QUEI PALETTI CHE SIGNIFICANO PERSONE PER STRADA

Appena prima di Natale, è uscita su tutti i giornali la notizia del rinnovo del blocco degli sfratti fino al 30 giungo contenuta nel nuovo decreto Milleproroghe.

Stampa e politici si sono però affrettati a specificare che questo blocco ha dei “paletti” ovvero secondo quanto scritto nella bozza del decreto legge, il blocco sarebbe valido solo per la “ sospensione dell’esecuzione dei cosiddetti “sfratti per morosità” (provvedimenti di rilascio adottati per mancato pagamento del canone alle scadenze), degli sfratti relativi a immobili pignorati abitati dal debitore esecutato e dai suoi familiari e degli sfratti aventi ad oggetto l’abitazione principale del debitore”.

Una misura emergenziale che sicuramente va a salvaguardare tanti che hanno subito nello scorso anno sentenze di sfratto e che si attendono l’esecuzione coatta della sentenza e l’allontanamento dalla loro abitazione, ma che purtroppo lascia scoperti tanti che rimangono vittima di decenni di deregolamentazione dei contratti di affitti.

I “paletti” di questo blocco degli sfratti leggendo la bozza del decreto in circolazione sembra che lascino aperta la possibilità di sfrattare gli inquilini per “Finita locazione” (ovvero con contratto scaduto) senza minimante tenere conto della condizione oggettiva che l’inquilino sta vivendo a causa delle conseguenze dell’emergenza sanitaria.

Questa “svista”, oltre penalizzare chi si trova con un normale contratto di affitto 4+4 in scadenza in questo periodo, colpisce i tanti che subiscono contratti “transitori” che hanno durata da 1 a 18 mesi senza automatismi nel rinnovo o gli studenti che hanno contratti specifici di durata di pochi mesi. Contratti “concordati”, firmati e sottoscritti grazie a “sindacati degli inquilini” ormai al servizio dei proprietari più che degli inquilini.

Purtroppo, spesso chi è titolare di simili contratti fa parte di categorie sociali ormai cronicamente precarie e senza tutele: giovani, studenti, migranti. Categorie alle quali i proprietari non si fidano ad affittare con contratti a lungo termine e che in tanti casi hanno perso il lavoro o i redditi minimi per andare avanti a causa del lockdown e della conseguente crisi economica.

Questa situazione è frutto delle liberalizzazioni dei contratti di locazione e della mancanza di qualsiasi intervento strutturale pubblico sulla tematica abitativa. Serve un vero blocco degli sfratti e l’adeguamento dei canoni di affitto a ribasso, un nuovo piano di edilizia residenziale pubblica con la creazione di almeno un milione di case popolari, politiche per l’abitare rivolte agli studenti che garantiscano veramente il diritto allo studio per chi ha bassi redditi fornendo residenze universitarie pubbliche e non student Hotel costosissimi che nascono come funghi nelle città universitarie.

E’ necessaria una risposta all’emergenza che affronti il problema non dal lato della rendita (offrendo fondi ai proprietari) ma che lo affronti dal lato del diritto alla casa per tutti.

Se il decreto rimarrà come nella bozza circolata, il rischio enorme è che gli sfratti ripartano già da Gennaio per molte persone che, da un momento all’altro e con pochissimo preavviso si ritroveranno in mezzo ad una strada. Come abbiamo già fatto durante il primo lockdown con la campagna per il blocco degli affitti e delle utenze, anche adesso ci mobiliteremo perché il diritto alla casa venga garantito a tutti.

Infatti, se ricominciano gli sfratti ricominceranno anche i picchetti e per questo, lunedì 4 gennaio, dalle ore 7:00, saremo in via san Domenico 21 a Torino per evitare che una studentessa universitaria rimasta senza lavoro e reddito sia la prima vittima di questo blocco a metà.

Rete nazionale Noi Restiamo
Sindacato inquilini ASIA-USB
Federazione del sociale USB

RETTRICE: LE PAROLE SONO GRATIS!

Mentre il diritto allo studio in questo paese scompare e gli studenti vengono lasciati in un limbo di incertezza rispetto al proprio futuro, la neo-eletta Rettrice della Sapienza fa una diretta su Youtube di auguri di Natale.
Parla di lotta alle disuguaglianze, parla di solidarietà al personale sanitario impiegato nella lotta alla pandemia, parla di riforme strutturali e della necessità di difendere il diritto allo studio delle fasce più deboli della popolazione.
Ci permettiamo di essere scettici.

Le parole sono belle, ma vanno portate fino in fondo: la Rettrice rivendica la decisione di ampliare la no-tax area, e sottolinea come ciò abbia portato, nonostante la pandemia, a un aumento delle iscrizioni. Noi pensiamo però che questo dato, piuttosto che far adagiare la direzione della Sapienza sugli allori, debba farci mettere in dubbio l’intero sistema di finanziamento dell’università pubblica, che dalla crisi economica del 2008 ogni anno grava tramite le tasse universtiarie (aumentate a dismisura e basate su un’indice fallato come l’ISEE) sempre di più sulle tasche dei singoli studenti, invece che sulle casse dello Stato come dovrebbe. Un piccolo aumento della no-tax area ha permesso a moltissime persone, che evidentemente avrebbero voluto studiare già prima ma non avevano i mezzi economici per farlo, di iscriversi all’università: ciò non fa che sottolineare quanto il diritto allo studio sia, allo stato attuale, solamente apparente, e grida l’ASSOLUTA NECESSITÀ DI ABOLIRE LE TASSE UNIVERSITARIE PER TUTTI.

I soldi ci sono, decidere come spenderli è una scelta politica: basti pensare ai miliardi di euro spesi per il comparto militare e repressivo (con cui la Sapienza collabora, sporcando il proprio nome con il sangue delle popolazioni di quei paesi del terzo mondo con cui la Rettrice nel video si vanta, quasi a mo’ di beneficienza, di organizzare scambi di studio). Bisogna scegliere a cosa dare priorità: alla “competitività” (illusoria) del paese e dell’università, citata a più riprese dalla Rettrice durante il suo intervento, oppure ai diritti di chi in quel paese ci vive e ci lavora e in quell’università ci studia?

In tutti gli interventi si è convenientemente ignorato il fatto che a permettere l’aumento delle iscrizioni sia stato anche il passaggio alla didattica a distanza, che ha permesso a molti studenti fuorisede di risparmiare sui costi dell’affitto, studiando dalla propria regione di provenienza. Ciò pone in luce la drammatica mancanza di studentati pubblici in Italia (tra gli ultimi paesi in Europa) e i prezzi altissimi degli affitti. La DaD, di cui la Rettrice parla come un'”opportunità” di modernizzazione che la pandemia ci ha dato, non può essere una soluzione: si è dimostrata classista (una cosa è studiare a distanza da un pc proprio e performante, in un’abitazione spaziosa e con una connessione stabile, un’altra è farlo quando non si hanno computer e spazi sufficienti che non siano condivisi col resto della famiglia e con una connessione che va e viene), inadatta alle esigenze didattiche di studenti e professori ed estremamente deleteria per la socialità studentesca. Inoltre, con la DaD si impedisce a chi non è iscritto di frequentare le lezioni, cosa che (oltre ad essere di dubbia legalità) rappresenta un ostacolo enorme al diritto allo studio di molti, specie visto il carotasse. Servono più studentati pubblici e affitti calmierati per gli studenti tramite una legge che reintroduca l’equo canone!

Si è anche parlato di sanità, con la solità manfrina degli eroi in prima linea alla lotta alla pandemia. Manfrina che sinceramente preferiremmo non sentire più, in un ateneo dove nessuno nelle alte sfere si è espresso contro il test di medicina che contribuisce da anni ad alimentare la mancanza di personale sanitario, quella stessa mancanza di personale sanitario che ha contribuito a far morire migliaia di persone e a far lavorare in condizioni assurde i medici e gli infemieri (troppo pochi) impiegati nel SSN. Non solo: ricordiamo che la Sapienza ha mandato i propri studenti in tirocinio nei reparti covid-19 senza alcuna protezione durante la prima ondata. Infine, le parole della direttrice generale della Sapienza sullo “spazio di eccellenza” allestito all’Umberto I con una collaborazione pubblico-privato che include aziende come Keurig (proprietaria, tra gli altri, di Gucci) fanno riemergere lo spettro del paradigma della “sanità delle eccellenze”, responsabile del collasso della sistema sanitario in Lombardia e delle sue terribili conseguenze in termini di vite umane.

In tutto questo, non una parola sugli studenti-lavoratori, vera e propria categoria di invisibili che però rappresenta la maggior parte degli studenti della Sapienza. Per pagarsi affitto, tasse universitarie e spese di tutti i giorni siamo costretti a buttarci su ripetizioni e lavori sottopagati come camerieri, babysitter e baristi quasi sempre senza contratto (o con contratto in grigio), sostenendo interi settori dell’economia di questa città e soffrendo lo sfruttamento (in condizioni sempre peggiori a causa dell’incombente crisi economica), la mancanza di tempo cronica e le difficoltà di coniugare vita personale, studio e lavoro. Nonostante ciò, il nostro ateneo ci ignora, impedisce l’accesso allo status di studente part-time a chi non ha un contratto e assegna le borse di collaborazione (che pure potrebbero permetterci di ricevere un sostegno economico aiutando contemporaneamente l’università e non dovendo lavorare fuori da essa) su assurdi criteri di “merito” che escludono chi ne ha più bisogno, ne stanzia poche e le paga poco, spendendovi solo lo 0,66% del suo budget complessivo.

Rettrice! Le parole sono gratis ma gli studenti non dimenticano.
Se l’università è davvero disposta ad affrontare i suoi problemi strutturali, ben venga; ma se (come crediamo) non osserveremo nei prossimi anni nessuna presa di posizione nei confronti del test di medicina, nessun annullamento delle tasse, nessun impegno per promuovere l’edilizia universitaria pubblica, nessuna misura a tutela degli studenti-lavoratori e del diritto allo studio delle classi popolari, allora ti verremo a presentare il conto della tua ipocrisia.
Di amministrazioni la Sapienza ne ha viste tante e una cosa noi studenti l’abbiamo imparata, cioè che i nostri diritti li possiamo conquistare solo con l’organizzazione e la lotta: e così faremo!

Gettare il cuore oltre l’ostacolo: la necessità di una rappresentanza conflittuale Riflessioni a margine della mobilitazione BastaTasseUnito

Dopo le mobilitazioni che hanno visto scendere in piazza gli studenti torinesi, di Unito come dell’Accademia Albertina, si impongono alcune riflessioni che ci permettono di fare il punto della situazione e di rilanciare lotte future, avendo ben chiaro il quadro d’insieme.

La pandemia ha fatto emergere, nel mondo dell’università come in tutti gli altri campi, tutte le contraddizioni di un modello che non è in grado di garantire il benessere collettivo e tutte le fragilità di una generazione impoverita e precaria (abbiamo scritto diffusamente di questo qui). Ormai sono palesi le enormi responsabilità di chi ci governa e lo scontro di interessi tra noi studenti e l’amministrazione universitaria. Mentre noi studenti cerchiamo di far quadrare i conti tra tasse universitarie sempre più alte, affitti esorbitanti e lavoro precario, il Rettore è troppo impegnato a farsi bello con i giornali cianciando di “eccellenza”, “qualità” e di “buona gestione” dell’emergenza ad Unito. Così, di fronte alle pochissime briciole date dal governo all’università pubblica e nessuna tutela per il diritto allo studio, abbiamo deciso di mobilitarci pretendendo un cambiamento di rotta: dall’abolizione delle tasse universitarie al semestre bonus, dall’aumento delle residenze pubbliche al blocco degli affitti e delle utenze.

