (Euskal Herria), Annahj Addimocrati (Marocco). Saranno inoltre presenti esponenti italiani di forze politiche, sociali e sindacali come Riadh Zaghdane (USB logistica), Luciano Vasapollo (Vicerettore della Sapienza – CESTES centro studi), Giorgio Cremaschi (Portavoce Nazionale di Potere al Popolo), Giuliano Granato (Coord. Nazionale di Potere al Popolo), Franco Russo (Coord. Nazionale Eurostop), Paola Palmieri (Esecutivo Nazionale USB) Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti), Francesco della Croce (Segreteria PCI), Marta Collot (Noi Restiamo).
L’Unione Europea continua ad essere rappresentata come strumento di pace, del benessere dei popoli e dei diritti civili. In realtà questo apparato istituzionale sovranazionale sta diventando sempre più causa dell’impoverimento di crescenti settori sociali in tutti i paesi UE, e sta promuovendo politiche interventiste nei paesi arabi e in quelli Africani, come in Libia, Siria, Mali, Niger. Inoltre si sta attrezzando per essere un soggetto competitivo a livello mondiale con gli USA, la Cina, la Russia.

Per sostenere tale competizione di tipo imperialistico, si avviano processi di riorganizzazione produttiva e finanziaria che peggiorano le condizioni sociali generali e riducono l’occupazione; di riorganizzazione politica che porta ad un restringimento degli spazi democratici e della dialettica sociale ed infine una politica vessatoria e di sfruttamento verso gli immigrati consolidando l’immagine di “Fortezza Europa” anche per contenere l’affermazione dei cosiddetti sovranisti.

Queste politiche attuate dall’establishment europeo incontrano la sostanziale condivisione delle forze di “sinistra” che si definiscono europeiste in nome delle potenzialità democratiche della UE, ma che in realtà sono completamente subalterne alle scelte più antipopolari fatte rispetto alle condizioni dei popoli all’interno e all’esterno della Fortezza Europa. La linea seguita in Grecia da Tsipras ne è l’esempio più eclatante.

Per Eurostop questa posizione subalterna è completamente errata ed autolesionista per tutte le forze di classe, democratiche e di sinistra che vogliono battersi per la liberazione dei popoli. In questo senso il Convegno Internazionale di Milano è un’ulteriore tappa per affermare che l’obiettivo prioritario deve essere quello della rottura dell’Unione Europea e la ricomposizione di un fronte delle forze popolari ed internazionaliste per impedire prospettive sempre più drammatiche per l’Europa e la sua area di ingerenza a sud.

Questo ruolo negativo della UE si sta manifestando direttamente anche per il nostro paese, nel momento in cui la Commissione invia una lettera che prelude ad una procedura di infrazione per il rientro dal debito pubblico e che pretende ulteriori sacrifici per la popolazione. Quello che si sta prospettando per l’Italia, vista anche la fase di isolamento politico, è il modello della “cura” adottata per la Grecia e che ha devastato socialmente ed economicamente quel paese.

D’altra parte i nostri “sovranisti” di destra, nonostante le loro roboanti dichiarazioni precedenti, hanno accettato da tempo sia l’UE che l’Euro rimanendo saldamente filo NATO saranno costretti a piegarsi ai Diktat della Commissione visto che non concepiscono altro orizzonte se non quello interno all’apparato europeo.

L’incontro di Milano sarà, dunque, un momento di confronto con altre forze euromediterranee sulla prospettiva di una alternativa alla Unione Europea, ma sarà anche un momento in cui si discuterà la necessità della mobilitazione politica e sociale nel nostro paese, nel caso in cui si vada avanti con una procedura d’urgenza. Restiamo convinti che il governo Italiano e le forze politiche che lo compongono siano completamente subalterne all’ Unione Europea smentendo, ancora una volta, gli impegni presi in passato con i loro elettori.