La mobilitazione, iniziata a fine novembre, è stata reale e partecipata. Tuttavia, non ha potuto esprimere tutte le potenzialità che aveva, le quali avrebbero potuto avvicinarci all’obiettivo che ci siamo posti: esercitare pressione sull’amministrazione di Unito affinché mettesse in pratica le nostre richieste (nel dettaglio qui).

In questa situazione di lotta, lo strumento della rappresentanza studentesca è sicuramente utile per portare le istanze degli studenti dentro gli organi e dare ancora più voce alla mobilitazione.

Come la rappresentanza universitaria ha necessariamente bisogno di una reale lotta fuori per far valere le sue istanze negli organi, così, le piazze studentesche possono essere più forti se adeguatamente rappresentate dentro le riunioni amministrative. In questo caso, ciò non è avvenuto perché le rappresentanze studentesche (stiamo parlando delle rappresentanze studentesche “più a sinistra”) non si sono mai poste in maniera conflittuale con l’amministrazione universitaria, facendo prevalere una logica di compatibilità totale con quelle stesse istituzioni che rendono impossibile per molti l’accesso agli studi. In ogni singola occasione in cui sarebbe stato possibile portare avanti le nostre richieste, si è invece optato per rivendicazioni al ribasso a prescindere, che hanno portato al nulla di fatto in cui ci troviamo ora. Così, non solo la misura minima del semestre bonus è stata accantonata rapidamente, ma le questioni che più avrebbero inciso sulla situazione, come l’abolizione delle tasse, non sono nemmeno state proposte all’ordine del giorno nei Consigli di Amministrazione. Senza parlare di organi soltanto studenteschi come il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari che hanno soltanto discusso di una proroga dell’anno accademico.

Così facendo, le rappresentanze non hanno supportato adeguatamente la mobilitazione portandola alla sua fine.

Tutto ciò ha le sue radici in una concezione profondamente limitata della rappresentanza studentesca, intesa non come spazio politico dove far avanzare istanze reali, ma come mera professione tecnica e burocratica, che si limita ad amministrare l’esistente “per conto” dell’università, supplendo addirittura alle sue carenze, invece che denunciarle. Viene, insomma, accettata acriticamente la narrazione fatta dall’università di un presunto tecnicismo degli organi, non rendendosi conto di quanto, invece, quegli organi siano strettamente politici.  Se le richieste vengono formulate accettando acriticamente i limiti posti dall’interlocutore, nessuna trattativa può essere messa in atto e le “vittorie” eventualmente ottenute sono sempre compatibili e marginali.

Uno dei più grandi e assurdi limiti che vengono accettati da queste rappresentanze è quello di non diffondere ciò che viene deciso dentro il Consiglio e il Senato Accademico. Infatti, sappiamo bene che le sedute degli organi non sono del tutto pubbliche: le parti che riguardano gli accordi con le aziende private, per esempio, vengono del tutto oscurate e non esposte pubblicamente. In questi anni abbiamo notato più volte che le rappresentanze non hanno avuto un ruolo di informazione e denuncia di questi accordi: nessuna parola è stata spesa per far conoscere gli accordi tra Unito e le numerose aziende private che, di fatto, sono quelle che più decidono del futuro dell’università (pensiamo alla costruzione della Palazzina Aldo Moro di cui non sapevamo nulla prima di vederla già costruita), così, agli studenti viene data pochissima possibilità di capire i nuovi progetti dell’amministrazione. Denunciare che cosa avviene nelle stanze dei bottoni di Unito è, invece, fondamentale per le lotte studentesche perché permette di preparare con più determinazione l’opposizione alle tendenze in atto. Così facendo si perdono in continuazione importanti occasioni di mobilitazione degli studenti che possono dare più forza in sede di contrattazione con l’amministrazione.

I risultati di questa impostazione sono sotto gli occhi di tutti: una rappresentanza che si pone sempre e comunque come obiettivo la “compatibilità” ha rapidamente perso credibilità agli occhi degli studenti, che infatti la vedono con disinteresse (alle ultime elezioni universitarie di Unito l’affluenza è stata inferiore al 10%) quando non direttamente con ostilità. Così facendo, le rappresentanze hanno del tutto perso la propria efficacia entrando in una profonda crisi. Infatti, in questi anni non hanno neanche avuto la forza (e talvolta la volontà) di opporsi alla loro stessa marginalizzazione all’interno degli atenei, trasformandosi progressivamente in rappresentanti di interessi esterni al corpo studentesco, siano essi sindacati concertativi o associazioni confessionali, che in questo modo snaturano la ragione stessa di quegli organi facendo i loro interessi e non quelli degli studenti.

Questa ipotesi di rappresentanza è figlia di una cultura politica che ha abbandonato del tutto un approccio conflittuale, che non si vuole far carico della responsabilità dello scontro di interessi tra studenti e amministrazione (ora più forte che mai) e che si pone sempre in un’ottica di dialogo e mediazione con la controparte. Questo tipo di rappresentanza viene, così, del tutto sussunto dalla controparte proprio perché il dialogo, nei fatti, significa ottenere soltanto ciò che l’amministrazione vuole concedere, ossia poco o addirittura nulla, come abbiamo visto.

Contro tale modello è necessario mettere in campo un radicale cambio di prospettiva e di rotta.

Crediamo infatti che la rappresentanza possa essere uno strumento se e solo se concepisce il corpo studentesco come un soggetto politico capace di combattere per un’università completamente diversa.

La rappresentanza non deve soltanto interpretare le volontà e i bisogni degli studenti, ma deve soprattutto criticare l’intero modello di università che ci vogliono imporre. Occorre avere il coraggio politico per opporsi non solo all’erosione del diritto allo studio, ma anche ad un’università di Torino sempre più responsabile della realtà in cui siamo costretti a vivere. Dagli accordi pubblico-privato che permettono la costruzione di grandi hub utili solo alle imprese private che ci investono e alla gentrificazione di interi quartieri, come il Parco della Salute o come la Palazzina Aldo Moro, fino al silenzio di fronte allo smantellamento delle residenze pubbliche a favore di quelle private come The Student Hotel o Camplus; e ancora, dagli accordi criminali come quello con il Politecnico israeliano del Technion fino alle collaborazione di ricerca con l’azienda Telt, costruttrice del Tav.

Insomma, la rappresentanza è funzionale solo se viene concepita come strumento non tecnico ma tutto politico e di radicale opposizione perché solo in questo modo possono essere affermati interessi che se no, neanche vengono presi in considerazione. Laddove invece si sclerotizza nell’autoreferenzialità, si condanna all’irrilevanza, finendo per servire (cosciente o meno) gli interessi opposti a quelli che dovrebbe sostenere.

Questa riflessione sul ruolo della rappresentanza che parte dall’interrogarsi sulla fine di una mobilitazione come è stata quella di BastaTasseUnito non vuole esaurire qui il discorso, ma vuole fornire alcuni spunti utili per la costruzione di un’opposizione organizzata a ciò che ci viene imposto con sempre più forza dentro e fuori gli organi decisionali di Unito.

L’ANTISIONISMO NON È RAZZISMO: SOLIDARIETÀ A PROGETTO PALESTINA

Esprimiamo la nostra solidarietà al collettivo Progetto Palestina, che in questi giorni è stata messa nel mirino da parte di un certo “Osservatorio Solomon sulle Discriminazioni”, con le false accuse di incitamento all’odio razziale, antisemitismo e negazione dell’Olocausto, accuse con le quali l’osservatorio minaccia addirittura di citare in giudizio i membri del collettivo.

Conosciamo l’attività di Progetto Palestina con il quale in questi anni abbiamo avuto il piacere di organizzare dentro e fuori l’Univeristà iniziative di carattere politico e culturale sulla difficile situazione che vive il popolo palestinese, da anni sottoposto a un regime di occupazione militare. Una situazione che durante la pandemia non ha fatto altro che peggiorare e che negli scorsi mesi ha dato motivo a tanti di mobilitarsi ( in occasione per esempio della manifestazione Palestinians can’t breath, proprio in un momento in cui Israele si preparava ad annettere il 30 % dei territori palestinesi della Cisgiordania , perpetuando quell’occupazione criminale e colonialista che dura ormai da più di mezzo secolo, ennesimo atto di un’ oppressione che vede il popolo palestinese soffocato e ghettizzato, represso militarmente in modo brutale).

Il sostegno che come realtà politiche diamo alla lotta per l’autodeterminazione di un popolo, l’impegno internazionalista e la denuncia della complicità che i governi occidentali hanno nel destabilizzare continuamente i territori del Medio Oriente, appoggiando ad esempio l’occupazione militare israeliana nei territori palestinesi, non hanno nulla a che fare con l’antisemitismo e con il razzismo e non devono essere strumentalizzati.

Davanti a questa vera e propria intimidazione verso chi porta avanti una lotta giusta all’interno dell’università vedremo ora se il Rettore avrà il coraggio di prendere posizione a favore dei suoi studenti, o se preferirà garantire i suoi accordi milionari (vedi quelli con il Politecnico israeliano Technion) piuttosto che l’agibilità democratica.

In quelle lotte c’eravamo e ci siamo tutti: solidarietà a Progetto Palestina! Palestina Libera!

Smascheriamo il Piano Regolatore di Torino: i profitti delle imprese sulla pelle degli studenti

A ventiquattro anni di distanza dall’ultimo Piano Regolatore Generale della città di Torino, quest’estate la giunta Appendino ha avviato l’iter per varare un aggiornamento, riuscendo a far approvare la proposta tecnica preliminare. Tuttavia, la modifica al PRG proposta dai 5 Stelle prosegue totalmente il modello di sviluppo urbano che tutte le precedenti giunte a guida PD hanno portato avanti mettendo al centro politiche di smantellamento e privatizzazione del settore pubblico, con l’obiettivo di agevolare le imprese private a sfruttare tutte le risorse pubbliche per i loro profitti.

Un piano che dimostra quindi di voler continuare la riconversione dell’ex città-fabbrica lungo quelle direttive di sviluppo che il “Sistema Torino” e tutta la classe dirigente piemontese si era data sotto l’amministrazione del centro sinistra con Fassino e Chiamparino in testa.

Le linee strategiche si concretizzano in “Torino Città Universitaria, dell’Innovazione e del Turismo”: un parco giochi per imprenditori nostrani ed esteri che possono investire e speculare sul territorio con il totale beneplacito delle istituzioni.

Anche per questa giunta, trasformare la città in un’immensa vetrina a uso e consumo delle classi sociali più ricche è rimasto l’obiettivo principale: l’apertura, di pochi giorni fa, nel quartiere Lingotto, del Green Pea, il centro commerciale di lusso di Farinetti che dietro la finta retorica green con cui vuole presentarsi, nasconde sfruttamento, precarietà e gentrificazione, è solo l’ennesima conferma.

Così facendo, gli investitori privati riescono a ricavare enormi profitti sia aprendo le loro sedi nelle strutture pubbliche vendute al di sotto del loro valore dalle amministrazioni; sia offrendo servizi a prezzi altissimi; sia sfruttando al massimo la manodopera impiegata tramite quei contratti atipici che ormai sono diventati la norma. Così, seguendo un modello diffuso in tutta Italia, le strutture del pubblico vengono usate dalle aziende private che sono le uniche a ricavarne un profitto. Gli effetti sociali di questo modello sono disastrosi: speculazione edilizia, aumento del costo della vita e degli affitti e un settore pubblico che non ha più risorse da usare per garantire a tutti un welfare adeguato.

In questo modello di sviluppo della città, gli atenei torinesi hanno assunto un ruolo centrale.
Se fino agli anni ’80 lo sviluppo della città si è modellato sulle esigenze delle industrie e in particolare della FIAT, con la massiccia deindustrializzazione di tutta Italia e la riconversione produttiva sul settore terziario avanzato sotto le direttive dell’Unione Europea, il Politecnico e Unito sono diventati attori fondamentali del cambiamento della città, agendo sul territorio come vere e proprie aziende in grado di attrarre e muovere ingenti investimenti, soprattutto privati.

Investimenti che il Comune e la Regione Piemonte, con il supporto degli atenei, cercano disperatamente di attrarre svendendo beni pubblici e piegandosi alle necessità delle aziende, per riuscire a competere con le altre metropoli italiane e rimanere agganciate alle filiere produttive ad alto valore del centro dell’Unione Europea. Questa operazione non riesce al meglio: la crisi economica del 2008 e la crisi da Covid19 mostrano la fragilità enorme di questo sistema e la marginalità di Torino nei confronti di Milano e delle altre metropoli europee è sempre più pesante. Decremento demografico, emigrazione soprattutto giovanile, invecchiamento della popolazione e altissima disoccupazione stanno lì a dimostrarlo. Così, diventano sempre più evidenti gli effetti sociali di questo modello di città e di ateneo: nella corsa sfrenata verso l’eccellenza e la privatizzazione, la formazione viene dequalificata e l’esclusione dall’università per chi non se la può permettere sempre più massiccia.

A conferma di ciò basta leggere con quanta spudoratezza sul nuovo PRG venga scritto che l’assenza di sufficienti residenze pubbliche genera “rilevanti opportunità di investimento per gli operatori privati”: cioè opportunità per grandi società come The Student Hotel, Camplus, Combo e palazzinari vari di far profitto sulla pelle degli studenti, costruendo solo residenze private di lusso e affittando stanze a prezzi sempre più alti. Una frase che chiarisce subito quali siano gli interessi che si vogliono tutelare anche in una fase di crisi sociale e di esplosione della problematica abitativa come quella che stiamo vivendo, nella quale tantissimi studenti rimasti senza fonte di reddito non hanno i soldi per pagare affitti da capogiro e 3500 studenti idonei a beneficiare del servizio abitativo dell’Edisu sono rimasti esclusi per mancanza di strutture ed investimenti nell’edilizia pubblica (sulla strutturalità dell’emergenza abitativa vedi “L’emergenza abitativa a Torino tra svendita del pubblico e residenze private per studenti. Vogliamo un piano strutturale di edilizia pubblica!“)

Addirittura, la Regione Piemonte e Edisu hanno promosso un bando rivolto alle strutture alberghiere per l’affidamento di 300 posti letto da destinare agli studenti universitari. Il dogma è sempre lo stesso: la priorità non è la costruzione di residenze per gli studenti colpiti dalla crisi economica ma quella di tutelare l’impresa privata in difficoltà.

Da un lato, quindi, nella riconversione della città gli atenei sono attori chiave per l’attrattività che possono esercitare spingendo a trasferire ogni anno un numero crescente di studenti da tutt’Italia a vivere a Torino e dunque così permettere la messa a valore, per gli studenti e a loro spese, di nuovi spazi e interi quartieri con la creazione di tutti quei servizi necessari alle loro esigenze. Servizi, in particolare quello abitativo, che privatizzati e messi sul mercato a prezzi altissimi aumentano la speculazione immobiliare e il carovita, espellendo le fasce popolari dal quartiere ed accentuando la tendenza all’elitarizzazione dell’alta formazione.

Esattamente come sta avvenendo nei quartieri di Aurora, Barriera di Milano e nell’area di Porta Palazzo, così vicini alle sedi di UniTo da far gola a molti imprenditori per la facilità con cui si possono ricavare enormi profitti, e per questo zone in cui si concentrano il maggior numero di sfratti e al contempo il maggior numero di cantieri di residenze private di lusso.

Dall’altro lato, a causa dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario e delle politiche di autonomia d’ateneo, le università sono state costrette ad avviare partenariati pubblico-privati per recuperare fondi dal tessuto produttivo del territorio e poter competere con gli altri atenei per diventare poli esclusivi d’eccellenza. 

Infatti, sul versante sanitario e della ricerca medica, sempre citato nel PRG, è in progetto la costruzione del Parco della Salute nell’area dell’ex Fiat-Avio: un unico polo ospedaliero in cui accorpare gli ospedali Molinette, Sant’anna, Regina Margherita e CTO, e coniugarli con l’alta ricerca e lo sviluppo tecnologico per le imprese.Un progetto pubblico-privato da 650 milioni, fortemente voluto oltre che da UniTo per favorire le collaborazioni tra università e impresa, da tutto l’arco politico cittadino e regionale che si è succeduto dal 2000, dove però a guadagnarci saranno ancora solo i privati e non la collettività.Il progetto infatti rappresenta il modello di riorganizzazione dell’intero sistema sanitario torinese e porterà alla progressiva chiusura di ulteriori ospedali della città. Proprio quando questa pandemia ha dimostrato a tutti l’estrema inadeguatezza della sanità in Piemonte e le conseguenze disastrose di decenni di tagli e di criminali politiche di privatizzazione della sanità pubblica nazionale e locale.

In generale è in questa direzione che va tutta la Terza Missione di UniTo che, oltre al Parco della Salute, vediamo concretizzarsi con le stesse politiche di privatizzazione anche nella Città delle Scienze di Grugliasco. Infatti, questo hub ha l’obiettivo di raggruppare tutti i dipartimenti scientifici dell’Università e diventare un polo di innovazione e produzione di conoscenza a livello internazionale. Per rendere ancora più chiaro il totale asservimento dell’Università alle necessità della produzione e della valorizzazione dei capitali privati, il campus sarà interamente finanziato dalla Compagnia S. Paolo, già maggiore finanziatore di Unito, che per 20 anni gestirà il polo come meglio crede assieme alle altre aziende costruttrici, dal momento che verrà edificato tramite project-financing.

Questo accordo è una modalità in cui il pubblico e la collettività hanno tutto da perdere, come abbiamo già visto e fortemente denunciato con la costruzione della Palazzina Aldo Moro, ubicata vicino a Palazzo Nuovo, di proprietà di UniTo ma gestita da privati che hanno potuto affittare migliaia di metri quadrati ad aziende come Burger King, Alice Pizza e società di residenze di lusso, facendolo diventare un vero e proprio centro commerciale.

Inoltre, partecipare ai bandi europei per assicurarsi finanziamenti è diventato centrale. Pensiamo al progetto UNITA, per cui l’Università di Torino si è aggiudicata la dirigenza e che sta sviluppando anche a Cuneo, tutto volto a creare un campus interuniversitario di eccellenza sulle tematiche dell’economia green e del diritto agroalimentare. Una vera e propria operazione di greenwashing sia per Unito sia per le imprese che ci investiranno, se pensiamo che a pochi passi ci sono le campagne di Saluzzo in cui centinaia di braccianti sono costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento che rasentano la schiavitù.

Tuttavia, la retorica ideologica non si ferma al greenwashing ma punta a sorreggere l’intero modello di formazione con appositi corsi ad hoc come quello “Diventare imprenditori” che ha la funzione di mostrare quanto benessere portino i colossi privati alla città e quanto debba essere l’obiettivo di ogni studente competere per diventare un futuro Marchionne, facendo finta che la disoccupazione giovanile a Torino non abbia toccato picchi del 50% negli ultimi anni.

Se UniTo modificherà la città concentrandosi prevalentemente sui due grandi progetti del Parco della Salute e della Città delle Scienze, dal nuovo PRG l’altro attore trainante sembra essere il Politecnico con la valorizzazione delle aree industriali dismesse e la produzione di conoscenza da mettere direttamente a disposizione per il profitto delle aziende, soprattutto nei campi dell’automotive e dell’aerospace che contraddistinguono quello che è rimasto del settore industriale in Piemonte.

Il Masterplan di PoliTo individua il nodo degli spazi come strategico per l’attrattività e lo sviluppo, e così con l’espansione della Cittadella Politecnica su quello che rimane dell’ex-OGR, la Digital Revolution House nell’ex-Westinghouse e il futuro Campus di Architettura nel complesso di Torino Esposizioni al Valentino si apprestano a far girare oltre 150 milioni e a rilanciare la speculazione edilizia e la rendita immobiliare privata anche in nuove zone della città.

Ma è con la costituzione del Manufacturing Technology & Competence Center negli ex stabilimenti Fiat Mirafiori che il “Sistema Torino” tenta di mettere in discussione la posizione marginale di Torino nella gerarchia della divisione del lavoro tra le metropoli del Nord Italia. Guidato dal Politecnico e sorvegliato dall’Unione Industriale, a cui partecipano anche UniTo, il Comune di Torino e 24 imprese specializzate, il Competence Center è il primo passo verso la creazione di una Città della Tecnologia in grado di sviluppare i settori dell’automotive e dell’aerospace per riuscire a far assumere alla città una funzione di maggior rilievo nell’industria 4.0 legata alla manifattura avanzata.

Per questo progetto tutto volto a fare gli interessi di Confindustria, lo stesso governo Conte nel bel mezzo della crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo ha stanziato nel decreto rilancio i primi 20 milioni, PoliTo e Regione Piemonte si apprestano a sbloccarne altri 38, mentre per risolvere i problemi che noi giovani e studenti stiamo vivendo sono state messe in campo solo misere briciole.

Non possiamo poi dimenticare quanto Saracco, il rettore del Politecnico, sia stato a lungo uno dei possibili candidati principali del centro sinistra per le elezioni comunali 2021, segno di quanto conta PoliTo nelle dinamiche cittadine. Un’influenza che è bene ricordarlo è consolidata da tempo: il primo piano regolatore della città di Torino fu infatti varato nel 1995 da Castellani, anch’egli proveniente dal Politecnico e supportato da tutta la coalizione di centro sinistra a cui subentrò anche Rifondazione Comunista. Con il suo PRG, Castellani fu il primo a cercare di cancellare la dipendenza della città dalla FIAT, avviando quel modello di trasformazione di Torino che tutt’ora vediamo in atto. Nonostante il suo ritiro, Saracco rappresenta la continuità nel cambio di paradigma: dalla dipendenza del Politecnico e di tutta la città dalla FIAT, fino ad una Torino determinata dagli investimenti che il Politecnico (ma ovviamente non solo) riesce a muovere.

Questa tendenza mostra tutta la debolezza strutturale della nostra classe dirigente che, nella profonda crisi che sta vivendo, ha un estremo bisogno del settore pubblico per rilanciarsi: sfrutta la sua struttura e i suoi prodotti (ad esempio la ricerca universitaria) per riuscire ad ottenere i profitti necessari alla competizione.

Un’ulteriore conferma di quanto gli atenei siano attori chiave per la modifica della città la abbiamo dalla costruzione della seconda linea della metropolitana. La metro 2 passerà infatti per le principali dislocazioni degli atenei, già esistenti o in costruzione, collegando le periferie dormitorio di Torino nord con quelle in cui sorgeranno i futuri centri produttivi dell’industria 4.0 di Torino sud.

Con questa modifica al Piano Regolatore, il Comune di Torino, la Regione Piemonte, l’Università e il Politecnico dimostrano ancora una volta di volersi porre in netta continuità con quelle politiche di svendita del pubblico e privatizzazione dei diritti sociali portate avanti negli ultimi trent’anni da tutti i governi che si sono succeduti, sia di destra che di centro-sinistra.

In un momento di crisi economica come questo, in cui gli studenti universitari e i giovani sono stati del tutto esclusi dai pochi ammortizzatori sociali disposti dal governo Conte e stanno, di fatto, pagando questa enorme crisi, ci opponiamo ad un nuovo tentativo di distruzione del nostro futuro dentro e fuori la città di Torino.

Vogliamo dire forte e chiaro chi sono i responsabili di questa situazione: dal Comune, alla Regione fino all’amministrazione universitaria, dal Movimento Cinque Stelle e la destra, fino al Partito Democratico in tutte le sue propaggini.

Opporsi al Piano Regolatore significa opporsi ad un modello di città e di formazione che fa soltanto gli interessi dell’imprenditoria privata e non quelli di noi giovani e studenti. Per questo, occorre organizzarsi per invertire le priorità di chi ci governa e per un’alternativa a questo modello di sviluppo che si è ormai dimostrato del tutto fallimentare.

La nostra alternativa si fonda sulla rimessa al centro del settore pubblico.

Vogliamo un piano di investimenti pubblici in l’edilizia scolastica per le residenze, le aule studio, le mense e le biblioteche. Vogliamo la requisizione di tutti gli spazi pubblici svenduti ai privati e il calmieraggio dei prezzi degli affitti. Vogliamo l’integrazione degli studenti nei quartieri e non l’espulsione delle fasce più povere per far spazio agli studenti ricchi.

Vogliamo un’università che sia veramente pubblica e accessibile a tutti, abolendo le tasse universitarie, i criteri di merito per accedere alle borse di studio ed aumentando gli importi delle borse di studio.

Per questo questa settimana organizzeremo e parteciperemo a due momenti fondamentali.

Venerdì 18, in concomitanza con il voto alla Camera di una Legge di Bilancio fatta da PD e 5 Stelle che continua a definanziare l’istruzione pubblica e a regalare soldi alle università private, anche a Torino scenderemo in piazza per pretendere l’abolizione delle tasse universitarie e un welfare studentesco che sia veramente pubblico ed accessibile (tutti i dettagli qui: https://www.facebook.com/events/202473944686234).

Sabato 19 ci sarà una importante manifestazione della rete cittadina Torino Che Vogliamo contro il nuovo piano regolatore (tutti i dettagli qui: https://www.facebook.com/events/445279163556513).

LA SOSTENIBILITA’ DI UNITO COMPLICE DELLA DEVASTAZIONE IN VAL DI SUSA


Secondo una classifica che valuta la sostenibilità ambientale e sociale di più di 900 campus universitari nel mondo stilata da Green Metric, risulta che l’Università di Torino ricoprirebbe la seconda posizione degli atenei più “green” del paese, mentre a livello globale sarebbe classificata al 22esimo posto. Questa classifica prende in considerazione gli indicatori relativi alle infrastrutture, consumi e politiche per ridurre l’impatto dell’energia, trattamento e riciclo dei rifiuti, acqua e politiche di mobilità sostenibile; nonché i dati inviati dagli atenei sulle azioni e sulle politiche attuate per ridurre i consumi e migliorare la sostenibilità.

Il sogno ambientalista dell’amministrazione di Unito, portato avanti da una massiccia campagna di greenwashing e di ecologismo pubblicitario, si corona con l’edizione di questa classifica in cui Unito si confermerebbe come uno dei principali atenei green d’Italia.

Ci troviamo di fronte all’ennesimo paradosso.
Nonostante la concessione di uno spazio all’interno della nuova palazzina Aldo Moro, ad una multinazionale come il Burger King, una delle imprese maggiormente responsabili dell’inquinamento ambientale, e nonostante una delle sedi centrali di Unito sia ancora da decine di anni in ristrutturazione a causa dell’enorme quantità di amianto impiegato nella costruzione, la nostra università si conferma in cima alla classica degli atenei sostenibili.

La cosa non ci stupisce affatto, data la quantità di fondi e finanziamenti buttati nelle operazioni di green washing che l’Università sta portando avanti da diversi anni. L’istituzione di un Ufficio Green all’interno della palazzina Moro, così come la parete verde piena di piante inserita sopra al Burger King, (quasi a farti dimenticare di aver svenduto ad un’impresa così inquinante uno spazio all’interno di un’università pubblica), vanno proprio in questa direzione, ovvero nel tentativo di crearsi all’esterno una facciata di Ateneo ambientalista, verde e sostenibile, mentre dall’altra parte Unito continua a rendersi complice di aziende che sono direttamente responsabili del cambiamento climatico e della devastazione ambientale.

Ma allora di quale indice di sostenibilità parla questa classifica quando annovera Unito tra gli atenei più green del paese? Sicuramente non della sostenibilità della terra e della popolazione della Val di Susa.
Infatti sono risaputi da tutti gli accordi di ricerca che legano l’Università di Torino a TELT, l’azienda che da anni ha in mano gli appalti della costruzione del cantiere del TAV Torino-Lione, e che proprio in questi giorni, in occasione di un’audizione parlamentare sull’Opera, ha ordinato l’allargamento del cantiere in Val Clarea, laddove questa estate si è costituito il presidio dei Mulini.
Ma la Val Clarea non è solamente abitata dai presidianti dei Mulini, che da questa estate lottano tenacemente contro l’allargamento del cantiere e la frettolosa ripresi dei lavori; infatti ad abitare quelle terre è anche la Zerynthia (o meglio nota come la farfalla NoTav), una rara specie di farfalla autoctona della Val di Susa in via d’estinzione.
Quando per la prima volta il movimento NoTav, tramite ad un monitoraggio organizzato dal basso e senza finanziamenti portato avanti da ricercatori indipendenti, scoprì la presenza di questa specie rara di farfalla e denunciò la pericolosità del cantiere per la sua sopravvivenza, TELT si rivolse all’Università di Torino finanziando una ricerca volta a dimostrare che la costruzione del TAV non ledeva ma addirittura riusciva a preservare meglio la sopravvivenza della Zerynthia. Uno studio senza alcuna indipendenza, ordinato direttamente dai promotori dell’opera, attraverso il quale il rettore di Unito fu responsabile di vendere a TELT una maschera “green” con cui coprire i propri scempi, rendendosi complice di un sistema di speculazione e profitto che grava da anni sulle spalle della popolazione e del territorio della Valle di Susa.

L’episodio della farfalla è solo il più rappresentativo di una collaborazione malata tra l’Università di Torino e TELT, che va avanti da molto tempo e che tutt’ora continua imperterrita. Infatti solo a maggio di quest’anno, nel pieno di una pandemia globale che ha mostrato tutti i limiti del sistema pubblico universitario e tutti i fallimenti della gestione dell’emergenza Covid da parte dell’amministrazione dell’Università di Torino, è stato reiterato l’accordo di collaborazione scientifica con TELT, un progetto finanziato dai dipartimenti di Management, di Scienze Economico-Sociali e Matematico-Statistiche, Dall’università Bicocca di Milano, da TELT e da Tunnel Euralpin Lyon Turin Sas. Il focus di questo progetto sta principalmente nei settori di “monitoraggio sociale a integrazione del monitoraggio ambientale” e “nell’analisi dell’ecologia comunicativa”.

Questo ci mostra sempre più chiaramente che la ricerca universitaria non è neutra e non ha una funzione di utilità pubblica per la collettività quando è al soldo di aziende private che la finanziano per perseguire le proprie esigenze di profitto. Ma soprattutto ci dimostra che dietro la maschera green di Unito e i suoi alti posizionamenti in false classifiche di sostenibilità, si cela la complicità con soggetti economici che inquinano e devastano la terra a discapito delle popolazioni che quella terra la abitano e lottano da anni contro lo scempio che viene loro inflitto.

Ecco di quale sostenibilità parla questa classifica.
Ecco su cosa si basa l’ambientalismo di Unito.

Contro una ricerca ambientata al profitto di pochi e alla devastazione della terra, in solidarietà al popolo della Val di Susa, da trent’anni in lotta contro lo scempio dell’Opera, portato avanti con il beneplacito e la complicità delle istituzioni e della ricerca universitaria “pubblica”, è il momento di far sentire la nostra voce.
Oggi, alle ore 11 saremo a Giaglione all’appuntamento di lotta del movimento No Tav in occasione dell’ultimo allargamento del cantiere in Val Clarea, per ribadire la nostra contrarietà alla grande opera inutile del Tav Torino-Lione

A Sarà dura, si ma per loro!

1969-2020, LE BOMBE NON FERMANO LA STORIA!

Oggi, a cinquantun anni dalla strage di piazza Fontana, abbiamo lasciato un segno sui muri di #Milano, non un vuoto esercizio di memoria ma una lucida consapevolezza che non basteranno bombe, attentati e strategie della tensione a fermare il cammino della storia.

Con questa determinazione anche oggi ci siamo mossi in corteo a #Roma fin sotto la regione Lazio portando la voce di una generazione invisibile che pretende riscatto, mentre nelle stesse ore a #Bologna sfilavamo per le vie del centro storico contro la privatizzazione del sistema sanitario. Domani mattina, invece, saremo a #Giaglione al presidio NO TAV contro il nuovo allargamento del cantiere.

Costruiamo l’alternativa, organizziamoci, la storia non é finita!

Milano
Roma
Bologna

Inchiesta su affitti e studentati a Roma

Siamo universitari e giovani precari che vivono la città. Non solo la viviamo, ma siamo al centro della sua economia: ingrossiamo le file dei lavoratori che fanno le consegne o lavorano nei locali; oppure siamo il perno del business degli affitti e della movida nei quartieri universitari; o ancora nutriamo con le nostre conoscenze lo sviluppo industriale del territorio. Siamo quindi anche i primi a subire cambiamenti a cui la città sta andando incontro. Sono questi cambiamenti a spingerci dal centro dell’economia della città alla periferia dei diritti che ci spetterebbero. Inquadriamo i cambiamenti a cui sta andando incontro la metropoli per capire come si ripercuotono sul nostro lavoro, sui nostri studi e, in maniera più approfondita, sulle possibilità che abbiamo di poter abitare proprio qui.

LA CITTÀ

Roma viene spesso descritta secondo dei luoghi comuni ricorrenti: la speculazione del cemento, il collegamento tra criminalità e mala gestione degli appalti pubblici, la condizione di degrado delle periferie, i collegamenti scadenti.
Tutti utilizzano questi argomenti per fare propaganda elettorale, ma nessuno ha mai messo in atto politiche che guardino concretamente all’interesse della popolazione.
Sappiamo benissimo che la cattiva gestione del comune non è da imputare “all’incompetenza” dell’amministrazione ma a scelte politiche coscienti portate avanti al livello sia locale che nazionale che privilegiano l’interesse privato rispetto a quello pubblico: i palazzinari che da decenni fanno il bello e il cattivo tempo a Roma hanno potuto speculare perché la priorità politica non è dare una casa a tutti ma far guadagnare chi costruisce le case; l’inefficienza dei servizi pubblici ha anch’essa un grande tornaconto per il privato, che si pone come unica alternativa (ma solo per chi se lo può permettere!) ad uno Stato che non funziona.
Ed è proprio nel momento in cui scatta questa dinamica che si crea una frattura tra chi può chi non può permettersi un’esistenza dignitosa: quando il privato comanda l’economia, gli investimenti riguardano solo le parti della città in cui gli abitanti possono permettersi di pagare i servizi, lasciando nella desolazione tante altre zone che diventano una sorta di lager per i meno abbienti, quartieri-dormitorio in cui mancano gli elementi per avere una vita sociale, lavorare, studiare – vivere in condizioni dignitose. Per questo sappiamo benissimo anche che il “degrado” non è una condizione culturale ma è figlio di costrizioni materiali, e tramite il cambiamento di queste condizioni va combattuto.
Covando queste contraddizioni al proprio interno, Roma è cresciuta negli ultimi decenni fino a diventare a tutti gli effetti una metropoli: una città che assume per dimensioni ed economia un carattere sempre più globale e che, con la sua crescita, attira interessi sempre più insaziabili.
È in questo modo che i vecchi “prenditori” nostrani vengono soppiantati progressivamente da aziende con giri d’affari internazionali e fondi speculativi esteri che rispondono non agli interessi della borghesia italiana ma a quelli di una grande borghesia continentale che punta a rendere Roma una città globale a tutti gli effetti.
Possiamo capire cosa questo voglia dire se consideriamo le soluzioni che vengono propagandate in maniera sempre più martellante ed imposte al livello europeo per rilanciare la città: tagli all’amministrazione e digitalizzazione, svendita dei servizi pubblici essenziali come il trasporto a compagnie private, ripensamento degli spazi della città in modo che ogni metro possa essere messo a profitto.
In questa chiave possiamo leggere le trasformazioni a cui la città dagli anni ‘90 va sempre più velocemente incontro: una sempre maggiore preponderanza dell’economia finanziaria a discapito di quella reale, una ricchezza sempre meno indirizzata al fattore lavoro e sempre più concentrata nelle mani dell’élite finanziaria, accentuando ancora di più le disuguaglianze.
Lo strumento per silenziare il dissenso a queste politiche è la repressione, sempre più feroce nella sua pervasività e sempre più indispensabile per contenere gli effetti delle disuguaglianze che queste politiche stanno generando.
I cavalli di troia per garantire il consenso sono invece essenzialmente la rivoluzione digitale e la rivoluzione verde. In particolare, sono al momento le parole d’ordine in materia di edilizia e mobilità: come mai? Non è un mistero che i maggiori gruppi d’investimento stiano puntando al “real estate”, soprattutto per proporre soluzioni abitative hi-tech e verdi che parlano ad una fascia molto ristretta di popolazione e soprattutto ai maggiori consumatori della metropoli, i turisti, attori principali del processo di gentrificazione ed espulsione dai quartieri delle fasce più in difficoltà. Rendere Roma una “città-vetrina” finalmente campionessa del decoro è tra l’altro un punto condiviso da tutti i candidati alle prossime elezioni comunali: da molti fronti, a questo proposito, sono venuti gli appelli ad un “patto trasversale per Roma” tra i vari partiti concorrenti, segno che qualunque sarà il sindaco saranno sempre gli stessi interessi ad essere privilegiati e sempre le stesse priorità ad essere inserite nell’agenda politica. Una delle voci che si è levata a sostegno di questa ipotesi è non a caso il presidente delle Ance Roma (Associazione Nazionale Costruttori Edili), Nicolò Rebecchini, che auspica: “un patto trasversale tra tutte le forze politiche […] per garantire al futuro sindaco poteri da super commissario.” A che pro? Ad esempio, investire in progetti di rigenerazione urbana, sostituzione edilizia, edilizia verde: in poche parole altri appalti ed incentivi alla speculazione edilizia che si veste di verde in vista dell’arrivo del Recovery Fund.

Green economy e digitalizazzione sono anche i mezzi con cui il mercato si interfaccia alla nostra generazione, prima di tutto nel mondo della formazione. Infatti, non solo le scuole e le università sono il caposaldo della costruzione del consenso, ma oltretutto nel corso degli ultimi vent’anni sono divenute sempre più funzionali al mercato, prendendone in presto la mentalità ed il lessico. Per questo, mentre gli atenei sbandierano progetti sostenibili e gareggiano nell’investire sempre più risorse nella digitalizzazione, si stende un velo di silenzio su quello di fronte a cui si trovano gli studenti: Un’università smaterializzata e sempre meno accessibile a causa da una parte del taglio ai fondi per la garanzia di un’istruzione pubblica e di qualità, dall’altra al peggioramento delle condizioni materiali degli stessi studenti ed infine al carattere sempre più esclusivo delle città in cui i poli “d’eccellenza” si trovano. Gli studenti ormai sono clienti dell’università-azienda, e chi ora non ha i mezzi per comprare viene lasciato indietro. Questi processi, in atto da più di vent’anni, hanno subito una brusca accelerazione e ci hanno presentato tutta la gravità delle loro conseguenze durante la crisi sanitaria che ormai da mesi si protrae. Eppure, le istituzioni non si fanno scrupoli quando è il momento di evocare i giovani nei suggestivi titoli delle agende europee; basti pensare al Next Generation EU , vero nome del meglio noto “Recovery Fund”.

COME VIVIAMO

Per la nostra generazione la parola “crisi” è stata una costante che ha accompagnato la nostra crescita, e anche questa ennesima si è portata via la vita precaria a cui ci eravamo abituati: chi di noi aveva un lavoro al nero ed è stato licenziato non ha avuto l’appoggio del welfare, e tanti si sono ritrovati rinchiusi in solitudine, senza appoggi materiali o morali; tra gli studenti, a tanti sono mancati i mezzi per seguire la didattica a distanza, e i fuorisede tanti sono stati quelli che, una volta perso il lavoro, non hanno più saputo come pagare l’affitto.
La fase che si prospetta da settembre in poi, tuttavia, è ancora più critica: chi rimane nella metropoli?
Per i ragazzi che ci vivono con le loro famiglie, ora più che mai, è sempre più remota la possibilità di costruirsi un futuro proprio: si stima che ormai un giovane che guadagni 1600 euro netti a mensilità (un sogno per la maggior parte di noi!) impiegherebbe comunque 41 anni in media ad acquistare un appartamento che 50 anni fa avrebbe pagato nella metà del tempo. Nello specifico degli studenti, già prima della pandemia il 69% di loro risultava abitare in famiglia; adesso anche per gli aspiranti fuorisede si presenta il dilemma: trasferirsi e cercare un alloggio, magari da pagare lavorando, oppure seguire le lezioni a distanza, liberandosi di un’ulteriore preoccupazione economica? (In fondo, bisogna anche pagare le tasse, come ha dimostrato il fatto che la rata di marzo dell’anno scorso sia stata infine solo rinviata). Il risultato diventa quindi chiaro: Le difficoltà economiche possono configurare ora come ora una divisione tra studenti che possono permettersi di usufruire dell’università in presenza ed altri che sono costretti a “vivere a distanza”. Le questioni “come viviamo” e “dove viviamo” sono quindi profondamente intrecciate, per questo focalizzarsi sulla nostra situazione di giovani in una metropoli dal punto di vista abitativo può aiutarci a capire che direzione vorremmo prendesse il nostro futuro rispetto ad oggi.

DOVE VIVIAMO

Nonostante il calo di presenze registrato ad inizio anno, la diminuzione dei prezzi medi d’affitto è stata molto lieve a Roma (-0.1%); questo fatto non ha incentivato il rientro degli studenti fuorisede dalle località natali, influendo decisivamente sull’aumento dello sfitto nelle zone universitarie. Bisogna notare infatti che l’Italia rappresenta un’anomalia in materia di alloggi per gli studenti: solo il 4% infatti abita in uno studentato (circa ¼ della media europea). I restanti (tolti i moltissimi che abitano con i genitori) sono allora in affitto. Qual è il problema? Non certo che siamo una generazione di viziati (“choosy”, come ci hanno più volte definito), ma che come testimoniano i dati, la disponibilità di alloggi per il diritto allo studio e collegi universitari per i giovani italiani è ridicola: poco più di 48 mila posti in tutta Italia.

Residenze Pubbliche

Non sono quindi le residenze studentesche a rimanere vuote: i giovani fanno fatica a pagare l’affitto, ma è l’unica possibilità che hanno, oltre alle borse poche borse di studio. Rispetto alla situazione romana emerge che sono appena 2000 i posti che l’ente regionale per il diritto allo studio LazioDisco mette a disposizione per gli studenti.
Per avere un termine di paragone rispetto a quale sia la reale richiesta, lo scorso anno LazioDisco, grazie al Fondo Sociale Europeo vanta di aver assegnato 24.500 borse di studio, 2300 posti letto, oltre 1500 contributi al canone di locazione e circa 1 milione di pasti a costi agevolati: tutti contributi parziali, ben diversi dalla garanzia di una alloggio gratuito, ma che ci danno la cifra del grande bisogno di sostegno da parte delle giovani generazioni. Tornando alle residenze, ammontano a 10 quelle sparse per la città metropolitana, dislocate in zone perlopiù periferiche: la metà sono addirittura fuori dal GRA, mentre delle restanti solo una si trova nei dintorni della città universitaria-Sapienza. Questa dislocazione a macchia di leopardo non agevola di certo lo spostamento e il raggiungimento dei locali dell’università: la rete di trasporti nella città metropolitana di Roma non è efficiente ovunque in egual modo, risultando scadente soprattutto nelle zone meno centrali; infatti ben 89 tratte periferiche sono gestite dalla parte privata del trasporto romano, il consorzio “Roma TPL”, già noto per i disservizi e frequentemente interessato da scioperi a causa delle condizioni di lavoro che impone ai dipendenti. Per non parlare delle difficoltà accentuatesi durante il periodo pandemico, dove né il governo né tanto meno la regione o il comune si sono adoperati per garantire la sicurezza di passeggeri e lavoratori. Ancora una volta, di fronte ad una popolazione studentesca non indifferente, l’amministrazione gioca un ruolo marginale nella garanzia del diritto allo studio ed alla casa delle giovani generazioni, faticando inoltre anche nell’erogazione di servizi di base come il trasporto, che dovrebbe essere efficiente ed interamente pubblico. Rispetto infine alla drammatica situazione creatasi a seguito della crisi Covid anche relativamente ad i posti nelle residenze universitarie, ricordiamo che la Regione ha battuto ancora una volta la ritirata, dimezzando i già pochi posti nelle residenze pubbliche piuttosto che reperirne di nuovi per far fronte ad un’emergenza che, oltre ad essere sanitaria, è anche sempre più sociale.

Residenze Convenzionate

Se sopra abbiamo evidenziato le grandi lacune delle politiche abitative degli enti regionali, osserviamo come le stesse istituzioni universitarie non si adoperino per far fronte alla richiesta nell’ottica di garantire un diritto allo studio universale. Le soluzioni sponsorizzate sono anzi direttamente a vantaggio del privato dal momento che sui siti delle università a fianco della proposta pubblica spiccano residence piuttosto che hotel convenzionati (ad esempio qui e qui) , dimostrando che gli speculatori sono sempre pronti a guadagnare dalle carenze del servizio statale. Per farci un’idea della fascia di prezzo di cui parliamo, in quella più alta rientrano il Camplus College Roma, gli alloggi RUI (residence universitari internazionali), il Residence Cuore Immacolato di Maria, gli alloggi di Avana SPA, quelli di DoveVivo oppure il Residence Regina Mundi, con prezzi vertiginosi che si aggirano dai 500 ai 1300 euro mensili.
Inoltre, la Sapienza ha attivato delle convenzioni con delle agenzie di mediazione immobiliare, come Isolamare srl (24 appartamenti) ed Immuni srl, alle quali gli studenti si dovrebbero affidare per reperire appartamenti in affitto a prezzi di mercato che, a Roma, sono troppo alti per la maggior parte degli studenti; si tratta infatti della seconda città più cara del Paese, con una media di 438 euro per una singola e 287 euro per una doppia.
Tornando alle residenze convenzionate, ci chiediamo quindi quali siano i meccanismi che ne regolano i rapporti con lo Stato e le università. Prendiamo in considerazione di seguito:

  • la legge 338/2000, che lega i cofinanziamenti ai vari enti che si occupano della costruzione (o ristrutturazione) e della gestione delle residenze universitarie al rispetto di determinati standard abitativi;
  • le borse di studio fornite da enti previdenziali pubblici come l’INPS ;
  • i bandi indetti dalle università.

Riguardo la legge 338/2000, saltano subito all’occhio i nomi di illustri fondazioni private che hanno usufruito dei finanziamenti del bando: la fondazione CEUR e la fondazione RUI, le stesse che infatti risultano come residenze convenzionate sul sito de la Sapienza e Roma Tre. Ricordiamo, tra le altre cose, che le integrazioni alla legge tramite i decreti del 2007 e del 2011 stabiliscono la possibilità di ridurre la percentuale di posti destinati a studenti “capaci e meritevoli privi di mezzi” fino al 60% percento dei posti totali nei casi di soggetti pubblici e solo al 20% di posti totali nel caso di soggetti privati. Risultato: fondazioni private possono vincere finanziamenti statali per sostenere fino al 50% delle spese di costruzione o ristrutturazione di alloggi, a patto che un misero 20% sia destinato a studenti, borsisti, professori, dottorandi ed assegnisti i quali pagheranno comunque prezzi salatissimi per la permanenza.
Questo non è tuttavia l’unico modo in cui il privato parassita le casse pubbliche: abbiamo citato infatti anche il meccanismo dell’assegnazione delle borse di studio da parte ad esempio dell’INPS a favore di figli, orfani ed equiparati di diverse categorie di dipendenti della pubblica amministrazione. Sebbene riteniamo che queste borse siano un grande traguardo delle lotte degli impiegati pubblici per il miglioramento dello stato sociale, crediamo anche che sia indegno che finiscano nelle tasche di fondazioni private come appunto la CEUR (proprietaria di Camplus College a Roma) per coprire affitti che vanno dai 12.500 ai 15.000 euro l’anno.
Infine, non dimentichiamo gli appalti assegnati direttamente dagli atenei alle società per recuperare posti alloggio: ad esempio La Sapienza ha rinnovato quest’anno la stipula di un contratto con Avana SPA, proprietaria di due residence qui a Roma, per un valore complessivo di 180.000 euro (600 euro a posto per 50 posti per 6 mesi).

Le sfumature della speculazione immobiliare non si fermano di certo qui: oltre ai gruppi nostrani, è sempre più invasiva la presenza di fondi d’investimento internazionali come il progetto TSH – “The Student Hotel”. Si tratta di una catena privata Olandese di studentati di lusso con «camere di design, sorprendenti spazi di co-working, un ristorante stellare e una lussuosa palestra» che si rivolge al mercato degli studenti fuori sede agiati e si presenta in una veste smart. L’azienda, fondata grazie all’intervento di fondi speculativi come gli inglesi di Aermont Capital Llp, possiede già strutture in città come Amsterdam, Barcellona, Parigi e Bologna. Si tratta soprattutto di città universitarie, turistiche e, soprattutto, luoghi core dello sviluppo europeo. TSH affitta le proprie camere, per la durata massima di un anno, ad almeno cinquanta euro a notte in doppia e perfino più di cento per un monolocale o una singola, ma sono previsti anche soggiorni brevi all’interno delle strutture per “scoprire lo studente che è in te”.
Sono, queste, manovre finanziarie che si inseriscono nella tendenza di rendere Roma una “città globale” indicata inizialmente, e risultano nell’elitarizzazione dello spazio urbano e nell’esclusione di sempre più giovani dal diritto ad un alloggio che permetta di portare avanti serenamente il proprio percorso di studi.

MISURE ISTITUZIONALI

Durante la prima ondata pandemica e il conseguente lockdown, molti studenti universitari e giovani con un lavoro precario si sono scontrati con la difficoltà di pagare l’affitto e mantenere al contempo quel lavoretto che gli permettesse l’unica fonte di reddito, seppur misera, per vivere. Il Governo nel periodo del lockdown si è limitato a piccoli risarcimenti a pioggia, senza adoperarsi con piani strutturali per sostenere tutte le categorie colpite, considerando che la maggior parte di noi, non avendo un contratto lavorativo a norma e talvolta neanche un regolare contratto di locazione, sono rimasti fuori dalla portata dei vari bonus, per non parlare delle casse integrazione o dei pochi contributi al canone d’affitto. Tra le misure-tampone figurano ad esempio il contributo all’affitto stanzito dalla Regione Lazio (solo 22 mln del bilancio della Regione, da ripartire tra i comuni). Tra i requisiti per accedervi emergono in primis il possesso del contratto di locazione, ed in secondo luogo un reddito complessivo inferiore ai 28.000€ per l’anno 2019; inoltre è necessario dimostrare una riduzione superiore al 30% del reddito complessivo del nucleo familiare per cause riconducibili all’emergenza Covid-19. Due a questo punto sono le criticità: la prima, una costante nell’assegnazione di questi contributi, è che per molti di noi è impossibile dimostrare la diminuzione delle entrate, quando non abbiamo mai avuto un contratto; in più, sappiamo bene che l’indice preso in considerazione per il calcolo del reddito, difficilmente rispecchia le reali condizioni di vita delle persone, cosa che riscontriamo anche in tutti gli altri ambiti in cui viene valutata la nostra situazione patrimoniale (pagamento delle tasse universitarie, assegnazione di un alloggio o di una borsa di studio). Sottolineiamo inoltre che, una volta soddisfatti gli stringenti requisiti, il bonus coprirà solo il 40% del costo di tre mensilità: una presa in giro per chi ha visto le entrate non ridursi, ma annullarsi. Infine, non viene toccato minimamente il problema delle utenze, che pure si vanno ad aggiungere alle spese da coprire ogni mese.
Di carattere amministrativo è invece un’altra criticità: tra il tempo necessario per presentare la documentazione, la presa in carico delle domande, gli esiti e l’erogazione effettiva degli incentivi i tempi si dilatano inverosimilmente. Le pubbliche amministrazioni, anch’esse falciate dalle ondate di tagli susseguitisi negli ultimi trent’anni, collassano infatti sotto il peso delle domande, lasciandoci per mesi in un limbo di impotenza.
Esempio lampante di questo fatto è rappresentato da un altro presunto contributo agli affitti predisposto invece dal Comune di Roma ma che, a causa dell’assenza di personale formato alla valutazione delle domande, è naufragato nella più totale inadempienza da parte del Comune.

Sull’onda dell’“assistenzialismo una tantum” si colloca anche il bando Nessuno Escluso della Regione Lazio, che coinvolge alcune delle categorie escluse dalle altre misure:
– Un bonus di 600€ per tirocinanti occupati in tirocini extracurricolari interrotti o sospesi.
– Un altro contributo per disoccupati e sospesi dal lavoro con reddito 2019 inferiore a 20.000€ e non percettori di ulteriori ammortizzatori sociali.
– Un contributo di 600€ o 300€ per colf e badanti che abbiano subito interruzione o sospensione della propria attività.
– Un contributo di 200€ per i riders per l’acquisto dei dispositivi di sicurezza individuale.
– Un incentivo di 250€ per l’acquisto di computer/tablet per studenti con reddito 2019 inferiore a 20.000€
Anche in questo caso, la condizione per accedervi dev’essere disperata, ed i contributi sono tanto bassi da servire a malapena per coprire una mensilità di affitto. In particolare, il punto relativo ai riders parla da sé: due lire per continuare la propria vita da sfruttato, poi dove vivere, cosa mangiare ed in caso come studiare sono problemi secondari.

Affrontando più nello specifico la questione del diritto allo studio troviamo il Bando Diritto allo Studio 2020-2021 della Regione Lazio (che comprende sia borse di studio che posti alloggio). Non si tratta in questo caso di un provvedimento straordinario dal momento che viene pubblicato ogni anno, ma sarebbe stato legittimo attendersi delle misure di sostegno reale in un momento in cui molti più studenti si trovano in forte difficoltà economica.
Ovviamente, anche su questo fronte, niente di nuovo: i criteri per accedervi sono rimasti pressoché immutati rispetto al bando precedente, infatti la soglia ISEE è fissata a 23.626€ mentre l’anno scorso il limite era di 23.508€; un incremento ridicolo, di appena 100€, che non amplierà per nulla la fascia di beneficiari, considerando tra l’altro che la situazione economica è stata valutata rispetto al 2018, senza considerare le difficoltà sopraggiunte nell’anno corrente. Anche il numero di crediti richiesto per l’accesso è rimasto ugualmente invariato nonostante le difficoltà oggettive incontrate da tantissimi di noi nel portare avanti degli studi “smaterializzati”, e nessuna proroga è stata deliberata rispetto al pagamento degli affitti delle residenze universitarie. Evidenziamo anche un’altra carenza nei criteri di classificazione degli studenti per stabilirne l’idoneità alla borsa o all’alloggio. Per esser considerati studenti indipendenti è necessario alloggiare da almeno 2 anni in una casa esterna al nucleo familiare e non di proprietà, in aggiunta bisogna avere un lavoro fiscalmente dichiarato e con reddito non inferiore a 6500€ l’anno: in pratica ci si chiede di poter essere già in grado di pagarci un affitto da due anni a questa parte e di avere un contratto di lavoro regolare, situazione irrealizzabile proprio per chi avrebbe bisogno, attraverso questi bandi, di sostegno economico. Per gli studenti fuori sede la situazione non è migliore: infatti sono considerati tali solo gli studenti in possesso di un regolare contratto d’affitto, ignorando completamente il fatto che una grossa percentuale degli studenti fuori sede sono costretti ad alloggiare con contratti in nero.
Rispetto quindi all’assegnazione degli alloggi, quest’anno è stata ancora più disastrosa dei precedenti. La graduatoria del bando LazioDisco pubblicata a fine settembre ci offre su Roma un panorama desolante: rispetto alle nuove domande, ovvero coloro che si sono immatricolati quest’anno (2020), sono 516 sono stati i vincitori, rispetto ai 2930 dichiarati idonei (ma non assegnatari!) e alle migliaia che hanno presentato la domanda (altri 1230 solo al primo anno). E che dire del fatto che, all’interno degli studentati, le misure anti-Covid hanno imposto il dimezzamento dei posti! Non la volontà politica di affrontare l’emergenza, quindi, ma becera propaganda che non serve neanche da contentino, come il recentissimo contributo al canone per gli studenti universitari, allontanatisi ormai in gran parte da Roma.

CONCLUSIONI

Di fronte a questo scenario complesso, abbiamo bisogno di interventi strutturali e massicci investimenti pubblici in materia di edilizia, istruzione, assunzioni in tutti i settori. Questa necessità si è palesata già anni fa, ma ora più che mai questo tipo di interventi sono gli unici che possono dare una svolta significativa alla crisi in cui ci troveremo, permettendo in primis un diritto all’abitare per tutti i giovani, studenti, precari fuori sede e un’occasione per offrire posti di lavoro di cui il Paese ha davvero bisogno. La pandemia ha scoperto la fragilità di molte categorie, che per troppo tempo non è stata prese in considerazione.
Siamo la generazione degli invisibili e del “coinquilinaggio” permanente e siamo stanchi di questa condizione in cui non riusciamo neanche ad avere una nostra indipendenza. Pretendiamo un’inversione di rotta e di sistema, al fine di garantire una vita degna per tutti, un diritto allo studio reale e un diritto alla casa.

Giovani nell’era Covid: USCIRE DAL LIMBO PER CONQUISTARCI IL FUTURO!

Rimettere al centro il ruolo del pubblico: dalla casa, al diritto allo studio, al lavoro!

Foglio di lotta di Noi Restiamo Roma

Verso e oltre la manifestazione alla Regione Lazio del 12 Dicembre e alla contestazione della legge di bilancio del 18 dicembre

Il 2020 rappresenta, in qualche modo, un anno di cesura, un anno spartiacque nel quale la pandemia da Covid-19 ha evidenziato tutte le storture del modello sociale ed economico attuale. Il 2020 infatti segna un prima e un dopo soprattutto per la nostra generazione che, se durante la prima ondata è stata la prima a perdere il lavoro (perlopiù precario) senza riuscire più a permettersi il costo dell’università e della casa, durante questa seconda ondata sembra essere intrappolata in un limbo: sospesi in un eterno presente dal quale uscire sembra impossibile, perché gli strumenti di welfare e tutela, dopo anni di tagli e privatizzazioni, non sono in grado di garantire nulla.

Rispondendo alle linee guida imposte dall’Unione Europea, infatti, negli ultimi 30 anni i governi di centrodestra e di centrosinistra che si sono succeduti ci hanno sottratto progressivamente il diritto al futuro, con la complicità dei sindacati concertativi e delle loro ramificazioni studentesche e giovanili ma anche del crescente terzo settore ovvero l’insieme di realtà associazionistiche, no profit e cooperative sociali le quali, lontanissime dalla solidarietà popolare che in tante parti della città abbiamo visto connettersi al bisogno di riscatto, si sono sostituite ai servizi pubblici di fatto privatizzandone la funzione sociale.

Viviamo di lavori precari, sottopagati, atipici, non possiamo permetterci gli studi o siamo costretti a lavorare per accedervi alla mercé di sfruttamento e condizioni lavorative che non ci consentono di pensare in prospettiva. La nostra mancanza di stabilità economica, malgrado siamo spesso costretti a più lavori, con orari “flessibili” è frutto dei meccanismi di un sistema per il quale i giovani sono da un lato, laboratorio per la sperimentazione delle politiche di precarizzazione del lavoro e dall’altro, un esercito di manodopera maggiormente ricattabile, strutturali ed invisibili, come si è dimostrato nel periodo Covid che, per le chiusure del settore del turismo (bar, ristorante etc), ha lasciato a casa migliaia di giovani e studenti lavoratori nel completo silenzio dei media e della politica.

La situazione diventa insostenibile poi se consideriamo i giovani costretti ad emigrare al Nord per studio o per lavoro e i giovani provenienti dai quartieri popolari e dalle periferie delle grandi metropoli: chiusi nel ricatto del ‘rimanere e accettare il limbo’ oppure fuggire ‘verso il centro’ in cerca di una via di fuga (che sia il centro della città, il nord dell’Italia, il centro produttivo dell’Unione Europea), per questa parte della nostra generazione la rappresentazione di un futuro da rincorrere risulterà presto fittizia.

A Roma, in particolare, da tempo i quartieri popolari sono abbandonati dalle istituzioni e vittime di narrazioni tossiche, ma durante la pandemia si sono aggravate le difficoltà economiche a partire dalle spese di base: l’affitto e le utenze della propria casa. Di fatto, parliamo di una realtà già precedentemente caratterizzata da un patrimonio immobiliare sempre più piegato agli interessi del mercato speculativo, dalla legge 431/98 sulla liberalizzazione degli alloggi, alla privatizzazione del servizio delle utenze e ai continui tagli al settore pubblico che hanno lasciato un’edilizia residenziale pubblica totalmente inconsistente e incapace di sostenere le numerose famiglie bisognose e quindi incapace di garantire un futuro alle giovani generazioni.

Una situazione di stallo caotico che non riesce a sfociare in un sentimento di rivalsa e riscatto, ma anzi si manifesta in un andamento incostante e confusionario di frustrazione e rabbia individuale (sporadicamente trasformatasi in rabbia sociale) che, di fronte alla generalizzazione delle contraddizioni e senza saper individuare dei punti di riferimento ed un’alternativa possibile, rimane in bilico sul filo del rasoio. Ma una generazione nel limbo delle scelte politiche passate, delle narrazioni che subisce, della crisi ideologica e dei valori che ci ha lasciato senza riferimenti culturali né certezze materiali non può più accettare il mantra che governo e grandi industriali ci impongono del “nella crisi siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo uscirne insieme” mentre il risultato è sempre lo stesso: maggiori profitti per i privati e abbandono nel limbo dei tagli e dei sacrifici per i giovani e le classi popolari. Bisogna, dunque, per ribaltare questo processo, insinuarsi in queste crepe, organizzarsi, infrangere il limbo dimostrando che un’alternativa a questo sistema, impostoci e narratoci come l’unico possibile, è necessaria e passa per rimettere al centro gli interessi collettivi e della gente, quindi per il ripensamento del ruolo del pubblico sia sul tema lavorativo, perché serve un piano concreto di assunzioni dei giovani nel pubblico e perché lo Stato deve regolamentare il lavoro privato, sia sul tema abitativo, rimettendo al centro l’ERP, rendendola anche uno strumento di creazione di posti di lavoro anche per le fasce giovanili e stabilendo un equo canone che sia vero, per gli affitti, ed infine sul tema del diritto allo studio. Parallelamente a tali interventi strutturali, sosteniamo che in tale periodo di emergenza non si possa far finta di niente, e che sia necessario garantire un reddito incondizionato per gli studenti e per i giovani, affinché nessuno sia condannato a morire o di fame o di Covid.

UNIVERSITÀ

Come studenti, assistiamo da anni e soprattutto ora, in seguito alla crisi emersa dalla pandemia da COVID-19, all’avanzamento del processo di élitarizzazione dell’università. Infatti, il progressivo smantellamento del welfare universitario e i continui tagli han fatto sì che, sia direttamente (tramite le tasse universitarie, aumentate a dismisura negli ultimi anni) sia indirettamente (affitti causa mancanza di studentati, spese per il cibo causa mancanza di mense, carolibri ecc.), il costo dell’istruzione andasse a ricadere sulle spalle dei singoli studenti. In questa maniera, gli studenti meno abbienti, che già da anni si trovavano costretti a lavorare durante il percorso di studi per sobbarcarsi questi costi, vengono progressivamente e definitivamente esclusi da un’Università che non si possono più permettere.
Inoltre, la sempre maggiore polarizzazione tra atenei “d’eccellenza” (quasi tutti al Nord) e atenei “di serie B”, in perfetto accordo con la filosofia dell’UE, porta all’emigrazione forzata di molti di noi, che si scontrano con un costo della vita maggiore e con le difficoltà della vita da fuorisede.

STUDENTI-LAVORATORI

Proprio per sostenere i costi degli studi universitari, siamo moltissimi ad essere costretti a svolgere i classici “lavoretti” (ad es. cameriere, barman, rider etc.) e nel contempo dobbiamo riuscire a seguire la ‘carriera’ universitaria. Facciamo parte della categoria, non riconosciuta da Università e Istituzioni, degli Studenti-lavoratori e, proprio per questo invisibile. Vittime di condizioni di lavoro sempre in nero/grigio senza tutele né contratti, non abbiamo tempo per vivere al di fuori di università e lavoro e arranchiamo in una condizione di totale incertezza e incongruenza tra le nostre aspettative di lavoro e la realtà presente e futura. Inoltre, dalla crisi economica del 2008 siamo obbligati dal MUR e l’Università a svolgere i tirocini, strumento per fornire manodopera gratis o sottopagata a grandi imprese, che ci viene pure spacciata come “formazione”. Siamo pronti, però, a dire basta a tutto questo. È necessario richiedere al Ministro Manfredi e al Governo delle vere misure di sostegno per gli studenti-lavoratori, di mettere al centro l’esistenza e la condizione critica di questa categoria e imporre un cambio di rotta per le priorità del paese.

VOGLIAMO:
Più Borse di Collaborazione, strumento attraverso cui l’Università finanzia gli studenti per delle attività collaborative, una loro maggiore retribuzione e che la loro assegnazione sia basata su criteri di reddito, non di merito.
Abolizione delle tasse universitarie.
– Il libero accesso alla condizione di studenti-part time.
– Un serio intervento dello Stato per le assunzioni nel pubblico.
– Dove possibile, la sostituzione dei tirocini con altre attività formative che non inficino i tempi di conseguimento della laurea e la retribuzione di tutti i tirocini curriculari da ora in poi.
Un’inchiesta ufficiale da parte del MUR sulla condizione degli studenti-lavoratori nelle università di Roma.

STUDENTI IN AFFITTO

Altro fenomeno ormai strutturale e critico della nostra generazione in ambito universitario è l’emigrazione forzata che, oltre ad aver dato vita alla cosiddetta ‘fuga dei cervelli’, ci ha intrappolato nella condizione di ‘generazione in affitto’, ovvero in balia di un mercato immobiliare dai prezzi gonfiati e case sovraffollate. In particolare, tale è la situazione della categoria degli studenti fuori sede, che non riceve dalle istituzioni e dall’Università i mezzi per ottenere emancipazione e indipendenza dalla propria famiglia, né misure di supporto sufficienti dall’Università e dalla Regione (la quale dalla riforma del titolo V della Costituzione ne detiene l’autorità).

VOGLIAMO:
Più studentati pubblici ed un ripensamento totale dei criteri di accesso al bando regionale.
Riqualificazione e, se necessaria, requisizione degli edifici abbandonati, soprattutto quelli vicini alle università, per aumentare il numero degli studentati pubblici disponibili e fermando l’assurdo aumentare di cementificazione del territorio.
STOP ad affitti e utenze durante il periodo della pandemia e, successivamente, un equo canone per tutti gli alloggi.

QUARTIERI POPOLARI

Il divario tra i diversi quartieri della città di Roma è sempre più evidente: il centro-vetrina, luogo dove mantenere un “decoro” e da sfoggiare per i vantaggi economici che derivano dalla turistificazione selvaggia, non ha nulla a che vedere con la vasta periferia, abbandonata a se stessa e nella quale crescono solamente fattori inquinanti che mettono a rischio la salute delle persone, criminalità, povertà ed edifici finalizzati alla speculazione edilizia. I quartieri popolari sono in realtà i luoghi dove la gente vive e lavora e dove dovremmo crescere, ma che in realtà spesso non offrono prospettive per noi giovani, a partire dalla mancanza di spazi, di sufficienti e dignitosi posti di lavoro e luoghi di cultura.

ROMA EST – CENTOCELLE
Il quadrante Roma est (e in particolare di Centocelle) vive da anni una serie di trasformazioni, dal taglio dei servizi essenziali a uno stravolgimento del tessuto produttivo, con il processo di gentrificazione, che sta gradualmente cambiando la vita di quartiere, dalla chiusura di esercizi commerciali storici per far posto a bar, ristoranti e grandi catene di fast food generando così migliaia di posti di lavoro completamente deregolamentati e difficilmente sindacalizzabili, all’esodo dei residenti storici causato dall’aumento del costo della vita. Tutto questo è reso ancora più evidente dalla crisi pandemica.

Richiediamo quindi un ruolo più preponderante del pubblico per:

Calmierare gli affitti, per permettere ai giovani di vivere una vita autonomi e ai piccoli commercianti di rialzare le serrande chiuse

Pianificare assunzioni in settori chiave, quali sanità, in un quadrante che ha visto la chiusura di ASL e ospedali pubblici, scuola e verde pubblico, per ridare dignità ai quartieri

Garantire e ridare valore sociale agli spazi pubblici abbandonati in tutta sicurezza, vista l’atomizzazione ulteriore della società dovuta alla pandemia

Tutelare e riconoscere i lavoratori e lavoratrici dei settori della ristorazione, del turismo e del commercio

– Dare maggiori tutele ai lavoratori sotto cassa Integrazione e a tutti colori che si ritrovano ad essere disoccupati o in nero tramite un reddito di emergenza. Non vogliamo più essere invisibili!

ROMA OVEST
La zona di Roma Ovest è principalmente caratterizzata da una serie di quartieri dormitorio, da una situazione di abbandono e degrado, nonché da un territorio completamente devastato e inquinato dalla ex discarica di Malagrotta e dal nuovo impianto che le istituzioni hanno deciso di destinare allo stesso quadrante di Roma, ma anche da un alto tasso di disoccupazione e da un’alta presenza con costante aumento di NEET (circa del 30% ogni anno, con una particolare impennata durante il periodo Covid), ovvero di giovani inattivi che non studiano e non lavorano, sospesi in quel limbo che rende quasi impossibile il diritto ad emanciparsi e ad uscire dal nucleo familiare di origine. La rassegnazione di noi giovani di Roma Ovest spesso è dovuta anche a narrazioni tossiche sulle nostre vite e all’aumento dei problemi psicologici, spesso derivanti anche dall’aggravarsi costante dei problemi economici dei nostri genitori.

Per questo chiediamo:
Intervento pubblico in servizi nei quartieri che garantiscano anche più posti di lavoro per i giovani (come ad esempio campetti da calcio popolare, luoghi di cultura, sportelli pubblici)
Stop affitti e utenze per il periodo emergenziale, equo canone per gli alloggi successivamente.
Riqualificazione delle case popolari della zona, ampliandone la disponibilità, ristrutturandole e generando posti di lavoro per i giovani di quartiere.

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso!

Usciamo dal limbo, conquistiamoci il futuro!

Noi Restiamo Roma

Una legge di bilancio inadeguata e avversa. 18/12 giornata di agitazione nazionale universitaria

La comparsa del Covid19 ha messo in luce tutte le storture e i limiti del modello sociale dominante e, ovviamente, dell’Università, in quanto asse strategico nella costruzione del polo imperialista europeo. Ciò ha comportato un’elitarizzazione crescente di un sistema universitario sempre più al servizio del sistema produttivo ed escludente verso fasce sempre più ampie di giovani.

La digitalizzazione che ha investito la didattica e tanti aspetti della vita universitaria, ha provocato un allargamento delle maglie della possibilità di accesso all’istruzione universitaria permettendo, spesso, un risparmio sui costi della vita che la scelta universitaria comporta. A provarlo sono le iscrizioni all’Università che, nonostante l’incertezza e le previsioni di peggioramento generalizzato delle condizioni materiali causate dalla pandemia, hanno registrato un aumento rispetto allo scorso anno. L’altra faccia della medaglia, però, è l’inasprimento di un processo di polarizzazione fra gli atenei che spinge in avanti a grandi passi quel processo più complessivo di elitarizzazione.

Questo processo di polarizzazione si esprime in diverse forme. La forte concorrenza scatenatasi fra gli atenei del Sud e del Nord, dove alcuni dei primi si sono trovati costretti a concedere forti incentivi e riduzioni sulle tasse, se non ad azzerarle totalmente, in favore degli studenti che decidevano di iscriversi è solo uno dei dati che la realtà ci ha fornito. Una scelta dettata dalla necessità di non soccombere alla competizione insita in questo modello universitario che ha già provocato, negli anni, l’impoverimento e la desertificazione di tanti atenei del Meridione.

Una polarizzazione strettamente legata anche alla qualità della didattica e dell’istruzione più in generale. Oggi ci si iscrive all’Università sperando di poter migliorare la propria condizione sociale, un ascensore sociale che però, nella realtà, ha smesso di funzionare. Per rispondere ad un mondo del lavoro alla ricerca di competenze e non di conoscenze, sempre più predominanti nel percorso universitario sono diventate quelle attività extracurriculari (tirocini, stage, erasmus e via dicendo) che dipendono molto dall’integrazione dell’Ateneo nel tessuto produttivo nazionale e internazionale e dalla possibilità economica dei singoli studenti di potersi permettere esperienze di questo tipo. In questo senso vediamo costituirsi due categorie di poli in competizione, uno fatto di una maggioranza di atenei, perdenti in questo scontro, che non hanno queste possibilità e che si configurano sempre più come dei laureifici, dall’altra poche università ben integrate e che offrono titoli più facilmente spendibili sul mercato del lavoro in posizioni di rilievo. In questo modello le università private, per pochi studenti facoltosi e per quell’uno su mille che ce la fa, come la Bocconi o la Bologna Business School che aspirano direttamente alla riproduzione della classe dirigente, sono evidentemente il faro verso cui tutto il sistema universitario si muove. Paradigmatico di questo processo è anche l’istituzione sempre più frequente di lauree professionalizzanti, si veda ad esempio l’annuncio delle lauree di Google, con l’obiettivo di preparare direttamente lavoratori ultraspecializzati in settori specifici. Pilastro fondante di tutto ciò resta l’autonomia degli Atenei, mai messa in discussione e anzi consolidata perché utile a rafforzare la competizione e quindi il modello generale.

Le classi dominanti nostrane continuano a proporci questo modello fallimentare, come è evidente dalle (non)misure per l’Università messe in campo in questi mesi. Per essere all’altezza della sfida, è tempo di rivendicare un modello universitario radicalmente alternativo, che rompa i meccanismi di competizione e di asservimento ai privati e rimetta in discussione la funzione stessa dell’istruzione nella società, come luogo di creazione di conoscenza e pensiero critico, accessibile e garante del diritto allo studio, al servizio della collettività e per l’emancipazione e la crescita dell’individuo e della società tutta. Oggi tutto questo ha direttamente a che fare con la vita di tutti noi e la questione dei vaccini ne è un esempio lampante. Nel nostro mondo, l’Occidente capitalista, la scoperta di un vaccino si è trasformata subito in una gara per essere i primi a metterne uno sul mercato, al di là della sua efficacia e sicurezza, per accaparrarsi i profitti più alti. Non è un caso che uno dei vaccini più promettenti, quello di AstraZeneca, sia sviluppato dall’Università di Oxford. Un esempio che mostra chiaramente la fallacità del sistema universitario e della ricerca. Da un lato è evidente come la ricerca sia piegata agli scopi dei privati: l’eventuale brevetto sul vaccino e i profitti derivanti sarebbero proprietà esclusiva di AstraZeneca, mentre buona parte dei finanziamenti arrivano da fondi pubblici. Dall’altro evidenzia come la polarizzazione sia un obiettivo del modello e non un effetto collaterale. L’università di Oxford è una tra le più importanti d’Europa e, per i meccanismi di premialità secondo cui si muovono i finanziamenti per università e ricerca, ai primi posti per finanziamenti pubblici ricevuti. Un progetto rilevante come quello del vaccino renderà l’università di Oxford ancora più attrattiva per studenti e ricercatori di successo, migliorandone ulteriormente i risultati e di conseguenza aumentando i finanziamenti ricevuti, innescando così una spirale che porta ad ampliarsi all’infinito il divario fra università al top delle classifiche e quelle che devono rincorrere in una competizione ad armi impari.

Il 18 dicembre verrà votata la Legge di Bilancio alla Camera e il Governo ha deciso di continuare su questa strada fallimentare regalando altri 84 milioni alle università private e lavandosi le mani di quelle pubbliche e dei suoi studenti. Un messaggio chiaro che conferma la logica di supremazia del privato sul pubblico e la funzione dell’università come luogo di trasmissione delle competenze utili al mercato del lavoro. In quella data scenderemo ancora una volta in piazza per rivendicare il cambio di rotta necessario qui ed ora. Saremo in piazza per continuare la lotta per un’università libera, accessibile e di qualità, per un diritto allo studio garantito per tutti che oggi significa abolizione delle tasse, blocco degli affitti e delle utenze, investimenti pubblici per l’edilizia scolastica e residenziale, assunzioni di massa e lo stop alla precarietà, l’abolizione del numero chiuso, significa rivendicare una didattica e una ricerca libere dalle ingerenze dei privati. Significa rimettere al primo posto il soddisfacimento degli interessi della collettività nell’Università e in tutti i servizi pubblici.

Per approfondire le nostre rivendicazioni leggi: Conquistiamoci l’Università! Piattaforma di lotta contro l’élitarizzazione dell’Università, per un servizio pubblico garante del futuro delle giovani generazioni.

Questa è l’alternativa che oggi si rende necessaria e continueremo a batterci finché non sarà realtà, il 18 dicembre e oltre!